mercoledì 26 marzo 2014

Pagamenti via mobile, presto in Italia l’impronta digitale e il check-in

Corriere della sera
di Marta Serafini

PayPal porta il «fingerprint» sul Samsung Galaxy S5. E presto sarà possibile usare il telefono per saldare il conto anche nei negozi del nostro Paese


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La notizia era già arrivata a Barcellona al Mobile World Congress. Ma ora pagare utilizzando la propria impronta digitale pare sempre meno. PayPal e Samsung hanno annunciato una collaborazione che permetterà agli utenti Samsung Galaxy S5 di essere in grado di loggarsi e fare acquisti tramite cellulare e nei negozi solo con la propria impronta digitale.
Il software Fido Ready
La tecnologia biometrica permette dunque un passo in più nei pagamenti via telefono. Le impronte digitali sostituiscono dunque login e password, sulla nuova e quinta generazione di Samsung Galaxy S5. A rendere possibile tutto ciò è Fido Ready software che comunica tra il sensore di impronte digitali e il servizio di pagamento nel cloud. Problemi di privacy? «L’unica informazione che il dispositivo condivide con PayPal è la chiave criptata che permette di verificare l’identità del cliente, senza dover memorizzare alcuna informazione biometrica sui server di PayPal», assicurano da San José . A partire dal mese di aprile, l’autenticazione delle impronte digitali PayPal sul Samsung Galaxy S5 sarà disponibile in 26 mercati a livello globale, tra cui Australia, Brasile, Hong Kong, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. E in Italia.
Pagare senza alzarsi dalla sedia
Altra novità sul fronte del pagamento via mobile è che entro il 2014 partirà nei negozi italiani il servizio Paypal check-in che permette di saldare il conto via applicazione senza nemmeno alzarsi da tavola. «Avvieremo una fase di test a breve», spiega Angelo Meregalli, general manager Paypal. Attraverso l’applicazione sarà possibile anche individuare i negozi nelle vicinanze che offrono il servizio. Il mercato italiano insomma si muove. Anche considerato che secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce, qualcosa nelle abitudini degli italiani sta cambiando. Se infatti l’86 per cento delle transazioni viene ancora pagato attraverso questo canale, rispetto al 59 per cento delle transazioni in contante in Europa tuttavia, dopo diversi anni di debole crescita nell’utilizzo di carte di pagamento, nel 2012 si è avuto un aumento di circa il 10% nel numero complessivo di transazioni (passato da 28,3 a 31,5 transazioni pro capite); il valore del pagamento elettronico raggiunge quindi i 135 miliardi di euro. Restano però aperti tanti fronti. Primo su tutti quelli della privacy e della tracciabilità dei dati sensibili che ancora non vedono regolamento a sé per la transazione monetarie elettroniche.

Paypal e Samsung, accordo per il pagamento via mobile con l’impronta digitale
Twitter @martaserafini


25 marzo 2014 | 15:38



Pagare con un click e dimenticarsi i codici: si farà così

Corriere della sera
di Martina Pennisi

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MILANO - Entrare in un negozio, bere un caffè e pagare facendo strisciare lo smartphone sul Pos, senza dover tirare fuori il portafoglio. Oppure, navigare in Rete, sempre dal telefonino, imbattersi nel prodotto che si desiderava da tempo e completare l’acquisto con un paio di click. Sono azioni che in futuro faremo sempre più spesso, con buona pace del denaro contante. Il Mobile World Congress di Barcellona ospita ormai da qualche anno le ultime novità in materia di pagamenti Nfc, la soluzione che consente di far scorrere il dispositivo sul Pos e che in Italia si diffonderà in maniera capillare a partire dalla prossima primavera. Il circuito Visa porterà negli stand della fiera iberica V.me, un portafoglio digitale che consente di memorizzare le informazioni relative alle proprie carte (anche di altri circuiti), e di completare gli acquisti senza doversi perdere nella digitazione dei codici tradizionalmente richiesti, come il numero della carta o la data di scadenza.
 
In Italia l’app arriverà nei prossimi mesi e sarà messa a disposizione dalle singole banche per sistemi operativi iOs e Android. Anche Mastercard toglierà il velo proprio a Barcellona a una soluzione simile chiamata Mastercard in-app. E anche PayPal, che per prima ha introdotto sistemi di questo genere, ha in serbo una novità destinata al nostro mercato entro fine anno. Si tratta di checkin, una funzione che permetterà ai clienti del servizio di scegliere di pagare all’interno dei negozi con un solo click sulla mappa presente sull’applicazione. Per verificare l’identità del cliente l’esercente non avrà che da controllare la fotografia che comparirà sul suo dispositivo.

21 febbraio 2014 | 12:10

La lampadina? Si controlla con lo smartphone

La Stampa
carlo lavalle


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Le lampadine ormai sono intelligenti e si controllano con il proprio smartphone o tablet. LG ha presentato la sua, che sarà disponibile sul mercato in Corea nei prossimi giorni al prezzo di 32 dollari. La lampadina smart si connette al cellulare attraverso wi-fi o bluetooth e grazie ad un’app dedicata potrà essere gestita a distanza da dispositivi mobili iOS e Android. LG ha utilizzato la tecnologia LED, per il risparmio energetico, concependo il gadget, visto il diverso tempo di degrado dei diodi, per durare 10 anni, nell’ipotesi di un uso giornaliero medio di cinque ore. Secondo la società coreana la sua efficienza è superiore dell’80% rispetto ad una normale lampadina ad incandescenza. 

Installando l’applicazione, la lampadina, compatibile con portalampade standard e disponibile per ora in due colori, può essere accesa e spenta dall’apparecchio mobile che consente, inoltre, di regolarne la luminosità.  D’altra parte, chi ne è in possesso è in grado anche di programmare spegnimento e accensione. Il software dispone oltre tutto di una modalità “security mode” per permettere di accendere le luci come se qualcuno fosse presente in casa mentre invece è fuori dall’appartamento.

Se non vi bastasse le lampadine possono essere collegate alla funzione sveglia accendendosi quando è il momento di alzarsi dal letto e spegnendosi di notte prima di addormentarsi. Altra caratteristica è quella di segnalazione in caso di telefonata ricevuta. L’utente che si trova lontano dal cellulare, in questo modo, grazie alla luce accesa, viene avvertito della chiamata in arrivo. La lampadina può essere per giunta utilizzata per finalità meno pratiche e più ricreative. Con la funzione “play mode”, infatti, è possibile sincronizzarla con la musica perché lampeggi al ritmo di un brano. Una modalità che sembra pensata per far divertire i ragazzi nelle feste. 


E’ chiaro che con questa ampia gamma di soluzioni LG cerca di farsi strada in un mercato in cui sono presenti importanti concorrenti come Lumen, Belkin e Philips. La multinazionale olandese ha dal 2012 prodotto il sistema Hue che prevede il controllo di lampadine LED via wireless (ZigBee) mediante un’app iPhone o iPad. Le luci, fino a 50 attraverso un bridge, si possono gestire da dispositivo mobile con impostazioni che consentono di modificare intensità, tonalità, contrasto, colore e calore, abilitare allarmi e timer regolando l’accensione. Lampadine connesse sono anche quelle di Belkin , azionabili tramite wi-fi e con un’app compatibile con gli apparecchi Android e iOS e, le più innovative AwoX , start-up francese, e AudioBulb con altoparlante integrato per diffondere musica via wireless.

Questa serie di prodotti, che rientra nella più generale tendenza chiamata Internet delle cose, trova a volte nelle piattaforme di crowdfunding un mezzo per poter tentare l’avventura sul mercato come nel caso di LIFX o LuMini

Facebook punta sulla realtà virtuale Due miliardi per comprare “Oculus”

La Stampa
Bruno Ruffilli

Zuckerberg acquisisce il colosso hi tech: «Lo sfrutteremo nella comunicazione»



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Facebook scommette sulla realtà virtuale. E compra Oculus, società attiva nel settore, per 2 miliardi di dollari, di cui 400 milioni di dollari in contanti e 23,1 milioni di azioni Facebook. La transazione dovrebbe chiudersi nel secondo trimestre e Facebook punta ad ampliare il raggio di azione di Oculus al di là dei giochi, espandendolo a nuove aree quali la comunicazione, i media, l’intrattenimento.

«Il mobile è la piattaforma di oggi e ora ci stiamo anche preparando alle piattaforme di domani» afferma l’amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, sottolineando che «Oculus ha la possibilità di creare la piattaforma più social di sempre, e cambiare il modo in cui lavoriamo, giochiamo e comunichiamo». «Siamo contenti di poter lavorare con Mark e Facebook per offrire la migliore piattaforma di realtà virtuale del mondo» mette in evidenza Brendan Iribe, il co-fondatore e l’amministratore delegato di Oculus, precisando che «la realtà virtuale sarà definita in modo forte dalle esperienze sociali che connettono le persone in nuove e magiche modalità. È una tecnologia che trasforma e consente al mondo di provare l’impossibile».

L’acquisizione di Oculus arriva per Facebook a un mese di distanza da quella di WhatsApp per 19 miliardi di dollari. Facebook ha speso un miliardo di dollari nel 2012 per acquistare Instagram. A differenza di queste, però, Oculus è un produttore di hardware. Oculus è una start up che sta cercando di diffondere la realtà virtuale con i suoi occhiali Oculus Rift. Oculus è stata lanciata dopo che il suo fondatore, Palmer Luckey, ha raccolto 2,4 milioni di dollari con una campagna di Kickstarter. Oculus manterrà il suo quartier generale a Irvine, in California. 



Cosa sono e come funzionano gli Oculus Rift
La Stampa
bruno ruffilli

La prova dei visori a realtà virtuale che Zuckerberg ha acquistato per due milioni di dollari. E alcune ipotesi su come potrebbero essere usati in futuro



M5C03MF
Sono ingombranti, macchinosi, scomodi. Mettono pure un po’ d’ansia, gli Oculus Rift, a chi li prova per la prima volta: tagliano completamente i contatti col mondo esterno, immergono in una realtà nuova e inaspettata. E mentre si aspetta in coda per i dieci minuti di test, non è che ci facciano una gran figura quelli che li stanno provando: a girare la testa, muoverla vero l’alto o il basso come se cercassero di avvicinarsi a qualcosa che solo loro vedono. 

Nell’ultima versione, gli Oculus Rift montano uno schermo da 5 pollici in Full Hd, possono registrare il movimento della testa su sei assi, hanno una latenza di soli 30 millisecondi. Dati che si traducono così: immagini ben definite, grande accuratezza nel controllo dei movimenti, risultato più verosimile. Sullo schermo vengono visualizzate due immagini una accanto all’altra, una per ogni occhio, Delle lenti fanno sì che ad ogni occhio arrivi solo una delle due, e la leggera differenza che esiste tra loro serve a dare l’impressione della profondità. Gli Oculus Rift al momento funzionano con Mac, Pc e Linux, oltre che con Android. Non sono per ora compatibili con le normali console di gioco, e con la presentazione dei visori a realtà virtuale di Sony (Project Morpheus), è praticamente certo che non lo saranno con la PlayStation. 

Infilata la maschera, che è grande all’incirca come una da sub, messe le cuffie sulle orecchie, il viaggio finalmente inizia. Ci si muove con un normale gamepad, ma tutto il resto non ha niente di normale. In una simulazione di battaglie spaziali, vista all’E3, la più grande fiera mondiale dei videogiochi, i missili nemici arrivano da dietro, sfiorano le spalle, si schiantano contro un’astronave che non è solo lontana in prospettiva, ma persa nel vuoto cosmico. Il primo contatto con la realtà virtuale è un’esperienza emozionante, forse solo appena meno di un vero viaggio tra stelle e pianeti.  Al Ces di Las Vegas era in mostra un nuovo prototipo, Crystal Cove, ancora più preciso e realistico. Stavolta il gioco consisteva in una specie di labirinto circondato da fiamme. Bastava spostarsi di poco perché si aprissero sotto i piedi voragini infocate. Ci si poteva perfino sporgere, per vedere più in basso la lava gorgogliante.

Perché se il gamepad controlla la direzione, è poi muovendo la testa che il mondo intorno cambia, grazie a una serie di sensori integrati nel casco e a una videocamera esterna che funziona un po’ come la Kinect della Xbox. E anche qui l’esperienza era straniante: sembrava di essere diventati piccolissimi e caduti dentro una di quelle macchine goffe e misteriose che popolavano le sale giochi qualche decennio fa. Gli spezzoni di videogame visti finora erano poco più che pretesti per testare in funzionamento degli Oculus Rift: che intanto, come suggerisce anche Zuckerberg, si prestano a mille altri usi, dall’esplorazione virtuale di mondi lontanissimi fino alla comunicazione interpersonale. Così non stupisce se la reazione degli sviluppatori di videogiochi sia stata entusiastica e l’interesse del pubblico sempre crescente.

Gli Oculus Rift sono ancora allo stadio di prototipo, e molte cose possono cambiare prima che arrivino sul mercato: in due anni di sperimentazione, i miglioramenti sono già stati numerosi, specie per la qualità dell’immagine, il peso e le dimensioni. Il nuovo modello per sviluppatori arriverà entro l’estate a 350 dollari, molto meno dei due miliardi pagati da Zuckerberg. Probabilmente saranno in commercio in versione definitiva nel 2015, ma ci vorrà parecchio perché diventino di uso comune. Sempre che Mark Zuckerberg miri davvero a questo. Potrebbe, ad esempio, voler rivoluzionare l’industria del cinema: per gli spettatori sarebbe possibile curiosare tra le scene, o vedere un film dalla prospettiva dei vari attori.

O potrebbe usarli per chattare, magari attraverso Whatsapp, il servizio che  ha acquistato il mese scorso per 19 miliardi di dollari. Oppure, nell'ambito del progetto Internet.org, il Ceo di Facebook potrebbe usare i visori a realtà virtuale per portare assistenza sanitaria specializzata dove i medici sono pochi e difficilmente raggiungibili. O ancora, adottarli per nuove forme di didattica interattiva, per teleconferenze, . A Zuckerberg non mancano né i fondi né le idee.

Gabriele, 19 anni, suo il videogame «2048»: in tre settimane ci hanno giocato in 9 milioni

Il Mattino


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MILANO - Si chiama Gabriele Cirulli, ha 19 anni, e può essere definito un orgoglio per il nostro Paese. Un piccolo genio dell'informatica che ha progettato un videogame con il quale sta invadendo il mondo. Oltre 9 milioni di persone hanno infatti già provato "2048", il 'puzzlegame' ideato dal teenager di Gorizia diplomato all’istituto tecnico locale. Nonostante non sia nemmeno iscritto all'università, la popolarità scaturita dalla diffusione del suo gioco gli ha fatto pervenire numerose proposte di lavoro che hanno intasato la sua mail.

“Dal 9 marzo, giorno in cui ho messo online il gioco, la pagina ha ricevuto 9 milioni di visitatori unici che hanno giocato circa 100 milioni di partite”, dice orgoglioso. Di lui ne parlano anche negli Stati Uniti con il Wall Street Journal che gli ha dedicato un servizio. Lui però non ama le interviste, non vuole farsi troppa pubblicità sulla propria persona, preferendo restare dietro le quinte. Nessuno ha il suo numero cellulare e nessuno conosce il luogo in cui vive. Si fa contattare solamente su Skype. “In tanti mi scrivono, soprattutto dalla Cina e della Russia - spiega - per ringraziarmi per aver creato il gioco. Mi mandano gli screenshot dei punteggi raggiunti e mi seguono su Twitter: due settimane fa avevo 100 follower, ora ne ho più di 8mila”.

Il gioco, all'apparenza semplice, lo è tutt'altro. Si basa su multipli di due che vanno spostati attraverso una griglia composta da 16 caselle: ogni volta che due numeri uguali finiscono vicini questi possono essere sommati. L’obiettivo di arrivare a 2048. "Solo l’1% delle partite finiscono con la vittoria, io stesso ho solo sfiorato il traguardo: mi sono fermato a 1024”, dice soddisfatto. Tra i suoi followers, sia su twitter che nelle partecipazioni al gioco, l'Italia è il Paese tra i meno attivi attestandosi al 17esimo posto. Nonostante la popolarità Gabriele giura di non volerci guadagnare: “Ho sviluppato il gioco basandomi su altri giochi simili, non mi sembra giusto guadagnarci. Anzi, è open source: così chi vuole lo può migliorare”.

martedì 25 marzo 2014 - 14:53   Ultimo agg.: 15:03

Monopoly, su Facebook si scelgono le nuove regole

La Stampa

Gli utenti ne possono votare cinque. Entreranno di diritto nel regolamento ufficiale e contribuiranno a dar vita alla nuova ed esclusiva edizione del gioco in arrivo il prossimo settembre


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Non leggere il regolamento o inventarsi delle regole è una tradizione a tutti gli effetti, soprattutto se parliamo del Monopoly. A confermarlo gli stessi appassionati: il 68% ha ammesso di non averlo mai letto, mentre il 49% ha dichiarato che, per diletto o comodità, di regole ne ha create parecchie. E allora perché non condividerle con tutto il mondo e scegliere insieme le più divertenti? È questo lo spirito della campagna internazionale Regole fai da te: da oggi e fino al 3 aprile, gli oltre 11 milioni di fan che Monopoly vanta su Facebook verranno coinvolti attivamente nel dibattito tutto social per la selezione di cinque nuove regole. Ne vedremo delle belle.

“Forte dei suoi 80 anni, il Monopoly è un’icona pop a tutti gli effetti. Negli anni, le regole fai da te sono diventate parte integrante della sua storia”, conferma Jonathan Berkowitz, Vice President Marketing Hasbro. “I fan del Monopoly le utilizzano da generazioni e generazioni, per questo abbiamo voluto offrire la possibilità di contribuire alla selezione delle migliori al mondo, per poi inserirle nel gioco.” Potere alla rete, quindi, è partito il toto-regole. Per l’occasione il mitico Mr. Monopoly scende in campo e chiama a raccolta i fan più creativi spronandoli non solo a raccontare le regole che hanno inventato e che utilizzano abitualmente, ma anche a sostenere le più interessanti.

Sarà un dibattito piuttosto movimentato: tra una rosa di dieci regole, verrà selezionata una top five. Chissà chi avrà la meglio. Le cinque nuove regole che otterranno più successo entreranno di diritto nel regolamento ufficiale e contribuiranno a dar vita alla nuova ed esclusiva edizione del Monopoly con le Regole fai da te: in arrivo a settembre in esclusiva su Amazon.it, è già possibile preordinarlo su Amazon. Attenzione però, il regolamento del gioco non cambia affatto, saranno i giocatori a decidere se e quando utilizzare le nuove regole fai da te, per esplorare nuove ed esaltanti esperienze di gioco.

Ed ecco le dieci regole che verranno discusse nei prossimi giorni:

1.Blocco delle attività: quando un giocatore è in prigione, non può ricevere soldi dagli altri giocatori. Chi sbaglia paga!
2.Corri e passa dal VIA!: se atterri sulla casella “VIA!” la somma raddoppia, 400M anziché 200M.
3.Giro fortunato: se hai appena doppiato un giocatore, la fortuna gira a tuo favore, prendi 500M. 
4.Parcheggio gratuito, soldi facili: tutte le tasse vanno raccolte al centro del tabellone. Il primo a passare dal parcheggio si aggiudicherà tutti i soldi accumulati.
5.Tre in fila: ci sono tre giocatori su tre proprietà in fila? Buon per loro, ogni giocatore riceve un extra di 500M. 
6.La mamma è sempre la mamma: la mamma esce sempre di prigione gratuitamente. Sempre. Senza spiegazioni. Solo perché è speciale.
7.Conosci il tabellone: prima di procedere con l’acquisto degli immobili, i giocatori devono completare almeno un giro del tabellone. Occorre affrettarsi e fare il giro prima degli altri.
8.Boom edilizio: i giocatori non hanno bisogno di possedere un set completo di proprietà prima di iniziare a costruire le case.
9.Il prestito: se non hai abbastanza soldi per comprare proprietà di lusso chiedi un prestito o acquistale in società con un altro giocatore. Chi incassa l’affitto? Saranno i due nuovi proprietari a dover prendere accordi! 
10.Sbanca la Banca: all’inizio della partita, la metà dei soldi si lascia in banca. L’altra metà invece si mette al centro del tabellone e, “al 3”, i giocatori diventeranno proprietari di quello che riusciranno ad afferrare in fretta e furia.

E ora non resta che votare. 

Acciaierie ex Lucchini. L’appello della Lega Nord: «Salvaguardare il destino di migliaia di famiglie»


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Sul destino delle acciaierie ex Lucchini di Piombino in questi anni ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori. Acquisizioni, commissariamenti, dismissioni, cordate bancarie per il controllo, ma nulla è cambiato. È dal 2003 che la situazione tende sempre a peggiorare, e un vero piano industriale per la sua fabbrica Piombino non lo vede da anni. Sono 4.000 i posti di lavoro a rischio, senza contare l’indotto. L’unica cosa chiara che sembra delinearsi all’orizzonte – leggiamo sul Sole24ore- è che adesso a contendersi gli asset delle ex Lucchini rimangono tre gruppi: due società indiane di proprietà dei fratelli Naveen e Sajjan Jindal, Jsw (Jindal south west) e Jspl (Jindal steel and power limited) e il trader ucraino Steelmont. La Jsw e Steelmont non hanno escluso la possibilità di realizzare anche Corex e un nuovo forno elettrico, mentre l’interesse della Jspl si limiterebbe ai soli laminatoi.

Fuori dalla gara rimangono per adesso la svizzera Klesch e la tunisina Smc (che potrebbero comunque formulare in futuro un'offerta vincolante che il commissario Piero Nardi sarà chiamato a valutare, se superiore alle altre). Su quest’ultima società, la Smc, noi della Lega Nord ci siamo parecchio interrogati, soprattutto dopo che giornali e quotidiani hanno rivelato che il suo capo, Khaled al Habahbeh, di origine giordana, abbia avuto in passato seri guai con la giustizia statunitense per truffa e droga (fonte il Tirreno online).

Prima che arrivasse la notizia dell’esclusione dalla due diligence e data room della Smc (non è riuscita a produrre in tempo utile garanzie finanziarie adeguate), molti osservatori erano rimasti favorevolmente colpiti dall’offerta di questa società araba, perché l’unica intenzionata a mantenere in funzione l’altoforno. Noi, invece, dopo un’analisi delle informazioni a nostra disposizione (riviste e quotidiani), siamo rimasti un po’ perplessi dal quasi alone di mistero che, a nostro parere, avvolge la società stessa (Scrive Repubblica in un articolo del 24/01/2014 uscito nella cronaca di Firenze: al Habahbeh «non avrebbe alcuna conoscenza specifica nel settore dell' acciaio, ma per poter presentare una proposta per Piombino avrebbe costituito appositamente a Tunisi la società, la Smc») .

Pertanto chiediamo al commissario Nardi che nel caso di un rientro successivo in gara della Smc vengano fatte con scrupolosa attenzione le dovute indagini sulla proprietà e solidità finanziaria della società. Il destino di troppe famiglie è legato alle acciaierie ex Lucchini. No possiamo più permetterci errori , una scelta sbagliata e a pagare saranno migliaia di persone.

G.Ceruso  - Segretario provinciale Lega Nord Livorno

Spending review, Cottarelli: "Guadagno 12mila euro al mese"

Libero


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Parla di tagli ma il suo stipendio non lo tocca. Carlo Cottarelli, il Commissario per la spending review parla del suo compenso: "La mia retribuzione è di 258mila euro, lordi ovviamente. Netti sono circa 11.900 euro al mese", afferma Cottarelli in un'intervista al Tempo. Cottarelli spiega di essersi dimesso dal Fondo monetario internazionale "il giorno prima di essere nominato commissario alla spesa" e di ricevere la pensione dall'Fmi.

"Se fossi andato in pensione e fossi rimasto negli Stati Uniti, la mia pensione sarebbe stata tassata con l'aliquota del 10%. Invece, pago regolarmente tutto in Italia". Il commissario per la spending review nello stesso colloquio rivela che pubblicherà on line tutti i suoi redditi anche se - precisa - non sarebbe tenuto a farlo: "Vorrei far notare che io sono un commissario nominato dal governo e dunque non sono tenuto a questi obblighi in quanto non posso essere considerato un dirigente dello Stato a tutti gli effetti".

Assunta Almirante, le pagelle a Fini e alla destra

Libero


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"Zero assoluto a Fini e a tutti gli ex dirigenti di An". Donna Assunta Almirante boccia senza appello l'ex leader di Alleanza Nazionale. In un'intervista al Fatto Quotidiano la moglie di Giorgio Almirante è in vena di pagelle. "Tutto il gruppo dirigente che fece An ha sbagliato qualunque cosa. Fini, Tatarella e tutti gli altri hanno chiuso la casa del padre per ingrandire la casa di un altro, Berlusconi". Poi è il turno di Francesco Storace: "Non è stato tempestivo però si è distaccato, gli do la sufficienza solo per questo". Ma i voti più alti vanno a Fratelli d'Italia: "Bravissimi. In pochissimo tempo hanno rimesso la Fiamma nel simbolo. La Russa e la Meloni meritano dieci e lode". Promosso anche Gasparri: "A modo suo merita dieci. Gasparri è un uomo con la colonna vertebrale diritta. Non ha tradito chi gli ha dato spazio. Anche Matteoli, mi pare?". Infine una bordata per Alfano: "E' peggio di Fini, mi fa ridere...".



Fini lancia la Fondazione: le tariffe di Liberadestra
Libero


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Gianfranco Fini ci riprova. Qualche giorno fa è stato chiaro: "Sono pronto a raccogliere la sfida per costruire una nuova destra". E per ricostruirla servono soldi. Così Gianfry è a caccia di fondi per la sua fondazione Liberadestra. Per trovare le risorse Fini, tra una comparsata e l'altra per promuovere il suo libro anti-Cav Il ventennio. Io, Berlusconi e la destra tradita, lancia una raccolta fondi sul sito internet dell sua Fondazione con un vero e proprio tariffario. Per chi crede ancora nella farsa politica di Gianfry ecco l'occasione per tornare in pista. Ma attenzione per entrare nella nuova galassia finiana serve il portafoglio. Il tariffario per le adesioni a Liberadestra è chiaro.

Il tariffario - Come spiega il portale di Gianfry, è possibile associarsi a Liberadestra attraverso le seguenti modalità: Socio Ordinario - quota associativa annuale da € 100,00 fino a € 500,00, socio sostenitore - quota associativa annuale a partire da € 500,00 oppure volontario, con un contributo minimo di soli € 10,00. Insomma se sganci 500 euro fai parte del progetto, se invece non hai soldi puoi fare solo il volontario, magari con un pò di volantinaggio. Le nuove idee di Fini più che parlare agli elettori, parlano direttamente al portafoglio. Con le copie vendute del suo libro, Fini non riesce a riempire le casse per lanciare la sua fondazione-partito. Così ecco l'idea di una raccolta fondi mirata e precisa per provare a lanciare questo nuova avventura politica che viste le quote d'ingresso è destinata già a raccogliere poche adesioni. Fini ha bisogno di fondi. Poteva chiedere a suo cognato...



Assunta Almirante: "Il marito della Mussolini? Alessandra faccia finta di nulla...."
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«Su queste storie non c’è da dire niente. Il silenzio è la cosa migliore». Donna Assunta Almirante, vedova di Giorgio e lady di ferro della destra italiana, risponde al telefono gagliarda come sempre. Da signora che tanto ha vissuto e altrettante ne ha viste, dall’Msi ad An e fino ad oggi, tra scandali, tradimenti, voltafaccia politici e personali, inchieste,  non si scandalizza certo per la vicenda del sesso a pagamento che ha coinvolto Mauro Floriani, consorte di Alessandra Mussolini. «Tra un mese nessuno si ricorderà più di questa vicenda», taglia corto. «Ne vediamo così tante, ogni giorno... Anzi, ho pure i miei dubbi che sia andata così, però vedendo i giornali lui ha confermato e quindi....».

Floriani si sarebbe autodenunciato ai carabinieri.
«Ma poveraccio, chissà com’è finito dentro questo giro, chi l’ha convinto, non sappiamo com’è andata veramente. Sarà stata una passata di testa. Io ancora stento a crederlo...».

Lei ha sentito Alessandra Mussolini in questi giorni?
«No no no. Non ho il coraggio di parlare di queste questioni personali. Sono cose molto intime e private e, secondo me, meno ci si va addosso e prima finiscono. Quindi chiamare, parlare, consolare significa solo che tutti hanno letto e invece bisogna fare finta di niente e aspettare che passi il momento. Riservatezza. Bisogna lasciarla in pace».

Dicono che la senatrice azzurra sia distrutta...
«Allegra non può essere. Se è vero, non lo può essere».

Avrà menato il marito?
«Noooooo. Ma chi l’ha detto questo? Non ci posso proprio credere. Avendo a casa tre figli la migliore ricetta è il silenzio. Anche da parte sua. Cioè, lei gli avrà chiesto di sicuro dei chiarimenti, loro si saranno senz’altro parlati, lui le avrà chiesto perdono per quello che è successo, e finisce tra loro due. Avranno evitato scenate proprio perché ci sono in casa tre figli e devono pensare a loro».

Chi idea si è fatta lei di Floriani? «Lo conosco poco. L’avrò visto due o tre volte in vita mia. Sì, mi ricordo il giorno del loro matrimonio: lui in divisa, Alessandra bellissima, ma non posso certo dire di conoscerlo bene».

Però, anche se Floriani avesse chiesto perdono è un po’ difficile che la moglie perdoni in questi casi...
«Eh lo so, ma sono cose che avvengono, sa? Non è il primo uomo che si comporta così. Certo, con le ragazzine è grave, se sarà accertato che è vero è gravissimo, ma succede a tanti uomini sposati che vanno con altre donne. Insomma, non è certo il primo marito che tradisce la moglie. Però è gravissimo, intollerabile, il fatto che sia andato con delle minorenni».

Tanti parlamentari, quasi tutti di centrodestra, hanno mandato messaggi di solidarietà e vicinanza alla senatrice Mussolini. Secondo lei c’è il rischio che la sua attività politica risenta di questa storia del consorte?
«Ma no, perché? Oggi non è più problema per niente, tesoro. Oggi la nostra vita è talmente frenetica e strana che nulla ormai fa più impressione. Tra dieci giorni ce ne saremo già dimenticati, tra un mese è passato tutto. La gente avrà altro a cui pensare e ci saranno altre inchieste da commentare. Io capisco che adesso si parli tanto di Alessandra Mussolini e del marito sotto indagine, poi lei è una donna conosciuta ed è normale, ma tra un po’ l’attenzione si sposterà altrove. I giornali si occuperanno di altro».

A proposito di gente conosciuta. Cosa pensa di Beppe Grillo che ha paragonato il premier Renzi a Benito Mussolini? «Dato il clima del povero Mussolini, non è che gli faccia un grande piacere a Renzi... Certo il premier è tuttofare, è sicuro di sé, ma bisogna vedere perché quello prima ha portato lavoro e poi il benessere e la tranquillità. Mussolini ha bonificato l’Agro Pontino, ad esempio. Voglio vedere se Renzi poi mantiene tutto quello che promette. Noi siamo carichi di debiti e invece ho visto che il capo del governo non propone lavoro. Se non porta lavoro non arrivano i soldi! Se una famiglia non lavora non mangia e quindi i soldi chi glieli dà a Matteo Renzi?».

Quindi le piace Grillo?
«Per me Grillo c’ha i grilli per la testa, di nome e di fatto! Ma chi gliel’ha fatto fare di mettersi a fare politica. Con quella parrucca di capelli che ha in testa, avrebbe fatto bene a starsene tranquillo a casa. Poverino».

Brunella Bolloli

Strade più sicure grazie al cloud In Svezia le auto si parlano

Corriere della sera

di Lino Garbellini

Computer segnalano strade ghiacciate e buche agli automobilisti in arrivo


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Volvo assieme all’Ente dei Trasporti Svedese (Trafikverket) e quello per la Gestione della Rete Stradale Pubblica norvegese (Statens Vegvesen) mette a punto un progetto di sicurezza stradale con la tecnologia «cloud». L’idea è realizzare un sistema in cui le informazioni sulle condizioni del fondo stradale provenienti dalle singole auto siano condivise attraverso il Web e quindi disponibili per tutti gli automobilisti scandinavi. Il Cooperative ITS (Sistema di Trasporto Intelligente Cooperativo) utilizza i dati rilevati in tempo reale sui tratti stradali con fondo scivoloso sia per avvertire i veicoli in transito nelle vicinanze sia per aumentare l’efficienza della manutenzione stradale nel periodo invernale.
Notizie in tempo reale
Quando un’auto utilizzata per il test segnala un tratto di strada ghiacciato o con fondo scivoloso, l’informazione è trasmessa ad un database centrale attraverso Internet. Dopo essere stato elaborato da un computer centrale, il dato è poi condiviso in tempo reale con gli altri veicoli in transito nella zona, per consentire agli automobilisti d’evitare la situazione critica. L’avviso avviene con un segnale sul quadro strumenti, la grafica riflette il livello di pericolosità della situazione, tenendo conto della velocità dei veicolo e delle condizioni stradali del momento. «Attualmente sono 50 le auto circolanti che partecipano al progetto e il prossimo inverno questo numero crescerà. Il nostro obiettivo è quello di mettere questa tecnologia a disposizione dei nostri clienti nel giro di pochi anni» chiarisce Erik Israelsson, Responsabile Volvo del Sistema di Trasporto Intelligente Cooperativo. «Questo progetto pilota è uno dei primi esempi pratici di come la comunicazione fra veicoli attraverso la rete mobile consenta a questi di «dialogare» fra loro e con il contesto di traffico circostante. Ciò può contribuire a rendere più sicure le strade» continua Israelsson.
I dati servono a tenere le strade pulite
Su un altro fronte, le informazioni raccolte sono trasmesse anche alla società di gestione della manutenzione stradale e vanno a complemento dei dati forniti dalle centraline di misurazione esistenti. «Nel momento in cui l’ente che gestisce la rete stradale ha accesso a informazioni provenienti da un numero elevato di veicoli, i dati possono essere utilizzati per rendere più efficiente la manutenzione stradale durante il periodo invernale» continua Erik Israelsson. L’intenzione della casa svedese è quella d’utilizzare in futuro questi servizi cloud non solo per la segnalazione di problemi sul manto stradale, ma anche con altre applicazioni. «Il potenziale in quest’area è notevole e include la possibilità di rendere il traffico più sicuro, la guida più agevole e il flusso automobilistico più scorrevole» conclude Israelsson. Sul fronte della privacy Volvo assicura che i dati aggregati riguardano solo le condizioni della strada e non il singolo veicolo, però considerata la delicatezza delle informazioni e il numero dei soggetti coinvolti, rimane qualche perplessità in merito alle future applicazioni di questo sistema.

26 marzo 2014 | 13:20

Il parcheggio della Kyenge fa infuriare il politico azzurro

Andrea Zambrano - Mer, 26/03/2014 - 08:19

L'ex ministro al Comune di Bologna con auto blu e scorta


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«Neanche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva osato tanto». È sbottato così il capo­gruppo di Fi in consiglio comunale a Bologna, Miche­le Facci quando si è visto arrivare a Palazzo l’ex mini­stro Cécile Kyenge ( nella foto ) con tanto di «auto blu di rappresentanza e scorta».L’auto di quella che oggi è «semplicemente» una deputata del Pd viene par­cheggiata dentro al cortile d’onore, di Palazzo D'Ac­cursio, uno spazio interdetto a tutti i mezzi. Solo la di­pietrista Silvana Mura, nel 2004 quando fu nominata assessore, sgommò con la sua auto lì dentro, salvo poi scusarsi per la gaffe commessa. A maggior ragione adesso,il berlusconiano guardando all’ingressodel­la Kyenge con tanto di scorta e in luogo vietato si inter­roga: «A che titolo?»

Record a Napoli, 60 famiglie su 100 rubano l'energia elettrica: ecco la tecnica

Il Mattino


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NAPOLI - Sessanta dei cento occupanti i cosiddetti «bipiani» del quartiere Barra di Napoli rubavano l'energia elettrica grazie ad allacci abusivi alla rete Enel : a scoprirlo sono stati i carabinieri del Nucleo Operativo di Poggioreale, nel corso di controlli nel degradato complesso di edilizia popolare di via Volpicella eseguiti in collaborazione con il personale tecnico dell'Enel.

Pericolosissime le derivazioni dalla rete elettrica realizzate da ignoti con morsetti metallici e saldature collegati a fili volanti diretti verso le abitazioni. Dopo il sopralluogo e i rilievi dei carabinieri, i tecnici hanno provveduto a rimettere in sicurezza l'impianto ripristinando la rete elettrica.

mercoledì 26 marzo 2014 - 13:33   Ultimo agg.: 13:39

Caffè arabica, decodificato il genoma

Corriere della sera

di Giovanni Caprara

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Anche il caffè ha il suo genoma, cioè la carta di identità genetica dei 2,6 miliardi di basi di cui è formato. E, per curiosità, la catena a doppia elica sulla quale sono distribuite, è lunga 140 centimetri. Stiamo parlando del caffè arabica, il più diffuso, perché rappresenta il 70 per cento della produzione mondiale. Il caffè arabica ha due progenitori che sono il Coffea canephora e il Coffea eugenioides e inizialmente si è lavorato per comprendere e distinguere le doti diverse dei due genomi originari che non si sommano ma si combinano. Ciò consente di comprendere meglio il «figlio» che accompagna i momenti di piacere (ma non solo) della nostra giornata.
Tre università coinvolte
L’operazione, compiuta per la prima volta, è il frutto di un gruppo di una ventina di ricercatori delle università di Trieste, Udine e Padova e della società Dna Analytica, spin-off dell’ateneo triestino. In passato era stato sequenziato il caffè robusta, una pianta ben più semplice perché ha la metà dei cromosomi di arabica (44). «Il lavoro è durato oltre sei anni», spiega il professor Giorgio Graziosi di Dna Analytica alla guida dello studio, «e apre le porte a ricadute nelle conoscenze e nella produzione di grande importanza per il futuro». Il progetto è stato sostenuto da Illycaffè e Lavazza, virtuosamente insieme per l’occasione in un’impresa scientifica di interesse comune. Ma perché sequenziare il genoma di arabica ?
Più vulnerabile con il clima che cambia
Gli scopi sono diversi e tutti molto importanti. La pianta, intanto, che cresce selvatica sugli altipiani dell’Etiopia (ha un’altezza che raggiunge i dieci metri), è delicata nella sua natura e oggi lo scopo fondamentale è quello di difenderla da un clima che sta cambiando in modo evidente. «Questo significa che le variazioni della temperatura e delle stagioni la rende più vulnerabile con fioriture diverse e più soggetta alle malattie», nota Andrea Illy, autore di vari libri sugli aspetti scientifici del caffè e chairman del Promotion and market development committee dell’Interational Coffee Organization. Quindi il primo obiettivo attraverso la conoscenza del genoma è quello di renderla più resistente e meglio adattabile al cambiamento climatico aiutando anche una maggiore sincronia nella maturazione dei frutti. Di conseguenza si mira ad aumentare la sicurezza alimentare del prodotto migliorandone e accrescendone la qualità e pure gli aromi.

95d65b6f9e61215Base di partenza

«Lo sforzo nella ricerca», aggiunge Illy, «è rivolto inoltre a investigare e rafforzare gli aspetti positivi legati alla nostra salute tenendo conto, ad esempio, delle sostanze antiossidanti che contiene. Ma per arrivare a nuovi risultati bisogna indagare a fondo le diverse piante, estendendo la loro biodiversità come è accaduto per il vino». Il risultato finora raggiunto è comunque soltanto una base di partenza del grande lavoro ancora da compiere. «Il progetto è aperto ad altre collaborazioni, oltre che italiane anche straniere, sia sul fronte delle indagini che del loro finanziamento», precisa Giuseppe Lavazza, contemporaneamente chairman di Initiative for Coffee & Climate – International Coffee Partners. «E i risultati», aggiunge, «saranno disponibili per possibili applicazioni sia agronomiche che industriali, sostenendo un settore per il quale l’Italia ha una rinomata fama internazionale».

25 marzo 2014 | 12:21

Dal Sudafrica alla Croazia per amore La storia a distanza fra due cicogne

Corriere della sera

Ogni anno lui, Klepetan, vola per 13 mila chilometri per raggiungere lei, Malena, che non può più volare da quando i cacciatori l’hanno ferita. Un amore lungo 12 anni


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Puntuale come ogni anno, con l’arrivo della primavera Klepetan, il maschio di una coppia di cicogne, è tornato in Croazia per raggiungere la sua Malena. Per incontrare la compagna, che a causa di una vecchia ferita procuratale da alcuni cacciatori non riesce più a fare la lunga traversata stagionale, il maschio ha percorso in volo tredici mila chilometri dal Sudafrica.

Questo è il dodicesimo anno consecutivo che Klepetan raggiunge la sua Malena (Piccola, in croato) nel loro nido, dove lo aspetta per accoppiarsi, nel villaggio di Brodski Varos, nell’est della Croazia. Malena trascorre gli inverni sul tetto della casa di Stjepan Vokic, un bidello pensionato, che dal 1993 si prende cura della cicogna, dopo che alcuni cacciatori l’avevano colpita a un’ala procurandole una ferita che le impedisce di volare. «Quest’anno Klepetan è arrivato con dodici ore di anticipo rispetto al solito, mi ha svegliato ieri mattina presto, io e Malena lo aspettavamo per oggi», racconta Vokic al giornale Jutarnji list. Negli altri nidi, aggiunge, le cicogne torneranno tra cinque o sei giorni, mentre «lui è sempre il primo ad arrivare perché sa che la sua Malena lo aspetta impaziente».

La storia d’amore tre le due cicogne di anno in anno riceve una grande attenzione mediatica, e anche questa primavera la stampa non è mancata all’appuntamento. «È un bene che sia così - spiega Mirjana Krizmanic, una psicologa croata, autrice di libri self-help - perché si tratta di una bellissima storia, che spesso manca nei titoli di stampa dedicati a noi esseri umani, ed è giusto che la gente riconosca il suo fascino».

24 marzo 2014 | 17:47

Coincidenze

La Stampa
Massimo Gramellini


Aula di Montecitorio, tempio della Repubblica. Si alza a parlare il deputato Davide Tripiedi: «Sarò breve e circonciso» esordisce, e l’ex cronista sportivo che è in me sente l’eco mai spenta di certe interviste giovanili a Trapattoni: «Ragazzo, ti racconto tutto ma mi raccomando: che resti circonciso tra noi». Intorno all’onorevole oratore scoppiettano risatine. Quand’ecco intervenire dal pulpito il vicepresidente della Camera in persona, Simone Baldelli, nei panni dell’autorevole correttore: «Coinciso!» sogghigna saccente. «Circonciso è un’altra cosa». Se è per questo, anche «coinciso»: participio passato del verbo coincidere. 

Non ha importanza a quali gruppi appartengano i due fenomeni (Cinquestelle e Forza Italia: che resti circonciso tra noi). Più istruttive le loro biografie ufficiali. Tripiedi è un idraulico con la licenza media, mentre Baldelli è laureato, ha scritto una «Guida ai misteri della Camera» sottilmente autobiografica e nutre una spiccata passione per la pittura, la fotografia, la musica e lo sport, insomma per qualsiasi cosa che non sia la grammatica. Il suo errore è più fastidioso perché intendeva correggerne un altro: ha l’aggravante della presunzione. Ma sarebbe ipocrita continuare a scandalizzarsi per l’ignoranza dei nuovi politici, perfettamente in linea con il livello medio della popolazione. Da tempo abbiamo smesso di pretenderli migliori di noi. Le persone preparate esistono ancora, ma non si candidano: hanno di meno peggio da fare. 

Alcuni giorni con Nauta

La Stampa
Yoani Sánchez




“La fila è lunga ma scorre rapidamente”, mi dice una persona nei dintorni di un Ufficio di Cubacel. Dopo un’ora e diverse grida del custode contro chi si accalcava alla porta, riesco a entrare. Un’impiegata con la faccia assonnata mi avverte che potrò soltanto aprire la posta elettronica Nauta, ma che “non è assolutamente possibile configurare il proprio account nel telefono mobile”. Le lancio una provocazione: “Non importa, so farlo, ho già scaricato il manuale di Internet”. Le mie parole raggiungono lo scopo, perché mi chiede incuriosita: “Ah, sí …? E potresti aiutare una mia amica che non sa farlo?”. 

Il lettore non deve sorprendersi. Siamo a Cuba, un paese dove restrizioni e caos si confondono, dove la stessa struttura che dovrebbe aiutare i clienti, finisce per chiedere assistenza a loro. Alla fine ho dato una mano alla sua amica per attivare la casella e-mail. 

Visto che siamo entrati in confidenza, mi permetto di chiedere un po’ di informazioni a quella signora annoiata. “Sono certa che presto offriranno accessi Internet dai cellulari”, dico come semplice commento. Un rumore con la lingua e un “non farti illusioni”, giungono dal lato della scrivania. Vado al contrattacco: “Bene, se questo è per il cavo del Venezuela immagino che amplieranno il servizio” . A quel punto l’impiegata mi sussurra: “Quel cavo serve ad altro”, mentre avvicina il dito indice a un occhio come per dire: “sorveglianza”. 

Vado verso casa, inciampando a ogni passo, per guardare lo schermo del cellulare e fare attenzione alla busta che segnala la presenza di nuovi messaggi. La prima cosa che faccio è scrivere a diversi amici e familiari per avvertire che “questa posta elettronica @nauta.cu non è fidata né sicura, però …”. E continuo elencando molte idee per utilizzare una casella di posta carente di privacy, ma che posso controllare a ogni ora dal mio cellulare. Chiedo a diversi conoscenti che mi iscrivano ai servizi di notizie nazionali e internazionali diffuse a mezzo e-mail. Dopo soltanto un’ora, un’alluvione di informazioni e articoli di opinione affollano il mio display. 

Passo i giorni successivi a cercare di sapere tutto il possibile sul servizio, tracciandone limiti e potenzialità. Concludo che per inviare foto risulta molto più economico rispetto al vecchio sistema a mezzo MMS. Prima, l’unica possibilità consisteva nel mandare un’immagine pagando 2.30 CUC (2 USD) a una lentezza esasperante. Adesso, si possono aggiornare tanto Flickr, TwitPic come Facebook grazie al servizio di pubblicazione tramite posta elettronica, spendendo 0,01 CUC per ogni kilobyte inviato. Una foto standard per il web non supera i 100 Kb.

Tra le caratteristiche di Nauta, spicca anche la possibilità di scambiarsi lunghi testi - molto di più dei 160 caratteri di un SMS- con utenti di Cubacel che abbiano attivo il servizio. Nelle prime 48 ore sono riuscita a inviare elenchi di notizie ad altri attivisti che vivono in varie zone di Cuba. Fino ad ora tutti i messaggi sono arrivati... anche se nel contratto di Nauta è presente la minaccia di sospendere il servizio se con questo mezzo vengono svolte “attività (...) contro l’indipendenza e la sovranità nazionale”.  Ho fatto anche alcune prove da diverse province per valutare il funzionamento della connessione GPRS, necessaria per ricevere e inviare messaggi di posta. Ho potuto collegarmi senza grandi problemi sia dall’Avana come da Santiago de Cuba, Holguín, Camagüey e Matanzas.

A parte quando ero in qualche punto della strada privo di segnale anche per chiamare, il resto dei tentativi ha avuto successo. Non tutte sono buone notizie. Contemporaneamente al nuovo servizio di posta elettronica dai cellulari, si è notato un certo peggioramento per quel che riguarda l’invio di SMS. Centinaia di messaggi negli ultimi giorni non sono mai arrivati ai loro destinatari, anche se sono stati riscossi con prontezza dall’impresa telefonica, cosa che fa pensare a un’azione di censura o al collasso della rete. Preferirei credere all’ultima ipotesi, se non fosse che tra i maggiori danneggiati si leggono nomi di attivisti, oppositori, giornalisti indipendenti e cittadini scomodi. 

D’altra parte, non dobbiamo peccare d’ingenuità. Nauta ha tutte le caratteristiche di una rete carnivora, che porta informazione e consegna la nostra corrispondenza con finalità di sorveglianza. Molto probabilmente contiene un filtro per parole chiavi e svolge un monitoraggio costante su certi account personali. Nei casi in cui il governo lo reputi conveniente, non escludo la pubblicazione sui media ufficiali del contenuto dei messaggi privati. Potrebbero anche alterare l’identità per danneggiare il prestigio di alcuni clienti o usare certe informazioni - come messaggi di posta elettronica scambiati su reti sociali - per farsi passare per loro. 

Dobbiamo mettere in conto tutte queste possibilità quando usiamo il nuovo servizio, perché non esiste alcuna indipendenza tra l’impresa di telefonia e i servizi segreti del paese. Quindi parole scritte, nomi, opinioni inviate tramite Nauta, potrebbero andare a finire negli archivi della Sicurezza di Stato. Cerchiamo, quindi, di non facilitare il loro compito. Dopo aver passato una settimana con Nauta la mia impressione è che si tratti di una crepa che si apre, dalla quale possiamo far uscire la nostra voce, ma che al tempo stesso potrebbe crearci dei problemi. Certo, è un’imitazione del web, un’Internet poco efficiente, un servizio che è lontano anni luce da ciò che devono pretendere i cittadini del XXI secolo. 

Nonostante tutto, suggerisco di utilizzare questa nuova possibilità per cercare di superare i suoi limiti, proprio come abbiamo fatto con i messaggi di solo testo. Usato con cautela, ma con coscienza civica, questo strumento può aiutarci a migliorare la qualità e la quantità di informazioni che riceviamo e la nostra presenza sulle reti sociali. Come dice il suo stesso nome, se non ci lasciano essere internautas... per lo meno proviamo a essere nautas.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La procura generale di Milano: "Assolvete Dolce e Gabbana"

Luca Fazzo - Mar, 25/03/2014 - 13:55

Il Pg: "Devo aspettarmi un intervento su Marchionne e sulla Fiat quando verrá trasferita in Olanda?"


Assolvete Dolce e Gabbana: a sorpresa, questa mattina la procura generale di Milano ha chiesto alla corte d'appello di annullare le condanne a un anno e otto mesi di carcere inflitte ai due stilisti, accusati di omessa dichiarazione dei redditi.


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È una svolta abbastanza clamorosa, visto che nell'impeachment dei due stilisti si era spesa non solo la Procura della Repubblica ma anche la giunta comunale di Milano, che attraverso il suo assessore al commercio Franco D'Alfonso aveva pesantemente attaccato D&G, dichiarandoli indegni di usufruire di spazi pubblici in città. I due stilisti avevano reagito aspramente, e lo scontro non si era mai del tutto risolto. Nel 2008 la procura della Repubblica milanese aveva messo sotto inchiesta D&G sostenendo che la società lussemburghese creata per lo sfruttamento dei marchi della maison era solo un trucco per beneficiare l'aliquota fiscale del 4 per cento prevista nel principato. La società Gado, con sede in Lussemburgo, era secondo la procura solo una scatola vuota mente tutte le attività commerciali si svolgevano a Milano.

Ora la richiesta di segno opposto della Procura generale, che - se verrà fatta propria dalla Corte d'appello, la cui sentenza è prevista il 4 aprile - spazzerà via la condanna che nel giugno scorso aveva dichiarato Stefano Dolce e Domenico Gabbana, insieme ad alcuni collaboratori tra cui il fratello di Dolce, Alfonso, innocenti dell'accusa di dichiarazioni infedele dei redditi ma colpevoli del reato di omessa dichiarazione. La condanna primo grado era arrivata dopo un percorso complesso: l'accusa originaria di truffa ai danni dello stato era stata già dichiarata inconsistente in sede di udienza preliminare, ma la cassazione aveva ordinato un nuovo processo ritenendo che non si trattasse di un caso di truffa ma di violazione delle norme tributarie. Ed era arrivata la condanna, relativa agli anni di imposta 2004 e 2005.

Ma stamattina nell'aula del processo d'appello è apparso a rappresentare la pubblica accusa il sostituto procuratore generale Gaetano Santamaria, che ha demolito l'impianto accusatorio nei confronti di Dolce e Gabbana. Il pg ha definito la sentenza della Cassazione "corposa ma un po' generica" . E, dopo avere fatto presente che l'accusa relativa al 2004 è ormai prescritta, e ricordando che la Gado ha comunque versato 40 milioni di euro al fisco, l'imputazione del 2005 va anche essa dichiarata inconsistente. È vero, dice polemicamente Santamaria, che col trasferimento in Lussemburgo gli stilisti sono passati da una tassazione del 45 per cento ad una del 4. "Come cittadino e contribuente italiano posso indispettirmi per questo risultato che mi fa tanto rabbuiare.

Posso plaudire alla Guardia di finanza che accende i riflettori, però posso allora aspettarmi un intervento su Marchionne e sulla Fiat quando verrá trasferita in Olanda. Ma come operatore della legge devo spogliarmi da ogni pregiudizio. La comunità europea ha detto che operazioni di questo genere sono in se legittime, che nessuna norma vieta la ristrutturazione del gruppo come è stata fatta, che la cessione dei marchi è lecita, che il trasferimento un paese della comunità rientra nelle libera scelta imprenditoriale e nel diritto alla libera circolazione". Certo, tutto cambierebbe se la sede in Lussemburgo fosse stata fittizia. Ma secondo il pg la sede della Gado era "pienamente adeguata alle esigenze".

E la scarsità di personale si spiega col fatto che come tutte le "odierne realtà che vogliono abbattere costi fisso di beni strumentali e non vogliono aver a che fare con dipendenti, sindacati e quant altro" si era affidata a una società di servizi esterna. Dolce e Gabbana, sostiene il rappresentante dell'accusa, "pensano in grande come si conviene all squadra di un grande gruppo italiano della moda che è presente in tutto il mondo", e la scelta del Lussemburgo era finalizzata allo sbarco in borsa. "Lussemburgo ha la borsa più vivace d'Europa perché il suo regime fiscale è in grado ai attrarre capitali, e cosa vuole una società che si quota in borsa se non attrare capitali?".

Oltretutto, ha spiegato Santamaria, non c'è alcuna prova che Dolce e Gabbana si occupassero del settore contabile e amministrativo. Anzi, c'è la prova che i due "si affidano a persone di fiducia per tutti gli assetti non legati alla creatività". Per questo "una condanna penale contrasta con il buon senso giuridico", ha concluso chiedendo l'assoluzione con formula piena di D&G. Assoluzione piena chiesta anche per i quattro imputati minori.

La "paghetta" ai carcerati torturati

Vittorio Feltri - Mar, 25/03/2014 - 07:47

Carceri incivili e rimborso assurdo: pagare i detenuti è roba da matti. Meglio l'amnistia

Ieri c'era un articolo di Liana Milella sulla Repubblica in cui l'autrice discettava del cosiddetto piano carceri studiato dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, allo scopo di prevenire - scongiurare - le punizioni europee previste per chi, come l'Italia, tratta i detenuti in modo disumano, contrario alle disposizioni comunitarie nonché a criteri umanitari.


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In che senso? Noi italioti, per essere chiari, siamo talmente stupidi da impostare la nostra giustizia sulla galera. Commetti un reato, piccolo o grande? Affari tuoi. Ti meriti qualche annetto o mesetto (se ti va di lusso) in cella. Dipende dalla generosità del dottor giudice che, secondo propria discrezionalità, applica le leggi cretine dello Stato, le più cretine del mondo non soltanto occidentale.

Di cretineria in cretineria, siamo arrivati a infoltire di gente le prigioni, sovraffollandole al punto tale da renderle simili a lager: detenuti stipati uno sopra l'altro in spazi ridotti, quali sardine in scatola. La Ue non è d'accordo con questo sistema, così come chiunque abbia un minimo di sale in zucca. Il galeotto non è uno scarafaggio (ammesso e non concesso che gli scarafaggi non vadano rispettati quali esseri viventi) e merita misericordia. Non è lecito maltrattarlo. O l'Italia si rassegna a rendere le carceri vivibili o paga dazio in misura considerevole.

Sappiamo che l'Europa è una schifezza e ci fa campare da cani, tuttavia sappiamo altresì che noi stessi siamo crudeli nei confronti di chi finisce dentro. Dobbiamo quindi ragionare e dimostrare che siamo capaci di essere civili. O ci diamo delle strutture idonee per castigare i reprobi, oppure - in caso contrario - i reprobi siamo noi e meritiamo di essere adeguatamente redarguiti. E allora? Onde evitare sanzioni gravi, il governo italiano, nella persona del ministro Orlando (Pd), ha studiato il modo per farla franca. Ma ha studiato male, poveraccio. Udite che cosa ha escogitato. Per alleggerire le prigioni, ha deciso di concedere uno sconto di pena del 20 per cento a coloro i quali sopportano una situazione assurda, essendo ristretti in uno spazio appena sufficiente forse per un topo e non di sicuro per una persona.

Non solo: il ministro è talmente «buono» che immagina di versare 10 o 20 euro al giorno, a titolo di indennizzo, ai detenuti «torturati». Con questi provvedimenti ridicoli ovvero inadeguati, Orlando suppone di cavarsela, ottenendo il plauso dell'Europa. Roba da matti. Pur di non accordare l'amnistia a chi è stato privato della libertà, egli è pronto a ricorrere a soluzioni che tali non sono. Ma si può essere più stolti di così? Tu mi costringi a sopravvivere in 3 metri quadrati, ovviamente insieme ad altri, la cui bella personalità vi lascio immaginare, e, in cambio dell'afflizione che mi infliggi, mi dai 10 o 20 euro al dì? Ma che razza di ragionamento presiede a questa decisione cervellotica e meschina?

Non si rende conto il ministro che qui siamo di fronte a persone sottoposte a un regime carcerario che fa ribrezzo e va modificato radicalmente? L'Italia, in materia di reclusione, è a livello di Zanzibar e necessita di riforme strutturali. Cambiano i governi, ma non c'è nessuno che abbia il coraggio di ripartire da zero, restituendo al sistema un minimo di dignità? Il discorso è semplice: o più galere per tutti - che costano - o meno galera per chi sbaglia e pene alternative. Lasciamo perdere l'indulto che cancella le condanne, ma non il reato, e introduciamo l'amnistia, che azzera tutto e consente di ricominciare da capo. Non è una buona idea, lo so. Ma chi ne ha una migliore? Poiché nessuno aprirà bocca, ditemi quale altra alternativa si propone? Pagare le multe alla Ue e non cambiare niente? L'inciviltà non è la nostra aspirazione.

La Lombardia che sogna la secessione “Presto un referendum come in Veneto”

La Stampa
stefano rizzato

Regione divisa in cantoni e democrazia diretta, il movimento Pro Indipendenza vuole una “Svizzera al di qua delle Alpi”: «Ma con la Lega non c’entriamo nulla»



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Sognano una secessione come quella della Crimea, ma morbida, senza eserciti e annessioni. Vogliono un Europa unita e coesa, ma spezzettata in un’ottantina di Stati diversi. E puntano a trasformare la Lombardia in una seconda Svizzera, con i cantoni, la democrazia diretta e i referendum. E pure un pezzo di Piemonte, le attuali province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola. Leggere, per credere, il sito del movimento Pro Lombardia Indipendenza: “L’attuale Regione Lombardia è figlia di un disegno centralista che non ha volutamente rispettato i reali confini”, spiegano. Con tanto di cartina modificata (vedi foto).

Gli indipendentisti del Nord, insomma, non sono solo veneti. Mentre i “colleghi” della laguna raccoglievano due milioni di firme secessioniste virtuali, vere o fasulle, quelli lombardi si attrezzavano con gazebo in punti strategici di Milano. Per loro il referendum è solo rimandato. “Non c’è una data: la Lombardia ha il doppio degli abitanti e comprende una metropoli come Milano, dove un’iniziativa simile è molto difficile”, spiega Giovanni Roversi, 28 anni, presidente del movimento. “Quella in Veneto è stata un’iniziativa positiva, che ha tolto la cappa d’ignoranza su un tema di cui fino a poco tempo fa non si parlava”.

In attesa di consultare il popolo, i Pro Lombardia fanno fronte comune con catalani e scozzesi, che andranno alle urne in autunno, e con gli altri secessionisti del continente. “L’appuntamento è per il 30 marzo a Jubelpark, Bruxelles, con una manifestazione congiunta per l’autodeterminazione”, continua Roversi. “L’obiettivo è costruire un’Europa dei popoli, che faccia fronte comune contro lo strapotere di Stati Uniti, Russia e Cina e che non sia più portata avanti dagli Stati nazionali, che hanno fatto fallire il progetto”. 

Quello catalano è l’esempio più luminoso indicato dagli indipendentisti lombardi. Roversi, originario di Cussago in provincia di Brescia, spiega perché: “Lì è la Generalitat, un’istituzione, a portare avanti il progetto e anche qui sarebbe il caso che si muovesse la Giunta regionale. Invece la Lega ha sempre usato la secessione come uno slogan per tenere uniti i militanti, ma non l’ha mai voluta davvero. E infatti non ha appoggiato il referendum veneto, fatto in modo privato e autorganizzato”.

La divergenza con Maroni e il suo partito è assoluta. “Non vogliamo l’indipendenza per alzare muri – dice Roversi – né in contrapposizione con altri popoli: per noi un siciliano è un fratello europeo come un cittadino della Baviera o della Galizia. Noi facciamo un discorso inclusivo”. L’unico punto di contatto con la Lega, anche a livello di retorica, è sull’economia: “Qui abbiamo il residuo fiscale più alto, cioè il massimo di differenza tra tasse pagate e ciò che lo Stato restituisce. Essere indipendenti significherebbe non dover più aspettare il fieno da qualche ministero di Roma per costruire qualcosa, evitare di veder volare via miliardi di euro senza ritorno sul territorio, dispersi in burocrazia e corruzione”.

Ma l’obiettivo, assicurano i paladini dello Stato lombardo, va molto oltre le tasse e le questioni di soldi. È creare una Svizzera al di qua delle Alpi. “Non vogliamo fare della nuova Lombardia una nuova Italia, ma dare vita a un tipo diverso di Stato. Ci ispiriamo alla federazione elvetica, che ha istituzioni molto simili a quelle dell’antica Lombardia e strumenti di democrazia diretta come appunto i referendum”. Nel programma c’è anche l’immancabile richiamo all’identità linguistica. Per il movimento pro indipendenza, il dialetto – pardon, il “sistema linguistico autoctono” – lombardo va promosso a fianco dell’italiano, come modo per stimolare l’intelligenza e l’apertura mentale. “Non è un dialetto, ma una lingua e lo dice anche il professor Marco Tamburelli della Bangor University, in Galles”, chiosa Roversi. A Milano, dove un residente milanese su cinque è di origine straniera, chissà che ne pensano davvero.



Veneto, un milione vota: via dall’Italia
La Stampa
davide lessi

Domani i risultati simbolici di un referendum indipendentista, ma naturalmente non ha valore legale


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L’ora “x” è fissata. «Domani alle 18 dichiariamo la secessione», dicono convinti. Come in Crimea anche in Veneto da domenica scorsa si sta votando il referendum per l’indipendenza. Dall’Italia, da «Roma ladrona», da uno Stato che «continua a mungere» una vacca che, dopo la crisi, tanto grassa non lo è più: secondo i dati di Unioncamere, diffusi ieri, il Pil regionale è tornato ai livelli di tredici anni fa. E allora via, si vota. Poco importa che farlo non abbia nessun valore legale.

«Siamo già 1 milione e 307 mila», dicono con toni trionfali da Plebiscito.eu, il comitato che ha organizzato la consultazione. Il quesito principale è: «Vuoi tu che il Veneto diventi una Repubblica Federale indipendente e sovrana?». A ieri hanno risposto, secondo i dati degli organizzatori, «il 35,02 per cento degli aventi diritto» in Veneto. Pur ammettendo qualche “abuso”, un’enormità. Si vota online sul sito del comitato ma anche nei gazebo allestiti nelle sette province.

Un voto più complesso di quello di Simferopoli, insomma. Ma l’accostamento, Veneto-Crimea, suggestiona tanti. «Dal Canal Grande al balcone di Giulietta un “sì” per tagliare i legami con Roma», il titolo da cartolina scelto da The Independent. Venezia, tolto qualche simbolo identitario - come il leone di San Marco -, non c’entra. Ne è convinto il politologo Paolo Feltrin. «La Serenissima la conoscono in pochi, ma dentro ogni veneto c’è un secessionista filo-austriaco», dice sorridendo. Poi torna serio: «Questo è l’ennesimo segnale di insofferenza, di malessere».

Non è un caso che tra gli elettori ci siano “forconi” del comitato 9 dicembre, leghisti fuoriusciti, i delusi dal Movimento 5 Stelle e da Forza Italia. Il popolo del Nordest, insomma: commercianti, imprenditori, partite iva, artigiani «tartassati». Ma anche giovani laureati, disoccupati e cassaintegrati. In tempi di crisi le «piccole patrie», in Sardegna come a Trieste, diventano opportunità. «Sono viste come modelli efficienti», conferma Feltrin. Gli industriali annuiscono. «La colpa non è di chi organizza il referendum per l’indipendenza ma di chi, al governo, non ha saputo dare risposte», dice l’imprenditore Massimo Colomban. 

Che il malessere ci sia, e alto, l’ha ben capito Grillo che, solo pochi giorni fa, ha pubblicato sul suo blog la piantina dell’Italia divisa in macroregioni. La Lega, dopo anni al governo regionale e nazionale, questa volta è costretta a rincorrere. «Il popolo va rispettato», ha detto ieri a Roma il governatore Luca Zaia ai cronisti stranieri. Con un occhio rivolto a loro, l’altro a maggio quando ci sarà un referendum legale: il voto europeo. 

La strana intesa fra il pm pugliese e il medico “eretico” anti-vaccini

La Stampa
niccolò zancan

Uno cura l’autismo con l’omeopatia, l’altro indaga sul tema


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Il magistrato, il medico e il grande affare dei vaccini. Riassunto ambiguo. Ma è proprio di questo che si discute in rete da giorni. Se sia opportuno che un chirurgo e un sostituto procuratore, insieme, presentino le loro tesi in un dibattito pubblico. E poi, sempre loro, se ne occupino dal punto di vista professionale. L’uno aprendo un’inchiesta sugli effetti delle vaccinazioni non obbligatorie, l’altro spingendo i suoi pazienti a rivolgersi al magistrato in questione. Succede a Trani, Puglia. E se non è un classico cortocircuito italiano, ci assomiglia. 

Il medico si chiama Massimo Montinari, 56 anni, nato a Bari, studio a Firenze. Titolare di un curriculum scritto in rosso e azzurro di quelli che non lasciano indifferenti: gastroenterologo, pediatra, «medico principale della Polizia di Stato», «consulente della Legione Carabinieri Toscana», «esperto di autismo con nomina dell’Istituto Superiore della Sanità». Da vent’anni sostiene che l’autismo sia curabile con l’omeopatia. In disaccordo con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sostiene che la causa dell’autismo siano proprio i vaccini.

Sostiene anche che il «suo protocollo» sia boicottato dalla «stampa imbavagliata» e «dagli interessi enormi» delle case farmaceutiche. Ha scritto il libro «Autismo, nuove terapie per migliorare e guarire». È sua, questa frase ricorrente: «Sono vittima di una persecuzione». Ed eccolo, infine, il dottor Montinari, in carne ed ossa, sabato 11 gennaio 2014, esporre le sue teorie in un dibattito organizzato dall’associazione La Bussola di Trani. Titolo: «Vaccini e autismo, tutto quello che c’è da sapere». La sala è affollata. E sul palco, al suo fianco, nelle vesti di relatore, siede il pm di Trani Michele Ruggiero. 

In quel momento, ancora nessuna inchiesta è stata aperta sul tema. Succederà solo alla fine di febbraio. Quando i genitori di un bambino malato presenteranno un esposto in procura. Ora, le denunce si stanno moltiplicando. Come la preoccupazione dei genitori. Il dottor Montinari su Facebook lancia appelli di questo tenore: «Considerando l’intervento della Procura di Trani, invito tutti i genitori dei bambini affetti da danno post vaccinale ad inviare le proprie testimonianze al pm.

Credo sia un dovere civile affinché sia fatta chiarezza». Fra i commenti c’è chi scrive: «Non potete fare da punto di raccolta e muovervi come associazione-gruppo?». E c’è chi risponde: «Stiamo attendendo istruzioni dagli avvocati Giuseppe Romeo e Roberto Mastalia». Non è difficile scoprire che l’avvocato Romeo assiste il dottor Montinari. Insomma, finalmente le sue teorie saranno passate al vaglio di una procura. Il reato ipotizzato è «lesioni gravissime». Ma cosa ci faceva il magistrato al dibattito nelle vesti di relatore? 

«Ho conosciuto il dottor Montinari in quella occasione - spiega il pm Ruggiero - non ho esposto tesi preconcette perché non le ho. Ero stato invitato per parlare di colpa medica. Mi sono limitato a dire che se fosse dimostrata una relazione fra i vaccini e l’autismo, avrei ritenuto opportuna un’inchiesta. Non mi sono permesso di dire, in quella sede, che una correlazione c’è. Però parto dal presupposto che diverse sentenze del giudice del lavoro, competente per i risarcimenti, hanno accertato che esiste un nesso di “probabile causalità”».

Ed è così che il dibattito si è trasformato in un’inchiesta giudiziaria su scala nazionale. Ovvio che, a pensar male, qualcuno già immagina che il perito nominato dalla procura di Trani possa essere proprio il dottor Montinari: «Lo escludo in maniera categorica - dice il pm Ruggiero - ho dato mandato ai carabinieri del Nas di individuare esperti di profilo internazionale e assoluta imparzialità». Avremmo voluto chiedere al dottor Montinari le sue riflessioni sul caso, ma alle nove di ieri sera era ancora in studio a ricevere pazienti. 

Quale metodo educativo rischia di stressare i vostri cani?

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Una ricerca punta il dito verso le soluzioni che adottano tecniche “impositive”


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Meglio uno stile autoritario oppure quello basato su tecniche ”gentili”? Il dibattito sul metodo educativo più adatto per i cani è più che mai aperto e spesso divide in maniera drastica e accesa gli operatori del settore. Ora dal Regno Unito arriva una ricerca che aggiunge qualche sassolino sul piatto della bilancia dei secondi: i quattrozampe educati con tecniche “impositive” mostrerebbero segnali di stress anche quindici volte superiori a chi è stato educato con gli atri metodi.

E’ il Telegraph a riassumere i risultati pubblicati sulla rivista “Journal of Veterinary Behaviour” e derivati dal monitoraggio di due scuole di educatori cinofili. In una è stato usato un metodo basato sul “rinforzo negativo” e “punizione positiva”, dove “negativo” e “positivo” non sono da intendersi in senso “morale”, ma nel senso matematico, ossia di aggiungere o togliere qualcosa all’animale: laddove il cane non esegua il comportamento correttamente, l’animale viene guidato con un “rinforzo negativo”, uno stimolo spiacevole che viene tolto quando il comportamento corretto viene eseguito (es: spingere il cane con la mano ad assumere la posizione seduta, fino a smettere quando lui rimane in quella posizione) o con una “punizione positiva” nel caso non si voglia far ripetere il comportamento (es: alzare la voce o strattorlo con il collare, dunque “aggiungendo” un dolore all’animale).

Nell’altra gli animali sono stati educati con “rinforzi positivi” o “punizioni negative”: l’idea è quella di gratificare (rinforzo positivo) il cane quando presenta il comportamento corretto (es: dandogli un croccantino o una carezza dopo che si è seduto) o di adottare una “punizione negativa”, togliendo qualcosa di piacevole al cane per “eliminare” il comportamento scorretto (es: non facendolo giocare). Dopo un periodo di training durato mesi, basandosi su cani della stessa razza ed età, con educatori di proprietari di uguale livello di preparazione, i due gruppi sono stati osservati per come rispondevano ad alcuni compiti assegnati, come la richiesta di “seduto” e il passeggiare al proprio fianco.

Nell’esecuzione del primo comando, gli animali educati con metodi “impositivi” hanno manifestato alcuni segnali di stress: si leccavano il muso (nel 38% dei casi contro l’8% dei cani seguiti con l’altro metodo), sbadigliavano (12% contro nessun caso), postura abbassata del corpo (46% contro 8%). E poi nell’8% dei casi i cani mostravano tremolio e piagnucolavano, aspetti totalmente assenti nel gruppo degli animali della scuola basato su tecniche “gentili”.Complessivamente il 65% dei cani della prima scuola hanno mostrato almeno uno dei comportamenti legati allo stress, contro solo l’8% dell’altro gruppo. Aspetto ancora più evidente se si considera la predisposizione dei cani di quest’ultima classe (nove casi su dieci contro un terzo dell’altra) a cercare lo sguardo dei propri proprietari, segnale che viene interpretato come una volontà a interagire con la propria guida.

Nell’altro esercizio analizzato, passeggiare a fianco al proprietario, i cani educati con metodi “impositivi” mostrano una postura del corpo abbassata (circa il 15% contro il 4% dell’altro gruppo), mentre solo il 4% cerca di interagire con lo sguardo della guida (contro il 65% dell’altro gruppo).

Questi i risultati della ricerca. Numeri abbastanza marcati e che pongono l’attenzione sul benessere dell’animale. Elemento quest’ultimo che, comunque la si pensi, dovrebbe essere sempre al centro di qualunque metodo educativo.

twitter@fulviocerutti