lunedì 10 marzo 2014

Ecco i nove passi per sparire per sempre dal web

Libero


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Sareste disposti a rinunciare a Facebook o Twitter cancellando per sempre la vostra identità? Oppure, data la dipendenza, preferireste semplicemente esserci, ma rimanere nascosti dietro le quinte a condizione di anonimato? Per attuare questi desideri, dopo soprattutto i recenti rapporti che rivelano come molte aziende statali e non rubino informazioni e dati degli utenti, una società di web hosting ha creato una guida in nove punti su come sparire dal web completamente.

I siti pulitori di rete - Due sono i modi che WhoIsHostingThis, la società web con sede a Londra, ha riportato nella guida per uscire dalle dipendenze virali dei social network. Il primo è quello più semplice: farsi aiutare da siti appositi che eliminano le infomazioni degli utenti, come ad esempio DeleteMe e JustDelete.me. Dei veri e propri pulitori di rete. Questi siti agevolano la cancellazione da social network e applicazioni, che richiedono un’iscrizione e che spesso non chiarificano come potersi cancellare. Ad esempio JustDelete.me è una pagina web in cui, in ordine alfabetico, sono indicati i principali servizi web che richiedono una registrazione. I rettangoli che ospitano i servizi sono colorati in base alla difficoltà che l’utente incontra nell’eliminare il proprio account: si va dal verde di Facebook, che indica una cancellazione rapida, all’arancio di Whatsapp, di difficoltà media, al rosso di Skype, dal quale è molto difficile eliminare i propri dati, fino al nero di Pinterest, che non permette una ripulitura definitiva dei propri dati dalla piattaforma. Cliccando sul sito "incriminato" si viene rimandati direttamente alla pagina con il "bottone" di cancellazione relativo.

I nove passi per la cancellazione da autodidatta - Invece per coloro che vogliono agire autonomamente, ecco le infografiche realizzate da WhoIsHostingThis, che aiutano ad eseguire le operazioni passo passo.

Nove passi:
 
il primo passo consiste nel disattivare gli account Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Nella seconda fase si consiglia agli utenti di rintracciare se stessi sui motori di ricerca in modo tale da vedere se siamo reggistrati su altri siti che abbiamo utilizzato in passato e di cui non ci serviamo più.

Il terzo passo comporta il caricamento di informazioni false sugli account che non possono essere eliminati, tramite il cambio del Nome, Cognome, Residenza, Telefono, Email e quant'antro ci sia possibile per "slegare" tali account dalla nostra persona reale.

La fase quattro consiste nel cancellarsi dalla mailing list al quale ci eravamo precedentemente iscritti in modo da non ricevere più mail di alcun genere e temere che il nostro indirizzo venga "ceduto" a terzi per fini sempre pubblicitari.

Fase cinque: se durante la ricerca del proprio nome su Google riscontriamo link che riportano il nostro nome, possiamo chiedere al motore di ricerca la rimozione. Google, infatti, ha uno strumento di rimozione della Url, anche se il colosso non è obbligato a rimuovere i collegamenti, soprattutto se il sito su quale sono pubblicate le informazione è di proprietà o intestato a un'altra società.

Fase sei: nel caso in cui tale procedura non è prevista nel motore di ricerca o il motore di ricerca non la rimuove, possiamo sempre contattare il Webmaster il quale, sempre su precisa richiesta è tenuto a cancellare il nostro Account.

Settima fase: Pagare la "ditta di pulizie" incaricata di togliere dal Web qualsiasi nostra traccia e che provvederà a farci sparire da Internet.

I due passaggi finali consistono nel contattare la ditta telefonica erogatrice del servizio internet, chiedendo di non apparire negli elenchi e chiedere la cancellazione di Account/mail che possano portare alla nostra persona. Per mantenere invece l'anonimato e non uscire dal circolo vizzioso dei social network è necessario solamente imparare ad utilizzare gli account fittizi.

Mogherini, la fan di Arafat che dorme con «Bella ciao»

Giancarlo Perna - Lun, 10/03/2014 - 08:14

La neo ministra degli Esteri è cresciuta nel mondo dell'ultrasinistra giovanile: ha una passione per l'islam e l'inno della Resistenza per lei è una ninna nanna

Due foto di Federica Mogherini, circolanti sulla Rete, riassumono i dubbi che suscita il neo ministro degli Esteri. La prima, inserita dalla stessa Federica nel suo blog, «Blogmog» (mog, sta per Mogherini), la immortala nel giorno del giuramento al Quirinale felice e ridente accanto a Giorgio Napolitano.


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L'altra, probabile scherzetto di un suo sodale dei tempi della Sinistra giovanile, la raffigura, parimenti ridente e fiera, accanto a Yasser Arafat, il defunto e discusso leader palestinese.
Nella foto con Napolitano colpisce, e dice tutto, l'espressione del capo della Stato che la squadra con così disarmante perplessità da farlo sembrare già pentito di averne accettato un istante prima il giuramento. Forse dubitava delle sue capacità poiché, nonostante si sia sempre occupata di politica estera, Federica aveva un'esperienza tutta interna al Pds-Ds-Pd e, dunque, insufficiente. O forse Napolitano ne conosceva le passate inclinazioni movimentiste, ipersinistre e gruppettare, che sono agli antipodi del mondo felpato in cui si apprestava a entrare.

Fatto sta che il presidente aveva cercato di stopparla, insistendo con il premier incaricato per la riconferma della radicale Emma Bonino, malgrado non fosse un granché. Matteo Renzi ha però puntato i piedi e questo per tre ragioni. La prima è che lui, da cattolico un po' bigotto, detesta i radicali e non voleva perciò nel suo governo l'iperabortista Bonino. La seconda è che Bonino con i suoi 66 anni avrebbe conferito un che di decrepito alla sua fresca compagine mentre la quarantenne Mogherini rientrava nella media. Terzo, compiacere Dario Franceschini, di cui Federica è una protetta, ottenendone in cambio l'appoggio contro la parte più sinistroide del Pd. Così, Federica è diventata il più giovane ministro degli Esteri repubblicano, seconda solo, nella storia d'Italia, al gerarca Galeazzo Ciano che ricoprì la carica a 33 anni.

Raggiunta la meta, la neo ministra ha esultato su «Blogmog» con i toni di un'adolescente che si confida col diario: «Una grande responsabilità, un po' di emozione, consapevolezza dell'enormità dell'impresa... Un grande lavoro, immenso». Non poteva dire meglio. Si sentono gli echi della migliore diaristica dei grandi predecessori, da Sidney Sonnino (1847-1922) a Carlo Sforza (1872-1952). Già quando, nel dicembre del 2103, fu nominata da Renzi nella segreteria pd col compito di occuparsi di Europa, Federica si esprimeva con le stesse iperboli: «Sarà un lavoro enorme e bello». Per poi terminare, lei mamma di due bambini, con un'affermazione stralunata: «Bella ciao è la più bella ninna nanna del mondo».

La foto palestinese con Arafat ci riporta invece agli anni in cui Federica militava nei giovani ds e quelli in cui era, con Piero Fassino segretario (2001-2007), responsabile Esteri del partito. Mogherini è affetta da una sviscerata passione islamista. La scoprì alla facoltà di Scienze politiche di Roma, sua città natale, lavorando a una tesi sul Rapporto tra religione e politica nell'Islam. La redasse ad Aix-en-Provence durante un Erasmus – precisazione sottolineata nella sua biografia come un merito cosmico - e ottenne la lode. L'Islam le entrò nella pelle. Dalemiana qual era – raccontano - divenne filoaraba come il capo e, mettendoci del suo, pasionaria di Arafat e avversa a Israele. Si recò più volte in Palestina e, al pari di D'Alema con gli hezbollah libanesi, andò a braccetto con chiunque dell'Olp le venisse a tiro.

Come abbia fatto Renzi a ficcarla con questo pedigree agli Esteri non è chiaro, avendo lui fama di amico dello Stato ebraico. Si potrebbe, naturalmente, pensare che l'islamofilia giovanile di Mogherini si sia attenuata. Lo esclude però questa osservazione che ho trovato nel suo imperdibile blog. Risale appena al 2009 ed è stata fatta durante un viaggio in Libano: «Dal territorio libanese partono verso Israele dei razzi dimostrativi, artigianali che non sono lanciati per colpire davvero ma solo per segnalare la (r)esistenza in vita...». Cioè scagliati per scherzo, come coriandoli a carnevale. Un'affermazione da inguaribile capatosta. L'impegno politico di Federica è stato precoce. Al Liceo Lucrezio Caro, zona romana di Ponte Milvio, era rappresentante di istituto.

Subito dopo entrò nel Pds e fece una carriera tutta al vertice, all'ombra dei segretari di turno. Fu con D'Alema ai debutti nella Sinistra giovanile. Con Fassino segretario entrò al dipartimento Esteri. Venne in confidenza col successore, Veltroni, fresco fondatore del Pd, grazie al marito, Matteo Rabesani, suo assistente quando sedeva in Campidoglio. Walter la fece deputata nel 2008, poco prima di essere travolto dalla vittoria elettorale del Cav. Sostituito da Franceschini, Mogherini si appollaiò sull'omero del nuovo venuto, come poi su quello di Bersani e oggi su quello di Renzi. Il suo metodo è lo stesso di Anna Finocchiaro che da trent'anni è in vetta: obbedire e mai compromettersi. Una volta le fu chiesto: «Ha lavorato con D'Alema, Fassino, Veltroni. Chi è il migliore?». E Federica, prudente e astuta: «Il leader perfetto è una sintesi dei tre». Della serie: ma anche, più o meno, prima o poi.

Mogherini è sempre stata cooptata dai padroni del partito, senza mai nuotare in mare aperto. Ha avuto i sudori freddi quando sono venute di moda a sinistra primarie e parlamentarie, che subordinano le candidature al voto popolare. Per ottenere la rielezione alla Camera nel 2013 le fu chiesto di scegliersi un collegio (nel 2008 era stata eletta a Verona, città del marito) e sottoporsi al giudizio degli iscritti. Terrorizzata e facendo leva sui suoi interessi globalisti, Federica obiettò: «Il mio collegio è il mondo».

Ossia: con l'occhio all'universo, come posso scegliere tra Sgurgola e Vimercate? Così, riuscì a farsi piazzare nella lista bloccata dei maggiorenti del partito, diventando deputato dell'Emilia-Romagna di cui conosce solo i tortellini. Con Renzi, l'ultimo cacicco al quale si è abbarbicata, ha però rischiato grosso per questa benedetta mania che ha di spettegolare sul blog. L'anno scorso, per farsi bella con Bersani (da cui dipendeva la sua rielezione), dette addosso a Matteo, reo di averlo sfidato alle primarie 2012, scrivendo: «Renzi ha bisogno di studiare un bel po' di politica estera... non arriva alla sufficienza». Quando Renzi sbaragliò tutti, si sarebbe mangiate le dita. Ma quello, per sua fortuna, ha lo stomaco a prova di bomba e l'ha lasciata rannicchiarsi dalle sue parti come voleva.

Questo è, grosso modo, il nuovo ministro degli Esteri.

I Phone, 12 regole per far durare di più la batteria

La Stampa

di Bruno Ruffilli


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La prima regola è il buonsenso: se ci giocate tutto il tempo, ci vedete film o montate video, il vostro iPhone non arriverà a durare un giorno intero, e anche le dieci ore di autonomia dichiarate da Apple saranno un traguardo molto difficile da raggiungere. Ma se invece non avete il cavetto e il caricabatteria a portata di mano, se siete lontani da una salvifica porta Usb o da una presa di corrente, ecco alcuni consigli per aggiungere minuti preziosi alla vita dell’ iPhone. Da leggere anche se usate Android o Windows Phone, perché in linea di massima valgono con smartphone e tablet di ogni tipo e marca.



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Nokia X, con Android il jailbreak arriva prima degli smartphone

La Stampa

bruno ruffilli

Lanciati due settimane fa al Mobile World Congress, i tre modelli economici non sono ancora in vendita, ma già qualcuno ha scardinato i lucchetti dei finlandesi e installato app e servizi di Google al posto di quelli Microsoft

Noki
Gli smartphone Nokia della Serie X presentati due settimane fa al Mobile World Congresss arriveranno a breve nei negozi. Ma qualcuno ha già trovato il modo per scardinare i lucchetti imposti dei finlandesi: tecnicamente si chiama jailbreak, ed è una pratica che ha preso piede con la diffusione dell’iPhone. Allo stesso modo, anche Nokia X, X+ e XL potranno usare liberamente a Gmail e Google Search al posto di Bing, accedere ad app come Google Now e Hangouts, alle mappe e al PlayStore. 

Chris Weber, Executive Vice President, Sales and Marketing di Nokia, aveva commentato così il lancio: “Ai nostri clienti diamo Android, ma con l’aspetto e la semplicità d’uso di Windows Phone e in più i servizi di Microsoft”. Non tutti li apprezzano, forse, o forse c’è stato chi ha pensato che con una spesa ragionevole era possibile avere uno smartphone Android con un design curato e buone caratteristiche tecniche (il Nokia X costa 89 euro, l’XL con schermo da 5 pollici 129 euro). Fatto sta che il jailbreak non è stato particolarmente complesso, come racconta l’autore, un membro del gruppo di sviluppatori indipendente Xda_Developers. Non si è trattato infatti di sostituire un sistema operativo con un altro, ma di estendere le funzionalità di quello già installato sugli apparecchi della Serie X. Che è proprio Android, sia pure in una versione diversa da quella utilizzata da quasi tutti i grandi nomi dell’elettronica. 

Si chiama Aosp, sigla che sta per Android Open Source Project, non comporta il pagamento di licenze perché è appunto open source e quindi non pesa sul prezzo finale dell’apparecchio. Diversi costruttori di smartphone e tablet la adoperano, perlopiù in prodotti destinati ai mercati emergenti. Da noi il caso più noto è quello di Amazon: il sistema operativo è pesantemente modificato nell’interfaccia e nelle funzionalità, tanto da renderlo irriconoscibile, e di Android sui Kindle Fire non c’è nemmeno il nome. Le app, poi, invece che dal PlayStore, devono essere scaricate da altri siti o installate direttamente sullo smartphone. Così Nokia sta approntando il suo store Android, Amazon lo ha già, poi ci sono quelli di terze parti come Yandex, oltre alla pirateria, che nel mondo del robottino verde è certamente più florida rispetto al giardino recintato di Apple. 


Ma se un’app sfrutta i servizi di Google, ad esempio le mappe, come fa a funzionare con i Nokia della Serie X, che si appoggiano a Here? “Basta una giornata di lavoro per assicurare la totale compatibilità”, spiega Weber. “Le app per Nokia X sono esattamente uguali a quelle per Android standard, cambiano al massimo poche righe di codice. Abbiamo solo tre librerie proprietarie, tutto il resto rispetta perfettamente gli standard di Aosp”. 

Nella strategia di Nokia, che è stata acquisita da Microsoft, Windows Phone rimane cruciale, e i Lumia rimarranno gli apparecchi più rappresentativi dei finlandesi, quelli dove arriveranno prima le innovazioni e i servizi più evoluti. La serie X servirà per coprire l’enorme mercato degli smartphone economici (“Puntiamo al prossimo miliardo di persone da connettere a internet”, spiega ), e nei piani Microsoft non dovrebbe guadagnare dagli apparecchi, ma dai servizi: Bing e le mappe di Here, intanto, poi Skype, il cloud di One Drive, la musica di Nokia Mix. 

Sempre che riesca a impedire che il jailbreak si diffonda, naturalmente. Per questo è sembrato bizzarro il messaggio su Twitter del team sviluppatori di Nokia in risposta all’annuncio del jailbreak: “Fantastico! Siamo molto contenti di vedere che fate progressi”. Ma il tweet è stato presto rimosso e un portavoce ha dichiarato a The Verge che la posizione dell’azienda non cambia. 

Il “Merkel Phone” anti-intercettazioni

Corriere della sera

di Elmar Burchia

La tedesca Securesmart, che ha “blindato” lo smartphone del Cancelliere, ha presentato un’app multi-piattaforma alla Cebit di Hannover per chiamate criptate


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MILANO - In occasione della CeBIT, la fiera per l’industria delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che si svolge ad Hannover (10-14 marzo), la società di sicurezza informatica tedesca Secusmart (rinomata per aver criptato il cellulare di Angela Merkel), e Vodafone hanno annunciato una app con la quale si potranno fare telefonate criptate. Il «Merkel Phone» arriverà sul mercato entro l’anno. Il prezzo per una «chiamata sicura»? Dodici euro al mese.
Gli sviluppatori dei cellulari anti-intercettazione del governo federale vogliono portare la loro tecnologia al grande pubblico. Il servizio «Secure Call» sarà come detto disponibile attraverso l’applicazione su diverse piattaforme di smartphone. L’idea è quella «di un Merkel Phone per tutti», ha spiegato ad Hannover Hans-Christoph Quelle di Secusmart. Assieme a Vodafone, l’azienda di Düsseldorf intende strizzare l’occhio innanzitutto a quelle società che vogliono proteggere i loro segreti industriali, ma anche ai privati.

L'app SecureCa
L’app converte in dati ogni parola pronunciata durante una conversazione e la protegge con una chiave a 256 bit. Questi dati vengono poi trasferiti all’utente dall’altra parte della cornetta tramite la connessione dati. L’interlocutore, ovvio, dovrà anche utilizzare l’app per decifrare nuovamente il flusso di dati sul suo dispositivo e ascoltare la conversazione. In questo caso si tratta di una crittografia completa, da estremità a estremità. «L’adozione di misure per una sicurezza totale non è più un peso morto come un tempo, ma può essere condotta in modo intelligente, semplice e comodo», ha spiegato Quelle. Con lo smartphone si potranno in ogni caso continuare ad effettuare anche le chiamate «in chiaro».

Vodafone proporrà le telefonate criptate con l’app come opzione aggiuntiva al contratto di telefonia mobile. Costerà circa 12 euro al mese. Entro la fine dell’anno il software sarà disponibile per gli smartphone Android e successivamente per gli altri dispositivi (iPhone, BlackBerry, WindowsPhone). Lo scorso autunno avevano fatto scalpore le attività di sorveglianza della National Security Agency riguardo alle intercettazioni effettuate (fin dal 2002) sul telefono del cancelliere tedesco, Angela Merkel. Dopo lo scandalo, la cancelliera aveva buttato via il vecchio Nokia E63 per un Blackberry Z10 di nuova generazione potenziato da Secusmart. Lo smartphone in questione, aveva spiegato la società, contiene tre telefonini in uno: «Uno per le telefonate e i messaggi confidenziali, uno per le conversazioni private e uno per il trasferimento dei dati di massima sicurezza».

10 marzo 2014 | 15:52



Intercettazioni, ecco Privacy Phone

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Lo scandalo Datagate ha aperto un nuovo mercato per gli smartphone: quelli che garantiscono comunicazioni “a prova di spia”. Ecco l’idea di Freedom Pop


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MILANO - Fare di necessità virtù, come si suol dire. In un settore, quello degli smartphone, sempre più affollato e dominato dai soliti noti rispondere all’ossessione per la privacy acutizzatasi dopo lo scandalo della NSA sta diventando un modo per distinguersi. Durante il Mobile World Congress di Barcellona è stato lanciato Blackphone, l’atteso dispositivo di Geeksphone con una versione modificata di Android che promette protezione pressoché totale dalle intrusioni esterne. A ruota è arrivato l’annuncio di Boeing, al lavoro su uno smartphone in grado di cancellare dati e contenuti se qualcuno cerca di forzarlo. Adesso è la volta del Privacy Phone del provider statunitense FreedomPop. Soprannominato Snowden Phone, richiamando le gesta della fonte del Datagate, il dispositivo destinato al mercato americano è un Samsung Galaxy S2 con crittografia a 128 bit, “la stessa utilizzata dalle banche e dalle agenzie governative”, e un virtual private network incorporato.

Le informazioni su chiamate e messaggi di testo saranno al sicuro e le scorribande online dei possessori del Privacy Phone anonime e protette dalle grinfie degli inserzionisti pubblicitari. Non solo, FreedomPop fa un passo successivo per proteggere l’identità dei suoi potenziali clienti: l’acquisto del telefonino, che costa 189 dollari ed è caratterizzato dal sistema operativo Android, e i 10 dollari al mese per telefonate e sms illimitati e 500 MB di dati si possono pagare in bitcoin. Anche la cripto-moneta, protagonista a sua volta di falle e intrusioni che hanno portato alla chiusura dell’exchange MtGox e della banca Flexcoin, ha fatto nell’anonimato uno dei suoi punti di caratterizzazione e forza. Chi avrà fra le mani un Privacy Phone potrà inoltre cambiare numero di telefono in qualsiasi momento e sarà al riparo dalla raccolta dei dati sugli spostamenti da parte di negozi o aeroporti, che sfruttano le connessioni wi-fi. L’utente può ovviamente decidere di riabilitare le connessioni senza fili.

Il Ceo di FreedomPop Stephen Stokols non ha fatto mistero dell’obiettivo primario dell’oggetto: “Non salviamo alcun dato sull’attività degli utenti e l’NSA non otterrà informazioni da parte nostra”. L’intenzione è quella di abbracciare una fetta di mercato ampia con prezzo abbordabile. Con i suoi 629 dollari il Blackphone chiede invece un impegno più consistente e una conseguente maggiore convinzione sulla necessità di proteggersi dalle intrusioni. La domanda sta germogliando: secondo Forrester Research l’8% degli utenti ha già scaricato un servizio con cui vedere quali aziende setacciano nelle loro abitudini di navigazione. L’offerta anche. Sarà interessante assistere nei prossimi mesi alla reazione del consumatore medio, che ha comunque già la possibilità di tutelarsi con una serie applicazioni a pagamento.

10 marzo 2014 | 16:50

Adele, la donna che è rimasta povera anche dopo la morte

Il Mattino

di Vincenzo Ammaliato

CASTEL VOLTURNO - Tre settimane fa «Il Mattino» era stato a casa sua per provare a raccontare la miserevole esistenza in cui viveva insieme al resto della famiglia. 

 

20140310_eleEra stato realizzato anche un video, poi pubblicato sul sito internet, con il quale si racconta una condizione sociale di vita in quel villino di Destra Volturno che oltrepassa abbondantemente il limite del delirio. La donna occupava abusivamente un’abitazione a Castel Volturno, insieme al marito, a un figlio maggiorenne sofferente di epilessia e altri due figli minorenni.

Nessuno di loro ha un lavoro. Nessuno dei ragazzi frequenta la scuola. Nel villino dagli infissi corrosi e le mura annerite dalla muffa non c’è corrente elettrica; dai rubinetti non scorre acqua da tempo. Dalla testimonianza emerge che nonostante l’oggettivo bisogno di sostegno, nessuno si è mai interessato del loro caso, se non alcuni vicini di casa, nei limiti del possibile. Adele, questo era il suo nome, aveva quarantanove anni. Ma le linee profonde e marcate che le correvano sul viso, la facevano apparire di almeno venti anni più grande.

Era appena tornata dall’ospedale, dove era stata ricoverata per oltre due mesi, a causa della scoperta di una metastasi che le stava divorando i polmoni. Mostrò con rabbia i referti medici e le prescrizioni dei farmaci. Ma non per il destino avverso che l’aveva colpita: perché non aveva i soldi necessari a comprare alcuna di quelle medicine, indispensabili per tenerla in vita. Qualche giorno dopo, Adele è stata ricoverata nuovamente in ospedale, a seguito di un collasso.

Ed è arrivata nel nosocomio di Sessa Aurunca in coma. Lunedì scorso la sua condizione clinica è precipitata; poco dopo è morta. Adele ha condotto una vita contraddistinta da errori personali e da un fato spesso contrario. L’ultimo periodo, quello del villino di Castel Volturno, è stato il peggiore. Adele era inesistente per chiunque: per le istituzioni, per la cosiddetta società civile, per tutti.

E la miseria non l’ha abbandonata neanche dopo il trapasso, perché i suoi parenti non hanno i soldi per organizzare i funerali.

domenica 9 marzo 2014 - 23:28   Ultimo agg.: lunedì 10

Sosta prolungata nel parcheggio? addio multe

Libero


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Quante volte dirigendosi verso la propria auto, regolarmente parcheggiata negli spazi appositi con tanto di ticket pagato, capita di vedere sul vetro una multa per aver sforato l’orario consentito? Una situazione non certo rara, che da oggi però potrebbe essere ribaltata a favore degli automobilisti, scatenando una pioggia di ricorsi. L'assist arriva da un parere del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti "in materia di parcheggi a pagamento" (protocollo 25783 del 22 marzo 2010). sostare troppo a lungo in un parcheggio a pagamento non può essere motivo di multa. La notizia è riportata oggi dal Corriere della Sera: "L'eventuale evasione tariffaria - spiega il direttore generale della sicurezza stradale al Ministero dei Trasporti, Sergio Dondolini - non configura violazione alle norme del Codice della strada, bensì una inadempienza contrattuale, da perseguire secondo le procedure jure privatorum a tutela del diritto patrimoniale dell'ente proprietario o concessionario".

Il parere del ministero - "Secondo il parere del ministero, rimangono validi solo i due casi citati dal codice della strada ovvero laddove la sosta è permessa per un tempo limitato, come le strisce bianche, dove è d'obbligo l'esposizione del disco orario e laddove esiste il dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione. In poche parole l'unica ragione per prendersi una multa è quella di non aver pagato la tariffa del parcheggio senza aver esposto la ricevuta sul cruscotto, ma non quella di aver lasciato la vettura oltre l'orario consentito. Quindi i comuni possono richiedere esclusivamente il "recupero delle ulteriori somme dovute, maggiorate delle eventuali penali stabilite da apposito regolamento comunale, ai sensi dell'art. 17 c.132 della legge n. 127/1997".

I precedenti - In realtà, fu un parere tecnico-legale emanato dal Ministero delle Infrastrutture nel lontano 2010 a rendere pubblica l’illegalità delle sanzioni applicate a ticket orari scaduti: “Se la sosta viene effettuata omettendo l’acquisto del ticket orario, deve essere necessariamente applicata la sanzione. Se invece viene acquistato il ticket, ma la sosta si prolunga oltre l’orario di competenza non si applicano sanzioni, ma si da corso al recupero delle ulteriori somme dovute”, ovvero i soldi con cui avreste pagato il ticket per il tempo di cui avete sforato.

Papa Francesco, il retroscena sul Conclave

Libero


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in Summum Pontificem e sotto c’è una riga sulla quale scrivere il nome; nella conta prima dello spoglio ci si è accorti che ce n’era una in più, 116 anziché 115, a un cardinale è rimasto attaccato un secondo foglio bianco dietro a quello sul quale ha votato.

La scelta del nome - Quando Bergoglio capisce di essere stato eletto iniziano subito le procedure per l'investitura. E Papa Francesco da subito appare con quel suo fare informale che lascia stupiti anche gli stessi cardinali. Francesco infatti ribalta il cerimoniale. Rivolto ai cardinali, l’eletto deve rispondere alle due domande fondamentali poste in latino dal decano del Conclave che gli chiede se accetta l’elezione, anzitutto: Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem ? E qui Bergoglio risponde in latino, ma va oltre l’accepto di prassi. Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Iesu Christi confidus et in spiritu penitentiae accepto . Il nuovo Papa accetta "in spirito di penitenza" riconoscendosi anzitutto come un peccatore che confida "nella misericordia e infinita pazienza di Nostro Signore Gesù Cristo". Ma non finisce qui.  Quando il cardinale Re gli chiede come vorrà chiamarsi da Papa, Quo nomine vis vocari ?, Bergoglio sillaba: Vocabor Franciscus . Francesco. Mai nessun pontefice aveva scelto il nome del santo di Assisi.

Resta in piedi - Subito dopo la scelta del nome arriva il momento di varcare la porticina a sinistra della parete di fondo, da lì un corridoio conduce alla "stanza delle lacrime", un piccolo ambiente austero dalle volte a crociera nel quale, accanto a una statua della Madonna con Bambino, sono state preparate tre vesti bianche di misure differenti e sette paia di calzature morbide. Il pontefice indossa la talare bianca e lo zucchetto ma declina la mozzetta bordata di pelliccia e la croce pettorale d’oro. Francesco si tiene quella di ferro che ha sempre portato da vescovo come le sue vecchie scarpe ortopediche nere. Di ritorno nella Sistina, Francesco dovrebbe sedersi sul trono di fronte all’altare per ricevere l’omaggio dei cardinali e invece è il Papa ad attraversare la Cappella per salutare ed abbracciare il cardinale indiano Ivan Dias, malato e in sedia a rotelle. Quindi torna indietro e non si siede né sale sulla pedana, ma resta semplicemente in piedi ad accogliere uno per uno i porporati. Insomma la rivoluzione di Francesco dentro la Chiesa è cominciata un minuto dopo la sua elezione.

Svalutazione

La Stampa

yoani sanchez


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Per una cellula è difficile mantenersi sana in un organismo malato. In una società inefficiente, una bolla di funzionalità finirebbe per esplodere. Allo stesso modo, non si possono potenziare certi valori etici - selezionati e filtrati - in piena debacle di integrità morale. Riscattare codici di comportamento sociale, implica accettare anche quelli non in sintonia con l’ideologia imperante. 

Adesso i media ufficiali ci invitano a recuperare i valori perduti. Secondo la versione dei commentatori televisivi, i principali responsabili del deterioramento morale sarebbero la famiglia e la scuola… mentre il governo resterebbe immune da colpe. Parlano di cattiva educazione, scortesia, mancanza di solidarietà e aumento di cattive abitudini come furto, menzogna e indolenza. In un paese dove per mezzo secolo il sistema educativo, la stampa, i mezzi di produzione e distribuzione culturale, sono stati monopolio di un partito unico, vale la pena chiedersi: che cosa ha prodotto tale impoverimento? 

Ricordo che quando ero bambina nessuno osava rivolgersi a un interlocutore con l’appellativo “signore”, perché era considerato un retaggio borghese. Siccome il termine “compagno” era associato a una posizione ideologica, molti cubani cominciarono a chiamarsi con nuove forme: “cugino”, “giovanotto”, “ascolta tu”, “sigaro”… un elenco interminabile di epiteti che derivavano da formule volgari. Adesso in TV si lamentano che ci rivolgiamo al prossimo in maniera scurrile, ma… chi ha provocato tale deterioramento? 

Il sistema cubano scommise sull’ingegneria sociale e giocò con l’alchimia individuale e collettiva. L’esempio più eclatante di quel fallimentare laboratorio fu il cosiddetto “uomo nuovo”. Un Homus Cubanis che sarebbe cresciuto senza problemi tra sacrificio, obbedienza e fedeltà. L’uniformità era incompatibile con le caratteristiche etiche di ogni famiglia. Quindi per ottenerla, fecero in modo - quando poterono - di allontanare milioni di cubani dall’ambiente familiare. 

Andavamo al circolo infantile dopo appena 45 giorni dalla nascita, gli accampamenti dei piccoli pionieri ci ricevevano dopo aver imparato le prime lettere, partivamo per le scuole di campagna appena finita l’infanzia e passavamo la nostra adolescenza in un liceo costruito in mezzo al niente. Lo Stato credeva di poter sostituire il ruolo educativo dei nostri genitori e pensava di poter cambiare i valori familiari con un nuovo codice morale comunista. Ma la creatura costruita risultò lontana dal progetto. Non riuscimmo a trasformarci neppure in un “uomo buono”. 

Si accanirono anche contro la religione, senza considerare che nelle diverse credenze vengono trasmessi alcuni valori etici e morali che hanno formato la civilizzazione umana e i nostri costumi nazionali. Ci fecero denigrare i diversi, insultare con frasi oscene i presidenti degli altri paesi, irridere figure storiche del passato, mostrare la lingua e fare pernacchie quando passavamo davanti a un’ambasciata straniera. Ci inculcarono la “promiscuità rivoluzionaria” che loro stessi avevano praticato sulla Sierra Maestra e ci incitarono a sbeffeggiare chi parlava bene, aveva una vasta cultura e si esprimeva in maniera raffinata. Quest’ultimo insegnamento fu così intenso che molti cubani fingevano di parlare volgarmente, omettevano di pronunciare alcune sillabe e nascondevano le loro letture, perché nessuno si rendesse conto che erano “dei soggetti strani”, potenzialmente dei “controrivoluzionari”. 

Abbiamo sentito un uomo gridare da un palco per cinquant’anni. Le sue diatribe, il suo odio, la sua incapacità di ascoltare con calma un argomento contrario, sono state le pose esemplari che abbiamo imparato a scuola. Lui è stato l’esempio di chi si esprime gridando, sempre esasperato, il dito indice autoritario puntato verso gli altri. Lui - che credeva di sapere tutto mentre in realtà sapeva poche cose - ci ha trasmesso la superbia, l’abitudine di non chiedere mai scusa e la menzogna, tipico inganno dei furfanti e dei truffatori, che gli riusciva così bene. 

Adesso, che il quadro etico della nazione sembra uno specchio in frantumi caduto al suolo, chiedono alla famiglia di ripararlo. Ci invitano a costruire valori nelle nostre case e a trasmettere ordine e disciplina ai nostri figli. Ma come possiamo farlo? Noi stessi siamo stati plasmati nella mancanza di rispetto di certi codici. Non siamo in grado di cambiare le cose, perché non c’è mai stato un processo di autocritica da parte del potere, chi ha giocato all’ingegneria sociale con le nostre vite non ha mai riconosciuto gli errori commessi. 

I codici etici non si ricostruiscono tanto facilmente. Una moralità svalutata dal comportamento pubblico, non può essere ricomposta dalla sera alla mattina. E adesso come metteremo a posto tutto questo disastro? 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il lavoratore ‘perde le staffe’ per un provvedimento ingiusto: la reazione è comprensibile

La Stampa

Il lavoratore subisce un provvedimento ingiusto e, per questo, ha una reazione «forse scomposta, ma comprensibile»: il licenziamento è illegittimo. È quanto emerge dalla sentenza 27053/13 della Cassazione.


lavor-kz3B-È l’Agenzia delle Entrate, in veste di datore di lavoro, a proporre ricorso per cassazione avverso la decisione dei giudici di merito di ritenere illegittimo il licenziamento di un proprio dipendente che aveva completamente ‘perso le staffe’ per un provvedimento ritenuto ingiusto. Insussistenti gli estremi dell’insubordinazione. La Cassazione rileva che il datore di lavoro, in una missiva, ammetteva che pur essendo «in presenza di elementi atti a giustificare l’irrogazione di gravi, incisivi provvedimenti sul piano sanzionatorio, l’Amministrazione riteneva in quel momento di dare soluzione alla vicenda …». E poi, anche le testimonianze avevano ‘fatto acqua’ da tutte le parti in sede di appello, così i giudici hanno concluso «con motivazione logica e coerente», ritenendo insussistenti gli «estremi dell’insubordinazione».

«Una reazione forse scomposta, ma comprensibile». Alcuna prova, insomma, vi è sull’effettiva pronuncia di parole offensive o aggressive né di un generale atteggiamento intimidatorio. Da parte del dipendente, in realtà, c’è stata «una reazione forse scomposta, ma comprensibile», per cui «con un giudizio espresso tenendo conto della natura e della qualità del rapporto, del vincolo di fiducia a questo connesso, dell’entità della violazione commessa e dell’intensità dell’elemento soggettivo», il licenziamento non era giustificato «dall’assunta lesione del vincolo fiduciario».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

In Giappone trasmissioni tv 8k dal 2016

Corriere della sera


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La notizia era attesa da tempo. Ora è arrivata l’ufficialità. La tv statale giapponese Nhk ha deciso di lanciare le prime trasmissioni nel nuovo standard Super-Hi-Vision sul digitale terrestre a partire dal 2016. Il Super-Hi-Vision o 8K è uno standard che prevede una risoluzione di 7680 × 4320 pixel, pari a 4 volte l’Ultra Hd (che è già 4 volte più definito dell’attuale Hd). Si pensa di utilizzare per la trasmissione il codec di compressione H.265 con un flusso di 85 megabit al secondo.

INTERROGATIVI – L’adozione del nuovo standard in tempi così rapidi (originariamente si pensava che il Super-Hi-vision avrebbe fatto il suo debutto nel 2020 con l’Olimpiade di Tokyo) implica ovviamente alcune conseguenze. Il principale è la commercializzazione in tempi brevi, almeno in Giappone, di apparecchi televisivi e/o videoproiettori che supportino il nuovo standard. Al di là dei costi per l’utente finale c’è immediatamente da riflettere sulle dimensioni standard dei nuovi schermi. Se l’Ultra Hd ha visto spostare le dimensioni medie degli schermi da un minimo di 55 a circa 110 pollici, il Super Hi Vision dovrebbe portare ad avere televisori tra i 110 e i 220 pollici di diagonale. Senza contare le difficoltà per implementare un flusso audio adeguato dato che lo standard di trasmissione prevede fino ad un massimo di 22.2 canali discreti.

Numeri improponibili per la maggior parte degli appartamenti. Interrogativi sorgono anche sul cosiddetto 4k. L’Ultra Hd rimarrà solo una tecnologia di transizione? Le reti internet quando saranno in grado di veicolare in streaming una tale quantità d’informazione all’utente finale? Le produzioni cinematografiche e tv e i broadcaster in quanto tempo si adegueranno, se si adegueranno? E soprattutto i consumatori paaseranno mai allo standard 4k sapendo che tra due anni rischia di essere già superato? Resta il dubbio che l’accelerazione tecnologica possa diventare un ostacolo allo sviluppo industriale del settore.

Kiev ci insegna a cosa servono gli F-35

Mario Cervi - Dom, 09/03/2014 - 16:10

Un certo pacifismo ideologico e dilettantesco vorrebbe suppergiù che l'Italia non avesse forze armate e dunque non dovesse mantenerle a scapito di iniziative ben più benefiche

Forse questo è il momento giusto per tornare su una polemica che ha infuriato nei mesi scorsi. La polemica riguardava e riguarda le spese militari italiane, in particolare l'acquisto di aerei F-35, ciascuno dei quali costa 150 milioni di euro.


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Ci si scagliava, con argomenti suggestivi e ragionevoli, contro il denaro profuso per i caccia e per una portaelicotteri mentre gli edifici scolastici vanno in rovina e c'è gente che per disperazione si toglie la vita.

Veniva calcolato il numero di asili nido e di ospedali che con quel fiume di soldi potevano essere realizzati. La struttura militare era vista come un parassita che l'Italia si porta dietro. Le risposte a queste accuse erano imbarazzate ed esitanti. Si obiettava che una parte ingente delle spese militari va in stipendi, che le missioni internazionali divorano grosse somme, che i nuovi mezzi - in particolare gli F-35 - hanno per l'Italia ricadute industriali importanti. Ci si appellava ai valori patriottici, e al sangue che per onorarli è stato versato. Si aggiungeva che i fondi italiani per la difesa sono in linea con quelli stanziati dagli alleati europei, e molto inferiori - percentualmente - a quelli statunitensi o russi.

Ma la replica (perché non scuole e ospedali anziché ordigni di guerra?) suonava perentoria. Io non mi inoltro nel dibattito riguardante l'idoneità delle scelte tecniche fatte ai massimi livelli, dopo studi che si presume siano stati accurati e dopo una serie di pareri favorevoli. È possibile che siano stati commessi errori. Purtroppo succede. Ma un certo pacifismo ideologico e dilettantesco vorrebbe suppergiù che l'Italia, come la Costarica - la citazione non è aggiornata, ma suppongo che le cose stiano ancora così -, non avesse forze armate e dunque non dovesse mantenerle a scapito di iniziative ben più benefiche. Unici armati, i poliziotti.

Non c'è minaccia di guerra - questa la tesi - e dunque l'Italia non ha alcuna necessità di prepararsi ad affrontare emergenze e attacchi. E quand'anche un attacco fosse venuto avremmo potuto contare sulla Nato e sulla potenza Usa. A loro, Nato e Usa, spetta adesso il compito d'impedire o, almeno, di contenere la intimidatrice pressione russa su territori che furono dell'Urss. A loro - e all'Unione europea - guardavano in attesa di solidarietà e di aiuto i dimostranti di piazza Indipendenza: cui è riuscita l'immane impresa di cacciare Yanukovich. L'Italia appartiene a un'alleanza e deve contribuire agli oneri finanziari che ne derivano. Forse spreca - a pensar male il più delle volte s'indovina - ma non spende e spande più di quanto fanno gli altri membri. Pure loro alle prese con le carenze della pubblica assistenza. È comodo, chi ne dubita, pensare agli asili nido e agli ospedali mentre altri s'incarica di tutelarci (e ci ha tutelati per decenni quando il rischio d'un conflitto mondiale era altissimo). Comodo, ma non molto dignitoso.

Vivere (nascosti) da gay in Uganda

Corriere della sera

di Michele Farina @mfarina9

Viaggio nel Paese che ha appena approvato una dura legge omofoba. I giovani omosessuali si raccontano: «Passano i nostri nomi ai giornali E cominciano a seguirci»


KAMPALA - «I gorilla di montagna sono più protetti di noi gay in Uganda». Mosha fa una risata forzata al telefono. Preferisce non muoversi: «Di questi tempi meglio non uscire». Edgar e Derrick invece arrivano sulla strada sterrata in boda-boda, i mototaxi ronzanti ed economici che avvolgono questa città alveare dove Google sta seminando i cavi della fibra ottica. Si conoscono. Sono gay. «Gli amici etero hanno preso le distanze: hanno paura. E anche noi non ci fidiamo: e se ci denunciano?». Una retrograda modernità: Edgar e Derrick studiano economia e informatica all’università, si scambiano messaggi su WhatsApp, però qui se li arrestano rischiano l’ergastolo.
Spedizioni punitive, tentati suicidi, sfratti forzati
Nomi finti, storie vere, maschere al volto per farsi fotografare. Come dieci anni fa, alla prima conferenza degli attivisti gay a Kampala, quando c’era chi aveva paura di uscire allo scoperto. Cos’è cambiato? «Che adesso ci guardiamo le spalle più di prima - dice Edgar -. A un mio amico è successo pochi giorni fa: hanno passato il suo nome ai giornali, i paparazzi l’hanno seguito, è uscita la foto a tutta pagina». Ecce gay. «È dovuto andar via di casa, è stato picchiato da una banda per la strada. Ce lo dicevano da un po’: “Se passa la legge, vedrete come finisce”». Il 20 febbraio è passata. Hassan Shire, direttore dell’organizzazione per i diritti umani «Defend Defenders», dal suo ufficio al primo piano della Human Rights House denuncia il rischio di «soffocamento delle libertà civili in Uganda»: si registrano almeno cinque casi di spedizioni punitive contro i gay, tentati suicidi, sfratti forzati. «Siamo underground» dicono Edgar e Derrick. Un milione di clandestini, secondo alcune stime. Divisi, nascosti nelle case. Non c’è qualche locale? «Ci sarebbe il Gloria, ma chi si fida adesso?». Una casa, due ragazzi mascherati.

«A un mio amico è successo pochi giorni fa: hanno passato il suo nome ai giornali, è uscita la foto a tutta pagina: è dovuto andar via di casa, è stato picchiato da una banda per la strada»
E una ragazza, Diane, che ci mette la faccia e il cognome. Diane Sydney Bakurraira è un’attivista di «Smug», uno dei gruppi che si battono per i diritti degli omosessuali. È abituata a essere discriminata: a scuola l’hanno espulsa quando hanno scoperto le sue lettere d’amore a una ragazza. Alla FedEx l’hanno licenziata e il capo le ha spiegato: «Sorry, questione politica, se non lo faccio, cacciano me». Ma ora il gioco è più duro. Dopo che il presidente Museveni ha firmato la legge che prescrive per gli omosessuali il carcere a vita e invita gli ugandesi a denunciarli alle autorità, Diane e la sua compagna hanno deciso di smettere di vivere insieme: «L’altro giorno sono tornata a casa e ho trovato i vicini minacciosi davanti al mio cancello. Mi guardavano e pregavano Dio di allontanare i diavoli gay». È vero, dice Derrick, «qui non ci frustano come nel Nord della Nigeria. Dovremmo festeggiare?».

Viaggio nell’Africa dei diritti negati: vivere da gay in Uganda Viaggio nell’Africa dei diritti negati: vivere da gay in Uganda
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Viaggio nell’Africa dei diritti negati: vivere da gay in Uganda
Come il nazismo o l’apartheid
Sono 78 nel mondo, secondo l’ultima conta Onu, i Paesi dove l’omosessualità è illegale. L’Africa è ben rappresentata. Il gigante Nigeria di recente ha passato una legge ad hoc. Perché l’Uganda è diventato un caso internazionale? Contro Museveni tuona il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon, da Washington l’amministrazione Obama paragona la legge anti-gay a quelle dei nazisti e dell’apartheid in Sudafrica, minacciando di rivedere i rapporti con uno dei suoi migliori alleati africani. La Banca Mondiale blocca aiuti (per 60 milioni), i Paesi del Nord Europa fanno altrettanto e la Ue chiede il ritiro della norma contestata. Anfibi e cappello, dall’alto dei suoi 27 anni passati al potere, l’ex guerrigliero Museveni tira dritto verso le elezioni del 2016. «È una questione di politica interna», dice Andrew Mwenda, giovane direttore dell’Independent. Nel partito c’erano un paio di rivali che volevano scalzare il grande capo sfruttando il tema sempre popolare della lotta all’omosessualità. E del colonialismo. Lui li ha intortati un’altra volta, sfidando gli Obama della Terra.
Vittime della geopolitica e degli intrighi di palazzo
Una guerra di potere sulla pelle di un milione di «clandestini» come il ventenne Meddy, che fa il parrucchiere di donne famose. «Adesso lavoro con molta più discrezione, a domicilio, e solo durante il week-end - racconta via sms -. Le mie clienti sapevano che sono gay, ma adesso c’è chi finge di non conoscermi». Meddy vittima della geopolitica oltre che degli intrighi di palazzo. Perché l’Uganda che sfida i potenti difensori dei diritti umani si sente coperto: con le armi russe fa il gendarme della stabilità per conto dello stesso Occidente che lo accusa (missioni in corso dal Sud Sudan alla Somalia), e se anche l’America tagliasse gli aiuti c’è la Cina che li moltiplica. Sperando che a partire dal 2017 il petrolio possa riaccendere la crescita: oro nero al posto del caffè come prima ricchezza nazionale. La dittatura anni 70 di Idi Amin (300 mila morti) è un ricordo. Il signore della guerra Joseph Kony è braccato nella giungla centrafricana. Uganda simbolo dell’Africa che avanza con la fibra ottica, che si vanta di essere il Paese con il più alto tasso di giovani al mondo, anche se le speranze di vita si fermano a 55 anni. Il 70 per cento della popolazione è minorenne.
La blogger Kasha: «Negate i visti agli esponenti del governo»
La propaganda governativa, per giustificare la legge anti-gay e quella anti-pornografia (detta anche anti-minigonne) parla della necessità di proteggere i ragazzi dalla corruzione delle «lobby omosessuali». È la stessa retorica delle confessioni evangeliche americane, che hanno sempre maggiore influenza nel Paese e a palazzo. E la Chiesa cattolica ugandese? Il giorno seguente l’approvazione dell’ergastolo per i gay, anche l’arcivescovo di Kampala Cyprian Lwanga ha firmato con gli altri leader religiosi (cristiani e musulmani) una pagina intera sui giornali (a pagamento) nella quale il «Consiglio interreligioso dell’Uganda (religioni per la pace)» ha celebrato l’entrata in vigore della «legge anti-omosessualità». La cui vera regista sarebbe la First Lady Janet Museveni, dice Kasha Nabasegera, la più famosa paladina dei diritti omosessuali in Uganda. Seduta in un bar deserto nel quartiere di Kampala dove è nata, davanti a una birra e una scodella di brodo e pollo bollito, Kasha invita l’Europa a passare dalle parole ai fatti: «Cominciate a negare i visti agli esponenti del governo. Per il loro bene: se l’Occidente dove i gay non sono perseguitati è così immorale, perché andarci?».

10 marzo 2014 | 09:28

E’ morto Wiliam Clay Ford l’ultimo nipote di Henry

Corriere della sera

di Daniele Sparisci

Per 57 anni ha lavorato nel gruppo «cambiando il design delle vetture»


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È morto a 88 anni a Detroit Wiliam Clay Ford, l’ultimo nipote del fondatore Henry e figlio di Edsel. Per 57 anni ha lavorato all’interno del gruppo ricoprendo quasi tutti posti chiave. Ha lasciato le cariche esecutive nel 2005 per assumere quella di direttore emerito. Con una nota il costruttore ricorda « il profondo impatto e il notevole contributo al cambiamento del design delle auto». Oltre agli affari di famiglia, Wiliam Clay Ford ha acquistato la squadra di football americano dei Detroit Lions.
 
Il nonno gli aveva insegnato a guidare
Dal nonno Henry aveva imparato a guidare a dieci anni, un’esperienza che racconta in un’assemblea degli azionisti nel 2003 fra le risate. Perché i due vengono fermati a 100 all’ora in una strada di campagna da una pattuglia della polizia vicino a Dearborn, quartier generale della Ford. E scatta la multa. Quando torna a casa - raccontava- la madre lo aspetta per metterlo in punizione, le ire si abbattono anche sul nonno. Dopo aver progettato auto di successo come la Continental Mark II nel 1952, «Billy» inizia una rapida carriera che culmina con la nomina a vice-presidente con delega sul design nel 1973. Poi entra nel consiglio d’amministrazione, diventa direttore e sposa Martha Firestone, rampolla della dinastia di pneumatici.«Mio padre è stato un grande leader che ha dedicato la vita all’azienda e alla comunità» ricorda oggi il figlio Wiliam Clay Junior presidente esecutivo di Ford. «È stato anche un gradissimo padre, un nonno e un marito sempre attento. Continuerà ad assisterci da lassù».

9 marzo 2014 | 19:16

Giuseppe e Maria: sono questi i nomi più utilizzati dagli italiani

Luisa De Montis - Ven, 07/03/2014 - 13:39

Pochi i nomi fantasiosi o stranieri, molte le differenza tra meridione e settentrione

Un italiano su cinque si chiama Giuseppe e Maria resta il nome più diffuso tra le donne.


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A dirlo una ricerca, realizzata dall'osservatorio socio-economico di PagineSi!, che ha analizzato i 24 milioni di utenti presente negli elenchi telefonici. In Italia, insomma, resistono i nomi della tradizione e quelli stranieri non sono poi diffusissimi. Basta guardare agli altri nomi maschili più utilizzati: Antonio (14%), Giovanni (12,5%) e poi Francesco (9,8%). Per quanto riguarda le donne, il nome più utilizzato è Maria, scelto nel 9,6% dei casi.

Molte le differenze se si considerano le diverse aree geografiche del Paese. Se la parte settentrionale dell'Italia è piena di persone che si chiamano Giuseppe, soprattutto in Piemonte (13,5%), Lombardia (12,5%) e Veneto (9,2%), le cose cambiano nelle regioni centrali. In Abruzzo il nome più diffuso è Antonio (10,5%), in Toscana invece Mario (7,8%). Il primato nel meridione spetta ad Antonio (16%), ma è molto diffuso anche Salvatore (13%). Nelle isole trionfano Giuseppe (15,3%) e Salvatore (11,6%), in Sardegna Antonio (12,5%) e Giovanni (10%).

Soltanto lo 0,8% del campione preso in esame è composto da nomi stranieri. I più utilizzati? Michael, Jennifer, David, Sharon, Carlos, Chantal e Adam.