lunedì 3 marzo 2014

Carplay, il sistema Apple per l’auto

Corriere della sera

Basato su iOS7 consente di gestire l’Iphone dall’abitacolo. Le prime Case a montarlo sono Ferrari, Mercedes e Volvo


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MILANO–Dopo le anticipazioni al Salone di Ginevra va in scena lo sbarco ufficiale di Apple nel mondo dei motori, un mercato che la Casa della mela si appresta a stravolgere dopo quello della musica, della telefonia, dell’editoria e ovviamente dei computer.

SARA’ L’AUTO IL GADGET HI-TECH DEL FUTURO? È presto per dirlo, ma un primo passo Apple l’ha fatto. La novità si chiama CarPlay ed è un aggiornamento del sistema operativo iOS 7 che in auto permette di gestire gli iPhone grazie al connettore Lightning. CarPlay sarà disponibile in un numero di selezionato di vetture già nel 2014, funziona grazie a dei software incorporati nel computer di bordo dell’auto e dialoga con l’iPhone per effettuare chiamate, utilizzare le mappe con il gps, ascoltare musica e accedere ai messaggi. Per fare tutto questo è possibile utilizzare lo schermo sensibile al tocco della vettura, oppure i comandi vocali (Siri), senza operazioni complicate, ma premendo un semplice tasto sull’iPhone. La nuova tecnologia quindi non è realizzata dalle Case automobilistiche - come i sistemi d’infotainment, più o meno riusciti, a cui siamo abituati - ma dalla stessa Apple, con i relativi vantaggi in termini di facilità d’utilizzo e compatibilità.


ARRIVA A GINEVRA Le prime case ad introdurre CarPlay nei propri modelli, già questa settimana a Ginevra, saranno Ferrari, Mercedes e Volvo, ma la lista di quelli che si aggiungeranno in seguito è lunga: Bmw, Ford, General Motors, Honda, Hyundai, Jaguar Land Rover, Kia Motors, Mitsubishi, Nissan, PSA Peugeot Citroën, Subaru, Suzuki e Toyota. «Gli utenti iPhone vogliono sempre i propri contenuti a portata di mano e CarPlay consente a chi guida di utilizzare il suo iPhone in macchina riducendo al minimo la distrazione», commenta Greg Joswiak (Vice President Product Marketing iPhone e iOS di Apple), «abbiamo una straordinaria gamma di partner che stanno adottando CarPlay, e siamo entusiasti del suo debutto questa settimana a Ginevra».

SISTEMA APERTO- Tramite CarPlay, quando arrivano messaggi o notifiche, Siri li legge per l’automobilista ed è possibile dettare le risposte o semplicemente fare una telefonata, al contempo anche effettuare chiamate, richiamare quelle perse o ascoltare messaggi vocali. CarPlay supporta già ora un certo numero di applicazioni audio di terze parti compresi Spotify e iHeartRadio, in modo da poter ascoltare i propri servizi radio preferiti o app di trasmissioni sportive durante la guida, ma in futuro queste aumenteranno esponenzialmente.

03 marzo 2014

Via Duomo ridotta così, turisti indignati: mi vergogno come napoletano»

Il Mattino


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Gentile redazione, oggi ho visto turisti camminare indignati su questo marciapiede di via Duomo. Ed ho vergogna! Qui la colpa é dei cittadini! E di nessun altro! La gente si è stancata di lottare, questa città credo sia destinata ad andare sempre peggio. Un centro storico ridotto così non credo che abbia uguali in tutta Europa (Est compreso). E non mi vengano a dire che ogni mondo è paese!

Davide Zito

domenica 2 marzo 2014 - 15:24   Ultimo agg.: 15:26



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A lavarar la testa all'asino,,
°per FOREVER non sono andata via da Napoli per vigliaccheria ma perchè non sopportavo più l'immobilismo della città e dei suoi abitanti.Dove vivo mi sento una cittadina di serie A e non una MONNEZZA,quella caso mai ci sarai tu che non sapendo argomentare passi alle offese gratuite.Se ti va,leggiti il Ventre di Napoli della Serao ,e capirai che Napoli non ha speranza se non cambiano i napoletani.Cordialità
Commento inviato il 03-03-2014 alle 11:41 da trebisonda


x enzosuper
Il 90% di critica il sindaco (anche quando non ha colpe) è un elettore di centrodestra. Sono tutti elettori di Lettieri. Perciò non farci caso, è normale...il Mattino è da sempre un giornale di destra seguito da gente di destra.
Commento inviato il 03-03-2014 alle 10:59 da oplontis72


per bugmenot
Sai qual'è il problema? E' che, dei napoletani che abitano in quella zona, pochissimi sanno che il Centro Storico è patrimonio dell'UNESCO.
La cosa grave è che lo sanno le Istituzioni ma non fanno nulla per ovviare a questa situazione e migliorarla .
Il Centro Storico di Napoli ha bisogno di controllo capillare di giorno e di notte per un periodo di tempo molto lungo (anni, non mesi). Solo così si potrà rimediare a questa situazione.
Nei centri storici delle più importanti città europee si cammina tranquillamente di giorno e di notte senza problemi.
La vera sfida è quella di vedere tutto questo.
Per il resto, aveva ragione Eduardo, ed è quello che dico ai miei figli: fujtevenne!
Ma non solo da Napoli, ma dall'Italia; perchè questa non è solo una città morta, ma è l'intero paese che ormai è in putrefazione.
Commento inviato il 03-03-2014 alle 10:35 da antyme


x maxaniello
Smettetela di prendervela con le amministrazioni di turno. Il materasso per strada l'ha lasciato il sindaco? Sai che si tratta di rifiuti speciali e che andava chiamata l'Asia per la rimozione nei tempi da loro stabiliti?
C'è gente che che lascia la spazzatura ovunque e a qualsiasi ora, di giorno e di notte. Il buon senso, in situazioni di emergenza mi ha spinto a tenere la spazzatura in casa, anzichè a gettarla ai piedi dei cassonetti stracolmi. La colpa è del 90% dei napoletani...nelle campane della differenziata trovo di tutto. Addirittura in quelle della carta ho trovato bottiglie di passata di pomodoro, con i residui di polpa ancora in bella vista! Ma di che parliamo? Ma fatevi un esame di coscienza...
Commento inviato il 03-03-2014 alle 10:31 da enzosuper


napoli
e un secolo che si dicono le stesse cose monnezze disoccupazione lo stato il governo così ci vuole esempio e 1 anno sui campi di calcio ci offendono e la lega non fa niente ci dobbiamo svegliare esempio le 4 giornate di napoli
Commento inviato il 03-03-2014 alle 10:29 da peperaccio


Si ma...
i 1100 spazzini pagati di napoli dove stanno? in malattia? altri incarichi? assorbiti nei sindacati? o a fare shopping?
Commento inviato il 03-03-2014 alle 09:46 da ferrix


ma non è solo via duomo...
tutta la città è in queste condizioni...inutile farsi illusioni...date un occhio sotto la galleria principe di Napoli...oppure in via roma....è un degrado totale che tutti vedono e nessuno fa nulla compreso giggino 'o flop...
Commento inviato il 03-03-2014 alle 09:10 da piergiab


trebisonda
tu sei fuggita solo per vigliaccheria. Già parli come una straniera quando dici "i napoletani sono circondati..." oppure "siate più cittadini...". Ricordati che vieni e comunque sarai sempre "munnezza" nella città in cui vivi adesso.
Commento inviato il 03-03-2014 alle 08:34 da FCO_forever


i turisti si vergognano ?
quello che non capisco è l'instenza dei turisti a visitare Napoli .......
Commento inviato il 03-03-2014 alle 08:31 da collante



Napoli è una città
che non vuole turisti e il sindaco vuole solo i tennisti come forestieri...
Commento inviato il 02-03-2014 alle 23:21 da eleatico





Sondaggio Ipr: per 6 napoletani su 10. la città è peggiorata negli ultimi anni

Corriere del Mezzogiorno


Il 51% degli intervistati è drastico: meglio andarsene




NAPOLI - Il sondaggio è stato presentato stamane (Città della scienza, sala Newton), a conclusione della due giorni intitolata #PrimaNapoli-Assise Generale, promossa da Fare Cittá — l'associazione presieduta da Gianni Lettieri — in collaborazione con il think tank under 35 Giovani in Corsa. Ipr marketing, nel mese di febbraio, ha infatti misurato il sentiment dei napoletani. E i risultati della ricerca devono far riflettere. Innanzitutto, come è possibile verificare nelle tabelle, per il 61% degli intervistati il capoluogo partenopeo negli ultimi anni è «peggiorato».

Il 51% è ancora più drastico: meglio scappare. Un «sentimento di sfiducia e disillusione — spiega l'istituto guidato da Antonio Noto — che si conferma pienamente tra coloro che hanno risposto». Poi i responsi del sondaggio offrono un'apparente contraddizione: «Rispetto al futuro prossimo, infatti, la maggioranza dei napoletani non intende abbandonarsi al pessimismo. Per il 55% la città tra 2 o 3 anni sarà migliore di oggi, a fronte di un 23% che immagina un ulteriore arretramento e del 13% degli intervistati per cui le condizioni rimarranno stabili».

VISIONE - Perché tanta fiducia nel futuro? «Semplice — spiega Noto —: chi vive qui immagina che si sia toccato davvero il fondo. Peggio è impossibile, dunque qualcosa di meglio dev'essere giocoforza dietro l'angolo». Niente paura, però: sfiducia e disillusione tornano presto ad aleggiare: «Questi due sentimenti si riscontrano nuovamente nel momento in cui agli intervistati viene chiesto di Napoli e del ruolo che attualmente gioca sia in Italia che in Europa.

Per l'assoluta maggioranza del campione, la città non ricopre oggi un ruolo da leader né nel Paese né oltreconfine. Rispetto al resto del Sud invece si registra una spaccatura: un 50% vede Napoli ancora come città di primo piano, mentre il restante 47% non ritiene che ricopra più nemmeno nel Mezzogiorno questo ruolo». Una «percezione di decadimento che si riscontra anche nel momento in cui si chiede dell'odierna Napoli rispetto al passato. La quota maggiore di intervistati evidenzia una diminuzione dell'influenza esercitata oggi dalla città sia in Italia che in Europa».

Cosa potrebbe, allora, riportare un po' di (vera) fiducia da queste parti? «Il primo problema — riprende Noto — è il lavoro, quindi ci vorrebbe una figura collegata a questo mondo, magari un imprenditore; uno che non sia stato ancora definitivamente contaminato dalla politica». Ha in mente qualcuno? «Lettieri ha un profilo che secondo me potrebbe combaciare. Perché se è vero che l'ex presidente di Confindustria Napoli ha perso le scorse elezioni, è altrettanto innegabile che anche Renzi è stato sconfitto alle primarie di colazione (quelle vinte da Bersani).

E sappiamo come è andata a finire». Di tutti questi temi, come detto, si discuterà oggi nel dibattito di Città della scienza, che vedrà gli interventi di Tiberio Brunetti (coordinatore #PrimaNapoli), di Renzo Mariniello e Giovanna Abbate (Giovani in Corsa), Antonio Noto (direttore Ipr Marketing), Fiorella Zabatta (ricercatrice), Massimo Lo Cicero (economista), Marco Demarco (editorialista Corriere della Sera). Conclusioni affidate a Lettieri.

01 marzo 2014

Agli italiani salvare Roma costa ancora 15 miliardi

Libero


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Roma sarà salvata a puntate, ma il copione è già scritto, e il conto della spesa pure: 15 miliardi di euro. Ora è arrivata la tranche da 600 milioni di euro (570 +30) con il decreto legge di Matteo Renzi che pur borbottando si è piegato alle minacce del sindaco capitolino Ignazio Marino. Ma il conto della spesa è ancora lungo, e facendo venire un brivido sulla schiena dei contribuenti italiani l’ha ben spiegato ieri a Il Messaggero il professore Massimo Varazzani, che da metà 2010 guida la gestione commissariale del debito pregresso di Roma. Il manager (e banchiere: è stato in Bankitalia, al Credito italiano e alla Cassa depositi e prestiti), quando arrivò il 26 luglio 2010 si trovò di fronte un vero e proprio muro del debito: 22 miliardi e 400 milioni di euro.

In gran parte erano debiti finanziari (prestiti e mutui bancari) che ammontavano a 13,8 miliardi di euro. Ma c’erano anche debiti non finanziari per 8,6 miliardi di euro (dalle multe a quelli commerciali). Varazzani si mise al lavoro. Ottenne una entrata certa da parte del Tesoro: un contributo annuale perpetuo da 500 milioni di euro. Il governo poi si fa ridare dal comune di Roma 200 milioni di euro, che per 180 milioni sono pagati dai cittadini della capitale grazie a un aumento ad hoc dell’Irpef comunale, e per 20 milioni sono assicurati dai viaggiatori di tutto il mondo costretti a pagare una sovrattassa di imbarco agli aeroporti di Fiumicino e Ciampino. Varazzani a quel punto ha la certezza di avere in tasca ogni anno 500 milioni di euro “per sempre”.

Si mette al lavoro. Scopre che alcuni debiti sono inesigibili, e semplicemente li cancella. Al Comune di Roma avevano svuotato come si dice tutti i cassetti senza nemmeno guardare. Salta fuori ad esempio che continuavano a inseguire 360 milioni di euro di vecchie multe ormai estinte perché da anni era intervenuto un condono. Un credito inesigibile che quindi viene cancellato. Per fortuna accade pure con qualche vecchio debito. Che risulta al primo controllo già saldato. Varazzani dice al governo allora in carica: “Per i debiti finanziari dove posso ricontratterò.

Cercherò di fare in fretta e pagare tutti i debiti non finanziari. Quando avrò saldato l’ultimo cent di questa partita però me ne andrò, e la gestione commissariale dovrà esser chiusa”. Grazie al contributo perpetuo da 500 milioni è andato dalle banche, e ha scontato con varie operazioni che vengono rinnovate già 30 anni di contributi. E cioè 15 miliardi di euro futuri, che verranno presi per 6 miliardi dalle tasche dei romani e per 9 miliardi da quelle di tutti gli italiani. Man mano ha pagato i debiti, con un lavoro che ha fatto risparmiare centinaia di milioni di euro di interessi passivi. Al 31 dicembre scorso ne sono restati in tutto 14,9 miliardi, la gran parte finanziari. Secondo il suo ruolino di marcia nel 2017 avrà pagato tutti i debiti non finanziari, a patto che Marino si dia da fare e regoli debiti fuori bilancio, contenziosi ed espropri che in tutto valgono un miliardo di euro.

A quel punto Varazzani se ne andrà, e la gestione commissariale sarà chiusa. Non per le tasche degli italiani. Perché- spiega lui- a quel punto resterebbero i mutui. Quanto? “Qualcosa più di 5 miliardi di euro”. Nove già scontati scontati in banca per il futuro qualcosa più di 5 miliardi alla fine e 600 milioni di euro ora nella prima tranche: ecco fatto il conto finale di 15 miliardi prelevati dalle tasche degli italiani (più altri 6 miliardi che verranno da quelle degli abitanti e viaggiatori di Roma).Se vuole restare in sella fino alla fine della legislatura dunque Renzi è meglio che metta da parte risorse per Roma. Perché fra 3 anni gli arriverà un conto dieci volte superiore a quello pagato controvoglia oggi. “Lo Stato deciderà che fare. O versa un nuovo contributo annuale per pagare le rate di quegli oltre 5 miliardi di mutui, oppure salda la cifra subito e li chiude tutti risparmiando sugli interessi e spalmandosi la spesa su più anni, cosa che la gestione commissariale non può fare…”.

di Fosca Bincher

I maschi italiani e francesi sono i maggiori cornificatori d' Europa

La Stampa

gianluca nicoletti

La palma di fedifraghi attribuita in un sondaggio promosso da un sito per incontri tra adulteri. Più morigerati gli inglesi e The Telegraph allude al cattivo esempio di Berlusconi e Hollande, ma dimentica che anche  a casa reale...


cartellone adulterio
Gli italiani sono, assieme ai francesi, gli uomini più infedeli. Chi lo dice? Un sondaggio fatto da Ifop per il noto sito d’incontri che favorisce l’ intrallazzo tra le persone sposate. Il sondaggio per lo meno s’ appoggia su una base dati certa, è bastato incrociare i paesi d’ origine degli uomini sposati profilati dal sito e concludere che su 4.879 maschi maggiorenni, scelti tra sei paesi europei, il 55% di quelli che rivendicavano incontri sessuali con partner extraconiugali erano tutti Italiani e Francesi.

I sondaggisti suggeriscono un rapporto stretto tra l'infedeltà e la religione, nei paesi a maggioranza protestante sarebbe più solida l’ osservanza della fedeltà tra i tedeschi il 46% ammette di aver imbrogliato la propria partner, tra i belgi il 51%. Comunque quello che viene da pensare è che le flessioni percentuali dei cornificatori indefessi è abbastanza trascurabile. Una sintesi approssimata, ma realistica, porterebbe a dire che la metà degli uomini non considera la monogamia istituzionale un vincolo sufficiente al contenimento della propria transumanza sessuale.

Inutile ricordare quanto sia relativo poi valutare da un sondaggio sulla fedeltà promosso da un sito che per mission aziendale ha l’ essere facilitatore d’ adulteri, in ogni caso il quotidiano britannico The Telegraph ha trattato con rigore anglosassone la notizia, tra l’ altro il corrispondente da Parigi Rory Mulholland sembra essere molto soddisfatto del fatto che gli uomini nel Regno Unito siano, tutto sommato, leggermente più fedeli della media europea, ammettendo solo per il 42% una relazione extraconiugale. Naturalmente per The Telegraph il fantasondaggio diventa il pretesto per dimostrare che immancabilmente il cattivo esempio venga dall’ alto, sono citati infatti Silvio Berlusconi e François Hollande come cattivi maestri di comportamenti matrimonialmente discutibili.

Come fatalmente accade nella più banale della realtà quotidiana l’ unico a non sapere, o fingere di non sapere, del tradimento è sempre chi lo subisce in casa. Ragione per cui l’articolista The Telegraph non inserisce nelle sue argomentazioni il variegato novelliere delle certificate o presunte coronate corna della real casa.  Luogo dell' immaginario adulterino per eccellenza, da cui trasse il suo più fantastico alimento il gossip internazionale degli ultimi decenni, ma che evidentemente ha determinato un effetto deterrente sui comportamenti adulterini dei loro morigerati sudditi. 

Joseph Ratzinger, cosa non torna nella ricostruzione sulle dimissioni

Libero


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Dopo la risposta ironica data alla Stampa di mercoledì (secondo cui Ratzinger sarebbe rimasto papa emerito solo perché ormai aveva il vestito bianco nell’armadio e non si trovava una tonaca nera in tutto il Vaticano), risposta surreale che solo chi crede all’esistenza dei Puffi poteva prendere sul serio, due giorni dopo - il 28 febbraio - è arrivata la risposta vera, tramite il segretario particolare di Benedetto XVI, monsignor Georg Gaenswein. Interpellato da Avvenire, infatti, alla domanda se Ratzinger si è mai pentito di aver assunto il titolo di papa emerito, don Georg ha risposto di no e ha spiegato perché ha deciso così: «Ritiene che questo titolo corrisponda alla realtà». Ecco la risposta seria. Prova che invece era una battuta scherzosa quella con cui è stata liquidata La Stampa, che era andata a disturbare chi non poteva parlare (Benedetto si è impegnato solennemente a stare «nascosto al mondo»).

Qualcuno dirà che poteva non rispondere alla fastidiosa interpellanza. Ma se non rispondeva il suo silenzio poteva essere letto come troppo sospetto e sedizioso. Le parole del segretario spiegano che il titolo di «papa emerito» non è certo dato dall’abito, perché l’abito non fa il monaco (anche il bimbo salutato mercoledì da Francesco in piazza San Pietro era vestito da papa). Gaenswein afferma che nel caso di Ratzinger quella qualifica «corrisponde alla realtà». Chi ha orecchie, intenda. È una risposta molto importante ed è esattamente in linea con le parole pronunciate da Benedetto XVI nel suo ultimo discorso, il 27 febbraio 2013, in cui, parlando del suo ministero petrino, disse:

«Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo». Cosa teologicamente significhi tutto ciò, che crea una situazione nuova nella storia della Chiesa, per ora non è stato spiegato. Ma verrà il tempo in cui tutto si chiarirà. Dopo l’unica spiegazione pubblica del suo status, del 27 febbraio 2013, Benedetto XVI si è impegnato solennemente a non parlare più. Parlano però i suoi gesti, i suoi segni e le sue decisioni e corrispondono esattamente a quanto venerdì ha dichiarato monsignor Gaenswein.

Frasi da rileggere
In una precedente intervista al Messaggero, il 22 ottobre scorso, il segretario particolare di Ratzinger, che è pure Prefetto della Casa Pontificia con Francesco, aveva detto altre cose molto importanti, da rileggere attentamente, frase per frase.

La domanda era stata questa: «In Vaticano non c’è il rischio di avere un Papa e un antipapa?». Ecco la sua significativa risposta: «Per nulla. C’è un Papa regnante e un Papa emerito. Chi conosce Benedetto XVI sa che questo pericolo non sussiste. Non si è mai intromesso e non si intromette nel governo della Chiesa, non fa parte del suo stile. Il teologo Ratzinger, inoltre, sa che ogni sua parola pubblica potrebbe attirare l’attenzione, e qualsiasi cosa dicesse verrebbe letta pro o contro il suo successore. Quindi pubblicamente non interverrà. Per fortuna fra lui e Francesco c’è un rapporto di sincera stima e affetto fraterno».

Lascio ai lettori il commento. Io mi limito a osservare che appare del tutto fuori strada sia chi oggi usa Benedetto contro Francesco, sia chi - e sono i più - usa Francesco contro Benedetto. Non si può né delegittimare e cancellare Benedetto in nome di Francesco, né delegittimare e cancellare Francesco in nome di Benedetto. Senza con ciò ritenere «normale» la situazione (bisogna guardare al Terzo segreto di Fatima). Anche se fuori trapela poco e pare che d’improvviso sia stato messo uno strano silenziatore agli scandali, il momento è drammatico. La barca di Pietro è sotto attacco, dall’esterno e dall’interno, come mai lo è stata prima.

I due pastori sanno di vivere una situazione inedita nella storia bimillenaria della Chiesa (anche se i vaticanisti si fanno in quattro per dire che è tutto normale). Loro due sono ben consapevoli della delicatezza dei loro ruoli e della drammaticità loro compiti. Molte cose, oggi, non possono dire e non possono spiegare. E i segnali e i messaggi che escono dai Sacri Palazzi sono sottili, vanno colti e decifrati con perspicacia, passione per la Chiesa e libertà interiore (con una certa consapevolezza di quella lingua cifrata che è il «curialese»).

Qua e là si possono rinvenire le briciole di notizie disseminate «distrattamente» sulla via. Per far capire la situazione e la strada. Per esempio, da un’altra recente intervista di monsignor Gaenswein - che poi è l’uomo di collegamento fra Benedetto e Francesco - si apprendono cose interessanti.
Mi riferisco a ciò che ha dichiarato al Washington Post. Don Georg dice che Benedetto ha «una grande stima» di Francesco e che essa «è cresciuta per il coraggio del nuovo Papa, settimana dopo settimana. All’inizio non si conoscevano molto bene, ma poi Papa Francesco gli ha telefonato, gli ha scritto, gli ha fatto visita, gli ha telefonato di nuovo e lo ha invitato (a riunioni private), e allora i loro contatti sono divenuti molto personali e confidenziali».

Dov’è qui la «briciolina»? Nella frase: «lo ha invitato a riunioni private». Una notizia apparentemente piccola, ma che in realtà può avere un enorme significato. Poi Gaenswein ha detto ciò che ha potuto osservare lavorando con i due uomini di Chiesa: «lo stile di Papa Francesco è molto diverso, anche se questo non vuol dire che il contenuto sia migliore», ma «il suo stile ha creato molto interesse tra i fedeli e anche al di fuori della Chiesa».

Ha aggiunto: «Il successo non è l’angolo giusto da cui giudicare un papato». E ha concluso sottolineando che Benedetto XVI «ha piantato molti semi e i risultati non si possono vedere subito». È alla luce di questo quadro molto complesso che va considerato anche l’episodio della Stampa (che, curiosamente, ha reso note, su nostra richiesta, solo le risposte, ma non ancora le domande). Fra l’altro Andrea Tornielli iniziava il suo articolo, giovedì scorso, annunciando che Benedetto XVI smentiva chi aveva parlato di «diarchia». Pure su Vatican Insider ha scritto: «Benedetto dice chiaramente che non partecipa a una diarchia».

Ma, a rigore, nella lettera di Benedetto questa smentita non c’è (di «diarchia» non parla affatto). Ciò non significa che la legittimi, ma la negazione esplicita non si legge. Tornielli dice pure che «Benedetto rifiuta decisamente qualsiasi speculazione su motivazioni segrete per la sua rinuncia» e anche questo non è vero: non dice nulla sulle motivazioni (dunque le ipotesi che sono state fatte non sono state smentite). Egli ripete solo che la sua è stata una scelta libera, cosa che già aveva dichiarato solennemente e che nessuno ha mai contestato.

Quella lettera contiene poi altre stranezze. Al primo punto vi si legge: «unica condizione della validità (della rinuncia) è la piena libertà della decisione». Unica? Possibile che Benedetto XVI ignori che nel Codice di diritto canonico le condizioni per la validità sono due? Per quanto riguarda il vestito vi si legge che il suo «abito bianco» è «distinto da quello del Papa». Ma in realtà lui, anche quando era papa regnante, nella vita privata vestiva esattamente come ora (e ci sono le foto che lo provano). Quindi continua a vestire da papa.

Gli auguri natalizi
Infine la firma. Ho un biglietto di auguri natalizi del papa emerito del dicembre scorso, due mesi fa. È possibile notare che la grafia è molto diversa e che si firma «Benedictus», come sempre ha fatto, mentre nel biglietto a Tornielli si legge «Benedetto». Infine nel biglietto di auguri, fra il nome e il numerale, c’è la sigla papale «PP», mentre non c’è nel biglietto di Tornielli, in cui invece c’è un improprio punto dopo «XVI». Ovviamente il biglietto è autentico. Ma scritto in modo tale da non chiarire nulla e - anche con la battuta sull’abito bianco - da autoinvalidarsi e - sostanzialmente - burlarsi finemente degli interroganti.

Benedetto fa pensare alle parole di Gesù nel Vangelo: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque astuti come i serpenti e puri come le colombe» (Mt 10, 16).

di Antonio Socci

C'è già stato il fallimento della sinistra dei movimenti

Corriere del Mezzogiorno

De Magistris avrebbe meritato un destino migliore


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Incontrandolo ieri al Corriere del Mezzogiorno, ascoltandolo mentre si difendeva dal giudizio negativo pressoché unanime dei lettori che ci hanno spedito le loro osservazioni e domande, pensavo che Luigi de Magistris avrebbe meritato un destino migliore. Non gli manca né la favella né la faccia tosta, due qualità che hanno fatto di Renzi il primo ministro. E infatti anche per lui era stato pronosticato, nell'area politica e culturale che è poi passata con Grillo, un futuro da leader nazionale, arricchito da un roboante seppure inconcludente curriculum di procuratore. Fu in preda a questa illusione che Napoli lo elesse sindaco, forse sperando di portare la sua ansia di cambiamento fino a Roma, di aver finalmente trovato il campione di una rivoluzione civile vincente.

Non è stato il flop alle elezioni politiche della lista Ingroia a mettere fine a questo sogno di conquista arancione, come spesso si dice. È stato piuttosto il fallimento della rivoluzione civile a Napoli a sgonfiare il progetto nazionale. L'insuccesso nella pratica di governo locale.Dunque, caro sindaco de Magistris, lei è vittima di se stesso. Le sue auto-giustificazioni non ci hanno convinto. C'è un momento in particolare in cui il sindaco ha tradito le promesse di verità e novità, e lo ha fatto deliberatamente. È stato quando, all'inizio del mandato, il suo assessore al bilancio Realfonzo, e molti altri alcuni dei quali lo hanno raccontato sul Corriere, lo avvisarono dello stato dei conti del Comune.

A quel punto de Magistris poteva tracciare una linea nella sabbia, dichiarare dissesto e ricominciare daccapo, ristrutturando il debito e prosciugando i mille rivoli in cui il denaro pubblico veniva e viene buttato. Avrebbe potuto davvero mettere fine alla storia che garantiva di voler cancellare e aprirne un'altra; far pagare i forti e proteggere i deboli, dislocando le poche risorse su una frontiera nuova, a vantaggio dei cittadini e contro chi per decenni ha depredato il patrimonio pubblico. Non l'ha fatto. Secondo noi non per orgoglio o per puntiglio ideologico, ma perché il suo patto elettorale non scritto con imprese e fornitori prevedeva che fossero pagati per intero, a carico della collettività.

Così oggi i napoletani versano le tasse locali più alte possibili, ricevendo in cambio i servizi peggiori possibili, e ciò nonostante il Comune ha un buco di un miliardo e mezzo. Questa è la colpa politica grave del sindaco, e questa sola colpa basta a decretare il suo fallimento. Anche se quello del Comune per adesso non ci sarà, perché il governo Renzi, con un provvedimento discutibile visto che invalida preventivamente la prossima sentenza della magistratura contabile della Corte dei Conti, ha deciso di graziare de Magistris concedendogli qualche altro mese. Il sindaco ha avuto la fortuna di mettersi in scia del disastro di Roma, e l'ha sfruttata. Ma se si continua a spazzare la polvere sotto al tappeto, prima o poi il conto arriverà comunque, e sarà solo più salato.

La parabola di de Magistris ha una singolare coincidenza temporale anche con l’esaurirsi in un’altra grande regione meridionale di un’altra grande speranza di rinnovamento: la primavera pugliese. Tra pochi giorni Emiliano lascerà Bari, e tra pochi mesi Vendola lascerà la Regione. Ma invece dell’ordinata successione che i due protagonisti avevano accreditato in questi anni, Nichi e Michi se le stanno dando di santa ragione. Michi scalpita, vorrebbe già rottamare Nichi, sentendosi forte dell’appoggio che ha dato a Renzi. Entrambi però giocano una partita piccina e personale, e si negano a una riflessione sul perché, dopo dieci anni, la loro esperienza non è uscita dai limiti e dai confini della Puglia. Emiliano ha ieri finto di festeggiare la designazione a capolista per le europee, ma la verità è che è solo il premio di consolazione per il mancato ingresso nel governo: era a quello che puntava il sindaco, e non c’è riuscito.

(Taciamo qui per carità di patria lo spettacolo coreano che De Luca-Il-Sung sta dando a Salerno, perché quella per noi non è neanche più lotta politica ma intrigo satrapico di fattura orientale, e comunque non è valso neanche a lui il tanto agognato posto da sottosegretario). La sinistra delle regioni e dei movimenti, l’unica che in questi anni ha saputo vincere e reggere la sfida in un Mezzogiorno rimasto invece sul piano politico a maggioranza berlusconiano, sta dunque uscendo dalla scena nazionale, insieme a quella bislacca «sinistra della coesione» che tanta euforia aveva acceso intorno ai riccioli di Fabrizio Barca. È ora che una sinistra riformista e di governo, se c’è, batta un colpo.

01 marzo 2014

Amato, ecco tutte le sue poltrone

Libero


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"Quando ero al governo io e gli altri partiti non abbiamo capito niente. Abbiamo sbagliato". Giuliano Amato si confessa nel libro di Alan Friedman "Ammazziamo il Gattopardo" e racconta da dove arrivano gli errori fatai dei governi di fine anni ottanta e primi anni novanta (di cui lui stesso faceva parte) che hanno provocato l'impennata del rapporto debito-Pil.
Nonostante l'ammissione di colpa Amato continua a collezionare poltrone, manco fosse un "salvatore della patria".

L'ennesima gli si è infilata sotto le chiappe è quella di giudice della Corte costituzionale, gentilmente offertagli ('prego si accomodi') dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un incarico di prestigio assoluto, che "vale" infatti la bellezza di 403.840 euro (lordi) all'anno, pari a 33.583 euro mensili. Ai quali Amato affianca una pensione da 22mila euro e un vitalizio da 9mila euro al mese. Per un totale di 64mila euro al mese (lordi, per carità). Il nuovo incarico, poi, porta con sè anche 3 assistenti, 3 segretarie, telefonino, computer e auto blu.

Quella per le poltrone è una passione che accompagna Amato sin da giovane. Dal 1983 al 1994 è stato deputato Psi, dal 1983 al 1987 sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Bettino Craxi, dal 1987 al 1989 ministro del Tesoro con Goria e De Mita, dal 1992 al 1993 presidente del Consiglio (ricordate il prelievo straordinario dai conti correnti e la finanziaria da 93mila miliardi di lire?), dal 1992 al 1994 presidente dell'Aspen Institute, dal 1994 al 1997 presidente dell'Antitrust, dal 1998 al 2000 ministro per le Riforme istituzionali e poi del Tesoro con D'Alema, al quale succede come premier tra 2000 e 2001. Dal 2001 al 2006 è stato senatore con l'Ulivo, dal 2006 al 2008 ancora ministro nel governo Prodi, dal 2011 al 2013 guida il comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, dal 2009 è presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Treccani e dal 2012 presidente pure della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Tutto meritato, sia chiaro. H santo i conti. Di casa sua...

Luce e gas, la bolletta tutta in una pagina

Corriere della sera

Dai contatori «intelligenti» alle nuove tariffe, ecco le novità in arrivo


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Nuove bolletteIl futuro remoto, di là da venire, è quello del contatore «superintelligente», per il quale si inizierà a fare una prima selezione già quest’anno. Un apparecchio in grado di tenere i conti di gas, luce, acqua tutti insieme. E perché no, rifiuti e magari anche qualche consiglio ritagliato su misura per l’uso più razionale dell’energia. Ma il futuro prossimo, che scatta già dalle prossime settimane, sarà comunque sufficientemente rivoluzionario per tutte le famiglie e i consumatori italiani: si partirà dalla nuova «bolletta 2.0», che sostituirà le sette-otto spesso incomprensibili e pesanti pagine alle quali gli italiani sono stati abituati fino ad oggi, con un solo, sintetico e possibilmente chiaro foglio in formato A4, che conterrà tutto l’essenziale (anagrafiche, spesa e dati per poter cambiare operatore) in una o due facciate.

I CANTIERI - In parallelo si metteranno in movimento altri «cantieri»: quello per avviare comunque l’installazione nelle abitazioni dei contatori «intelligenti» per il gas (i «cugini» di quelli per l’elettricità già installati); un altro per riformare la tariffa sui servizi di rete in vigore dagli anni ’70, in modo da incentivare l’utilizzo di tecnologie efficienti come le cosiddette «pompe di calore» al posto delle tradizionali caldaie (e si parla anche delle cucine a induzione); infine la nuova tariffa per l’acqua, passata forse sotto silenzio, ma scattata dal primo gennaio scorso. Sono già due anni che l’Autorità per l’energia ha anche la competenza sull’acqua. Ora, con il nuovo sistema tariffario, l’obiettivo di contenere gli sprechi e di rilanciare gli investimenti per rimettere in sesto una rete conciata male, sembra essere a portata. Non che negli ultimi tre anni trascorsi dall’insediamento per l’attuale Autorità il lavoro non sia mancato. L’ultimo sforzo ha riguardato dodici mesi fa la riforma della materia prima gas, che sganciando il prezzo da quello del petrolio e legandolo all’andamento dei mercati «spot» ha fatto scendere nel 2013 le bollette dell’8%. «Quando ci siamo insediati – afferma il presidente dell’Autorità Guido Bortoni – abbiamo deciso di aprire una stagione di grandi e piccole riforme. Le maggiori, come quella gas, fanno parlare molto di sé, ma anche le tante piccole fanno il rumore di una foresta che cresce».


LA REVISIONE DEGLI ONERI - L’attenzione rimane alta su diversi altri fronti, e non potrebbe essere altrimenti. Per le imprese e per i consumatori italiani i prezzi dell’energia continuano a rimanere drammaticamente alti, soprattutto nel paragone europeo. Un differenziale che gioca contro le prospettive di rilancio dell’economia, soprattutto nel confronto con i «competitors». Nell’ambito delle sue attribuzioni anche il regolatore-Autorità è ben conscio del problema, che riguarda, tra l’altro, temi e questioni sensibili, come l’integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema e la revisione dei cosiddetti «oneri di sistema», cioè di tutte quelle voci «parafiscali» che appesantiscono la bolletta e che sono cresciute ben oltre le attese (oltre agli incentivi alle fonti rinnovabili anche gli sconti per le imprese energivore o i costi dello smantellamento del «vecchio» nucleare).

Non è un mistero che la crescita della componente fiscale nelle bollette abbia come effetto quello di ridurre lo spazio lasciato alla concorrenza sul mercato tra le diverse aziende fornitrici di gas e elettricità. Uno spiraglio però si sta aprendo, visto che l’Autorità ha inserito nel suo programma anche questa riforma. Un obiettivo da raggiungere a tappe entro il 2016. «Che l’incremento degli oneri sia per noi un elemento di forte preoccupazione – dice Bortoni – lo diciamo da tempo. Ma per fare queste riforme ci vuole coraggio da parte di tutti, istituzioni e operatori. Se si vuole una vera riduzione dei prezzi dell’energia le posizioni di rendita vanno abbandonate da tutte le parti, dando prova di responsabilità». Va da sé che agli occhi dei consumatori l’iniziativa più evidente sarà quella della nuova bolletta, che dopo un lungo confronto dovrebbe essere più vicina al modello Usa piuttosto che ad altri europei come quello francese o tedesco.

SEMPLIFICAZIONE - «Iniziamo la semplificazione dai servizi di maggior tutela ma è ovvio che anche il mercato libero non potrà ignorare questa nuova prassi», aggiunge Bortoni. Leggibilità e trasparenza saranno maggiori. Certo, per uguagliare il modello Usa bisognerebbe avere anche prezzi di elettricità e gas paragonabili. La strada è ancora lunga ma ben avviata.

Il glossario della bolletta energetica|Guarda

La rivoluzione delle tariffe (28/02/2014)
03 marzo 2014



Elettricità e gas più semplici, si parte dal 2015

Corriere della sera


Ma la «rivoluzione» partirà già da quest’anno


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Sarà la novità che più di tutte riguarderà la vita di 30 milioni di famiglie italiane: l’addio alla vecchia, burocratica e poco comprensibile bolletta. Il 2014 sarà l’anno della “rivoluzione”, visto che l’Autorità per l’energia ha appena dato il via alla procedura che prevede, come primo passo, la pubblicazione sul sito internet www.autorita.energia.it di un documento da sottoporre ad una “consultazione pubblica” che contiene gli orientamenti per arrivare a disegnare la “bolletta 2.0”.

NUOVO FORMAT L’obiettivo è ambizioso: superare l’attuale struttura per arrivare a un testo sintetico, snello, con voci chiare e semplici per tutti, sul modello delle bollette in vigore negli Stati Uniti. I tempi? La riforma dovrebbe entrare effettivamente in vigore dal 2015. La prima innovazione riguarda il format: scompariranno le attuali sette/otto pagine, che si ridurranno ad una sola,massimo due, che conterranno tutti gli elementi essenziali sulla spesa e le forniture di energia. L’attuale “quadro di dettaglio” sarà però disponibile su richiesta al proprio operatore, se si volessero approfondire le diverse voci di spesa.

TRASPARENZA Verranno semplificate e in qualche caso eliminate le voci meno comprensibili. Ad esempio gli attuali “servizi di vendita” si chiameranno “spesa per l’energia”. I “servizi di rete” si trasformeranno in un meno criptico “spesa per il trasporto e gestione del contatore”. Per maggior trasparenza si darà maggiore evidenza ai cosiddetti “oneri parafiscali” (dagli incentivi alle fonti rinnovabili agli sconti per le imprese “energivore” fino alle spese per lo smantellamento delle centrali nucleari), che oggi non sono indicati e che incidono ormai per oltre il 20% della bolletta sulla spesa finale.

03 marzo 2014

Il segreto di Anna, la poliziotta del caso Claps

Nino Materi - Lun, 03/03/2014 - 08:44

Fu trovata impiccata. Caso archiviato: suicidio. Ora si torna a indagare: per omicidio

Il caso Claps è un cubo di Rubik insoluto. Quando ti illudi che i quadretti siano ormai tutti della stessa tinta, ecco spuntare un colore fuori posto.


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E allora sei costretto a ricominciare. Per mesi, per anni. Senza certezze, se non quella che Danilo Restivo è in carcere e lì resterà a lungo. Restivo dopo aver ucciso Elisa Claps «espatriò» in Inghilterra dove massacrò un'altra poveretta. Domanda angosciante: almeno questo secondo delitto poteva essere evitato? Ed è qui che si innesca un giallo nel giallo. Nel 2001 (cioè 9 anni prima del ritrovamento del cadavere della studentessa potentina nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza) il corpo del commissario di Polizia, Anna Esposito, viene trovato «impiccato» alla maniglia di una porta del suo appartamento. Benché gli stessi inquirenti parlino subito di «suicidio anomalo», il caso viene archiviato, evidenziando come possibile movente del «gesto estremo» una non meglio precisata «crisi sentimentale».

Ma dietro quella morte c'è forse ben altro di un amore contrastato, di una situazione familiare complessa (ma non certo drammaticamente disperata): dietro quella morte c'è, forse, un collegamento con Elisa Claps che, all'epoca della morte della di Anna Esposito, era scomparsa già scomparsa nel nulla da otto anni. Della studentessa potentina si perdono le infatti le tracce la domenica mattina del 12 settembre 1993, mentre il cadavere delle poliziotta viene ritrovato il 12 marzo 2001. Otto anni durante i quali i sospetti su Danilo Restivo sono tanti, ma non suffiecienti ad arrestarlo; il cerchio su Restivo si stringerà infatti solo successivamente al ritrovamento del cadavere di Elisa avvenuto «ufficialmente» il 17 marzo 2010. Il commissario Esposito, pochi giorni prima della sua morte, telefonò al fratello di Elisa, dicendogli di avere «novità» sulla vicenda della ragazza.

Un incontro che non avvenne mai, Anna non ne ebbe il tempo... È questo l'elemento chiave attorno al quale ruota il documentato libro inchiesta, «Il segreto di Anna» (EdiMavi), del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Fabio Amendolara. Pagine e pagine di presunte «discrepanze nei rapporti giudiziari della polizia e falle investigative». Sullo sfondo le «coincidenze» che collegherebbero la morte del commissario all'omicidio della giovane Elisa. Usatissima nel libro è la parola «depistaggio». La stessa che ha contraddistinto - non senza ragione - l'intera odissea della famiglia Claps che la sua battaglia l'ha sempre combattuta (e vinta) con tenacia e dignità. Ma nel caso Claps sono ancora tante le cose che ancora restano in penombra. Ma non è mai troppo tardi per far entrare la luce. Per questo va salutata con favore la decisione della magistratura lucana di riaprire il fascicolo sulla morte del commissario Anna Esposito.

Suo padre ha sempre urlato: «Mia figlia non si sarebbe mai tolta la vita...». E allora non resta che un'altra ipotesi: omicidio, la nuova pista su cui la Procura della Repubblica di Potenza ha deciso di indagare. Qual era il «segreto» che Anna voleva svelare al fratello di Elisa? Chi aveva interesse a chiudere la bocca della poliziotta?

Il cubo di Rubik continua ad avere un colore fuori posto.

Genitore 1? Sono la mamma» La sua rivolta contagia tutti

Giannino della Frattina - Lun, 03/03/2014 - 07:10

«Io sono la mamma non il genitore uno. Capito sindaco #Pisapia?». Il rifiuto a subire l'ultimo attacco della rivoluzione «arancione» alla famiglia è diventato un virus inarrestabile che contagia il web.
 




La ribellione via social media all'arroganza di un Comune che per iscrivere i figli a scuola chiede la rinuncia a chiamarsi padre e madre. Almeno sui moduli di un'amministrazione che ha più a cuore la deroga che la norma. E che magari l'8 marzo festeggerà la donna, dopo averle tolto il diritto a essere mamma. E, invece, la difesa del proprio essere mamma piace. A destra, ma anche a sinistra come dimostrano le migliaia di «mi piace», le tantissime condivisioni e il dilagare nei blog che hanno moltiplicato un gesto semplice e grande che ha sfondato la diga dell'ipocrisia.

Ancor più prezioso perché inaspettatamente trasversale in giorni in cui le barriere dell'ideologia sono sempre più invalicabili e la divisione dei campi è sempre più cattiva. Ma è bastato l'orgoglio di una mamma per battere la politica che divide. «Non credevo proprio. Io ho fatto la mia fotina, pensavo di raccogliere solo un po' di “mi piace” dei soliti amici», spiega La Bianchi che così ha logato il suo profilo Facebook. «Cosa ho provato? Un grande fastidio. Prima ho cancellato quel “genitore 1”, poi ho scritto mamma e fatto la foto».

In realtà lei è Barbara Bianchi, mamma poco più che quarantenne di due gemelli di otto anni che dal web si è scoperto fa crescere da sola dopo il tramonto del matrimonio. «Lo scriva pure». Sono cose delicate, non sempre è il caso di raccontarle. «Non c'è problema, vivo questa situazione con orgoglio». Così come con orgoglio ha reagito allo sfregio di essere definita burocraticamente «genitore 1» anziché mamma. Quel ruolo così difficile, da interpretare con fatica ogni giorno. Anzi ogni ora del giorno. Troppo per buttarlo via firmando un modulo della scuola pensato da amministratore dissennati.

E tutto perché? Per lasciare aperto uno spiraglio alle coppie omosessuali che devono iscrivere un figlio a scuola. Ci sarà posto anche per loro, ci mancherebbe. Ma magari senza calpestare chi fa la mamma con grande gioia, ma anche con tanta fatica. E lo stesso (ovviamente) deve valere per i papà, perché i pilastri della famiglia sono due. E non facciamo finta di non capire che il disegno della sinistra è di muovere passo dopo passo verso il matrimonio per le coppie omosessuali. Per poi aprire alle adozioni dei bambini, disassando i cardini della famiglia. E i cattolici del centrosinistra che dicono? Subiscono ipocriti, per conservare le loro poltroncine.

Ora forse anche loro rimarranno stupiti a scoprire che sono in tanti a non pensarla così. «Io aspetto serenamente quel giorno e quella firma per fare la mia piccola strage», promette un'altra mamma sotto la «fotina» della Bianchi. «La signora Bianchi non ci sta - si legge su un blog - e allora via con un tratto di penna e scrive la parola più bella del mondo: mamma».

Il secolo della Leica la macchina fotografica che fece la rivoluzione

La Stampa

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Inventata nel 1914, rese possibile l’immagine “istantanea”


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Oscar Barnack era un ingegnere dalla salute malferma che nel 1914 lavorava alla Leitz di Wetzlar, in Germania. Aveva l’aspetto di un uomo buono e tranquillo, gli occhi chiari, i baffi curati, la fronte ampia tipica delle persone di genio. Barnack era un grande appassionato di fotografia, ma il suo fisico non gli permetteva di trascinarsi dietro l’ingombrante e pesante attrezzatura necessaria all’epoca per scattare una foto. Si dice sia nata così la sua ossessione: creare una piccola, leggera e affidabile fotocamera che potesse stare in tasca ed essere usata con facilità. La inventò nel marzo del 1914, cento anni fa, con la scusa di progettare – come gli era stato richiesto – una piccola macchina che testasse la sensibilità della pellicola cinematografica.

La «Ur-Leica» (crasi di Leitz e camera) che presentò era molto di più. Era un prodotto rivoluzionario, che non migliorava qualcosa che già esisteva, ma stabiliva un nuovo standard nella tecnica di ripresa fotografica che viene usato ancora oggi. La Grande Guerra e le difficoltà economiche della Germania di quegli anni ne rallentarono la commercializzazione, ma nel 1925, per la Fiera di Primavera di Lipsia, erano pronti i primi esemplari. La «Leica I» stabilì come, da allora in avanti e per quasi un secolo fino all’avvento dell’era digitale, dovevano essere scattate le fotografie.

Decise l’impostazione dei comandi, con lo scatto dell’otturatore e l’avanzamento della pellicola a destra, adottò il formato 24x36 della pellicola (chiamato per anni il formato Leica), in un caricatore metallico a prova di luce, che poteva essere cambiato per strada. Le lenti, che erano già il vanto dei cannocchiali Leitz, erano straordinariamente luminose e consentivano di scattare fotografie anche nella penombra.

A Lipsia, i soliti idioti con lo sguardo perennemente rivolto al passato definirono la nuova macchina «un giocattolo da borsetta per signora», senza capire la rivoluzione che stava per cominciare: chiunque avrebbe potuto fotografare con facilità la realtà di strada, documentando gli eventi di tutti i giorni. E i grandi fotografi avrebbero potuto catturare il momento decisivo, l’istantanea che ferma gli avvenimenti mentre accadono, mettendone a nudo l’anima. Nel corso degli anni, la Leica è migliorata in continuazione, ma non è mai cambiata, conservando un look caratteristico e inconfondibile.

Ogni appassionato di fotografia è innamorato della M3, prodotta dal 1954 al 1968. Fu la prima fotocamera dotata di telemetro, che consentiva la messa a fuoco con la sovrapposizione dell’immagine nel mirino di visione, abbreviando il tempo necessario a scattare e ponendo le basi del moderno fotogiornalismo. Introdusse l’attacco a baionetta degli obiettivi, che non è mai più cambiato e consente ancora oggi di usare quelle lenti di mezzo secolo fa famose per la capacità risolvente e un micro contrasto mai più raggiunti nel bianco e nero.

È a questa fotocamera che Steve Jobs pensava quando presentò l’iPhone 4, paragonandolo «a una bellissima vecchia macchina fotografica Leica». Per l’industriale e designer Carlo Alessi la M3 era «un prodotto perfetto del design del XX secolo, impossibile da modificare». Chi possiede una Leica di quegli anni la custodisce gelosamente. Sono macchine che si amano ancora al tatto, sono piacevoli, arrotondate, hanno una meccanica fluida, lo scatto dolce e silenzioso, con lo snobistico doppio colpo nella leva di avanzamento della pellicola. Funzionano sempre, perché erano costruite per durare. 

Il libretto di istruzioni cominciava con le intimidenti parole: «State tenendo nelle vostre mani una Leica», frase che gravava di responsabilità il possessore non solo nel preservare quel capolavoro di ingegneria ottica e meccanica, ma anche nel rispettarne il mito scattando foto all’altezza della sua storia. Se non venivano bene, non si poteva più dare la colpa alla macchina.

L’Idaho dichiara guerra ai video segreti sugli abusi contro gli animali

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Approvata una legge che prevede una multa sino a cinquemila dollari e un anno di prigione per chi li realizza senza autorizzazione


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Le fattorie e le industrie casearie hanno diritto alla loro privacy. Poco importa se a farne le spese sono gli animali o i consumatori finali. Potrebbe essere riassunto così il concetto alla base di una legge approvata nell’Idaho, primo fra i governi degli Stati Uniti ad approvare una provvedimento che vieta e condanna i video realizzati segretamente che denunciano i maltrattamenti a cui sono sottoposti gli animali nelle fattorie americane.

Tutto è nato da un’inchiesta realizzata nel 2012 dalla “Mercy for animals”, un’organizzazione animalista e vegana. I video, realizzati con una telecamera nascosta, hanno mostrato l’inferno delle mucche in una grande fattoria: gli animali venivano percossi con delle canne, gli addetti saltavano sulle loro schiene, le prendevano a pugni sul muso, le torturavano con le catene attorno al collo e, in alcuni casi, le sottoponevano ad abusi sessuali.

Una volta resa pubblica, cinque lavoratori e il manager dell’azienda vennero accusati di crimini contro gli animali. Ma il filmato ha anche scatenato le proteste dell’industria casearia: i video non sarebbero stati utilizzati per frenare gli abusi nei confronti degli animali, ma per causare danni all’azienda in questione che alleva oltre 60mila mucche ed è una delle più grandi realtà del settore lattiero-caseario degli Stati Uniti. «L’associazione Mercy for animals - spiega Bib Naerebout, presidente dell’associazione dei caseari dell’Idaho - ha continuato a fare propaganda perché la gente non comprasse i prodotti di quell’azienda anche dopo che i cinque lavoratori accusati erano stati licenziati».

Dalle proteste alla nuova normativa il passo è stato abbastanza breve: il governo locale ha approvato una legge che considera criminale, punibile con la prigione o con una multa di cinquemila dollari, chi realizza foto o video non autorizzati all’interno di una fattoria o di un allevamento. Stesso pericolo può incorrere chi cerca di farsi assumere con lo scopo di realizzare quei video.
L’Idaho è riuscito così a far diventare legge quello che in molti altri Stati è rimasto a livello di provvedimento, senza essere convertito in legge. Un caso può non rappresentare un trend, ma i 17 tentativi fatti in 11 Stati è sicuramente una politica che sta mettendo sempre più in allarme le associazioni animaliste.

«Approvando quella legge - protesta Nathan Runkle, direttore esecutivo della Mercy For Animals - il governatore Otter si è schierato con coloro che cercano di mantenere le pratiche sbagliate dell’industria casearia nascondendo tutto al pubblico e ha creato un rifugio sicuro per i maltrattamenti agli animali».



twitter@fulviocerutti

Topolino boicotta i boy scout: "Escludono i gay tra i capi"

Giovanni Corato - Dom, 02/03/2014 - 17:34

Topolino boicotta i boy scout. La Walt Disney ha deciso di non finanziare più l’organizzazione per punirne la scelta di non nominare ragazzi omosessuali tra i capi.


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Il colosso dell'animazione ha così stabilito che non darà più soldi alla Boy Scout of America attraverso il suo programma VoluntEARS, che permette ai propri dipendenti di offrire ore di lavoro volontario in cambio di soldi in contanti con cui finanziarie varie iniziative di beneficenza gestite dagli Scout. Insomma, alla multinazionale del Topo più famoso del mondo non è bastata la scelta degli scout di ammettere giovani omosessuali al loro interno, visto che tuttora rimane la messa al bando per quanto riguarda i vertici dell’organizzazione.

Le linee guida della Disney parlano chiaro: un’organizzazione non può ricevere finanziamenti Disney se "discrimina nella prestazione di servizi illegalmente o in modo incompatibile con le politiche della Disney sulla base della razza, religione, colore, sesso, nazionalità, età, stato civile, capacità mentale o fisica, o l’orientamento sessuale". Il danno per gli scout è di quelli che fanno male: gli impiegati della Disney, nel solo 2010, hanno raccolto 4,8 milioni dollari con 548.000 ore di volontariato.

Canta vittoria Deena Fidas, direttore del settore uguaglianza della Human Right Campaign. "La decisione della Disney - osserva - è molto importante per il mondo dei ragazzi. Il fatto che si sia dissociata agli scout amplifica il messaggio che intende mandare alle giovani generazioni". In un recente rapporto, la Human Right Campaign ha fatto sapere che la maggior parte delle prime 500 aziende americane, nella classifica di Fortune, di recente ha adottato politiche di protezione e tutela dei propri impiegati sulla base del loro orientamento sessuale.

Non solo la Disney ha abbandonato i finanziamenti ai "lupetti". Hanno fatto lo stesso colossi economici, come la Lockheed Martin, la Caterpillar, la Major League Soccer che è la lega del calcio americano, la Intel e l’Ups. E altre aziende stanno decidendo in tal senso, tra cui giganti come Alcoa e AT&T. E a qualcuno in America sono tornate alla memoria le parole che il presidente Barack Obama pronunciò solennemente durante il discorso di insediamento per la rielezione. "Il nostro viaggio non sarà finito fino a che i nostri fratelli e sorelle gay non saranno trattati come tutti gli altri per legge - aveva detto Obama - se siamo davvero creati uguali, allora anche l’amore che noi promettiamo a un’altra persona deve essere uguale".

Misteri del calcio: no alla moviola, sì al turbante

Marcello Di Dio - Dom, 02/03/2014 - 17:18

La Fifa: "Questo non è rugby". E boccia i replay. Ma approva veli e copricapi

Una discussione morta sul nascere, perché la tecnologia nel calcio si fermerà ai casi (rari, lo dicono le statistiche) dei gol fantasma, già testata e poi approvata dall'International Board.


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A Zurigo arriva il no categorico all'ausilio video per gli ufficiali di gara al Mondiale e nella prossima stagione agonistica (e per chissà quanto tempo ancora). «Il calcio non è il rugby, usare la moviola in campo rischierebbe di snaturare il nostro sport - ha sottolineato il segretario della Fifa Jerome Valcke -. La moviola funziona per alcune discipline con molte pause, ma una delle forze del calcio è proprio la continuità dell'azione. Gli svantaggi derivanti dall'uso del video sarebbero superiori ai vantaggi». Divieto anche di monitor a bordo campo per il quarto uomo (pure decisivi nella finale mondiale del 2006 a Berlino per «scovare» la testata di Zidane a Materazzi), mentre sui maxischermi degli stadi iridati del Brasile si vedranno alcune azioni di gioco, ma solo quelle che non lasceranno spazio ad alcuna interpretazione. Meno prevedibile la bocciatura dell'abolizione della «tripla sanzione» (in caso di fallo da ultimo uomo che interrompe una chiara occasione da rete in area, oltre al rigore l'espulsione e la squalifica per almeno una gara).

Una battaglia condotta dal presidente dell'Uefa Platini sulla quale c'era stata una leggera apertura del collega della Fifa Blatter. «Un ritorno indietro, cioè solo il giallo all'autore del fallo, ci è sembrato un messaggio sbagliato - così il rappresentante della federcalcio inglese Horne -. I cosiddetti «falli cinici» potrebbero riapparire, specie da parte del portiere sull'attaccante lanciato a rete se sa che rischia solo un'ammonizione».La riunione di Zurigo resta dunque nella storia solo per l'apertura a hijab (veli), copricapi e turbanti. Niente più casi della nazionale femminile iraniana - esclusa dalle qualificazioni a Londra 2012 - o della squadra maschile canadese di etnia Sikh, alla quale fu impedito di giocare un torneo. Uniche avvertenze, la conformità alle divise indossate, il mancato intralcio o pericolo per gli avversari e che non siano cappucci simili a quelli visti nell'atletica. E dal prossimo Mondiale saranno vietate anche tutte le scritte o immagini sulle sottomaglie. «Sarebbe difficile esaminare ogni situazione, così le abbiamo vietate tutte», ha concluso Valcke. Come se questo fosse il vero problema del calcio del futuro..

Ecco come ti rubo un profilo Twitter da 50.000 dollari con il social engineering

Il Mattino

di Laura Bogliolo


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La prima notizia: un account su Twitter di una sola lettera vale 50.000 dollari. La seconda: con metodi del social engineering si possono carpire password senza usare tradizionali metodi hacker, senza cioè, intrusioni vere e proprie. La terza: con un po' di costanza si può convincere i gestori di Twitter che il vero proprietario di un account sei tu. Il protagonista della storia è Naoki Hiroshima, sviluppatore informatico, costretto a cedere a un ricatto che gli ha portato via l'account @N. Furti di identità, tecniche psicologiche per ingannarvi e carpire password e poi il lieto fine. dopo molto paitre Naoki riuscirà a ottenere indietro il suo account.

Naoki racconta la sua disavventura vissuta nelle autostrade del web con un post sul blog Media dal titolo “come ho perso il mio account da 50.000 dollari”. L'informatico racconta di aver creato l'account con una sola lettera nel 2007, una vera rarità tanto che aveva ricevuto offerte di acquisizione per 50,000 dollari. Offerte sempre rifiutate. Ma un giorno Naoki subisce attacchi informatici ai suoi account PayPall e GoDaddy, azienda americana attiva nel settore dei domini e web hosting.

Gli attacchi (attenzione, non si tratta di incursioni “fisiche” nel computer di Naoki) iniziano il 20 gennaio. L'hacker è riuscito a impossessarsi dell'account di GoDaddy e ricattato Naoki: dammi la password dell'account di Twitter e ti restituisco l'account di GoDaddy. L'informatico alla fine ha ceduto al ricatto perché non voleva perdere i numerosi siti aperti con GoDaddy. Naoki riuscirà a recuperare il suo account provando ai gestori di Twitter che l'account @N era proprio il suo. “L'ordine è stato ristabilito” ha cinguettato il 25 febbraio comunicando di essere entrato in possesso del suo account.

Il ladro ha anche comunicato punto per punto come è riuscito a rubare l'identità su PayPal e GoDaddy “usando alcune semplici tattiche di social engineering” ha scritto l'ignoto ladro aka Social Media King. In pratica l'hacker avrebbe ottenuto le quattro cifre di una carta di credito fornita da un rappresentante del servizio clienti PayPal e le ha comunicate a un altro rappresentante di GoDaddy come prova di identificazione. GoDaddy dopo il caso ha anche cambiato le sue regole di sicurezza.

Blog: Daily web
Mi trovi su Twitter: @l4ur4bogliolo
IL TWEET CON L'ANNUNCIO

Order has been restored. — Naoki Hiroshima (@N) 25 Febbraio 2014
domenica 2 marzo 2014 - 19:47   Ultimo agg.: lunedì 3 marzo 2014 00:34