domenica 9 marzo 2014

Mario Giordano: il Pd censura l'imitazione della Boschi

Libero


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Guai a chi tocca la Principessa sul Pisello. Prima la rivolta orchestrata sulla rete, poi quella delle donne del Pd, poi la prima pagina dell’Unità, adesso pure un’interrogazione di un parlamentare al presidente della Rai: per l’imitazione di Maria Elena Boschi a Ballarò si sta scatenando un putiferio manco Floris avesse bestemmiato in San Pietro alla presenza del Papa. In effetti ha fatto qualcosa che, per il nuovo politicamente corretto dell’Era Renziana, è persino peggio: ha permesso l’ironia sulla Principessa Leoparda, la donna del Pisello, quella che non dorme la notte se, sotto i venti materassi su cui s’è appoggiata finora la sua comoda vita, spunta un lieve sberleffo d’autore. Lei prova pure a stemperare: «Mi ha fatto ridere», ha twittato ieri sera per cercare di arginare l’onda della protesta. Ma è tutto inutile. I legionari della femminilità offesa non li ferma più nessuno.

Da martedì sera, in effetti, è un rincorrersi continuo di voci indignate che censurano l’esibizione di Virginia Raffaele, la comica che ha aperto il talk show di Raitre al posto del solito Crozza. Per chi non l’avesse ancora vista, riassumiamo: la finta Boschi dice frasi assolutamente vuote e quando l’intervistatore prova a chiederle concretezza si sdilinquisce in un siparietto fatto di musica soft e occhi dolci. Tutto qui. Ma abbastanza per suscitare reazioni furibonde. Una «risata maschilista», ha scritto Maria Novella Oppo in prima pagina sull’Unità, «sessismo allo stato puro», si sono scatenati i commentatori sul web, e il deputato Michele Anzaldi, già portavoce di Rutelli, ieri ha preso carta e penna e si è rivolto al presidente della Rai Tarantola per lamentarsi che alla vigilia dell’8 marzo lo spezzone incriminato sia ancora disponibile sul web .

Già, che strano: com’è che nessuno ha ancora pensato di incenerirlo? «Mi chiedo se ritiene opportuno che il ministro sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante», scrive il parlamentare rivolgendosi al vertice di viale Mazzini. A questo punto ci manca l’intervento di Telefono Rosa, una marcia Se Non Ora Quando, la Terza Internazionale Femminile e l’appello all’Onu in nome del rispetto dei diritti boschiani e poi il quadro sarebbe completo. Vi pare? Da quello stesso pulpito di Ballarò, come sapete, ogni settimana Crozza toglie la pelle a chiunque, a qualsiasi politico di ogni estrazione e colore, senza che mai si levi una protesta così vibrata. Per altro la medesima Virginia Raffaele ha già imitato nella sua carriera altre 17 donne: da Francesca Pascale a Federica Pellegrini, da Renata Polverini a Belen Rodriguez, da Nicole Minetti a Michela Biancofiore, tutte interpretate con lo stesso taglio ironico.

Eppure per nessuna è mai scattato il fuoco di sbarramento che si è visto per la Boschi. Di più: qualcuno ha mai scritto al presidente della Rai quando Paola Cortellesi imitava la Gelmini? O quando Gabriella Germani imitava la Carfagna? Eppure anche in quelle occasioni non mancavano allusioni sessiste, battute pesanti, ammiccamenti esagerati. Quelli, evidentemente, andavano bene. Questi no. Su De Rica non si può, diceva il vecchio carosello con il gatto Silvestro. Sulla Boschi neppure. Titti è salvo, Maria Elena pure. Diciamocelo: è la nuova intoccabile. Evidentemente in ogni governo ci dev’essere un ministro protetto dallo scudo del politicamente corretto. Prima c’era la Kyenge, ora c’è la Leoparda. Il ministro di colore non ha combinato un beato nulla in dieci mesi, ha solo presentato (e scritto) libri, partecipato a convegni, buttato via parole. Però non si poteva dire, altrimenti si diventava subito razzisti.

Con la Boschi, invece, si diventa subito sessisti. Lei va al giuramento vestito di blu elettrico? Non lo puoi notare, perché sei un sessista. Si presenta alla segreteria del Pd con un collo di pelliccia? Non lo puoi scrivere, se no sei un sessista. Dice scemate? Non lo puoi dire, se no sei un sessista. Ne ha fatto le spese persino uno dei più bravi (e ammirati) inviati d’Italia, Enrico Lucci, una delle Iene che ha rotto le scatole a mezzo mondo, ministri, capi di Stato, alti prelati, sempre e solo con i complimenti di tutti. Poi l’altro giorno ha osato avvicinare con un filo di sarcasmo la Boschi e zac, anche per lui è scattata la terribile accusa: Lucci sessista. La Principessa sul Pisello non si tocca. Ma possiamo provare a dire la verità? O rischiamo anche noi di incorrere nel delitto di lesa Leoparda? La Boschi da un pezzo va ai talk show in Tv: ricordate qualche sua frase memorabile? Qualche sua intuizione geniale? Qualche sua idea travolgente?

Qualche volta siete saltati sulla sedia di fronte alla sua intelligenza superiore? Vi è capitato di dire: accidenti, questo ragionamento è formidabile? Accidenti, questa proposta è davvero innovativa? E l’avete sentita parlare in aula? Avete ammirato il suo eloquio, la sua arguzia, la sua prosa elegante? La sua capacità oratoria? La forza delle sue convinzioni? Dai, siamo seri: l’altro giorno il suo intervento sulle dimissioni dei sottosegretari è stato penoso. Pe-no-so. Per il resto, non pervenuta. E allora, se è permesso, vorremmo dare sommessamente un suggerimento al ministro prima che si mobilitino in suo soccorso i caschi rosa dell’Onu e le vestali del boschismo. Per evitare di essere trattata da «scaltra ammaliatrice», si difenda nell’unico modo possibile: dimostri subito che sa fare qualcos’altro.

di Mario Giordano

Ecco il Li-Fi, il Wi-fi che usa la luce

Corriere della sera

Uno nuovo studio permette in teoria di creare dispositivi 50 volte più veloci di quelli esistenti e concorrenziali con la tecnologia che usa le onde radio


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In molti hanno avuto modo di utilizzare il wi-fi, la tecnologia di trasmissione di dati attraverso le onde radio che sta crescendo enormemente nelle case e negli uffici, attraverso la diffusione di internet. In pochi sanno però che c’è chi sta pensando allo sviluppo di una tecnologia alternativa che possa subentrare una volta che in un prossimo futuro lo spettro delle comunicazioni radio diventi completamente saturo. L’alternativa si chiama Li-fi, una sigla che indica il wi-fi ottico, in cui le informazioni vengono trasmesse attraverso la luce. Fatta conoscere al grande pubblico da Harald Haas docente di comunicazioni mobili all’Università di Edinburgo durante il Technology Entertainment Design del 2011 che si teneva nella città scozzese, questa tecnologia funziona un po’ come il vecchio codice Morse. Con gli zero e gli uno che sono alla base del contenuto informativo che vengono trasmessi da speciali led mediante impulsi di luce.
VANTAGGI
Il Li-fi è considerato particolarmente appetibile dall’industria perché, almeno sulla carta, risolve molti problemi delle normali trasmissioni radio come la disponibilità di frequenze libere (lo spettro luce è circa 10 mila volte più grande di quello radio) oltre ai problemi d’interferenza che ne limitano l’uso in luoghi quali aerei e ospedali. Si risolverebbero anche problemi correlati alle infrastrutture radio, come la scarsa efficienza energetica delle stazioni base, il cui raffreddamento comporta grandi costi in termini di consumo energetico. L’utilizzo di una comunicazione Li-Fi implica anche una sicurezza maggiore dal momento che il segnale luminoso può essere facilmente indirizzato con precisione.
LIMITE
Ma finora, anche a livello sperimentale, il Li-fi si è imbattuto in un limite significativo. Al momento infatti, la velocità massima raggiunta è di 3,5 gigabit al secondo su una distanza di 5 centimetri contro i circa 100 di una trasmissione Wi-Fi, su una distanza analoga. Si pensa che ragionevolmente si potrebbe raggiungere una velocità trasmissiva potenziale di 100 megabit al secondo entro un raggio di 20 metri. Che potrebbero sembrare sufficienti per un uso comune, ma che non lo sono per rendere concorrenziale questa tecnologia alternativa. Un recente studio pubblicato su Nature Nanotechnology, finanziato in parte dalla Marina militare statunitense (le onde radio hanno difficoltà di diffusione all’interno dei sottomarini ad esempio), consente di sperare in un significativo passo in avanti sulla velocità di trasmissione dati del Li-fi. I quattro ricercatori , Dylan Lu, Jimmy J. Kan, Eric E. Fullerton e Zhaowei Liu hanno dimostrato come modificando i led utilizzati per la trasmissione con metamateriali (strati di silice e argento di dimensione nanometrica) è possibile incrementare la velocità di trasmissione di circa 50 volte. Un risultato che ne avvicinerebbe di molto la convenienza per il passaggio dalla fase sperimentale a quella dei prototipi e infine a quella industriale.

8 marzo 2014 | 14:27

Nel supermercato del futuro si pagherà col «telepass»

Corriere della sera

di Valeria Balboni

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Il primo supermercato italiano è stato aperto a Milano, in viale Regina Giovanna, il 27 novembre 1957 dalla Supermarket Italiani, società che oggi controlla Esselunga. Una vera rivoluzione: gli italiani hanno cominciato a fare la spesa da soli, scegliendo autonomamente dagli scaffali. Un’altra grande novità nel nostro modo di fare la spesa è stata, all’inizio degli anni Ottanta, l’introduzione del codice a barre. Questo contiene tutte le informazioni per identificare un prodotto: semplifica il lavoro alle casse e riduce enormemente l’incidenza degli errori; inoltre rende molto più semplice la logistica, dalla contabilità delle merci alla gestione degli ordini.
Ma quali novità ci attendono nei prossimi decenni?

Dice Sandro Castaldo, docente di Economia e gestione delle imprese in Bocconi: «La tecnologia più interessante, per la quale sono già in corso sperimentazioni, è l’applicazione dell’RFID alla vendita nella grande distribuzione». La sigla RFID sta per Radio Frequency IDentification o Identificazione a radio frequenza. Antonio Rizzi, docente di Logistica e Supply chain management all’Università di Parma, e coordinatore dell’RFID Lab (www.rfidlab.unipr.it), laboratorio dedicato a questa tecnologia, ci spiega come funziona: «L’RFID prevede l’applicazione di un “tag”, una sorta di circuito elettronico con una memoria che identifica l’oggetto; quando è interrogato, invia a un lettore di radiofrequenze le informazioni relative all’oggetto su cui è applicato».

Funziona nello stesso modo del Telepass: quando un veicolo dotato di Telepass si avvicina al casello percorrendo la corsia riservata, un impianto ottico attiva il trasmettitore fissato sul parabrezza, e questo emette un segnale che permette di identificare il veicolo. Rizzi sostiene che «nel settore tessile e nell’abbigliamento l’utilizzo di questa tecnologia è già a buon punto e si può prevedere che nel giro di cinque anni si vedrà ovunque. Oltre a essere utile come anti-taccheggio e anti-contraffazione, permette di ottimizzare la logistica: l’assortimento di magazzino e scaffali è aggiornato in tempo reale, è più facile controllare l’invenduto e gestire i riassortimenti. In un’ora e mezza, con l’RFID, si possono inventariare 15.000 capi di abbigliamento con il 97% di accuratezza».

Per quanto riguarda i generi alimentari nei supermercati, è in corso una sperimentazione per testare l’RFID nella gestione dei prodotti freschi infatti, seguendo i prodotti in tempo reale, si potrebbe ridurre al minimo lo spreco dovuto a prodotti in scadenza «nascosti» nei magazzini o in fondo agli scaffali. Alle casse poi tutto sarebbe più rapido: i prezzi dei beni acquistati potrebbero essere registrati da un lettore posto in uscita, tutti in una volta, senza bisogno di fermarsi. Secondo Rizzi però «sarà possibile pensare a un utilizzo generalizzato, nella grande distribuzione, solo quando il prezzo del tag sarà più basso, attualmente non è conveniente». Il supermercato in cui non ci si ferma alle casse è ancora nel futuro, ma forse non molto lontano.

8 marzo 2014 | 13:16

GipsTech, il navigatore indoor che funziona con i campi geomagnetici

La Stampa

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L’idea è di una startup italiana: può essere usato in aeroporti, fiere, supermercati.



Il navigatore di GipsTech arriva là dove il GPS non può arrivare. Una volta raggiunta la meta desiderata grazie al navigatore, come possiamo orientarci all’interno di grandi spazi, come fiere, aeroporti o supermercati? La startup cofondata da Matteo Faggin , Gaetano d’Aquila e Giuseppe Fedele fornisce la risposta. Si tratta di un sistema simile a quello del GPS, ma in grado di funzionare in ambienti indoor offrendo una precisione al metro, contro quella del Wi-Fi che arriva a 5 metri, attraverso un algoritmo che registra segnali geomagnetici. “Siamo ancora ai primi passi – spiega Matteo Faggin –. Non abbiamo ancora investitori, né un prodotto finito. Quello che abbiamo è una tecnologia rivoluzionaria, sviluppata in notti e fine settimana di lavoro”. Tecnologia che è ha vinto la startup competition dell’ultimo TechCrunch Italy e sul finire dello scorso anno è entrata nell’orbita di Working Capital , programma per startup innovative di Telecom. 

“L’idea è nata come risposta a un problema che Giuseppe e Gaetano si sono trovati a dover affrontare durante un lavoro – racconta Matteo –. Si sono scontrati con la difficoltà di calibrare i sensori geomagnetici all’interno degli edifici, dove il campo geomagnetico è disturbato dalla presenza di molti materiali. La loro abilità è stata quella di passare da un problema a una soluzione estremamente innovativa”. Individuate le anomalie, diverse per ogni edificio, le hanno sapute usare per creare una mappa utile a orientarsi e localizzarsi. “Abbiamo sviluppato un algoritmo usando come hardware componenti degli smartphone – spiega ancora Matteo Faggin –. Si tratta dunque di una tecnologia che tutti abbiamo in tasca. Non ci sono costi di infrastruttura, non servono WiFi o Bluetooth”. La tecnologia di GipsTech rappresenta una soluzione interessante per i rivenditori: catene commerciali, grandi ospedali, cinema multisala, fiere.

“Chi gestisce ampi spazi può offrire un’opportunità in più ai suoi utenti, ad esempio in termini di risparmio del tempo – spiega Faggin –. Inoltre si crea una nuova occasione di business: il retailer offre un servizio che può essere integrato con offerte dedicate, coupon, scontistica”. Un esempio concreto: all’interno di un supermercato, il cliente può scegliere i prodotti che gli servono da casa e raggiungerli poi con estrema facilità, individuandoli sulla mappa; inoltre il gestore può controllare dove si stanno dirigendo i clienti, cosa desiderano comprare e proporre in tempo reale delle offerte, con una forma di marketing geolocalizzato al metro. 

Per poter utilizzare la tecnologia GipsTech, il retailer deve realizzare una mappatura preliminare dell’edificio, “In pratica dovrà camminare su e giù per lo spazio, per registrare i campi magnetici sui cui dovrà lavorare il navigatore”, spiega Faggin; quindi potrà rilasciare l’app ai suoi clienti e la navigazione può avere inizio. “Il prossimo step è quello di trovare partner o angel investor per finanziare la fase di sviluppo del progetto – conclude Matteo Faggin –. L’obiettivo finale è quello di farci notare da qualche Big Player”.

Lo scandalo rifiuti, promossi senza lavorare: il recordman degli scatti di carriera

Il Mattino

di Daniela De Crescenzo


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Pagati per non lavorare, ma promossi sul campo. Sugli attuali 369 dipendenti dell’articolazione casertana del consorzio unico, 190 sono avanzati di grado dopo il 2008, quando già gli organici erano bloccati. Un assurdo. Tanto più che al momento sono solo 169 i dipendenti che hanno un incarico e ci sono sedici mesi di stipendi arretrati da pagare. Il recordman delle promozioni è Anthony Scialdone, cugino dell’ex direttore Antonio Scialdone: attualmente è inquadrato al massimo livello, nella categoria Q 8, nel 2008 aveva un quinto livello A, ha salito tre gradini (dal quinto all’ottavo) conquistando anche la qualifica di quadro.

domenica 9 marzo 2014 - 09:54   Ultimo agg.: 09:58

Un piano segreto per islamizzare le scuole britanniche

Erica Orsini - Dom, 09/03/2014 - 09:33

Scoperta una lettera con istruzioni su come spingere le famiglie a far cacciare i presidi per "impadronirsi degli istituti"

Un piano preciso per far cacciare i presidi delle scuole non religiose e rimpiazzarli con autorità scolastiche più inclini a far osservare i principi islamici.


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La polizia di Birmingham e il dipartimento dell'Istruzione hanno aperto un'inchiesta sull'«Operazione Cavallo di Troia», un caso che vede coinvolte quattro scuole pubbliche della città. Ancora non è chiaro se si tratti di una montatura e il condizionale è d'obbligo nella descrizione di una vicenda che però si basa anche su molti riscontri concreti. Negli ultimi mesi a Birmingham, per motivi tutt'ora inspiegabili, i presidi di alcune scuole hanno dato le dimissioni o sono stati rimossi in seguito ai pessimi rapporti intercorsi tra quest'ultimi e i rappresentanti scolastici degli istituti. Una situazione piuttosto anomala, mai riscontrata in altre città inglesi.

Ora la Bbc ha potuto leggere l'inquietante contenuto di una lettera che sarebbe stata mandata nel 2013 da un gruppo inprecisato di estremisti islamici a ben 12 scuole di Birmingham. Tra queste vi sarebbero anche le quattro scuole in cui i vertici scolastici hanno subito pesanti cambiamenti. Nella lettera, apparentemente scritta da qualcuno di Birmingham ad un «contatto» a Bradford, si afferma che i genitori delle scuole devono venir incoraggiati a rivoltarsi contro i vertici scolastici nel caso si scoprisse che gli alunni vengono «corrotti con l'educazione sessuale, gli insegnamenti sull'esistenza degli omosessuali, le preghiere cristiane e lo svolgimento di attività sportive miste». Tra le altre cose, la lettera sostiene che il gruppo che sta organizzando tutto questo ha già creato notevole insubordinazione a Birmingham e il risultato sta nel fatto che ora «abbiamo le nostre Accademie e stiamo impadronendoci di altre scuole».

Insomma, secondo questa missiva, vi sarebbe un complotto da parte degli estremisti dell'Islam che punta ad impadronirsi delle scuole non religiose della città, fomentando dissapori tra le rappresentanze scolastiche e i vertici fino a che insegnanti e docenti non vengono rimpiazzati da altri simpatizzanti dell'Islam. Un «cavallo di Troia» islamico per l'appunto, che agisce all'interno per raggiungere i propri fini. Il gruppo utilizza tutte le informazioni pubbliche che possono venirgli utili, primi fra tutti i rapporti dell'Ofsted, l'osservatorio ufficiale che fotografa minuziosamente la realtà delle scuole pubbliche del Paese. Vengono così identificate le scuole nelle aree con una forte predominanza islamica che ancora non corrispondono ai criteri richiesti dal gruppo, vengono contattati i genitori ritenuti più adatti a seminare zizzania, quelli più inclini ad aderire all'operazione.

Sono in molti ad affermare che la lettera è falsa, ma il portavoce del Comune di Birmingham ha confermato che il documento esiste e che ha già condotto a diverse inchieste. Sebbene all'inizio il dipartimento dell'Istruzione avesse deciso di non coinvolgere la polizia, poi era stato costretto a tornare sui propri passi. L'Associazione Nazionale dei Presidi aveva infatti espresso forte preoccupazione perché alcuni suoi membri avevano ricevuto altre lettere in cui si avvertiva dell'esistenza di un gruppo estremista che stava pianificando la cacciata di tutti i presidi che non volevano promuovere i valori islamici nelle loro scuole. A questo punto il caso era diventato anche di competenza della polizia e il sindacato insegnanti ha dichiarato ieri di considerare la vicenda estremamente grave. Per sapere se veramente la Gran Bretagna si trova a dover combattere l'ennesima battaglia contro i terroristi della porta accanto bisognerà però attendere i risultati delle inchieste.

Il Colosseo di nuovo invaso dai centurioni: 20-30 euro a foto

Corriere della sera

di Flavia Scicchitano

Sono una quarantina in totale e almeno quindici a spartirsi ogni giorno piazza davanti all’Anfiteatro Flavio: i controlli sono scarsi


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Elmetto, armatura e gladio, il centurione sferra il colpo, il collega simula il ferimento mentre i clic delle macchine fotografiche si sprecano. I gladiatori sono tornati, hanno ripreso possesso di piazza del Colosseo, decretata off limits ormai due anni fa. Era infatti marzo del 2012 quando il Campidoglio dispose il divieto per i figuranti romani di stazionarvi e vendere scatti rievocativi.
Di nuovo su piazza
Dopo qualche mese passato a distanza di sicurezza, i gladiatori hanno riconquistato l’Anfiteatro Flavio. E oggi il perimetro dell’arena è di nuovo abbandonato al degrado: tra camion bar e bancarelle abusive di souvenir, l’esercito dei centurioni continua a presidiare la zona in cerca di turisti e passanti disposti a portare a casa un frammento grottesco dell’antica gloria romana. «Come on! Do you want a picture?». O ancora in spagnolo: «Quieres foto?». L’approccio è lo stesso da anni. Poi si mettono in posa, mascherano il turista alla buona e simulano la scena di guerra.
Il prezzo dello scatto
Ma nulla è gratis, questione di lavoro. Che sia offerta libera o meno bisogna pagare, un euro per foto (il prezzo raddoppia se viene scattata due volte) fino alle cifre esorbitanti di 20 o 30 euro a scatto. E per chi si lamenta fioccano insulti: «Siamo 4 dacci almeno 5 euro - si sente urlare nella piazza - È il nostro lavoro. Dacci 10 euro che li cambio. Ci fai perdere i clienti per chiedere lo sconto».
Divisione del lavoro
Sono una quarantina in totale e almeno quindici a spartirsi ogni giorno piazza del Colosseo, gravitando nei punti strategici lungo l’intero perimetro del monumento. Tre gruppetti occupano postazioni fisse e, a poche manciate di metri l’uno dall’altro, su piedistalli fatti di basamenti di antiche rovine, danno spettacolo invocando la folla. C’è chi si ferma a ridosso dell’arco di Costantino su via di San Gregorio, o chi sceglie la rampa che conduce a via Celio Vibenna, altri arrivano fino all’ombra del Vittoriano. Ma più appetibili ancora sono quei metri di marciapiede all’altezza della metro B Colosseo o della fermata dei bus dei Fori imperiali dove i legionari più furbi si appostano per intercettare i turisti appena arrivati.
La crisi si sente
Gli incassi, però, non sono più quelli di un tempo (fino a 3 mila euro al mese) e, a chiusura del monumento, la stanchezza prende il sopravvento. Gladiatori annoiati, appesantiti e invecchiati cercano ristoro sulle panchine. Sfilano l’armatura, accendono una sigaretta. Mentre un’accozzaglia di elmi, gladi e mantelli invade le antiche rovine. Il Colosseo è così sottratto alla vecchia leggenda e il commercio abusivo di foto ricordo, vietato da Comune di Roma e Soprintendenza, è tollerato dalle forze dell’ordine chiamate a presidiare quotidianamente la piazza.

5 giorni su 7 a 340 euro

Corriere della sera

di Giorgia D.

Dobbiamo imparare, a volte, a dire no. Dire no a quel datore di lavoro furbetto che ti offre due spiccioli per un impiego che meriti e per il quale hai studiato.



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Io ho detto di no ma, finché ci saranno ragazzi che accetteranno qualsivoglia compromesso, la situazione in Italia non cambierà.
Ho 26 anni e sono una giornalista praticante. Vivo nelle Marche ma sto cercando lavoro dove si dice che ancora qualcosina ci sia: Milano.  Ho mandato il curriculum a un’agenzia di comunicazione che, dopo un primo colloquio, ha deciso di assumermi. Bello vero?
Sì, peccato che mi offrivano 500 euro con partita Iva. Chiamo immediatamente il mio commercialista che mi spiega come funziona. Ecco la sintesi. Per gli under 35 la partita Iva è agevolata al 5 per cento quindi significa che ai 500 euro iniziali avrei dovuto togliere 25 euro. Totale stipendio mensile: 475 euro. Ma non finisce qui. A questa somma va sottratto il 27% della Gestione Separata dell’Inps.
Ho studiato Lettere ma due calcoli riesco a farli.  Al mese  il guadagno sarebbe stato di 340 euro. Con questa cifra sarebbe stato impossibile prendere una stanza in affitto e sopravvivere, così ho detto subito di no. Arrivederci, senza grazie.
Un altro ragazzo invece ha accettato l’offerta. Lui è di Milano e ha deciso di svegliarsi cinque giorni su sette per prendere 340 euro. Chi finora ha accettato questi compromessi, si deve ritenere colpevole della crisi economica e della disoccupazione giovanile.

Basta a dire “fa curriculum”, “fa esperienza”. Abbiate il coraggio di dire che vi meritate di più.

La vita breve delle nostre bugie Meno di mezzo secondo per svelarle

Corriere della sera

di Edoardo Boncinelli
 

Così il cervello riesce a riconoscere chi mente in 300 millesimi. Il meccanismo si attiva se l’espressione di chi parla non è coerente con ciò che dice


A volte ci basta un’occhiata, e a qualcuno anche meno. Ci basta un’occhiata per comprendere che qualcuno sta fingendo o sta dicendo un bugia. Direi che ce ne accorgiamo subito o non ce ne accorgiamo proprio. Purtroppo qualcuno appartiene alla categoria di quelli che non si accorgono e si fanno invariabilmente ingannare; sono alcuni autistici o persone che hanno qualche problema alla amigdala, la sede cerebrale della memoria emotiva. Per il resto siamo abbastanza attrezzati contro la simulazione e l’inganno. Ci mettiamo un terzo di secondo, cioè 300 millesimi di secondo, ad accorgerci che qualcuno finge, quando ce ne accorgiamo.
Lo studio
Questa osservazione è stata fatta all’Università di Milano Bicocca, in collaborazione con il Cnr e gli atenei di Parma e San Diego in California. Ad alcuni volontari sono state fatte osservare immagini di persone che mostravano un’espressione consona con lo stato d’animo denunciato e persone che fingevano. Lo stato d’animo veniva ovviamente espresso in parole in una dichiarazione a parte. Il cervello dei volontari era contemporaneamente «osservato» con una risonanza magnetica a bassa risoluzione per cogliere «sul fatto» l’attività di questa o quella regione cerebrale. Nel caso di simulazione la corteccia orbito-frontale del volontario, e precisamente nella sua regione ventromediale, si attiva appunto in 300 millisecondi e «svela» l’inganno.

Un terzo di secondo per capire il linguaggio del corpo Un terzo di secondo per capire il linguaggio del corpo
 
Un terzo di secondo per capire il linguaggio del corpo Un terzo di secondo per capire il linguaggio del corpo
 
Un terzo di secondo per capire il linguaggio del corpo
 
Ci sono da dire due cose. La prima è che il «ritardo» di 300 millisecondi non è affatto un ritardo, perché questo è esattamente l’intervallo di tempo che ogni percezione richiede per giungere alla coscienza. Da ciò ne segue che la presa di coscienza è richiesta per svelare l’inganno e che, se c’è, il riconoscimento è immediato. Non sappiamo che cosa accade in quei 300 millisecondi, ma certo deve trattarsi di un periodo di frenetica consultazione delle diverse parti del cervello da parte della corteccia cerebrale. In questo caso «l’autorità» consultata contiene almeno le regioni dell’amigdala che ci fornisce il ricordo vivente di esperienze precedenti e dell’effetto che ci hanno fatto. In un attimo consultiamo il «notaio» che tiene i registri delle nostre esperienze emotive, praticamente da quando siamo nati, ma ovviamente con la prevalenza delle esperienze più recenti. Sappiamo che in animali di laboratorio l’amigdala si può ingannare: sottoposti a nuovi condizionamenti o, meglio, ricondizionamenti, positivi o negativi, le cellule delle varie parti dell’amigdala si possono ingannare, facendo «imparare» informazioni sbagliate al soggetto dell’esperimento.
I «venditori di tappeti»
Nell’uomo l’esperimento non avrebbe senso, ma l’osservazione in oggetto potrebbe spiegare perché ci facciamo più facilmente ingannare da persone che conosciamo da tempo e delle quali ci fidiamo. «Oh che lieve è ingannar chi s’assecura!» dice il Petrarca. Esistono poi persone che tendiamo a definire «venditori di tappeti», anche se nulla hanno a che fare con tale attività, che hanno un dono naturale nel solleticare la nostra amigdala in modo da farsi più spesso prendere sul serio. E chi ha orecchi per intendere, intenda. In secondo luogo, la corteccia orbito-frontale è una vecchia conoscenza che sovrintende a molte delle nostre decisioni, segnalandoci in particolare se sono completamente soddisfacenti o in parte sospette. Insomma tende a essere il decisore ultimo o, meglio, il mentore del decisore stesso. Moltissime cose le abbiamo decise in maniera appropriata grazie alla sorveglianza di questa parte della corteccia anteriore, ma quante cretinate abbiamo fatto grazie anche al suo avallo! Insomma, gli imbroglioni esisteranno sempre, come esisteranno sempre i «gonzi», ma ora conosciamo un po’ di più i meccanismi sottostanti. D’altra parte come sarebbe la vita senza simulazione?

9 marzo 2014 | 10:58

I Caraibi chiedono i danni per gli anni del colonialismo

La Stampa

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Il precedente: il governo britannico fu costretto a pagare 33 milioni di dollari a 5.228 sopravvissuti delle torture subite durante le rivolte degli anni Cinquanta


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I paesi dei Caraibi vogliono che le potenze europee li compensino per i danni del colonialismo e della schiavitù. La settimana prossima si riuniranno a St. Vincent, insieme con uno studio legale britannico, per valutare le azioni da intraprendere. Se i responsabili non accetteranno di negoziare, si finirà in tribunale. Le magnifiche isole davanti al Golfo del Messico furono colonizzate soprattutto da Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, e poi anche Norvegia, Svezia e Danimarca. Le stime variano, ma secondo il Trans-Atlantic Slave Trade Database nei Caraibi britannici finirono a lavorare 2,3 milioni di schiavi, in quelli francesi 1,1, negli spagnoli 1,3 e in quelli olandesi 445.000. 

L’idea di chiedere le riparazioni è venuta soprattutto a Ralph Gonsalves, primo ministro di St. Vincent e le Grenadine. Il precedente che lo ha ispirato è stato quello dei Mau Mau del Kenya, quando il governo britannico fu costretto a pagare 33 milioni di dollari a 5.228 sopravvissuti delle torture subite durante le rivolte degli anni Cinquanta. Letta la notizia, Gonsalves ha contattato lo studio legale inglese Leigh Day, che aveva rappresentato i Mau Mau in quel caso, per valutare se esisteva una possibilità analoga di fare causa anche a nome dei paesi caraibici. L’avvocato Martyn Day ha risposto in maniera positiva, e così la prossima settimana sarà a St. Vincent per incontrare i rappresentanti dell’organizzazione Caricom, e decidere come procedere.

Sul piano legale la strada è in salita, perché gli esperti fanno notare che all’epoca dei fatti lo schiavismo era lecito nei paesi dove veniva praticato. Le regole internazionali allora non esistevano o non riguardavano questo settore, e la maggior parte delle vittime sono morte da molto tempo, perché la schiavitù nei Caraibi fu abolita quasi ovunque intorno alla metà dell’Ottocento.

Sul piano politico, però, la questione è diversa. Tutti i paesi presi di mira dalla potenziale causa hanno firmato la International Convention on the Elimination of All Racial Discrimination, che li obbliga a fare «tutto quanto in loro potere per sradicare le discriminazioni razziali». Davanti ad un simile impegno formale, la macchia della schiavitù praticata così a lungo nei Caraibi è imbarazzante, e richiede di essere lavata. 

Londra, che sa di essere il primo obiettivo della possibile azione legale, ha già dichiarato di considerare la schiavitù un obbrobrio da combattere in tutti i modi. Però ha aggiunto che la strada da seguire, a questo punto, non sono le riparazioni per il passato, ma l’impegno a contrastarla nel presente. La strategia considerata dall’avvocato Day è quella di preparare un dossier, con le prove dei crimini commessi e le richieste di compensazione, per poi presentarsi davanti agli stati colpevoli per negoziare.

La Caricom Reparations Commission ha già individuato sei settori su cui basare la richiesta, cioé i danni subiti nella sanità pubblica, l’istruzione, le istituzioni culturali, la deprivazione culturale, i traumi psicologici, e l’arretratezza scientifica e tecnologica. Se i paesi responsabili non accetteranno di negoziare le compensazioni, verrà presentata la causa. Una ipotesi di compromesso è che gli europei ammettano la loro responsabilità, chiedano scusa, e poi finanzino la creazione di istituzioni culturali, musei e scuole, per documentare la storia della schiavitù nei Caraibi e migliorare l’istruzione dei giovani.

Convivenza, ecco tutte le regole su eredità, figli, soldi, casa e malattia

Corriere della sera


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Quali sono le tutele giuridiche per le coppie di conviventi? Come possono regolare i loro interessi e beni comuni? In assenza di matrimonio è fondamentale conoscere gli strumenti che possono definire diritti e doveri di ciascun convivente, soprattutto nel caso in cui il rapporto dovesse finire. Per questo il Consiglio Nazionale del Notariato, in collaborazione con 11 tra le principali Associazioni dei Consumatori, ha realizzato una guida dal titolo «La convivenza, regole e tutele della vita insieme». Consigli utili per tutelare gli interessi di chi vuole vivere in coppia senza sposarsi. Pubblichiamo le domande più frequenti raccolte nel documento.

1) Al convivente spetta qualche diritto sui beni del partner in caso di suo decesso?
No. I conviventi che volessero riconoscersi diritti successori devono redigere un testamento (ciascuno deve redigere il proprio).

2) Al convivente spettano diritti sulla casa adibita a residenza comune?
No, salvo che nei seguenti casi, nei quali la Corte Costituzionale ha riconosciuto al convivente: il diritto di subentrare nel contratto di locazione, in caso di morte del conduttore; il diritto di subentrare, in caso abbia in affidamento i figli, nel contratto di locazione in essere qualora cessi la convivenza. Si può ovviare al mancato riconoscimento di diritti sulla casa di proprietà di un convivente, trasferendo all’altro: un diritto di comproprietà sulla casa; un diritto reale di godimento (usufrutto o abitazione) sulla casa.

3) Possono i conviventi riconoscersi reciprocamente gli stessi diritti e assumere gli stessi obblighi che competono ai coniugi?
No. I conviventi possono, attraverso accordi e/o contratti, disciplinare i soli rapporti patrimoniali (anche sulla suddivisione delle spese per il mantenimento dei figli) e alcuni limitati aspetti inerenti i rapporti personali (sono ammessi accordi sull’affidamento dei figli per il caso di cessazione della convivenza). Possono inoltre disciplinare, solo attraverso un testamento, i rapporti successori. Non possono regolamentare gli aspetti relazionali derivanti da un rapporto di convivenza (obbligo di fedeltà, coabitazione).

4) Quali sono i documenti che attestano la convivenza?
Non esistono documenti «ufficiali» che attestino lo status di convivenza: essa può solo essere «dimostrata» (salvo quanto precisato, al punto 5, sui registri costituiti in alcuni Comuni). Ad esempio può essere dimostrata mediante un certificato di stato di famiglia (certificazione peraltro non sempre ritenuta di per sé sufficiente) o con un contratto di convivenza redatto con atto pubblico o con scrittura privata autenticata.

5) L’iscrizione a un registro eventualmente costituito dal Comune attribuisce particolari diritti ai conviventi? No. Il riconoscimento di simili diritti è competenza esclusiva della legislazione statale (che li riconosce attualmente solo alle persone coniugate). L’iscrizione a simili registri può rivelarsi utile per dimostrare lo «status» di convivente, in tutti quei casi nei quali norme di legge ovvero la giurisprudenza riconoscono particolari diritti anche ai conviventi. Se questi ultimi vogliono riconoscersi reciproci diritti di carattere patrimoniale, possono ricorrere solo a singoli contratti di diritto civile (donazione, cessione, comodato, altro) o a un contratto di convivenza.

6) Come possono tutelarsi reciprocamente due conviventi?
Attraverso il contratto di convivenza, grazie al quale è possibile disciplinare: le modalità di partecipazione alle spese comuni (nel caso entrambi percepiscano dei redditi); l’assunzione da parte di un convivente dell’obbligo di mantenimento dell’altro (qualora uno solo dei due percepisca un reddito e l’altro si dedichi al lavoro domestico e alla cura del partner e di eventuali figli, o collabori all’attività imprenditoriale o professionale del primo); i criteri di imputazione dei beni acquistati durante la convivenza (ad esempio stabilendo che essi debbano considerarsi di proprietà comune); le modalità d’uso della casa adibita a residenza comune; le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza.

7) Perché si dovrebbe ricorrere al contratto di convivenza?
I conviventi con contratto si assumono dei veri e propri obblighi giuridici e si riconoscono anche dei reciproci diritti. Pertanto ciascun convivente non è libero di mutare il proprio comportamento, altrimenti l’altra parte potrà rivolgersi al giudice per ottenere quanto le spetta.

8) Che durata hanno i contratti di convivenza?
La durata «naturale» del contratto di convivenza coincide con quella del rapporto. Ciò non toglie che vi siano alcuni accordi destinati a produrre i loro effetti a partire dalla fine della convivenza: si pensi a tutti gli accordi che definiscono i reciproci rapporti patrimoniali in caso di rottura del rapporto.

9) In che modo le parti possono decidere di interrompere un contratto di convivenza? Il contratto di convivenza può essere sciolto per mutuo consenso (e cioè grazie a un nuovo accordo tra le medesime parti) o per le cause ammesse dalla legge. Ciascun partner potrà chiedere, ad esempio, la risoluzione del contratto di convivenza in caso di inadempimento dell’altro partner, purché non di scarsa importanza, o per sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta. Inoltre le parti potranno riservarsi, con apposite clausole inserite nel contratto di convivenza, la facoltà di recesso.

10) Che facoltà ha un convivente in caso di malattia grave del partner?
Ha, in generale, le facoltà che competono a un familiare. Tuttavia si può verificare una oggettiva difficoltà nell’esercitare tali facoltà, dovuta alla mancanza di un sistema di pubblicità della convivenza e conseguentemente di documenti ufficiali che attestino lo status di convivente. Può essere, quindi, opportuno rilasciarsi reciproca delega all’assistenza sanitaria e alla possibilità di conoscere ogni dato o informazione, anche sensibile, riguardante lo stato di salute, le cure e le terapie cui il proprio partner venga sottoposto.

11) Che facoltà ha un convivente in caso di incapacità del partner?
La persona che, per effetto di una infermità o di una menomazione, si trova nell’incapacità di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno nominato dal giudice tutelare. L’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. Benché in mancanza di designazione il giudice, nella nomina dell’amministratore di sostegno per persone non coniugate, debba preferire «la persona stabilmente convivente», appare consigliabile procedere alla designazione reciproca per evitare incertezze.

12) In quale situazione si trovano i figli nati nella convivenza?
Non c’è più alcuna differenza tra i figli nati nella convivenza e i figli nati nel matrimonio: «Tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico».

13) I figli nati nella convivenza possono essere riconosciuti?
Sì, possono essere riconosciuti dalla madre e dal padre, tanto congiuntamente quanto separatamente: nell’atto di nascita; con una apposita dichiarazione, posteriore alla nascita o al concepimento, davanti a un ufficiale dello stato civile; in un atto pubblico o in un testamento. La paternità e la maternità possono anche essere dichiarate giudizialmente.

14) La responsabilità genitoriale sui figli minori spetta a entrambi i genitori conviventi?
Sì, se entrambi hanno effettuato il riconoscimento. Se lo ha effettuato solo un genitore, sarà l’unico cui spetterà la responsabilità genitoriale sul figlio riconosciuto.

15) I conviventi possono stipulare accordi sui loro rapporti con i figli?
Sono possibili accordi per regolamentare i rapporti patrimoniali su mantenimento, istruzione, educazione dei figli, posto che grava su entrambi i genitori l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole (art. 30 Costituzione).

Il Pd cambia idea: niente voto agli immigrati

Libero

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All’Italia sono toccati in sorte due Partiti democratici. Uno è il Pd idealista: cita a memoria John Kennedy e Martin Luther King, fa sogni bellissimi sull’umanità meticcia, produce metafore meravigliose sulle nuove frontiere, i muri da abbattere, i ponti da costruire e gli aquiloni che volano. L’altro è il Pd realista: è composto da personaggi spesso oscuri che si fanno un mazzo così nelle sezioni, conoscono gli elettori per nome e hanno smesso da bambini di illudersi sulla natura degli esseri umani, a partire dalla propria. Il primo riesce a perdere le elezioni nazionali anche quando le vince; il secondo gestisce dal dopoguerra il potere locale nelle roccheforti del Centro e del Nord, lasciando agli altri le briciole. Quando questi due mondi si scontrano è tragedia. L’ultima è quella che si sta consumando adesso tra la via Emilia e Roma, con questa storiaccia del voto agli immigrati.

La posizione del Pd idealista sull’argomento è racchiusa nella «proposta programmatica» presentata un anno fa, dove in cima ai principi della riforma da realizzare appare «il radicamento e coinvolgimento dello straniero nella nostra comunità, anche attraverso il riconoscimento del voto amministrativo e l’acquisto della cittadinanza». Per dare l’esempio a tutti, il Pd che intende creare il paradiso in terra ha aperto agli immigrati le porte delle primarie del centrosinistra. Una decisione presa nel 2009 e difesa con sempre maggiore perplessità. Sino ad oggi.

Perché a questo punto entra in scena il Pd pane e mortadella. Non con uno qualunque, ma tramite un 46enne modenese che si chiama Stefano Bonaccini. Segretario del Pd romagnolo, responsabile Enti locali del Pd nazionale, renziano. Insomma, il più potente degli apparatchik. La sua voce è quella della pancia del partito, che di vedere certe scene ai gazebo non ne può più: «Bisognerà che ripensiamo al ruolo degli stranieri e ammettiamo alle primarie solo quelli che hanno diritto di voto alle elezioni vere». Il regolamento attuale, spiega Bonaccini all’edizione bolognese di Repubblica, «provoca ogni volta contestazioni che rischiano di gettare discredito sul Pd». Gli immigrati al voto, infatti, si sono rivelati sinonimo di brogli.

Sono gli stessi dirigenti del Pd che se lo gridano in faccia. L’ultimo scandalo, quello che fatto rompere gli indugi a Bonaccini, si è consumato proprio a Modena, dove domenica si sono fatte le primarie per la scelta del candidato sindaco. Le ha vinte, per circa 700 voti, l’assessore regionale alle Infrastrutture Gian Carlo Muzzarelli. La seconda arrivata, l’assessore comunale alle Politiche sociali Francesca Maletti, accusa i sostenitori di Muzzarelli di avere «finanziato sistematicamente il voto dei cittadini extracomunitari, munendoli della somma occorrente per votare». Esponenti della comunità filippina locale confermano. Carlo Giovanardi, senatore del Ncd e modenese anch’egli, racconta che «in un solo seggio si è vista la partecipazione di più di mille extracomunitari».

Il comitato dei garanti del Pd, chiamato a decidere sulla validità delle primarie, ha messo subito la polvere sotto il tappeto. Senza fare un’indagine degna di questo nome, ha stabilito che «non è dato riscontrare alcun riferimento a violazioni di norme». Solo che non ci crede nessuno. A iniziare da Bonaccini, partito per Roma intenzionato a farla finita con gli immigrati alle primarie. Anche perché prima di Modena ci sono stati gli albanesi e i burkinabè a Reggio Emilia, i marocchini e i romeni ad Asti, i cinesi a Napoli..
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Ma certi ideali sono duri a morire, anche se i fatti li condannano. A fermare Bonaccini prova l’ex ministro Cécile Kyenge, congolese di nascita e modenese di adozione: «Il Pd è l’unico partito che ha messo in campo uno strumento democratico di partecipazione aperto agli stranieri». Il voto degli immigrati alle primarie, dice, è «nell’anima del Pd». Sono le schermaglie iniziali, presto voleranno i missili e chissà cosa lasceranno del Pd e della sua «anima».

(Al termine di questa storia, un dubbio: ma se quelli del Pd ritengono gli immigrati così facili da corrompere, al punto che un candidato se li può comprare con un pugno di spiccioli, se non li vogliono più manco alle loro primarie, perché intendono farli votare alle amministrative?).

di Fausto Carioti

Ore 18.50: eletto Bergoglio A Benedetto la prima telefonata

Corriere della sera

di Gian Guido Vecchi

Retroscena del conclave del 13 marzo La votazione annullata, poi l’applauso A Castel Gandolfo non sentono lo squillo Il colloquio avviene finalmente alle 20.45


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L’ arcivescovo di Buenos Aires siede in seconda fila sul lato sinistro della Sistina e ha gli occhi fissi davanti a sé, verso i cardinali ai banchi di fronte e più in alto gli affreschi quattrocenteschi con le storie di Cristo, le «Tentazioni» di Botticelli, il Ghirlandaio e la «Vocazione dei primi apostoli», la «Consegna delle chiavi a Pietro» del Perugino, ma è come se il suo sguardo andasse oltre o piuttosto fosse rivolto all’interno, l’aria assorta, «tranquillo e raccolto» lo descrivono, al suo fianco il grande amico francescano Cláudio Hummes gli ha posato un istante la mano sull’avambraccio, un gesto di conforto, quasi ci siamo, non c’è bisogno di dire nulla. «Bergoglio... Bergoglio...Bergoglio...».

Mercoledì, 13 marzo 2013, secondo giorno del conclave. Alcuni confratelli hanno tenuto a mente un’ora che non sarà segnata da nessuna parte, il momento dell’elezione: sono le 18.50 quando il cardinale argentino supera il quorum di 77 voti e gli applausi dei porporati al nuovo Papa sovrastano la voce del cardinale scrutatore (sul Corriere della Sera oggi in edicola quattro pagine di speciale sull’elezione del Papa). La lettura delle schede prosegue, i numeri sono segreti ma i consensi vanno ben oltre la soglia dei due terzi, alla fine Jorge Mario riceverà una novantina di voti su 115 elettori. Solo sedici minuti più tardi, alle 19.06, una fumata beffarda - dapprima una bava nerastra che vira al grigio chiaro e poi la sbuffata bianca, bianchissima - segnalerà al pianeta che la Chiesa cattolica è guidata dal 265° successore di Pietro.

Per sapere chi è, ci vorrà ancora un’ora abbondante: l’annuncio del protodiacono Jean-Louis Tauran alle 20.12, Habemus Papam , e il nuovo pontefice che alle 20.24 si affaccia alla Loggia delle Benedizioni, «fratelli e sorelle, buonasera!». Ma in quell’istante sospeso, alle sette meno dieci, mentre il cardinale Hummes abbraccia e bacia il suo vecchio amico e gli mormora: «Non dimenticarti dei poveri!», piazza San Pietro è una distesa di ombrelli e bandiere e il mondo intero si diverte a fissare un gabbiano che zampetta sotto la pioggia accanto al comignolo della Cappella, l’unico e invidiatissimo essere vivente fuori dalla Sistina che potrebbe arrivare a cogliere qualcosa di ciò che sta accadendo là dentro.
La sesta votazione
Il primo scrutinio martedì pomeriggio e da mercoledì quattro al giorno, fra mattina e pomeriggio. Il ritmo del conclave è serrato ma subisce un piccolo intoppo. Un anno dopo, a sentire alcuni cardinali, si conferma ciò che la giornalista argentina Elisabetta Piqué ha scritto nel libro «Francesco, vita e rivoluzione», l’elezione è avvenuta in realtà alla sesta votazione perché la quinta, dopo il primo scrutinio pomeridiano che già aveva visto Bergoglio sfiorare il quorum, è stata annullata: le schede sono dei semplici fogli di 20 centimetri per 14, in alto è stampato Eligo in Summum Pontificem e sotto c’è una riga sulla quale scrivere il nome; nella conta prima dello spoglio ci si è accorti che ce n’era una in più, 116 anziché 115, a un cardinale è rimasto attaccato un secondo foglio bianco dietro a quello sul quale ha votato.

Così, «per sicurezza» e «fare le cose per bene», si decide di ripetere il voto del quale ormai tutti immaginano l’esito. Ma ci vuole ancora un po’ di tempo. L’urna è posata sul tavolo degli scrutatori, ai piedi del Giudizio Universale. Testor Christum Dominum, qui me iudicaturus est, me eum eligere, quem secundum Deum iudico eligi debere . La frase viene ripetuta ad ogni votazione, centoquindici volte. I cardinali si avvicinano uno per uno, davanti a sé il Gesù di Michelangelo che separa in un gesto i dannati dai salvati: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto».
«Sono un peccatore»
E ora la scelta è compiuta, nella Sistina ancora chiusa al mondo l’ultimo dei tre scrutatori ha finito di legare insieme le schede infilando ago e filo sulla parola eligo di ciascun foglio, i pacchetti delle tre votazioni pomeridiane saranno bruciati in una piccola stufa cilindrica in ghisa che si usa dall’elezione di Pio XII nel 1939 mentre la seconda stufa quadrangolare che debuttò nel 2005 è quella con i fumogeni bianchi o neri che dovrebbero rendere più chiaro il segnale all’esterno. Il Giovanni Battista Re si avvicina a Bergoglio e lo invita ad andare verso la parete del Giudizio. Rivolto ai cardinali, l’eletto dovrà rispondere alle due domande fondamentali poste in latino dal decano del Conclave. Re gli chiede se accetta l’elezione, anzitutto: Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem ? E qui il gesuita argentino comincia a mostrare lo stile che presto il mondo imparerà a conoscere.

Anche lui risponde in latino, ma va oltre l’accepto di prassi. Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Iesu Christi confidus et in spiritu penitentiae accepto . Il nuovo Papa accetta «in spirito di penitenza» riconoscendosi anzitutto come un peccatore che confida «nella misericordia e infinita pazienza di Nostro Signore Gesù Cristo». I frutti della spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, la pazienza e la misericordia. All’inizio c’è già tutto. Del resto l’opera d’arte più amata da Bergoglio è la «Vocazione di Matteo» del Caravaggio, il suo motto episcopale Miserando atque eligendo è tratto da un commento di Beda il Venerabile a un passo dell’evangelista: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: seguimi».
Francesco
E non finisce qui. Quando il cardinale Re gli chiede come vorrà chiamarsi da Papa, Quo nomine vis vocari ?, Bergoglio sillaba tra lo stupore dei cardinali: Vocabor Franciscus . Francesco. Mai nessun pontefice aveva scelto il nome del santo di Assisi. «Non dimenticarti dei poveri», gli aveva detto il francescano Hummes. Quattro giorni più tardi sarà lo stesso Papa, portando l’indice al petto, a raccontare: «Quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri... Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi... Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».

Così è arrivato il momento di varcare la porticina a sinistra della parete di fondo, da lì un corridoio conduce alla cosiddetta «stanza delle lacrime», un piccolo ambiente austero dalle volte a crociera nel quale, accanto a una statua della Madonna con Bambino, sono state preparate tre vesti bianche di misure differenti e sette paia di calzature morbide. Il pontefice indossa la talare bianca e lo zucchetto ma declina la mozzetta bordata di pelliccia e la croce pettorale d’oro che gli porge il cerimoniere Guido Marini, si tiene quella di ferro che ha sempre portato da vescovo come le sue vecchie scarpe ortopediche nere. Di ritorno nella Sistina, Francesco dovrebbe sedersi sul trono di fronte all’altare per ricevere l’omaggio dei cardinali e invece è il Papa ad attraversare la Cappella per salutare ed abbracciare il cardinale indiano Ivan Dias, malato e in sedia a rotelle. Quindi torna indietro e non si siede né sale sulla pedana, ma resta semplicemente in piedi ad accogliere uno per uno i porporati, tra la lettura del Vangelo (Tu es Petrus ) e la preghiera con il canto del Te Deum .
La telefonata
Dalle 20 del 28 febbraio si è compiuta la «rinuncia» e Ratzinger si è ritirato con discrezione a Castel Gandolfo. Tredici giorni più tardi, come svariati milioni di persone nel mondo, Benedetto XVI ha visto in televisione la fumata bianca ed è in attesa di sapere chi gli succederà quando Francesco, uscito dalla Sistina, fa un cenno all’arcivescovo Georg Gänswein, che si trova lì come prefetto della Casa pontificia, e gli chiede di parlare con il predecessore. Intanto Bergoglio ha chiamato accanto a sé Hummes, «resta con me in questo momento», e il suo Vicario per Roma, Agostino Vallini; con loro è andato nella Cappella Paolina e i due cardinali sono rimasti un po’ indietro mentre il Pontefice si raccoglieva in preghiera sotto l’ultimo capolavoro affrescato dal vecchio Michelangelo, la «Crocifissione di Pietro».

Dal Vaticano chiamano Castel Gandolfo ma non risponde nessuno, ormai è tempo che Francesco si mostri al mondo. Monsignor Alfred Xuereb, oggi segretario di Bergoglio, sorride: «Con Benedetto XVI siamo rimasti davanti alla tv e non abbiamo udito! Eravamo a cena quando alle 20.45 si è sentita la telefonata...». Il segretario risponde, gli passano il Papa e lui porge il cordless a Ratzinger. È lo stesso monsignore a ricordare le prime, straordinarie parole rivolte dal Papa emerito al successore, un unicum in duemila anni. Benedetto XVI lo ha visto invitare i fedeli a pregare «tutti insieme» per lui e dice a Francesco: «La ringrazio, Santo Padre, la ringrazio che abbia subito pensato a me, e le prometto da subito la mia obbedienza e la mia preghiera...».
Dalla fine del mondo
«Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui ...». Per il mondo è una sorpresa, quel gesuita argentino che conquista subito i fedeli con parole e gesti ad un tempo semplici e raffinati: un Papa che si presenta anzitutto come vescovo della Chiesa di Roma «che presiede nella carità tutte le Chiese» - la citazione ecumenica è di Sant’Ignazio di Antiochia, un Padre della Chiesa indivisa dell’inizio del II secolo - e prima di benedire la piazza e augurare a tutti «buona notte e buon riposo» domanda, lui, ai fedeli una preghiera silenziosa a Dio, «la preghiera del popolo che chiede la benedizione per il suo vescovo», e china il capo.

Ma nel Conclave le cose avevano cominciato a muoversi da martedì sera. Dopo la prima fumata nera, scontata, alle 19,41, si torna a Santa Marta per la Cena e Bergoglio è l’immagine della serenità, consuma un passato di verdure mentre conversa con il connazionale Leonardo Sandri, alle prese con una brutta influenza, e attinge agli studi superiori di chimica per consigliargli le dosi di antibiotici. Poi va subito a letto. All’esterno, nei media, il suo nome non viene considerato, per quanto autorevolissimo: era già candidato nel 2005 ma ora ha 76 anni, dopo la «rinuncia» di Ratzinger la convinzione generale è che il successore non supererà i 75, l’età della pensione per i vescovi. Ma i cardinali non ragionano così.

E il suo intervento nelle Congregazioni prima del Conclave ha lasciato il segno, a posteriori suona come il programma del pontificato: la Chiesa chiamata a «uscire da se stessa» verso le «periferie geografiche ed esistenziali», il male della «mondanità spirituale», c’è già tutto. Dopo i veleni curiali tra gli elettori si avverte la necessità di cambiare aria, una spinta crescente a guardare «oltre l’Europa» e in particolare all’America Latina. I cardinali considerati favoriti alla vigilia, dall’italiano Angelo Scola a Odilo Pedro Scherer, brasiliano ma etichettato come candidato dei «curiali», si bloccano ben presto. Il quorum dei due terzi, che Ratzinger ha voluto restasse anche all’eventuale ballottaggio dopo undici giorni, esclude resistenze e blocchi contrapposti.

Bergoglio invece ha superato subito la ventina di voti e cresce, al terzo scrutinio supera i cinquanta, mercoledì a pranzo la situazione è ormai chiara. Dopo l’elezione e la benedizione da San Pietro, la berlina targata SCV1 attende il pontefice accanto alla Basilica per portarlo a Santa Marta, ma lui sceglie di salire nel pulmino assieme agli altri cardinali, si cena tutti assieme, poi rientra nella sua stanza, la 207. Poche ore di sonno e già ci sarebbero i sarti pronti a prendere le misure, ma lui congeda tutti: «Prima si va dalla Madonna». L’alba del nuovo pontificato è l’uscita verso Santa Maria Maggiore e, al ritorno, una sosta alla reception della Casa del Clero di via della Scrofa, dove alloggiava in attesa del Conclave e aveva lasciato il biglietto di ritorno per Buenos Aires: prima di rientrare in Vaticano, Francesco paga il contro dell’albergo.

9 marzo 2014 | 08:28

Le 30 pubblicità vintage che non vedremo più (per fortuna)

Corriere della sera


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