giovedì 20 marzo 2014

L'ipocrisia del Cavaliere Augias

Giampaolo Rossi - Gio, 20/03/2014 - 16:03

Dal salottino della Bignardi ha dichiarato che Berlusconi non può tenersi il titolo. Ma deve spiegare chi era l’agente Donat

Corrado Augias è stato netto e perentorio: dal salottino tv di Daria Bignardi ha dichiarato, con il suo solito stile british con il quale dissimula le prediche, che “Berlusconi è un interdetto e un condannato quindi non può tenersi il titolo di Cavaliere”. Augias è uomo di grande morale, anzi di grande moralismo; è da sempre un fustigatore del berlusconismo, che osserva con la solita superiorità antropologica degli intellettuali radical-chic. Da moralista dell’Italia migliore, a Corrado Augias non basta che Berlusconi si sia autosospeso: vuole che gli venga tolto con ignominia quel titolo di Cavaliere del Lavoro che si è guadagnato grazie alla sua straordinaria attività di imprenditore di successo.

1379940016-augias
D’altro canto anche Corrado Augias è un Cavaliere; per la precisione è Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, onorificenza e titolo che condivide con un altro illustre Cavaliere al Merito: tale Josip Broz, meglio conosciuto come Maresciallo Tito. Eh sì, perché Augias, che si scandalizza perché Berlusconi è Cavaliere, non si scandalizza del fatto che l’onorificenza di cui lui si fregia sia la stessa conferita, nel 1969, ad uno dei più feroci dittatori comunisti della storia, responsabile delle foibe e della pulizia etnica di decine di migliaia di italiani in Istria e Dalmazia.

Ora, la prima questione è capire come sia possibile che la Repubblica Italiana abbia conferito la sua più importante onorificenza ad un massacratore di italiani. La seconda questione è che, come tutti i moralisti, Augias tende a moralizzare la vita degli altri per non affrontare la moralità della propria. Nell’intervista alla Bignardi lui stesso ha cercato di banalizzare, ridendoci sopra, una storia emersa quattro anni fa da un interessantissimo libro del giornalista d’inchiesta Antonio Selvatici e costruito studiando scrupolosamente gli archivi della StB (la polizia segreta cecoslovacca); la storia riguarda un intero dossier, ritrovato negli archivi, dedicato all’informatore italiano Corrado Augias, nome in codice “Donat”.
In 135 pagine si elencavano gli incontri, i rapporti, i resoconti che tra il 1963 ed il 1967 interessavano il giovane Augias, allora funzionario Rai.

Ovviamente all’inizio Augias ha negato, annunciando querele mai presentate e dovendo poi ammettere che quei contatti c’erano stati sotto forma di “blande frequentazioni”. Rimane sorprendente la capacità camaleontica di molti intellettuali e corposi pensatori della sinistra italiana di nascondere la propria storia e le proprie responsabilità rispetto ad un passato ingombrante. Coloro che hanno giustificato gulag, Pol Pot, foibe, dittature caraibiche, rivoluzioni proletarie, che sono stati “frequentatori” di apparati stranieri non certo alleati dell’Italia, sono riusciti a cambiarsi d’abito alla velocità della luce, inserendosi tranquillamente nei gangli del potere.

È la stessa capacità camaleontica che consentì a Berlinguer di denunciare la “questione morale” in politica, dimenticando la “doppia morale” del PCI. Il caso del cavalierato di Berlusconi va oltre la miseria della polemica politica e riguarda l’ipocrisia di un paese che non fa mai i conti con la propria storia. Ora ci aspettiamo due cose: primo, che la Presidenza della Repubblica revochi la vergognosa onorificenza di Cavaliere al Maresciallo Tito. Secondo, che Corrado Augias, il grande moralizzatore, si autosospenda da Cavaliere al Merito in attesa di spiegarci per filo e per segno chi era l’agente Donat. Se, come lui ha detto, “uno che è condannato per frode fiscale non può essere Cavaliere”, allora non lo può essere neppure uno che “frequentava” i servizi segreti nemici.

Il medico delle violenze a Bolzaneto prima premiato e poi licenziato

Corriere della sera

di MARCO IMARISIO

Giacomo Toccafondi era responsabile dell’infermeria della casermaal G8 di Genova. La Asl ha atteso le motivazioni della Cassazione. Per i ragazzi era il «dottor mimetica»


0GID8
Quella storia mi ha rovinato la vita. Magari posso avere commesso degli errori, non lo nego. Ma si tratta di una sola notte. Il prezzo che ho pagato in questi anni è stato troppo alto. Mi arrivavano telefonate di minaccia nel cuore della notte, sono stato tormentato in ogni maniera. L’unica dimensione che non mi è stata tolta è quella lavorativa. Adesso non ho più neppure quella».

Il titolo della storia è quello di una caserma sulle alture di Genova. Nel luglio del 2001 ci portarono i manifestanti fermati alla scuola Diaz. Tra quelle mura accaddero cose terribili. Sevizie, umiliazioni, annullamento della dignità umana. Bolzaneto è forse stata la pagina peggiore del G8, così lontano nel tempo, così vicino nella memoria delle nuove generazioni. Disturbante, difficile da mandare giù per una democrazia, inclassificabile a livello giuridico, data l’assenza del reato di tortura nel nostro ordinamento, talvolta rimossa.

La persona che ha affidato le poche parole di cui sopra ai suoi avvocati si chiama Giacomo Toccafondi. È un medico, che da lunedì non ha più un lavoro, come rivelato dal Secolo XIX . Licenziato in tronco dalla Asl 3 di Genova, dalla quale dipendeva. In quei giorni era il responsabile dell’infermeria del carcere, in realtà una «struttura di smistamento». Il più alto in grado tra i civili, anche se era difficile distinguerlo dagli agenti di Polizia penitenziaria perché aveva deciso per l’occasione di esercitare la professione vestendo alla militare. Le vittime dei pestaggi lo chiamavano «dottor mimetica» per via dei pantaloni che indossava, e fu anche così che i magistrati arrivarono a identificarlo.

La perdita del posto di lavoro da chirurgo è una conseguenza dei comportamenti tenuti durante quella notte. «Ha effettuato egli stesso visite mediche di primo ingresso con modalità non conformi ad umanità e tali da non rispettare la dignità della persona visitata; ha in particolare costretto le persone di sesso femminile a rimanere nude anche alla presenza di uomini, a venire osservate nelle parti intime e a girare più volte su se stesse, così sottoponendole ad una forte e grave umiliazione fisica e morale; a Subri Arianna non forniva alcuna assistenza medica pur avendo la stessa vomitato nella cella e limitandosi a gettarle uno scottex e ordinandole di pulire la cella; a Martensen Jens, il quale si presentava in situazione di sofferenza diceva che non poteva ascoltarlo né visitarlo perché doveva andare a mangiare; insultava direttamente le persone visitate con espressioni quali “abile arruolato”, “pronti per la gabbia”, “alla Diaz dovevano fucilarvi tutte” ed altre analoghe, con tono di scherno e offendendone la libertà morale anche in riferimento a fede politica e sfera sessuale; offendeva l’onore e il decoro di Kutkshkau Anna alla presenza di altre persone nell’infermeria, puntando il manganello contro la bocca ferita della donna, deridendola per i segni di paura da lei manifestati, non esprimendo dissenso quando altre persone presenti in infermeria pronunciavano a mo’ di cantilena le parole “manganello, manganello”».

L’elenco delle accuse e degli episodi che gli venivano contestati era lungo cinque pagine. Il capo di imputazione più denso e dettagliato. Nel 2010 i giudici del processo d’Appello scrissero che Toccafondi agì con particolare crudeltà. Ma era passato molto tempo. I reati erano prescritti, come per tutti gli altri imputati di Bolzaneto. Il tribunale non poteva condannarlo penalmente, ma nelle motivazioni della sentenza scrisse che era comunque colpevole, e avrebbe dovuto rispondere di quei fatti in sede civile, risarcimento delle vittime compreso. All’inizio della scorsa estate la Cassazione confermò. Il procedimento disciplinare aperto dall’azienda sanitaria locale contro Toccafondi nel remoto 2003 poteva così avviarsi a conclusione, con calma.

Tutto questo tempo non è passato invano per il medico genovese. L’indesiderata notorietà non gli ha impedito di togliersi soddisfazioni professionali, con due salti di livello e un premio di produzione da 4.500 euro che gli venne liquidato nel 2010. La notizia divenne pubblica l’estate seguente, in occasione del decennale del G8. La Asl dovette giustificarsi con un comunicato che terminava così: «Non appena saranno notificate a questa Azienda le conclusioni della Cassazione si procederà alle conseguenti azioni». A tutt’oggi, dopo quasi tredici anni e molte responsabilità di poliziotti e medici accertate in via definitiva, il «dottor mimetica» è il solo dipendente pubblico licenziato per i fatti del G8. Farà ricorso al Tar. Ha compiuto sessant’anni lo scorso 6 marzo. Gli mancano pochi mesi per andare in pensione.

Le capitali della felicità in Italia? Genova e Cagliari. Ma se Milano avesse il mare…

Corriere della sera

di Voices from the Blogs


Happiness-500x332
Vita, libertà e ricerca della felicità”. Sono queste parole, scolpite nel testo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, a ricordarci quanto l’aspirazione alla felicità sia un elemento fondamentale nella vita di ognuno di noi. Accanto al Pil, alla ricchezza, e alle libertà politiche di cui i cittadini possono godere, anche il grado di felicità di ciascun individuo merita infatti di essere preso in considerazione nel misurare il benessere e l’efficacia delle nostre democrazie. E proprio con questo spirito l’ONU dall’anno scorso ha istituito la giornata mondiale della felicità che oggi, 20 marzo, celebra il suo secondo anniversario. Ma in Italia dove si è più felice? E quali sono i fattori che influenzano maggiormente il sorriso degli italiani?

Per cercare di rispondere a queste domande, una possibilità è quella di analizzare quello che gli italiani scrivono sui social media. Dopotutto, per manifestare gioia, o tristezza, 140 caratteri sono spesso più che sufficienti, e l’indice iHappy, di cui abbiamo già parlato più volte in queste pagine, è nato proprio con questo obbiettivo in mente. Dall’analisi di oltre 40 milioni di messaggi su Twitter raccolti quotidianamente nelle 110 provincie italiane, emerge che nel 2013 la capitale della felicità in Italia è stata Genova. La provincia del capoluogo ligure si colloca infatti al primo posto con un 75,5% di tweet felici. Al secondo posto, e a poca distanza, troviamo Cagliari (75,1%), mentre nella top-ten compaiono anche Parma (quarta col 72,9%), Bari (settima: 71,7%) e Bologna (71,4%), seconda nel 2012 ma che quest’anno scende al decimo posto.



Quasi tutte le grandi città fanno invece registrare valori di felicità ridotti. Si salva solo Firenze, al 65° posto col 58,2% di tweet felici. Più staccata Roma (54%, e 21 posizioni sotto Firenze), mentre nei bassifondi della classifica troviamo Torino (91° posto), Milano (93°) e Napoli (96°). Insomma, sembrerebbe proprio che vivere nelle metropoli, in un periodo di crisi perdurante, non sia una buona medicina per il sorriso, tra stress da (iper)lavoro (quando c’è), traffico, prezzi più alti e smog. La provincia più triste del 2013 è stata però Aosta (44,2%), seguita da Nuoro (45,8%), che anche quest’anno si conferma in penultima posizione, e Padova (45,9%). Male anche Venezia (48%) e  Olbia-Tempio (49,5%), che come la vicina Nuoro è stata una delle zone più colpite dal ciclone Cleopatra. Se consideriamo invece le regioni italiane, Puglia ed Emilia-Romagna risultano quelle più felici nella classifica di iHappy, con valori intorno al 66%, mentre Lombardia e Veneto si fermano al 53% e sono in fondo alla classifica.


La mappa della felicità italiana: in giallo le province più felici

Ma cosa rende gli italiani felici (o tristi)? Innanzitutto gli italiani sono “meteopatici”. Se lo scorso inverno (50,2%), durante i freddi mesi di gennaio e febbraio, il Bel Paese è stato mediamente triste, a marzo 2013, con l’arrivo della primavera, la felicità balza verso l’alto (67,4%).  La data scelta dall’ONU per celebrare la felicità sembra dunque quanto mai appropriata. Se consideriamo i giorni della settimana, di lunedì si è più tristi (59,2%), mentre i giorni di coppa (il martedì e mercoledì), così come il sabato, sono giorni felici. La felicità migliora poi sensibilmente nei giorni di festa (+1,8%), ma solo quando la festività non cade nel week-end, altrimenti niente vacanza e il giorno di festa diventa un “ponte sprecato”.

Tra le feste è il Natale a farla da padrone (iHappy +14,3%), ma in Italia anche la festa della mamma produce molti sorrisi (+11,1%), così come il giorno che precede la busta paga (un effetto temporaneo però, che scompare in 24 ore: controllare quanto effettivamente rimane in tasca dopo bollette e spese varie probabilmente non aiuta il buonumore). Al contrario, lo spostamento di lancette dovuto all’ora legale genera ansia e depressione, e fa crollare la felicità di oltre 5 punti. Anche la latitudine, infine, può fare la differenza. Risalendo la penisola da sud a nord la felicità diminuisce, tranne nelle provincie in cui c’è il mare. E infatti se Milano avesse il mare…la sua felicità crescerebbe di 1,3 punti.

L’uomo che bruciava i libri

La Stampa

luca castelli

Rimasto senza i soldi necessari per spedire le copie ai suoi sostenitori su Kickstarter, l’autore americano John Campbell le incenerisce e mostra il video online. Riaccendendo non solo i libri, ma anche il dibattito sul crowdfunding


libri_kickstart
I libri continuano a bruciare. Anche nel ventunesimo secolo, persino nel giovane e rampante mondo di Kickstarter. Il 27 febbraio l’autore americano John Campbell ha pubblicato un video in cui mostra il rogo di centoventisette copie del suo “Pictures for Sad Children”. Avrebbero dovute essere spedite ai sostenitori di una campagna di finanziamento lanciata nel 2012, si sono invece trasformate in cenere.

Un epilogo drammatico per una storia iniziata con ben altre prospettive. Autore di una serie di strisce a fumetti pubblicate online (e oggi integralmente rimosse), a maggio del 2012 Campbell ha deciso di trasformare in libro le sue “immagini per bambini tristi”, chiedendo il supporto dei lettori attraverso una campagna di crowdfunding su Kickstarter. Il successo è stato superiore alle previsioni: l’autore aveva fissato un obiettivo di ottomila dollari, in quindici giorni ne sono arrivati più di cinquantamila . Oltre mille sostenitori, altrettante copie da stampare e spedire. 

Ma nei mesi successivi qualcosa è andato storto. Campbell sostiene di aver evaso il settantacinque per cento circa degli ordini. Poi i soldi sono finiti, i costi di spedizione sono diventati impossibili da coprire, i “backers” (i sostenitori su Kickstarter) hanno iniziato a chiedere spiegazioni via email. Dall’inizio del 2014 Campbell ha ricevuto oltre cento email: finché ha ceduto alla pressione e acceso il fuoco. 

La spiegazione del gesto è in un testo lungo e un po’ confuso, pubblicato assieme al video del rogo, con il titolo “It’s over” (“Fine”). Una avvelenata in cui l’autore se la prende con il capitalismo, con la produzione di beni superflui, cita la propria identità sessuale e le cure contro la depressione, alla fine mostra il saldo del suo conto corrente (settecentocinquanta dollari) e dell’account Paypal (zero dollari), confermando l’intenzione di continuare a bruciare un libro per ogni email di protesta ricevuta. 

La reazione dei backers, la maggior parte dei quali aveva pagato tra i 25 e i 75 dollari, è stata di varia natura. C’è chi l’ha presa con ironia e chi si è arrabbiato, chi l’ha buttata sul sarcasmo (“scriviamogli tante email, così almeno spenderà un po’ di soldi in fiammiferi”) e chi ha mostrato empatia per l’autore e preoccupazione per la sua salute. Non sono mancati nemmeno quei guizzi di fantasia caratteristici di certe situazioni sociali online: un backer ha proposto di creare il “Sad Children Book Club”, in cui chi ha ricevuto la copia del suo libro può condividerla con chi l’ha vista andare in fumo. 


È una piccola storia a misura d’uomo, da aggiungere al sempre più gigante e caleidoscopico universo di Kickstarter. Arriva più o meno negli stessi giorni in cui la società newyorchese annuncia di aver raccolto oltre un miliardo di dollari in finanziamenti da 5,7 milioni di persone. Nata nel 2009, Kickstarter rimane il simbolo più luccicante del fenomeno del crowdfunding: quel meccanismo di supporto economico in cui gli utenti finanziano in anticipo – attraverso campagne di raccolta sul web – la nascita di progetti creativi.

Emerso dal basso e inizialmente indirizzato al sostegno di avventure artistiche underground (libri, dischi...), il crowdfunding si è rapidamente esteso fino a oltrepassare i confini della media attività imprenditoriale e a stuzzicare l’attenzione di nomi famosi. Su Kickstarter i due progetti più finanziati di sempre hanno il sapore della Silicon Valley: un orologio da polso “smart” (Pebble, 10,2 milioni di dollari) e una consolle per videogiochi (Ouya, 8,5 milioni di dollari). In questi giorni nei cinema americani viene proiettato il film “Veronica Mars” (basato sulla famosa serie tv e anch’esso finanziato con il crowdfunding) e quarant’anni dopo “Harvest” il musicista Neil Young sta celebrando un altro raccolto assai fortunato con la campagna di lancio del nuovo lettore musicale ad alta fedeltà Pono (a ridosso dei quattro milioni di dollari, con ancora un mese davanti). 

Gli zeri crescono, i big iniziano a fiutare l’affare e i servizi concorrenti a Kickstarter sono numerosi (IndieGogo , Verkami , l’italiano Musicraiser ). In mezzo alle tante operazioni di successo, iniziano però a comparire anche storie dai contorni più increspati, come quella di John Campbell o della stessa Ouya, che sembra navigare in acque non troppo tranquille . A conferma di come il crowdfunding rimanga un fenomeno “in progress”, ancora tutto da verificare e studiare: da un lato, interessante percorso di finanziamento alternativo congeniale ai tempi e ai modi della società iperconnessa; dall’altro, potenziale fonte di nuove incognite e criticità (dalla pressione psicologica sugli artisti/imprenditori al rischio di truffe ai danni dei finanziatori). 

Privatizzazione acqua: la situazione tre anni dopo il referendum

Corriere della sera

di Carlotta Clerici

Disattesi i risultati del voto popolare. Con le eccezioni di Napoli e del Lazio


logo2-593x443
Sono bastati sette anni e una crisi economica a far salire i consumi di acqua potabile. Un arco di tempo nel quale la scelta di bere acqua di rubinetto è passata dal 70,4% al 75,5%, secondo una ricerca dell’Istituto indipendente Cra Nielsen svolta in collaborazione con Aqua Italia, l’associazione che riunisce le aziende per il trattamento delle acque primarie. Una scelta, quella di bere acqua a «chilometro zero» al posto di quella in bottiglia, fatta in primo luogo per risparmiare. E che coinvolge non solo l’acqua di casa, ma anche quella di strada. La cosiddetta «acqua dei sindaci» che sta riscuotendo ovunque un diffuso successo. Tutta acqua che, dopo i risultati referendari del giugno 2011, abrogativi di qualsiasi norma per la sua privatizzazione, sarebbe dovuta passare dalla gestione di società private a quella pubblica. Un passaggio però che, tra decreti leggi, ricorsi in Cassazione, al Tar e vuoti normativi, sta avvenendo molto lentamente.
Acqua bene comune
Attore principale delle iniziative sul territorio nazionale per promuovere il passaggio alla gestione pubblica delle risorse idriche, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, al quale aderiscono oltre 80 reti nazionali, centinaia di enti locali e più di mille realtà territoriali come, per esempio, sindacati e comitati. Lo stesso movimento che, negli ultimi anni, si è battuto contro la privatizzazione dell’acqua. Riuscendo a raggiungere una grande vittoria nel giugno del 2011 quando 27 milioni di italiani andarono a votare il referendum per abrogare qualsiasi norma che affidava la gestione dell’acqua nelle mani dei privati. Vittoria però che nelle città italiane rimane ancora sulla carta. Fatta eccezione di Napoli, unico caso in cui il passaggio è già avvenuto. E del Lazio, in cui, pochi giorni fa, è arrivata la prima legge.
La strada del referendum
Ma che cosa è successo veramente a quasi tre anni dall’esito referendario sull’acqua? Molto poco rispetto a quello che i promotori del referendum si erano immaginati. Non solo per quello che riguarda il passaggio a una gestione pubblica, ma anche per quello che concerne la tariffazione. «Nelle tariffe», afferma Paolo Carsetti, tra i rappresentati del Forum, «prima si pagava anche il 7% del capitale investito dai gestori». Percentuale che dopo il referendum in effetti è sparita dalla tariffazione, ma che in pratica si continua a pagare sotto un altro nome. «È bastato», prosegue Carsetti, «togliere la voce “remunerazione del capitale investito” per inserirne un’altra dello stesso valore chiamata “oneri finanziari”. In pratica, lo stesso modus operandi di quando hanno tolto i finanziamenti ai partiti per inserire il rimborso elettorale». Una modifica così poco gradita che a febbraio ha portato il Forum a fare ricorso al Tar. «A marzo», dice Carsetti, «dovrebbe uscire la sentenza e vedremo come andrà a finire, visto che si tratta del rispetto di una volontà popolare». Una volontà che aveva sancito anche l’assenza di profitto sull’acqua oltre al divieto di privatizzazione. «Appena due mesi dopo il referendum», aggiunge Carsetti, «il d.l 138/2011, il cosiddetto decreto di ferragosto, adeguava la normativa a quella europea, che in sostanza permette agli Stati di scegliere come gestire l’acqua». Lo stesso decreto che poi è stato dichiarato incostituzionale e annullato successivamente dalla Corte dei conti.
Il caso di Napoli
Il Comune di Napoli è stato il primo a recepire i risultati del referendum. La Arin, società per azioni che gestiva il servizio dell‘acqua, è stata trasformata nella pubblica Abc, acronimo di Acqua Bene Comune. «Le circostanze sono state molto favorevoli»,ricorda Alberto Lucarelli, ex assessore ai Beni comuni e professore di diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli, che da molti anni segue in prima persona il percorso verso l’acqua pubblica. «La nuova giunta (di cui il professore faceva parte, ndr) era stata eletta lo stesso giorno dell’esito del referendum. E questo ci ha dato il vantaggio di fare subito le prime delibere per favorire il passaggio». Anche se la conversione non è stata proprio una passeggiata. «Dopo il referendum», continua Lucarelli, «mancava la normativa per trasformare le Spa in aziende speciali. Passaggio che la legge, prima, prevedeva solo in caso contrario». E passaggio che ora, grazie anche agli sforzi di Lucarelli, si può fare anche all’inverso. «Questa possibilità», conclude il professore, «sgombra il campo dalle idee pretestuose di alcune amministrazioni. Infatti, a questo punto, si tratta solo di volontà politiche».
Lazio
Volontà per la gestione pubblica e partecipata dell’acqua che si comincia a vedere nella proposta di legge popolare n. 31, approvata il 17 marzo in Lazio dopo dodici mesi di pressioni sul governo regionale. «Questa legge»,afferma Carsetti, «recepisce i risultati referendari. Dalla definizione di servizio idrico da gestire senza scopo di lucro fino al fondo stanziato per incoraggiare la ripubblicizzazione delle gestioni in vigore». Lasciando ai Comuni la possibilità di organizzarsi in consorzi e di affidare il servizio anche a enti di diritto pubblico. «L’auspicio», conclude Carsetti, «è che a partire dal Lazio si inneschi una reazione a catena che veda i governi regionali a rispettare le volontà dei cittadini».
20 marzo 2014 | 09:52



Cooperative idroelettriche, quando acqua ed energia sono amiche

Corriere della sera

di Carlotta Clerici

In Italia 300 mila persone in 110 Comuni alpini usano l’energia di 77 cooperative che insieme producono oltre 500 milioni di kWh


acq-
«L’acqua sulla terra confluisce ovunque può. È un simbolo che allude alla solidarietà e alle sue leggi». Così dice il Libro dei mutamenti a proposito di uno dei segni della vita stessa. Una delle molte interpretazioni sul significato dell’acqua che si trova nella saggezza millenaria. Eppure ancora attuale se, in occasione della giornata mondiale dell‘acqua, parliamo di acqua e di solidarietà. Soprattutto in Italia, Paese nel quale se si unisce un concetto con l’altro ne spunta fuori un terzo: la cooperazione idroelettrica.
Cooperazione
Nata alla fine dell’Ottocento per portare l’energia elettrica nell’arco alpino, sfruttando la potenza dell‘acqua e le capacità umane di realizzare imprese per il bene comune, è diventata negli anni una rete che si estende dal Friuli Venezia Giulia alla Valle D’Aosta, passando per Trentino, Piemonte e Lombardia. Una cooperazione che, tra processi d’innovazione e il disuso di consuetudini comprensibili soltanto a un cuore di montagna, continua a resistere. Nonostante due guerre, i cambi di scenario economici, i disastri naturali. E che ora come possibilità per preservare l’ambiente naturalistico dei fiumi sta integrando anche le altri fonti rinnovabili. Come pannelli fotovoltaici, biomasse e deiezioni animali.
Energia ad alta quota
Sono 300 mila le persone disseminate in 110 Comuni alpini a godere dell’energia azzurra autoprodotta dalle 77 cooperative italiane che insieme producono oltre 500 milioni di kWh. «Questa dimensione», racconta Fernando Di Centa, coordinatore delle Cooperative elettriche storiche dell’arco alpino, «è frutto di un lungo e difficile percorso che ha richiesto non solo un alto livello di progettualità, ma anche l’impiego di risorse notevoli». Un percorso che ha portato a un modello unico nel suo genere in Italia, nel quale ogni socio della cooperativa, non essendo per legge obbligato a immettere l’energia nella rete, può essere al tempo stesso utente e fornitore dello stesso servizio con risultati invidiabili sulla bolletta che «a seconda delle situazioni», afferma Di Centa, «può diminuire dal 30 al 50%».
Polemiche e rispetto
Modello unico nel suo genere che tuttavia, nel corso degli anni, ha trovato diversi oppositori di area ambientalista, preoccupati per lo sfruttamento dei fiumi e per gli equilibri della natura. «Spesso», racconta Di Centa, «siamo stati accusati di fare una monocoltura e di vedere nell’acqua solamente i kWh». Un punto di vista che, secondo il coordinatore, è destinato a cambiare quando anche i più acerrimi nemici delle cooperative idroelettriche vanno a vedere dal vivo la situazione. «L’acqua che sottraiamo per produrre l’energia», spiega Di Centa, «viene tutta restituita e non perde le sue proprietà naturali. Al massimo, in alcuni casi, può risultare solo un po’ più ossigenata per la gioia dei pesci». Senza contare il rispetto delle regole dettate dalle direttive Ue e regionali per presidiare fiumi e torrenti e mantenere i deflussi minimi vitali. «L’acqua», prosegue Di Centa, «deve servire per scopi illuminati. Tra i quali fa parte anche agevolare la vita dell’uomo. Senza contare che il rispetto per l’ambiente fa parte del bagaglio culturale di noi montanari».
Acqua, montagna e tradizione perdute
Un bagaglio di memorie legate all’acqua e ai suoi usi che si riempie di immagini suggestive per le persone di montagna. Abituate a vivere tra ingegno e disagio. E a ricordare realtà di vita indimenticabili anche se queste non ci sono più. «L’acqua», ricorda Di Centa, «una volta serviva per la flottazione del legname, in modo che fosse più facile trasportarlo». Soprattutto quando anche le segherie di montagna andavano ad acqua. «Oppure», prosegue, «veniva utilizzata per forgiare il ferro, attraverso i battiferro che funzionavano con l’acqua».
L’integrazione delle rinnovabili
Un salto nel passato per finire in quello che potrebbe anche diventare il futuro prossimo delle cooperative idroelettriche. Cioè l’integrazione con le altre fonti rinnovabili. «Tutto il mondo dell’energia», afferma Di Centa, «ha vissuto l’ingresso dirompente del fotovoltaico e l’esigenza di diversificare le fonti rinnovabili». Un bisogno che, nel caso delle cooperative idroelettriche, trova riscontro nel concetto di integrazione. Come, per esempio, con le biomasse e il biogas. «Per l’integrazione delle fonti rinnovabili», conclude Di Centa, «lo scenario che esprime meglio il potenziale per non ricorrere alle fonti fossili è quello di Prato allo Stelvio che già adesso utilizza anche gli oli esausti».

20 marzo 2014 | 09:52

Healthbook, il medico dentro l’iPhone

La Stampa

Un’app si occuperà di monitorare e gestire lo stato di salute. Arriverà con il nuovo sistema operativo iOS8


heal
A sette anni dal lancio del primo iPhone e a quattro dall’iPad, Apple è pronta a trasformare i suoi dispositivi portatili in un vero e proprio camice bianco virtuale grazie a una nuova app che si occuperà di monitorare e gestire lo stato di salute dell’utente. Dalle prime immagini apparse sul web, Apple avrebbe sviluppato un sistema piuttosto complesso di monitoraggio dei parametri vitali, che va dal battito cardiaco alla respirazione, fino -pare - a includere la misurazione del tasso glicemico. Una sorta di cartella clinica sempre disponibile e aggiornabile. 

La presentazione ufficiale - riporta la rivista online 9to5Mac - dovrebbe essere a giugno durante l’annuale WorldWide Developers’ Conference di San Francisco. L’app dovrebbe essere parte integrante del nuovo sistema operativo iOS 8 e probabilmente interfacciarsi anche con l’atteso smartmatch di Cupertino, l’iWatch. Sarà la risposta di Apple al crescente impegno dei maggiori produttori mondiali di elettronica di consumo nel settore del fitness e della salute, che è in rapida espansione e promette di diventare un mercato molto importante nei prossimi anni. 

Il medico virtuale, sempre disponibile sull’iPad o iPhone senza dover attendere in ambulatorio, potrà aiutare anche a ritornare in forma o migliorare le proprie performance sportive. Infatti, è possibile ricevere e registrare il numero dei passi, i chilometri percorsi e le calorie consumate tramite l’iPhone, così da avere un quadro completo dell’attività fisica svolta. Ogni specialità medica è contrassegnata da un colore e le schede (come una vera e propria cartella clinica) possono essere organizzate per soddisfare le preferenze dell’utente.

L’Healthbook, che riunisce anche altre applicazioni già in uso sui cellulari, permette di monitorare i dati relativi agli esami del sangue, la frequenza cardiaca, l’idratazione, la pressione sanguigna, l’attività fisica, l’alimentazione lo zucchero nel sangue, il sonno, la frequenza respiratoria, la saturazione dell’ ossigeno e il peso. Infine l’app ha una scheda particolare denominata Emergency Card. Un scheda dove sono memorizzati i dati anagrafici del soggetto e le informazione salva vita importanti in caso di incidente o un’improvvisa emergenza: se prende farmaci, il peso, il colore degli occhi, il gruppo sanguigno, se è donatore di organi. 

WeChat insegue WhatsApp con 335 milioni di utenti attivi al mese

La Stampa

La rivale cinese dell’applicazione neo acquisita da Facebook punta a nuovi servizi per estendere l’utenza mondiale. Tra poco anche i video


wechat-klFF
Con 450 milioni di utenti attivi ogni mese e 1 milione di nuove iscrizioni al giorno, WhatsApp, neo acquisita da Facebook, è attualmente l’applicazione di messaggistica più popolare del mondo. Ma la concorrenza incalza e tra le piattaforme WeChat dalla cinese Tencent sta recuperando terreno a gran velocità. Lo rivela il rapporto dalla società capogruppo: secondo i dati appena pubblicati, gli utenti mensili attivi combinati di WeChat e Weixin (la versione disponibile in Cina ) hanno raggiunto i 355 milioni alla fine del 2013, con un incremento del 121 per cento in media d’anno e fino al 6 per cento in quella trimestrale.

Se oggi domina in Cina, WeChat sta intensificando gli sforzi per spingersi al di là del mercato di casa ed estendere l’utenza mondiale: come riporta il sito specializzato The Next Web , l’applicazione ha raddoppiato la sua presenza internazionale, conquistando cento milioni di utenti in tre mesi lo scorso anno e, dall’inizio di quest’anno, ha superato i cento milioni di download su Google Play. Tra i piani per il futuro, Tencent punta a completare la sua offerta, abbracciando svariati settori, dai giochi all’intrattenimento, dalle informazioni alle utilità. Dopo aver introdotto il supporto per i pagamenti in-app su Weixin, la società è in procinto di far partire, entro l’anno, un nuovo servizio di video online per integrare filmati e contenuti correlati sulla piattaforma di messaggistica.

(Agb)

Uccide il cane, senza acqua e cibo per 6 giorni. "Ritrovato dopo due mesi ricoperto di vermi"

Il Mattino

di Simone Nocentini


20140320_c
LONDRA - Ha chiuso il suo boxer nella cucina di casa, lasciandolo senza acqua nè cibo per la bellezza di 6 giorni. La povera bestia è morta, dopo un'agonia dolorosa e straziante. Sono stati i vicini ad allertare la Polizia, a causa del cattivo odore emanato dalla carcassa dell'animale.

L'animale morto giaceva sul pavimento della cucina, deceduto da 10 settimane, ricoperto di mosche e di vermi. La porta della cucina era bloccata con una corda legata alla maniglia. Impossibile sfuggire a quel destino fatale.

L'autrice del gesto crudele si chiama Katy Gammon, avvocatessa in carriera. Come se non bastasse, gli inquirenti hanno trovato mucchi di scatole di cibo per cani, nascosti nel corridoio della casa, a pochi metri da dove si è consumata la morte del povero cane. La donna è stata arrestata e, dopo il processo-lampo, è stata dichiarata colpevole per aver causato inutili sofferenze al cane. Il 9 aprile arriverà la sentenza definitiva, ma ci sono buone probabilità che Katy Gammon resti in carcere per un po' di tempo, per il tempo giusto.

giovedì 20 marzo 2014 - 12:06   Ultimo agg.: 12:07

I 50 anni della galleria che cambiò la Val d’Aosta

La Stampa

andrea chatrian

Il 19 marzo 1964 aprì il traforo del Gran San Bernardo: era il tunnel più lungo e alto del mondo. Per costruirlo, in 6 anni, morirono 11 operai. «La priorità è la sicurezza»


23A
«Da quel buco nella montagna si vede il mare» dicevano gli svizzeri nel 1964. Le onde non si sono mai viste, ma nel calcestruzzo di quella galleria scavata nella montagna che divide Bourg-St-Pierre e St-Rhémy-en-Bosses si toccava l’idea di un futuro che faceva sognare. Il 19 marzo di 50 anni fa la prima automobile attraversava il traforo del Gran San Bernardo. Da allora oltre 27 milioni tra moto, auto, e camion hanno percorso i 5800 metri che hanno cambiato Valle d’Aosta e Vallese. Ieri a Liddes italiani e svizzeri si sono ritrovati nella Sala della Fratellanza per celebrare il passato e immaginare il futuro. «Quando hai davanti un ostacolo - dice Jean-Claude Rey-Bellet, presidente della Tgsb, la concessionaria della parte svizzera di galleria - hai tre soluzioni: scavalcarlo, aggirarlo, o farlo saltare. Noi abbiamo scelto la terza».

A far esplodere l’ultimo velo di roccia - il 5 aprile del 1962 - fu la dinamite ma più forte ancora era la spinta di un Paese, l’Italia, in pieno boom economico e di una confederazione, la Svizzera, in cerca di nuovi orizzonti. Non a caso i grandi sponsor di un collegamento tra Svizzera e Italia - sognato da metà Ottocento - erano la Camera di commercio di Torino e la Fiat, che elaborò il progetto esecutivo affidandosi a Giorgio Dardanelli. Quando le squadre di operai si abbracciarono a metà strada erano passati solo 4 anni dal 23 maggio 1958, giorno in cui a Berna i due Stati firmarono gli accordi che, in poche settimane, permisero di avviare i cantieri. E già nel 1964 i viaggiatori potevano percorrere quello che era il traforo più lungo e alto del mondo, il primo realizzato attraverso le Alpi. Una meraviglia della tecnica, ma realizzarlo fu costoso.

Per portare la luce tra Italia e Svizzera si spensero 11 vite: morirono Malvina Zamboni, Armando Altomari, Domenico Bonaldi, Pietro De Lucia, Antonio e Luigi Fabiano, Vincenzo Merlini, Luigi Morandini, Graziano Palleschi e Giovanni Spadaccino. «Da parte svizzera - ricorda Maurice Tornay, governatore del Vallese - c’erano molte resistenze: chi protestava per i costi, chi per le difficoltà tecniche, chi temeva che si aprisse una breccia nei sistemi difensivi. Ma dove c’è volontà, c’è un cammino». Quel cammino da 50 anni lo gestiscono in due, la Tgsb svizzera e la Sitrasb spa italiana (in mano alla Regione con il 63,5% delle quote e alla Sav). Dal loro matrimonio è nata la Sisex, che dal luglio 2010 è diventata gestore unico come vuole la direttiva europea varata dopo l’inferno del Monte Bianco. La convivenza non è sempre facile, per colpa, in particolare, di due sistemi giuridici molto diversi.


Il Gran San Bernardo dà lavoro a un’ottantina di persone - 46 da parte italiana, 36 svizzeri - e in media ogni anno viene attraversato da 600 mila veicoli, in crescita costante: il 90 per cento di traffico turistico, il resto Tir. Nel 2013 ha incassato 16 milioni di euro. Che non vengono divisi in parti uguali. «Il 57 per cento delle entrate va a noi - spiega Ugo Voyat, presidente della Sitrasb e della Sisex - perché dobbiamo farci carico anche dei 10 chilometri di strada che, in Italia, portano all’imbocco del traforo». Tenere in ordine quella corona di cemento che sovrasta St-Rhémy-en-Bosses sfregiandone il profilo, dopo 50 anni costa sempre di più. «Negli ultimi tre anni - ancora Voyat - abbiamo speso ogni anno 1,3 milioni: reinvestiamo il 108 per cento degli utili».

Da sempre la sicurezza è l’incubo di ogni gestore di galleria. «Non ci sono mai incidenti banali in una galleria - dice Luc Darbellay, direttore della Sisex - ed è per questo che la sicurezza è la nostra priorità: dopo l’incidente di Courmayeur abbiamo aumentato gli effettivi e migliorato ancora la ventilazione». Oltre ad aver pensato la galleria di sicurezza che tanto sta facendo penare le società. «Abbiamo personale preparato a ogni evenienza e mezzi all’avanguardia - dice Claudio Real - e due sale controllo che sorvegliano il traffico ogni minuto. Pur non avendo i numeri di trafori come Bianco e Frejus possiamo fare investimenti. E non aver mai avuto incidenti gravi è la nostra soddisfazione più grande in questi 50 anni».

Twitter @andreachatrian

L'Iran vieta Whatsapp, il regime teme le comuncazioni con l'estero

Il Messaggero


20140319_iran_mb
L'app di messaggi Whatsapp è stata oscurata in tutto l'Iran dai servizi di intelligence. Lo scrive il sito Parsine, spiegando che la mossa rientra nella recente stretta dei servizi su social network e altri mezzi di comunicazione.

Nelle scorse settimane, anche altre applicazioni, come WeChat e Viber, erano state bloccate dall'intelligence e dalla polizia informatica. L'utilizzo di Viber e Whatsapp è molto duffuso in Iran soprattutto per la comunicazione tra i residenti e la diaspora.

Sono molto diffusi anche i social network come Facebook, sottoposti a censura, ma usati da circa due milioni di utenti che riescono a violare i blocchi. Il nuovo governo di Hassan Rohani ha avviato un dibattito sui social network, dimostrando alcune aperture. Ma di fatto la stretta delle autorità continua.


Mercoledì 19 Marzo 2014 - 20:49

Cassazione conferma tre ergastoli per stragi naziste nell'Appennino tosco-emiliano

Il Messaggero


20140319_soldati_nazisti
La Cassazione ha reso definitivi tre ergastoli nei confronti di ex ufficiali tedeschi della Divisione Hermann Goring, oggi ultranovantenni tutti in Germania, finiti a processo perché ritenuti responsabili di numerosi eccidi compiuti sull'Appennino tosco-emiliano nella primavera del 1944. Le vittime furono circa 400. Ci sarà invece un appello bis per altri due ufficiali che erano stati assolti in appello. La Prima sezione penale è intervenuta così sulla decisione della Corte militare d'appello di Roma del 26 ottobre 2012, confermando gli ergastoli e annullando con rinvio le assoluzioni, che in appello furono tre: nel frattempo uno degli imputati, Ferdinand Osterhaus, è morto.

Le uccisioni sono state raccolte nel capo di imputazione in quattro episodi. Il primo riguarda la morte di circa 156 civili, avvenuta il 18 e il 20 marzo 1944 in varie località dei comuni di Montefiorino (Modena) e Villa Minozzo (Reggio Emilia): Monchio, Susano, Costrignano, Civago e Cervarolo. Per le uccisioni del 18 marzo è stata confermata la condanna nei confronti di Alfred Luhmann, per le vittime del 20 è stata, invece, confermata la condanna di Wilhelm Stark. Condanna all'ergastolo confermata anche per il terzo ufficiale, Hans Georg Winkler. C'è poi l'uccisione di 14 cittadini, tra cui tre ragazzi di soli 17 anni, avvenuta il 10 aprile nella zona di Monte Morello (Firenze), a Ceppeto e Cerreto Maggio. Gli unici due condannati in primo grado, Erich Koeppe e Helmut Odenwald, sono stati assolti in appello e ora dovranno affrontare un nuovo proccesso. Duecento le persone trucidate in varie zone del monte Falterona, al confine tra la Toscana e l'Emilia Romagna, tra il 13 e il 18 aprile.


Mercoledì 19 Marzo 2014 - 21:04
Ultimo aggiornamento: 21:23

Tv digitale, Google lancia in Italia Chromecast: che cosa fa e come funziona

Corriere della sera

Google ha iniziato a vendere in Italia, sul suo store online (Google Play), la “chiavetta tv” Chromecast.


81dgpt
Che cos’è? Uno strumento per vedere i contenuti audio e video di smartphone/tablet/pc sul tv del salotto. Una sorta di risposta alla Apple Tv, ma a un prezzo molto più basso (35 euro, contro i 109 dell’oggetto Apple). Chromecast assomiglia una chiavetta Usb. È un piccolo gadget che va collegato a una porta Hdmi del televisore, mentre l’alimentazione va fornita attraverso un cavetto micro Usb.  Chromecast non ha telecomandi, né mouse o tastiere. Tutto si controlla attraverso una app, disponibile per Android ma anche per iOs, pc, Mac, Chrome Os ma non Windows Phone (Google continua a ignorarlo sdegnosamente)

Come si imposta?
Il primo avvio di Chromecast è (quasi) a prova di “utonto”. Basta installare la app sul proprio dispositivo e impostare la rete wifi, attraverso cui il device e la chiavetta Google si scambiano i dati. Tutto qui. Lo smartphone/tablet/pc diventa il telecomando con cui si controlla tutto.

Che cosa si può fare?
Negli Stati Uniti, dove Chromecast ha debuttato da tempo, è un ottimo ed economico mezzo per portare in salotto una buona quantità di contenuti multimediali (a pagamento e legali, s’intende) con proposte quali Netflix, Hulu, Hbo, Pandora. Da noi non esiste nulla di tutto ciò. Dunque? Ci si deve accontentare di YouTube e di portali video tematici quali Vevo o RedBullTv. Si può poi usare Chromecast per vedere sul tv le foto e i video realizzati con lo smartphone. E per godersi su un 40 o 50 pollici un film acquistato tramite Google Play. Cose che finora si potevano fare con un cavo (micro)Hdmi o in modalità wireless via Dlna/Miracast  (per chi ha un tv compatibile). Cose che Chromecast rende decisamente più semplici, anche per utilizzatori poco smanettoni.

Quante app ci sono in Italia?
Una ventina circa (quelle più o meno utili; una novantina in totale). Per trovarle vi consigliamo di installare l’app Cast Store. Su Google Play manca un sezione “Chromecast” e individuare tutte le app può non essere semplice.

Con Chromecast si può duplicare lo schermo del mio telefono e vederlo sul tv?
No, il cosiddetto mirroring non è al momento possibile ed è la debolezza più evidente di Chromecast rispetto a concorrenti come Apple Tv (che invece lo fa). C’è un app non ufficiale, Mirror for Android, attualmente in beta e disponibile per il solo Nexus 5.

Non ho una Smart Tv ma mi interessa usare Internet sul tv. Posso farlo con Chromecast?
Il mirroring del browser è possibile solo via computer, con un’estensione per il browser Chrome. Smartphone e tablet non sono supportati, al momento.

Insomma, questo Chromecast è utile o meno? Per ora le funzionalità sono molto incomplete, tanto più con le assenze di app illustri di cui abbiamo parlato. Può essere una buona risorsa per chi spesso deve mostrare foto/video sul televisore (per piacere ma anche per lavoro, in demo pubbliche). Ma anche per chi vuole vedersi qualche novità cinematografica in salotto e non dispone di altri sistemi (digitali, tipo Apple Tv, o “televisivi” tipo Sky/Mediaset Premium). D’altro canto è vero che, se i limiti di Chromecast sono evidenti, è altrettanto vero che il prezzo è davvero ridotto. A quanto pare questo tipo di oggetti è destinato a prendere piede. Anche Amazon pare pronta a lanciare la sua “chiavetta” mentre sul mercato esistono già decine di mini computer Android simili a Chromecast (ma dal costo e dalle funzionalità superiori).

Ilaria Alpi, non è finita “Cerchiamo altri testimoni”

La Stampa

niccolò zancan

Il procuratore risponde alla madre della giornalista: ”Il nostro impegno sarà massimo”


e659e130733
Non può essere stato tutto inutile. «Comprendo il dolore della signora Luciana Alpi. Ho profondo rispetto per la sua battaglia di verità. Posso dire che ci impegneremo al massimo per trovare gli assassini. Da parte nostra, c’è grande attenzione. Abbiamo chiesto alla polizia giudiziaria un nuovo sforzo per identificare alcune persone, non italiane, che potrebbero riferire circostanze significative». Ecco, se ancora esiste una speranza di restituire giustizia a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, è in queste parole del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone: «Un nuovo sforzo». Significa che non è finita. Andranno a cercare in Somalia, un Paese eternamente in guerra. Andranno a cercare, consapevoli che il tempo gioca sempre a vantaggio di chi scappa.

20 marzo 1994. Oggi. Vent’anni fa. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, inviati a Mogadiscio per il Tg3, sono appena tornati da un viaggio pericoloso. Sono andati a Bosaso, sulla costa. Hanno intervistato il sultano Ali Mussa Bogor. Hanno cercato notizie su un traffico di armi e rifiuti tossici. Chiesto informazioni sul peschereccio della Shifco, sequestrato al largo del porto. Vorrebbero andare a parlare con il capitano Omar Mugne. Sospettano che la partita di giro con l’Italia sia proprio questa: armi ai guerriglieri, in cambio della possibilità di sversare rifiuti tossici in Somalia.

Di più: sospettano che fusti pieni di scorie nucleari siano già stati sbarcati e poi intombati lungo la nuova strada Garowe-Bosaso. Ilaria Alpi fa domande, Miran Hrovatin riprende tutto. Durante quei giorni di ricerche - ora si sa attraverso un’informativa del Sismi - ricevono minacce di morte. Ma alle 11 di mattina del 20 marzo sono all’Hotel Sahafi di Mogadiscio. Al sicuro, sembra. Ilaria Alpi telefona a Roma alla madre Luciana: «Sono stanca, mangio qualcosa, poi devo preparare il servizio per il Tg delle 19». E invece, all’improvviso, lei e Miran escono ancora. Sul Toyota pick up con doppia cabina, viaggiano con un autista e un ragazzo somalo, armato, di scorta.

Decidono di passare «la linea verde», consapevoli del pericolo. La città è in preda all’anarchia. Ma vanno a cercare un collega dell’Ansa all’Hotel Hamana. Per poi scoprire, appena arrivati, che il collega non c’è. È già tornato in Italia. Sembra una trappola. Infatti, appena usciti dall’hotel, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono avvicinati da una camionetta con sette persone a bordo. Stando ai risultati della commissione parlamentare d’inchiesta che ha seguito il caso, i sette hanno in mente una rapina o un rapimento. Ma il risultato è diverso: l’autista scappa, il ragazzo di scorta scappa, Ilaria e Miran vengono uccisi. Colpiti da proiettili sparati da distanza ravvicinata. Giustiziati, si direbbe. Sono le 13,06.

Due ore più tardi, la notizia arriva in Italia. Ed è già molto precisa, senza appello. Il primo ad intervenire, dopo l’agguato, è un imprenditore. Si chiama Giancarlo Marocchino, lavora in Somalia: costruisce e consegna materiali, anche un carico di carri armati e artiglieria, spedito dall’Italia a bordo della nave Jolly Amaranto. Marocchino ha ai suoi ordini una scorta privata di 300 somali armati. Ha la radio collegata con la base militare italiana. Conosce gli ambasciatori, i generali e gli uomini dei servizi segreti. Ecco perché la notizia viaggia velocemente. Marocchino viene fermato dalla folla che ingombra la strada, racconta. Riconosce le vittime dell’agguato. Carica i cadaveri sulla sua auto, per trasferirli al porto, dove ci sono le autorità italiane in ritirata. Un intervento molto al di sopra delle sue competenze.

Oggi, rintracciato nella casa romana nel quartiere Prati, si foga: «Non ne posso più di questa storia. Mi ha rovinato la vita. Querelo tutti quelli che avanzano ancora dei dubbi sulla mia persona. Ho fatto semplicemente ciò che mi è stato ordinato via radio dal comando italiano. Non ci sono fantasmi da inseguire. Non ci sono misteri. Io credo che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin siano stati uccisi perché il loro uomo di scorta ha aperto il fuoco, scatenando la reazione dei banditi». Versione minimalista. Quella ufficiale. Un incidente di percorso. Ma ormai troppe voci, troppe circostanze, raccontano anche l’altra versione.

Quella che non si può dire. Sono spariti i taccuini di Ilaria Alpi. Tagliati i nastri dell’ultima intervista al sultano. Manomessi i bagagli durante le operazioni di rimpatrio. Persino il certificato di morte è andato perduto. Uno degli informatori di Ilaria Alpi era l’agente del Sismi Vincenzo Licausi, ucciso in Somalia durante un conflitto a fuoco nel novembre del 1993. Il capitano Natale De Grazia, che nello stesso periodo indagava in Italia su un traffico di rifiuti tossici e navi a perdere, è morto avvelenato. Chi tocca questa storia, fa una brutta fine. Ne parlano anche i pentiti di camorra Carmine Schiavone e Nunzio Perrella.

Oggi, per l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin c’è un solo condannato, Hashi Omar Assan. Nella sentenza di primo grado, che lo aveva assolto, si legge: «È un capro espiatorio». Per Luciana Alpi «è sicuramente innocente». E anche il giudice che si è occupato di un procedimento collaterale per calunnia, scrive: «Un cittadino somalo è in carcere forse innocente. E di certo due cittadini italiani, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non hanno ancora avuto giustizia». Vent’anni dopo. Non è finita. Altri investigatori andranno a cercare. «Lo faremo con il massimo impegno», dice il procuratore Pignatone. La verità vale sempre il prezzo di qualsiasi attesa. 

Milano, lo sciopero dei tassisti: “Uber ci fa concorrenza sleale”

La Stampa

davide lessi (nexta)

Dopo lo stop dei mezzi pubblici di ieri, oggi la categoria spegne i motori. Niente auto bianche dalle 8 alle 22. «Il Comune non ci ha dato risposte». Uber replica: d’ora in poi sconti del 20 per cento a ogni blocco



3EK5BK
Dopo bus, tram e metrò è la volta dei taxi. Milano non farà in tempo a riprendersi dallo sciopero di ieri dei lavoratori dei mezzi di trasporto pubblico che dovrà vedersela con quello dei tassisti. La categoria ha indetto l’astensione dal lavoro per oggi, giovedì 20 marzo: spegneranno i motori dalle 8 e le 22. Un primo stop era stato indetto lo scorso 20 febbraio, ma poi rimandato perché sarebbe caduto nella settimana della moda. La protesta è rivolta anche verso la concorrenza considerata sleale, in particolare, contro l’attività dell’app di automobili a noleggio Uber.

COS’È UBER
Uber è un servizio di berline a noleggio che funziona tramite un’applicazione per smartphone (iOs e Android). Si paga on line via carta di credito e si può valutare il proprio autista. Un servizio innovativo e, secondo chi l’ha pensato, a portata di tutti. «Dai manager agli avvocati, passando per studenti e pr», dicono gli sviluppatori. I prezzi sono più alti del 20 per cento rispetto ai taxi ma più bassi, fino alla metà, rispetto agli altri servizi di noleggio. Oltre ai 5 euro a chiamata, si spende 1,70 euro per chilometro se si viaggia ad una velocità inferiore ai 18 chilometri orari, se si supera questo limite il costo sale a 0,75 ogni mille metri. Per esempio, la tratta Navigli-Stazione Centrale costa 30 euro, mentre una quarantina ne servono per andare dal Duomo a San Siro.

LE CRITICHE DEI TASSISTI
Ma i tassisti sono sul piede di guerra. Già al lancio dell’applicazione Nero Villa, segretario di SA.Ta.M., il sindacato con più iscritti tra i guidatori dei cinquemila taxi presenti a Milano, aveva sottolineato il rischio che gli autisti di Uber diventassero dei «para-taxisti». Di fatto il mercato di Uber dovrebbe fare concorrenza alle altre società di noleggio. E le regole di queste berline sono diverse rispetto ai taxi: la legge stabilisce che il noleggiatore può utilizzare le corsie preferenziali ma deve far partire le auto dalla propria rimessa. Non dalla piazza o dalla strada.


«IL COMUNE NON CI HA RISPOSTO»
I sindacati avevano atteso che il Comune si attivasse per raccogliere le rimostranze della categoria, ma la mancanza di risorse che avrebbe ostacolato un monitoraggio costante sulle strade, unito alla mancanza di norme certe, hanno fatto scattare la protesta. Le auto bianche, dunque, di fermeranno dalle 8.00 alle 22.00 e lo sciopero sarà accompagnato da un presidio in piazza San Babila.

GLI SCONTI DI UBER
Con una nota, Uber fa sapere che, tutte le volte che ci sarà sciopero dei taxi, le tariffe dei suoi veicoli si abbasseranno del 20 per cento e che questa diminuzione dei prezzi sarà automatica e valida solo negli orari dello stop del servizio, per esempio oggi 20 marzo dalle 8 alle 22 nella città di Milano.

Divorzio consensuale e niente assegno. Ma la richiesta può arrivare in seconda battuta

La Stampa

Ribaltata completamente l’ottica adottata nei primi due gradi di giudizio, laddove era stata respinta la richiesta avanzata dalla donna di vedere modificate le condizioni del divorzio e di vedere riconosciuto un contributo a carico del marito. Tale richiesta, in occasione della revisione delle condizioni del divorzio, è legittima, e deve essere valutata attentamente dal giudice.
 

AMO-kVAccordo raggiunto senza ‘guerre di religione’ tra moglie e marito: così si può ‘inquadrare’ il divorzio messo ‘nero su bianco’ in maniera consensuale. Escluso anche il capitolo, spesso delicato, relativo all’assegno divorzile. Ma questo accordo non può azzerare la possibilità – prospettata dalla donna, in questa vicenda – di vedere modificate le condizioni del divorzio, con particolare riferimento proprio alla richiesta di un assegno ad hoc... (Cassazione, ordinanza 108/14) Netta la linea di pensiero seguita dai giudici del Tribunale prima e della Corte d’Appello poi: niente «assegno a carico del marito», nonostante la richiesta avanzata dalla moglie nel «procedimento di modifica delle condizioni di divorzio», semplicemente perché «non previsto in sede di divorzio consensuale».

Ma questa visione è completamente annichilita dai giudici del ‘Palazzaccio’, i quali, richiamando giurisprudenza ad hoc, ribadiscono che «l’assegno, non richiesto in sede di divorzio, può essere richiesto successivamente» nel contesto di un procedimento di «revisione» degli equilibri fissati all’atto dell’ufficializzazione del «divorzio». Ciò significa che «il giudice dovrà esaminare i presupposti per il riconoscimento dell’assegno». Difatti, rispetto alla vicenda in esame, i giudici affidano alla Corte d’Appello il compito di valutare «la sussistenza dei presupposti dell’assegno», anche tenendo presente quanto sostenuto dall’uomo, ossia che «la moglie conviva more uxorio con altra persona».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

25 anni di web, ecco i paesi che hanno accesso alla rete

Corriere della sera


123
45