venerdì 14 marzo 2014

Gerry Scotti scrive a Renzi: "Aiutami a rinunciare al vitalizio"

Libero


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Gerry Scotti chiede aiuto a Matteo Renzi. Il conduttore di Italia's got talent e prossimo timoniere di "Avanti un altro" al posto di Paolo Bonolis ha mandato alcuni messaggini su twitter al premier. Scotti ha un problema: vuole rinunciare al vitalizio da parlamentare ma non può. Così ha deciso di rivolgersi proprio a Matteo per fargli una singolare richiesta: "Abolisci il vitalizio e toglimi questo peso". E' lo stesso premier a raccontare l'accaduto: "Mi ha scritto su Twitter - dice Renzi - 'sono stato parlamentare per cinque anni, voglio rinunciare al vitalizio ma non posso farlo.

Troveremo il modo di accontentarlo, ma è il segnale di una persona che si rende conto che anche il piccolo contributo personale è giusto". Virginio Scotti detto Gerry, 57 anni, è stato eletto alla Camera dei deputati alle politiche del 1987 quando era candidato nel collegio di Milano nelle file del Partito Socialista Italiano, allora guidato da Bettino Craxi. La sua carriera di deputato è finita cinque anni dopo, nel 1992.

La lobby omosessuale detta legge in Europa

Libero


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Esiste una «lobby gay» nelle istituzioni europee? Se ne parla spesso, di solito quando si lanciano generiche accuse o si immaginano complotti ai danni di altre istanze culturali, ideologiche o religiose. Ma come agisce, da chi è spalleggiato e a cosa punta chi si batte - tra corridoi e finanziamenti, convegni e direttive - per quelli che ritiene i diritti del mondo omosessuale? Libero ha provato a sostituire ai tic linguistici un po’ di fatti, raccolti tra Roma, Bruxelles e Strasburgo. Nel tentativo di capire se davvero la «lobby gay» è la più potente in Europa.

Primo fatto: l’intergruppo più nutrito del Parlamento europeo, cioè l’organismo che permette ai deputati di scambiarsi pareri su temi precisi, è quello che si occupa di gay e affini. Tema sintetizzato dalla sigla LGTB (omosessuali, lesbiche, transessuali e bisessuali, talvolta scritto LGTBI per comprendere anche gli «intersessuali»). Questo esercito di politici, dotato di una segreteria, è coordinato da 6 vicepresidenti e conta più di 150 eletti di tutti i partiti e Paesi dell’Unione, Italia compresa: ci sono Sonia Alfano, Francesca Barracciu (subentrata a Rosario Crocetta quando è diventato governatore siciliano), Roberto Gualtieri, Gianni Pittella, Niccolò Rinaldi, Gianni Vattimo, Andrea Zanoni. Tutti di centrosinistra.

Potenti burocrati
Tale gruppo di pressione ottiene effetti apprezzabili: negli ultimi 15 anni sono numerose le risoluzioni di Bruxelles a favore delle istanze omosessuali. Anche i gruppi partitici teoricamente più «insospettabili» - come gli euroscettici di “Europa delle Libertà e della Democrazia”, che accolgono pure la Lega Nord - hanno al loro interno membri gay. Il capogruppo è Emmanuel Bordez, belga, sposato con un uomo. Ci sono gay dichiarati anche tra i funzionari del parlamento, che a differenza dei politici sono inamovibili. Il Segretario generale della Commissione europea è Catherine Day, irlandese, considerata molto sensibile alle istanze omosessuali.

Bazzica le istituzioni europee dal 1975, quando si occupò della Comunità economica per conto dell’associazione degli industriali del suo Paese. Un altro big ritenuto vicino all’universo gay è Klaus Welle, tedesco. Anch’egli è segretario generale. Nell’agosto 2011 un dipendente dell’Europarlamento ha annunciato le dimissioni inviandogli una mail, spedita in copia a tutti gli uffici di Bruxelles e Strasburgo, in cui lo accusava d’essere bisessuale e di assumere le persone che andavano a letto con lui. La mail è stata cancellata da tutti i pc dell’Europarlamento, grazie a un efficace e rigoroso sistema di controllo degli esperti informatici: la copia di quella letteraccia sopravvive solo perché qualcuno se l’era stampata, finché è finita sotto gli occhi di Libero.

Fondi cospicui
Le istanze omosessuali sono caldeggiate anche dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali. Ha sede a Vienna ed è stata creata nel 2007. Incassa finanziamenti da Bruxelles e sostituisce il precedente Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia. Sul suo sito ufficiale riporta un sondaggio effettuato nei Paesi dell’Unione e in cui si chiede ai cittadini dei singoli Stati se da loro è diffuso un linguaggio offensivo verso «lesbiche, gay, bisessuali e o transessuali». La maglia nera è della Lituania. Dietro c’è l’Italia e quindi la Bulgaria. Sarebbero i Paesi che, stando alla rilevazione, sono più intrisi di omofobia.

Altro fatto: malgrado lo scarso rilievo ricevuto tra i deputati italiani, l’influente associazione omosex chiamata Ilga Europe sta caldeggiando iniziative ad hoc «per l’uguaglianza LGBT nell’Unione europea» in vista delle prossime elezioni. Insomma, nelle istituzioni combattono a favore dei gay parecchi parlamentari, funzionari, organismi come l’Agenzia dei diritti fondamentali. Fuori dal Palazzo, i gay si fanno sentire con le loro associazioni. Ilga Europe è un’organizzazione internazionale non governativa. Riunisce 407 sodalizi provenienti da 45 dei 49 Paesi in Europa. Ha lanciato una mobilitazione per «il sostegno dei diritti umani e l’uguaglianza LGBTI tra i candidati per il prossimo Parlamento europeo e della Commissione europea», sollecitando le associazioni omosex dei singoli Paesi per «individuare» i candidati più sensibili e votarli.

L’appello di Ilga chiede di riconoscere giuridicamente il genere trans, programmi contro le discriminazioni, progetti per le famiglie omosessuali. Tra chi s’è detto favorevole all’iniziativa ci sono dieci politici austriaci, cinque belgi, due ciprioti, tre danesi, tredici finlandesi, sette francesi, diciassette tedeschi, due greci, otto irlandesi, un lettone, tre lussemburghesi, quattro di Malta. E ancora: nove olandesi, tre polacchi, un portoghese, tre sloveni, sei spagnoli, quattordici svedesi, ventitré del Regno Unito. Si fa prima a elencare i Paesi che non hanno politici che hanno aderito all’appello di Ilga: oltre all’Italia, ci sono Croazia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania, Lituania, Estonia. Dal 1997 Ilga Europe gode dello status partecipativo nel Consiglio d’Europa e dal 2001 - come scrive l’associazione sul suo sito - «riceve il suo più grande finanziamento da parte della Commissione europea». Dal 2006 è riconosciuta nel Consiglio economico e sociale dell’Onu.

Cattolici sconfitti
Quando, nel 2004, il cattolico Rocco Buttiglione fu silurato dalla Commissione Giustizia dell’Europarlamento, l’allora ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia non le mandò a dire: «Povera Europa, i culattoni sono in maggioranza». Un modo colorito, per non dire volgare, di tirare in ballo la famigerata lobby. La si può chiamare come si crede, ma a Bruxelles la sensibilità gay conta. Il 4 febbraio 2014, il giorno dopo l’altolà francese alla nuova legge sulle nozze gay, Bruxelles vota la risoluzione contro l’omofobia e la discriminazione. I cattolici provano a protestare ma non c’è partita. Voti a favore 394. Contrari 176. Astenuti 72.

La relatrice Ulrike Lunacek (austriaca dei Verdi e lesbica dichiarata) esulta: «Molti di noi, lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali hanno vissuto, per troppo tempo, la propria vita nella paura», paura anche di «essere buttati fuori dalle nostre case, scuole o posti di lavoro». La Lunacek, come detto, è dei Verdi: ricordiamo che il copresidente dei Verdi europei è il tedesco Daniel Cohn-Bendi, attivo sia a Berlino che in Francia e colonna delle battaglie omosex. Tornando alle risoluzioni pro omosessuali, spesso vengono inserite in un discorso più ampio che chiede di azzerare le discriminazioni tutte. Comprese quelle che coinvolgono handicappati e minoranze etniche. Anche per questo le istanze gay faticano a trovare efficaci contraltari.

norme e risoluzioni
Solo negli ultimi 15 anni, tra le altre cose, Bruxelles ha sfornato: nel 1998 la risoluzione «sulla parità di diritti per gli omosessuali nell’Unione»; nell’ottobre 2000 la risoluzione dell’Europarlamento per la «parità di trattamento in materia di occupazione»; nel 2001 un programma d’azione anti-discriminazione; nel 2005 una risoluzione per la protezione delle minoranze; nel 2006 una risoluzione anti-omofobia, riaggiornata un anno dopo per «l’intensificarsi della violenza razzista e omofoba»: nel 2007 altra risoluzione sull’omofobia; nel 2009 una sui diritti fondamentali. Nel 2011 ecco il documento su «violazione delle libertà di espressione e discriminazioni basate sull’orientamento sessuale in Lituania».

Nel settembre 2011 viene votata una risoluzione su diritti umani e orientamento sessuale. Nel maggio 2012 altra dichiarazione contro l’omofobia. Nel luglio 2012 la risoluzione sulla violenza contro le lesbiche e per i diritti di «lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali in Africa». Pochi mesi fa, alcuni parlamentari italiani hanno rinunciato a organizzare un convegno con Luca Di Tolve, già mister gay che ha dichiarato d’essere tornato etero a Medjugorje. Ora è sposato con una donna e racconta la sua storia di «conversione». E così si becca accuse pesanti dal popolo LGTB: nel maggio 2013 scatenarono una campagna per impedire un suo convegno in Veneto. Confidenza di un deputato a Libero: «Sa, qui in Europa siamo costretti a lavorare coi funzionari. E se decidono di boicottarci con la scusa che siamo anti-gay, per noi è la fine».

di Matteo Pandini

Film e serie tv in streaming, di nuovo online i siti pirata sotto sequestro

La Stampa

carlo lavalle

A dieci giorni dalla maxi operazione della Guardia di Finanza, sono quasi tutti raggiungibili. Vi spieghiamo perché



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Chiariamo, intanto, un aspetto importante. Quando un sito accusato di pirateria risiede all’estero, su server fuori dal territorio nazionale, non si può operare un sequestro fisico diretto ma per interrompere l’attività illegale si può procedere ad un ordine di inibizione dell’autorità giudiziaria rivolto ai provider italiani che forniscono la connessione Internet. In questo modo, si cerca di sbarrare la strada agli utenti per impedire che raggiungano i siti con contenuti illeciti. Il blocco può essere operato sull’indirizzo IP (codice numerico) o sul nome di dominio. Nel primo caso, il rischio è che vengano coinvolti siti perfettamente legali estranei al reato, facendo riferimento ad una medesima sequenza numerica; a volte ci sono migliaia di siti che corrispondono ad uno stesso indirizzo IP.

Nel secondo caso, la strategia diventa più selettiva circoscrivendo l’inibizione ad un più preciso bersaglio. Detto in altri termini, se in un appartamento di un palazzo proiettassero un film illecitamente non cercherei di bloccare l’ingresso all’edificio ma soltanto a quella specifica abitazione. Nel caso della maxi-operazione “Publifilm” non è stato chiarito fin dall’inizio in quale dei due modi dovessero procedere i provider, che in ogni caso, pur non avendo nulla a che vedere con i pirati, non possono disattendere l’ordine di un magistrato. Vista l’incertezza, gli stessi nuclei speciali della Guardia di Finanza hanno ritenuto di dover specificare con una successiva comunicazione che il blocco fosse da attuarsi a livello di sistema dei nomi a dominio (dns).

Nonostante questo intervento per realizzare un’azione più mirata, l’accesso ai siti - nella stragrande maggioranza contenenti solo link che rimandano a pagine esterne con materiale illegale - rimane possibile. Perché? Il fatto è che si possono adottare degli stratagemmi per rendere inefficace il blocco. L’espediente comunemente più usato è cambiare l’estensione del sito con la variazione del dominio di primo livello (ad esempio modificando .tv con .org). Con questo piccolo cambio i link ai contenuti illegali ricompaiono da un’altra parte sotto un nome simile ma diverso.

In atro trucco è modificare sul computer dell’utente i server dns. In questa maniera, si può accedere ai siti bloccati bypassando le restrizioni stabilite dal provider italiano. Per semplificare, potremmo dire che i casellanti di un’autostrada avendo ricevuto l’ordine di bloccare gli automobilisti con targa italiana non possono impedire il passaggio delle auto con targa estera. Cambiando i dns è come se l’utente italiano si presentasse davanti al provider munito di targa straniera e perciò autorizzato ad arrivare all’indirizzo del sito che diversamente sarebbe inaccessibile. I più smanettoni possono, inoltre, utilizzare altri mezzi più sofisticati, con web proxy o software Vpn, per aggirare i blocchi.

Ma la pirateria online non smette di stupire riuscendo a trovare sempre nuovi sistemi. Tra gli ultimi in circolazione c’è Popcorn Time , detto il Netflix pirata, un programma che consente di vedere in streaming film e video di BitTorrent, comprese opere tutelate da copyright. Allora, davanti a questa reinvenzione continua della pirateria si può pensare di vincere la sfida basandosi sul metodo dell’inibizione tramite i provider? La domanda è legittima anche perché la stessa Guardia di Finanza è impegnata a perseguire altre strade intervenendo per fermare il business, soprattutto pubblicitario, dietro ai siti responsabili dei reati contro il copyright.

E’ molto probabile, però, che nei prossimi mesi, come prevede l’avvocato Fulvio Sarzana, tra i leader del Movimento di tutela dei diritti civili sulla rete internet, si possa assistere ad un aumento dei maxi-sequestri in concomitanza con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento sul diritto d’autore. La preoccupazione è che un’intensificazione dell’attività di inibizione sul web, giustificata dal ripetersi di violazioni di legge, comporti anche effetti indesiderati con la chiusura di siti del tutto legali.



No alla censura su Internet. Agorà Digitale lancia un appello alla mobilitazione del Web
La Stampa

carlo lavalle


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Agorà Digitale lancia un appello alla mobilitazione del popolo del Web per fermare la censura su Internet e l'attacco alla libertà di informazione. L'iniziativa nasce a partire dall'adozione della delibera n. 668/2010 dell'Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) che introduce un meccanismo automatico di cancellazione e di inibizione di siti e testate on line sospettati di violazione dei diritto di autore. Insieme ad Adiconsum, Assonet, Assoprovider, Altroconsumo e Studio Legale Sarzana l'associazione radicale ha già promosso con lo scopo di impedire l'applicazione delle nuove regole alla Rete una petizione on line (http://sitononraggiungibile.e-policy.it/) che è stata sottoscritta da più di 70.000 cittadini raccogliendo anche la firma di giuristi come Stefano Rodotà. Il 14 giugno, giorno della presentazione della relazione annuale dell'Agcom davanti al Parlamento, le stesse organizzazioni hanno indetto una conferenza stampa per presentare e diffondere un “Libro Bianco sui diritti d'autore e diritti fondamentali nella rete Internet” in contrasto con la visione espressa dai fautori della linea censoria.

Il commissario dell'Agcom Nino D'Angelo, rimosso a sua insaputa dal ruolo di relatore del provvedimento sotto accusa, ha partecipato alla manifestazione dando il suo appoggio. Allo stesso tempo, numerosi parlamentari di diversa estrazione politica, anche appartenenti alla maggioranza, hanno assunto obiezioni e istanze del fronte anti-censura che del resto ha a più riprese domandato al Presidente Corrado Calabrò e al Consiglio dell'Agcom l'apertura di un dialogo immediato e maggiore trasparenza. Le richieste avanzate non sono state prese in considerazione. Anzi, Agorà Digitale denuncia una incomprensibile e rozza campagna di derisione e aggressione verbale portata avanti da due membri commissari dell'Agcom, Stefano Mannoni e Antonio Martuscello, per screditare le posizioni di un largo e composito schieramento che comprende consumatori, imprenditori, avvocati, esperti del settore, persone comuni, tacciati di “demagogia”, “pressappochismo” o peggio ancora di essere “arruffapopolo”.

Per far luce sulla vicenda e approfondire l'argomento abbiamo intervistato Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale.
 
Luca, quali aspetti fondamentali sono in gioco che vi hanno indotto a criticare in modo così clamoroso il provvedimento dell'Agcom?
Siamo di fronte ad un contesto italiano dell'informazione asfissiante e spesso illegale in cui governo e maggioranza sono in grado di chiudere trasmissioni seguite da milioni spettatori e controllare le notizie dei telegiornali. Introdurre un sistema che consente di censurare contenuti presenti sui siti italiani o impedire l'accesso a siti collocati all'estero vuol dire innanzitutto rischiare che anche l'informazione in rete faccia la stessa fine. Esprimiamo una forte preoccupazione per una misura che va ad incidere in modo significativo sulla libertà di informazione e di accesso alla conoscenza. La possibilità di abusare di uno strumento come la censura entra in conflitto con i principi alla base della democrazia.

In concreto cosa potrebbe succedere in caso di entrata in vigore della nuova normativa?
Moltissime "azioni" che compiamo tutti quotidianamente in rete violano il diritto d'autore. Un blogger che ha soltanto postato sul suo sito un video della sua festa di compleanno con all'interno una canzone potrebbe ricevere una richiesta di rimozione del contenuto cui dovrà ottemperare pena l'eliminazione automatica entro cinque giorni. In caso di collocazione all'estero il sito, cosa frequente perchè Internet non ha confini, potrebbe essere oscurato magari dal provider il quale ha il dovere di ottemperare immediatamente alla richiesta di rimozione dell'Agcom. Io sono un ricercatore e spesso quando invio un articolo ad una rivista scientifica cedo ad essa i miei diritti, ma ne pubblico in ogni caso una copia sul mio sito web per permettere un'ampia diffusione.

Domani potrebbero addirittura chiedere la rimozione di tale sito. Intere community di fan, appassionati di Harry Potter o di qualche famosa serie tv, che usano materiale incluso nel diritto d'autore potrebbero essere costrette a chiudere. In piattaforme come Facebook potrebbe accadere che vengano in continuazione cancellati contenuti senza che gli utenti siano avvertiti o abbiano la possibilità di protestare. Politici o aziende potrebbero usare tale sistema di censura per eliminare contenuti scomodi o critici nei loro confronti, nel caso questi violino in qualche modo il diritto d'autore. Si deve temere in sostanza un utilizzo strumentale della normativa sul diritto d'autore per un'applicazione pervasiva della censura, frutto di un'attitudine repressiva e non orientata all'innovazione.

Vi accusano però di voler schiacciare il diritto d'autore in nome della difesa di diritti fondamentali. Come rispondi?
La disciplina del diritto d'autore risale al 1941. Internet ha rivoluzionato il modo di promuovere e diffondere i contenuti. Necessariamente il concetto di proprietà intellettuale, che crediamo debba essere difeso, deve aggiornarsi e rispondere alle sollecitazioni dei moderni sistemi di informazione. Con l'avvento dell'era digitale il diritto d'autore si estende su un'area più vasta e c'è necessità di salvaguardare da un lato diritto individuale e giusta remunerazione dall'altro assicurare la libera circolazione delle idee e delle opere. Le vecchie regole del diritto d'autore non possono tuttavia essere trasferite meccanicamente sulla nuova realtà del web. La cosa non funziona. Non trovi assurdo il fatto che io possa per esempio prestare un libro ma non spedirlo ad un altro via email perché la normativa non lo consente? Bisogna adeguare la legislazione al mutato tempo digitale. Le stesse Antritust e Agcom lo dicono espressamente con comunicazioni al Parlamento.

Ma il Parlamento e le forze politiche non si sono mosse?
In Parlamento sono stati depositati diversi atti tra Camera e Senato in cui si chiede una pubblica e aperta discussione sul diritto d'autore. E' stata avanzata anche la richiesta di sospensiva dell'iter dell'Agcom. Il problema è che non può essere un'autorità amministrativa come l'Agcom a regolare in modo improprio e illegittimo una materia così delicata che tocca diritti così fondamentali.

Allora perché l'Agcom ignora questa indicazione e tira dritta per la sua strada?
Ci sono grosse pressioni di specifiche lobby del settore, in particolare, dell'industria dell'intrattenimento musicale e televisiva. Ci sono soggetti che partono da posizioni dominanti nel mercato e per stare al passo con le trasformazioni in corso dovrebbero cambiare i loro modelli di business. Invece di favorire il mutamento cercano di plasmare il mondo on line secondo i loro particolari interessi.

Le aziende lamentano perdite economiche e lavorative grazie ad Internet. Sei sicuro che il cambiamento possa portare vantaggi sociali? Di recente sono usciti due studi (“Internet Matters : The Net's sweeping impact on growth and propserity” a cura di McKinsey, presentato peraltro al e-G8 Forum e “Fattore Internet” di The Boston Consulting Group commissionato da Google Italia) che dimostrano come a fronte di 1 posto di lavoro perso a causa di Internet se ne creino contemporaneamente 2,6. Nello studio di The Boston Consulting Group focalizzato sull'economia italiana si mette in evidenza che fino al 18% dell'aumento del PIL (prodotto interno lordo) da qui al 2015 sarà dovuto allo sviluppo di Internet.

Che iniziative intendete assumere nell'imminenza della definitiva approvazione del regolamento Agcom?
Faremo ricorso a tutti gli strumenti, anche giuridici, per bloccare la manovra dell'Agcom. Se costretti ci rivolgeremo al Tar (Tribunale amministrativo regionale). Ma crediamo che sia necessaria una mobilitazione più ampia che coinvolga l'opinione pubblica, in rete ma anche fuori da essa, università, editori, le grandi piattaforme online, e il mondo della politica che sembra essersi ora accorto della importante funzione generale svolta da Internet come luogo di realizzazione di libertà e diritti fondamentali.



Per un post non si può oscurare un blog
La Stampa

carlo lavalle

Annullato il sequestro del sito «Il perbenista», oscurato per diffamazione. Per la Cassazione, la misura viola il diritto di informazione e di parola


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Per colpa di un post non è legittimo sequestrare, oscurandolo, un intero sito web. È una misura eccessiva - specie se applicata ai siti che da fustigatori si occupano di costume sociale e attualità politica - e finisce per violare il diritto dei blogger a manifestare il proprio pensiero e quello degli utenti a tenersi informati. Inoltre, siccome il post per sua natura, viene obliterato da quelli più attuali, non si può invocare il «periculum in mora», ossia il timore di un danno futuro, per emettere il provvedimento di estrema censura. Lo sottolinea la Cassazione.

Per questo la Suprema Corte - con la sentenza 11895 - ha annullato senza rinvio il sequestro del sito «Il perbenista», oscurato dalla magistratura di Udine per via di un paio di post degli utenti, e non del blogger-moderatore, nel quale si prendevano di mira due professionisti che sono ricorsi alla querela. Ma gli «ermellini» hanno sconfessato la mano pesante quando sui web-log, diari in divenire, invitando i magistrati, se necessario, a oscurare i singoli post ritenuti diffamatori. Non l’intero sito.
«Un giusto contemperamento di opposti interessi di rilievo primario - afferma la Quinta sezione penale della Cassazione, presidente Pietro Dubolino, relatore Ferdinando Lignola - impone allora che l’imposizione del vincolo sia giustificata da effettiva necessità e da adeguate ragioni, il che si traduce, in concreto, in una valutazione della possibile riconducibilità del fatto all’area del penalmente rilevante e delle esigenze impeditive, tanto serie quanto è vasta l’area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola». 

(Ansa)

Così l'Italia del Duce perse la guerra Prima di iniziarla

Francesco Perfetti - Ven, 14/03/2014 - 09:14

Torna in libreria Tecnica della sconfitta il classico di Franco Bandini. Analizza gli errori che segnarono irreparabilmente l'inizio del conflitto 

In soli quarantadue giorni - quelli compresi tra il 29 maggio 1940 quando Mussolini decise di entrare in guerra e l'8 luglio, data della battaglia di Punta Stilo - maturarono le premesse della sconfitta italiana nel secondo conflitto mondiale.


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Le sei «incredibili» settimane cominciarono con l'annuncio dato da Mussolini al Maresciallo Pietro Badoglio e a Italo Balbo di aver informato Hitler che egli non intendeva «restare con le mani alla cintola» e che, di lì a qualche giorno, sarebbe stato «pronto a dichiarare la guerra all'Inghilterra». Si conclusero con la rinuncia ordinata da Supermarina, contro il preciso desiderio dell'ammiraglio Bergamini, ad attaccare, in condizioni di massimo favore, la flotta inglese: una decisione che si rivelò fatale perché non si sarebbe più ripresentata una occasione così favorevole e che avrebbe potuto assicurare all'Italia, all'inizio del conflitto, una vittoria navale di grande importanza. In mezzo, il 10 giugno, ci sono la consegna agli ambasciatori di Francia e di Gran Bretagna da parte di Galeazzo Ciano, in divisa da colonnello dell'aeronautica, della dichiarazione di guerra e il discorso di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia che si conclude con la frase: «Popolo italiano: corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio e il tuo valore».

La ricostruzione analitica degli avvenimenti italiani di quei giorni, con uno sguardo comparato con quanto stava avvenendo negli altri Paesi e sui teatri bellici, costituisce l'ultima parte di un celebre volume di Franco Bandini, Tecnica della sconfitta (Florence Press, pagg. 544, euro 24) ripubblicato, con una introduzione di Franco Cardini, a distanza di mezzo secolo dalla prima edizione. Quei quarantadue giorni rivelarono tutta l'improvvisazione delle scelte politiche e strategiche dell'Italia. Peraltro, anche se gli errori compiuti in quelle settimane non ci fossero stati, difficilmente l'Italia avrebbe potuto uscire vincitrice dal conflitto: osserva, in proposito, Bandini che c'è, anzi, «da meravigliarsi che si sia riusciti a rimanere in piedi per tre anni» vista «la nostra direzione militare, quella politica e quella diplomatica» per non dire della «incredibile ottusità e incultura della nostra classe dirigente».

Quando apparve nel 1963, Tecnica della sconfitta riscosse un grande (e meritato) successo non solo e non tanto per l'analisi anticonformistica di quella manciata di settimane critiche che precedettero e seguirono l'entrata in guerra dell'Italia, quanto piuttosto per le considerazioni generali sulle origini del conflitto che mettevano in luce risvolti sottovalutati dalla storiografia. Bandini, per esempio, sottolineava, fin dalle prime pagine del volume, l'importanza della gara fra le grandi potenze per il predominio sui mari. A spingere Neville Chamberlain sulla strada della garanzia militare alla Polonia furono, in questo quadro, non motivazioni di tipo politico o ideale ma la conferma di notizie allarmanti per la Gran Bretagna sulla reale portata delle costruzioni navali di Hitler.

Non era ammissibile, infatti, per gli inglesi che la Germania potesse diventare una potenza navale troppo forte in grado di far loro concorrenza sui mari: ecco perché il governo britannico decise, con una guerra pensata sostanzialmente come «preventiva», di attaccare la Germania, e solo la Germania. Logica avrebbe voluto che nel mirino fosse entrata anche l'Urss, complice del nazismo nella spartizione della Polonia in virtù del patto Molotov-Ribbentrop, ma ciò non avvenne, anche perché appariva già come realistica (o, quanto meno, auspicabile) la prospettiva di un futuro accordo con Stalin per esorcizzare il pericolo della potenza tedesca. Sulla scacchiera del grande gioco della politica internazionale, l'Italia si mosse in maniera del tutto inadeguata, dilettantesca e contraddittoria. Secondo Bandini, la scelta della «non belligeranza», all'inizio, irritò i tedeschi perché tolse loro uno strumento di pressione negoziale nei confronti degli anglo-francesi subito dopo la fine della campagna di Polonia, ma poi non dispiacque a Hitler convintosi che l'intervento italiano avrebbe comportato, più che un aiuto concreto e decisivo, un mare di complicazioni.

L'intervento italiano, nel giugno 1940, con l'improvviso attacco alla Francia e con una carente preparazione militare, si rivelò funzionale al disegno strategico di Churchill e agli interessi inglesi che puntavano sull'allargamento del conflitto per coinvolgere anche gli Stati Uniti. Frutto di lunghe ricerche e di una continua riflessione sui fatti, il volume di Franco Bandini, indipendentemente dalla condivisibilità o meno di talune sue tesi, rimane ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, un testo di riferimento, di piacevole lettura e pieno di suggestioni. Forse non è il lavoro più conosciuto di un autore il cui nome è legato a due opere famose: Vita e morte segreta di Mussolini (1978), dove è sviluppata la tesi della «doppia fucilazione» del dittatore italiano e del ruolo dei servizi segreti inglesi in quella vicenda, e Il cono d'ombra (1990) che getta un fascio di luce nuova sull'assassinio dei fratelli Rosselli e sui misteri che lo avvolgono. Ma è, certamente, il suo libro di maggiore spessore storiografico.

Le bugie dei De Benedetti: "Truccati i dati della centrale"

Luca Fazzo - Ven, 14/03/2014 - 14:45

Il giudice accusa i vertici dell'impianto Tirreno Power di Vado di aver truccato i valori degli inquinanti: "Scelta gestionale volontaria. Conoscevano le potenzialità lesive dell'attività svolta"


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Questo, per la procura di Savona e il giudice preliminare Fiorenza Giorgi, è il riassunto della cupa e indigesta storia della centrale di Vado Ligure, sequestrata due giorni fa. In quarantacinque pagine, il provvedimento del gip riassume per filo e per segno la storia di come la centrale abbia avvelenato una valle e ucciso centinaia di persone (343, nella meno grave delle ipotesi), sfociando in una tragedia ambientale e sanitaria di «dimensioni immani».

È un riassunto che sembra lasciare poco spazio alla difesa dei cinque manager della Tirreno Power finiti nel registro degli indagati. E che mette in una posizione imbarazzante i soci di Tirreno Power, ovvero i francesi di Gdf-Suez (che però sono arrivati pochi anni fa) e soprattutto la Cir, la holding della famiglia De Benedetti: che ora si ritrova a dover scegliere se prendere su di sé la responsabilità delle clamorose omissioni compiute dai manager della centrale, con tutte le conseguenze del caso: o se invece scaricare le colpe su di loro, col rischio che reagiscano chiamando in causa altri.

Se la gravità degli addebiti era in parte nota, a colpire è la decisione con cui il gip affronta il tema delle coperture di cui Tirreno Power ha goduto: «il gestore, certamente agevolato da una quasi assoluta carenza di controlli, ha di fatto violato la quasi totalità delle prescrizioni imposte (...) non può tacersi la circostanza che tutti i dati sono stati registrati e monitorati dal gestore in assoluta autonomia e nella totale carenza di controlli da parte delle autorità preposte; ed invero non vi è traccia del protocollo condiviso con le autorità di controllo locali (provincia di Savona) e/o Arpa Liguria, né di ispezioni effettuate da quest'ultime all'impianto ai fini di controllo di tale aspetto, previsto dai provvedimenti autorizzativi della centrale».

Insomma, alla centrale è stato permesso per anni di inquinare e causare morti sulla scorta di dati forniti dalla stessa Tirreno Power, e che al primo controllo si sono rivelati falsi: «i dati forniti dallo stesso gestore sono ritenuti inattendibili da tutti i consulenti del pm (...) i valori di concentrazione misurati manualmente risultano mediamente assai più alti di quelli contemporaneamente forniti dal sistema di monitoraggio».

Per valutare l'impatto delle emissioni di fumi, ma anche della polvere del carbone trasportato e stoccato a cielo aperto, i periti della procura hanno interrogato testimoni che non mentono: i licheni, i primi a soffrire per l'inquinamento, e che intorno alla centrale si sono diradati sino a sparire (la perizia parla di «deserto lichenico») e le cartelle cliniche dei malati e dei morti. Che le conseguenze siano stati devastanti non c'è dubbio: «Non può che concludersi nel senso che l'evidenziato incremento dell morbilità e della mortalità nelle aree di media e alta ricaduta delle emissioni della centrale rispetto alle aree di bassa ricaduta è certamente attribuibile all'esercizio della medesima centrale». Ancora: «deve ritenersi raggiunta la certezza processuale del nesso di causalità tra l'evidenziato aumento di morbilità mortalità e l'esercizio della centrale».

E la centrale di Vado continuava ancora fino al sequestro ad avvelenare l'intera zona, anche se mancano dati epidemiologici successivi dal 2011, dice il giudice: «Deve ritenersi provato, a fronte di valori emissivi sovrapponibili agli anni considerati, un danno alla salute (intendendosi per tale un aumento della mortalità e della morbilità) costante anche negli anni successivi a quelli oggetti di specifico esame». «Quanto sin qui evidenziato - dice il gip - induce a ritenere verificato un danno alla salute nelle aree di ricaduta della centrale di entità tale da integrare senza dubbio la nozione di disastro nonché un pericolo per la pubblica incolumità da individuarsi nel rischio di incremento di morbilità e mortalità correlato alla protrazione dell attività della centrale termoelettrica ai medesimi livelli emissivi mantenuti sino ad oggi».

Per questo, per fermare la strage, è stato necessario intervenire con la forza, e spegnere per legge i forni della centrale dei De Benedetti: «I dati riportati inducono a concludere che per ogni anno di funzionamento della centrale, a parità di emissioni, si avrà un aumento del numero di casi di ricoveri e di decessi sostanzialmente costante», scrive il giudice, parlando di «pericolo attuale per la pubblica incolumità».

Superficialità, caso? Niente di tutto questo, scrive il giudice, che parla esplicitamente di «precise scelte gestionali» della società: «La gestione dell'impianto a livelli nettamente superiori a quelli imposti dalle Bat (le migliori tecniche possibili, ndr) è certamente attribuibile ad una precisa scelta gestionale della società. Tale scelta volontaria è stata adottata e tenuta nonostante la consapevolezza del danno arrecato all'ambiente e alle rilevanti dimensioni dello stesso», si legge a pagina 37 dell'ordinanza. Ed invero il gestore era certamente a conoscenza delle potenzialità lesive della attività svolta».

La bufala dell'arcivescovo di Granada che incita alla fellatio

Il Messaggero


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La fellatio? «Non è peccato se si pensa a Gesù». Parole troppo ardite per essere vere. Avevano scatenato clamore, reazioni e fiumi di parole in articoli di vario genere le parole attribuite all’arcivescovo di Granada Francisco Javier Martínez. Libero aveva spiegato come il prelato spagnolo non fosse nuovo a certe provocazioni, sottolineando come «sdoganasse il sesso orale facendo tirare un sospiro di sollievo a tanti fedeli». TgCom ha parlato di «Chiesa spagnola nella bufera». Peccato che nessuno abbia controllato la veridicità della notizia per evitare di spacciare una bufala per una notizia vera. E infatti di bufala si è trattato. La notizia proviene infatti da El Jueves, gionale satirico spagnolo.

Rivista settimanale in edicola dal lontano 1977, El Jueves è stato già in passato oggetto di polemiche per i suoi contenuti. La notizia in questione era stata pubblicata nel sito della rivista ben quattro mesi fa. Negli scorsi giorni è tornata a circolare su diversi siti internazionali, fino ad arrivare in Italia, perdendo il significato originario.


Venerdì 14 Marzo 2014 - 15:11

A Rovigo le strisce più pazze del mondo

Il Messaggero

di Pietro Piovani

Strisce blu che delimitano un posto auto già occupato da un palo. Strisce bianche dalla forma fantasiosa e di oscuro significato. Strisce pedonali che attraversano il nulla, o che si fermano a metà strada. È la segnaletica orizzontale che si incontra per le vie di Rovigo e provincia. Il quotidiano locale La Voce di Rovigo ha raccolto questo campionario di assurdità stradali che avvicinano il codice stradale alla metafisica.


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Venerdì 14 Marzo 2014 - 03:25

Euro, aumentano i falsi: sequestrate nel 2013 1,6 milioni di banconote

Corriere della sera

Il rapporto dell’Ucamp, Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento del Dipartimento del Tesoro


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Nel 2013 in Italia è aumentato la falsificazione di banconote e monete anche se «il fenomeno resta sotto controllo». Lo afferma l’Ucamp, Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento del Dipartimento del Tesoro anche se, rileva il ministero, «non sarebbe corretto stimare tale aumento mettendo a confronto i dati del 2013 con quelli del 2012. Lo scorso anno infatti «è stato introdotto il nuovo sistema di monitoraggio Sirfe (sistema informatizzato rilevazione falsi euro) che ha permesso di disporre di dati più significativi in conseguenza di un maggiore afflusso di segnalazioni via telematica da parte dei gestori del contante». In ogni caso, lo scorso anno sono state sequestrate oltre 1,6 milioni di banconote e 36.682 monete.
I tagli più imitati
Il 41,5 per cento delle segnalazioni è pervenuto dagli Istituti bancari, il 53,5 per cento dalle Agenzie di custodia e trasporto denaro e il 3,5 per cento dagli Uffici postali. Il rimanente 1,5 per cento delle segnalazioni proviene dagli altri Enti istituzionalmente deputati al ritiro/sequestro delle banconote e delle monete sospette di falsità, essenzialmente le Forze di polizia. Guardando ai dati numerici, il quantitativo maggiore di banconote sospette di falsità ritirate riguarda il taglio da 50 euro (1.585.121 banconote). Peraltro i dati risentono di un’accentuata variabilità dovuta - in particolare nel 2013 per le banconote - alla conclusione di indagini delle Forze dell’ordine. Nel corso di una sola operazione, infatti, sono state sequestrate 1.550.500 banconote del taglio da 50 euro. Neutralizzando a fini di analisi il dato di questo maxi sequestro, si confermerebbe ancora una prevalenza di banconote ritirate da 20 euro (47.671 biglietti) rispetto a quelle da 50 euro (34.621). Per quanto attiene alle monete, sono stati ritirati dalla circolazione e/o sequestrati 36.682 pezzi, di cui 14.536 da 2 euro, 11.726 da 1 euro e 10.307 da 50 centesimi. La maggior parte delle monete metalliche ritirate è riconducibile a individuazioni effettuate dalle agenzie di custodia e trasporto denaro.

14 marzo 2014 | 15:49

Attenzione, potresti avere il cancro»: la mail-virus infetta migliaia di pc

Il Mattino


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ROMA - In Gran Bretagna migliaia di persone stanno ricevendo mail che dicono che potrebbero avere il cancro, invitando a scaricare un file allegato che contiene le analisi del sangue sospette ma che in realtà conduce a siti che installano virus nel computer.

La denuncia è del Nice, l'ente inglese equivalente al nostro Istituto Superiore di Sanità, riportata da diversi media britannici. Le mail, che hanno il logo dell'istituto, affermano che il Nice ha ricevuto un campione del sangue della persona contattata per 'ulteriori analisi', trovando un basso conteggio di globuli bianchi che potrebbe far sospettare un tumore, e invita il proprietario a scaricare e stampare i risultati per portarli al proprio medico.

"Ovviamente queste mail non vengono dal Nice - afferma il direttore dell'agenzia Andrew Dillon - stiamo prendendo la cosa molto seriamente, e abbiamo segnalato il problema alla polizia. Al momento non è noto quante siano state le mail inviate, ma dal numero elevato di segnalazioni che abbiamo ricevuto sono almeno migliaia".

venerdì 14 marzo 2014 - 12:17   Ultimo agg.: 12:25

Clandestini che vengono dal Sinai, Israele li manda in due Paesi africani

La Stampa

maurizio molinari

Sarebbero due le nazioni africane che hanno siglato un accordo con Israele per ricevere i migranti che arrivano attraverso il deserto del Negev. Una potrebbe essere l’Uganda, ma Kempala smentisce.


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Nel tentativo di arginare il flusso di clandestini che continuano ad arrivare attraverso il deserto del Sinai, il governo israeliano ha siglato accordi con due Paesi africani disposti a riceverli. 
L’intesa è stata negoziata nelle ultime settimane da Hagai Hadas, inviato del premier Benjamin Netanyahu,e secondo fonti di stampa israeliane una delle due nazioni sarebbe l’Uganda, che avrebbe accettato di accogliere un imprecisato numero di sudanesi incarcerati nel centro di detenzione di Sharonim. Kampala non conferma la presenza di tali intese ma la strategia delle “partenze volontarie” dei clandestini sta aiutando lo Stato Ebraico a reagire all’emergenza dei clandestini. 

In particolare, fra dicembre e febbraio, sarebbero 2989 gli illegali africani che hanno lasciato Israele, gran parte dei quali di origine sudanese ed eritrea. La scelta di puntare su accordi di trasferimento con Paesi africani si propone di diventare un deterrente nei confronti dei flussi di clandestini in maniera analoga a quanto fatto dall’Australia, raggiungendo un’intesa con la Papua New Guinea sull’accettazione dei clandestini imprigionati. L’altro passo compiuto da Israele è il completamento di una rete di confine fra il Negev ed il Sinai egiziano per ostacolare i movimenti dei gruppi di trafficanti che gestiscono i flussi di clandestini.

Era Diana la “talpa”: passò ai tabloid i numeri di telefono della famiglia reale

La Stampa

A rivelarlo l’ex corrispondente reale del News of The World, Clive Goodman, che avrebbe ricevuto la preziosa rubrica dalla principessa via posta nel 1992


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Diana agì da `talpa´, passando i numeri di telefono riservati della famiglia reale al suo peggiore nemico: la stampa. Una dichiarazione bomba che è uscita dal processo in corso a Londra sullo scandalo Tabloidgate. A dirlo l’ex corrispondente reale del News of The World, Clive Goodman, che avrebbe ricevuto la preziosa rubrica dalla principessa via posta nel 1992, e che oggi si ritrova a parlare da imputato nello scandalo intercettazioni del gruppo Murdoch.

Goodman ha dichiarato che Diana in persona gli aveva chiesto di vedere i numeri. Lei era alla ricerca di un «alleato» nel mondo della stampa. «A quel tempo era in una situazione molto tesa col principe di Galles e si sentiva sopraffatta dalla gente attorno a lui», ha aggiunto l’ex giornalista. Era un modo quindi per colpire Carlo quando i rapporti fra i due erano ormai deteriorati: la separazione della coppia risale proprio al 1992. Diana addirittura si sincero’ che il giornalista avesse ricevuto la rubrica telefonandogli: voleva essere sicura, sempre secondo Goodman, di raggiungere il suo obiettivo.

L’ex giornalista non ha poi chiarito se quei numeri siano stati usati per fare i molti scoop sul naufragio della coppia e sulla tresca fra Carlo e Camilla che sono usciti nei mesi successivi sul giornale. Goodman ha anche ricordato che Diana aveva ottime relazioni con molti altri giornalisti. E la storia gli dà ragione. Lei non fu solo «principessa del popolo», definizione che risale alla sua tragica morte nel 1997 in un incidente automobilistico a Parigi, ma un’abile calcolatrice che con spregiudicatezza si servì dei tabloid per vendicarsi del marito e dei reali. Non si può non ricordare che spesso e volentieri sulle prime pagine dei giornali per i suoi amori, Diana portò avanti nel corso degli Anni Novanta una sorda guerra contro `the Company´ e cioè i Windsor. 

Non si fece scrupoli ad usare i più pettegoli e beceri tabloid (in particolare il giornalista Andrew Morton) come strumento per far pubblicare notizie a lei favorevoli. L’entourage di Carlo avrebbe risposto a queste `campagne´ informando a sua volta i tabloid delle numerose sbandate amorose della principessa, nel palese tentativo di toglierle l’aureola di vittima. Le rivelazioni di Goodman sono da inserire in questo quadro storico. E nella sua deposizione ha detto come negli anni sia entrato in possesso di numerose rubriche coi numeri dei reali. Quei numeri che, per motivi di privacy ma anche sicurezza, dovrebbero essere riservati. E che invece, come emerge, sono facilmente ottenibili da chi, all’interno dell’entourage reale, non si fa troppi scrupoli sul colpire i reali laddove sono più vulnerabili: il gossip.

Alla regina Elisabetta queste nuove informazioni non faranno piacere e sono un nuovo strale del 1992, l’«annus horribilis»della sua vita. Allora naufragarono i matrimoni di tre dei suoi quattro figli, con l’aggravante degli scandali, e le andò a fuoco l’amato castello di Windsor. 

Parcheggiare le auto nel cortile condominiale: quando non è possibile

La Stampa

Escluso il diritto di parcheggiare nel cortile condominiale, se la presenza di veicoli in sosta, oltre a rendere scomodo il raggiungimento a piedi delle singole unità immobiliari, impedisce a un condomino di utilizzare il cortile per l’introduzione di automezzi nei vani di sua proprietà posti a pianterreno. È quanto risulta dalla sentenza della Cassazione 27940/13.
 

condom-kk0Il proprietario della maggior parte di un palazzo aveva convenuto in giudizio i proprietari di un appartamento sito nello stesso stabile, al fine di sentir dichiarare illegittimo e inibire il parcheggio delle loro autovetture nell’androne o cortile. I convenuti avevano eccepito la natura condominiale del cortile in questione e la legittimità dell’uso da loro fattone, che, in considerazione dell’ampiezza dell’area, non impediva il concorrente godimento della parte attrice di accedere alle autorimesse di sua proprietà.

La Corte di Appello aveva confermato l’esclusione del diritto di parcheggiare dei convenuti, in quanto il relativo esercizio, «oltre a rendere scomodo il raggiungimento a piedi delle singole unità immobiliari», avrebbe impedito all’altro condomino, parte attrice, di utilizzare il cortile «per l’introduzione di automezzi nei vani di sua proprietà posti a pianterreno». Contro tale sentenza, i coniugi convenuti hanno proposto ricorso per cassazione, censurando l’affermazione della Corte distrettuale circa l’incompatibilità dell’utilizzo a parcheggio del cortile con la destinazione dello stesso, richiamando la giurisprudenza di legittimità, da cui deriverebbe la necessità di verificare, caso per caso, l’idoneità a tale uso.

La Suprema Corte ha considerato la censura non meritevole di accoglimento. Valutazione delle caratteristiche dimensionali e funzionali del cortile incensurabile. Gli Ermellini hanno ritenuto che la doglianza non evidenzia alcun malgoverno del fondamentale principio regolatore della comunione, risolvendosi in una sostanziale censura in fatto avverso l’accertamento compiuto dal giudice di merito. Questi, per Piazza Cavour, sulla base di una incensurabile valutazione in concreto delle caratteristiche dimensionali e funzionali del cortile, è pervenuto alla motivata conclusione dell’inidoneità obiettiva dello stesso a consentire l’esercizio della facoltà di parcheggio.

Tale conclusione, secondo il Collegio, non si pone in contrasto con la giurisprudenza richiamata dai ricorrenti, non essendo basata sulla negazione, in linea astratta e di principio, della compatibilità dei cortili comuni con siffatto uso, ma su di un apprezzamento delle specifiche caratteristiche dell’area in questione, in considerazione delle quali è stato ritenuto - senza incorrere in vizi logici o lacune argomentative - che lo stesso non si prestasse al parcheggio di autovetture, «ma soltanto al passaggio delle persone e al transito dei veicoli diretti nelle rimesse, aventi accesso dal medesimo, facoltà il cui esercizio sarebbe stato ostacolato o reso incomodo dalla presenza di veicoli in sosta».

Tale argomentazione, per il S.C., è perfettamente rispondente alla fondamentale regola di cui all’art. 1102 (uso della cosa comune), comma 1, c.c., secondo la quale l’uso della cosa comune da parte di ciascun partecipante non può alterarne la destinazione, da intendersi in concreto in considerazione delle caratteristiche obiettive e funzionali, e non può impedire il concorrente uso degli altri comunisti, secondo il loro diritto. Alla luce di ciò, il ricorso è stato rigettato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

INPS: online la video-guida per la richiesta del PIN

La Stampa


L'INPS pubblica sul proprio sito www.inps.it, nella sezione “INPS comunica”, un video che guida l'utente nella richiesta del PIN ed illustra la differenza tra PIN semplice e PIN dispositivo. Il PIN ormai è uno strumento fondamentale visto il processo di informatizzazione dell'Istituto e consente l'accesso da remoto all'intero ventaglio di servizi per il cittadino. Il video illustra in maniera dettagliata in che modo richiedere il codice PIN che, unitamente al codice fiscale, è necessario per l'accesso sicuro ai servizi online. 

Il PIN può essere richiesto seguendo tre percorsi diversi: online, tramite il sito istituzionale; attraverso il contact center, chiamando il numero verde gratuito 803.164 o da rete mobile il numero 06164164 alla tariffa del proprio gestore; oppure con l’aiuto degli intermediari autorizzati (come patronati o consulenti del lavoro). Due le tipologie di PIN che possono essere richieste a seconda dei sevizi ai quali accedere: PIN semplice, per i servizi di consultazione di dati relativi alla propria posizione assicurativa INPS (come certificati medici ed estratto conto contributivo); un esempio dell'utilizzo di questa tipologia di PIN è la possibilità di poter scaricare il proprio CUD in maniera autonoma; PIN dispositivo, per presentare domanda di pensione o per chiedere altre prestazioni pensionistiche e di sostegno del reddito (come disoccupazione e assegni familiari).

Sempre attraverso i servizi online si potrà convertire il PIN semplice in PIN dispositivo, compilando l'apposito modulo e trasmettendo un documento di riconoscimento. Anche in questo caso la procedura può essere effettuata tramite contact center oppure personalmente presso le sedi INPS.

Fonte: http://fiscopiu.it/news/inps-online-la-video-guida-la-richiesta-del-pin

Il tradimento che ha incrinato la coppia di ferro di Google

La Stampa

paolo mastrolilli

Brin lascia la moglie per l’assistente, e Page non gli parla più


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Sergey Brin e Larry Page non si sono parlati, per mesi. Colpa di un tradimento, che ha scosso Google al punto mettere in dubbio il suo mito di isola felice nella Silicon Valley. 
Parliamo della relazione di Brin con Amanda Rosenberg, una sua dipendente incaricata di gestire il marketing degli occhiali digitali, che ha mandato in crisi il matrimonio con Anne Wojcicki. La crisi era esplosa l’anno scorso, ma «Vanity Fair» ci torna su nel suo numero di aprile, aggiungendo il retroscena dei problemi che ha creato nell’azienda di Mountain View. Sergey aveva conosciuto Anne nel 1998, quando insieme all’amico Larry Page stava sviluppando il loro motore di ricerca dentro un garage, come vuole la consolidata tradizione imprenditoriale americana.

Il garage, però, apparteneva alla sorella di Anne, Susan. Brin e Wojcicki sembravano fatti uno per l’altro; gemelli, come qualcuno azzardava, scherzando. Stessa età, stessa passione per la vita all’aperto, stessa mentalità da secchioni, con studi scientifici in due delle università più prestigiose degli Stati Uniti, Stanford e Yale. I loro interessi si intrecciavano così bene che Anne seguiva Google, e Sergey seguiva 23andMe, l’impresa che la moglie aveva inventato per usare gli esami del Dna allo scopo di prevedere la predisposizione genetica delle persone alle malattie, con cui aveva scoperto che Brin rischia il Parkinson. Avevano avuto due figli e passavano il tempo libero come tutti i genitori normali americani, tra pannolini e impegni per i bambini.

In silenzio, però, qualcosa era accaduto a Sergey. Forse il successo, che fa girare sempre la testa, o forse solo il caso di ritrovarsi vicino questa ventenne inglese di origini ebraiche e cinesi, Amanda Rosenberg, incaricata di sviluppare con lui il marketing dei Google Glass. Amanda stava con un altro dirigente di Google, Hugo Barra, che le aveva proposto di andare con lui ad Hong Kong. Invece di partire, però, a maggio dell’anno scorso lei lo aveva mollato, e ad agosto si era scoperto il motivo: la relazione segreta con Brin, che nel frattempo era stato cacciato di casa da Anne.

Oltre ai protagonisti, però, chi l’aveva presa malissimo era stato proprio Page. Chi lo conosce lo descrive come una persona con una soglia etica molto alta, e non aveva accettato il comportamento del suo amico, al punto che aveva smesso di parlargli. Anche dentro l’azienda era salita la tensione, perché Sergey aveva consentito ad un affare di cuore di interferire con gli affari della compagnia.
Ora lui vive da solo, anche se resta sposato con Anne, che vede abbastanza spesso insieme ai figli. Amanda lo frequenta ancora ma è depressa, mentre Page aspetta che la tempesta passi.

Aquila Spennata

La Stampa

Massimo Gramellini


Se le indiscrezioni dell’Espresso corrispondono al vero, un dramma familiare si è consumato nella comunità milanese degli indiani d’America. La nonna di Geronimo avrebbe lasciato tra le proprie disposizioni testamentarie il resoconto di una truffa compiuta ai suoi danni dal nipotino. Correva l’anno 2010 e Geronimo (La Russa, figlio di Ignazio il Terribile) convinse l’ava, rimasta da poco vedova, a mettere al sicuro il patrimonio della tribù in una banca dell’Uomo Bianco. I due – ha lasciato scritto la signora - raggiunsero la filiale sul far della sera: restava poco tempo prima della chiusura e così lei firmò sulla fiducia un malloppo di carte, convinta di stare aprendo un normalissimo deposito. Ma quando ritornò in banca da sola per spostare i soldi in un’agenzia più vicina alla sua capanna, scoprì di non avere stipulato un conto corrente ma una polizza che aveva come unico beneficiario il nobile Geronimo. 

Fin qui il racconto che Aquila Spennata ha consegnato ai posteri prima di lasciare questa terra irta di trappole e sciacalli. I soliti sospettosi si sono chiesti: chi mai stipulerebbe un’assicurazione sulla vita con una squaw di 86 anni? Ma dimenticano che a una donna a cui il destino aveva già riservato in sorte un genero come Ignazio la Russa andavano riconosciute risorse di resistenza ignote a noi semplici umani. Appreso della lettera, con un’ultima squisitezza Geronimo ha accusato la nonna defunta di calunnia. Ora si attende l’intervento risolutivo del capo-villaggio, l’astutissimo Ignazio, a cui Geronimo pare abbia dato appuntamento in una filiale della banca, sul far della sera. 



La Russa jr e il giallo dell’eredità della nonna: “Non ho preso un euro”
La Stampa

fabio poletti

Secondo L’Espresso le avrebbe fatto stipulare una polizza a suo favore


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Per «l’Espresso» è come una puntata di Dinasty. Titolo: «Geronimo, la nonna e l’eredità». Dove si racconta, nell’articolo in edicola oggi, di una lite di famiglia su una polizza da 175mila euro sottoscritta a sua insaputa - sostiene il settimanale che giura di avere una lettera autografa che denuncerebbe la vicenda - dalla nonna di Geronimo La Russa avendo come beneficiario il nipote. Per Geronimo, il figlio dell’ex ministro della Difesa e leader di Fli Ignazio La Russa che in questa vicenda non c’entra nulla, è solo un improbabile spaghetti-western e per questo dissottera l’ascia di guerra: «Sto già preparando le querele. Non c’è niente di vero nella ricostruzione dei rapporti con mia nonna. Con lei ho sempre avuto un rapporto splendido. La vicenda è completamente priva di ogni attinenza con il vero e quindi calunniosa». 

Al centro della ricostruzione del settimanale ci sarebbe una lettera scritta da Lidia Peveri, nonna del primogenito dell’ex ministro. Nella lettera la donna racconta di essere stata indotta dal nipote a sottoscrivere alcune carte nel gennaio 2010 in un’agenzia di Unicredit in piazza San Babila a Milano, non avendo contezza di avere invece stipulato una polizza a favore del nipote. Lidia Peveri è scomparsa nell’ottobre del 2013. Geronimo La Russa non smentisce l’esistenza di quella polizza, che giura di non avere nemmeno incassato ma i cui benefici andarono ad un’altra parente, ma nega la maliziosa ricostruzione fatta dal settimanale di via Po: «Non credo che quella sia una lettera scritta da mia nonna. Magari ci sarà pure il suo nome ma di sicuro non sono le sue volontà. Mia nonna aveva un ingente patrimonio. Questo è solo un attacco calunnioso. Non so cosa ci sia dietro. Non so se si voglia colpire me o attraverso di me mio padre».

Di sicuro in questa vicenda suo padre c’entra niente. Ma tutto sembra essere focalizzato su questo trentaquattrenne che ha preso nelle sue mani lo studio legale del padre e siede nel cda di Premafin, la ex holding dei Ligresti, con una grande sensibilità per le charity attraverso la onlus Milano Young fondata insieme all’amica Barbara Berlusconi, figlia dell’ex presidente del Consiglio. Un pedigree che sembra assai contrastare con «l’inganno» di cui si parlerebbe in questa lettera attribuita a sua nonna. Lidia Peveri avrebbe ricostruito tutti i passaggi di quella polizza sottoscritta quando aveva oramai 86 anni e rimasta da poco vedova. Su indicazione del nipote avrebbe deciso di aprire un conto e depositare i suoi averi nell’istituto di credito di piazza San Babila a Milano. Ma poi, viene ricostruito nella lettera che «L’Espresso» attribuisce a Lidia Peveri:

«Mi furono posti innanzi molti fogli che venni invitata a firmare subito, data la imminente chiusura, e che quindi non feci in tempo a leggere. Li firmai fidandomi di mio nipote, nella certezza di depositare solo i miei danari». Dopo qualche mese la donna decise di riportare il suo patrimonio più vicino a Melegnano dove risiedeva. Ma a quel punto non solo scopre di avere sottoscritto una polizza a favore del nipote ma che tutta la documentazione della banca andava indirizzata ad un suo ex appartamento di Milano nella disponibilità proprio di Geronimo La Russa. Da qui la decisione di cambiare il beneficiario della polizza a favore di un altro parente e la volontà di scrivere quella lettera poi finita al settimanale. 

Quel tesoro in lire che per Bankitalia è carta straccia

Gianpaolo Iacobini - Ven, 14/03/2014 - 08:34

Nel cassetto d'un grammofono trova un pacco con 100 milioni di lire. Ma la Banca d'Italia nega il cambio in moneta corrente: il termine per la conversione è scaduto nel 2012.


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La felicità è sempre instabile e incerta, filosofeggiava Seneca. Quella di Claudia Moretti è stata anche fugace. Non che lei, impiegata in un call center di Pesaro, alla precarietà non fosse abituata. Ma veder sfumare il sogno di una vita nel tempo (ironia del destino) di una telefonata è stato un duro colpo. «Una doccia gelata», dice, riavvolgendo il nastro della storia di cui è protagonista. Un passo indietro: a gennaio la donna, insieme al padre, va a Viterbo. La famiglia ha ereditato un appartamento. «Ci abitava zio Antonio, fratello di mamma, morto nel 2000 a 81 anni senza essersi mai sposato né aver mai messo figli al mondo», spiega, tratteggiando la figura dell'avo, «patito di antiquariato».

E nella casa-museo, tra mobili antichi, quadri, libri e scaffali polverosi, è saltato fuori anche un grammofono d'epoca. All'interno, una cassettina grigia di metallo. Il forziere dei desideri, che nascondeva un fascio di banconote. Vecchio conio: a conti fatti, 100 milioni di lire. Lacrime, abbracci, gioia. Ma a riportare tutti coi piedi per terra, e pure più giù, ci ha pensato Bankitalia. «Quando abbiamo chiamato per avere informazioni su come poter convertire in euro quella somma - racconta la quarantaduenne - ci hanno risposto che avremmo dovuto rinunciare, visto che sono trascorsi più di 10 anni dall'entrata in vigore della nuova moneta».

Fine dei sogni? Forse. Perché la speranza, nel mondo della precarietà, è sempre l'ultima a morire. Così la Moretti s'è rivolta ad un'associazione di consumatori. D'altra parte, quella della lotta tra scopritori di fortune fuori corso ed enti pagatori dal braccino corto è pista alquanto battuta. Specie sul versante dei conti dormienti. A Mongrassano, nel cosentino, per un carabiniere in pensione le 1.900 lire depositate nel 1930 dal nonno su un libretto postale saltato fuori nel 2011 erano diventate 100.000 euro: le Poste non ne hanno voluto sapere, e si è finiti in Tribunale.

Decideranno i giudici, come nel caso della centenaria Nicolina C., che qualche mese fa, nella giacca militare del padre militare classe 1890 ha ritrovato un libretto bancario a lei intestato: 25 lire che oggi valgono 100.000 euro. L'istituto di credito s'è defilato, e l'arzilla signora dell'Aquila gli ha fatto causa. E come lei il modenese Salvatore Messina, che a 105 anni suonati, agli inizi di febbraio, s'è avveduto d'un conto corrente aperto nel 1909: 5.000 lire lievitate fino a 650.000 euro. «Li voglio. Voglio regalarli a figli e nipoti, che ne hanno tanto bisogno, e darli in parte in beneficenza», ha esclamato firmando il mandato ai legali incaricati di riprendersi il bottino dai forzieri di via Koch: la felicità va e viene, ma di certo i soldi aiutano a trattenerla almeno un po'.

Questa è una rapina: ecco il mio diploma da delinquente»

Enrico Silvestri - Ven, 14/03/2014 - 07:15

Rosario Chiarchiaro alla fine ottenne la sua «patente», quella di jettatore con la quale appostarsi davanti a un negozio ed essere poi pagato per sloggiare.
 

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Ma il protagonista della commedia di Pirandello è stato forse superato dall'ingegnosa trovata di Luigi Danesi, 30 anni. Anche lui con una «patente», la diffida della questura, in quanto pregiudicato, da mostrare ai passanti per spaventarli e quindi depredarli. E il primo colpo con questa «arma» l'uomo lo mette a segno il 23 settembre, 24 ore dopo aver ricevuto l'avviso del questore. In quell'occasione rapina cellulare e scooter a un ventenne. Poi il 29 costringe un altro ventenne a effettuare un prelievo al bancomat, ma la macchinetta si inceppa.

Quindi il 21 ottobre e il 6 novembre rapina per due volte il barista sotto casa: primo colpo da 80 euro, secondo, questa volta usando come arma supplementare un cavaturaccioli, da 150. Insomma diventa il «terrore» di via Solari, zona dove risiede ed è solito colpire a viso scoperto, certo che la sua diffida sia sufficiente a incutere rispetto. Ed è talmente convinto di essere un vero duro, da aprire un profilo Facebook, con il nomignolo di «camorrista». Non ha fatto i conti con la realtà, spesso assai più dura dei nostri sogni: Luigi Danesi non è un camorrista, non è un duro, nemmeno un vero delinquente. Lasciamo ai lettori individuare l'aggettivo giusto. Le sue vittime sono corse dai carabinieri che l'hanno impacchettato in quattro e quattr'otto. E ora, rinchiuso in una scomoda cella di San Vittore, chissà chi crederà di essere diventato.