mercoledì 19 marzo 2014

E’ polemica sugli autovelox finti Per Lupi sono irregolari

Corriere della sera

di Daniele Sparisci

Il ministro scrive una lettera ai Comuni: «Sono pericolosi, non usateli»


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Autovelox col trucco. Non misurano un bel niente, ma a giudicare da quanti se ne vedono sembrano miracolosi. Il ministro dei Trasporti però li boccia. Comuni ed enti locali hanno riempito le strade di grossi cilindri arancioni. Li abbiamo notati tutti passando in macchina o in moto, almeno una volta: c’è scritto «Controllo Velocità». In gergo si chiamano «Velo Ok» o «Speed Check».
«Scatole vuote»
Ma spesso sono scatole vuote, servono solo come «dissuasori» contro chi tende a superare i limiti di velocità. Funziona più o meno così: su cinque colonnine, una forse contiene un vero autovelox. Chi guida non può sapere quale di questi è attivo e rallenta per precauzione. Ma per il Ministero dei Trasporti si tratta di strumenti «irregolari». Il ministro Maurizio Lupi, in un intervento sul suo blog, sostiene addirittura che «possono costituire un pericolo». Così ha preso carta e penna e scritto una lettera ai Comuni, per il tramite del presidente dell’Anci Piero Fassino, ribadendo «il parere negativo». Non è la prima volta che il Ministero interviene sulla vicenda: già qualche mese fa aveva dato un parere tecnico contro i «Velo Ok» perché «non sono inquadrabili in alcuna categoria di dispositivo o di segnaletica previste dal vigente Codice della Strada».

Un vero pasticcio burocratico. Perché il problema è che per essere in regola i «Velo Ok» devono contenere «misuratori di velocità approvati». Insomma, devono funzionare e fare multe vere, l’effetto «spaventapasseri» non vale. E secondo altri i finti «velox» sarebbero anche uno spreco enorme: in un servizio andato in onda a «Le Iene» si parla di 3 mila euro per ogni cilindro. Infine, il Ministero parla di «pericolo»: perché i cilindri rappresentano un ostacolo se posizionati vicino alla carreggiata visto che poggiano su basi di cemento.

19 marzo 2014 | 16:18

Arriva Android Wear, il sistema operativo studiato per i dispositivi indossabili

Il Mattino


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ROMA - I dipositivi indossabili, come anelli, bracciali o orologi smart, sembra possano diventare un vero mondo a parte, un settore specifico della tecnologia. Un sistema operativo studiato apposta per i dispositivi indossabili e per gli accessori che usiamo ogni giorno, il trend più forte ora in tecnologia. Lo ha annunciato Google con un post ufficiale sul suo blog. Il sistema operativo ad hoc si chiama Android Wear e vedrà la sua prima applicazione su uno smartwatch, confermando probabilmente le indiscrezioni che circolano da tempo che l'azienda vuole sfidare il Gear di Samsung e Apple che sta pensando all'iWatch.

mercoledì 19 marzo 2014 - 10:01   Ultimo agg.: 14:24

Gli ex tifosi di Stalin in trincea contro Putin

Vittorio Feltri - Mer, 19/03/2014 - 15:55

Ipocrisia e memoria corta: la sinistra che oggi accusa la Russia anti-democratica ieri sosteneva quella sovietica

Leggiamo e strabuzziamo gli occhi. Gli Stati Uniti e l'Unione europea sostengono che il referendum svoltosi in Crimea, il cui esito ha decretato il passaggio di questo Paese dall'Ucraina alla Russia, sia illegittimo e pertanto vada annullato.


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In base a quali elementi si cerca d'invalidare un plebiscito? Si parla di brogli, ma ciò è assurdo visto che una schiacciante maggioranza degli abitanti ha votato in favore del proprio ritorno fra le braccia di Mosca.Di solito si confondono le carte quando il risultato è incerto e bastano pochi suffragi a determinare la vittoria di una parte o dell'altra. Nel presente caso non c'erano dubbi sul trionfo dei filorussi. E allora dov'è il problema?

Sta nel fatto che il rimescolamento degli assetti nazionali in quell'area non garba né a Washington né a Bruxelles, riluttanti a riconoscere a Vladimir Putin l'autorità di dirimere un contenzioso nel quale sono in ballo interessi importanti sia per la Crimea sia per la Russia. Tutto qua. Le questioni di cassetta, poi, non sono mai estranee alle guerre, fredde o calde non c'è differenza. Cosicché, quando fa comodo, i referendum sono la più alta espressione della democrazia, perché riflettono la volontà popolare in forma diretta; quando invece non fanno comodo, li si liquida quali esercizi di volgare populismo.

Il conformismo dominante, cifra sempre in voga, allorché si tratti di squalificare qualcuno (o qualcosa) e di emarginarlo nel disprezzo, taccia il reprobo di demagogia, e subito i signorini del politicamente corretto danno segni di ampio assenso. Fino a poco tempo fa, anche in casa nostra, come in tutto il mondo civile, l'autodeterminazione dei popoli era considerata un dogma imprescindibile. Adesso, dato che vi si è appellata la Crimea in accordo con Mosca, è una sorta di ciarpame da riporre nel dimenticatoio.

È talmente chiara la malafede di coloro che hanno sanzionato la Russia da non meritare alcuna chiosa. Quanto a Putin, può essere simpatico o no (è ininfluente), ma ha di sicuro più carisma di Barack Obama e di qualunque leaderino europeo. Il suo Paese, seppellito il comunismo poco più di vent'anni orsono, è riuscito rapidamente a recuperare il terreno perduto mentre inseguiva la chimera del collettivismo perfetto e, pur tra mille grane irrisolte, compresa l'ingiustizia sociale, ovvero una forte disparità fra ricchi troppo ricchi e poveri troppo poveri, è riuscito a diventare una potenza mondiale.

Ed è proprio questo a infastidire le nazioni a più lunga tradizione democratica. Esse non si capacitano che l'ex impero sovietico, crollato sotto il peso della miseria e di un sistema fallimentare, sia risorto grazie al turbocapitalismo, di cui il presidentissimo è la guida. Paradossalmente, in Italia, gli odiatori più feroci di Putin, manco a dirlo, sono gli stessi beoti che amavano Stalin e Breznev, a dimostrazione che peggio dei postcomunisti - coloro che hanno cercato di superare con successo l'inganno della dittatura del proletariato - ci sono soltanto gli ex comunisti, che non hanno perso né il pelo né il vizio.

P.S. La Russia, oltre a subire varie sanzioni che le sono state inflitte dai potenti della Terra, non avrà facoltà di partecipare all'imminente G8. Nonostante ciò, nelle piazze di Mosca non si segnalano scene di disperazione, tipo gente che si strappa i capelli. Diciamo che il sentimento dominante è l'indifferenza, con qualche punta d'ilarità.

Licenziato perché fuma al lavoro, il giudice lo reintegra

Ivan Francese - Mer, 19/03/2014 - 15:24

Un metalmeccanico di un'impresa lombarda aveva perso il lavoro perché fumava in un cantiere all'aperto

Licenziato perché fuma sul posto di lavoro (sebbene all'aperto, in un cantiere), un metalmeccanico lombardo è stato reintegrato nelle sue mansioni dal giudice del Tribunale di Monza.


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La notizia, diffusa dalla Cisl, arriva dalla Tagliabue Spa, impresa del settore metalmeccanico, che aveva proceduto al licenziamento disciplinare di un dipendente sorpreso a fumare in orario di lavoro in un cantiere all'aperto.

La sentenza dei giudici brianzoli, però, ha giudicato negativamente l'iniziativa dell'azienda, che è stata condannata al reintegro del lavoratore e alla corresponsione di tutte le retribuzioni maturate dall'illegittimo licenziamento alla data di rientro. Grande soddisfazione è stata espressa dai legali del metalmeccanico: "Troppo spesso nei procedimenti disciplinari - ha commentato l'avvocato Filippo Raffa - ci si concentra sul contenuto della contestazione senza tenere conto del punto di vista del lavoratore e del contesto in cui questa viene comminata".

"Questa sentenza - spiega il segretario della Fim Milano Metropoli, Gianluca Tartaglia - è importante in quanto sancisce che il reintegro è possibile superando cosi le diffidenze riguardo la Riforma del Lavoro del luglio 2012, che sembrava aver attenuato le garanzie poste a tutela del lavoro e dei lavoratori, dimostrando che anche il sindacato deve provare a cambiare i luoghi comuni che portano a credere che sia impossibile contrapporsi a queste ingiustizie."

Cosa resta di Berlinguer? Un compromesso storico con tutti i suoi fallimenti

Paolo Guzzanti - Mer, 19/03/2014 - 09:03

Il film è ben fatto. Ma dal punto di vista politico il segretario del Pci ne esce male: restano solo i rimpianti di chi credeva in lui

L'inizio è sconvolgente. Ma non per Berlinguer: per tutti noi. Il passato oggi muore subito, nel giro di tre decenni, tabula rasa. Studenti e giovani cittadini alla domanda «chi era Berlinguer?» azzardano: un uomo di estrema destra, uno scrittore che aveva a che fare con la Corea e con l'Europa, un francese che ha scritto Guerra e pace, e così via.

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Poi, arriva il film vero e proprio. Walter Veltroni mi aveva cercato qualche giorno fa: «Vuoi venire a vedere in anteprima il mio film?». Appuntamento davanti al cinema Mignon di Roma alle 10 del mattino. A vedere Quando c'era Berlinguer (che sarà nelle sale dal 27 marzo) siamo in pochi, qualche giornalista, amici di Veltroni. Il film è molto ben fatto, un eccellente documentario scandito da emozioni e ricordi, nulla da ridire, anzi. Poi, l'aspetto politico. E anche storico: chi era e che cosa ha rappresentato Enrico Berlinguer? La risposta è mesta: una serie di fallimenti terminata in un fallimento globale. Ma con un travolgente coinvolgimento emotivo. Il piccolo, scarno sardo provocava in tutti, o quasi, un sentimento di protezione, di ammirazione.

Io mi trovai a viaggiare con lui un paio di volte andando a Bruxelles. Lo vedevo così minuto e come prima impressione mi inteneriva. Ma si trattava di un piccolo uomo d'acciaio. Una volta, dio sa perché, ci imbarcammo in una surreale discussione sul colore dei calzini: devono accordarsi con le scarpe o con i pantaloni? Avevamo idee diverse, ma non ricordo quali. Però era un uomo naturalmente elegante e si vedeva che, come il marchese di Saint Just, era un aristocratico prestato alla rivoluzione. E il film di Veltroni naturalmente cita, mostrandola, la più crudele e scandalosa vignetta di Giorgio Forattini quando disegnò Berlinguer in vestaglia di seta che prende il tè con capelli impomatati e bocchino d'avorio, infastidito dallo sciopero generale e dai suoi schiamazzi.

Il film di Veltroni ha molti meriti e qualche lacuna. Fra i meriti quello di aver suggerito con cautela (lo fa intuire dall'intervista all'ex brigatista rosso Alberto Franceschini) che se qualcuno può avere a che fare con la morte di Aldo Moro (e dello stesso Berlinguer, aggiungo io) quelli sono i sovietici e non la Cia, non gli americani, non il Mossad. Il segretario del Pci subì un attentato in Bulgaria il 3 ottobre del 1973 con un premeditato incidente stradale in cui morirono il suo interprete e l'autista. Ricoverato in ospedale - mi raccontò poi Francesco Cossiga - Berlinguer fu riportato a casa di corsa dai nostri servizi segreti.

Ma anche sulla sua fine improvvisa dopo il comizio di Padova del giugno di trent'anni fa, tutti avevano ed abbiamo molti dubbi. Certo, Berlinguer morì di ictus cerebrale, ma quella malattia è una di quelle che possono essere artificialmente indotte dal Dipartimento Speciale composto alla sua fondazione da 621 addetti medici e ricercatori del Kgb, riuniti poi nel «Laboratorio numero 1», detto anche Kamera. È una storia che si può leggere in Kgb's Poison Factory dello storico russo ora cittadino inglese Boris Volodarsky, e lo cito soltanto per certificare che non sono fantasie e anche che quando ero davanti alla porta chiusa dell'ospedale di Padova in cui Berlinguer moriva, di questa ipotesi le persone a lui vicine parlavano apertamente, benché a bassa voce.

Veltroni mostra bene e con vera arte cinematografica (il teatro pieno di pezzi da novanta del Cremlino e poi lo stesso teatro vuoto e senza senso) il conflitto fra Berlinguer e i sovietici quando il segretario del Pci andò a Mosca per fare la più eretica delle dichiarazioni, annunciando che non la rivoluzione, ma la democrazia è un bene universale e collettivo che tutti devono rispettare. Quella deliberata e significativa provocazione mandò in bestia centinaia di pasciuti generali e funzionari sovietici tappezzati di medaglie, che lo ascoltavano con volti lividi e vendicativi. Voglio ricordare anche a Veltroni che nel libro di Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli L'Italia vista dalla Cia sono pubblicati gli inattesi e certificati documenti che dimostrano che la Cia e gli Usa facevano il tifo per il compromesso storico, perché avrebbe avuto l'effetto di sganciare definitivamente il Pci da Mosca per portarlo al governo come avvenne con i socialisti di Pietro Nenni nel 1963.

Comunque sia, Berlinguer morì e con lui morì il partito comunista. Su questo tutti i grandi intervistati del tempo che fu, da Macaluso e Ingrao, da Tortorella a Napolitano (che piange) non hanno dubbi: Natta non ce la fece a resuscitarlo, Occhetto meno che mai. E venne subito l'ora di Mani pulite e della fine della prima Repubblica, con l'irrompere sulla scena politica di un nuovo protagonista di nome Berlusconi. Fu l'ora però del requiem per tutti i partiti, salvo che per il Pci ribattezzato Pds che ebbe dalle procure un trattamento di grande favore, ma questa è un'altra storia.

Dice Veltroni alla fine della proiezione: «Capisci? Quando io dicevo che non ero comunista, intendevo dire che vivevamo in un partito, quello di Berlinguer, in cui si discuteva e si litigava apertamente, ci si sentiva liberi e in un ambiente moralmente pulito». E qui siamo alla questione morale, che Veltroni nel suo film traccia senza calcare la mano. E invece avrebbe forse dovuto calcarla un po' di più, perché l'atteggiamento che Berlinguer e il suo partito assunsero specialmente nei confronti dei socialisti - io ero uno di loro - rasentò il razzismo. Iscritti e militanti del Pci furono dichiarati «razza eletta», moralmente e antropologicamente superiore - veri «ariani del bene» - e tutti gli altri, in particolar modo i socialisti, razza reietta. Ora sono tutti d'accordo fra i vecchi d'allora nel dire che fu un tragico errore, ma le conseguenze dell'errore restano.

Berlinguer puntava spasmodicamente al grande accordo con i cattolici e dunque con la Dc, prendendo spunto dal colpo di Stato del generale Pinochet (11 settembre del 1973) contro il presidente socialista cileno Salvador Allende, la cui elezione con un super-porcellum aveva provocato una rivolta della borghesia. Gli americani sostennero i golpisti e Allende morì impugnando il mitra che gli aveva regalato Fidel Castro. Fine dell'esperimento socialista cileno.

Berlinguer, preoccupato della possibile simmetria col caso italiano, lanciò il progetto di compromesso storico con la Dc e si svenò su quel progetto di cui Aldo Moro doveva essere il garante (e il film mostra a lungo il presidente della Democrazia Cristiana) dalla sommità del Quirinale cui era destinato al momento della sua cattura da parte di un commando «brigatista» con capacità militari difficilmente credibili.

Moro fu trucidato nel bagagliaio della famosa Renault di via Caetani e il compromesso storico fu archiviato. Ma Berlinguer aveva un «Piano B»: abbandonare l'ideologia comunista che l'avrebbe comunque legato a Mosca e lanciare una crociata sardo-luterana contro l'immoralità politica. Questa parte della riconversione, nel film di Veltroni è appena accennata anche perché la sua è una pellicola che parla più alle emozioni, al cuore e alla memoria e non pretende di essere un saggio di storia. Ma Berlinguer riesumò la martire del pudore cristiano Maria Goretti e si scatenò contro i socialisti che si erano rifiutati di far fronte con lui per un'alternativa di sinistra, additandoli al pubblico disprezzo.

La scena di Berlinguer e la sua delegazione che entrano nella sala in cui si svolge il congresso del Psi craxiano, è una frustata. Berlinguer è fischiato e Craxi gli rivolge scuse sarcastiche: «I fischi non sono alla persona, ma alla politica. E se io non ho fischiato, è soltanto perché non so fischiare». Fu la sua dichiarazione di guerra aperta, definitiva. Quella guerra ha mantenuto aperte le porte del tempio di Giano fino ad oggi, dal momento che il conflitto infernale fra berlusconismo e antiberlusconismo è cosa dei nostri giorni, con evidenti radici in quel passato. Berlinguer colpì profondamente l'emotività degli italiani, molto al di là della consistenza reale del suo partito. I suoi funerali videro in strada milioni di persone che piangevano e anche Giorgio Almirante, segretario del Msi e uomo schietto, disse che con Berlinguer scompariva un uomo onesto che aveva lealmente combattuto per ciò in cui credeva.

Ma dopo aver visto e goduto questa pregevole opera prima di Walter Veltroni regista, torna in mente la vecchia canzone francese: Que reste-t-il de nos amours? Che cosa resta di tutto ciò? Un rimpianto per chi ci credeva, e per chi non sa nulla forse curiosità. Ma emerge molto bene che quest'uomo fu un campione di leadership, e fu nel suo contrastato partito «un uomo solo al comando» capace di trascinare milioni di italiani per il bavero delle emozioni. Benigni lo prendeva in braccio gridando «Berlinguer ti voglio bene» e quel che resta del segretario comunista successore del filosovietico Luigi Longo è ora racchiuso nell'urna cineraria di un bel film in cui molto dicono gli spazi ora vuoti di Mosca e di Roma, delle piazze che furono gremite e che restano ingombre di vecchi giornali nel vento.

I segreti dell'Nsa: intercettate (e riascoltate) intere nazioni

Corriere della sera
di M.Ser

La rivelazione del Washington Post sulla base delle dichiarazioni di Snowden. Con Mystic gli Usa sono in grado di registrare e riascoltare il 100% delle conversazioni


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Snowden colpisce ancora. Secondo le rivelazioni della «talpa», ex collaboratore della Cia, nel 2009 la Nsa ha messo a punto un programma top secret che permette all’agenzia di intelligence americana di registrare «il 100 per cento» delle telefonate di un Paese straniero e di riavvolgere e riascoltarne i contenuti fino a un mese dopo l'effettuazione. A rivelarlo, questa volta, è il Washington Post sulla base di interviste e documenti forniti dalla «talpa» Edward Snowden.
Il Mago Merlino spione
Il programma battezzato «Mystic» è stato paragonato ad una «macchina del tempo». E a dimostrazione che si tratta di qualcosa di molto particolare, Snowden ha fornito la diapositiva illustrativa del programma che mostra Mago Merlino con la barba candida e un cellulare che spunta dal bastone. Secondo quanto riporta uno dei principali quotidiani americani, «Mystic» è nato cinque anni fa nel primo anno dell’amministrazione Obama. Il suo strumento «Retro (abbreviazione di «recupero retrospettivo») ha raggiunto capacità operativa nei confronti della «nazione target» nel 2011. Nessun altro programma Nsa venuto in luce fino ad oggi aveva avuto la capacità di «ingoiare» un’intera rete telefonica di un paese nel suo complesso. Di recente Snowden ha svelato ai parlamentari europei come il sistema di intercettazione dell’Nsa sia stato usato per lo più per motivi economici e di spionaggio industriale.
Un archivio di un mese di telefonate
Su richiesta dell’amministrazione, il Washington Post ha deciso di non pubblicare dettagli che potrebbero far identificare la nazione in cui il programma è stato usato. Altri documenti del 2013 rivelano che le spie della Nsa stavano studiando l’applicazione di qualcosa del genere in almeno altri cinque paesi. Nel suo uso iniziale, i sistemi di raccolta di «Mystic» hanno permesso di registrare «ogni singola» conversazione nella nazione bersaglio archiviando miliardi di chiamate in una «cassaforte» capace di contenere 30 giorni di telefonate, con le chiamate più vecchie che si cancellavano via via che ne arrivavano delle nuove. Questo contenitore «apre una porta nel passato», si legge nel documento ottenuto dal Washington Post, secondo cui Mystic avrebbe permesso agli 007 di «recuperare audio di interesse che non erano stati studiati all’epoca della chiamata». Gli analisti ascoltano circa l’un per cento delle telefonate, scrive il quotidiano, ma il volume assoluto è molto alto: ogni mese milioni di «ritagli in voce» vengono spediti in patria per essere elaborati e conservati a lungo termine.

18 marzo 2014 | 19:02

Google Chromecast sbarca in Italia, la tv su internet è low cost

Corriere della sera


La nuova chiavetta sfida Apple offrendo l’accesso a film, video, musica


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Tv sempre di più sul web. Dopo l’esordio negli Usa la scorsa estate, anche in Italia sbarca Chromecast, la chiavetta low cost di Google da collegare al televisore per guardare film, video e ascoltare musica in streaming sfruttando la connessione a internet. Il dispositivo - una sfida a sistemi come la Apple Tv - è in vendita da oggi sul Google Play Store e su Amazon in undici paesi oltre al nostro. Chromecast è una `chiavetta´ che costa 35 euro da attaccare al televisore HD per sintonizzarsi tramite WiFi ai propri dispositivi mobili - smartphone, tablet e computer portatile - e guardare sulla tv i contenuti disponibili sul web, dai film ai video di YouTube. Sostituisce pure il telecomando visto che, una volta inserita la chiavetta, i contenuti possono essere gestiti direttamente dalla fonte, telefono, tablet o pc portatile, che simultaneamente potranno anche essere usati per svolgere altre funzioni, dalla lettura della posta elettronica alla navigazione online. Quanto ai contenuti, la loro disponibilità varia da Paese a Paese.
Dai libri alla musica
Oltre a YouTube si potranno acquistare sul negozio digitale di Google, il Play Store, che non vende solo applicazioni, giochi, libri e dispositivi ma anche film e musica: Google Play Movies è disponibile in Italia dallo scorso novembre. Google Play Music vanta un catalogo di 20 milioni di brani. La chiavetta firmata Google non è compatibile solo con i dispositivi Android ma anche con iPhone, iPad, e con le versioni di Chrome per Mac e Windows. Chromecast punta a dare del filo da torcere a prodotti già sul mercato. A partire dalla Apple Tv, il cui apparecchio costa poco più di cento euro ed è più voluminoso, simile a un decoder. Il mercato fa gola pure ad Amazon: di ieri le indiscrezioni sul prossimo lancio - entro aprile - di una analoga «Kindle Tv», chiavetta per collegare la tv a internet e usufruire di contenuti online.

19 marzo 2014 | 01:25

In arrivo Office per iPad

Corriere della sera


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Il piano di Satya Nadella per il rilancio di Microsoft punta a tagliare i rami morti dell’azienda (dopo averli finalmente riconosciuti come tali) e sta prendendo forma. Un passaggio molto vicino sarà quello del 27 marzo a San Francisco, quando – secondo numeroso fonti, prima (in termini temporali) tra tutte Re/Code – il ceo nella sua prima uscita ufficiale presenterà Office per iPad. Ossia l’applicazione che vorrebbero tutti sul tablet che vogliono tutti. Reuters, tanto per capirci, ha stimato che Microsoft perde circa 2,5 miliardi di dollari all’anno con la scelta, rimandata finora per non indebolire i prodotti di casa, di non sbarcare sulla tavoletta da 200 milioni di pezzi venduti.

Una cifra non indifferente che il nuovo ceo avrà pensato bene che è meglio portare a casa invece che insistere su strade aziendali che ormai si sono dimostrate chiuse (vedi Surface) oppure sorpassate. Ossia difendere il mercato di Windows per i declinanti pc. Il tema del 27 marzo è un criptico “focus sull’intersezione tra cloud e mobile”, ma anche il recente arrivo di OneNote gratis in forma di app su tutti i device sembra il prologo dell’arrivo di Word, Excel, PowerPoint e appunto OneNote – gli unici programmi della suite che verrebbero resi disponibili – su iPad. Nome in codice dell’operazione, come racconta la sempre informata Mary Jo Foley, sarebbe Miramar. E il grande interesse ora è di capire con quale formula la “killer app” arriverebbe sui tablet della Mela (e poi, immaginiamo, anche su quelli Android).

La questione non è banale perché è da capire se l’idea è di seguire la strada già percorsa per l’iPhone, dove Office Mobile funziona solo attraverso la sottoscrizione del pacchetto cloud Microsoft Office 365. L’applicazione è scaricabile gratuitamente da AppStore, ma il funzionamento è declinato appunto alla sottoscrizione del servizio. Che potrebbe essere anche quella in versione “personal” in arrivo nelle prossime settimane: 70 dollari all’anno, oppure 7 al mese, per installare il pacchetto su un pc o un Mac e su un tablet. Il problema è che finora il “tablet” in questione menzionato da Microsoft era un Windows-based. Dal 27 potrebbe non essere più così.

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La Stampa

giuseppe granieri


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Immagina che ci sia una scossa di terremoto, mentre tutti dormono e le redazioni sono nella calma della notte, con le luci spente ma un computer acceso. Quel computer ha dentro un programma che rileva in automatico i dati sulle scosse di magnitudo superiore a 3 gradi Richter. Il computer prende atto della «notizia», la elabora, ci aggiunge una mappa, le informazioni necessarie e un titolo. E poi pubblica l’articolo. Per come te la sto raccontando potrebbe sembrare fantascienza. Ma è successo davvero. La notizia del terremoto in California è stata data quasi in tempo reale dal Los Angeles Times, E aveva in calce una piccola nota: «questo articolo è stato scritto, sulla base dei dati del USGS Earthquake Notification Service, da un algoritmo programmato dall’autore».

L’algoritmo si chiama Quakebot e qualche minuto dopo il sisma ha mandato una mail al suo creatore, Ken Schwencke, avvisandolo che «un articolo sul terremoto era pronto per essere pubblicato». Se vuoi approfondire, Eric Levenson su The Wire, ti racconta tutta la storia: L.A. Times Journalist Explains How a Bot Wrote His Earthquake Story for Him . È vero, come commenta Jack Lail , che Quakebot quasi sicuramente non vincerà un premio giornalistico, però ha dato la notizia. Ed è un ulteriore segnale di diversi scenari che si si stanno aprendo. Il primo è quello dell’intersezione tra tecnologie diverse e competenze umane: social network, sensori, sistemi di intelligenza artificiale, algoritmi e giornalisti. Il secondo è più ampio, meno prevedibile, e riguarda il ruolo crescente che le tecnologie stanno ricoprendo nella gestione di molte parti della nostra vita quotidiana.

E tutto questo sta contribuendo a cambiare il modo in cui ci informiamo. Abbiamo visto in molti altri casi come Twitter, ad esempio, sia sempre più spesso la fonte primaria in caso di eventi disastrosi o di forte impatto, come l’esplosione di Harlem. O come, qui da noi in Italia, in occasione del terremoto in Emilia. Anche allora accadde di notte e anche allora le prime informazioni arrivarono dalle persone, con foto e segnalazioni. Mentre i media dormivano, senza Quakebot. Per farti un’idea, Ted Bailey ragiona proprio su questo: How Twitter confirmed the explosion in Harlem first .

Ma l’esempio di Quakebot, per quanto stia facendo notizia oggi, non è l’unico. Da tempo quelli del mestiere seguono le attività di Narrative Science, una società che produce appunto una piattaforma giornalistica di intelligenza artificiale, usata anche da Forbes. Ed è sempre più evidente che la capacità di trattare grandi quantità di dati, con la velocità della tecnologia, tenderà ad avere un’importanza crescente nelle nostre vite .

In prospettiva storica, certo, siamo ancora nella prima infanzia di un’epoca nuova. Alcune tecnologie sono ancora rudimentali, ma l’esperienza insegna che buona parte dei tentativi di oggi, arriveranno a maturità domani. E probabilmente molti di noi hanno ancora difficoltà a trovare le parole giuste per definire le cose che cambiano, oscillando tra robot (magari come quelli di Guerre Stellari), Bot (programmi che eseguono dei compiti in automatico), intelligenza artificiale (sistemi in grado di imparare). e altre diavolerie che sono subito dietro la curva.

Ma è una tendenza da non sottovalutare. E, se vuoi, proprio il Guardian ne ha fatto un punto della situazione, con un titolo che potrebbe farci riflettere: Could robots be the journalists of the future? 

Twitter: @gg

Il falso mito della Danimarca Auto blu e pensioni da miseria

Roberto Fabbri - Mer, 19/03/2014 - 08:57

La leggenda dura a morire di un popolo ricco che viaggia in bicicletta. E i politici somigliano ai nostri: ecologici nelle foto, poi usano la macchina 

«All'estero certe cose non succedono». «Solo in Italia vengono tollerate certe porcherie». «I nostri politici viaggiano in auto blu, gli altri in bicicletta». «Al Nord sì che rispettano l'ambiente, mica come noi italiani...».

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Forse è una contraddizione sostenere che «nessuno come noi italiani» è così scioccamente esterofilo e denigratore del proprio Paese. Ma in effetti sembra che in un'ipotetica classifica mondiale in materia siamo prossimi alla vetta. Come chiunque sia abituato a tenere le orecchie aperte sui mezzi pubblici in Italia sa molto bene, uno dei luoghi comuni più duro a morire consiste nell'impietoso raffronto con i «virtuosi Paesi del Nord Europa»: quelli dello Stato che spende bene i soldi delle tasse, dove si inquina poco perché c'è una diffusa coscienza ecologista e via favoleggiando. Ah, le garanzie offerte dallo Stato svedese! Ah, la serietà della burocrazia norvegese! Ah, l'etica del lavoro che c'è in Finlandia! Ah, la superiore civiltà della Danimarca!

La Danimarca? Un momento. Siamo sicuri? Senza niente voler togliere a un Paese piccolo e civile che ha certamente molti meriti, dalle nostre parti circolano sui danesi informazioni (di solito lodi sperticate) non proprio esatte. Le ha riprese sulla rivista Geopolitica un articolo di Claudio Pellegatta, che lavora a Copenaghen presso un'agenzia internazionale di sviluppo commerciale. Lo spunto gliel'ha fornito qualche settimana fa un post apparso sul blog di Beppe Grillo, i cui principali concetti sono stati da lui più volte ripresi nei suoi tempestosi comizi. Peccato che si trattasse, in gran parte, di imprecisioni quando non di balle pure e semplici.

Cominciamo dal clima. La «gelida Danimarca» con punte invernali da Siberia con meno venti gradi in realtà va raramente sottozero grazie alla sua posizione geografica. La pianura padana sa essere più cruda in questo senso, anche se molti non lo immaginano neppure. Ulteriori leggende su fantomatici sistemi di riscaldamento danesi basati sullo sfruttamento delle acque reflue depurate delle fogne sono appunto leggende: in Danimarca il riscaldamento delle case viene alimentato con un mix di energia termoelettrica (i famigerati combustibili fossili!) e rinnovabile (eolica soprattutto). Il che porta a costi per l'utente comparabili con quelli italiani, quando non leggermente superiori, e a temperature identiche. Chissà su che base vi è invece chi sostiene che i fortunati danesi pagherebbero un decimo di quanto sborsiamo noi per scaldarci: così non è. Passiamo a tasse e pensioni, componenti basilari del mito scandinavo. A differenza delle voci messe in circolazione, in Danimarca la pressione fiscale è più alta che in Italia, e non di poco.

Pellegatta precisa che la tassazione sulla busta paga va dal 35% fino al 51%, in relazione al reddito del lavoratore. Nel 2012, la pressione fiscale escluse le imposte in conto capitale risultava in Danimarca del 49% contro un 43,9% in Italia. Quanto alle decantate pensioni danesi, quella sociale equivale a meno di 800 euro lordi mensili, una miseria ricordando che il costo della vita lassù è ben più alto del nostro. Si racconta inoltre della possibilità di ottenere a richiesta la liquidazione di quanto versato al fisco per la pensione, ma questo è vero solo per le pensioni private: e la trattenuta - salatissima - è del 60 per cento. Un'altra invenzione riguarda la presunta assenza del sostituto d'imposta, per cui i lavoratori dipendenti danesi riceverebbero - unici in Europa - il salario lordo per poi pagare le tasse in autonomia grazie a una semplicissima (ça va sans dire) dichiarazione dei redditi: sarebbe bello (forse), ma è una favola.

Capitolo salari, altro classico dell'immortale filone «l'erba del vicino è sempre più verde». In Danimarca, descritta come esempio di equità sociale, gli operai guadagnerebbero in media 2500 euro netti al mese, mentre i direttori di banca non supererebbero i 7000. Storie: se è vero che esiste ovviamente una forbice salariale in base alle mansioni e all'anzianità degli operai, i 2500 euro lordi rimangono comunque una scandinava fenice (senza dimenticare che nel felice Paese del Nord la tredicesima e la quattordicesima non sanno nemmeno cosa siano); quanto ai dirigenti di banca, con grande scorno degli ammiratori del livellamento salariale, guadagnano in Danimarca ben più di 7000 euro mensili.

Infine la leggenda più danese di tutte: la bicicletta per tutti. È un fatto, va premesso, che Copenaghen è una città di ciclisti. Ma il traffico automobilistico rimane intenso, mentre credere che la gente viaggi in bici coprendo decine di chilometri per spostarsi nelle campagne è ingenuo assai. Anche perché l'ecologico treno costa più che da noi e in mancanza dell'esecrato Tav conviene spostarsi in auto. Lo fanno anche i ministri, che sono uguali ai nostri: si fanno fotografare in bici, ma l'auto blu ce l'hanno e la usano. Eccome.

Niente carta, usi il pc". E lui fa causa al tribunale

Luca Fazzo - Mer, 19/03/2014 - 08:37

L'avvocato Ruffoni Menon: "Non c'è una legge che obblighi a usare il computer"

Milano - É l'urlo di dolore dell'analfabeta informatico. Del luddista del web. Dell'irriducibile dell'Olivetti.


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Di uno, insomma, che con i computer non sa e non vuole avere nulla a spartire. E che si trova costretto contro la sua volontà a piegarsi al dominio di Hal. É una sindrome minoritaria, ma già abbastanza conosciuta. La differenza, stavolta, è che il refrattario è un praticante avvocato. In un ufficio della Procura di Milano, si è sentito dare la risposta che milioni di italiani si sentono dare sempre più spesso dalla pubblica amministrazione: «Vada sul sito». Ma, essendo un dottore in legge, ha deciso di usare gli strumenti della legge. E ha sporto denuncia contro ignoti per interruzione di pubblico servizio, abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio.

Difficile che riesca a ottenere qualcosa, anche perché della informatizzazione la giustizia italiana ha fatto la sua bandiera. Ciò non toglie, dice il legale, che in Italia non esiste una legge che obbliga a comprare e a saper usare un computer. Deve essere garantito un canale d'accesso alla giustizia - e a ogni altro servizio pubblico - anche per i negati del pc, che hanno il diritto ad essere tutelati come qualunque altra minoranza. La tesi è indubbiamente provocatoria, ma con un suo fascino altrettanto indubbio. Il giovane giurista si chiama Alessandro Verga Ruffoni Menon, ha ventinove anni, e svolge il tirocinio in uno studio milanese.

Nella sua denuncia, racconta di essersi recato all'ufficio ricezione atti della Procura «per verificare lo stato di alcuni procedimenti. «Dopo avere atteso oltre un'ora il mio turno, l'impiegata non ha accolto la mia richiesta di informazioni sostenendo che dovevo utilizzare il sistema informatico», scrive Verga. «L'assistente giudiziaria, nonostante le mie insistenze, si è rifiutata di interpellare gli appositi registri, impedendomi lo svolgimento dei miei compiti professionali. Solo dopo aver minacciato di ricorrere alle forze dell'ordine per ristabilire un corretto funzionamento dell'ufficio, l'addetta ha ritenuto di accontentare le mie richieste». Pochi giorni dopo, stessa scena: ma stavolta, nonostante le insistenze del praticante, la risposta cartacea non viene fornita.

E a questo punto della storia, la denuncia prende il tono del pamphlet: «La mia rimostranza deriva dal fatto che il codice non prescrive una norma siffatta. Tra le discipline obbligatorie del corso di laurea in giurisprudenza non vi è l'informatica, neppure lo prevede l'esame di abilitazione alla professione forense. Non posseggo un computer e non ho intenzione di acquistarne uno fino a quando non verrà promulgata una legge che lo imponga. Mi servo di una macchina da scrivere Olivetti Lettera 22. D'altronde alcuni magistrati a Milano rispondono alle istanze difensive perfino a penna, e talvolta con calligrafie illeggibili».

Il giovanotto si rende conto di appartenere a una estrema minoranza, ma proprio per questo invoca tutela: «Non posso accettare di rimanere vittima di discriminazioni solo perché diversamente informatico. Dalla narrazione dell'accaduto affiora con inconfutabile chiarezza il progetto di emarginare e menomare chiunque non voglia adeguarsi a procedure disposte in forma unilaterale». «Ogni minoranza deve essere sostenuta nei suoi diritti», scrive Verga. Ebbene, i «diversamente informatici» adesso hanno il loro Don Chisciotte.

Quando il restauro passa dal web I frati si affidano al crowdfunding

La Stampa

lorenza castagneri

La cella di San Francesco a Roma ha bisogno di lavori urgenti. I frati cercano 125mila euro: «Chiedere l’elemosina è la nostra tradizione, adesso è digitale»


LASTAMPA
E’ la stanza che ospitava San Francesco durante i suoi soggiorni a Roma. Il santo di Assisi la occupò anche quando, nel 1223, si recò in visita da Papa Onorio III. Ma adesso la cella, custodita nella chiesa di San Francesco a Ripa, nel cuore di Trastevere, ha bisogno urgente restauri. E i frati che cosa fanno? Lanciano una campagna di crowdfunding attaraverso la piattaforma Kickstarter. La richiesta di aiuto è di 125mila dollari. 

Chi pensa si tratti di una bufala, può mettersi il cuore in pace. E’ tutto vero. «La nostra iniziativa é in linea con la tradizione francescana di raccogliere l’elemosina. Semplicemente, in questo caso lo facciamo via internet» spiega padre Stefano Tamburo.  In caso di successo, i frati promettono che restaureranno la stanza da capo a fondo: le pareti, il soffitto, l’antico pavimento in legno, inclusi gli affreschi, il ritratto del patrono d’Italia risalente al tredicesimo secolo e il cuscino in pietra che san Francesco usava per riposare. Non solo. Verrà installato anche un nuovo impianto elettrico e un sistema di ventilazione. Insomma, si pensa in grande. 

Peccato, però, che, rispetto alla richiesta iniziale, finora siano stati raccolti soltanto 7.800 dollari circa. Ma per donare c’è tempo fino all’11 aprile. Chissà che da adesso ad allora non accada il miracolo. Qualora il budget dovesse essere superato, i religiosi pensano di estendere i lavori di restauro anche ad altre parti dell’edificio, come le scale che conducono alla cella, e di finanziare delle attività sociali all’interno del monastero. Secondo le loro stime, l’intervento dovrebbe durare al massimo cinque mesi per concludersi alla fine di settembre. L’inaugurazione della cella restaurata é fissata per il 4 ottobre. 

I nomi di tutti coloro che offriranno il loro supporto saranno impressi su un pannello sistemato davanti all’ingresso della stanza e sul sito dedicato al restauro. Per ognuno è previsto anche un certificato di donazione. E poi una serie di gadget in regalo: una cartolina pop-up che riproduce il monastero, con tanto di francobollo commemorativo, un portachiavi con il Tau e l’iscrizione latina “Pax et Bonum”, un ciondolo in legno che rappresenta la colomba della pace realizzato a mano dalle clarisse del monastero di Albano. E poi magliette, felpe, tazze, mousepad che riportano l’effige del santo, fino a una edizione limitata del sigillo papale di Gregorio IX, datata 1229, che ricorda il momento in cui il controllo del ricovero di San Francesco passò dai benedettini ai francescani.

La staffetta per l’obelisco delle 5 Giornate di Milano

Corriere della sera

di Daniele Carozzi
 

Per ispirarsi l’artista fece venire anche un leone dalo zoo di Amburgo. I lavori durarono 14 anni. Cinque modelle per rappresentare tutti i giorni della sollevazione


Furono 14 anni di duro lavoro e di passione, studiando con dovizia le alchimie nella fusione dei bronzi, ritraendo un leone di quattro anni giunto appositamente dallo zoo di Amburgo dopo averlo aizzato per significare l’ira di un popolo oppresso e osservando il volteggio di un’aquila che con gli artigli doveva proteggere l’emblema di Milano libera dallo straniero. Ma Giuseppe Grandi, l’artista e autore del monumento alle Cinque Giornate che da porta Vittoria domina il corso 22 Marzo, morì quattro mesi prima dell’ inaugurazione di quell’obelisco con alla base l’allegorico gruppo statuario che rievoca la rivolta del 1848 e i suoi Caduti sulle barricate.


Le Cinque Giornate di Milano Le Cinque Giornate di Milano
Le Cinque Giornate di Milano Le Cinque Giornate di MilanoLe Cinque Giornate di Milano
 
Grandi morì il 30 novembre del 1894 e le autorità di Milano entrarono nel panico temendo che la bella opera, di ispirazione fra lo Scapigliato e il Barocco, non potesse assurgere allo splendore atteso dai cittadini e dai veterani dell’insurrezione. Ma niente paura, a ultimare e rifinire la scultura presso la fornace sita all’Acquabella, fuori porta Vittoria, ci pensò un giovane e promettente allievo del Grandi, come lui nativo della Valganna, che ne ereditò disegni, bozzetti, segreti di bottega e testamento morale. Era il giovane Antonio (1865-1949), nonno materno del professor Gian Luigi Forti, milanese e docente di Matematica all’Università degli Studi, che oggi rivela fatti inediti e mostra la copiosa documentazione di quel periodo.

Fra i manoscritti dalla curata e svolazzante grafia del tempo, scopriamo le lettere di stima dell’allora sindaco di Milano Giulio Belinzaghi al Grandi, la somma di lire 186.077 pro monumento raccolte mediante fiere, lotterie e collette, le percentuali di stagno, vecchio bronzo e rame per la fusione delle statue e gli appunti sulle cinque modelle che rappresentano ognuna le giornate della ribellione: «Elisa Balcani, grande e anche grossa, Ermanna Clerici piccolina e con molto seno, Chiarina, molto ben proporzionata». Divennero poi la popolana che alla base dell’obelisco incita alla sollevazione, la donna che piange i caduti, le due annunciatrici della gloria con la bandiera e la tromba e la «Giulia», intenta a battere la campana della libertà.

Morto il Grandi, nonno Antonio lavorò alacremente per rifinire, assemblare, lucidare i bronzi e incidere i nomi dei patrioti vittime della rivolta. Gianluigi sfoglia con cura i numerosi ritagli di quotidiani dell’epoca che esaltano il monumento: «Giusto nelle proporzioni, forte negli effetti, solenne e chiaro per la mente di tutti, fa meditare ed esalta». Poi venne il giorno dell’inaugurazione. E il 18 marzo 1895, quasi quattro mesi dopo la morte di Giuseppe Grandi, una ingiallita foto mostra nonno Antonio tra la folla e la commozione dei reduci in estasiata contemplazione del monumento.

19 marzo 2014 | 10:09

Curriculum palestinese o israeliano? Dilemma a Gerusalemme

Corriere della sera

di Viviana Mazza


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GERUSALEMME – Alcune ragazze dai capelli lunghi e neri intonano una canzone palestinese all’uscita della scuola. Decine di altre adolescenti con l’hijab bianca attendono alla fermata dell’autobus. Nella stessa strada un uomo in pantaloncini fa jogging con il cane e un padre ultraortodosso in nero avanza tenendo per mano uno stuolo di bambine con abiti trasandati e il muco al naso. E’ una normale mattina d’inverno a Gerusalemme Est. La campanella ha appena sancito la fine delle lezioni.

Con il velo sui capelli, un maglioncino fucsia e un paio di cartellette in mano, Dua Dajani esce dalla scuola per ragazze “Abdullah Bin Hussein” nel quartiere di Sheikh Jarrah. E’ stata insegnante qui, ma adesso sta facendo un dottorato in psicologia e sviluppo cognitivo alla Hebrew University. Nel parcheggio davanti alla scuola, dove un cartello celebra la riunificazione di Gerusalemme, Dua si ferma a parlare di un argomento che le sta a cuore.

Un dilemma per i genitori palestinesi di Gerusalemme Est che si è presentato quest’anno: continuare a far studiare i figli secondo il curriculum scolastico palestinese (lo stesso che è in uso in Cisgiordania) per rafforzare la loro identità nazionale, oppure scegliere quello israeliano che offre loro maggiori probabilità di accesso alle università e al mondo del lavoro nello Stato ebraico?
A Gerusalemme Est, che i palestinesi vogliono come capitale del loro futuro stato ma che Israele ha conquistato nel 1967 e annesso nel 1981 senza il riconoscimento della comunità internazionale, l’istruzione è una questione fortemente politicizzata.

Mentre gli Stati Uniti premono per un accordo di pace, all’inizio di quest’anno scolastico si è assistito a una nuova spinta per l’introduzione del curriculum israeliano nelle scuole di Gerusalemme Est. La municipalità – che afferma di farlo su spinta dei genitori – ha offerto anche un incentivo economico: 400 euro per ogni studente che segue il curriculum israeliano, ha scritto mesi fa il New York Times. All’inizio quattro delle 185 scuole di Gerusalemme Est hanno effettivamente aperto al curriculum israeliano. Tra di esse c’era anche la Abdullah Bin Hussein ma il numero degli studenti è sceso da 45 a 20 in pochi mesi. Adesso non c’è più nessuna classe che applichi il curriculum israeliano, dice al Corriere la preside, che però rifiuta di discutere ulteriormente della questione.

Il presidente dell’associazione dei genitori di Gerusalemme Est, Abdul-Karim Lafi, sostiene che la maggior parte dei genitori siano contrari e accusa le autorità israeliane: “Non vogliono solo occupare la terra, vogliono occupare la mente delle persone, far loro il lavaggio del cervello”. Un portavoce del comune di Gerusalemme sostiene invece che “non è una questione politica ma educativa e umanitaria”.
Dajani spiega che è un vero dilemma per i genitori: “Anche quando ne parlo con mia sorella, litighiamo”. Da una parte, Dajani difende le ragioni per respingere il curriculum israeliano, perché insegna il punto di vista dello Stato ebraico in educazione civica e in storia: “Comprensibilmente la gente non vuole che i figli così piccoli imparino che Gerusalemme è la capitale dello stato ebraico”.

Dall’altra parte, osserva però che ci sono dei buoni motivi per passare al curriculum israeliano: primo, è più moderno, con un approccio critico anziché basato sulla memorizzazione, e con un’enfasi maggiore sulle scienze; secondo, molti palestinesi di Gerusalemme Est che vanno poi a studiare poi all’università israeliana si trovano in difficoltà, dovendo abituarsi a un metodo diverso e dovendo sostenere un anno integrativo e superare un test in ebraico, matematica, inglese, educazione civica che richiede una lunga preparazione e una congrua spesa per i genitori.

Certo, possono decidere di fare l’università in Cisgiordania, ma poi la laurea spesso non viene riconosciuta in Israele e restano bloccati in occupazioni poco remunerative. Lavorare in Cisgiordania invece offre un salario basso che non permette di sostenere i costi di vita a Gerusalemme. Alla fine, per suo figlio Dua ha scelto il curriculum palestinese, ma quando il ragazzo ha provato a entrare in un’università americana non ha avuto un voto alto al test di ammissione e dunque ha perso l’opportunità di prendere una borsa di studio senza la quale non potrà permettersi di frequentarla.
Anche nelle sette scuole di Gerusalemme Est gestite dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati, è usato il curriculum del ministero dell’Istruzione palestinese.

Tra le poche scuole palestinesi della città che hanno aperto classi in cui si può seguire il curriculum israeliano, c’è la “Ibn Rushd” (per ragazzi) che si trova nel villaggio di Sur Baher. Il preside Ibrahim al-Khatib, in cortile tra i bambini durante la ricreazione, lo conferma spiegando che “d’altra parte questa scuola, a differenza di altre di Gerusalemme Est, appartiene alla municipalità”. Sull’edificio di pietra chiara, spicca il nome dell’istituto, in arabo e in ebraico. Nei mesi passati, il preside ha detto ad altri giornalisti che 141 su 800 dei suoi ragazzi seguono il curriculum israeliano che lui personalmente difende. All’ingresso di questa scuola, la guardia chiede di controllare il contenuto della borsa della giornalista (una precauzione assente in un altro istituto adiacente a Sur Baher e nella scuola Abdullah Bin Hussein), e incoraggia il preside a non parlare senza autorizzazione.

Dall’urlo al ronzio Chi ha tolto la voce alla Formula Uno?

La Stampa

vittorio sabadin

Polemica tra i tifosi dopo il Gp d’Australia. Ecclestone: modifichiamo i collettori di scarico


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La Formula 1 ha perso una caratteristica essenziale: il rumore. Dovrà fare in fretta a ritrovarlo, perché i siti web specializzati in automobilismo sono pieni di proteste dei tifosi, increduli per quello che non hanno sentito domenica scorsa nel primo Gran Premio della stagione, quello di Australia.

Dopo avere ridotto la cilindrata a 1,6 litri e adottato il turbocompressore, le monoposto emettono un suono sferragliante e un po’ patetico, simile a quello di un go-kart e molto lontano dall’idea che la gente ha del ruggito che dovrebbero emettere le migliori auto da corsa del mondo. 

Anche Bernie Ecclestone, il potente boss della Formula 1 ora un po’ in disparte per l’accusa di avere pagato una tangente in Germania, si è detto «inorridito» per la mancanza di rumore sul circuito di Melbourne. «Dobbiamo fare qualcosa in fretta – ha dichiarato al “Daily Telegraph” – per rendere il suono delle monoposto del 2014 più simile a quello di un’auto da corsa. Non possiamo aspettare, perché potrebbe essere troppo tardi». 

Ecclestone, 83 anni, si era opposto all’adozione dei nuovi regolamenti, con il passaggio ai motori di 6 cilindri a V, al turbo e ai gas di scarico usati per recuperare energia e alimentare batterie elettriche. Temeva che lo spettacolo ne avrebbe risentito, cosa che alla fine avrebbe voluto dire minori incassi. Un timore che sembra fondato: già Ron Walker, presidente dell’Australian Grand Prix Corporation, ha protestato minacciando di mettere in discussione i contratti, perché la sua organizzazione non ha intenzione di pagare milioni di dollari «per sentire un ronzio in pista». 


Secondo Ecclestone, una modifica può essere fatta già tra un paio di gare, magari anche solo intervenendo sulla forma e sulla dimensione dei collettori di scarico, come si faceva sulle vecchie Fiat 500 per farle sembrare più grintose. Certo è che gli appassionati di automobilismo rimpiangono il rumore dell’anno scorso, quell’urlo dell’8 cilindri spinto a 18 mila giri che si poteva sentire da chilometri di distanza avvicinandosi al circuito. Le monoposto di quest’anno hanno un limite a 15 mila giri e domenica scorsa la maggior parte dei piloti non ha superato i 13 mila, per paura di rompere qualcosa. A qualche centinaio di metri dalla pista, non si sentiva nulla.

Non piacciono nemmeno i limiti imposti al consumo di benzina, che costringono ad andare piano, un controsenso per una gara automobilistica: sembra quasi che i nuovi regolamenti abbiano voluto avvicinare i piloti ai normali conducenti, che devono guidare vetture ibride che consumano sempre meno e viaggiano quasi in silenzio. Ma i tifosi non vogliono questo: la Formula 1 deve urlare, essere terrificante e rumorosa come è sempre stata. 

Nei negozi di souvenir vicino a Maranello si vendevano CD con il sound dei diversi motori delle Ferrari in prova sul circuito di Fiorano, registrati da oltre la rete di recinzione: i tifosi si sfidavano a riconoscerli. Oggi si trovano sul web i rumori delle granturismo da sogno, messi a confronto per stabilire se, ad esempio, sia meglio il V12 della Ferrari 599 GTO o quello della Lamborghini Aventador. C’è chi passa giornate intere ad ascoltare il suono dei motori di razza, una musica che ha estimatori molto raffinati.

Tra i facoltosi clienti di Enzo Ferrari, mirabilmente descritti nel suo primo libro «Le mie gioie terribili», c’erano moltissimi direttori d’orchestra, musicisti e cantanti: tra gli altri Von Karajan, Abbado, Domingo, Corelli, Benedetti Michelangeli, tutti affascinati dal meraviglioso suono dei 12 cilindri a carburatori dell’epoca. E’ giusto cercare soluzioni tecniche innovative, applicabili poi alle auto di serie. Ma la Formula 1 senza rumore è come un tenore senza voce, una finale di Champions senza pubblico, un concerto rock con gli amplificatori rotti. Bisogna consentirle rapidamente di ruggire di nuovo.