lunedì 17 marzo 2014

Steve Jobs non credeva in una tv Apple

La Stampa

La rivelazione è contenuta in un libro che racconta i segreti dello staff


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«Una tv Apple? Un pessimo affare ». È quanto Steve Jobs, co-fondatore di Apple, avrebbe detto in uno dei suoi ultimi incontri con i dirigenti di Cupertino. Le rivelazioni sono contenute in un libro sul post-Jobs in uscita scritto dalla giornalista del Wall Street Journal, Yukari Iwatari Kane. La rivelazione smorzerebbe tutte le speculazioni degli analisti su un televisore di nuova generazione targato Apple. Secondo il libro per Jobs quello della tv «era un business con margini ristretti».

Nel volume «Haunted Empire: Apple After Steve Jobs » la giornalista riferisce dell’incontro del 2010 riservato ai 100 top manager e impiegati dell’azienda, l’ultimo tenuto da Steve Jobs prima di ritirarsi per la malattia che lo spense nell’ottobre del 2011. Nel corso di questo incontro, scrive Kane, il padre della Mela Morsicata affermò che Apple non avrebbe annunciato nessun televisore. Jobs aggiunse che invece la Apple Tv, ovvero il dispositivo tipo decoder che si collega al televisore per i contenuti in streaming, già in commercio, sarebbe rimasto un `hobby´ finché Apple non avesse ottenuto i contenuti di cui aveva bisogno.

Finora Apple un suo apparecchio televisivo non l’ha ancora lanciato. Tuttavia i commenti di Jobs riferiti da Kane sembrano contraddire la testimonianza raccolta da Walter Isaacson per la biografia best-seller sul guru della Silicon Valley. Prima di morire, secondo Isaacson, Jobs avrebbe espresso il desiderio di creare «una tv integrata facile da usare, sincronizzata con tutti i dispositivi dell’utente e con iCloud». 

WhatsApp, trapelano indiscrezioni su telefonate e restyling dell’app

La Stampa

Si avvicina la possibilità di telefonare sfruttando la rete Internet


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La possibilità di telefonare, sfruttando la rete Internet, con l’applicazione di messaggi WhatsApp pare sia sempre più vicina. Dopo l’annuncio del numero uno della società in occasione dell’ultimo Mobile World Congress, in rete circolano le prime foto dell’app rinnovata con la funzione chiamate. L’amministratore delegato Jan Koum aveva anticipato che la novità sarebbe stata disponibile entro questa primavera-estate. WhatsApp, secondo quanto riporta il blog specializzato iPhoneitalia, è al lavoro su un corposo aggiornamento della sua applicazione per iOS, il sistema operativo mobile di Apple, e dopo il restyling per iOS7 sono attese nuove funzioni. 

In primis la possibilità di effettuare chiamate - al pari di servizi come Skype o Viber - tramite Voip (Voice over IP), cioè la rete Internet. Il sito pubblica le prime schermate del presunto nuovo WhatsApp e tra le opzioni di comunicazione c’è quella delle chiamate, da poter avviare a chat aperta oppure a partire dai contatti. Le chiamate potranno essere effettuate quando si è connessi a internet, sia con rete WiFi sia con rete cellulare 3G. Altra novità sarebbe il pulsante per attivare con un solo passaggio la fotocamera, direttamente disponibile nel riquadro della chat. WhatsApp, da poco acquistata da Facebook per circa 19 miliardi di dollari, supporta diverse possibilità di comunicazione e consente già agli utenti di registrare messaggi vocali, una sorta di walkie-talkie. Gli utenti attivi nel mondo sono 465 milioni.

(Ansa)

Ecco come WhatsApp legge le conversazioni: la dimostrazione di un hacker che la privacy sulla chat è a rischio

Il Mattino

di R.P.


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In epoca di timori per la privacy, ad ogni livello, si scopre come anche applicazioni di larga diffusione come WhatsApp siano vulnerabili. Impossessarsi della cronologia delle conversazioni è possibile, semplicemente installando un'app. E dopo la mega-acquisizione del servizio da chat da parte di Facebook, arrivano le rivelazioni di un informatico olandese che spiega come sia facile violare la privacy degli utenti.

Accuse che il popolare servizio di messaggistica definisce «esagerate». La scoperta l'ha fatta Bas Bosschert, un hacker “etico”. Secondo il suo parere, alla base di possibili intrusioni esterne ci sono delle disattenzioni da parte di WhatsApp. La prima deriva dalla scelta degli sviluppatori della chat di salvare la cronologia dei messaggi sullo spazio di archiviazione del telefono, rendendola così reperibile. La seconda riguarda invece la gestione dei permessi all'interno del sistema operativo Android, permessi che spesso vengo chiesti all'utente che scarica un'app per accedere, ad esempio, ai contatti o alle foto, in questo caso di accedere allo spazio di archiviazione del telefonino. E gli utenti oramai danno permessi “alla cieca”, senza neanche pensare.

Vulnerabilità Inoltre, per Bosschert, l'altra vulnerabilità sarebbe nel meccanismo usato da WhatsApp per proteggere crittograficamente il database dei messaggi, quindi renderli non leggibili, che consiste nell'usare la stessa chiave per tutti gli utenti. Un malintenzionato potrebbe dunque individuare la chiave e accedere al database salvato in locale, ripetendo poi lo stesso processo per tutti gli utenti del servizio.

Detto in parole povere, installando una qualsiasi app sul proprio cellulare questa potrebbe chiedere il permesso di leggere l'intera cronologia dei messaggi. E l'utente potrebbe dare l'assenso alla leggera, senza avere alcuna notifica di quello che sta facendo. Per confortare la sua tesi, Bosschert, ha costruito un giochino che dimostra come la cronologia della chat viene scaricata e ha postato l'esperimento sul suo blog: http://bas.bosschert.nl/steal-whatsapp-database/#more-1.

«Questi report non hanno dipinto accuratamente il quadro e sono esagerati»: così un portavoce di WhatsApp ha risposto alle accuse di Bosschert, specificando che l'app di messaggistica sul Google Play, lo store per i dispositivi con sistema operativo Android, «è stata aggiornata per proteggere ulteriormente gli utenti dalle applicazioni malevole».

Dure critiche alle politiche di difesa della privacy, ma in senso più generale, sono arrivate qualche giorno fa da parte di due associazioni no profit americane: hanno chiesto all'authority delle comunicazioni Usa di bloccare l'acquisizione da 19 miliardi di dollari di WhatsApp da parte di Facebook, almeno fino a quando non sarà chiaro come il social network intenda usare i dati dei 450 milioni di utenti del servizio di messaggistica. Nel frattempo, stanno lievitando i servizi di chat concorrenti, soprattutto quelli che garantiscono l'anonimato. Come Telegram.

domenica 16 marzo 2014 - 13:20   Ultimo agg.: 17:23

Facebook, le ricerche vengono memorizzate. Ecco come cancellarle

Il Mattino


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ROMA - Mantenere la propria privacy quando si utilizzano i social network non è sempre facile, soprattutto se alcune funzioni sono "nascoste" e sconosciute. Infatti, non tutti sono a conoscenza di una funzione di Facebook che registra e memorizza tutte le ricerche effettuate dall'utente tramite il social network. I risultati sono accessibili solo dal proprietario del profilo, ma potrebbero causare problemi o imbarazzo a chi condivide il pc con altri. Per visualizzare la cronologia delle proprie ricerche e - eventualmente - cancellarla, bisogna andare sul proprio profilo ed accedere al "registro attività".

Da qui, sul menù a sinistra, selezionare la voce "altro". Finalmente verrà visualizzata la funzione "cerca", finora nascosta. Qui sono raccolte tutte le parole ricercate, i nomi, gli interessi. Se si teme per la propria privacy, si può eliminare l'intera cronologia o una singola voce.

domenica 16 marzo 2014 - 18:58   Ultimo agg.: 18:58

WhatsApp e il servizio VoIP, ecco come saranno le chiamate dopo il restyling dell'App

Il Mattino


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ROMA - A breve WhatsApp diventerà un concorrente anche di Skype e Viber grazie alle sue videochiamate. iPhone italia mostra in anteprima come funzioneranno queste chiamate. Oltre alle novità già note da tempo, come l’introduzione di nuovi sfondi, WhatsApp ha lavorato per portare le chiamate VoIP all’interno della sua applicazione. La chiamata può essere avviata da una chat aperta o aprendone al volo una, previa autorizzazione dell’utente ad usare il microfono dell’iPhone.

In alto ci sarà la voce “WhatsApp Call” che segnala la chiamata (questo per distinguere dalle chiamate GSM che già ora è possibile avviare tramite WhatsApp). Nella parte inferiore dell’interfaccia abbiamo i pulsanti “Muto”, “Messaggi” e “Speaker” che fanno esattamente ciò che preannunciano i loro nomi. Premendo il primo pulsante, verrà escluso il nostro microfono; premendo su “Messaggi” si tornerà alla chat WhatsApp (mantenendo la chiamata in corso) e premendo su “Speaker” si passerà al vivavoce. Le chiamate saranno gratuite e sarà possibile effettuarle sia su rete WiFi che su rete 3G.

lunedì 17 marzo 2014 - 09:13

I vigili sequestrano l'auto: "La targa non è falsa. Siamo cittadini del Regno di Gaia"

Il Mattino




SASSARI - “Siamo cittadini del Regno Sovrano di Gaia”, hanno risposto così ai vigili i proprietari di una Pegeot parcheggiata a Sassari. Le forze dell'ordine si erano insospettite perché avevano visto una targa strana e sconosciuta. Dopo una serie di controlli è emerso che la targa, che recava la scritta “RSG", apparteneva al “Regno Sovrano di Gaia”. A quel punto hanno chiesto anche il contrassegno dell’assicurazione e anche quest’ultimo recava la bizarra scritta “Regno Sovrano di Gaia”. Stando a quanto riportato da La Nuova Sardegna, l'auto è stata sequestrata e in tre si sono presentati agli uffici dei vigili.

La polizia ha chiarito che la disposizione nasceva dal fatto che la targa fosse falsa così come il tagliando assicurativo, il certificato di proprietà, il libretto. Dinanzi alle parole degli agenti i tre hanno replicato: “Non sono falsi, li ha rilasciati il Regno Sovrano di Gaia. Siamo residenti del pianeta terra”. A questo punto la municipale non ha potuto far altro che inviare il tutto alla Procura della Repubblica. Il proprietario dell’auto, un imprenditore di Sassari, è stato denunciato per falsificazione di targa, contraffazione dell’assicurazione e generalità false.


REGNO DI GAIA Le tre persone fermate dicono di non essere cittadini italiani e, di conseguenza, non ne riconoscono le leggi. Hanno spiegato che la loro filosofia di vita non prevede autorizzazioni e l’utilizzo di moneta. Non ultimo i tre avrebbero affermato di non voler più “essere schiavi del sistema e delle banche illegittime, pignorate, che hanno ingannato l’umanità per secoli”.

lunedì 17 marzo 2014 - 10:05   Ultimo agg.: 10:53

Rom, il giallo dei fondi affidati all'Opera nomadi

Il Mattino

di Giuliana Covella


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Sono quasi 400 i bambini che vivono nei campi rom di via Brecce a Sant’Erasmo e in quello di via del Riposo, sgomberato in seguito alle tensioni tra residenti della zona di Poggioreale e i nomadi. Sono i dati allarmanti che emergono da un dossier redatto da quarta Municipalità e tecnici Asl, che lavorano da più di un anno all’emergenza dei due insediamenti. Un migliaio in tutto le persone che abitano le baracche senza acqua, né energia elettrica, né servizi igienici. A correre i rischi maggiori sono appunto i più piccoli esposti alle malattie, anche per la mancanza di vaccinazioni, e senza scolarizzazione. E ora c’è chi ricorda che c’è un progetto finanziato all’Opera nomadi ma i cui fondi non sono mai stati spesi.

lunedì 17 marzo 2014 - 08:48   Ultimo agg.: 08:51

L’Aci verso la sforbiciata un registro-doppione che costa 200 milioni l’anno

La Stampa

francesco grignetti

Parchimetri e incidenti: gli strani affari del “secondo livello”


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C’è un capitolo dedicato all’Aci e alla Motorizzazione civile, nelle 33 schede che il commissario straordinario alla Spending Review Carlo Cottarelli ha predisposto e portato all’attenzione di Matteo Renzi. Uno scandalo annoso, le duplicazioni tra i due enti. Siccome però ogni opera di razionalizzazione ha già visto scornati Romano Prodi e poi Pierluigi Bersani, meglio aspettare prima di cantare vittoria. Un indispensabile passo indietro: l’Automobile club italiano è un’associazione sportiva, inquadrata nel Coni. In origine doveva occuparsi di gare.

Con il tempo è finita per fare di tutto e di più. Ha 106 comitati provinciali, con presidenti e organismi vari, per un totale di 800 poltrone ben remunerate. Ha circa 3000 dipendenti. E ha una fonte di guadagni eccezionali: la gestione del Pra, il pubblico registro automobilistico, che gli rende circa 200 milioni di euro all’anno, più 50 circa per il servizio di riscossione del bollo auto. E’ una tassa occulta che pagano gli automobilisti e che rappresenta quasi il 90% delle entrate dell’Aci. Quel che Cottarelli ha scoperto è che anche le Motorizzazioni fanno lo stesso lavoro: i registri automobilistici sono due. Perché non fondere i due enti, allora? Tanto più che il personale dell’Aci pesa per 35 milioni di euro circa all’anno. Il resto sparisce in un gorgo di società controllate di primo e di secondo livello, su cui ha un bel gridare la Corte dei Conti.

Un meccanismo barocco, quello dell’Automobile club. A capo di tutto c’è l’Aci nazionale: un presidente, l’ingegnere leccese Angelo Sticchi Damiani (236 mila euro di stipendio), tre vicepresidenti (105 mila euro), un segretario generale (oltre i 300 mila) e un Comitato esecutivo. Poi ci sono i club a livello provinciale, ciascuno con il proprio presidente (i più importanti con incarichi anche a livello nazionale). Poi le società strumentali di primo livello: Aci Informatica, Aci Progei, Aci Vallelunga, l’agenzia turistica Ventura, la Sara assicurazioni, l’agenzia Radio traffic, Aci Global, Aci Sport, Aci Consult, Aci Mondadori.

Queste ultime danno vita a società Aci di secondo livello. Si prenda l’Aci Consult, sempre presieduta dall’ingegner Sticchi Damiani: controlla Aci Project, Crp, Cnp, più partecipazioni minori. Da notare che le società di secondo livello non hanno obbligo di rendicontazione , né sono obbligate a rispettare il codice degli appalti, né rispondono alla spending review: già, perché i loro soldi sono pubblici, ma figurano giuridicamente come società private. Ed è nel tortuoso andirivieni tra Aci e società di primo livello, che poi affidano gli incarichi alle società di secondo livello, le quali infine sono libere di dare ricche consulenze a chi vogliono, che si spendono milioni di euro all’anno.

Un esempio: il 16 ottobre scorso, il Comitato esecutivo – con l’astensione doverosa dell’ingegner Sticchi Damiani, essendo in evidente conflitto di interessi – prende atto che bisogna onorare gli impegni presi dall’Aci nazionale con l’Istat, ossia la rilevazione statistica degli incidenti stradali, perciò affida la pratica alla società Aci Consult, la quale a sua volta ha appositamente dato vita a una società di secondo livello, la Aci Project srl. Quando? Il giorno prima. Meccanismo bizantino, a dir poco. 

Ma è un vizietto antico, questo delle opache società Aci di secondo livello. La Corte dei Conti ha depositato la sentenza definitiva sul meccanismo dei parchimetri a Roma che ha visto protagonista una società di secondo livello di Aci Consult (la Crp, che sta per Compagnia romana parcheggi): avrebbe dovuto organizzare la sosta a pagamento nella Capitale, documentare le spese, tenersi una percentuale, e il resto sarebbe dovuto andare al Comune. Ebbene, scrive la Corte, «i costi sono stati ingigantiti». E al Comune andavano le briciole.

Un esempio solo, ma significativo: la Crp distribuì migliaia di autoparchimetri individuali, apparecchietti a ricarica, da esporre sul cruscotto. Li fatturarono a 120 mila lire l’uno. La Guardia di Finanza scoprì che li compravano al doppio del prezzo reale (il produttore li vendeva a 50 mila lire) da una società cugina, la Cnp, sempre controllata da Aci Consult. Per quella vicenda, la Crp è stato condannata a risarcire 700 mila euro al Comune di Roma. 

Don Diana, il testimone abbandonato fa causa allo Stato

Corriere della sera

A vent’anni dall’omicidio del parroco di Casal di Principe


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«Per amore del mio popolo io non tacerò». Augusto Di Meo lo ha preso alla lettera l’insegnamento del suo amico don Peppe Diana e non lo ha tradito. È il titolo di un documento rivoluzionario diffuso nel casertano, durante una feroce guerra di camorra, da un prete di strada ed è rimasto un monito impresso nelle coscienze anche di chi è nato in quelle terre anni dopo. Augusto era lì il 19 marzo del 1994 quando nella chiesa di San Nicola a Casal di Principe, gli spari di un camorrista fermano il cammino di don Peppe, lo sente morire tra le sue braccia, vede il killer e va subito a denunciarlo: lo descrive, lo riconosce, testimonia contro di lui. Da quel giorno la sua vita cambia nell’indifferenza della gente e delle istituzioni. Un indifferenza tale da costringerlo a fare causa allo Stato.

LO STATO - E lo Stato si costituisce contro di lui basando la sua difesa su un documento della Direzione Nazionale Antimafia firmato dall’ex coordinatore ed oggi presidente del Senato Pietro Grasso. «Dopo la denunce e la testimonianza mi sono sentito solo. Sono rimasto solo con la mia paura. Ho sviluppato una cardiopatia e ho accumulato dei debiti perché per proteggere i miei figli sono andato via da Casal di Principe, ho investito dei soldi in una nuova attività di fotografo ma non è andata bene. Sono ritornato ma in pochi entrano in negozio perché io sono “quello là... quello che ha accusato il killer” e anche i miei figli che nel frattempo si sono laureati hanno difficoltà a lavorare. Io ho sentito dire.

“No quell’ingegnere no... è bravo ma è figlio di quello che ha testimoniato”. Ecco, questa è la solitudine: si resta isolati, gli amici non ci sono più, la gente ti evita e alla fine anche le istituzioni non ti riconoscono. Nessuno mi è venuto a chiedere se avevo bisogno di qualcosa, se stavo bene, se avevo paura. Avrebbero potuto coinvolgermi facendomi fare il fotografo di qualche evento... un po’ di lavoro mi avrebbe aiutato oppure facendo avvicinare mia moglie che ogni giorno fa la pendolare a Roma perché è un’insegnante precaria. Invece niente. Io mi ricordo tutto e Peppino è rimasto con me».

LE FOTO - Augusto custodisce l’archivio fotografico della famiglia Diana. È stato lui a scattare quasi tutte le foto che ritraggono Don Peppe. Mostra quelle con gli scout, quelle a Lourdes con gli ammalati, con i giovani, i bambini, nel gioco, nelle feste, nei momenti di fede. Fu Augusto a scattare anche quella foto in bianco e nero ormai famosa di Don Diana con il manifesto contro la camorra «Per amore del mio popolo» del 1991.

«Quella mattina ero andato presto in chiesa, alle sette. Era San Giuseppe e con Peppe ci eravamo fatti gli auguri per il suo onomastico e a me per la festa del papà. Commentammo l’ultimo omicidio di camorra e Peppe mi disse che dovevamo pregare. Poi ci avviammo all’uscita. All’improvviso arrivò un uomo. Disse: ”Chi è don Peppe”. Me lo ricordo bene... in pochi secondi sentii 5 spari e vidi il mio amico cadere all’indietro. Anche io indietreggiai. Mi chinai verso di lui e alzai la testa. Così vidi l’assassino mentre Peppe era in un lago di sangue».

IL LEGALE - «Anziché chiedere scusa ad Augusto e rimediare, lo Stato si è costituito contro di lui – spiega Alessandro Marrese, legale della famiglia di don Peppino Diana e oggi anche di Augusto Di Meo – Pensavamo che la causa servisse solo come promemoria e invece no. Eppure avevamo deciso di farla dopo che eravamo stati ignorati sulla richiesta di ammissione ai programmi previsti per i testimoni di giustizia ma pensavamo che fosse un giudizio inutile, che si sarebbero scusati dell’abbandono. Grazie ad Augusto oggi possiamo ricordare e celebrare don Peppino come un prete anticamorra. Io posso dirlo perché ho assistito la famiglia Diana: la sua testimonianza è stata sempre ferma ma in primo grado non venne ritenuta determinante, lui aveva riconosciuto Giuseppe Quadrano come il killer che aveva sparato contro Don Diana.

Nel frattempo però Quadrano era diventato collaboratore di giustizia, in un primo momento si era chiamato del tutto fuori dall’omicidio e poi aveva ammesso di esserne stato l’organizzatore accusando altre persone come esecutori materiali del delitto. La cosa più grave poi è che spiegava l’omicidio sostenendo che il parroco avrebbe custodito delle armi per conto dei clan. Ricordo ancora quelle parole echeggiare nell’aula del tribunale: Don Diana è stato un prete debole. Purtroppo i magistrati credono al collaboratore di giustizia e in primo grado vengono condannate anche due persone che con il delitto non c’entravano».

LA CASSAZIONE - Solo in secondo grado e poi in Cassazione i giudici ribaltano la sentenza e condannano Quadrano come esecutore materiale escludendo l’ipotesi della custodia da parte del parroco delle armi, fatto che aveva innescato la macchina del fango contro don Diana, facendo prevalere l’immagine di un prete vicino alla gente ai giovani (patrimonio ritenuto indispensabile anche per i clan), impegnato a contrastare la subcultura camorrista, il cui valore simbolico era diventato potente. «Tutto questo però sembra non essere servito a nulla – argomenta Marrese - nella costituzione dello Stato viene richiamato un documento della Dna firmato dal presidente Grasso nella quale si dice che il contributo come testimone di Augusto di Meo non è stato rilevante. Delle due l’una: o la Corte di Cassazione non ha capito nulla o ha ragione la Direzione nazionale antimafia che basa le sue conclusioni su fatti ormai superati da altri due gradi di giudizio».

Nella sentenza della Cassazione si legge che la realtà processuale aveva dimostrato che di Meo, il teste fotografo presente al fatto, aveva riconosciuto Quadrano in fotografia, lo aveva riconosciuto in televisione quando lo aveva visto scendere dall’aereo che lo riaccompagna va in Italia e lo aveva riconosciuto in carcere. Aveva sempre confermato tali versioni in dibattimento e aveva fornito particolari della persona di difficile confondibilità con le caratteristiche fisiche di altri autori. «In questi giorni - conclude Marrese - sono previste tante manifestazioni e celebrazioni per ricordare i vent’anni dal sacrificio di don Diana, molte di queste piene di passerelle e retorica. Per ricordare veramente don Peppe sarebbe giusto ridare dignità ad Augusto senza il quale oggi non saremmo qui a raccontare un prete anticamorra». Eppure Augusto non fa passi indietro, non si pente di nulla. «Rifarei tutto, oggi forse con una consapevolezza maggiore perché don Peppe non è morto solo per me che ero suo amico ma per un popolo, forse per una nazione e per i suoi ideali di libertà».

16 marzo 2014 | 19:26

L’anno del braccialetto smart

La Stampa

bruno ruffilli

Nel 2014 il boom previsto della tecnologia da polso. Può misurare tutto, compresi umore, consumo di calorie e condizioni di salute



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Questo 2014 potrebbe essere l’anno del braccialetto. Smart e interconnesso: per monitorare le condizioni di salute, l’umore, il consumo di calorie e molto altro. Come lo SmartBand di Sony, presentato al Ces di Las Vegas, che arriverà in Italia all’inizio di aprile: tiene conto dell’attività fisica, del sonno e dei parametri vitali, ma anche delle canzoni ascoltate, dei programmi tv seguiti, dell’attività sui social network.  Un diario virtuale di tutta la propria vita, registrato da un’app sullo smartphone (si chiama Lifelog). Un po’ Google Now, un po’ Facebook, un po’ Moves, l’applicazione mostra sullo schermo dello smartphone ogni istante della giornata in una specie di fumetto. Divertente forse, inquietante certamente. 

Al Mobile World Congress di Barcellona si sono viste parecchi braccialetti intelligenti. Ad esempio il TalkBand B1 di Huawei che è un auricolare bluetooth nascosto in una fascia di plastica da mettere al polso: monitora i chilometri percorsi e le calorie bruciate in allenamento, ma si può usare anche per rispondere alle chiamate. Dovrebbe costare meno di cento euro ed essere compatibile sia con Android che iPhone. Impermeabile, resistente alla polvere, sullo schemo mostra sms e chiamate e ha una batteria che dura fino a sei giorni. 

Sempre a Barcellona, Samsung ha presentato i due smartwatch Gear 2 e Gear 2 Neo, con sensore per il battito cardiaco, presente pure sul braccialetto Gear Fit, un fitness band che registra ore di sonno, attività fisica, calorie, poi trasmette i dati al cellulare. Disegnato con cura, dotato un bellissimo schermo Amoled curvo per mostrare tutte le informazioni, il Gear Fit dovrebbe arrivare nei negozi a metà aprile, con un prezzo che non dovrebbe superare i 150 euro. Al momento è il più convincente dei braccialetti intelligenti che stanno per invadere il mercato, ma ha un grande difetto: è compatibile solo con alcuni smartphone Samsung, chi ha un altro modello Android, iPhone o Windows Phone è tagliato fuori. 


Già, perché, per quanto smart, la maggior parte dei braccialetti elettronici non nasce per funzionare da sola, ma per interfacciarsi con altri apparecchi. Di solito smartphone, tablet o computer, dove i dati vengono scaricati per essere processati direttamente o trasferiti a siti web che li trasformano in grafici e andamenti. 

Il Lifeband di LG, visto in anteprima al Ces di Las Vegas, può dialogare via bluetooth con degli auricolari che integrano un sensore di battito cardiaco molto preciso. I dati vengono trasmessi al telefono o al pc, e per fortuna la casa coreana non ha inventato l’ennesima app proprietaria, ma ha scelto di appoggiarsi ad altre già esistenti e molto diffuse, come Runkeeper. Dovrebbe arrivare nei negozi in estate; peccato per il design non del tutto indovinato: il braccialetto è aperto in alto e sul polso si muove parecchio. 

Il Fuelband di Nike fu lanciato due anni fa, presto seguito da apparecchi simili come Jawbone e Fitbit. Ma i braccialetti fitness che stanno per arrivare sono più evoluti e versatili, un po’ accessori di moda, un po’ smartwatch. E quando debutterà, l’iWatch Apple dovrà tenerne conto. Intanto, una certezza: i gadget non sostituiscono il medico, ma usati con intelligenza possono far bene.

Il sergente torna a casa dall’Iraq e adotta il cane compagno al fronte

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Dopo essere rimasti separati per quattro anni, i due ora saranno sempre insieme


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Il fronte di guerra. Momenti, ore e giornate di alta tensione. Ma al suo fianco c’è sempre stato Robbie, il pastore tedesco che lo accompagnava nelle operazioni militari. Un compagno di lavoro, ma anche un’amicizia che lo ha aiutato a superare i momenti più difficili in un Paese lontano. Un rapporto durato quattro anni che però si è interrotto quando David Simpson ha dovuto lasciare la vita militare per problemi fisici.
Ora però la buona notizia: anche per il cane è giunto il momento di congedarsi e, quando l’ha scoperto, l’ex sergente statunitense non ci ha pensato due volte a chiederne l’adozione. Così è volato, a suo spese (duemila dollari), verso la base militare dell’Air Force a Spangdahlem, in Germania dove si trovava il quattrozampe .


Il momento dell’incontro è stato filmato e offre un significato ancora più profondo alle parole con cui Simpson ha raccontato la loro separazione: «E’ stata forse il compito più duro che io abbia mai dovuto rispettare. forse anche peggio di quando muore il tuo cane - racconta a Fox 13 -. Non sai se il tuo cane capisce il tuo gesto, non sai se capisce che lo stai salutando. Ora ho solo un obiettivo: Robbie ha fatto il suo dovere, ora voglio che si goda la pensione».
twitter@fulviocerutti