mercoledì 5 marzo 2014

Da Casarini alla Sgrena e Ovadia La lista horror dei comunisti italiani che sognano la poltrona Ue (col greco)

Libero

Casarini, Ovadia, Sgrena: con "L'altra Europa" torna in pista l'estrema sinistra


Presentata la "lista Tsipras"

"L'altra Europa con Tsipras": si chiamerà così la lista italiana per le elezioni europee del prossimo 25 maggio collegata al partito greco "Syriza" di Alexis Tsipras. Ma potrebbe anche chiamarsi la "lista sinistra", visti i nomi che ci sono finiti dentro. La presentazione ufficiale è avvenuta questa mattina alla sede dell'Associazione Stampa romana. In tutto i candidati saranno 73, di cui 37 uomini e 36 donne suddivisi nei cinque collegi "Nord est", "Nord ovest", "Centro", "Sud" e "Isole".  Sfumata la candidatura dello scrittore giallista Andrea Camilleri, i nomi più noti finiti in lista sono quelli di Luca Casarini, Giuliana Sgrena, Adriano Prosperi, Piergiovanni Alleva, Moni Ovadia, Curzio Maltese, Sandro Medici, Barbara Spinelli ed Ermanno Rea, Ivano Marescotti, Dijana Pavlovic. Un mix di movimentisti, giornalisti e artisti di sinistra doc. Tutti con il sogno europeo: 12mila euro al mese fanno sempre comodo.

Chávez, falso mito caro ai nostri intellettuali

Corriere della sera

Nel mondo sale l’antichavismo. Italia, silenzio sulla repressione

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Hugo Chávez è scomparso solo un anno fa, dopo 14 anni da protagonista della scena mondiale, ma il suo spettro non si aggira per l’Europa. Né per l’America, a eccezione del carnevale militare messo su in Venezuela da Nicolás Maduro, il successore. Anzi: nel mondo — esclusi vecchi alleati come la Russia di Putin e la Cuba dei Castro — cresce un sentimento antichavista. Persino a Hollywood, dove il caudillo era molto amato, da Oliver Stone e Sean Penn, è cambiato il vento: domenica scorsa Jared Leto ha dedicato l’Oscar (miglior attore non protagonista in Dallas Buyers Club ai venezuelani e agli ucraini scesi in piazza: «Continuate a lottare per i vostri sogni». Un gesto effimero, magari ingenuo, che ha raccolto però la richiesta degli antichavisti di accendere un riflettore sulle violenze delle forze dell’ordine in Venezuela; il governo di Maduro, convinto che sia in atto un complotto mediatico, non ha trasmesso la premiazione degli Oscar in Venezuela, mentre l’emittente pubblica russa Channel One nella versione registrata ha tagliato la frase. Censura che gemella, ancora una volta mediaticamente, le rivolte di Ucraina e Venezuela, contro governi giudicati incapaci e corrotti, e contro ingerenze esterne: la Russia in Ucraina, Cuba in Venezuela.


In Italia, dove c’è una cospicua presenza venezuelana (effetto collaterale dell’importante comunità italiana in Venezuela), le orecchie fischiano ai tanti che ignorano o minimizzano la bufera nelle piazze di inizio 2014: gli intellettuali invaghiti di Chávez, come Gianni Vattimo, Gianni Minà e Toni Negri, e i politici che a sinistra hanno lenito le nostalgie marxiste con il chavismo, da Fausto Bertinotti a Nichi Vendola; a certa destra, invece, piaceva il revival peronista, mentre persino alcuni politici a 5 Stelle hanno fatto in tempo a elogiare il chavismo, in sintonia con certi fanatici dei beni-comuni. Qualche segnale di attenzione, sollecitato dalle campagne virali sui social network, è arrivato: il calciatore Paolo Maldini (che ha sposato una venezuelana) e il cantante Eros Ramazzotti hanno postato su Facebook una foto con una bandiera venezuelana antichavista (ha sette stelle, Chávez ne fece aggiungere una). All’hashtag #SosVenezuela ha aderito anche Lorenzo Jovanotti, che il prossimo aprile dovrebbe suonare, per la prima volta, a Caracas (non è entrato nel merito, a differenza di Madonna, che ha parlato di repressione «fascista»).

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Oggi, intanto, sono iniziate le commemorazioni ufficiali di Chávez, che dureranno dieci giorni; Maduro ha allungato le ferie di Carnevale a sei giorni, un record. L’obiettivo — denunciano gli oppositori — è rinverdire il mito del «comandante eterno» (come Chávez fece con Simón Bolívar) e confondere le acque della protesta, opacizzarne il racconto dentro e fuori il Paese. Ma nonostante le ondate di repressione e l’arresto del leader Leopoldo López (che si è consegnato volontariamente), i manifestanti non hanno dato segni di cedimento.Tutto è nato il 12 febbraio 2014, per iniziativa di alcuni gruppi studenteschi; poi la protesta è diventata trasversale, coinvolgendo anche ceti neoproletari, oltre a quello medio, impoverito. Tutte fasce contrarie alla cubanizzazione del Venezuela, avvenuta tra nazionalizzazioni forzate e un controllo dei prezzi e della valuta sempre più simile a un embargo verso i cittadini (oltre alla presenza fisica di personale cubano nel Paese).

Con l’inflazione alle stelle, la riduzione del Pil e la svalutazione del bolívar (la moneta locale), la mancanza dei beni di prima necessità è cronica; come la criminalità, diffusa e impunita. Una situazione insostenibile per un Paese che possiede uno dei maggiori giacimenti di petrolio del pianeta; risorsa sottratta ai privati e consegnata allo Stato, per arricchire la «boliborghesia» (la borghesia bolivariana) e tenere buono il popolo. Niente sviluppo. Serviva, allora, «seminare il petrolio», come scriveva nel 1936 lo scrittore Arturo Uslar Pietri. Il chavismo invece dopo quindici anni raccoglie odio, divisioni e violenze. Lo chiamavano il Socialismo del XXI secolo, l’ultimo sogno del socialismo reale. I chavisti lo hanno realizzato, per sé. Per gli altri, è un incubo. Luca Mastrantonio



Venezuela: manifestazione degenera in scontri (28/02/2014)
 

Venezuela, Chavez annuncia nuova operazione e indica successore (09/12/2012)

05 marzo 2014

Al governo e tutti indagati: rischiano 4 sottosegretari Pd

Andrea Cuomo - Mer, 05/03/2014 - 10:11

Dopo il caso Gentile le grane per Renzi non sono finite. Ora Grillo e Sel chiedono le dimissioni di Barracciu, Del Basso de Caro, De Filippo e Bubbico. E la Bindi chiede la testa di Lupi


È la banda dei quattro. Tutti indagati. Tutti del Pd. Tutti con la poltrona (governativa) che scotta. Sono Francesca Barracciu, accusata di peculato nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Cagliari sull'utilizzo dei fondi destinati ai gruppi del consiglio regionale sardo, che a causa di questa vicenduola fu convinta a ritirarsi dalla corsa per la presidenza della Regione Sardegna da Renzi, che l'ha ricompensata con la poltrona di sottosegretario ai Beni culturali.

Gli indagati del Pd che siedono al governo


Umberto Del Basso de Caro, da pochi giorni sottosegretario al ministero dei Trasporti e delle infrastrutture malgrado sulla sua testa penda un'indagine della procura di Napoli per i rimborsi non rendicontati del Consiglio regionale campano. Vito De Filippo, premiato con la poltrona di sottosegretario alla Salute malgrado sia anche lui coinvolto nel filone lucano di Rimborsopoli. E Filippo Bubbico, indagato per abuso d'ufficio ma riconfermato viceministro dell'Interno.

«Quattro indagati per me posson bastare...», canticchia Beppe Grillo, che chiede le dimissioni dei (poco) magnifici quattro sulla scia dell'addio di Antonio Gentile. Non Grillo ma una sua senatrice, Daniela Donno, aggiunge alla lista un quinto nome, quello del presidente della commissione Agricoltura del Senato Roberto Formigoni, che si dovrebbe dimettere come «atto dovuto per rispetto delle istituzioni dopo il rinvio a giudizio per associazione per delinquere e corruzione nel caso Maugeri». Ai 5 Stelle si unisce Claudio Fava, vicepresidente della Commissione nazionale antimafia in quota Sel, che (in prosa) chiede le dimissioni dei membri del governo: «Mi sembra grave la distrazione con cui Renzi ha messo in piedi questa squadra senza avvertire prima i margini di rischio forte che c'erano su alcuni. Non abbiamo votato la fiducia, ma abbiamo suggerito a Renzi di fare seguire i fatti agli annunci rumorosi che ha fatto. E un primo passo dovrebbe essere un cambio di passo dal punto di vista etico su un esecutivo».

Colpisce di più però che a unirsi al coro dei «dimissionisti» sia un'esponente del Pd, ancorché assai lontana dal nuovo premier, come Rosy Bindi, che della commissione antimafia è presidente. La Bindi chiede la testa del ministro per i Trasporti e le Infrastrutture Maurizio Lupi, che sarebbe indagato dalla Procura della Repubblica di Tempio per concorso in abuso in atti d'ufficio per il pasticcio di una nomina a commissario dell'Autorità portuale sarda, ma fa un discorso che si allarga a tutti gli esponenti di governo: «Faccio appello al senso di responsabilità sia dei partiti, sia delle forze politiche che delle persone interessate. Ho chiesto al mio partito di fare una riflessione seria su questo aspetto perché sono stati usati due pesi e due misure, perché per gli stessi reati alcune persone non sono state neppure candidate, mentre altre siedono al governo». E poi: «Uno degli obiettivi dichiarati dal presidente del Consiglio è quello di rivedere il finanziamento pubblico dei partiti, mi pare evidente che essere indagati per il cattivo uso di quei fondi in questo momento non è opportuno».

Naturalmente sull'argomento forte è il pressing dell'Ncd, il partito che ha sacrificato Gentile: «L'indagine per noi - spiega Renato Schifani - non è presunzione di colpevolezza. Perché di fronte agli altri indagati che sono nel governo non si è scatenato lo stesso fuoco mediatico? Abbiamo deciso di congelare quel sottosegretariato, abbiamo chiesto a Renzi di non sostituirlo. Quando la vicenda sarà chiarita, Gentile potrà svolgere il suo ruolo».

Quel pm mi disse di pagargli l’affitto» Le accuse al figlio del giudice Esposito

Corriere della sera

Un avvocato denuncia: «Mi deve dei soldi». Aperto un fascicolo

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Richieste di prestargli migliaia di euro non ancora tutti restituiti, pressanti insistenze di pagargli l’affitto di casa: è un avvocato lombardo con interessi nell’Est Europa a sostenere, di fronte alle Procure di Brescia e Milano, di aver subìto queste pretese dal sostituto procuratore milanese Ferdinando Esposito. Un magistrato con il quale aggiunge di essere stato talmente in confidenza da averlo persino accompagnato ad Arcore ad un incontro con Silvio Berlusconi il pomeriggio del 22 maggio 2013, pochi giorni dopo la requisitoria del processo Ruby (13 maggio), la condanna dell’ex premier nell’Appello del processo sui diritti tv Mediaset (8 maggio), e il rigetto in Cassazione (6 maggio) dell’istanza di legittima suspicione con la quale Berlusconi aveva cercato di portar via da Milano a Brescia tutti i propri processi.

Questo incontro nel 2013 appare, a posteriori, ancor più singolare perché Ferdinando Esposito, oltre a essere pm a Milano nel pool reati ambientali e colpe mediche, e essere nipote dell’ex Procuratore generale della Cassazione (Vitaliano), è anche figlio del presidente di sezione di Cassazione (Antonio): cioè del magistrato che, nel successivo fine luglio 2013, si sarebbe ritrovato a comporre con altri quattro giudici il collegio feriale della Suprema Corte che confermò la condanna di Berlusconi a 4 anni per frode fiscale sui diritti tv Mediaset, accennandone poi le motivazioni in una contestata intervista a Il Mattino. Competente a indagare sui magistrati del distretto milanese è la Procura di Brescia. E qui il procuratore Tommaso Bonanno, appena è stato informato dalla Procura di Milano delle gravi accuse esplicitate dall’avvocato nella denuncia che il 10 febbraio ricalcava passi di una lettera invece anonima (e dunque priva di valore) indirizzata in precedenza al pm Ilda Boccassini, ha delegato ai colleghi di Milano il compito di svolgere quel minimo di atti urgenti necessari a soppesare il denunciante.

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Il segreto che da settimane avvolge la storia impedisce allo stato di capirne di più, ma all’esito di questi embrionali accertamenti, e dell’interrogatorio al quale il 12 febbraio il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e la sua vice Boccassini hanno sottoposto l’avvocato testimone, le carte sono subito state inviate alla Procura di Brescia e inquadrate dal pm Silvia Bonardi in un fascicolo che esplora ipotesi tra la concussione e il millantato credito, mentre l’esposto è al vaglio a Roma anche della Procura generale presso la Corte di Cassazione e del ministero della Giustizia per eventuali profili disciplinari

L’avvocato-denunciante non è nuovo ad aspri e controversi rapporti con le forze dell’ordine; e suona certo peculiare che racconti di aver a un certo punto cominciato ad annotare il contenuto delle telefonate del pm quand’erano assieme. Ma afferma di poter dimostrare che Esposito — nel 2012 oggetto di gossip per aver incontrato Nicole Minetti (indagata dell’inchiesta Ruby) in un ristorante alla moda — gli avrebbe chiesto soldi in prestito, a dire del legale in relazione al tenore di vita del pm legato a una modella: solo che poi il magistrato, stando alla denuncia dell’avvocato, avrebbe fatto problemi a restituirgli 7.000 euro. Anzi avrebbe cominciato a chiedergli, in maniera percepita come pressante dall’avvocato, che costui gli pagasse l’affitto di casa.

Da qui l’apparente origine della rottura tra i due, al punto che l’avvocato dice di aver dovuto due volte ingiungere il rimborso prima di vedersi restituire parte della somma, ad esempio il 6 febbraio una busta a mezzogiorno in portineria con 2.000 euro e un foglio scritto a mano a stampatello per assicurare il saldo entro 15 giorni. Stando all’avvocato, il pm non gli avrebbe ancora restituito 2.000 o 3.000 euro. Eppure prima i due sarebbero stati talmente amici che l’avvocato racconta di aver accompagnato Esposito (dando un passaggio in auto anche ad altri due pm) il giorno in cui i magistrati milanesi andavano in ospedale a trovare un collega gravemente malato; o di aver incontrato insieme a Esposito, in un hotel di lusso a Milano il giorno dopo la Befana 2013, la ex «miss Montenegro» Katarina Knezevic (e sua sorella Cristina), in passato autodefinitasi «la fidanzata» di Berlusconi.

Ad Arcore dall’ex premier — rincara l’avvocato — il pm Esposito si sarebbe recato non solo il 22 maggio 2013 in sua compagnia, ma anche una volta precedente, in quel caso accompagnato da una persona indagata proprio dalla Procura di Milano, sebbene non in un fascicolo del pm Esposito. Il quale, interpellato nella tarda serata di ieri, smentisce tutte le accuse: «Questo avvocato purtroppo l’ho conosciuto, si è posto come amico, poi però ho capito chi era davvero e l’ho allontanato. Le sue sono tutte bugie e calunnie prive di fondamento.

05 marzo 2014

La Statua della Libertà a rischio “naufragio” per danni ambientali

La Stampa

flavio alivernini

Lo scenario “apocalittico” (ma realistico) dipinto dallo studio sui danni ambientali della rivista “Environmental Research Letters”


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Secondo una ricerca dell’Università di Innsbruck, Venezia, Pisa, Napoli ma anche la Statua della Libertà e il Teatro dell’Opera di Sidney sono tra i siti a rischio a causa dello scioglimento dei ghiacci. Lo studio pubblicato sulla rivista Environmental Reasearch Letters sembrerebbe una storia di fantascienza apocalittica. Potrebbe essere scambiato con la sceneggiatura del prossimo film del filone catastrofico di Roland Emmerich, regista de “L’alba del giorno dopo”. Ma l’immagine inquietante della Statua della Libertà inghiottita dal mare, stavolta, non è stata evocata dalla visionarietà di Emmerich bensì dalle ricerche di un team di scienziati, capeggiati dal Prof. Ben Marzeion, dell’Università di Innsbruck. 
Il monumento simbolo di New York e degli Stati Uniti d’America che svetta al centro della baia di Manhattan sulla rocciosa Liberty Island, così come un quinto dei 720 siti del patrimonio mondiale, rischierebbero di finire sott’acqua a causa dello scioglimento dei ghiacci dovuto all’aumento della temperatura media globale.

Se nei prossimi due millenni la terra continuerà a essere così calda (le Nazioni Unite prevedono un aumento della temperatura media) quasi l’1% della superficie globale sarà ricoperta da acqua. Duemila anni sono tanti, certo, ma non abbastanza se rapportati alla necessità di tutelare la salute dell’ambiente o di preservare il patrimonio culturale che appartiene all’umanità. Per quel che riguarda il Vecchio Continente, tra i pezzi pregiati di cui dovremmo preoccuparci ci sarebbe la torre di Pisa, pur non trovandosi così vicina alla costa. Marzeion ha poi citato Venezia, aggiungendo che “in un certo senso si può dire che venga già colpita da questo fenomeno” e le città della Lega Anseatica, tra cui Amburgo, Lubecca e Brema, in Germania.

Secondo un rapporto dello scorso settembre stilato dal gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite, gli aumenti del livello del mare si quantificherebbero tra i 26 e gli 82 centimetri entro il 2100. Ma l’IPCC stesso, recentemente, si è detto preoccupato perché uno studio aggiornato mostrerebbe un innalzamento che va da 0.7 a 1.2 metri entro il 2100 e 2 – 3 metri nel 2300. Del resto, solo un anno e mezzo fa il Segretario generale dell’Organizzazione Metereologica Mondiale aveva detto che “i livelli dei mari continueranno a salire a causa dello scioglimento delle calotte di ghiaccio e dei ghiacciai.

Più del 90% del calore in più che stiamo generando con i gas serra è assorbito dagli oceani, che di conseguenza continueranno a riscaldarsi ed espandersi”.La minaccia portata dall’innalzamento delle acque ai siti culturali – secondo gli autori dello studio – potrebbe essere addirittura sottovalutata perché non tiene conto di aumenti temporanei dei livelli del mare che possono essere causati da tempeste e maltempo, come quelle che hanno martoriato la costa orientale del Regno Unito lo scorso dicembre. “Queste variabili sono incalcolabili, - ha detto Marzeion - quindi direi che la nostra stima sui rischi può essere considerata ottimista.”. 

Venezuela, con gli occhi aperti

La Stampa

yoani sanchez


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Si dice che nessuno impara con la testa degli altri, che ripetiamo gli errori altrui e inciampiamo - più volte - sulla stessa pietra. Gli scettici assicurano che i popoli dimenticano, chiudono gli occhi al passato e tornano a commettere identici errori. Il Venezuela, invece, ha cominciato a smentire tale convincimento. Immersi in una realtà fatta di insicurezza, mancanze e inflazione, i venezuelani cercano di correggere un errore che li vede protagonisti da troppo tempo.

Conquistata dai servizi segreti cubani, controllata da Piazza della Rivoluzione e governata da un uomo che usa la violenza contro i non conformi, questa nazione sudamericana è di fronte al dilemma più importante della sua storia contemporanea. La scelta è tra totalitarismo e democrazia. Si sta decidendo nelle sue strade, non solo la permanenza di Nicolás Maduro al potere, ma la sopravvivenza di un asse autoritario basato sul culto della personalità che attraversa tutta l’America Latina. Un sistema che si è rivestito di slogan inutili, come “socialismo del XXI secolo”, “rivoluzione degli umili”, “sogni di Bolivar” e “nuova sinistra”, ma le cui caratteristiche fondamentali sono l’ambizione di potere dei leader, l’inefficienza economica e la restrizione della libertà

Gli studenti venezuelani hanno dato, nonostante tutto, una dose della loro stessa medicina al chavismo. In questo caso il settore giovanile e universitario è stato il motore propulsivo delle proteste. Tutto questo evidenzia come Miraflores abbia perso la parte più ribelle e dinamica di una società. Anche se i titoli dei giornali di regime parlano di cospirazione fomentata dall’estero, basta guardare le immagini di polizia e comandi armati intenti a colpire i manifestanti, per capire da proviene la violenza.

Il Venezuela vive un momento difficile, come capita sempre quando un popolo si risveglia. L’oligarchia vestita di rosso non abbandonerà volontariamente il potere e Raúl Castro non si lascerà portare via tanto facilmente “la gallina dalle uova d’oro”. Ma almeno adesso sappiamo che i venezuelano non percorreranno lo stesso cammino che venne imposto a Cuba. La docilità, la paura, la complicità, la fuga come unica via d’uscita… sono stati i nostri errori. Il Venezuela non vuole ripeterli, non può ripeterli. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

I’m tracer: la tecnologia indossabile che serve parla italiano

La Stampa

valerio mariani


Tra gli stand del Mobile World Congress 2014 l’incontro con Ennio Doris, partner della vicentina i’m Spa.

valerio mariani


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Il tempo degli effetti speciali è passato. Il primo Samsung Galaxy Gear, secondo le dichiarazioni ufficiali, è stato distribuito in 800mila esemplari, ma ben poco si sa di quanti ne siano stati venduti. Pare, inoltre, che dai negozi della catena Best Buy ne sia tornato indietro il 30%. Altri report dicono che sono 50mila le unità effettivamente in mano ai consumatori. Se lo smartwatch di Samsung non è rientrato delle spese di comunicazione, marketing e pubblicità, la colpa non è dell’immaturità del mercato ma, al contrario, nella matura consapevolezza degli acquirenti.

E proprio al Mobile World Congress 2014 di Barcellona abbiamo avuto la conferma che il mercato ha bisogno di qualcosa di semplice e utile. Lo ha capito Huawei che ha presentato il suo TalkBand (99 euro): un cinturino elastico che ospita un auricolare+microfono bluetooth che, all’occorrenza, può essere sganciato e inserito nell’orecchio. Se inserito nel braccialetto segnala l’arrivo di messaggi e telefonate e, nel mentre, misura l’attività fisica dell’utilizzatore. Ovviamente non si può utilizzare il TalkBand senza uno smartphone o un tablet Huawei ma un passo avanti nella giusta direzione è stato fatto.

Lontano dai fasti dei primi padiglioni, quelli dove i big della telefonia si danno battaglia a suon di decibel, luci e metri quadri, c’è un padiglione, l’ultimo in cui c’è più silenzio e più sostanza. Alla ricerca di conferme ci aggiriamo tra gli stand e individuiamo un personaggio familiare. Non è intento a disegnare cerchi sulla sabbia ma a fare il padrone di casa e dà quasi l’impressione di divertirsi tra sneakers e magliettine, in un ambiente che non ricorda per niente un consiglio di amministrazione di Banca Mediolanum.

Si tratta, ovviamente, di Ennio Doris, che ci accoglie allo stand dell’italianissima i’m con la serenità di chi sa cosa sta facendo e perché. “La tenacia e la brillantezza di questi due ragazzi mi ha convinto – ci racconta indicando i due amministratori delegati di i’m Spa, Manuel Zanella e Massimiliano Bertolini – al punto che ho voluto metterci qualche milione di tasca mia (e un presidente suo vecchio compagno di avventure, Edoardo Lombardi, da General Manager di Procter & Gamble Italy a Chief Operating Officer di Banca Mediolanum)”.

“Il segreto è non fare il passo più lungo della gamba, fare un prodotto utile e semplice da utilizzare, un prodotto che ho potuto usare anche io senza bisogno di tornare a scuola – ci racconta Doris – e, inoltre, sono doppiamente felice perché il prodotto che ti faccio vedere è assemblato completamente in Italia, a Marcianise dalla Jabil Circuit Italia Srl”.

Lo stesso Doris lo maneggia con la facilità di un geek, mentre al polso sacrifica il Rolex di ordinanza per la prima creazione di i’m Spa, l’i’m watch che, introdotto nel 2011, è stato il primo smartwatch disponibile sul mercato, e che ha avuto un successo talmente inaspettato da mettere a dura prova le linee di produzione dell’azienda vicentina. i’m tracer , il nuovo prodotto di i’m, è un braccialetto geolocalizzatore pensato per bambini, animali domestici e anziani con la particolarità di integrare un accelerometro che avvisa anche in caso di improvvisa variazione di altezza. Contiene una sim dati che invia un messaggio a uno o più telefoni nel caso si esca da un’area definita e, grazie a due piccoli tasti, consente di inviare anche un segnale di Sos.

La sim è una Zeromobile , un operatore mobile virtuale creato sempre dalla coppia di vicentini Zanella&Bertolini, che, grazie all’accordo con 400 operatori in 160 paesi nel mondo, consente di spendere sempre la stessa cifra in traffico dati, sia che ci si trovi in Italia che all’estero. Oltre al costo dell’i’m tracer, che sarà fissato al lancio di giugno, c’è da prevedere un abbonamento flat o a consumo. L’i’m tracer si troverà nei negozi di consumer electronics ma anche in quelli dedicati ai bambini, e si potrà anche acquistare sul sito.

“Insomma - conclude Doris – io ci credo a questi ragazzi, al punto da regalargli un presidente come Lombardi, e credo a una tecnologia concreta e facile da utilizzare, in fondo io presto sarò uno dei clienti”. Dalla vitalità dimostrata non ci pare tanto. 

Tunisia, libero Jabeur Mejri, il vignettista che disegnò Maometto

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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Dopo anni di appelli, di raccolte di firme e pressioni internazionali ieri è tornato libero il vignettista tunisino Jabeur Mejri, condannato a sette anni e mezzo di prigione per aver pubblicato nel 2012, sulla sua pagina Facebook, disegni del Profeta Maometto giudicati blasfemi. Mejri è stato scarcerato grazie a un provvedimento di grazia firmato dal presidente della Tunisia, Morcef Marzouki, due settimane fa. “È tornato a casa sua, a Mahdia, e sta bene” ha reso noto ieri sera il suo avvocato, Ahmed Mselmi.

La decisione sulla grazia sarebbe arrivata dopo una lettera di scuse. “Lo scorso ottobre – aveva spiegato il portavoce del presidente, Adnene Mansare -, Jabeur Mejri ha scritto al presidente una lettera di scuse per aver offeso il poeta Maometto e l’Islam”. Ma la sua scarcerazione non è stata immediata perché nel frattempo il blogger era stato raggiunto dall’accusa di aver rubato circa 1000 dollari in biglietti del treno mentre lavorava per le ferrovie tunisine nel 2011. Stranamente il mandato di arresto gli era stato notificato soltanto alla fine dello scorso gennaio.

Un espediente, avevano pensato in molti, per tenerlo in carcere anche dopo la grazia. Poi, ieri, la tanto sospirata liberazione. Mejri era stato arrestato il 5 marzo 2012, a seguito della denuncia di alcuni avvocati che avevano letto gli articoli e la vignetta postati sulla sua pagina Facebook. Il 28 marzo dello stesso anno, è stato condannato dal tribunale di Mahdia per “aver attentato ai valori sacri con azioni o parole” e per “aver attentato alla morale pubblica”. Stessa condanna per il suo amico Ghazi Beji che però è riuscito a rifugiarsi all’estero.

Per la sua scarcerazione si erano mobilitate le organizzazioni dei diritti umani, in primis Amnesty International che lo considerava un prigioniero di coscienza.

“La condanna di Jabeur è stato uno shock enorme. Incredibile. La gente parla del successo della transizione democratica in Tunisia, ma possiamo parlare a tutti gli effetti di democrazia in un paese in cui a qualcuno viene inflitta una condanna così pesante solo per aver espresso le sue opinioni?” aveva detto Lina Ben Mhenni, autrice del blog Una ragazza tunisina, e simbolo della primavera del Paese.

E’ inutile, alla gente piace falso” Fa flop il sito che smascherava i tabloid

La Stampa

tonia mastrobuoni

Ill fact-checking di due studenti berlinesi contro la “yellow press” non funziona: malgrado abbiano rivelato molti finti scandali circolati sui giornali e siano considerati uno strumento di alta qualità nel panorama dell’informazione, il loro blog è pochissimo frequentato


 BJLRVVOW-1Undici “like” per il post sulla voglia della cantante Helene Fischer di fare il giro del mondo - “ma il titolo qual è?” - quattordici per un altro che smentisce, fatti alla mano, che la principessa danese Mary abbia tremato per la sorte dei figli, e ventisette pollici in su, addirittura, per un post che prende in giro la coazione a ripetere nei titoli dei tabloid. Un po’ poco, per un blog che uno dei più famosi showman televisivi, Gűnther Jauch, ha definito “l’unico serio sul web, l’unico che si sforza di analizzare ogni settimana l’immondizia che appare nella stampa scandalistica”. Soprattutto quei “like” sono pochi per un sito, “Topfvollergold” (“una pentola piena d’oro”) che si propone di contrastare i titoli esagerati e le storie inventate di settimanali venduti milioni di volte in Germania. 

I vip assillati dai paparazzi – Jauch compreso - sono entusiasti e certamente rappresentano la parte da leone dei circa duemila lettori giornalieri del sito. Anche perché gli autori mandano sistematicamente i loro post ai diretti interessati, alle principesse, ai politici o a Gwyneth Paltrow. Ma al resto del mondo sembra importare poco che Mats Schönauer e Moritz Tschermak, due studenti di giornalismo berlinesi di 25 e 26 anni, abbiano deciso un anno fa di smontare attraverso il “fact-checking” le continue “catastrofi”, le “tragedie”, gli “hurrà”, i “meno male” ed “è finita” che ci strillano incontro dalle prime pagine dei settimanali della “yellow press”. 

Ogni settimana analizzano circa 20 degli 80 settimanali scandalistici che appaiono in Germania, alcuni dei quali arrivano a vendere 7-800 mila copie. Ma Schönauer stesso ammette che i lettori tipici di quelle riviste – donne over 50 – difficilmente coincidono con i loro lettori. Perciò, come ha raccontato al quotidiano “Tagesspiegel”, “vogliamo andare dove possiamo incontrare lettrici della yellow press”, a cominciare dalle balere. E dimenticano, forse, una regola fondamentale del business scandalistico, che nel Regno Unito convive pacificamente con la grande tradizione del fact-checking à la Bbc da sempre. Chi legge, sotto il casco del parrucchiere, nelle sale di attesa del dentista o a casa al tè delle cinque, che Stefanie di Monaco ha un nuovo flirt, importa poco di sapere se è vero o no. O meglio, lo sa, ma vuole distrarsi in pace. 

Ecco chi sono i “genitori” di Vagabond L’adesivo più incollato degli anni ’80

La Stampa

francesco moscatelli

Ha fatto il giro d’Italia. Poi, con la stessa velocità con cui è comparso sui lunotti dei pullmini Westfalia, delle 2 Cavalli e delle R4, è sparito. Lo racconta Mario “Majo” Rossi: «Gilardoni si inventò questa figura che incarnava la libertà»



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Il suo nome – “Vagabond” - forse dice poco. Però è stato uno degli adesivi più noti, e incollati, degli anni Ottanta: un ragazzo con i capelli lunghi ripreso di spalle, con la chitarra, un sacco a pelo a tracolla e un paio di sandali ai piedi. Ha fatto il giro d’Italia. E probabilmente di mezza Europa. Un successo straordinario. Poi, con la stessa velocità con cui era comparso sui lunotti posteriori dei pullmini Westfalia, delle 2 Cavalli e delle R4, è sparito. Travolto dalla pioggia e dagli anni Novanta. La sua storia, però, è rimasta per tanti un punto interrogativo. Chi lo disegnò? Quando? Chi rappresentava?

Oggi, grazie al giornalista Emanuele Galesi e alla nostalgia per tutto ciò che è “Made in the 80s” esplosa online, abbiamo una risposta a tutte queste domande. Ma soprattutto i nomi e i cognomi dei “genitori” di Vagabond e il racconto di come due ragazzi non si sono arricchiti nonostante il successo del loro sticker. Si chiamano Mario “Majo” Rossi e Mauro “Gil” Gilardoni, ex compagni di classe del liceo artistico Foppa di Brescia, entrambi nati nel 1963. Il primo oggi lavora come fumettista (in Italia collabora con Vampyr e Tex della Bonelli, in Francia con le case editrici Soleil e Glenat), il secondo come imprenditore. “Era il 1980 e durante un’ora di disegno libero Gilardoni si inventò questa figura che incarnava gli ideali di libertà e spensieratezza dei giovani di quel periodo – ricorda Majo -. Noi ci vestivamo un po’ così: calzoni larghi, cinture tirate in vita, capelli lunghi. Ascoltavamo Bob Marley e i Pink Floyd e ci sentivamo liberi. Gil mi chiese di dargli una mano a definire meglio il personaggio e io non mi feci pregare”.


Il disegno, ritagliato e plastificato in modo artigianale, finì sulla Vespa Primavera ET3 di Gilardoni. A Brescia piacque talmente tanto che un negozio di vestiti usati e chincaglierie orientali ordinò ai due studenti di produrre le prime copie. “Proponemmo al proprietario di stamparle ma ci disse che non era il caso, di continuare a disegnarle e ritagliarle – racconta Gilardoni -. Dopo qualche settimana, però, cominciammo a vedere il nostro disegno dappertutto. Protestammo e andammo anche da un avvocato per fare causa, ma alla fine lasciammo perdere. Eravamo giovani, idealisti e ingenui. Che errore. Per tutti gli anni Ottanta ritrovammo quell’immagine ovunque: fuori da una discoteca in Spagna, sulle auto dei turisti tedeschi in vacanza sul lago di Garda, su una t-shirt in un mercatino di Colonia accanto a quelle dei Led Zeppelin e dei Beatles”. 

Vagabond diventò un business. Comparvero decine di disegni simili: “Vagabond in moto”, “Vagabond con gli amici intorno al fuoco”, “Vagabond con le gambe incrociate”. I due ragazzi, però, guadagnarono poco o nulla. “Un altro negozio, concorrente di quello che ci rubò l’idea, ci chiese di produrre una linea – continua Gilardoni -. La gente voleva vedere il volto di “Vagabond”, conoscere la sua storia. Noi però eravamo perplessi. Dare un viso a un personaggio del genere significava snaturarlo, addirittura ucciderlo. Lo disegnammo ma alla fine decidemmo di non divulgarlo e lasciammo perdere. Ormai il treno era passato e noi l’avevamo perso”.

Il paese è nostro, ora pagateci” I principi contro il Comune

La Stampa

laura anello

Sicilia, la contesa davanti ai giudici a 40 anni dal testamento


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Su un fronte ci sono due rampolli di antica nobiltà siciliana, Biagio e Francesco Licata di Baucina. Sull’altro il piccolo disastrato Comune a venti chilometri da Caltanissetta che faceva parte della vasta ducea dei loro antenati: Serradifalco, oggi seimila anime preoccupate dall’allarme rifiuti tossici che aleggia intorno alla sua miniera di sale abbandonata. 
Ebbene, gli eredi degli antichi Signori, quarant’anni dopo l’apertura del testamento del padre, il principe Antonio Licata di Baucina, sostengono che gran parte del paese sia di loro proprietà. E pazienza se il Comune nell’ultimo mezzo secolo ci abbia costruito parcheggi, piazze, teatri, quartieri. «Il diritto di proprietà è imprescrittibile, non si perde se non si usa», scandisce l’avvocato Maria Cecilia Peritore, che ha citato in giudizio l’amministrazione pubblica. La causa si apre oggi, al tribunale di Caltanissetta, davanti al giudice Maria Luisa Insinga, che dovrà immergersi tra atti notarili, scartoffie ingiallite, complessi diritti dinastici. 

L’incipit dell’atto di citazione fa capire che la matassa è difficile da dipanare: «Gli immobili appartenevano a don Domenico Lo Faso e Ventimiglia, duca di Serradifalco. Questi lasciò tutti i suoi beni all’unica figlia Giulietta Lo Faso e Ventimiglia, duchessa di Serradifalco, la quale istituì erede la nipote Giulia Fardella di Moxharta giusta testamento olografo del 7.4.1886 pubblicato dal notaio Filippo Lionti Scagliosi di Palermo il 14.2.1888…». E così via, tra duchi, principi, usufrutti, eredità, testamenti. Fino ad arrivare ai due attuali proprietari, ben lontani dal prototipo di aristocratici arroccati nel castello. Uno, Francesco Licata di Baucina, è stato manager del più grande ospedale dell’Isola, il Civico di Palermo, ed è attualmente direttore generale dell’Arpa Sicilia, l’azienda regionale impegnata anche sul rischio miniere di cui Serradifalco è un epicentro, con il suo triste primato di morti legate a probabili scorie.

La questione centrale sta in un termine giuridico, «enfiteusi»: un diritto di godimento su una proprietà altrui. Un retaggio dell’epoca feudale, molto utilizzato in Italia tra Medioevo e Settecento, quando duchi, baroni e marchesi cedevano - a fronte del pagamento di un canone - brandelli dei propri latifondi perché venissero coltivati. Concessioni così lunghe e proprietà talmente infinite che spesso l’enfiteuta finiva per disporne come se fossero sue. Tanto che il Comune di Serradifalco, all’atto di espropriare i terreni nell’arco degli ultimi cinquant’anni, avrebbe notificato gli atti agli enfiteuti e non già ai legittimi proprietari, cioè ai Licata di Baucina. Che ora chiedono un risarcimento danni che ammonta a svariati milioni di euro. «Non si capisce - sostiene l’avvocato del Comune di Serradifalco, Antonio Campione - come si siano svegliati quarant’anni dopo l’apertura del testamento. Una rivendicazione assolutamente tardiva».

Nel mirino ci sono trentacinque enormi proprietà del Comune, il 20 per cento dell’estensione del paese. Alle quali vanno aggiunte quelle contese a decine e decine di privati, ai quali gli eredi dei Gattopardi pure battono cassa, contestando il mancato versamento del canone o la trasformazione irreversibile delle proprietà: «Pagate o restituiteci i nostri beni», dicono. Così non c’è da stupirsi se a Serradifalco - dove i revisori dei conti sono in dubbio se notificare il pre-dissesto o conclamare il default - nessuno dorma sonni tranquilli. Se il giudice dovesse dare ragione ai Licata di Baucina, decine di nobili di mezza Italia potrebbero decidere di rivendicare ducee e principati. Tirando fuori, magari, anche carrozze e servitù.

Giovanni Sartori contro la Kyenge: "Integrare non è assimilare"

Libero


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Niente più Cécile Kyenge. E il politologo Giovanni Sartori, in un editoriale sul Corriere della Sera, tira un sospiro di sollievo. La Kyenge, "un ministro spuntato dal nulla e manifestamente incompetente in tema di integrazione", un ministero "inventato per l'occasione" da Enrico Letta. Sartori temeva che Cécile fosse "una super protetta di chissà quanti colli e montagne. Per fortuna mi ero sbagliato, visto che non è stata inclusa nel governo Renzi". Semmai, oggi, l'ex ministro si presenterà alle Europee. Ma questa è un'altra storia.

Contro lo ius-soli - Sartori non perde l'occasione per prendere la mira e "sparare sul ministro morto", criticando le sue politiche e le sue idee. Premette che Cécile "non è più (come ha scritto l'autorevole Foriegn Affairs americano) una delle cento donne più potenti al mondo. Al momento si è solo manifestata come dogmatica fautrice dello ius soli e ora con il preannunzio di un libro". Sartori approfitta dell'occasione per riflettere su ius soli e ius sanguinis, e ricorda: "Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis: siamo cittadini italiani se siamo nati in Italia da cittadini italiani".

La giustificazione - Lo ius soli, la "soluzione opposta", prevede che "si diventa cittadini del Paese nel quale entriamo e ci insediamo". Una soluzione adottata storicamente, ricorda, "dai Paesi sotto-popolati", che "adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione". Per Sartori la "distinzione in questione è logica e storicamente giustificata". Secondo le statistiche "i Paesi che adottano il criterio dello ius sanguinis sono ancora una maggioranza. Ma molti Paesi - sottolinea - sono oggi piccole isole sperdute nei vari oceani".

"Tutti meticci? Mai" - Sartori ricorda poi alla Kyenge che "integrare non è lo stesso che assimilare, e che la integrazione in questione è soltanto l'integrazione etico-politica". Per esempio, "per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall'alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare, e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos". Infine l'ultima bordata: "L'ex ministro Kyenge ha dichiarato che siamo tutti meticci. Si sbaglia. Qualasiasi buon dizionario glielo può spiegare".

Gli stagisti d’oro della Silicon Valley coccolati e viziati dai giganti del web

La Stampa

enrico caporale (agb)

Un mese da apprendista nel quartier generale di Twitter può fruttare quasi settemila dollari, in quello di Facebook 6.230. Seguono Microsoft e Apple


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Stagisti sfruttati? Andate a fare un giro nella Silicon Valley. Lì per un anno di apprendistato si portano a casa fino a 84 mila dollari (oltre 61 mila euro), una cifra 6 volte più alta di quanto si guadagna in Italia al primo impiego (la media è 823 euro al mese). Glassdoor, un sito americano che analizza il mercato del lavoro, ha pubblicato una classifica delle aziende Usa che trattano meglio i loro futuri talenti.

Il risultato? Le società che pagano di più sono quelle della rivoluzione digitale (subito dopo ci sono le mutinazionali del petrolio). Tra il 2012 e il 2014 l’investimento medio per ogni stagista nelle prime 25 imprese selezionate è stato di circa 75 mila dollari all’anno. Un mese nel quartier generale di Twitter, il famoso social network che nel 2012 ha raggiunto i 500 milioni di iscritti, può fruttare quasi 7 mila dollari, in quello di Facebook 6.230. Microsoft vizia i suoi giovani ingegneri con 6.138 dollari. E Google? Beh, neanche nel campus di Mountain View se la passano troppo male: circa 12 mila dollari a bimestre. Poi ci sono Apple (5.723 dollari al mese), Amazon (5631 dollari) e Yahoo! (5039 dollari).

La società più generosa è Palantir, azienda di software con sede a Palo Alto, in California, che paga gli stagisti 7.012 dollari al mese. Al secondo posto c’è Vmware, gruppo rivale con 7 mila dipendenti e un fatturato di 2 miliardi di dollari all’anno: qui un tirocinante guadagna 6.966 dollari. Insomma, pare che nella Silicon Valley un posto valga l’altro: una volta accettato il curriculum, il guadagno è assicurato. Ma non solo: nei luoghi di lavoro più ambiti d’America ci si diverte pure. Sale giochi, ristoranti, campi da volley, discoteche, ma anche angoli relax e giardinetti dove portare a spasso il cane: le aziende fanno di tutto per coccolare i giovani apprendisti. E sembra che funzioni.

“A Twitter vieni trattato come gli altri dipendenti - spiega uno stagista sul sito Glassdoor - e puoi dire la tua su quasi tutte le scelte di marketing”; “Il lavoro - lo incalza un altro che sta facendo pratica a Palantir - è inteso come una vera e propria missione. Nessuno di noi lo fa per soldi, ci divertiamo” . 
Negli Stati Uniti – racconta Marco Bardazzi che lo scorso novembre ha visitato le sedi di Google e Apple – la competizione per i programmatori è sfrenata anche per carenza di manodopera. Le società hi-tech chiedono all’amministrazione Obama di alzare il numero dei permessi di lavoro H-1B per il personale superqualificato, ma per ora resta un tetto di 65 mila l’anno (nel 2013 le domande erano circa 280 mila). Per questo, chi mette le mani sull’ingegnere giusto fa di tutto per convincerlo a restare.

Twitter @EnricoCaporale

Quando il pallone rimbalza a sinistra

La Stampa

gianni riotta

Da Caszély che rifiutò di stringere la mano a Pinochet a Socrates (fedele del Che) e al laburista Ferguson


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Al Manifesto, da giovane, introdussi con il caporedattore, Giorgio Casadio, una controversa riforma, tener accesa la televisione nella stanza delle riunioni (che duravano dalle 9 alle 22, nell’azzurrino fumo da Gauloises) durante le partite di calcio. Gli intellettuali se ne sdegnarono, e venivano puntualmente a tifare contro la Nazionale. Noi li guardavamo storto, forti del sostegno dell’editorialista del Nouvel Observateur, K.S. Karol, marito della direttrice Rossana Rossanda, appassionato di pallone. «Che squadra tifi Karol?», chiedevamo e lui serafico, «Beh, Polonia dove sono nato, Russia, ho combattuto con l’Armata Rossa, Inghilterra, paese che mi ha dato asilo, Francia dove vivo, Italia per Rossana…».

Ho ripensato a quel clima, leggendo il libro di Quique Peinado, Calciatori di sinistra, la passione per lo sport sovrapposta alla politica innesca un’overdose di sentimenti. Imparerete di Nando Caimbra, fratello di Zico, campione con il Brasile e l’Udinese, minacciato dalla polizia perché, da calciatore promettente, collaborava con i cattolici di sinistra nelle scuole popolari. Di Carlos Caszély, attaccante cileno che rifiuta di stringere la mano al dittatore Pinochet, che lo fulmina velenoso a un ricevimento «Sempre con quella cravatta rossa lei, dovrei tagliargliela…». Alla vigilia del referendum sulla dittatura Caszély porta in tv la mamma, violentata e torturata, e commuove gli elettori. Sindelar, giocatore austriaco, protesta contro l’annessione dell’Austria alla Germania segnando nell’ultima partita tra le due nazionali ed esulta contro Hitler.

Peinado analizza con scrupolo le leggende del calcio, considerando l’episodio incerto: misteriosa resta però la morte di Sindelar, ucciso nel 1939 dal gas di una stufa. Miti anche sul Mondiale 1978, giocato in Argentina sotto la dittatura di Videla. I reporter esaltano la solidarietà dei giocatori olandesi alle mamme dei ragazzi uccisi dalla giunta, Peinado ne conferma uno solo, Wim Rijsbergen. 
Vera è invece la vicenda dei due capitani delle squadre basche, Real Sociedad e Atletico Bilbao, Kortabarria e Iribar, che dopo aver consultato negli spogliatoi i compagni, scendono in campo nel derby del 5 dicembre 1976 con la bandiera basca fuorilegge sotto il regime di Franco, l’«ikurriña».

Lo stadio esplode, il ministro degli Interni Fraga Iribarne cede: l’«ikurriña» è libera di sventolare. Altri episodi son più noti, da Sócrates, l’asso brasiliano del Mundial 1982, medico, filosofo, fedele al Che Guevara, fino ai pugni chiusi italiani di Sollier e Lucarelli e al laburista Sir Ferguson.  Ma le pagine più interessanti di Peinado sono quelle in cui – quasi a dispetto dell’autore - politica e calcio si fanno passioni sovrapposte. Menotti, allenatore dell’Argentina campione 1978, è comunista, odia Videla, ma vuol vincere, per dar gioia al paese infelice o per amore dello sport. I suoi giocatori passeranno anni a scusarsi con i familiari delle vittime, «Come potevate giocare mentre i nostri figli morivano?».

La chiave migliore del libro è nella storia di Claudio Tamburrini, portiere dell’Almagro, squadra di Seconda Divisione argentina. Arrestato perché di sinistra nel 1977, torturato («Sei portiere?» gli chiedono gli aguzzini «Allora para questo» e giù botte), Tamburrini evade dal duro carcere Mansión Seré e vive in clandestinità. Nei giorni del Mondiale ’78 non resiste «Vedevo le partite in televisione e tifavo perché la Nazionale vincesse.

Com’era possibile, considerando l’esperienza che avevo appena vissuto?». Se Peinado avesse provato a rispondere alla domanda di Tamburrini - come può il calcio esser tanto avvincente da far tifare per la squadra di chi ci tortura?- il suo libro sarebbe un classico. Invece è un bel reportage. La sua idea di «sinistra» è vaga, comprende il cattolico Tommasi, Sollier di Avanguardia Operaia, i nazionalisti di qualunque minoranza, Vikash Dhorasoo, che apre ai gay, vuole tasse del 75% per i ricchi e filma per un documentario i segreti dello spogliatoio, perfino lo stalinista Agustín Gómez Pagola, calciatore e spia del Kgb che rompe con il partito comunista spagnolo di Carrillo, fedele all’Urss fino alla tomba, sepolto a Mosca.

Tutti i «giocatori di sinistra» esprimono gratitudine allo sport che li fa uscire dalla miseria o da una vita grigia, con serietà. Molti soffrono l’attrito Sport-Politica: Sócrates, che Peinado descrive con lirismo da saggio filosofo, muore di cirrosi, legata all’alcolismo, forse più tormentato di come lo ritraggono le figurine. Peinado sceglie lo stile da cronista sportivo anni ruggenti, Lucarelli è «duro come il metallo dei container del porto» di Livorno, e nei giudizi non si avventura. Un peccato, toccherà al lettore farlo, dopo la lettura.

twitter @riotta

Quando torno a Mauthausen ripenso al passato e mi sento felice”

La Stampa

guido novaria

Compie 90 anni il più anziano sopravvissuto nel lager austriaco liberato nel ’45


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Vent’anni, Ferruccio Maruffi, li aveva compiuti pochi giorni prima del suo arrivo nel lager austriaco di Mauthausen, da prigioniero politico, dopo essere stato catturato in un rastrellamento nazifascista nelle valli di Lanzo, e salvato dal plotone di esecuzione da un ufficiale tedesco che cercava braccia giovani da inviare nei campi di lavoro del Reich.
Oggi, uno degli ultimi sopravvissuti torinesi dei lager nazisti, festeggia 90 anni nella sua casa di corso Monte Grappa, con la moglie Maria Teresa, le due figlie e gli amici dell’Aned, l’associazione dei deportati di cui è presidente.

Nel campo
A Mauthausen, Maruffi è tornato molte volte dopo la liberazione del campo da parte degli americani il 5 maggio del ’45. e prima del ritorno in Italia dove seppe che il padre Giuseppe, diventato partigiano «garibaldino», era stato ucciso nel Cuneese. Ha accompagnato centinaia di studenti «per testimoniare quell’inferno di cui molti, a guerra finita, non volevano neppure sentire parlare, giudicando spesso esagerati i nostri racconti». E con una nota di polemica: «Per noi antifascisti, dopo la guerra, era spesso difficile poter entrare in molte scuole torinesi dove parecchi presidi temevano le nostre lezioni-testimonianze». E nel ritorno a Mauthausen Maruffi sembra vivere una seconda giovinezza: «Può sembrare un’assurdità, ma in quei luoghi mi sento felice, pensando a quel periodo terribile della mia vita, dove,però, la voglia di vivere mi ha fatto superare i momenti più difficili, dove ho visto morire tantissimi amici, ma dove ho imparato a non odiare». Aggiunge,con una punta di discrezione, la moglie: «L’anno scorso ha superato i 186 gradini della scala della morte che collegava le baracche alla cava di granito, quasi avesse 30 anni in meno». Una scelta di non odiare, l’esatto opposto che ti aspetteresti da chi ha subito per mesi punizioni, maltrattamenti, lavorando per 12 ore al giorno, sette giorni su sette.

Niente odio
«Per vivere bisognava che noi ci aiutassimo, anche se fra persone diverse che non si erano mai conosciute. L’importante era questo: stare contro quel sistema, e per farlo bisognava non odiare. Loro, al contrario avrebbero voluto essere odiati, perché in un certo senso si auto-giustificavano del male che potevano fare. L’odio è un sentimento che diminuisce le forze. Chi odia diventa sempre più impotente. Laggiù bisognava invece mettercela tutta. Odiare era un lusso che non potevamo permetterci». Aggiunge: «Quello che bisognava respingere, se si voleva resistere un po’ di più, era l’umiliazione diretta. Bisognava respingerla mentalmente, così mi avevano insegnato gli “anziani” quando arrivai nel lager. Non era facile». Ferruccio Maruffi testimone a vita: «Lo farò fino a quando la salute me lo permetterà. Sperando che altri, dopo di noi, raccolgano questa eredità».

Theo e Beau, il loro amore diventa virale sul web

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

La famiglia Shiba adotta un cagnolino e racconta per immagini il rapporto nato fra il più piccolo dei suoi tre figli e il quattrozampe


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Theo è un cagnolino adottato. Beau è il cucciolo di casa, il più piccolo della famiglia Shiba. La loro storia d’amore, semplice e naturale, ha inizio quando il bimbo ha solo due anni e nella sua vita entra a far parte un quattrozampe salvato da un canile quando aveva solo sette settimane di vita. «Era il più timido della cucciolata, ma appena ha visto Beau gli è corso incontro - racconta la madre -. Guardando il suo muso ho capito che lui sarebbe stato il nostro nuovo componente della famiglia». Un’amicizia che diventa intensa così come in tante famiglie, anche a discapito di qualche regola che la signora voleva imporre: «In un primo momento avevo pensato di farlo dormire su un lettino in un recinto coperto. Ma poi il suo piagnuccolare era diventato insopportabile così ho lasciato che salisse nel suo letto. Il terzo giorno l’ho trovato coricato abbracciato a mio figlio Beau mentre stava facendo il suo pisolino pomeridiano». 


Quello che è stato un gesto di un pomeriggio è poi diventato un rito quotidiano che la famiglia Shiba ha voluto raccontare con decine di immagini pubblicate sul profilo Instagram Mommasgonecity. Immagini che in poco tempo sono diventate virali sul web, sempre più diffuse, oggetto di interesse dei media e delle televisione e, prossimamente raccolte anche in un libro.. Vale la pena concedersi una carrellata di queste immagini.

twitter@fulviocerutti

Europa: neutralità della Rete slitta per i sacchetti

La Stampa

claudio leonardi

Voto della commissione europea per l’industria, la ricerca e l’energia rinviato al 18 marzo


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C’è ancora tempo per dire al vostro eurodeputato di riferimento come la pensate sulla neutralità della Rete (comunque la pensiate). L’atteso voto sulla materia, previsto la scorsa settimana nella commissione europea per l’industria, la ricerca e l’energia ( ITRE), viatico fondamentale per il successivo voto del parlamento, non c’è stato. La commissione ha fatto slittare la propria decisione al 18 marzo, per colpa dei sacchetti di plastica.

All’ordine del giorno, infatti, oltre alle scelte sul mercato unico europeo delle telecomunicazioni, c’era anche un pronunciamento sulla regolamentazione della produzione e diffusione dei sacchetti. Argomento per nulla secondario, per un pianeta attraversato da più arcipelaghi in plastica vasti quanto l’Europa e capaci di devastare l’ecosistema e la catena alimentare. 
Il fatto è che il voto sui sacchetti è andato per le lunghe a causa di una svista: il testo non era stato tradotto in tutte le lingue necessarie. L’inciampo ha prodotto un ritardo nella discussione, quindi la decisione di fare slittare l’argomento Net neutrality, principio che, lo ricordiamo, impedisce agli internet service provider di favorire la trasmissione di questo o quel contenuto, si tratti di video, testi, attività professionali o amatoriali.

In Rete sono già apparse diverse interpretazioni “dietrologiche” rispetto a questo curioso incidente burocratico. Secondo i più aggressivi difensori della neutralità, si è trattato di un modo per procrastinare una scelta che crea divisioni e imbarazzo, male gestita da Pilar del Castillo , membro del Partido Popular, che ha portato nella commissione il testo sottoposto a votazione. 
Sono già quattro le commissioni in seno all’Europa che sono state chiamate a pronunciarsi su questo dossier, inizialmente proposto dal Commissario per la Agenda Digitale, Neelie Kroes, nel settembre 2013.

Rispetto alle intenzioni del documento iniziale, le organizzazioni a favore della conservazione del principio di neutralità della Rete lamentano un progressivo cambiamento d’opinione da parte della Kroes. Sotto accusa, in particolare, le nuove definizioni di “gestione del traffico ragionevole” e di “servizi specializzati” che potrebbero aprire le porte, nei fatti, all’introduzione di priorità attribuibili a questo o quel contenuto, a cominciare dai video che occupano e occuperanno fette sempre più consistenti del traffico web. Si teme, insomma, che lobby di vario genere possano comprare corsie preferenziali su Internet, per garantirsi connessioni più stabili, servizi più veloci e, dunque, un vantaggio concorrenziale a tutti gli effetti.

Oltre alla mozione della del Castillo, si confronterà in commissione il testo emendato di Catherine Trautman (esponente del partito soialista francese), che dovrebbe trovare il sostegno del Partito Europeo dei socialisti e democratici, giudicato imperfetto ma più tutelante rispetto ai principi di neutralità. Dall’altra parte ci sono le esigenze di una Rete sempre più complessa ed essenziale, invasa da dispositivi mobili e da semplici macchine che comunicano dati e numeri senza corrispondere necessariamente a singoli utenti. Prosegue, in ogni caso, la campagna online Save the Internet , per contattare gli eurodeputati e chiedere un voto in difesa della neutralità di Internet. 

Ragazzo autistico si laurea Attenti alle facili illusioni

La Stampa

gianluca nicoletti

Piercarlo Morello, 33 anni, era stato giudicato “ritardato mentale”. Ora è dottore in pedagogia grazie al sistema della scrittura facilitata. Ma chi conosce l’autismo sa che questi ragazzi verbalizzano molto poco e hanno enormi problemi cognitivi e relazionali



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Un ragazzo autistico si è laureato, era stato giudicato “ritardato mentale” ora è dottore in pedagogia. Piercarlo Morello di 33 anni lunedì si è laureato con il voto di 96/110 dottore magistrale in Scienze umane e pedagogiche all’università di Padova con una tesi dal titolo “Morello Inclusione e benessere sociale. Una storia d’autismo per capire”. La notizia è di quelle che dovrebbero d’istinto indurre speranza e ottimismo: Piercarlo, a quanto viene proclamato, sarebbe il primo autistico non verbale a laurearsi in Italia. Occorre però fare un punto sul fatto che Pier per esprimersi usi il sistema della scrittura facilitata (Woce): una tecnica che gli consente di scrivere al computer grazie a uno stimolo esterno, un tocco al dorso da parte di un assistente alla comunicazione.

Chi conosce l’autismo, così detto “a basso funzionamento”, sa però che un ragazzo che abbia questa particolare sindrome, e non verbalizza salvo poche parole, nella maggior parte dei casi ha enormi problemi cognitivi e relazionali, soprattutto non è in grado di redigere una tesi di laurea, di esprimere concetti elaborati, come la frase attribuita a Pier nelle cronache dell’evento: “La disuguaglianza è la vera disabilità, so che cammino solo. Ho contro un male che rende la vita muta, solitaria, vacua e bisognosa di altri, ma nella mia cesta di parole taciute trovo anche soli e lune, oceani calmi e colori di luce.”

Questo è anche il parere della presidentessa dell’Angsa onlus nazionale (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) la professoressa Prof.Liana Baroni Fortini che, a proposito della notizia che un artistico non verbale si fosse laureato ha detto: “Angsa si congratula vivamente con Pier Morello per la laurea conseguita. Tuttavia se il brano che ha citato è stato scritto da Pier e non dal suo facilitatore, Pier non può dirsi autistico, poiché dimostra di avere una comunicazione sociale molto buona. Una delle caratteristiche principali degli autistici è quella d’essere incapaci di comunicazione sociale, indipendentemente dal modo di espressione, che può essere scritto oppure parlato, oppure a segni.”

Non è la prima volta che si legge di straordinari risultati scolastici ottenuti da soggetti autistici grazie a un “facilitatore” che lo aiuta a esprimersi via computer, il confine ambiguo di questa tecnica è quanto sia in realtà il facilitatore a indurre nell’autistico concetti e frasi che, in autonomia, non sarebbe mai in grado di elaborare.

A questo proposito la presidentessa dell’Angsa ha una sua possibile lettura”: Pier può essere diagnosticato come muto ma non come autistico, e se qualcuno ha fatto questa diagnosi si tratta di un errore diagnostico. In medicina si commettono molti errori diagnostici, e quando questi sono errori per eccesso e si diagnostica una malattia inguaribile che non c’è, allora si creano le condizioni per poi gridare al miracolo della guarigione. La Comunicazione Facilitata, che ora si presenta con il nome di WOCE, viene classificata dalla Linea guida n.21 dell’Istituto Superiore di Sanità del 2011 fra gli interventi non raccomandati per l’autismo.”

In realtà negli Stati uniti sono già 15 anni che la comunità degli psichiatri ha fatto studi specifici sulla comunicazione facilitata, negandone la scientificità: “Purtroppo la comunicazione facilitata non ha evidenza scientifica-Dice Luigi Mazzone neuropsichiatra del Bambino Gesù con esperienza decennale nel trattare autistici- avrebbe fatto piacere a tutti sapere che questo metodo potesse essere validato scientificamente per l’ autismo. Il metodo parte dal presupposto che il problema a comunicare sia unicamente espressivo e non legato a un deficit cognitivo, sappiamo invece che negli autistici esiste un 50-60% di ritardo mentale, percentuali che potranno anche essere rivalutate, ma che comunque sono un ostacolo alla comprensione.”

Questo non toglie che la storia di Pier sia positiva: “In realtà che questo ragazzo si sia laureato è una cosa bellissima -continua il dott. Mazzone che è particolarmente impegnato nel progetto “Aita”, finalizzato alla realizzazione di summer camp per ragazzi con problemi psichici- Ogni obbiettivo che un autistico raggiunge è ragione di felicità per lui e la sua famiglia, l’ importante è non generalizzare il beneficio avuto da un soggetto su tutta la comunità degli autistici.”

Il prof Carlo Hanau, docente di statistica medica e direttore del Master “Tecniche comportamentali per i bambini con autismo” Università di Modena e Reggio, ricorda a proposito: “Una ricerca condotta in Gran Bretagna già parecchi anni fa, aveva trovato che su cento bambini con diagnosi di autismo soltanto sei esprimevano il proprio pensiero tramite comunicazione facilitata, mentre nei restanti 94 casi chi si esprimeva era in realtà il facilitatore e non il facilitato che parlava attraverso il computer.” Ricorda il prof Hanau del un caso di studente universitario che superava regolarmente i primi esami con la comunicazione facilitata, finché c’è stata la presenza del suo facilitatore: “La sua carriera si è bloccata quando agli esame gli era stato assegnato come facilitatore un docente di pedagogia della facoltà.”

Il problema vero è che se una famiglia s’impegna in questa attività, rischia di perdere di vista il problema più importante, che secondo Hanau è quello delle autonomie di base della vita quotidiana e degli obbiettivi possibili a raggiungersi da parte dei ragazzi. In conclusione non si può che condividere l’orgoglio di un ragazzo con difficoltà che riesce a raggiungere un traguardo così importante come la laurea, il percorso di Pier è in assoluto gratificante per chiunque soffra per l’emarginazione e il pregiudizio in cui affondano i soggetti con disabilità psichica in genere. 
Massima soddisfazione quindi per la bella storia padovana, purché il caso di Pier non si risolva nella facile equazione: autistico che non parla con un facilitatore accanto diventi uno scienziato, perché così non è.

Non è nemmeno giusto che si alimentino illusioni e speranze nelle famiglie che, spesso in totale solitudine, ogni giorno hanno la grossa responsabilità di dover decidere quale sia la maniera giusta per far vivere il più felicemente possibile il proprio figlio, spesso nelle limitatezza delle proprie condizioni economiche. Può essere fantastico far laureare un figlio, anche se avrà sempre bisogno di una persona accanto che l’aiuti a scrivere, purché questo non tolga attenzione e risorse per qualcuno che gli insegni, ad esempio, a essere autonomo quando va al gabinetto.