sabato 15 marzo 2014

Pirateria, riaprono i siti sequestrati

Corriere della sera

di Alessio Lana
 

Nello stesso giorno viene invece chiuso il software Popcorn Time


popco
La pirateria dà ancora filo da torcere alla legge. Due le notizie, in contrasto tra loro. Da una parte c’è la riapertura dei 46 siti di streaming posti sotto sequestro dieci giorni fa, dall’altra la chiusura di Popcorn Time, il programma per lo streaming illegale.

Partiamo dai siti dissequestrati. Con una maxi operazione il 5 marzo la Guardia di Finanza aveva chiuso ben 46 siti di streaming, segnando la più vasta azione anti pirateria mai effettuata in Italia. Non era una vera chiusura, ovviamente, i siti risiedono su server che stanno all’estero e non è possibile quindi operare un sequestro “fisico”. Semplicemente si bloccano gli IP e i DNS, l’indirizzo fisico del sito e le strade che consentono di raggiungerlo, ma così facendo si blocca l’accesso ad altri siti e file legittimi che risiedono allo stesso indirizzo o sono raggiungibili lungo quella strada. La Finanza quindi ha dovuto fare un passo indietro e chiederne la riapertura tanto che ora appaiono quasi tutti raggiungibili.

Dall’altra parte, dopo aver ricevuto una risonanza mondiale degna dei grandi eventi, Popcorn Time ha chiuso. In un lungo post sul loro sito gli autori ribadiscono che il programmino che consentiva di vedere film appena usciti gratuitamente e in alta definizione è legale ma di aver ceduto alle molte pressioni ricevute. “Abbiamo imparato che andare contro un’industria vecchio stampo - quella cinematografica - ha i suoi costi. Costi che nessuno dovrebbe pagare in nessun modo”, scrivono. “Sapete qual è la cosa migliore di Popcorn Time? Che migliaia di persone concordano all’unisono che l’industria cinematografica ha troppe restrizioni ridicole su troppi mercati”. Un pensiero va anche alla pirateria: “Il problema non sono le persone ma il sevizio. Un problema creato da un’industria che vede l’innovazione come una minaccia alla loro antica ricetta per raccogliere denaro”.

Popcorn Time, un programma legale che comunque offriva uno streaming illegale (lo affermavano anche gli autori all’apertura del software),per una settimana ha dominato le prime pagine di tutto il mondo, innescando una riflessione sull’inadeguatezza degli attuali servizi di streaming e sul loro atteggiamento verso gli utenti. Pochi film, quasi tutti di cassetta, e molto vecchi. Pochissimi documentari, produzioni indipendenti praticamente assenti, e blocchi regionali che spesso non permettono di vedere pellicole in originale con i sottotitoli. Così la filosofia degli autori del software: “Noi abbiamo dimostrato che le persone rischieranno multe, cause legali e altre conseguenze solo per essere in grado di guardare un film recente in pantofole, solo per ottenere il servizio che meritano”.

15 marzo 2014 | 15:25

I “leak” di iOS8 svelano Healthbook

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Online su Weibo le schermate del nuovo software Apple dove compare l’app dedicata al monitoraggio della salute. Primi segnali dell’arrivo di iWatch?


ios8
Botta e risposta. Se Samsung si è già esposta nel campo del monitoraggio delle prestazioni fisiche con il rilevatore del battito cardiaco del nuovo Galaxy S5, lo smartwatch Gear e il braccialetto Gear Fit, Apple sarebbe pronta a sfoderare le sue soluzioni il prossimo autunno. L’indizio arriva dalla schermate pubblicate sul portale cinese Weibo che rivelerebbero l’aspetto di iOS 8.

Il condizionale è d’obbligo perché Apple se ne guarda bene dal far trapelare materiale ufficiale, ma le indiscrezioni confermano l’interesse della Mela per il monitoraggio della salute di cui si vocifera da mesi e sono state giudicate attendibili. Sul nuovo sistema operativo, che potrebbe essere presentato in giugno durante l’annuale conferenza degli sviluppatori e vedere la luce in settembre, dovrebbe quindi fare capolino l’applicazione Healhtbook. L’aspetto dell’iconcina, che ricorda molto quella di Passbook, suggerisce il conto e l’analisi di passi e distanza compiuti e le calorie bruciate. Secondo il portale 9to5mac, app e software collegato saranno anche in grado di monitorare la pressione del sangue, la frequenza cardiaca e il livello di glucosio. E sarà possibile inserire le informazioni sui farmaci che si è eventualmente costretti a prendere, lo smartphone si farà carico di ricordare le singole scadenze.

    Le incognite sono a questo punto relative all’hardware. L’ultimo iPhone è già in grado di tenere traccia degli spostamenti, ma a controllare sangue, battiti cardiaci e altri parametri sarà probabilmente il fantomatico iWatch di cui si parla da più di un anno. Apple ha formato una squadra di esperti di medicina e fitness da affiancare a chi si sta occupando degli aspetti squisitamente tecnici dello smartwatch, ne fanno parte l’ex Nike Jay Blahnik e Ravi Narasimhan della società produttrice di dispositivi medici Vital Connect, e lo scorso dicembre ha incontrato alcuni funzionari della Food and Drug Administration statunitense per discutere dei suoi piani. Gli incroci con Nike, fra l’altro, non si esauriscono qui perché il Ceo di Apple Tim Cook fa parte del consiglio di amministrazione del marchio sportivo. E dall’esperienza del baffo, precursore del settore con il FuelBand, è andata a pescare anche Intel, che ha assunto il progettista del braccialetto Steve Holmes. Insomma, è abbastanza chiaro il punto di partenza comune. Quello di arrivo, anche per iWatch, potrebbe essere a cavallo dell’estate.

    Le indiscrezioni su iOS 8 fanno anche riferimento a un poderoso restyling delle mappe, vero tallone d’Achille nel duello con Google. La novità principale riguarda l’inserimento degli itinerari dei mezzi pubblici, a partire da San Francisco, Los Angeles e New York per poi abbracciare tutte le città del mondo. I punti di interesse come aeroporti, parchi o stazioni saranno evidenziati e il design esalterà maggiormente i percorsi da effettuare. Il vero problema, l’affidabilità dei risultati, sembra essere stato risolto con il supporto di aziende come BroadMap, Embark e HopStop, acquistate proprio per correre ai ripari dopo la figuraccia di due anni fa. Sugli schermi mobili di Cupertino dovrebbero inoltre fare capolino le applicazioni di TexEdit e Preview, due soluzioni fino a oggi disponibili per i Mac e che aiuteranno gli utenti ad attingere in (i)cloud a qualsiasi tipo di documento anche in mobilità. 
     
15 marzo 2014 | 13:24

Don Mazzi: "Perdonerei gli assassini ma non chi ha condannato Berlusconi"

Luisa De Montis - Sab, 15/03/2014 - 15:02

Il sacerdote a KlausCondicio: "È venuto il momento in cui tutti coloro che hanno giudicato Berlusconi si facciano un serio esame di coscienza"

E' un Don Mazzi duro e fuori dai denti quello intervistato da Klaus Davi nel corso del programma KlausCondicio. "Mai perdono a chi ha condannato Berlusconi - attacca il religioso – .


1394893328-donmazzi
È venuto il momento in cui tutti coloro che hanno giudicato Berlusconi si facciano un serio esame di coscienza su quello che ha fatto. Sarei capace di perdonare chi ammazza qualcuno se chiede il perdono, ma un magistrato che ha in mano un potere così forte e che lo usa solo per suo interesse, commette un peccato grave".
"Secondo me è stato perseguitato dai magistrati - spiega Don Antonio Mazzi -. È una magistratura che ha giocato sull’uomo, come anche in altri casi, diciamocelo. Questa magistratura per certi versi la amo, per altri la critico. È venuto il momento in cui tutti coloro che hanno giudicato Berlusconi si facciano un serio esame di coscienza su quello che ha fatto". 

"Non capisco perchè si possano usare attenuanti nei riguardi di pedofili e assassini seriali, e poi ci si accanisca contro Berlusconi - spiega il sacerdote -. O c’è una linea che al di là della giustizia capisce la storia di ogni uomo e cerca di interpretarla... Ma se la giustizia vale per se stessa, e davanti non ha più una storia o un uomo, ma soltanto una esecuzione fredda, mi spiace, ma io non ci sto".

Torre Pelice dopo 90 anni espelle Benito Mussolini "Via la cittadinanza onoraria"

Libero Pennucci - Sab, 15/03/2014 - 13:29

Ci sono voluti novant'anni, ma alla fine ce l'hanno fatta: hanno revocato a Benito Mussolini la cittadinanza onoraria.
 

1394784778-mussolini
E' successo a Torre Pelice, un paesino di poco più di 4mila anime in provincia di Torino. La cittadinanza era stata data nel 1924 per acclamazione e ora, maggioranza e opposizione, vogliono "espellere" il Duce e contemporaneamente darla a cinquanta stranieri nati in Italia e residenti a Torre Pelice. "Sarebbe incoerente promuovere da un lato l’integrazione e dall’altro onorare chi ha sancito in Italia le leggi razziali. Non vogliamo spazzare via un pezzo di storia — spiega l’assessore Lorenzo Tibaldo a la Stampa — ci siamo accorti per puro caso, un paio di mesi fa, che il Duce era in quest’elenco. Una contraddizione rispetto ai valori di Torre Pellice, tenendo conto di quanti hanno sacrificato la vita per la Resistenza".

A proposito dei propositi

La Stampa

yoani sanchez



escalera_pa
Ogni giorno è buono per cominciare un progetto, per concretizzare un sogno. Tuttavia, all’inizio di ogni anno ripetiamo il rituale di prefissarci delle mete da raggiungere nei successivi dodici mesi. Alcuni obiettivi li realizzeremo, altri resteranno incompiuti e li inseriremo nell’agenda del prossimo gennaio. Alcune persone mettono in primo piano i problemi personali, come avere più tempo per la famiglia, fare sport, andare finalmente a farsi visitare dal dentista… ma l’elenco può includere anche aspirazioni professionali come cambiare lavoro, terminare una ricerca, laurearsi in una nuova materia. 

Ho chiesto ad alcuni amici e conoscenti i loro desideri per questo 2014 e le risposte sono state un caleidoscopio di intenzioni. Da “migliorare il fisico nella palestra del quartiere”, “vendere il bicitaxi per comprare una moto”, “impermeabilizzare il tetto” … fino a “terminare gli studi universitari”, “riunire tutta la famiglia a Miami”, “girare un videoclip” o “aprire una caffetteria privata”. I visti per emigrare sono ancora tra i desideri più condivisi, specialmente tra la gente giovane. Fino al punto che molti progetti professionali hanno lo scopo principale di mettere da parte risorse per poi abbandonare il paese. Le cosiddette riforme rauliste sono cominciate da quasi sei anni, ma non sono riuscite a migliorare significativamente l’economia domestica e quella nazionale. 

Da un punto di vista personale, dopo un 2013 che mi ha cambiato la vita, la mia sequenza di progetti è così variopinta quanto impossibile da realizzare in tutta la sua estensione. Continuerò a impartire lezioni per insegnare alle persone come usare le nuove tecnologie. Quest’anno vedrà la luce anche il mio sogno di realizzare un media digitale indipendente, che nelle ultime settimane mi ha fatto correre da un luogo all’altro. Come ogni nascita porterà crisi, dolore, allegria e sacrifici. Nelle prossime settimane pubblicherò il cronogramma del “parto”. Seguitemi.

Nella mia casa ci sono moltissimi di libri che mi piacerebbe leggere per la prima volta o rileggere ancora. Sono proprio un’illusa se credo di aver tempo libero anche per fare questo! Voglio tornare a sfogliare le pagine del maestro Kapuściński, incontrare di nuovo Truman Capote e scoprire alcuni testi di Javier Cercas che mancano nella mia biblioteca. Continuerò a divorare riviste di apps, gadget, softwares… perché ogni anno sono un poco più geek, lo confesso.

Gli amici e i lettori occupano un posto importante nei miei propositi annuali. Magari potessi coccolarli un po’ di più, dedicando più tempo a una buona conversazione davanti a un caffè. A coloro che vivono lontani, spero solo che “le divinità della tecnologia” siano misericordiose e mi concedano un maggiore accesso a Internet per poter rispondere ai loro messaggi elettronici. Ma ormai lo sapete, l’Olimpo è capriccioso e Zeus non vuole liberare il fulmine della connessione. 

La mia casa, la mia piccola famiglia, le mie piante e gli animali che mi rendono la vita complessa e felice, sono anche loro tra le priorità. Non mi posso lamentare, è vero, perché non pretendono molto e mi danno tutto. Spero di poter ripassare insieme a mio figlio le sue prime lezioni di filosofia e di portare con me Reinaldo verso quello “sporco pezzo di mare” che è diventato nostro da oltre vent’anni. Mi concentrerò su questo obiettivo. Perché nei momenti di maggior pressione, è stata la gente che amo che mi ha aiutato a continuare a sorridere.
 
Al centro di tutti i piani c’è il mio paese. Senza di lui non avrei casa, famiglia, amici, argomenti per scrivere, piani da compiere… neppure una pianta in un vaso da accudire. Anche se so che una casa può essere ovunque, ho deciso che il mio posto - a mio rischio e pericolo - può essere soltanto su questa Isola. Resto, nonostante tanti conoscenti partano e anche se il grande potenziale nazionale continua a essere frenato da un potere caduco e intollerante. Resto anche per aiutare dal mio posto nel giornalismo e nell’informazione a realizzare una Cuba libera, democratica, prospera e pluralista.
Come vedete l’elenco dei propositi per il 2014 mi ha preso la mano. Sono sicura che dovrò depennarne alcuni durante il percorso. Quali? Non lo so. Per ora voglio credere che siano tutti possibili.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Caro Renzi, taglia queste tasse stupide

Laura Verlicchi - Sab, 15/03/2014 - 08:18

Superbollo sulle auto, accise sui carburanti, imposte su barche e sigarette elettroniche: eccessi che frenano i consumi

Non c'è niente da fare; quando le tasse sono troppe, il gettito, anziché aumentare, diminuisce. Effetto Laffer, lo chiamano gli economisti: ovvero, la silenziosa vendetta dei tartassati.


1373823400-d
Primi fra tutti, gli automobilisti, grande bancomat del Fisco italiano. Almeno fino a ieri: perché oggi la morsa stretta oltre i limiti sta rivelandosi un fallimento. Il famigerato superbollo ne è l'esempio più eclatante: introdotto dal governo Monti per portare nelle casse dello Stato 168 milioni di euro, in realtà ne ha fatti perdere all'Erario, in un solo anno, 140 milioni.

Colpa del calo di vendite di auto di grossa cilindrata, nuove o usate che siano, e dei trasferimenti all'estero, dove molti automobilisti esasperati hanno preferito collocare le loro vetture. Tanto che perfino nella patria dei motori, l'Emilia, le concessionarie Ferrari e Maserati hanno chiuso i battenti. Una débâcle di proporzioni tali che l'Unrae e le altre associazioni del settore auto hanno fatto fronte comune per chiedere l'abolizione della sciagurata tassa: ma finora nessuno dei governi che si sono succeduti ha raccolto il grido di dolore.

Intanto, sulle strade d'Italia i segnali di allarme si moltiplicano: i consumi di carburante, già penalizzati dalla crisi economica, continuano a ridursi per effetto della tassazione eccessiva, che invece di aumentare le entrate contribuisce a diminuirle. Una spirale perversa che continua ad avvitarsi: nel 2013 - certifica il centro studi Promotor - vi è stato un calo di quasi un miliardo (per l'esattezza 999 milioni) ed anche il 2014 è cominciato male per il Fisco con un minor gettito di 60 milioni.

L'«effetto accise» - la tassa sulle tasse, per dirla in parole povere - accomuna carburanti e tabacchi, che infatti vedono il gettito fiscale andare in fumo: nel 2013 alle casse dello Stato sono venuti meno 550 milioni da sigarette e affini, bruciati dall'aumento dell'Iva. E anche le sigarette elettroniche, appena entrate nel paniere Istat, si stanno già spegnendo, con la stangata della tassazione al 58,5%: nel 2012 il fatturato in Italia era di 350 milioni di euro con 6mila negozi operativi, ora circa il 60% ha chiuso i battenti.

Ma l'effetto Laffer non si ferma: ricordate la tassa sulle barche? Voleva essere un simbolo dell'equità e della sobrietà del governo «tecnico», si è trasformata in un naufragio. Su 180 milioni previsti ne sono entrati nelle casse dello Stato solo 24: in compenso, la fuga dai porti italiani, scatenata dal solo «effetto annuncio», ha danneggiato, forse irreparabilmente, un settore chiave della nostra economia. La tardiva modifica del governo Letta, che nel giugno scorso ha abbassato di poco le tariffe, esentando le barche più piccole, non ha fatto cambiare rotta alle molte imbarcazioni che hanno trovato riparo sulle sponde francesi, spagnole o croate: un danno di oltre un miliardo di euro per l'economia costiera del nostro Paese.

L'ultima - per ora - delusione? La Tobin Tax, che porta il nome di un Nobel dell'economia, ma all'economia italiana, finora, ha fatto solo danni. La tassa sulle transazioni finanziarie ha provocato un calo del 20% delle contrattazioni di Borsa, pari a 17,5 miliardi al mese: parola dell'ad Raffaele Jerusalmi, che non perde occasione per chiederne l'abolizione a nome degli investitori. E a conti fatti, nemmeno il Fisco ci guadagna: nel 2013 la Tobin ha portato nelle casse dello Stato meno di 300 milioni, contro il miliardo atteso dal governo Monti, e quest'anno - ha ammesso Vieri Ceriani, consulente del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan - si arriverà a malapena a 400 milioni.

Il futuro di Twitter

La Stampa

giuseppe granieri (@gg)

Il futuro di Twitter


twt
Oltre una decina di anni fa, in un suo vecchio saggio, Clay Shirky proponeva un criterio molto utile per interpretare la logica e il funzionamento delle piattaforme sociali in rete. Diceva Clay che -in fondo- ci sono tre livelli normativi che ne determinano i risultati. Il primo è quello che definiva delle «regole implicite», ovvero il modo in cui la tecnologia è disegnata, quello che ti consente di fare o non fare. Buona parte del successo di Facebook deriva da una scelta fatta proprio su questo: permettere agli utenti di condividere le foto è stato un motore assai potente per l'adozione e l'utilizzo. Il secondo livello è quello delle «regole esplicite», ovvero quello che le policy ti dicono che puoi fare o non fare. Anche qui, per tenere Facebook come esempio, una norma esplicita è quella che proibisce alle aziende di farsi profili personali. E poi c'è il livello più importante, quello delle «regole sociali», il modo in cui i tuoi utenti decidono di usare lo strumento che gli metti a disposizione. Shirky dice (cito a memoria): «È impossibile per i progettisti prevedere quali saranno le regole sociali»

1. User Generated Future
Perdonami l'espressione inglese, ma è un gioco su un'espressione nota ( user generated content) che descrive la produzione di contenuti da parte delle persone.  Twitter in questo è un caso esemplare.  Storicamente non hanno mai imbroccato (o non sono mai stati capaci di immaginare) l'uso che la gente avrebbe fatto del loro social network. Lanciato per raccontare agli amici cosa si stava facendo, con i primi tweet che erano in terza persona («@gg sta facendo colazione»), probabilmente non immaginavano di dover aggiustare la narrazione di quello che avevano inventato. Ma l'hanno fatto, spostando l'attenzione su qualcosa che avevamo definito «la spina dorsale della distribuzione delle notizie».
 
2. Un'infrastruttura importante
Nato per essere il social network dove si raccontava la banalità della vita, Twitter è diventato un'infrastruttura importante, velocissimo nella propagazione delle notizie in caso di eventi di massa. Durante il terremoto negli USA si scherzò sul fatto che a New York, relativamente distante dall'epicentro, fosse arrivato prima il tweet che annunciava la scossa e solo dopo la scossa. Oppure, pensando al terremoto dell'Emilia, tutte le prime notizie -durante la notte, mentre i media di massa si preparavano a coprire gli eventi- tutte le informazioni (e anche l'organizzazione dei primi soccorsi) passò da Twitter. E poi ci sono i cosiddetti «Paesi a democrazia limitata». Caso unico nella Storia di Internet, durante la rivoluzione in Iran, il Governo USA dovette chiedere ai gestori di sospendere le ore di manutenzione prevista, per non interrompere l'unico flusso di notizie in uscita dal Paese. Ma lo abbiamo visto accadere ovunque, dalla Primavera Araba alla Siria, ai recenti fatti in Ucraina. Se avessero detto ai fondatori di Twitter che avevano per le mani  uno strumento in grado di alimentare e/o influenzare gli equilibri geopolitici, non ci avrebbero creduto.

3. Altri fattori di trasformazione
Twitter fa tante cose, oggi. È uno strumento importante di reputazione, ad esempio. Dagli Head Hunter a chi semplicemente vuole farsi un'idea delle persone, è sempre più diffusa la prassi di andare a controllare quanta gente ti segue, e che rapporto c'è tra il numero di persone che segui e quelle che ti seguono.  Oppure, per molti, è uno dei principali vettori del successo della logica del «secondo schermo». Grazie anche alla Tv, per esempio, è sempre più diffusa l'abitudine a  seguire (tramite gli hashtag) le trasmissioni con gli occhi degli altri telespettatori. O ancora, c'è la disintermediazione. Iniziò Valentino Rossi (credo) dichiarando di non aver più bisogno di un ufficio stampa, perchè aveva Twitter. Ma guardiamo ai politici (Renzi che twitta dal Quirinale, ad esempio) e al fatto che sempre più spesso giornali e telegiornali costruiscono le notizia partendo da «#nome ha dichiarato su Twitter».

4. Quello che sta succedendo oggi
La sensazione che abbiamo in molti è che nell'ultimo anno, forse anche grazie alla «facebookizzazione» e alla scelta di spostare il focus dalla brevità (i famosi 140 caratteri) all'impatto visivo, con la preponderanza delle immagini nel flusso, Twitter stia cambiando pelle. C'è un articolo di Natalie Burg che forse ci aiuta ad approfondire. Dice: «la popolarità di Twitter tra la "gente in gamba" di Internet (la popolazione più evoluta, educata a competente con le tecnologie) ha sempre contribuito a dare al social network quella certa aria di superiorità. Certo, su Twitter c'è meno gente che su Facebook, ma queste persone sono virtualmente una popolazione in target per gli editori. Sono per lo più lettori interessati al mondo, affamati di conoscenza, abili nel fare networking. Sono la quintessenza del perfetto consumatore». Ma, aggiunge: «I dati ci raccontano una storia assai diversa». A quanto pare il peso di Twitter nel portare traffico ai siti (di informazione o di brand) è abbastanza in crisi.  Tuttavia l'analisi di Natalie non merita la mia sintesi: Why Is Twitter’s Referral Traffic So Freaking Low?

5. Il Futuro
Siamo nel campo dell'opinabile, certo. E ci sono fattori che non abbiamo preso in considerazione (il modello di business, i soldini che entrano in cassa). Ma io credo che il futuro di Twitter dovrebbe essere quello di continuare a garantire la propria (indiscutibile) utilità, senza snaturarsi nella corsa dei social network a copiarsi l'un l'altro. Tracy Smith (in un pezzo di qualche mese fa) diceva «Twitter ha un'utilità reale e ti dà un senso rapido di quello che accade nel mondo».  I 140 caratteri e la velocità, io credo, sono una parte importante di questo lavoro. Ma a volte penso anche alla scelta di Evan Williams, uno dei fondatori, che con Medium sta lavorando a una piattaforma che fa il mestiere del tutto contrario.

Su Medium, facci caso, la «data di pubblicazione» è persino difficile da trovare. Medum (il posto dove stanno oggi gli smart guys) è una piattaforma per pubblicare idee che sono svincolate dal rischio di essere senescenti. E che premiano l'attenzione per i testi lunghi e le analisi. Ora, io adoro sia Medium sia Twitter, e credo che nell'ecosistema dei media di oggi ci sia -e debba eserci- spazio per entrambi gli approcci. Ma alla fine ha ragione Shirky, il futuro delle infrastrutture digitali che abbiamo dipenderà dalle regole sociali che sapremo adottare. il che ci porta a credere che il futuro di Twitter (come di tanti altri luoghi della rete) dipenda soprattutto dalla nostra educazione e dalla nostra consapevolezza.

Twitter: @gg

Sì al Cantone Sardegna” Gli svizzeri sognano il mare

La Stampa

nicola pinna

Gli isolani: pronti a venderci. Gli elvetici: favorevoli



IIIN4WW53
La contaminazione è già iniziata: il nuovo rettore dell’università Ludes di Lugano, nominato dieci giorni fa, è un sardo. Si chiama Antonello Martinez, è nato a Oristano e ha studiato a Cagliari.  È un caso, ma la domanda è scontata: la conquista della Svizzera passa dalla cultura? Quelli che via web hanno teorizzato il 27° cantone, cioè la Sardegna inclusa nella Confederazione elvetica, immaginano un’altra strada, cioè la vendita dell’isola. Un affare per tutti: l’Italia incasserebbe un po’ di franchi, la Svizzera avrebbe il tanto sognato “sbocco sul mare”. E la Sardegna romperebbe definitivamente il rapporto mai sereno con Roma.  Fantapolitica semplice provocazione per discutere sui social, tra Lugano e Berna se n’è parlato parecchio: titoli sui giornali, chiacchiere al bar e qualche riflessione politica.

I partiti di destra, quelli conservatori, sulle barricate per frenare l’assalto di frontalieri e immigrati, per i sardi farebbero volentieri un’eccezione. «Sarebbe un piacere, ma certo non invaderemo l’Italia per lo sbocco a mare», dice Pierre Rusconi, anima dell’Udc ticinese e consigliere nazionale che ha promosso il referendum sugli immigrati. «Sulla questione del “Canton marittimo” bisognerebbe far decidere ai cittadini, e credo che la maggior parte degli elettori sarebbe favorevole».  Si affiderebbe a un referendum anche Attilio Bignasca, coordinatore della Lega dei ticinesi: «Come si potrebbe dire di no alla Sardegna? Sole, mare, caldo e distese naturali. Sarebbe il nostro polmone verde: non ci dispiacerebbe, ma è fantapolitica».

Alleati tra i partiti conservatori, i sardi che avevano immaginato il “Canton marittimo” non pensavano di trovarne. In Ticino, invece, l’idea di ampliare i confini sulla terra dei nuraghi sembra raccogliere più consensi del previsto. I promotori della rivoluzione geopolitica (10 mila fan su Facebook e un sito web trafficatissimo) hanno pensato quasi a tutto. Persino alla bandiera: ovviamente quella quadrata, rossa con la croce greca bianca al centro, più gli immancabili quattro mori. Per spiegare bene qual è il progetto c’è un manifesto politico recapitato anche al Consiglio nazionale: «Vorremmo vivere in un paese normale, che offra ai propri cittadini opportunità di lavoro e di impresa, che abbia leggi chiare e uguali per tutti, con una economia stabile e tasse equilibrate».

In attesa che la proposta di un referendum si sposti dai social alle stanze dei bottoni, gli svizzeri immaginano il futuro con un po’ di ironia: «I sardi dovrebbero abituarsi a gestire l’autonomia come la intendiamo noi, senza sovvenzioni statali - riflette Pierre Rusconi - La confederazione nel frattempo dovrebbe organizzare una flotta militare navale per difendere i confini sardi». 

Dubai in ansia per il falco scomparso

La Stampa

maurizio molinari

È l’orgoglio del centro di addestramento di Ras Al Khaimah. È sparito durante una tempesta. Per tentare di rintracciarlo. l’Emiro ha chiesto aiuto ai gruppi di volontari “birdwatchers”



falc
A Dubai tutti cercano Pandora. Pandora è il falco grigio dal petto bianco orgoglio del centro di addestramento di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti. Il violento maltempo dell’ultima settimana ha investito Pandora durante una sessione di volo ed è scomparso nel nulla. In una nazione dove la caccia col falco è l’hobby più diffuso, Pandora è un simbolo collettivo del quale tutti in qualche maniera sentono la mancanza. Per tentare di rintracciarlo l’Emiro di Dubai ha chiesto aiuto ai gruppi di volontari “birdwatchers”. 

Le foto del falco compaiono ovunque, da giornali a tv e siti Internet: petto bianco e ali grigiastre, ha sei anni di età, è una femmina e si è perduta mentre era in corso l’addestramento ad inseguire un drone. “Pesa 1 kg, il vento soffiava fino a 45 km orari, ha trascinato via il drone e poiché il falco era stato istruito a seguirlo, gli è andato dietro” spiega Mitchell Olivier, addestratore e “capo falconiere” al Banyan Tree Al Wadi di Ras Al Khaimah. Sul perché addestrare un falco a inseguire i droni, Olivier risponde così: “E’ un buon esercizio per i falchi perché gli insegna a volare molto alti, essere forti e reagire velocemente”.

Ma c’è anche chi ritiene che l’Emiro stia pensano di adoperare i falchi per identificare possibili “intrusi dal cielo”. Ad una delle zampe “Pandora” aveva legato un gps ma non dà più segnali ma Olivier non ha perso la speranza: “A volte i falchi si stancano, vogliono andare a caccia e poi tornano nell’area dove hanno mangiato l’ultima volta”. Nel tentativo di mobilitare più persone possibile nella ricerca del falco, Olivier ha messo un appello su Facebook: “Aiutatela a tornare a casa”. 

Vietato criticare le toghe: il giudice sequestra l'articolo

Luca Fazzo - Ven, 14/03/2014 - 19:21

Che l’articolo sia diffamatorio non lo ha an­cora deciso nessuna sentenza, ma per la toga non è rilevante

Giornalisti in galera, anzi no. Tutto sta nell’avere fortuna, quando si arri­va davanti all’Eccellentissima Corte di Cassazione. È andata bene ieri ai due giornalisti della Voce di Romagna , che per avere scritto un articolo ritenuto diffa­matorio da due carabinieri si era­no visti rifilare dalla Corte d’ap­pello di Brescia sei mesi di gale­ra: con la condizionale, fortuna­tamente, ma pronti a diventar esecutivi in caso di un’altra con­danna.


1394821533-ilgiornale
Nello spazzare via la con­danna dei giornalisti alla galera, la Cassazione ha sancito princi­pi fondamentali, richiamando i giudici di tutta Italia al rispetto di quanto da tempo ci predica l’Europa, e cioè che punire con la prigione i reati a mezzo stam­pa non è ammissibile. Bene, molto bene. Peccato che basti spostarsi di due sezioni della Cassazione, dalla terza alla quin­ta, per trovare quelli che i giorna­listi al fresco ce li sbattono volentieri: come accadde nel set­tembre 2012 quando la Suprema Corte confermò l’anno di carcere inflitto al di­rettore del Giornale Alessandro Sallu­sti.

A Sallusti, a differenza dei colleghi romagnoli, non venne concessa nean­che la condizionale, arrivò la Digos ad arrestarlo in redazione e ci volle l’inter­vento del capo dello Stato per fare di nuovo del giornalista un uomo libero. Ora, i giudici della terza sezione scri­vono il contrario di quello che hanno scritto quelli della quinta. A ben legge­re, una finestrella aperta se la tengono, perché - puntualizzano - in «casi ecce­zionali » la galera si può usare. Ma il principio per il resto è sancito con tale nettezza che la sentenza viene accolta con legittima soddisfazione dall’Ordi­ne dei giornalisti. Se su di loro pendes­se la spada dell’arresto, «non sarebbe assicurato il ruolo di “cane da guardia” dei giornalisti, il cui compito è comuni­care informazioni su que­stioni di interesse genera­le e conseguentemente di assicurare il diritto del pubblico di riceverle».

Ad allarmare la Corte sui rischi che corre di que­sti tempi la libertà di espressione è stata, a leg­gere le motivazioni, una considerazione che in ap­parenza c’entra poco: il fatto che la stampa si trovi «sotto attacco ingiustifi­cato da parte di movimenti politici», ri­ferimento che ieri qualcuno interpreta­va come rivolto agli attacchi di Beppe Grillo. Ma, qualunque sia il motivo, è co­munque un passo avanti. In attesa che si esprima­no le Sezioni unite, il cui in­tervento a questo punto appare inevitabile, è però inevitabile notare che tra le toghe c’è chi,senza trop­po preoccuparsi della Cor­te europea dei diritti del­l’uomo, dei moniti del Qui­rinale e delle proteste dei giornalisti, viaggia nella direzione addi­rittura opposta. Ieri infatti un giudice ha firmato, in tema di libertà di stampa, un provvedimento senza precedenti. E anche qui, curiosamente, c’è di mezzo il processo ad Alessandro Sallusti, quel­lo in cui la giustizia italiana fece vedere alla stampa la sua faccia più severa.

Il giudice di Cassazione che scrisse la condanna di Sallusti, Antonio Bevere, si è ritenuto diffamato da un articolo sul­la vicenda e ha sporto querela: niente di male e niente di strano, ci sarà un pro­cesso e si vedrà chi ha ragione e chi tor­to. Ma a Bevere non basta: ha chiesto a un suo ex collega (lui ormai è in pensio­ne), il giudice monzese De Lillo, di se­questrare la pagina del sito del Giorna­le. it che lui ritiene diffamatoria. Che l’articolo sia diffamatorio non lo ha an­cora deciso nessuna sentenza, ma per De Lillo non è rilevante. Il 7 marzo scor­so, accogliendo la richiesta dell’ex colle­ga, il giudice «autorizza il sequestro pre­ventivo della pagina web di cui in narra­tiva con l’oscuramento di essa». E ieri mattina in via Negri arrivano i carabi­nieri con il decreto in mano e fanno pre­sente: non ce ne andiamo fin quando non cancellate l’articolo dal sito. Non resta che obbedire.Ma attenzione:l’ar­ti­colo si può ancora leggere sulla raccol­ta del Giornale in diverse biblioteche, al­meno fino a quando l’ex giudice Bevere non le farà bruciare.

Internet, gli Stati Uniti pronti a cedere il controllo dei domini

Corriere della sera

Il governo americano disponibile ad abbandonare il suo ruolo centrale nella assegnazione dei nomi dei domini a favore di una governance globale


LET06F3TRIS_3
Il governo degli Stati Uniti ha annunciato di essere pronto ad abbandonare il suo ruolo centrale nella assegnazione dei nomi dei domini su internet, a favore di una governance globale. Il Dipartimento del Commercio ha reso noto in una dichiarazione che avrebbe convocato le grandi compagnie per discutere assieme la materia e che rimuoverà il ruolo centrale del governo degli Stati Uniti nella gestione di ICANN, il regolatore globale Internet responsabile della convalida nomi dei domini.
«Decisione storica»

Si tratta, afferma l’Icann sul proprio sito, di una decisione «storica» per la rete. «Stiamo invitando governo, settore privato, società civile e altre organizzazioni Internet a unirsi a noi nella gestione di questo processo di transizione», spiega in una nota l’amministratore delegato di Icann, Fadi Chehade. Nell’ambito di questa trasformazione, sottolinea la nota, «non verrà modificato il ruolo di Icann come unico identificatore del sistema» dei domini. Da tempo l’Unione europea sollecita Washington a una iniziativa di questo genere, verso un nuovo modello cooperativo nella governance della Rete.

15 marzo 2014 | 00:20



Che cos'è l'Icann e come cambierà la Rete: vantaggi e rischi della cessione dei domini

Quotidiano.net

Entro il settembre dell’anno prossimo gli Stati Uniti daranno al via a un processo condiviso per creare una nuova struttura di controllo, in collaborazione con altre realtà globali. Meeting Icann il 23 marzo


Washington, 15 marzo 2014


Gli Stati Uniti cedono i domini internet. Il Dipartimento del Commercio Usa ha diffuso una dichiarazione con cui si annuncia che entro il 2015 non intende avere più il ruolo centrale nella gestione di Icann, agenzia no profit che dal 1998 è il regolatore globale di Internet, responsabile della convalida nomi dei domini. In questi anni gli Stati Uniti decidevano l’assegnazione dei nomi dei siti, come .com .gov e .org. A questo punto, entro il settembre dell’anno prossimo, gli Stati Uniti daranno al via a un processo condiviso per creare una nuova struttura di controllo, in collaborazione con altre realtà globali. Un passo indietro che rappresenta una svolta storica richiesta da tempo dall’Unione Europea. E anche una risposta alla crescente preoccupazione per i risvolti del Datagate.

LA TRANSIZIONE - L’idea, ha spiegato il dipartimento del Commercio, è quella “di sostenere e rinforzare il modello di una governance globale di internet”. “E’ arrivato il momento di avviare un processo di transizione”, ha dichiarato il segretario aggiunto Lawrence Strickling. Soddisfatta l’Icann: “Invitiamo i governi, il settore privato, la societa’ civile e le organizzazioni coinvolte in internet di tutto il mondo ad unirsi a noi per attuare questa fase di transizione”, ha detto il presidente Fadi Chehade. “Tutte le parti interessate meritano di aver voce in capitolo allo stesso modo nella gestione e nella governance di questa risorsa globale”. La prima tappa di questa fase di trasformazione sarà il prossimo meeting di Icann, a Singapore, il prossimo 23 marzo.

I RISCHI - Se c'è chi gioisce, esiste anche chi critica. In molti già parlano del rischio di una ‘balcanizzazione’ del web. Per altri, dare un maggior controllo sul web a Paesi come la Cina e come la Russia potrebbe essere molto rischioso. Secondo il piano dell’amministrazione Obama, la nuova governance dovrebbe invece assicurare che l’Icann rimanga un ente libero dal condizionamento dei governi, in grado di garantire una rete aperta, accessibile, ma allo stesso tempo sicura e stabile. E dalle prime reazioni, pare che i big della Silicon Valley siano pronti ad appoggiare questa inevitabile svolta.

Siria, la tragedia non finisce. E il paese è spaccato in tre

Orlando Sacchelli - Ven, 14/03/2014 - 18:41

I morti sono 140mila, i profughi 2,5 milioni. I negoziati sono falliti e si continua a morire (anche di fame). Tra i ribelli si sono infiltrati i jihadisti e a combattere, da una parte e dall'altra, ci sono sempre più mercenari stranieri

Pacifisti, dove siete?

1394818
Gli studenti siriani che, un po' per sfida, nel marzo di tre anni fa fecero scoppiare la rivolta a Damasco, non avrebbero mai immaginato di arrivare a 140mila morti (di cui circa 7mila bambini) e 2,5 milioni di profughi, 6,5 milioni di sfollati interni. La protesta iniziò in modo pacifico, per ottenere maggiori spazi di libertà e spazzare via le vetuste restrizioni imposte da un regime al potere da più di 40 anni: giocarono un ruolo decisivo i social network, le tv satellitari del Golfo e il "consenso" occidentale, in primis da parte degli Stati Uniti, verso l'onda lunga della rivolta denominata "Primavera araba". Salvo rare concessioni (ad esempio la fine della legge di emergenza in vigore dal 1963), Assad rispose concedendo pochissimo ai ribelli e si chiuse a riccio cominciando a parlare di terrorismo e pensando di uscire dalla crisi con la sola forza pubblica.

La protesta, però, crebbe sempre più e divenne opposizione armata, con la formazione di un vero e proprio esercito di liberazione. Solo in un secondo momento in Siria arrivarono i jihadisti, arrivando a spaccare il fronte stesso dei ribelli. Oggi il paese è lacerato in tre parti che si fronteggiano a viso aperto: il Nordest, in mano a qaedisti e curdi; il Nordovest controllato in larga parte dalle forze ribelli laiche; il Centrosud sotto il dominio dei lealisti, fedeli a Bashar al Assad.

L'esercito di Damasco in tre anni si è quasi dimezzato, soprattutto per le numerosissime diserzioni di soldati e ufficiali, che via via si sono uniti ai ribelli. Le forze lealiste hanno parzialmente arginato l'emorragia grazie alle formazioni militari provenienti dall'estero, in primis dal Libano (Hezbollah), ma anche dall'Iraq (milizie sciite) e dall'Iran. D'altro canto anche i ribelli hanno visto ingrossare le proprie file grazie all'apporto di combattenti provenienti da altri paesi, tanto che oggi il loro campo sostanzialmente si divide in quattro, spesso in durissima lotta l'uno contro l'altro. Vediamo quali sono.

L'Esercito libero siriano, che fa riferimento alla Coalizione nazionale dei rivoluzionari siriani, nata dalla convergenza di vari gruppi: al suo interno sono rappresentate le forze più secolari - che sono all'opposizione - e le numerose comunità religiose. Il Fronte islamico, il Fronte di liberazione della Siria e i gruppi jihadisti che simpatizzano per al Qaeda. Questi ultimi, a loro volta, comprendono due fazioni: il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico in Iraq e Siria. Acerrime nemiche, esercitano un forte appeal in termini di arruolamento di combattenti (mercenari) provenienti dall'estero, interessati più che altro a combattere per l'islamizzazione del paese. Particolarmente feroci sono le stragi compiute da al Nusra, soprattutto contro i cristiani.

Come si può capire il mosaico è complicatissimo e pieno di sfaccettature. Il dato che balza subito all'occhio è che il fronte dei ribelli è profondamente spaccato, a tutto vantaggio dei lealisti, che non a caso hanno riconquistato posizioni, grazie al fondamentale apporto degli Hezbollah libanesi. E la comunità internazionale come ha reagito? All'inizio parteggiando per l'una e l'altra parte, come avviene sempre nelle crisi internazionali (politiche e militari). Poi, dopo lo scandalo scoppiato per l'uso delle armi chimiche da parte del regime nei sobborghi di Damasco controllati dai ribelli, nell' agosto scorso, minacciando durissime reazioni. Siamo arrivati a un passo dall'intervento militare (americano ma non solo), scongiurato solo per le fortissima opposizione di Russia e Cina e, bisogna riconoscerlo, di Papa Francesco, che si è molto battuto per arginare l'escalation militare.

Un risultato la comunità internazionale l'ha ottenuto: Assad ha rinunciato alle armi chimiche. Che però, è bene ricordarlo, non sono ancora state smantellate. Per il resto bisogna riconoscere il totale fallimento degli sforzi diplomatici, che non sono riusciti, a Ginevra, a dare uno sbocco positivo al dialogo tra le parti in conflitto. Neanche nei minimi termini, l'apertura di corridoi umanitari a protezione dei civili e la condanna di un uso troppo duro della forza da parte di Damasco. Non c'è stato niente da fare: ogni risoluzione è stata stoppata dal veto di Mosca e Pechino. E in Siria si continua a combattere e a morire. Non solo per le armi ma anche per la fame. Amnesty parla di centinaia di morti per denutrizione.

Difficile trovare il bandolo della matassa. L'impressione è che ancora tanto sangue debba scorrere, sul campo, prima di riuscire a riaprire il dialogo tra le parti e fermare le armi. Con il rischio che la polveriera siriana possa, per qualche ragione, far deflagrare una guerra di ancor più grandi dimensioni, magari a seguito dell'intervento di altre forze in campo, quali ad esempio Israele, la Turchia o l'Iran. Certo, se Assad accettasse di farsi da parte, e se i jihadisti fossero messi all'angolo una volta per tutte, la soluzione forse sarebbe più facile. Ma allo stato attuale così non è. Intanto c'è da registrare un altro dettaglio: il mediatore dell’Onu per la Siria, Lakhdar Brahimi, domenica si recherà in Iran dove incontrerà il presidente iraniano, Hassan Rohani, e il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Nella regione l'Iran è il principale sostenitore di Assad. E lui, come la maggior parte degli alti dirigenti del regime, appartiene alla comunità alawita, corrente religiosa affine allo sciismo, maggioritario a Teheran e dintorni.

Morto il marinaio del bacio a Times Square

Corriere della sera



12
34

Heidegger, antisemita e vero nazista

Corriere della sera

di Ranieri Polese

Pubblicati i «Quaderni neri» del filosofo, che comprendono gli anni 1931-41
Confessioni che non lasciano dubbi. Deluso dal regime, lo accusò di «americanismo»


17
Martin Heidegger fu un nazista? Sì». «Martin Heidegger fu un antisemita? Sì». Sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung» di ieri, Jürgen Kaube, dopo aver letto le quasi 1300 pagine dei famosi Quaderni neri — detti così per la copertina cerata come si usava una volta — che comprendono gli anni dal 1931 al 1941, da ieri in libreria e a disposizione di tutti, chiude così la questione che ha tormentato la storia della cultura europea dalla fine della guerra a oggi.

Se già era nota l’adesione di Heidegger al Partito nazionalsocialista (primo maggio 1933, poco dopo esser diventato rettore dell’università di Friburgo), finora si era escluso che avesse avuto opinioni antisemite. E invece in quei Quaderni, negli anni di guerra, ricorrono frasi e pesanti considerazioni contro gli ebrei. Ma anche il nazismo di Heidegger, ricorda Kaube, era stato considerato una breve parentesi, visto che il filosofo si dimetteva dall’incarico del rettorato già nell’aprile del 1934. Ora, nelle pagine dei Quaderni, si vede invece che il periodo del ritorno agli studi, lontano da incarichi ufficiali, non fu un drastico ripensamento, l’ammissione di un errore — Heidegger lo disse nell’intervista concessa allo «Spiegel» nel 1966 — ma anzi il frutto di una delusione: i nazisti non erano all’altezza delle speranze che il filosofo nutriva nella loro azione. Sempre ieri, il settimanale «Zeit» pubblicava il lungo articolo di Thomas Assheuer su questo Heidegger non più segreto.

«Se anche in queste pagine fosse riconoscibile un pensiero, i Quaderni sono un delirio filosofico e un crimine del pensiero». Ricorda, Assheuer, i tanti tentativi di cancellare sospetti e dicerie sul coinvolgimento politico di Heidegger, salvando così il filosofo di Essere e tempo da accuse e infamie. Ora però questi taccuini, scritti senza cancellature né correzioni come i testi destinati alla pubblicazione, ci mostrano che il legame tra Heidegger e il nazismo si saldava con le esigenze del suo pensiero, in cerca di un «nuovo avvio», proprio come la Germania di quegli anni.

Le note dei Quaderni cominciano nell’ottobre 1931, anno di crisi per la Germania (6 milioni di disoccupati). Per Heidegger il popolo (Volk) ha bisogno di una rivoluzione nazionale, di una scossa che gli dia un «nuovo inizio». Finalmente arriva Hitler, «il Führer che ha risvegliato una nuova realtà, che dà al nostro pensiero la retta via e la forza d’urto». Nel 1933, dopo la presa del potere di Hitler, Heidegger, che già l’anno prima ha votato per il Partito nazionalsocialista, accetta la nomina a rettore dell’Università di Friburgo (21 aprile).

Il primo maggio si iscrive al partito. Nel novembre, infine, partecipa a Lipsia alla riunione dei docenti tedeschi che affermano la loro fede in Adolf Hitler. Nell’aprile del 1934, però, si dimette dall’incarico di rettore. I Quaderni ci mostrano uno Heidegger deluso dal nazismo perché non sembra volere «il nuovo inizio» sperato. Non è il movimento che «supera l’età moderna», ma invece la «conduce a compimento» indulgendo all’«americanismo» della radio e del cinema portati nelle campagne a imbastardire la sana e antica gente contadina. L’orrore per la tecnica diventa così l’identificazione del nemico nel popolo inglese, che ha inventato «le macchine, la democrazia e l’utilitarismo». E la guerra, quando arriva inevitabilmente, per lui segna veramente il nuovo slancio dei tedeschi.

Gli ebrei — È alla fine degli anni Trenta che compaiono nei Quaderni delle riflessioni sugli ebrei, che «non hanno un territorio», che sono dotati di una «spiccata destrezza a contare, a infiltrarsi, a mescolarsi con gli altri». In una nota del 1938-39 si legge: «Gli ebrei vivono, considerato il loro rimarcato talento nel far di conto, da più tempo di tutti secondo il principio della razza, ragion per cui sono quelli che si oppongono più strenuamente alla sua applicazione illimitata». Frase che si comprende appieno tenendo conto del fatto che nel 1938 entravano in vigore ulteriori limitazioni ai diritti civili degli ebrei in Germania, e che ogni protesta, per esempio di imprenditori o negozianti (quelli che fanno di conto)

«Gli ebrei vivono da più tempo di tutti secondo il principio della razza»
costretti al fallimento, veniva brutalmente repressa. Ma anche — spiega Jürgen Kaube sulla «Faz» — Heidegger vuole difendere le leggi di Norimberga, promulgate nel 1935 per la «difesa del sangue tedesco», rinfacciando agli ebrei la loro secolare pratica della endogamia, del rifiuto cioè di matrimoni misti. Con la guerra, 1939, compare nei Quaderni la categoria del Weltjudentum, l’ebraismo mondiale che sta dietro i Paesi che combattono contro la Germania.

«L’ebraismo mondiale, istigato dagli emigranti lasciati uscire dalla Germania, è dovunque imprendibile e non ha la necessità, nonostante tutto lo spiegamento di forze, di partecipare ad azioni militari. Invece a noi non resta che sacrificare il miglior sangue dei migliori figli del popolo» (1941). Dove si legge un chiaro accenno a una sorta di complotto mondiale contro la Germania dietro a cui stanno gli ebrei.

Quei terribili inglesi — Non solo per lo Heidegger dei Quaderni gli inglesi personificano il male assoluto (tecnica, democrazia, utilitarismo). Ma hanno anche un’altra colpa grave. «Ma può essere un caso che il mio pensiero e le mie questioni nell’ultimo decennio siano stati rifiutati proprio in Inghilterra, e che non si sia fatta nessuna traduzione delle mie opere?».

Un’intervista per la storia— Heidegger, comunque, continua a far da protagonista. Proprio in questi giorni è uscito un libro sulla famosa intervista concessa dal filosofo a Rudolf Augstein, fondatore e direttore di «Spiegel». Era il 1966, dopo una lunga trattativa, Augstein raggiunge Heidegger nella sua Hütte, nella Foresta nera. Parlano a lungo, l’accordo è che non siano domande accusatorie, Heidegger dà la sua disinvolta versione dei fatti (dopo le dimissioni del ‘34): il Partito lo avrebbe boicottato. Ricordando quell’incontro, Augstein parlava di Heidegger come di uno «sciamano» che l’aveva incantato e in qualche modo stregato.

14 marzo 2014 | 10:45

14 marzo, il compleanno del Pi greco

Corriere della sera

di Giovanni Caprara

archim
Anche il Pi greco può diventare una festa, persino contagiosa tanto può essere divertente. Ed è quello che accade oggi dal Nord al Sud, pur sembrando quasi incredibile. Il Pi greco ce lo portiamo dietro come un numero che quasi non si cancella mai dalla memoria (3,14) perché è stata una presenza costante nei nostri studi sin dai primi anni. Infatti, giocando sulla data, gli anglosassoni che antepongono il mese al giorno, hanno scelto il 14 di marzo (03/14) per la celebrazione del mito scolastico. Così si va dai «Giochi Archimedei» di Siracusa al «Pi greco Day »nel Museo Esplorazione di Treviglio vicino a Bergamo, al concorso del Politecnico di Milano. E c’è pure il «Carnevale della matematica» su web.

Oggi è il 14 marzo, nei Paesi anglosassoni 03/14 che è il valore del Pi greco
L’elenco è lungo ed è giusto partire da Archimede perché è stato lui nel terzo secolo avanti Cristo a calcolare bene il fatidico numero (che indica il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio) con l’approssimazione giusta. Ma già molto tempo prima lo usavano i babilonesi: per loro, però, era 3,12. Insomma, pur con qualche differenza, è sempre stato una presenza del calcolo tanto da essere definito una «costante della matematica». E visto l’impatto che ha avuto sulla formazione di ognuno di noi oscillando tra l’incubo per alcuni e una delizia per altri, buona è stata l’idea di dedicargli anche una festa. Che è diventata una buona occasione per avvicinare alla «scienza delle scienze», cioè la matematica, anche coloro che la temono e la rifuggono sui banchi e magari anche dopo.

Il fascino del linguaggio matematico e l’incubo di come si insegna a scuola
Lo spauracchio della matematica,purtroppo, è soprattutto legato al modo con il quale può essere insegnata: ci sono insegnanti appassionati e bravi che la fanno amare e altri che portano ancor di più all’odio per la sua astrazione. In realtà è un linguaggio che può affascinare in modo straordinario non solo perché è alla base di ogni conoscenza scientifica ma perché è un pensiero che si esprime attraverso i numeri. Oggi si è molto sviluppata la matematica applicata a discipline diversissime, dalla finanza alla biologia, e ci sono algoritmi che aiutano a somministrare meglio persino i farmaci. Ma c’è pure una matematica astratta che porta la mente verso cognizioni capaci di aprire orizzonti impensati. Su tutto, bisogna riconoscerlo, aleggia insopprimibile, il fascino misterioso della matematica probabilmente avvertito in maniera ancor più intensa da coloro che sono lontani dalle cifre. Aveva ragione Pitagora, un altro mito che ci ha accompagnato sui banchi scolastici col suo teorema, ripetendo sempre ai suoi discepoli: “tutto è numero”. E se, in questo modo, anche noi cerchiamo di pensare certamente ci divertiamo e lo spauracchio svanisce. Quindi festeggiamo il Pi greco.

14 marzo 2014 | 09:21

Facebook, arrivano video pubblicitari tra le notizie

La Stampa

bruno ruffilli

Per gli inserzionisti uno spot potrebbe costare fino a due milioni di dollari al giorno



KHT
Facebook punta sempre più sulla pubblicità: link suggeristi, post sponsorizzati e consigli per gli acquisti personalizzati ci sono già, adesso arrivano anche i video. A pochi giorni dal restyling della bacheca, torna di attualità la notizia che il più grande social network del mondo starebbe per inserire nel flusso delle notizie anche i video pubblicitari, ipotesi su cui sta lavorando da qualche mese e che avvicinerebbe la creatura di Zuckerberg sempre più a un media come la televisione (ma forse il paragone più corretto è YouTube). I video durerebbero 15 secondi e di avvierebbero in modalità auto-play, cioè senza audio, nella stessa modalità forse un po’ invasiva che vediamo già su alcuni siti. Se si clicca sul video, l’immagine poi si ingrandisce e parte l’audio.

La novità verrà introdotta gradualmente nel corso dei prossimi mesi, con alcuni annunci di inserzionisti selezionati. Gli annunci chiamati “Premium Video Ads” sono una possibilità per gli inserzionisti di avere accesso al grande pubblico di Facebook, composto da oltre un miliardo e 200 milioni di utenti. La società - scrive il blog Cnet - spiega che la novità apparirà nei prossimi mesi sia nella versione web che in quella per dispositivi mobili del social network. Stando ad una stima fatta dal Wall Street Journal a fine dicembre, quando iniziarono a circolare le prime indiscrezioni sugli annunci video, gli spot dovrebbero aiutare Facebook a prendersi una fetta degli oltre 66 miliardi di dollari che quest’anno gli inserzionisti spenderanno sulla tv Usa. Mentre un singolo spot su Facebook potrebbe arrivare a costare anche due milioni di dollari al giorno.

Ruanda, condanna “storica” per uno dei responsabili del genocidio

La Stampa

Venticinque anni a Pascal Simbikangwa, ex capitano della guardia presidenziale del Paese. È stato il primo processo in Francia legato al dramma ruandese

Pascal Simbikangwa è stato condannato a 25 anni per le sue responsabilità nel genocidio del Ruanda. Ex capitano della guardia presidenziale, è stato considerato colpevole di crimini contro l’umanità


6NPAE7N
Venticinque anni di reclusione per le sue responsabilità nel genocidio del Ruanda: è la sentenza pronunciata oggi dalla corte d’appello di Parigi nei confronti dell’ex capitano della guardia presidenziale ruandese, Pascal Simbikangwa, al termine di un processo fiume durato sei settimane, il primo in Francia legato al dramma ruandese. Simbikangwa, 54 anni, dal 1986 costretto su una sedia a rotelle perché paraplegico, è stato riconosciuto colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. La sentenza è arrivata dopo 12 ore di camera di consiglio.

Dal 6 aprile 1994 alla metà di luglio dello stesso anno, circa un milione di persone, soprattutto di etnia Tutsi, maggioranza del Paese centrafricano, vennero massacrate sistematicamente dalla minoranza Hutu, che voleva preservare il proprio potere. Quello a Simbikangwa è stato il primo processo sul dramma ruandese celebrato in Francia, venti anni dopo i massacri rispetto ai quali il ruolo di Parigi venne molto criticato. 

L’accusa aveva chiesto per l’ex capitano una condanna all’ergastolo. Simbikangwa è stato descritto come un «genocida negazionista» accusato, in particolare, di aver armato e fornito istruzioni alle milizie che avevano chiuso Kigali, dove furono sterminati i Tutsi. Lui ha sempre sostenuto di non aver mai visto nemmeno un cadavere. Da parte sua, la difesa ha chiesto il proscioglimento dell’imputato, denunciando testimonianze «fragili» e un processo «politico», a poche settimane dalle commemorazioni dell’inizio del genocidio, il 7 aprile 1994.

Più volte, le autorità del Ruanda hanno accusato Parigi di aver sostenuto il regime hutu, responsabile del genocidio, proteggendo i suoi responsabili. Pascal Simbikangwa, fermato nel 2008 per traffico di documenti falsi nell’isola francese di Mayotte, dove si era rifugiato clandestinamente, è stato processato grazie al principio di competenza universale che consente di giudicare uno straniero per fatti commessi all’estero nel quadro dei crimini più gravi.