martedì 11 marzo 2014

Popcorn Time, il Netflix pirata

La Stampa

bruno ruffilli

Il nuovo incubo di Hollywood è un software che permette di vedere in streaming i film di Bit Torrent. Ben fornito, facile da usare, gratuito: ma illegale


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Qualche decina di secondi per scaricarlo, due click per installarlo, e subito è possibile vedere i migliori film del momento, oltre a una ricca selezione di classici. In alta definizione, in lingua originale con sottotitoli, senza interruzioni pubblicitarie. E pure gratis.  Alla prima schermata compare l’avviso: “Vedere film usando questo software potrebbe essere illegale”. Perché Popcorn Time non è il sogno realizzato degli studios di Hollywood, ma il loro ultimo incubo. 

E’ un programma simile a Netflix, che utilizza risorse già esistenti in Rete per arrivare a un risultato del tutto nuovo. Non serve più andare su un sito per cercare il film, scaricare il file torrent, aspettare ore per il download, affannarsi a trovare i sottotitoli, perder tempo a sincronizzare i due file, litigare con i formati. E’ tutto in una schermata, con tanto di locandina del film e riassunto della trama. Si sceglie il titolo, si seleziona la versione in risoluzione normale o Full HD, poi ci vuole un momento per riempire la cache (è una memoria che interviene in caso di problemi di connessione, per impedire stop improvvisi), e via con i popcorn.

“La tecnologia dietro l’app è molto semplice, spiega lo sviluppatore argentino che ha realizzato PopCorn Time. “Tutto è automatico, noi non conserviamo nulla, prendiamo solo informazioni esistenti e le mettiamo insieme”. Il progetto ha raccolto consensi, e opra sono già una ventina gli sviluppatori di tutto il mondo che offrono liberamente il proprio contributo, per aggiungere nuove funzioni, migliorare quelle esistenti o tradurre il programma in varie lingue (in italiano c’è già). 

Ma Popcorn Time non è un sito di streaming, come i tanti che sono stati appena chiusi dalla Guardia di Finanza (molti dei quali però funzionano ancora). Si appoggia a BitTorrent, la piattaforma indipendente di distribuzione dati con oltre 170 milioni di utenti in tutto il mondo. Che cercano film, musica, programmi. Ma non c’è solo materiale protetto da copyright: ad esempio i Radiohead hanno distribuito su BitTorrent i video di alcuni concerti e pure Madonna l’ha usato per lanciare il suo cortometraggio SecretProjectRevolution.


Tecnicamente non esiste un sito dove i film è registrato, ma solo altri computer che li condividono. E lo stesso vale per locandine e sottotitoli. Tuttavia i film sono opere coperte da copyright, e attraverso Popcorn Time gli autori non percepiscono alcun compenso. Non foss’altro che per questo, l’app è illegale. Il software funziona bene, ha una grafica curata ed è affidabile, pur essendo ancora in versione beta. Esiste per Mac, Pc e Linux, non richiede procedure di registrazione complicate (anzi, proprio nessuna). E’ perfino più semplice da usare rispetto a Netflix, cui palesemente si ispira. E soprattutto, è disponibile da subito in tutto il mondo, anche dove il servizio di streaming americano non è ancora arrivato, come in Italia.

Da noi l’offerta di film online molto cresciuta negli ultimi tempi: a iTunes e Google Play si sono aggiunti Cubovision, Infinity Tv, Sky On Demand, Chili Tv My Movies Wide, Xbox Video, lo store Sony per Ps4 e altri. Eppure i titoli sono scarsi e arrivano molto dopo l’uscita nelle sale cinematografiche, a prezzi solo di rado concorrenziali. Così Popcorn Time di mostra che gli studios di Hollywood dovranno ancora lavorare parecchio per strappare alla pirateria il terreno perduto in anni di lotte interne e decisioni contraddittorie. 

“Non ci aspettiamo questioni legali”, spiega Sebastian. Non ospitiamo materiale sui nostri server, e nessuno degli sviluppatori ci guadagna. Non ci sono pubblicità, né account premium, e nemmeno costi di abbonamento o cose del genere. E’ un esperimento da imparare e diffondere”. Vedremo.

I OS 7.1, Apple aggiorna il software per iPhone e iPad

La Stampa

bruno ruffilli

L'update porta numerose novità, da CarPlay al Touch ID. E migliora le prestazioni dei modelli più datati


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L’annuncio è arrivato su Twitter da Phil Schiller, vice presidente marketing mondiale di Apple. Non è un nuovo iPhone o un MacBook Air, ma un aggiornamento di sistema per i prodotti mobile della Mela, e nemmeno di quelli che tecnicamente si chiamano “update maggiori”, quando cioè il primo numero aumenta di uno. Non è uscito iOS 8, insomma, ma iOS 7.1.

Da ieri la nuova versione del sistema operativo si può installare su iPhone, iPad e iPod Touch, sia direttamente (scaricandola via wi-fi o rete cellulare), sia attraverso iTunes. A patto che ci sia sufficiente spazio libero nella memoria dell’apparecchio, l’operazione si avvia in fretta e dura pochi minuti, conservando inalterate tutte le impostazioni. Un backup non è necessario, ma sarebbe buona norma farlo prima dell’aggiornamento. A tutta prima, le novità di iOS 7.1 non sono molte. Le più anticipate riguardano CarPlay, il sistema Apple per l’uso in auto di iPhone, ed erano state  rivelate la scorsa settimana al Salone di Ginevra, lanciando anche una collaborazione con importanti marchi del settore, da Ferrari a Volvo, da Hyundai a Mercedes.

E infatti a CarPlay si riferisce il primo tweet di Schiller, che rimanda a una pagina sul sito Apple dove vengono illustrate tutte le funzioni del sistema. Interessanti, ma davvero per pochi, al momento: le prime vetture compatibili arriveranno nei prossimi mesi. Col secondo tweet, Schiller posta invece un link ad un’altra pagina web dove si spiegano le innovazioni e i miglioramenti introdotti con iOS 7.1. Che non sono pochi, anche se non tutti immediatamente evidenti. Intanto, ci sono alcune rifiniture estetiche, come il diverso disegno della schermata di spegnimento, ancora più essenziale di quello precedente, o la possibilità di utilizzare una tastiera dai tasti scuri anziché chiari.

O ancora, una diversa opzione di visualizzazione del calendario, un nuovo sfondo di scrivania per iPad, controlli più versatili sulla parallasse, sulle forme dei pulsanti (sono alla voce Accessibilità), alcuni cambiamenti nei colori e piccoli ritocchi al disegno delle icone o alle schermate (cambia anche quella della chiamata telefonica, ad esempio). Dal punto di vista delle funzionalità, segnaliamo l’impostazione HDR automatica, la possibilità si usare Siri con un solo dito, tenendo premuto il pulsante home per parlare e rilasciandolo quando si smette (finora bisognava toccare la scritta “fine”). E’ più ampio il supporto a iBeacon, l’alternativa di Apple alla tecnologia Nfc che per ora rimane allo stato di sperimentazione, ma che in futuro potrebbe diventare cruciale nella strategia di Cupertino per i pagamenti mobili e altre applicazioni. Migliorata pure – e ce n’era bisogno – la gestione del Touch ID, il sensore di impronte digitali su iPhone 5s.

E soprattutto, le animazioni sono ora più fluide e impegnano meno il processore, così iOS 7.1 dovrebbe funzionare meglio della versione precedente con apparecchi più datati, come l’iPhone 4. L’aggiornamento è gratuito e al momento non si segnalano particolari controindicazioni.


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Fuga da WhatsApp per la privacy Il popolo del web emigra in Russia

Corriere della sera

di Massimo Gaggi

Il successo di Telegram, con messaggi crittografati e «a tempo». Al momento la nuova applicazione vive grazie a fondi privati


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NEW YORK - Milione dopo milione, continua la lenta emorragia di utenti dei servizi di messaggistica che lasciano Whatsapp - l’applicazione venduta a sorpresa dal fondatore, Jan Koum, a Facebook poco più di due settimane fa - per passare a piattaforme alternative. Ragazzi e adulti che temono di ritrovarsi controllati in tutte le loro scelte di vita e di consumo dall’occhio inquisitore dell’azienda di Zuckerberg, passano a Snapchat, a Line, ma soprattutto a Telegram: un vero e proprio clone russo di Whatsapp che nei giorni scorsi ha guadagnato parecchi milioni di utenti. Cinque milioni li ha conquistati in un solo giorno, il 22 febbraio, quando, 48 ore dopo l’annuncio dell’acquisizione da parte dell’azienda di Mark Zuckerberg, il servizio di WhatsApp rimase bloccato per 210 minuti a causa di un’avaria dei server.

Ma perché di questa emorragia (comunque limitata: WhatsApp ha 450 milioni di utenti) ha beneficiato un nuovo entrante come Telegram, cioè una società che vive grazie alle donazioni del ricco imprenditore russo Pavel Durov, assai più di altri servizi di messaggistica più noti e consolidati come WeChat, Kik, Line, Viber, Snapchat? E perché adesso in questo business si lancia anche la piattaforma Wickr annunciando un grosso investimento per garantire la sicurezza dei messaggi (crittati e dotati di un meccanismo di autodistruzione) finanziato da molti investitori tra i quali spuntano l’ex zar antiterrorismo Richard Clark e Gilman Louie, l’ex capo del fondo di «venture capital» della Cia?

Una risposta precisa a queste domande ancora non ce l’ha nessuno. O meglio, una riposta la si può andare a cercare consultando la voce «sicurezza»: molto simile a WhatsApp, Telegram offre tuttavia comunicazioni più sicure agli utenti spaventati dallo spionaggio della Nsa, l’agenzia federale di «intelligence» che setaccia sistematicamente Internet. Durov, un imprenditore libertario che si atteggia a filantropo, sostiene di aver lanciato Telegram perché voleva creare un sistema di comunicazione inaccessibile alle autorità russe. Sulla sua purezza filantropica, però, è lecito avanzare qualche dubbio, soprattutto dopo che l’imprenditore ha ceduto una quota consistente di VKontakte, il suo «social network», una specie di Facebook russo con 200 milioni di utenti, al miliardario Alisher Usmanov, molto vicino al presidente Vladimir Putin.

Mentre Telegram punta sulla sicurezza, Line, che ha 360 milioni di utenti nel mondo e cresce rapidamente in Spagna, nel mondo arabo e in America Latina, arranca negli Usa (solo 10 milioni di utenti) nonostante abbia arricchito la sua messaggistica con l’offerta di servizi aggiuntivi: giochi, foto, «stickers» digitali. Anche le altre piattaforme americane si stanno sforzando di migliorare l’offerta di servizi e la protezione delle comunicazioni.

È chiaro che dopo quasi un anno di rivelazioni a raffica di Snowden sullo spionaggio informatico dei servizi segreti americani, gli utenti sono preoccupati: rassicurarli fa, quindi, parte del business della messaggistica. Ma non è di certo solo la Nsa a spiare: oggi tutti, governi e privati, si contendono lo sterminato patrimonio di informazioni che gli utenti mettono in rete tutti i giorni. Chi per interesse commerciale, chi pensando alla lotta contro il terrorismo, chi per obiettivi di spionaggio internazionale. E i ruoli dei protagonisti di questa battaglia, anche a livello industriale, non sono sempre chiari.

11 marzo 2014 | 08:21

L'altra verità su Pontelandolfo I morti furono solo tredici

Corriere del Mezzogiorno

Lo studio di un ricercatore sannita fa luce sulla strage

storia l'eccidio dell'esercito piemontese del 14 agosto 1861

Cattura
Il 14 agosto 1861 a Pontelandolfo e Casalduni quanti morti ci furono: migliaia o, come sostiene Pino Aprile, quattrocento? Risposta: tredici. Tutti a Pontelandolfo, mentre nessun morto ci fu a Casalduni. Il Libro dei defunti dell'archivio parrocchiale è chiaro: qui vi sono riportati i nomi dei morti, come morirono e il luogo della sepoltura: la chiesa della santissima Annunziata o «SS. Annunciata» come recitano i documenti. Come è possibile, allora, che da circa quindici anni a questa parte quando si nominano i fatti di Pontelandolfo e Casalduni di centocinquanta anni fa si citano cifre da sterminio di massa? Forse, nel rievocare quei fatti e nel raccontarli ci si è fatti prendere un po' la mano e (quasi) tutti, compreso chi scrive, hanno citato il numero dei morti dandolo per acquisito e scontato. Poi, però, succede che qualche ricercatore locale — sia gloria ai ricercatori locali! — indaghi sul campo e risalga direttamente alle fonti le quali smentiscono le cifre delle migliaia o centinaia di morti e ci fanno vedere quei fatti del caldissimo Ferragosto sannita sotto altra luce.

Il ricercatore porta il nome di Davide Fernando Panella. Devo la notizia dell'esistenza di precise fonti d'archivio sui morti di Pontelandolfo a Mario Pedicini, ex provveditore agli studi di Benevento e ora uno degli animatori del Centro Studi del Sannio che nella sua rivista storica pubblica lo scrupoloso saggio di Panella: «Brigantaggio e repressione nel 1861. I fatti di Pontelandolfo e Casalduni nei documenti parrocchiali». Nel saggio si può leggere anche quello che è da ritenersi il primo resoconto di quei drammatici eventi: una memoria scritta, probabilmente il 15 agosto, da don Giambattista Mastrogiacomo parroco di Fragneto Monforte. Il prete riferisce di un suo dialogo con il colonnello Negri che lo volle incontrare per affidargli un incarico di ambasciatore a Pontelandolfo:

«Voi all'istante dovete essere in Pontelandolfo ad avvertire quella fiera canaglia che se non si sottometterà all'attuale governo, io che ho dato alle fiamme le muraglia, n'andrò sradicare le fondamenta». Nonostante i morti furono meno di quindici — mentre quarantacinque furono i bersaglieri uccisi e fatti a pezzetti nelle membra: «Vergogna eterna per Casalduni» scrive don Mastrogiacomo — quei fatti furono spaventosi e tragici. La registrazione delle morti nel Libro dei defunti fu fatta da due sacerdoti: il canonico Pietro Biondi e l'altro canonico Michelangelo Caterini che firmò ogni atto di morte. I morti del 14 agosto furono dodici: dieci furono uccisi e due morirono bruciati. I morti bruciati erano due anziani di 94 e 89 anni. Il 16 agosto morì un uomo di 55 anni: «Tocco dalle fiamme». Dei tredici morti, undici erano uomini e due donne. La più vecchia aveva 94 anni e si chiamava Maria Izzo, la più giovane 18 anni e si chiamava Concetta Biondi. Non risulta che morirono bimbi o ragazzi. I documenti d'archivio sono molto precisi: indicano anche il luogo della morte.

Della novantaquattrenne Maria Izzo, ad esempio, riferiscono che morì arsa «nella propria casa», mentre — per fare un confronto — Pino Aprile nel suo Terroni dice che «Maria Izzo era la più bella, perché erano tanti a volerla fra i fratelli d'Italia con libertà di stupro. Così, forse per guadagnare tempo, la legarono nuda a un albero, con le gambe alzate e aperte. Finché uno la finì, affondandole la baionetta nella pancia». Esempi e confronti di questo tipo se ne possono fare non pochi. La vulgata di questi ultimi nostri anni — anni balordi e incattiviti — è sconfessata e persino ridicolizzata. Tutto appare assurdo se si considera che gli studi di Davide Fernando Panella furono pubblicati già nel 2000 con un saggio e nel 2002 con il libro L'incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861. Ma già nel 1981 Ferdinando Melchiorre pubblicò un volumetto con «l'elenco completo degli uccisi il 14 agosto 1861». È proprio vero che non c'è nulla di più inedito di ciò che è edito. Ora, se nessuno vorrà essere negazionista, si dovrà rivedere il racconto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni in omaggio alla verità della storia patria.

11 marzo 2014

In moto fra le curve a tempo di musica

Corriere della sera

di Stefano Marzola


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Viaggiando in moto ci sono due cose che si possono invidiare agli automobilisti: il riparo dalla pioggia e l’autoradio. Passi il maltempo ma la compagnia della musica è per molti motociclisti irrinunciabile, quei motociclisti che si trovano da soli dento il casco a cantare con Bob Dylan la storia di Rubin «Hurricane» Carter. Ecco allora come risolvere.

La radio è di serie 
Certo, il sistema più semplice è acquistare una delle moto che offrono di serie o in opzione un impianto audio integrato con gli altoparlanti, esattamente come le auto. Le BMW K 1600 GT e GTL, la Honda Gold Wing o ancora alcuni modelli Harley-Davidson, ad esempio. Soluzione semplice sebbene queste moto costino più di una station wagon. Ma sappiatelo: per ascoltare brani come «High hopes» dei Pink Floyd è l’unica soluzione adatta, capace di lasciare alle note l’aria che meritano.

Niente auricolari, c’è la multa
Partiamo dalle soluzioni più economiche. Un lettore Mp3 (se ne trovano in commercio a partire da 20/30 euro) e una coppia di auricolari da infilare nelle orecchie? Il Codice della strada non lo consente: l’articolo 173 non è di facile comprensione ma l’interpretazione diffusa vuole che un orecchio sia sempre libero.

«È vietato al conducente di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle Forze armate e dei Corpi di cui all’articolo 138, comma 11, e di polizia. È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie (che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani).» (art. 173, comma 2)

Vale lo stesso discorso anche per gli auricolari Bluetooth realizzati appositamente per i caschi ma spesso nel manuale d’uso si specifica che se ne può usare solo uno, sebbene l’impianto ne preveda due. Probabilmente nemmeno un vigile fuori servizio smonterebbe mai un auricolare: vi sembra possibile avere in un orecchio il Boss che canta «Downbound train» e nell’altro il fruscio insistente dell’aria sul casco? Un auricolare Bluetooth da casco con microfono ha prezzi variabili che partono da circa 40 euro fino ad oltre 200 per quelli con più canali e la radio incorporata. Si installano all’interno del casco, con le cuffie al di sotto del primo strato di imbottitura.

Altrimenti, esistono caschi già predisposti e in questo caso l’installazione diventa più semplice. Per poter essere utilizzati, però, hanno bisogno di una sorgente che trasmetta via Bluetooth. Le soluzioni possono essere diverse, a partire da un semplice smartphone con la memoria piena di Mp3. In questo caso, si ha il pro di poter anche rispondere al telefono ma lo svantaggio di non poter comandare la riproduzione della musica, se non tirando fuori il telefono dalla tasca. Diventa tutto più semplice con un navigatore Gps con la possibilità di riprodurre la musica (attenzione, non tutti i dispositivi lo fanno). Il consiglio, però, è quello di acquistare un prodotto specifico per moto altrimenti si rischia di danneggiarlo alle prime gocce d’acqua. Qui la spesa diventa consistente: da circa 200 euro a quasi 500.

Soluzioni creative
Altrimenti, esistono in commercio degli specchietti retrovisori che integrano gli altoparlanti, la radio ed un lettore Mp3 capace di leggere schede di memoria (Sd, Mmc o Tf card). Qui ci vogliono circa 50 euro. Per spendere ancora meno, si possono acquistare su Internet degli altoparlanti collegati ad una centralina che fa da lettore audio ed anche sensore d’allarme: un 2×1 a meno di 20 euro ma qui la qualità del prodotto è tutta da verificare.

Ora non resta che scegliere i brani e comporre la playlist con le canzoni preferite. Consigli?

Israele, dagli ultraortodossi ai liceali “No al servizio di leva obbligatorio”

La Stampa

maurizio molinari

Proteste nelle piazze di Gerusalemme e di New York: l’esercito israeliano si conferma lo specchio di attriti e trasformazioni dello Stato Ebraico


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Gli ultraortodossi non vogliono andarci mentre per il resto della popolazione è un ambito trampolino verso la società hi-tech così come i gruppi pacifisti ne denunciano le attività nei Territori palestinesi mentre chi vive negli insediamenti trova in questo aspetto un’ulteriore motivazione a vestirne la divisa: .

Dopo Gerusalemme anche a New York migliaia di ebrei ultraortodossi delle sette chassidiche hanno manifestato contro la legge che la Knesset si avvia ad approvare sull’obbligo anche per loro del servizio di leva. Il testo in discussione, frutto di una delicata mediazione fra i partiti di governo, prevede a partire dal 2017 sanzioni contro gli ultraortodossi che non fanno il servizio militare pur consentendo agli studenti di yeshivà (scuole rabbiniche) di posticiparlo fino a 26 anni, a differenza di tutti gli altri israeliani che lo iniziano dopo il liceo. La scorsa settimana a Gerusalemme erano stati circa 300mila gli ultraortodossi a scendere in strada per opporsi alla legge - molto voluta da Yair Lapid, leader del partito “Yesh Atid” portavoce delle istanze più laiche della società israeliana - mentre adesso sono in 30 mila ad aver scelto Downtown Manhattan per recapitare lo stesso

messaggio al governo di Benjamin Netanyahu. La manifestazione si è svolta fra Fulton, Water e Pearl Street ed ha avuto come leader Aaron Teitelbaum, leader spirituale della setta Satmar di Williamsburg a Brooklyn, nota per la sua militanza anti-sionista che la porta spesso ad essere protagonista di iniziative platealmente ostili al governo israeliano. Non a caso è stato proprio Teitelbaum ad incontrare di recente il leader della setta dei Belz, offrendogli “cooperazione” per far emigrare tutti i suoi seguaci negli Stati Uniti per evitare l’obbligo del servizio militare israeliano. 

La possibilità per gli ultraortodossi di evitare la divisa risale ai primi anni di vita dello Stato Ebraico, quando il premier e fondatore David Ben Gurion avallò tale richiesta ma rispetto ad allora il numero degli appartenenti a queste sette ora è di gran lunga più esteso, ponendo problemi di equilibrio sociale con il resto della popolazione israeliana - laici e religiosi - che invece fa il servizio di leva e poi torna annualmente a servire come riservista. La mobilitazione degli ultraortodossi nasce dalla convinzione che lo studio dei testi della tradizione ebraica debba prevalere nella formazione dei singoli rispetto al servizio militare. Ironia della sorte vuole che tale battaglia coincide con un momento di forte

popolarità delle forze armate in Israele, dovuta ad un accresciuto grado di efficienza e professionalità, soprattutto nell’uso della nuove tecnologie, che porta i veterani ad eccellere nel mercato degli start up digitali. C’è una vera e propria corsa fra i giovani israeliani ad entrare nelle unità della difesa cibernetica - per non parlare delle truppe speciali - e le proteste degli ultraortodossi possono innescare un ulteriore allargamento dei dissensi esistenti fra i diversi settori della società. Anche perché gran parte della popolazione continua a ritenere le forze armate un indispensabile strumento di coesione sociale e formazione dei singoli cittadini.

Ma non è tutto, perché un piccolo gruppo di liceali pacifisti, aderenti al gruppo “Yesh Gvul” (C’è un limite), ha sottoscritto una lettera al premier Netanyahu preannunciando la scelta di rifiutare la leva come segno di opposizione alla presenza delle forze armate nei territori palestinesi in Cisgiordania. Anche in questo caso l’esercito diviene lo specchio di quanto matura all’interno di Israele perché a fronte delle proteste dei gruppi della sinistra erede del movimento “Peace Now” degli anni Ottanta vi è la presenza sempre più significativa nei ranghi delle forze armate di giovani provenienti dagli insediamenti ebraici in Cisgiordania, la cui motivazione è in costante crescita.

Il piccione veglia il suo compagno morto per settimane: la foto commuove il web

Il Mattino


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PADOVA - Tutto è accaduto a Savona, dove un piccione ha vegliato per intere settimane, il suo compagno di voli, morto sul tetto di un magazzino nel centro della città.

Il compagno, o la compagna, è subito sceso e si è appollaiato al suo fianco, senza abbandonarlo neanche per un minuto. La cosa sconvolgente è che altri piccioni hanno mostrato solidarietà, portando il cibo al volatile. La scena ha intenerito e commosso moltissimi cittadini che hanno assistito alla vicenda..

martedì 11 marzo 2014 - 12:02   Ultimo agg.: 12:11

Scivola su una cacca di cane e sbatte contro un pilastro: trauma facciale

Il Mattino

di Franco Pavan


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Scivolata sulle deiezioni di un cane sotto i portici, cade e sbatte contro un pilastro riportando un trauma facciale di non lieve entità. È successo a Rovigo: la vittima è Donatella Berton, 76 anni, conosciutissima in città perché opera da tanti anni nella gioielleria Scopa.

Intorno alle 19, è uscita dal negozio e si avvia verso l'arco che dà su via Laurenti. In agguato sul pavimento del portico c'erano i classici "ricordini" che lasciano gli incolpevoli amici a quattro zampe di proprietà di qualche cittadino dall'educazione proporzionale alla sua inciviltà.

martedì 11 marzo 2014 - 10:12   Ultimo agg.: 10:17

Lei risulta morto». Addio pensione

Corriere della sera

La storia di Francesco Giuzio, 79 anni. All'anagrafe risulta deceduto dal 2008


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BARI – Scopre di essere morto da sei anni. In realtà è vivo e vegeto. Francesco Giuzio, pensionato barese di 79 anni, viene a conoscenza del “suo decesso” dopo una telefonata dalla filiale della sua banca che gli comunica che le rate di febbraio delle pensioni Enasarco (faceva il rappresentante di apparecchiature medicali) e Inps non sono state accreditate. E, come se questo non bastasse, c’è anche una lettera dell’Inps che chiede la restituzione di 72mila euro l’equivalente di sei anni di pensione. Dal dirigente di banca, l’anziano apprende anche di essere deceduto il 16 marzo del 2008.

Ma cos’è accaduto? Giuzio decide di approfondire partendo dall’ufficio anagrafe del Comune di Bari da dove in data 31 gennaio 2014, sono partite le lettere indirizzate all’Inps e alla Asl. Ciò a dire che al Comune si sarebbero accorti del decesso sei anni dopo e per questo le pensioni erano state negli anni regolarmente accreditate fatta eccezione per febbraio e marzo 2014. Negli uffici nessuno sa spiegare il disguido e infine gli viene consegnato un certificato di esistenza in vita. Ma i guai non sono finiti qui. Arriva un’altra telefonata. Questa volta dal laboratorio di analisi dove lui esegue i prelievi per controllare i valori del diabete: i medici gli dicono che “la Asl rigetta le sue analisi perché appunto risulta morto. Un grosso rischio per l’anziano perché non può interrompere le cure, ma il medico di fatto non può prescrivere alcun farmaco perché rischierebbe una denuncia.

Tocca ancora una volta a Giuzio rimediare agli errori commessi dagli uffici comunali. Così, documenti in mano e sperando che l’imprevisto si risolva una volta per tutte, decide di andare negli uffici dell’Inps a gridare a gran voce di essere vivo. “Oltre al danno anche la beffa. Son tanti i disagi che mi hanno creato – spiega il 79enne– ma la cosa assurda è che l’errore è stato commesso dal Comune ma è toccato a me andare in giro in tutti questi uffici col certificato di esistenza in vita per dimostrare che non ero affatto morto. Un errore clamoroso andato avanti per sei anni.

Mi è stato garantito – spiega ancora - che avrebbero sistemato tutto il prima possibile ma fino a stamattina (ieri ndr) le pensioni non mi sono state ancora accreditate”. E’ noto che la burocrazia richiede tempo in Italia: ora è in corso la procedura di trasmissione documenti da un ufficio all’altro fino a quando Francesco Giuzio risulterà “nuovamente in vita”. Ma come giustificare un errore così grossolano? Il 16 marzo 2008, non è una data qualunque. “Quel giorno è deceduto mio figlio Gianfranco che aveva 37 anni. La sua morte fu regolarmente registrata e forse qualcuno ha pensato di far morire anche me” conclude con un risata amara. Forse non è questo che ha causato l’errore ma la coincidenza è davvero assai strana.

11 marzo 2014

Carcasse delle bici, operazione recupero. «Un’app per segnalarle»

Corriere della sera

di Gianni Santucci e Armando Stella

In due mesi identificati circa 300 rottami. Aumentano le rimozioni


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Ha trascorso gli ultimi venti giorni impiccata a un archetto di acciaio, menomata, privata delle ruote e con la catena a terra. Il proprietario era stato avvisato da un adesivo incollato al telaio: «La presente bicicletta, visto il cattivo stato, è considerata elemento di degrado urbano e soggetta a procedura di rimozione ai fini dello smaltimento o recupero». Il ciclista non ha reclamato il suo ferrovecchio, il vigile urbano ha informato l’Amsa, l’operatore ecologico ha tranciato la catena e portato quello scheletro di bici in discarica. Fine pena. Il meccanismo di «allerta e rimozione» studiato dal Comune per «contrastare il degrado sulle strade» è entrato in funzione 270 volte in due mesi: 156 pratiche sono già state smaltite, in 35 casi i proprietari hanno letto l’etichetta e rivendicato il rottame, per la quota restante si tratta solo di attendere la chiusura dell’indagine. Un primo bilancio, però, può già essere tracciato: rispetto al 2012 (ultimo anno di attività piena e dunque paragonabile all’attuale), le operazioni di ritiro delle bici abbandonate sono aumentate del 60 per cento.


Bici abbandonate, il recupero Bici abbandonate, il recupero
Bici abbandonate, il recupero Bici abbandonate, il recupero
 
Bici abbandonate, il recupero
 
Sono centinaia, forse migliaia, i piccoli cimiteri del ciclismo disseminati agli angoli delle strade. Telai come lapidi appoggiati ai pali della luce e alle recinzioni dei palazzi, due ruote scarnificate, sellini strappati dai sostegni, ruderi che diventano rifiuti, segnali d’incuria che richiamano altro degrado. Anno dopo anno, pezzo dopo pezzo. La strategia di Palazzo Marino è figlia di questa consapevolezza: «Bisognava dare una svolta. Il recupero di rottami di biciclette è un gesto importante per incentivare la ciclabilità e ridurre gli elementi di disordine nel paesaggio cittadino». Sono stati necessari quattro anni di burocrazia amministrativa per risolvere le questioni giuridiche (secondo quali criteri si può stabilire lo «stato di abbandono» di un mezzo?) e scrivere il nuovo regolamento. Ecco i parametri individuati: telaio distorto, mancanza di ruote, manubrio e catena. In assenza di questi componenti una bicicletta può essere definita «inutilizzabile».

Il nuovo corso è partito il 7 gennaio scorso. In questa prima fase di sperimentazione i vigili urbani hanno lavorato d’intesa con l’Amsa: i primi identificavano le biciclette da candidare alla rimozione, gli operatori ecologici si occupavano dalle procedure di smaltimento. Tra i due passaggi viene concessa una «tregua» di venti giorni: il tempo offerto all’eventuale proprietario per leggere l’avviso giallo appiccicato al telaio («La presente bicicletta, visto il cattivo stato...») e salvare la propria bici dalla destinazione in discarica. La seconda fase, quella social , è partita ieri. Restano invariate le modalità di recupero dei mezzi, ma nel processo di segnalazione ora possono entrare direttamente i cittadini.

Negli Internet store, i negozi virtuali, è online da ieri la versione aggiornata dell’applicazione «Puliamo» rilasciata dall’Amsa. In fondo alla schermata iniziale è apparsa la voce «BiciclaMi» (accompagnata dal logo di una bici stilizzata). Da questa sezione si apre una schermata dedicata al recupero dei rottami: «Scatta una foto e segnala la presenza di biciclette abbandonate sul territorio cittadino». Sono richiesti: nome, cognome, email e numero di telefono. Bisogna indicare almeno uno di questi status: assenza di entrambe le ruote; assenza del manubrio; assenza di catena o altre parti indispensabili al funzionamento; deformazione totale o parziale del telaio. Ultimo step: allega la foto e invia. L’asse d’intervento polizia-Amsa assume così la forma di una triangolazione. Dopo la segnalazione del cittadino, i vigili raggiungono la bici «sospetta» e posizionano l’adesivo giallo. È l’ultima chiamata. Venti giorni per reclamarla o il ferrovecchio sparisce.

Ma poi? «Abbiamo visto che anche a distanza di anni gli abbandoni si concentrano spesso negli stessi punti - spiega Fabiola Minoletti, portavoce del comitato Abruzzi-Piccinni, una delle associazioni più attive nella lotta al degrado -. Quindi, anche dopo le rimozioni, sarà importante avere una mappa dei punti più critici e continuare a controllare».

Una mappa sul web per raccontare i disagi del digitale terrestre

La Stampa

giu. bot.

Dal Piemonte alla Sicilia viaggio tra problemi di ricezione e segnali mancanti



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Chiamatelo, se volete, giornalismo partecipativo. Oppure bacheca per gli sfoghi. Ma da oggi i disagi legati al digitale terrestre corrono in rete, su una mappa creata dal ricercatore Matteo Bayre aperta ai contributi e alle segnalazioni dei lettori. La carta geografica del disservizio, pubblicata su Tvdigitaldivide, si presenta come una spianata di puntini rossi. Dai paesini della Valcamonica, che lamentano l’assenza del segnale Rai, a Vittoria di Ragusa, dove a latitare, in realtà, sono un po’ tutti i canali.

In mezzo, la Liguria penalizzata dalle sue colline, il Piemonte delle Valli isolate, il Senese e il Livornese. E naturalmente l’hinterland di Trieste. Ad alimentare il quadro sono le segnalazioni degli utenti, che possono partecipare alla mappa. «Grazie a lavoro di ricerca di questi ultimi anni, Tv Digital Divide ha realizzato la mappa che localizza sul territorio nazionale i noti disservizi sulla copertura delle trasmissioni della Rai (e in alcuni casi delle tv private), segnali tv che spesso non raggiungono in modo ottimale o sufficiente molte aree montane e collinari, alcune aree di confine e alcuni grandi centri abitati», spiega Bayre.

«Anche se le problematiche coinvolgono più o meno tutte le regioni d’Italia, le criticità più diffuse e sentite sono localizzate in Liguria (area orograficamente difficile per le trasmissioni tv), in Piemonte (soprattutto nei comuni montani), in Romagna, nelle comunità montane dell’alto bresciano, nel Veneto Orientale, nelle zone di Trieste e Gorizia, in Basilicata, nel Basso Molise, e nel Casertano», prosegue. «La mappa - ragiona Bayre - è uno strumento di informazione per diffondere e far comprendere la portata dei disagi creati dal disservizio tv. Un work in progress ampiamente modificabile». Lo spazio è aperto anche per le segnalazioni positive. 

La voce dei McDelusi

Corriere della sera

di Silvia Pagliuca


Mc-dipendenti, c’è chi li chiama così. Circa 24mila persone che in Italia, per il fast food più famoso al mondo, riempiono panini, servono ai tavoli, puliscono e gestiscono la cassa. Un paio di mesi fa, la messa in onda dei nuovi spot sulle opportunità lavorative targate McDonald’s:partono e l’economia è ferma,

Mentre le riforme non partono e l’economia è ferma, gli italiani lavorano per fare andare avanti l’Italia. Noi di McDonald’s saremo anche nati in America, ma oggi più che mai ci sentiamo italiani perchè è con loro che lavoriamo. Insieme ai nostri fornitori e franchisee abbiamo già creato 24.000 posti di lavoro. McDonald’s crede negli italiani!” – recita la voce fuori campo mentre crews (addetti in sala) sorridenti e volenterosi reggono cartelli che spiegano quanto sia bello essere impiegati nella grande M.

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Eppure, basta parlare con chi nel fast food ci ha lavorato per davvero, per capire quanta retorica attraversi quelle immagini. C’è Matteo che è tornato a casa ogni sera, per cinque anni, con le mani, e i capelli, e gli abiti impregnati di fritto. Un odore sempre uguale, penetrante e nauseabondo, che lo accompagnava nello studio notturno. Chino sui libri preparava gli esami di ingegneria al Politecnico di Torino dopo ore passate tra cheeseburger e ali di pollo. “E’ stata dura, ma avevo un perché. Ecco, credo che si possa sopportare un certo modo di lavorare solo se si ha un obiettivo più grande da realizzare” – dice lui. Ingoiare rospi, per aiutare l’ambizione a non cedere davanti alle difficoltà economiche di famiglie “normali” che con la crisi non sono più come quelle di una volta, capaci di pensare a tutto, per tutti.
Poi, c’è Marta: “Pagano puntuali tutti i mesi, è vero, ma abbiamo i minuti contati anche per andare in bagno: non più di 58 secondi! Su ogni cassa, inoltre, c’è un timer che controlla in quanto tempo il cassiere riesce a ultimare l’ordine. Il motto è non fermarsi mai, vendere il massimo nel minor tempo possibile!”
Storie come le loro sono state raccolte da Filcams Cgil, da sempre il sindacato più avverso al colosso dei panini, nel sito Fastgeneration.it. “Abbiamo voluto questo spazio perché ci fosse confronto, perché è facile raccontarsi per bocca di un regista famoso (gli spot portano la firma di Gabriele Salvadores, ndr.), ma la realtà è ben diversa: McDonald’s non ha mai accettato uno scambio tenendo a zero le relazioni industriali” – spiega Fabrizio Russo, funzionario nazionale Filcams.
A sentire Antonio, anche lui ex crew che sulla gestione del lavoro nella grande catena c’ha scritto finanche la tesi di laurea, preferire personale giovane servirebbe proprio a questo: “Più i dipendenti sono inesperti e minori sono le possibilità che si coalizzino, che facciano ricorso al sindacato per protestare. Inoltre, solo i più giovani, senza una famiglia sulle spalle possono accettare stipendi così bassi e turni così flessibili”.
Eh sì, perché nonostante McDonald’s abbia recentemente incassato la qualifica di “Top Employers 2014” (certificazione internazionale che individua le aziende migliori in quanto a condizioni lavorative), pare che non tutto funzioni alla perfezione.

“La questione non è se i dipendenti hanno o meno un contratto a tempo indeterminato perché il problema sono le ore: tempi pieni non esistono più, ci sono solo parziali – continua Russo – un’assunzione standard prevede 8 ore a settimana, dunque 200 euro al mese, al massimo 16 o 18 ore, ma è una rarità!”

Eppure, a consegnare alla multinazionale l’ambito premio, pare siano state proprio la possibilità di formazione continua, la stabilità dei contratti, le condizioni degli ambienti di lavoro e le possibilità di crescita. A sentire la Filcams invece, da maggio, McDonald’s non applicherà più neanche il contratto collettivo nazionale del turismo.
“Lo ha disdettato ufficialmente facendoci pervenire la comunicazione dalla Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi e il malcontento, checché ne dicano le pubblicità, è sempre più diffuso” – precisa il sindacalista.
I commenti lasciati su FastGeneration.it, in effetti, lasciano poco spazio ai dubbi: “turni lunghi anche più di 6-7 ore senza pausa, demansionamenti di tutti i tipi, vessazioni e mobbing, obbligo di venire a lavorare durante i primi mesi di maternità, divieto di prendersi giorni di congedo parentale, turni senza le 11 ore di riposo”, e molto altro ancora.

Bisogna precisare però che i locali gestiti direttamente dalla multinazionale sono solo il 20%, i restanti 450 ristoranti sparsi per la penisola sono in mano a piccoli imprenditori. “Realtà molto diverse, difficili da confrontare” ha spiegato più volte l’azienda che difende il ricorso a contratti part-time, ritenendolo “assolutamente normale nel settore ristorativo e in linea con le esigenze dei lavoratori”.

Certo è che, a leggere il Merriam-Webster’s Collegiate, il più venduto dizionario di lingua inglese negli USA, il “McJob” viene definito come “un lavoro a bassa retribuzione che richiede scarsa abilità e offre poche opportunità di avanzamento”.

E’ la nuova catena di montaggio? Comunque la si veda, le assunzioni proseguono a ritmo continuo e sono in programma almeno 107 nuove aperture lungo tutto lo stivale. Per candidarsi: inviare un cv online o partecipare ai Mc Italia Job Tour. Prossima tappa: Marghera.

twitter@silviapagliuca

Il tesoro segreto dei potenti? Nascosto in cantina

Gianluca Montinaro - Mar, 11/03/2014 - 08:37

Dalla Casa Bianca all'Eliseo sono migliaia le bottiglie di vini pregiati. Giurano: non paga il contribuente. Ma chi se la beve...

Un ricevimento diplomatico. Una colazione ufficiale. Un pranzo di Stato. Tanti gli eventi politici che necessitano, oltre che del cibo giusto, anche del vino giusto.


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Scelta difficile che deve tener conto di gusto, occasione, provenienza e costo. Necessariamente le cantine dei palazzi del potere spaziano dalla «normale» bottiglia alla preziosa etichetta: piccoli tesoretti nazionali da gestire con cura e (dati i tempi) sobrietà.

Lo sanno i contribuenti britannici che ogni anno vengono edotti sulla situazione della «riserva enologica» del loro governo, con dati inerenti consistenza, consumo e approvvigionamenti. Inventariate in 61 pagine (con tanto di note di degustazione) le 37 mila bottiglie del Governement Hospitality - come scritto anche pochi giorni fa sul quotidiano The Indipendent - costituiscono una raccolta che potrebbe competere con quelle dei più noti ristoranti d'Europa. Vi figurano vere rarità come un Corton della maison Bouchard del 1961 (valutato 500 sterline e descritto come «tesoro nazionale da usare con estrema cautela e solo per capi di Stato») e un rarissimo Mersault Charmes del Domaine des Comtes Lafon accanto al quale c'è la raccomandazione: «Non stappare».

La cantina è del tutto autofinanziata. «Lo scorso anno - ricorda un portavoce del Governo - 54 etichette di alto livello (fra cui un lotto di sei Chateau Latour valutato 20 mila sterline) sono state battute all'asta per un incasso di 63 mila sterline grazie alle quali si è provveduto a nuovi acquisti». Ma a Londra c'è anche la cantina di Sua Maestà. Sono noti i gusti di Elisabetta II: più Champagne che bianchi fermi, e più Bordeaux che Borgogna in fatto di rossi. Si favoleggia che i sotterranei di Buckingham Palace conservino Haut-Brion e Margaux di annate altrove introvabili.

Ma si sa che ci sono anche - in omaggio al Commonwealth - diversi vini di provenienza australiana e neozelandese. Del tutto nazionalista è invece la selezione dell'Eliseo. Costruita con passione durante le presidenze di Giscard d'Estaing, Mitterand e Chirac, vive ora tempi difficili. Appena insediatosi, François Hollande è stato costretto a mettere all'asta 1200 bottiglie, ricavandone 300 mila euro: impiegati in parte per acquistare vini più modesti e per il rimanente versati nelle casse dello Stato.

La cantina del Quirinale non pare altrettanto ben assortita. Oltre Luigi Einaudi solo Carlo Azeglio Ciampi ha mostrato attenzione a questo tema. Amante di rossi strutturati ha rifornito la Presidenza della Repubblica di vini toscani e piemontesi, fra cui gli amati Barbaresco di Angelo Gaja. Passione, quella per i grandi rossi, che Ciampi condivide con Silvio Berlusconi.

Ma l'ex premier ama molto anche il Franciacorta, tanto da utilizzare Annamaria Clementi Ca' del Bosco (vetta della produzione spumantistica italiana) per il brindisi fra Putin e Bush in occasione dello storico accordo Nato-Russia del 2002 a Pratica di Mare. A scelte differenti sono improntate le selezioni del Cremlino e della Casa Bianca. Se, fino a Gorbaciov, i presidenti dell'Urss bevevano solo vini georgiani, note sono le preferenze di Putin per le grandi bottiglie francesi, fra cui lo Champagne Cristal, cuvée elaborata dalla Roederer nel 1867 per gli zar.

Molto vasta è la cantina della Presidenza statunitense. Inaugurata nel 1802 da Thomas Jefferson visse alterne vicende durante il XIX secolo. Del Novecento si ricordano il consumo smodato di Champagne da parte di Franklin D. Roosevelt, l'amore di John Kennedy per le etichette più blasonate, la preferenza di Nixon per i Riesling della Mosella e lo Chateau Margaux. Fu Ronald Reagan il primo a introdurre alla Casa Bianca i vini della California, facendo servire, durante un pranzo di Stato, uno Zinfandel vendemmiato a Napa Valley. Successivamente eliminò tutti i vini stranieri, riassortendo la cantina con prodotti nazionali. Una strada seguita con convinzione anche da Clinton (che ama i vini bianchi, Chardonnay su tutti) e da Barack Obama (che invece predilige i rossi da uve Cabernet Sauvignon).

E se il tuo vicino di casa fosse nazista?”

La Stampa

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Manifesti con foto di gerarchi del Terzo Reich che puntano pistole verso donne e bambini saranno nei prossimi giorni attaccate alle fermate degli autobus di New York. Parte così la campagna dell’eccentrico esponente del partito democratico americano Dov Hikind: “ci sono ex nazisti anche negli Stati Uniti, non è mai troppo tardi per fare giustizia”


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Parlando ai suoi elettori aveva detto che il matrimonio fra due persone dello stesso sesso è un “errore davanti agli occhi di Dio”; durante una festività religiosa, poi, indossò una maschera nera provocando il risentimento di alcuni cittadini di colore. Rispose che avrebbe potuto “vestirsi da gay” l’anno successivo. Sono soltanto alcune delle tappe che hanno segnato la carriera politica di Dov Hikind, membro dell’assemblea dello Stato di New York, più volte protagonista in passato di controverse prese di posizione su temi razziali, sessuali e religiosi.

Hikind torna di nuovo a far discutere gli Stati Uniti d’America presentando la sua nuova missione: liberare la sua terra dai criminali di guerra nazisti con l’obiettivo di rispedirli in Germania, perché “non è mai troppo tardi per fare giustizia alle vittime dell’Olocausto” e perché “sono stati i tedeschi a crearlo. L’hanno finanziato comprando uniformi e camere a gas e adesso devono assumersi la responsabilità dei criminali che sono sopravvissuti”.

Sul suo sito personale ha scritto una nota dai toni duri e decisi per spiegare la campagna pubblicitaria che si appresta a lanciare: da mercoledì prossimo, infatti, su quotidiani e fermate dell’autobus della Grande Mela compariranno gigantografie d’epoca di nazisti che puntano armi a donne e bambini, accanto alla domanda: “Vorresti avere un nazista come vicino di casa?”.

“Per gli americani – afferma Dario Fabbri, giornalista ed esperto di questioni americane - la vicenda dei criminali nazisti residenti nel paese rappresenta una questione particolarmente scabrosa: all’indignazione che ogni essere umano prova per chi ha commesso crimini tanto efferati, si aggiunge lo sdegno di una nazione che ha sacrificato oltre 400 mila uomini per sconfiggere il Terzo Reich e i suoi alleati e che, suo malgrado, ancora oggi da rifugio a circa 400-500 ex gerarchi e militari nazisti. Non a caso il tema è stato ripreso negli anni anche dalla letteratura e dal cinema: come nel racconto “Un ragazzo sveglio” di Stephen King o nel primo film americano di Paolo Sorrentino “This must be the place”, interpretato da Sean Penn.”

Hikind, che per il partito democratico rappresenta un quartiere di Brooklyn con una grande percentuale di ebrei ortodossi, ha scritto che la campagna è stata ispirata dal caso di una ex guardia nazista che continua a “vivere comodamente” a New York, Jakiw Palij. “È inaccettabile. Sono certo che anche tutte le persone oneste, indipendentemente dalla loro nazionalità, lo troverebbero inaccettabile se ne fossero a conoscenza, così ho intenzione di portare questa situazione riprovevole all’attenzione di tutti. Le persone decenti non vogliono nazisti come vicini di casa.”

L’esponente del partito democratico, attraverso il sito Change, ha anche avviato una raccolta firme e intende consegnare al Dipartimento di Giustizia americano una petizione per l’espatrio immediato dei criminali di guerra nazisti che vivono illegalmente negli Stati Uniti. La mole di commenti in calce alla pagina conferma, come diceva Fabbri, che l’argomento per gli americani è particolarmente sensibile. E che si tratta di una ferita, soprattutto per la comunità ebraica, difficile da rimarginare: “si faccia giustizia”, “ho perso i miei genitori uccisi da queste bestie”, “fuori dagli Stati Uniti”, “non è possibile che siano ancora qui”, questi i più blandi. 

Licenziata la dipendente distaccata in un’altra azienda: quali obblighi per il datore di lavoro?

La Stampa


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Il datore di lavoro che ha distaccato un lavoratore presso un’altra azienda non può licenziarlo per il solo fatto che essa chiude, a meno che non dimostri che il lavoratore non era reintegrabile nell’azienda di provenienza. Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza 27651/13. Il caso Una società licenzia una donna dipendente di un’altra società presso la quale era stata distaccata. La Corte d’Appello di Trieste la condanna alla reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro e al pagamento della differenza tra le retribuzioni maturate alla data del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegra e a quelle corrisposte per effetto del lavoro prestato a favore di altri soggetti. Questo perché il licenziamento oggettivo doveva essere valutato con riferimento all’ambito aziendale della dipendente e non a quello del distaccamento. 

Né può valere a giustificarlo la situazione di questa seconda azienda se non si dimostra che, all’interno della sua organizzazione d’impresa, non esiste alcuna possibilità di reimpiegare il lavoratore che rientrava forzatamente dal distacco. La società propone ricorso. Motivi giustificativi del licenziamento: qual è l’ambito aziendale da considerare? Secondo la ricorrente, il licenziamento è stato deciso dopo aver verificato l’insussistenza di interessi, da parte della donna, a mantenere quel posto di lavoro, in quanto il suo apporto era richiesto esclusivamente per gestire le ultime attività commerciali dell’azienda (in chiusura) presso la quale era stata distaccata. La Cassazione ribatte che la semplice cessazione dell’interesse al distacco o la soppressione del posto di lavoro presso l’azienda distaccata non sono sufficienti a giustificare il licenziamento, perché vanno verificati «gli elementi costitutivi del giustificato motivo oggettivo con riferimento all’ambito aziendale del datore di lavoro (nella specie, la società distaccante), sul quale ricade anche l’onere probatorio circa l’impossibilità del repêchage».

Il lavoratore, quindi, va considerato a tutti gli effetti dipendente dell’azienda distaccante e, perciò, correttamente la Corte di merito ha ritenuto che il licenziamento fondato sulla cessazione dell’interesse ad distacco o la soppressione del posto presso la società distaccata non era idoneo a ritenere giustificato il recesso datoriale. La richiesta di risarcimento non configura nuova domanda. La Cassazione conferma, inoltre, quanto sostenuto anche dalla Corte di merito, secondo cui non costituisce domanda nuova quella del lavoratore che, in sede di rinvio, riduca il quantum di cui al petitum sostanziale originario (reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento corrispondente alle retribuzioni perdute) in ragione delle retribuzioni corrisposte da altro datore di lavoro (c.d. aliunde perceptum), atteso che la riduzione del quantum originariamente richiesto non configura domanda nuova ma solo una diversa formulazione di quella precedente. Il ricorso, pertanto, si intende respinto.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it