venerdì 28 febbraio 2014

Email presto, twitter dopo L’orologio secondo il web

Corriere della sera

Come ottenere il massimo risultato sui social. Tra i giorni migliori il giovedì e il sabato

top-5-tools-to-bei
MILANO - Sveglia alle 6, e per prima cosa, l’invio di una email. Con il caffè? Il primo messaggio su Facebook. Sulla via del lavoro, un aggiornamento professionale di Linkedin e a metà mattina ecco il momento perfetto per un post sul proprio blog personale. La giornata delle condivisioni tra email e social network è scandita da orari precisi. Lo dicono le ricerche. Perché «c’è un tempo per pescare e un tempo per asciugare le reti», come raccontano i pescatori con questo detto di saggezza marinara. Per essere efficaci, far sì che quel che diciamo venga ascoltato, è necessario dare un occhio alle lancette dell’orologio. Imparando talvolta ad attendere che le reti si secchino al sole, per ripartire poi al momento giusto.

Da molto tempo per esempio si ragiona su quale sia l’ora giusta per mandare una email. Durante il giorno si aprono maggiormente i messaggi di posta tra le 8 e le 9 di mattina e tra le 15 e le 16 del pomeriggio (dati GetResponse), ma quasi il 40 per cento tra noi ama spedirle tra le 6 e le 12, mentre sono meno nel pomeriggio e il loro numero risale dopo le 18. Se si indaga sul momento in cui vengono lette, ecco che sono le fasce pomeridiane le più adatte, quando i messaggi vengono aperti nella prima ora dall’invio. C’è anche il giorno migliore per catturare l’attenzione, coincidente al giovedì. Diverso è il tempo delle email commerciali: una newsletter perfetta viene spedita alle 9 di mattina, ma per promuovere prodotti finanziari è meglio attendere il primo pomeriggio, per i viaggi meglio lasciar passare l’ora del tè.

Anche Facebook racconta a suo modo quel che tutti noi possiamo intuire: si viene letti di più - e dunque commentati, o riempiti di «mi piace» - se gli aggiornamenti arrivano nelle ore più tranquille della giornata lavorativa, scolastica, casalinga: dalle 6 alle 8, prima di iniziare le proprie mansioni, ma anche dopo le 14, quando il pomeriggio prende il via, spesso in modo soporifero, e si fatica a rimettersi sui libri, o al lavoro (dati Fannit). Il minor seguito si ha la sera dopo le 22, mentre i giorni in cui si è più sociali sono il giovedì e il venerdì: in queste giornate le interazioni aumenterebbero anche del 18 per cento. Peccato che spesso gli studi non concordino: sulle giornate efficaci su Facebook, una ricerca di Hubspot sostiene che il giorno migliore per postare sia il sabato. Tutto dipende anche dal tipo di post che scegliamo di condividere, visto che nella scala gerarchica dell’importanza data ai nostri contenuti, le foto e i video sono al primo posto, i link al secondo e al terzo i messaggi di solo testo.

E Twitter? Per le opinioni in 160 caratteri del social network cinguettante l’ora perfetta per essere letti è ancora una volta quella del pranzo e dopopranzo, dalle 13 alle 15, e poi durante i week-end, dove soprattutto i tweet in arrivo dalle aziende vengono presi in maggiore considerazione (dati Buffer). La sera? Si legge poco, nonostante siano in molti attivi, magari a commentare i programmi tv, e non si aprono i link segnalati, mentre questo avviene a mezzogiorno e alle 18. Per il retweet, l’operazione di condividere un messaggio altrui, l’ora calda e fruttuosa è al pomeriggio, con picchi alle 17 circa. Il social di casa Google, Google+, invece viene sfruttato - e visitato - dalle 9 alle 11 di mattina, mentre per Linkedin, la rete professionale in cui condividere il proprio curriculum, ritorna la regola del mattino e del tardo pomeriggio.

Il mattino ha l’oro in bocca per chi gestisce un blog personale: lunedì, venerdì e sabato alle 11 sono i tre momenti più propensi a essere letti, mentre per Pinterest, la bacheca di condivisioni fotografiche pescate in giro per la Rete, funziona meglio al pomeriggio (dati Fannit). E per finire, come cantava Ray Charles, «Night time is the right time», la notte è il momento giusto, almeno per chi ha un account su Instagram e ama pubblicarvi brevi video (dati Trackmaven). Anche se per il social fotografico che funziona via smartphone, le foto ottengono picchi di apprezzamenti e commenti al pomeriggio, ma ogni ora è buona per pubblicare una fotografia e per condividerla con amici che arrivano, di solito, da tutto il mondo (e da tutti i fusi orari dunque).

28 febbraio 2014

Google Project Ara, lo smartphone modulare

La Stampa

bruno ruffilli

Ecologico ed espandibile potrebbe arrivare già nel 2015 per 50 dollari


google_a
Se al Mobile World Congress che si appena chiuso tutti parlavano di portare smartphone e internet al prossimo miliardo di persone, Google punta più in alto. Così nella pagina dedicata al Project Ara parla di sei miliardi di persone, ossia ogni e uomo e donna sul pianeta, di ogni età e nazionalità, che ancora non abbia uno smartphone.
Il progetto è nato nei laboratori Motorola, partendo dall’intuizione di uno studente olandese, Dave Hakkens, che aveva immaginato un telefono modulare ed espandibile. Phonebloks era solo un’idea, dettata dall’esigenza di poter rinnovare anche parzialmente uno smartphone per tenerlo al passo delle nuove tecnologie, senza doverne acquistare uno nuovo ogni anno.

“Se buchi una ruota della bicicletta”, ragionava Hakkens, “non la butti via e ne compri una nuova”. Così, ad esempio, sul Phonebloks sarebbe stato possibile sostituire la batteria o il modulo della fotocamera, quello dell’altoparlante o il processore, conservando il resto dell’apparecchio. Personalizzabile all’infinito, sarebbe stato più economico di un telefono normale e avrebbe prodotto meno scarti: proprio il contrario dell’idea di smartphone introdotta con l’iPhone e poi ripresa da quasi tutti i produttori.

Il progetto è piaciuto a Motorola, che lo ha sviluppato e ribattezzato Project Ara, lavorandoci in questi mesi. Nel frattempo si è visto anche un prototipo simile (Eco-mobius), presentato dalla cinese Zte. Ora, dopo la vendita di Motorola a Lenovo, lo sviluppo continua nelle mani Google. E subisce una rapida accelerazione, tanto che la prima conferenza mondiale per gli sviluppatori si terrà ad aprile. Si parla anche di un prezzo (a partire da 50 dollari) e di una possibile data di lancio: l’inizio del prossimo anno, magari proprio al Mobile World Congress. 


Vasilis, è un greco l’ultimo pittore di cartelloni pubblicitari di film

La Stampa

paolo mastrolilli

Il New York Times racconta la storia di un mestiere prossimo all’estinzione: “Erano altri tempi, gli spettatori venivano al cinema in giacca e cravatta, e le donne si vestivano eleganti. C’era ancora l’intervallo, e il pubblico andava nel foyer a bere e discutere del film”.


8097460-
Vasilis Dimitriou è un uomo di altri tempi, l’epigono di un’epoca scintillante, che a leggere la sua storia sul New York Times non sei sicuro di averci guadagnato a vivere nel presente. Ha 78 anni e fa un mestiere, in Grecia, che finirà quando lui chiuderà gli occhi: pittore di cartelloni pubblicitari per i film. Se in tutta l’Europa non è l’unico, forse avrà quattro o cinque colleghi ancora rimasti, che in un mondo dominato dalla tecnologia digitale dell’immagine, cercano ancora di attirare gli spettatori dentro ai cinema con la ceatività del loro pennello.

Il padre di Vasilis era un partigiano, che durante la guerra fu arrestato dai nazisti e riuscì a sopravvivere miracolosamente ad una esecuzione di massa. «Io crebbi solo - ha raccontato Dimitriou al Times - e senza un soldo. Per distrarmi e sognare cominciai a disegnare, ma non avevo neppure la carta e le matite: usavo i gessetti, e i marciapiedi erano le mie tele». Se la cavava molto bene, però, e quella dote artistica divenne una passione, di cui non sapeva bene cosa farsene.

Vasilis e i suoi amici, non avendo un quattrino, per vedere i film si arrampicavano sugli alberi vicini ad un cinema all’aperto. Un volta il proprietario andò a cacciarli, e Dimitriou sbagliò la via di fuga, saltando proprio dentro al teatro. «Il manager, che sapeva come disegnavo, mi bloccò. Invece di consegnarmi alla polizia, suggerì un baratto: avrei lavorato per il cinema, per pagarmi i biglietti».
Così Dimitrou iniziò a disegnare i cartelloni pubblicitari, che all’epoca erano l’unica maniera per informare gli spettatori delle nuove pellicole e attirarli in sala.

«Io naturalmente reinterpretavo i film come volevo, e dipingevo solo gli attori che mi ispiravano di più: se nella storia c’erano Gary Cooper e Marlon Brando, ritraevo solo il secondo perché era più affascinante». Erano altri tempi: «Gli spettatori venivano al cinema in giacca e cravatta, e le donne si vestivano eleganti. C’era ancora l’intervallo, e il pubblico andava nel foyer a bere e discutere del film». In breve, una decina di teatri gli avevano commissionato il lavoro, e lui non sapeva dove andare prima.

Poi però è arrivata la tv, e la fotografia si è diffusa ovunque. Adesso ci sono anche internet e i telefonini, dove puoi guardare direttamente i trailer dei film prima di andare al cinema. I film si vedono a casa, dove arrivano dalla tv o dal web. Solo un teatro in tutta la Grecia, l’Athinaion, si ostina ancora ad usare i cartelloni dei film dipinti da Vasilis. Il pubblico ormai lo conosce, come si conoscono gli artisti, e quando la gente lo vede lo saluta. Lui è felice per i complimenti, ma quando nello studio stende i suoi colori mescolati insieme alla colla, per renderli più resistenti alla pioggia, gli viene la tristezza: «Faccio un mestiere destinato a finire. Io, però, continuerò a dipingere fino a quando avrò respiro».

I cinque racconti sulla morte del tassista I verbali dei testimoni che hanno visto la lite

Corriere della sera

Scarcerato l’aggressore. Il gip: «L’ha colpito, ma non pensava di ucciderlo»


cade-
Cinque racconti per una morte. Quattro (dei testimoni) concordano. L’ultimo (dell’indagato), contiene secondo il giudice molte dichiarazioni «interessate e minimizzanti». Cinque racconti che però non basteranno, probabilmente, a svelare il perché ; a spiegare quell’abisso di ferocia e follia durato un istante. E che domenica scorsa, poco dopo le 8 e mezza di sera, ha spinto fino all’omicidio una delle migliaia di liti stradali che s’accendono ogni giorno nel traffico delle città italiane.

PRETERINTENZIONALE - Quei cinque racconti sono però alla base del primo snodo giudiziario nella morte di Alfredo Famoso, 68 anni, tassista con la sigla «Aquila7», ucciso per una mancata precedenza a Milano, in via Mascagni. Ieri il gip Gianfranco Criscione ha modificato l’accusa che i pm avevano ipotizzato per Davide Righi, 48 anni, consulente informatico (assistito dal legale Isabella Giuffrida): da omicidio volontario «con dolo eventuale», al meno grave omicidio preterintenzionale. La «dinamica della vicenda», scrive il gip, porta «senz’altro ad affermare che» Righi, «pur avendo colpito il capo della vittima con una pesante arma impropria, non avesse l’intento di uccidere», ma «solo quello di arrecargli una lesione o, comunque, di percuoterlo». Così ieri il consulente informatico ha lasciato il carcere per passare agli arresti domiciliari. E lì ha scoperto che la sua compagna, che era con lui al momento dell’aggressione, aveva appena partorito la loro bambina.


LE DISCREPANZE - Sono tre gli elementi chiave su cui divergono le ricostruzioni. Su questi si concentreranno le prossime indagini dell’Ufficio prevenzione generale della polizia. Primo, l’antefatto. Righi e la compagna stanno per attraversare sulle strisce pedonali. Famoso probabilmente non li vede, arriva con il suo taxi e non li lascia passare; in quell’istante sente un colpo sulla fiancata. Una testimone racconta: Righi «ha sbattuto appositamente qualcosa sulla carrozzeria, infatti ho sentito chiaramente il rumore»; un altro aggiunge che «scagliava contro il taxi una confezione di cellophane con quattro bottiglie d’acqua» (sono le bottiglie di plastica da un litro e mezzo che pochi secondi dopo diventeranno l’arma del delitto). Il consulente informatico spiega invece al giudice: «La mia compagna era alla mia destra, leggermente arretrata... Nel momento in cui il taxi mi è passato davanti ho avuto l’istinto di proteggere la mia compagna (che era incinta, ndr ) e ho quindi proteso il braccio destro. Nel fare ciò le bottiglie sono andate a urtare contro la vettura». Un gesto di stizza contro l’auto per i testimoni; un urto casuale secondo l’imputato.


- A quel punto il taxi si ferma, qualche metro dopo le strisce pedonali, e Alfredo Famoso scende «inveendo e lamentandosi con atteggiamento irato», ammette una ragazza che si trovava sull’auto dietro il taxi. E questa sarebbe l’attenuante della provocazione riconosciuta dal giudice. La testimone però aggiunge: «Il tassista è salito sul marciapiede; il pedone si è girato e si è diretto verso di lui colpendolo alla testa, quasi immediatamente». Le altre tre versioni ribadiscono: nessun contatto, solo il colpo immediato, con «una mossa repentina». Righi racconta al contrario di essere stato afferrato per un braccio, poi anche per l’altro, e di aver colpito il tassista solo nel tentativo di liberarsi, «con uno strattone». Due scene inconciliabili. Come l’ultimo particolare. Il consulente informatico: «Avevo in mano una sola bottiglia», raccolta da terra dopo l’urto col taxi. Il maresciallo della Finanza che lo raggiunge, mentre si sta allontanando, nota invece che ha ancora in mano «una confezione di acqua minerale». In quel momento il tassista è a terra, senza conoscenza. Tre ore dopo, i medici diranno ai suoi figli: «Non c’è più niente da fare».

28 febbraio 2014






Esce dal carcere l’aggressore del tassista «Non è stato omicidio volontario»

Corriere della sera

Ai domiciliari. Il reato derubricato a preterintenzionale. Riconosciuta l’attenuante della provocazione. La trascrizione dell’interrogatorio di Davide Guglielmo Righi


gfgd
Davide Guglielmo Righi, l’aggressore del tassista Alfredo Famoso, morto martedì scorso dopo 2 giorni di coma, passa dal carcere ai domiciliari. Lo ha deciso il gip di Milano Gianfranco Criscione che ha derubricato il reato da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, riconoscendo a Righi l’attenuante della provocazione ed escludendo l’aggravante contestata dai pm dei motivi abietti e futili. Da quanto si è saputo, il precedente penale emerso a carico di Righi riguarderebbe una condanna per violenza privata per un litigio con la ex moglie.

L’INTERROGATORIO — Questa la trascrizione dell’interrogatorio a Righi:«La mia intenzione era quella di liberarmi, di andare via, infatti Francesca, la mia compagna, nel frattempo gridava. Se mi fossi preso lo schiaffo che Famoso aveva evidentemente intenzione di darmi, ora non mi troverei qui. Sono davvero dispiaciuto per quello che è successo. La sera del 23 febbraio ho effettivamente avuto un diverbio stradale con un tassista. Riassumo tutta la vicenda. Ero con la mia compagna Francesca, che è incinta al nono mese. Eravamo andati al Pam a fare la spesa. Io avevo due sacchetti in mano, uno a destra e uno a sinistra, con la mano destra tenevo una confezione di bottiglie d’acqua di plastica da un litro e mezzo . Peraltro nella confezione, che tenevo tramite l’apposita fascetta, c’erano solo due bottiglie. Siamo arrivati a un attraversamento pedonale ed eravamo sulle strisce quando per pochissimo non sono stato investito da un’auto, che poi ho visto essere un taxi bianco e che non avevo neanche minimamente sentito.

Il taxi mi è passato da destra verso sinistra. La mia compagna era alla mia destra ma leggermente arretrata. A fianco a sinistra avevo, invece, una coppia di ragazzi, che sono poi rimasti sul posto. Nel momento in cui il taxi mi è passato davanti ho avuto l’istinto di proteggere la mia compagna e ho quindi proteso il braccio destro. Nel fare ciò le bottiglie sono andate a urtare contro la vettura, sullo sportello, non saprei essere più preciso. Le bottiglie sono quindi cadute per terra e una è uscita dalla confezione. Nego quindi di aver scagliato le bottiglie contro la vettura per ripicca. Ho quindi raccolto le bottiglie da terra e abbiamo attraversato la strada per andare a casa. Pensavo che la macchina si fosse allontanata e invece ho sentito una brusca frenata, alla quale ci siamo girati tutti, anche Francesca e i due ragazzi. È sceso il tassista, che si lamentava urlando. L’unica parola che ho percepito chiaramente è stata `specchietto´. Si è avvicinato con fare tracotante.

Si è portato le mani all’altezza del bordo dei pantaloni, come per tirarseli su, o forse come per tirare fuori qualcosa dalle tasche. Sta di fatto che mi sono spaventato. Nel frattempo avevo sempre in mano le borse della spesa, che avevo entrambe messo nella mano sinistra, mentre con la destra tenevo una delle due bottiglie, quella uscita fuori dalla confezione. Quella rimasta nella confezione la tenevo sotto l’ascella ed era la prima che avevo raccolto da terra. Poiché il tassista si avvicinava con fare minaccioso, ho proteso il braccio sinistro per tenerlo a distanza e gli ho urlato `che cazzo vuoi?´ o qualcosa del genere. Lui mi ha preso per il braccio sinistro e ha iniziato a strattonarmi. Poi mi ha preso anche l’altro braccio e a quel punto c’è stata una velocissima colluttazione nella quale ho dato uno strattone con il braccio destro e, così facendo, ho colpito il tassista. L’ho colpito all’altezza del viso in quanto avevo il braccio già alzato per liberarmi dalla sua presa.

A quel punto lui ha mollato la presa e si è irrigidito in una strana posa: è come se si fosse messo sull’attenti. Dopodiché si è lasciato cadere all’indietro e con la schiena ha sbattuto contro la ruota di un Suv che era parcheggiato nei pressi. A seguito di questo urto il tassista ha aperto le braccia per cercare appoggio, ma non trovandolo è caduto per terra sbattendo prima il sedere e poi la schiena. Non mi è sembrato proprio che sbattesse la testa. Dopo l’urto con la ruota di scorta è come se gli fosse mancato il terreno sotto i piedi, come se fosse scivolato. Non pioveva ma l’asfalto era bagnato. Quando era a terra era ancora cosciente in quanto l’ho sentito lamentarsi e l’ho visto muoversi. In particolare era evidente il movimento respiratorio, accentuato dall’addome pronunciato del tassista. Il tutto si è svolto in pochissimi secondi e la mia compagna era ovviamente molto spaventata. Per questo ho deciso di portarla subito a casa, anche se lei, per la verità, voleva rimanere.

L’ho convinta a venire via facendole notare che il tassista respirava e che i ragazzi avevano già chiamato un’ambulanza. Sulla via di casa, all’angolo tra via Morgagni e via Plinio, ho sentito che c’era un uomo che ci chiamava da lontano. Ci siamo quindi fermati ad aspettarlo e lui si è qualificato come un maresciallo della Finanza in borghese. Abbiamo iniziato a discutere in quanto a me premeva accompagnare Francesca a casa al più presto, visto che era molto agitata e le erano venute delle fitte. Il maresciallo voleva chiamare un’ambulanza per Francesca ma ci siamo rifiutati. Infatti gli ho detto che abitavo proprio lì vicino, indicandogli con la mano il portone. Nel lasciarci andare il maresciallo mi ha chiesto un documento d’identità, che non avevo. Gli ho quindi lasciato il mio nome e il numero del cellulare. L’accordo era che, in caso di bisogno, mi avrebbe chiamato. Il giorno dopo mi sono accorto che il telefono era spento sin dal pomeriggio del 23 in quanto si era scaricato.

La sera stessa, poco dopo il fatto, sono rientrati a casa la madre e il fratello di Francesca, cui abbiamo raccontato la faccenda. Entrambi sono usciti a controllare e sono tornati a casa dicendo che per strada non c’erano né ambulanze né polizia. Questo lo abbiamo direttamente constatato anche io e Francesca quando, più tardi, siamo usciti a mangiare una pizza. La mattina siamo usciti presto di casa per andare alla clinica San Giuseppe a fare una visita per Francesca. Nel corso della mattinata la madre di Francesca ha appreso, tramite il suo smart-phone, la notizia che il tassista era in coma o comunque era grave. Non appena possibile mi sono messo in contatto con mio fratello, che è un agente della polizia locale, il quale mi ha ovviamente consigliato di recarmi subito in questura con un avvocato. Stavo giusto per farlo quando sul telefono di Francesca è arrivata una chiamata dal telefono della madre, che in quel momento era in uso a un poliziotto, seguendo le cui indicazioni sono rimasto fermo ad aspettare che la polizia venisse a prendermi all’altezza del numero 1 di via Morgagni».

NATA LA BAMBINA - Righi è tornato a casa in un giorno per lui felice: è nata proprio giovedì la sua terza figlia. La sua compagna, che era con lui quando i due hanno attraversato le strisce pedonali di via Morgagni domenica scorsa e poi c’è stata la lite, ha partorito una bimba. L’uomo ha già altri due figli da precedenti relazioni.

LE RICHIESTE - La Procura di Milano aveva chiesto che Righi, consulente informatico di 48 anni, rimanesse in carcere con l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale, ossia l’accettazione della possibilità e del rischio di uccidere. La difesa, invece, rappresentata dall’avvocato Margherita Rossi, aveva chiesto la derubricazione in omicidio preterintenzionale e la scarcerazione, tesi accolta dal giudice.

LE MOTIVAZIONI - Nell’ordinanza, il gip scrive: «È più che plausibile che Righi abbia agito nello stato d’ira determinato dall’ ingiusta condotta del povero Famoso, il quale, infatti, non contento di aver quasi investito lo stesso Righi e altre persone sulle strisce pedonali, si fermava e scendeva dal proprio veicolo per lamentarsi minacciosamente». «Sul punto farà probabilmente luce l’autopsia del cadavere, ma la dinamica della vicenda - scrive ancora il gip - porta senz’altro ad affermare che pur avendo colpito il capo della vittima con una pesante arma impropria, non avesse l’intento di uccidere, bensì solo quello di arrecargli una lesione o, comunque, di percuoterlo».

27 febbraio 2014

Un disavanzo strutturale da 100 milioni al mese e debiti vecchi di 50 anni

La Stampa

paolo baroni

Venti miliardi di buco arretrati per la Capitale, quasi uno nel 2013


40bf20b61a3b
Il vecchio debito di Roma? Si immagini che ci sono ancora da pagare gli espropri dei terreni per le Olimpiadi di Roma del 1960» raccontava solo pochi giorni fa il sindaco Marino. I mali della capitale, insomma, vengono da lontano. Ma se il passato è in qualche modo archiviato, se ne occupa un commissario di governo, Massimo Varazzani, è il presente a preoccupare: alle casse del Campidoglio manca quasi un miliardo di euro (su 5,5) per far quadrare il bilancio corrente. Ed è chiaro che farlo senza aumentare le tasse come si è cercato di fare sinora non è compito facile. Bisogna tagliare, riorganizzare, risparmiare, risanare, scovare nuove voci per far cassa. Come quei 485 milioni prestati nel 2008 proprio a Varazzani e rimasti lì, congelati, praticamente dimenticati da tutti. Col Salva-Roma Marino puntava ad averli indietro, poi sappiamo come è andata.

Gigante dai piedi d’argilla
Situazione irrecuperabile? Il Comune di Roma è un «mostro» difficile da domare: 25 mila dipendenti alle dirette dipendenze e più di 31 mila nelle società «municipalizzate», 26 in tutto con almeno 50 controllate, tra cui spiccano tre veri big del settore, come Acea (energia e acqua). Ama (rifiuti) e Atac (trasporti). Ma mentre Acea un po’ di utili li produce, le altre due sono fonte di perdite continue (oltre che di scandali). Anche le 44 farmacie comunali sono in perdita, e fino ad oggi hanno cumulato più di 10 milioni di euro di debiti. «Ma le pare possibile perder soldi anche con le farmacie?»: il sindaco, che di professione è chirurgo e quindi un poco se ne intende, non sa darsi una spiegazione e per questo prima che scoppiasse la nuova bufera aveva pensato di riorganizzazione tutto il settore affidandolo ad un manager esperto in grado di raddrizzare il business. 

Disavanzo strutturale
Secondo uno studio di Ernst&Young «Roma Capitale» ha un disavanzo strutturale pari a 1,2 miliardi all’anno. E la responsabilità, in primis, è delle società controllate. Solo l’Atac, ad esempio, ha un numero di dipendenti pari a quello dell’Alitalia e in un decennio ha accumulato perdite per 1,6 miliardi. Ed ogni anno costa al Comune 400 milioni, che nelle richieste dell’azienda dovevano salire addirittura a 500 quest’anno. «Cinque anni di gestione Alemanno – spiega Marco Causi, ex assessore al bilancio con Veltroni – hanno lasciato in eredità un deficit strutturale che viaggia tra gli 800 ed i 1200 milioni di euro. Sono lievitate tutte le spese correnti, per effetto di assunzioni e contratti di servizio». Poi ci si sono messi gli ultimi governi: Monti ha cancellato un trasferimento da 500 milioni l’anno in nome dei tagli (e Alemanno, si lamentano ora in Campidoglio, ha fatto l’ultimo bilancio, quello del novembre 2012, come se nulla fosse), poi con Letta è sparita l’Imu sulla prima casa e, ovviamente dei 700-800 milioni di gettito (su un totale di 1,52 miliardi) Roma ne ha ricevuto indietro solo una parte. 

Debiti vecchi e nuovi
Di recente l’agenzia di ratings Fitch a sua volta ha certificato: «Dal 2008 a oggi il Comune di Roma ha generato nuovo debito». Per almeno un miliardo di euro: 137 milioni nel 2009, 122 nel 2010, 313 nel 2011, 255 nel 2012, 250 nel 2013. Senza contare altri 600 milioni dirottati a suo tempo sempre sul groppone della gestione commissariale. Il gioco, insomma, ricomincia da capo, nemmeno fosse un moto perpetuo. Il debito di Roma tra il 1999 ed il 2005 è salito da 5,7 a 6,9 miliardi di euro. Poi al momento dell’arrivo di Alemanno il caso esplode perché la situazione, in parallelo coi tagli dei trasferimenti statali e la crisi finanziaria della Regione Lazio, praticamente speculare, diventa insostenibile: si parla di 9 miliardi, poi di 10 quindi di 12,5 e per la prima volta il termine «rischio dissesto» non è più un tabù impronunciabile.

Oltre all’eredità delle giunte di sinistra, compresi i maxi-mutui per le nuove metropolitane, l’ex primo cittadino deve contabilizzare i mancati trasferimenti da parte delle Regione e molti debiti fuori bilancio, Ici non riscossa e multe non pagate. Grazie all’appoggio del governo amico guidato da Berlusconi, caso unico in Italia, ottiene una legge per sanare tutto il pregresso: e calcolando anche gli interessi il totale arriva a quota 20 miliardi. Per smaltirlo ai romani è imposta una addizionale Irpef, molto pesante, dello 0,4% che si assomma ad una sovrattassa di un euro per ogni passeggero che si imbarca a Fiumicino.

I «buffi» olimpici di Roma 60
I primi «buffi», come li chiamano a Roma, sono però ormai vecchi di più di 50 anni. Ci sono le cause, ancora pendenti, per gli espropri del villaggio olimpico di Roma 60, e tutta una serie di altrui contenziosi aperti dai proprietari privati nei confronti del Comune che parte dal Piano regolatore degli anni ‘60, dagli espropri dei due decenni successivi, dalle sentenze dei tribunali e dalle nuove norme europee che hanno imposto indennizzi più elevati. In media questa è una voce che pesa per 40-50 milioni di euro all’anno, con punte anche di 100, «tutte puntualmente e dolorosamente coperti a bilancio» annotava in sua relazione Causi. 

Ora questa montagna da 20 miliardi è scesa a 12, perchè Varazzani ha contrattato molte posizioni ma la partita è tutt’altro che finita. Anzi. C’è il rischio default che incombe, e sul cielo di Roma da settimane volano i falchi: il loro obiettivo è il gioiello del Comune, l’Acea di cui il Campidoglio controlla ancora il 51% e nel cui capitale sono presenti anche Caltagirone e i francesi di Suez. Ovviamente questi soci non vedono l’ora di poter prendere il controllo del gruppo, inevitabilmente a prezzi di saldo. 

Twitter @paoloxbaroni

Due nerd che rischiavano la bancarotta Vi racconto come è nato Google”

La Stampa

paolo mastrolilli

In un’intervista con il sito OZY parla David Drummond, il primo legale di Larry Page e Sergey Brin, quello che trasformò il motore di ricerca da curiosa trovata da dormitorio universitario a fenomeno globale della rete


goog
C’era una volta una compagnia composta da due ragazzi, che andavano all’università e avevano inventato uno strumento forse utile per navigare su internet. Non avevano idea di come farci i soldi, e neppure come garantire che restasse di loro proprietà. Pensavano di affittarlo in giro, ad aziende già consolidate nelle rete, giusto per togliersi la soddisfazione di vedere l’effetto che faceva. Poi, quando pensarono che invece lo potevano gestire loro, fecero un azzardo che per poco non costò la bancarotta.

Questi due ragazzi si chiamavano Larry Page e Sergey Brin, e la versione meno glamour della loro storia l’ha raccontata l’avvocato David Drummond in un’intervista con il sito OZY. Per capirsi, Drummond è stato il primo legale di Google, quello che l’ha trasformata da curiosa trovata da dormitorio universitario, a fenomeno globale della rete. Ancora oggi David è Senior Vice President of Corporate Development e Chief Legal Officer dell’azienda che ha contribuito a far nascere, e si è divertito a raccontare come è successo.

«Un giorno mi chiamò un amico, per dirmi che c’erano due ragazzi che cercavano un avvocato. Erano studenti all’università di Stanford e nel tempo libero avevano creato questo motore per la ricerca su internet, che forse poteva funzionare. Però avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse a sviluppare il prodotto, e convincere l’università a lasciare loro il diritto di sfruttarlo. Andai ad incontrarli. Mi sembrarono un po’ nerd, ma simpatici, e ci intendemmo subito. Mi fecero provare Google, e mi sembrò utile. Era curiosa, per esempio, quella trovata del bottone della fortuna, con cui potevi andare direttamente alla pagina desiderata». 

Così Drummond divenne l’avvocato di un fenomeno che non poteva neppure sospettare: «Neanche loro si sognavano che potesse diventare un fenomeno simile. Pensavano che fosse funzionale, ma non avevano grandi ambizioni». All’inizio, infatti, Page e Brin non credevano neppure di poter creare una loro azienda: «L’idea originale era quella di affittare il motore a compagnie già affermate, tipo America Online, per ricavare un po’ di soldi e togliersi la soddisfazione di avere successo con la loro trovata. Non pensavamo di poter vendere pubblicità, era un’idea piuttosto lontana dalle intenzioni originali del progetto». 

I due ragazzi però ci pensarono bene, e arrivarono alla conclusione che non aveva senso cedere il loro prodotto ad altri, per consentire poi che lo usassero per vendere pubblicità: «Potevamo farlo noi, direttamente. Così nacque AdSense, che ci permetteva di ottenere ricavi diretti con l’advertising, dando ai nostri clienti la possibilità di inviare i loro messaggi direttamente a chi aveva più probabilità di ascoltarli». Una rivoluzione, che però costò quasi l’osso del collo a Page e Brin: «Ci presentammo da America Online, e dicemmo che con AdSense potevamo fargli guadagnare una montagna di dollari. Anzi, noi avremmo comunque garantito un cifra significativa di ricavi, perché eravamo certi di fare molto di più.

La realtà era che il sistema non era davvero sperimentato, e noi in cassa avevamo quattro soldi, molto meno di quanto avevamo garantito ad America Online. In altre parole, se AdSense non avesse funzionato, saremmo finiti dritti in bancarotta. Per qualche mese pensammo che l’avventura fosse finita, e presto saremmo stati costretti a chiudere, perché le cose non andavano. Nel giro di poche settimane, però, la situazione si invertì. Arrivarono molti più soldi di quanti ne aspettavamo, molti più di quelli che dovevamo ai nostri clienti. Così Google si trasformò da giocattolo costruito dentro un dormitorio, in fenomeno globale».

Genitori paghino per i danni dei figli anche se quasi maggiorenni

La Stampa


pestifeage
I genitori sono chiamati a pagare i danni causati dai figli anche se i ragazzi sono prossimi alla maggiore età. Lo ha evidenziato la Cassazione, spiegando che il compito di «impartire insegnamenti adeguati e sufficienti ad affrontare correttamente la vita di relazione deve essere assolto con maggiore rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l’emancipazione dal controllo diretto dei genitori». In particolare, la Suprema Corte si è occupata del caso di una sedicenne della capitale che ben 11 anni fa aveva attraversato il passaggio pedonale di piazzale Flaminio con il semaforo rosso per i pedoni mentre arrivava, con direzione Muro Torto, il centauro Stefano B.. 

Se il Tribunale aveva dichiarato l’esclusiva responsabilità della sedicenne nell’incidente avvenuto il 30 ottobre del 2003, condannando la ragazza e i genitori a risarcire i danni al motociclista, la Corte d’appello della capitale aveva deciso per un concorso di colpe ritenendo però di liberare da responsabilità i genitori della minorenne, Gabriele e Giuliana D.M., sulla base del fatto che a sedici anni era da presupporre una «consapevolezza più che adeguata di circolare da sola» e che la violazione commessa dalla ragazza non potesse essere imputata ad una cattiva educazione di mamma e papà. Tanto più, è stato il ragionamento dei giudici di merito nel 2011, che l’attraversamento col rosso poteva essere giustificato da una difficoltà occasionale «come la pioggia, il ritardo a scuola o altro che non era riuscita a controllare».

Contro questa decisione, il motociclista Stefano B. ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo, tra l’altro, che la corte d’appello ha motivato «in maniera incongrua allorché ha escluso la responsabilità dei genitori» cui spetta l’educazione. Piazza Cavour ha accolto la tesi difensiva e, allineandosi ad una precedente pronuncia, ha ricordato che «la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti commessi dal minore con loro convivente, prevista dall’art. 2048 c.c., è correlata ai doveri inderogabili posti a loro carico dall’art. 147 c.c. e alla conseguente necessità di una costante opera educativa, finalizzata a correggere comportamenti non corretti e a realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito». 

n definitiva, i genitori, ha detto la Cassazione, possono liberarsi da ogni responsabilità soltanto se dimostrano, fatti concreti alla mano, di non avere avuto una colpa nell’educare il loro figlio, anche se ormai è prossimo alla maggiore età. D’altra parte, ha osservato ancora la Terza sezione civile presieduta da Giuseppe Maria Berruti, «se è vero che oggi è sempre più anticipato il momento in cui i minori si allontanano dalla sorveglianza diretta dei genitori, vanno a scuola da soli e se un quattordicenne può anche girare in motorino, è pur vero che l’obbligo di vigilanza dei genitori non può certo essere annullato, ma assume, piuttosto, contorni diversi».

Dice a questo proposito la Cassazione che «il compito di impartire insegnamenti adeguati deve essere assolto anche con maggior rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l’emancipazione dal controllo diretto dei genitori». Perciò, se anche sulla soglia dei 18 anni un ragazzo dimostra di non conoscere le regole della strada e del comune vivere civile, i genitori sono tenuti a pagare i danni causati dal figlio. Sarà ora la Corte d’appello di Roma a valutare (dopo oltre undici anni!) se dai genitori della ragazza oggi 27enne è stata «assolta la prova liberatoria» di averla educata bene.

(Fonte: Adnkronos) 

Boeing Black, lo smartphone che si autodistrugge

Corriere della Sera


BoeingBlack-250x283
Privacy e segretezza: dopo il Blackphone, telefonino quasi a prova di spia appena lanciato a Barcellona (qui trovate il nostro speciale sul Mobile World Congress 2014), arriverà anche lo smartphone da `007´. Ci lavora Boeing, colosso aerospaziale, che ha appena presentato il progetto alla Fcc, l’ente americano che regola le comunicazioni. Il suo smartphone, Boeing Black, è concepito per professionisti della difesa e della sicurezza e fra le sue caratteristiche annovera pure una particolare funzione per l’”autodistruzione” del dispositivo.

Boeing Black si basa su una versione personalizzata di Android, il sistema operativo di Google. Assomiglia ad uno smartphone “touch” tradizionale, ha display da 4,3 pollici, supporta due schede Sim. E ovviamente ha caratteristiche extra per la sicurezza e per comunicazioni criptate. Potrà essere realizzato su misura dei committenti in modo che sia compatibile, ad esempio, con ricarica da energia solare, sensori biometrici, comunicazioni satellitari. Ma una peculiarità attrae su tutte: lo smartphone è concepito anche per “l’autodistruzione”. Ogni tentativo di forzarlo farà automaticamente scattare la cancellazione dei dati e dei software contenuti. Insomma materialmente non esploderà come i messaggi di 007 o Mission Impossible, ma sarà praticamente inutilizzabile.

A differenza del Blackphone (i cui preordini online sono iniziati), Boeing Black non sarà disponibile per il mercato consumer ma per clienti specializzati. Non a caso Boeing fa riferimento, come target, a operatori della difesa e della sicurezza americana che chiedono strumenti sicuri con cui accedere a dati per portare a termine la propria missione.

(Radiocor)

Spiati attraverso le webcam 1,8 milioni di utenti Yahoo

Corriere della Sera


Yahoo-logo-r
L’agenzia di sorveglianza britannica Gchq (Government Communications Headquarters), con l’aiuto dell’americana Nsa, ha intercettato e immagazzinato le immagini prese dalle webcam di milioni di utenti del colosso americano Yahoo, in una operazione chiamata “Optic Nerve”. Lo rivelano documenti top-secret della talpa del Datagate, Edward Snowden, che sono stati pubblicati oggi dal sito del britannico Guardian.

Secondo la testata britannica si tratta di milioni di immagini fisse che, in una sorta di Grande Fratello, sono state carpite dalla Gchq nel corso delle chat fra ignari utenti di Yahoo, che non erano sospettati di aver compiuto alcun crimine. In soli sei mesi nel 2008, sono state spiate – anche durante momenti di intimità – 1,8 milioni di persone.

Il programma, che recuperava fotografie tramite le webcam ogni cinque minuti, aggiunge sempre il quotidiano, era attivo ancora nel 2012. Interpellato dal Guardian, Yahoo ha negato di conoscere il sistema di spionaggio, e ha accusato le agenzie di sorveglianza di una nuova violazione delle privacy dei suoi utenti.

Scandalo vitalizi senza fine. Spuntano 60 vedove d'oro

Stefano Zurlo - Ven, 28/02/2014 - 08:42

Non solo pensioni milionarie agli ex politici, nella Regione autonoma anche assegni di reversibilità fino a 4mila euro

Le vedove. Ci sono anche loro nel grande banchetto allestito dalla casta fra Trento e Bolzano. Sono una sessantina e portano a casa un discreto assegno di reversibilità: duemila, tremila, anche quattromila euro netti al mese.


139357044
Guai a chi tocca i loro diritti: il Palazzo è stato lungimirante e ha messo in cassaforte il futuro.

Letteralmente. Novanta milioni di euro per salvaguardare la splendida vecchiaia degli ex consiglieri regionali trentini e altoatesini. Liquidazioni. Vitalizi. E pensioni di reversibilità. Elenchi lunghissimi che soddisfano le esigenze di tutti: chi parla la lingua di Dante e chi quella di Goethe, destra e sinistra. C'è gloria per tutti e sulla foto di gruppo è appoggiato il mantello della vergogna che ora il presidente della regione Ugo Rossi prova a scrollarsi di dosso. «Credo sia necessario - spiega Rossi - ripristinare un clima di maggior fiducia dei cittadini verso le nostre istituzioni autonomistiche».

Davvero si resta basiti a leggere che l'ex assessore della Südtiroler Volkspartei Sabina Kasslatter Mur ha chiuso la sua ventennale esperienza in consiglio con una buonuscita record di un milione e 425mila euro. O che la pasionaria Eva Klotz riceverà a sua volta una liquidazione di un milione e 136mila euro. Cifre lunari, inimmaginabili per il comune cittadino che si arrabatta con i soldi contati.

E, invece, nel grande bengodi regionale la politica ha pensato in grande, anche a chi non c'è più. Ora, grazie alla tenacia del Movimento 5 Stelle e del quotidiano Alto Adige, ecco spuntare l'elenco delle signore che percepiscono la pensione di reversibilità. Una sessantina di assegni da tre-quattromila euro netti al mese che raccontano il passato più che il presente di questa terra. Funzionava così un sistema che privilegiava in modo spudorato la classe dirigente. Nel 2008 i meccanismi sono stati modificati e certi eccessi sono stati ridimensionati. Ma chi aveva costituito la sua provvista in precedenza navigherà ancora con il metodo collaudato.

Così Rossi, stretto fra le polemiche, è costretto a mettere il dito nella piaga: «Mi riferisco al tema del trattamento pensionistico dei consiglieri regionali. Dovremo essere capaci di affrontarlo ancora in questa legislatura e in questa sede, perché, se si è fatto molto circa il futuro, i cittadini non comprendono perché per il passato siano previsti trattamenti come quelli che abbiamo visto in questi giorni». E allora Rossi prova a dichiarare guerra ai vitalizi senza tetto: «Dovremo ricercare le vie legali per affrontare il problema». Parole accolte con sorrisetti di scetticismo. È difficile mettere a dieta la casta. Figurarsi imporle tagli all'indietro nel tempo.

Padre, figlio, cognati e cugino: la rapina è un affare di famiglia

Redazione - Ven, 28/02/2014 - 07:15


Quando gli investigatori del commissariato Mecenate, guidati da Giuseppe Petralito, hanno scoperto che la banda di rapinatori era composta da padre, figlio, due cognati e un cugino, hanno chiamato l'operazione «Tutto i famiglia». Gli agenti li hanno prima identificati come gli autori di quattro colpi in banca effettuati a Milano tra agosto e ottobre e poi intercettati, scoprendo che il prossimo colpo lo avrebbero effettuato a Collegno nel Torinese, dove sono andati ad attenderli. 

Sono così finiti in manette Giovanni e Mario Tuzzolino, 47 e 28 anni, il cognato Rosario Madonia, 23 anni, il cugino Massimiliano Lopez, 38 anni, autori materiali dei colpi, più Massimo Chiaromonte, 42 anni, altro cognato, il basista residente al Corvetto. I rapinatori, tutti palermitani, salivano al nord con il traghetto, evitando così i biglietti nominali. A Milano facevano due o tre colpi a volto scoperto,n essendo sconosciuti agli investigatori locali, e poi rientravano velocemente in Sicilia.

Pizzini allo chef della Prova del cuoco, due condanne, e scoppia la rissa in tribunale

Corriere della sera

I giudici hanno inflitto pene più alte rispetto a quelle chieste dal pm. Alla lettura della sentenza, scene di delirio tra i familiari

Natale Gi
Si è sfiorata la rissa fra le donne dei boss, una trentina fra mogli, madri, sorelle, e i carabinieri al Palazzo di giustizia quando i giudici del tribunale di Palermo hanno condannato a pene maggiori di quelle chieste dall’accusa due dei cinque emissari del racket che chiedevano il pizzo a Natale Giunta, lo chef famoso per le trasmissioni televisive, lanciato da Antonella Clerici, ormai in cucina e nel suo ristorante sempre sotto scorta dei carabinieri perché ha avuto il coraggio di denunciare il pianeta mafia. Un calvario cominciato tre anni fa, adesso segnato dalla condanna in primo grado solo per due imputati perché gli altri hanno optato per il rito abbreviato e la sentenza si avrà nei prossimi giorni.

AMICI E CONSIGLI - Tumulti, urla, calci alle transenne, lacrime e massimo impegno dei carabinieri per evitare il peggio e contenere la furia delle donne al momento del verdetto: 7 anni e quattro mesi per Giovanni Rao e 6 anni e quattro mesi per Maurizio Lucchese, i due ambigui personaggi di un quartiere a rischio mafia come il Borgo Vecchio, presentatisi nei panni di “amici” pronti “solo a dare consigli”. Una messa in scena che non ha convinto i giudici pronti con il loro verdetto a rafforzare di qualche mese le rispettive pene chieste dalla pm Caterina Malagoli, oggetto anche lei di minacce ed improperi echeggiati in un’aula dove ancora una volta sembra trionfare una Palermo perbene che non s’adatta alle imposizioni mafiose, in linea con i giovani di Addiopizzo, di Libera, “di tante realtà che rendono possibile una ribellione concreta alla mafia”, come dice lo stesso Giunta.

MADRE MINACCIATA - Ed è questo il primo commento dello chef che è passato dalla televisiva Prova del cuoco alla prova del fuoco. Come gli accadde nell’ottobre del 2010 a Termini Imerese, la città del suo primo ristorante, le vetrine su via Falcone e Borsellino, tutto a fuoco per non avere ceduto alle intimidazioni. Poi la denuncia del 2012 a Palermo. Seguita, a processo in corso, da una grave ed esplicita minaccia lanciata da quattro ragazzotti a bordo di un’auto fermatasi di botto davanti alla casa della madre di Giunta, terrorizzata da un fase lanciata prima che il commando ripartisse sgommando: “Ricordi a suo figlio che si sta avvicinando la ricorrenza”.

LO STATO ESISTE - Le indagini non hanno stabilito un nesso fra quell’episodio e il dibattimento, ma un anno dopo Giunta e i suoi famigliari tirano un sospiro di sollievo, seppure tutti costretti a lavorare con la scorta in cucina. Come succede anche nell’esclusivo ristorante della Cala, con le vetrate sul vecchio porticciolo turistico di Palermo. È lì che Giunta commenta il verdetto: «È stato messo un sigillo a una vicenda che sento marcata a fuoco sulla mia pelle, che finisce per condizionare la mia famiglia, i miei collaboratori. Importante è che una prima giustizia sia stata fatta. Ponendo ognuno davanti alle sue responsabilità.

Vedo che lo Stato esiste e che i giudici emettono una sentenza chiara, netta. Le persone che ho denunciato state arrestate un anno fa e io vivo sotto scorta da un anno. Un anno impegnativo, denso di sacrifici, di apprensioni...». Adesso si attende il verdetto per Antonino Ciresi che rischia 8 anni di carcere. E per Alfredo Perricone e Giuseppe Battaglia, gli altri due indagati per i quali il pubblico ministero ha invocato 7 anni di reclusione. Anche loro sospettati di aver fatto lasciare dopo le prime denunce sull’auto di Giunta un biglietto inequivocabile: «Mettiti apposto, non fari ‘u sbirru picchi ti finisci mali». Il solito refrain che commercianti e imprenditori conoscono dai tempi di Libero Grassi, ma che in tanti casi a Palermo ribaltano facendola finire male ai boss.



La puntata riparatrice per ritirare la querela alla Clerici (17/06/2013)
 
Lo chef della Prova del Cuoco denuncia il racket (28/02/2013)
27 febbraio 2014

Cuba, il festival del sigaro svela come nascono gli Avana

Corriere della sera


134
256
789
101112
13

Sorpresa a Cuba, appare una nave russa Gli Stati Uniti: «Nessun allarme»

Corriere della sera

La Viktor Leonov attracca «in visita di amicizia». Ma qualcuno, in tempi di “guerra fredda” tra Nato e Mosca, si preoccupa

viktor leonov (1)-k7
Una presenza non annunciata e dunque suscettibile di tante interpretazioni. Specie in questi giorni dove Nato e Russia si parlano con toni da guerra fredda. La nave spia russa “Viktor Leonov” è arrivata nel porto cubano dell’Avana per quella che è stata definita dall’ambasciata “una visita di amicizia”. L’equipaggio, composto da circa 200 uomini, ha fatto rifornimento, caricato viveri ed ha reso omaggio al monumento ai caduti.

UNA FLOTTA MOLTO ATTIVA - In precedenza l’unità, costruita nel 1988 e dotata di apparati per lo spionaggio elettronico, è stata segnalata nei Caraibi per una missione di ruotine. Ovviamente l’apparizione ha attirato l’attenzione di chi segue i movimenti della flotta russa, molto attiva in questi ultimi mesi. Prima con lo schieramento di numerose unità davanti alle coste siriane in concomitanza con un periodo di tensione, quindi a difesa dei Giochi di Sochi, infine con la prova di forza per la crisi in Ucraina. Uno sforzo che ha impegnato la Flotta del Nord e quella del Mar Nero.

LA STRATEGIA - L’arrivo della “Viktor Leonov” è coinciso poi con l’annuncio, da parte della Marina, di voler creare una rete di basi all’estero. Punti di appoggio che possano sostenere la proiezione strategica del Cremlino anche in scacchieri lontani. Secondo le fonti ufficiali sono già stati avviati contatti con il Venezuela, il Vietnam, le Seychelles, il Nicaragua e per l’appunto Cuba, approdo dove peraltro i russi sono di casa. Fino al 2002, Mosca ha mantenuto sull’isola una stazione radar poi chiusa per ragioni di costi. I russi hanno comunque inviato i loro sottomarini - i Sierra 2 - non lontano dalla coste statunitensi. Una risposta alle operazioni condotte dalle forze navali occidentali e in particolare statunitensi.

NESSUN ALLARME - Il Dipartimento della Difesa americano, interpellato sul viaggio della “Viktor Leonov”, ha risposto con un comunicato privo di qualsiasi allarme: “Siamo a conoscenza della presenza della nave e riconosciamo il diritto ad ogni nazione di navigare liberamente in acque internazionali”. Dunque nessun problema. Anche se non la perderanno di vista.

28 febbraio 2014

Tangenti rosse, Penati salvato dalla prescrizione

Redazione - Ven, 28/02/2014 - 08:01

La Cassazione conferma la prescrizione per l'ex presidente Ds della Provincia di Milano

Prescrizione confermata per Filippo Penati, l'ex presidente Ds della Provincia di Milano finito sotto processo con l'accusa di concussione per le presunte tangenti relative alla riqualificazione delle aree Falck-Marelli dismesse dal Comune di Sesto San Giovanni.



La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso con cui Penati chiedeva di annullare la sentenza di prescrizione pronunciata il 22 maggio 2013 dal Tribunale di Monza. Penati è stato condannato a pagare le spese processuali ed a versare mille euro alla Cassa delle ammende. Il sostituto pg della Suprema Corte, Giuseppe Volpe, aveva, nella sua requisitoria, sollecitato il rigetto del ricorso di Penati.



Sistema Sesto, Limonte: "A Penati sono stati dati almeno 3 milioni di euro"

A parlare dal banco dei testimoni è Maria Giulia Limonta, collaboratrice dell’imprenditore Piero Di Caterina, grande accusatore dell’ex presidente della Provincia di Milano. Penati: "Si parla di prestiti, non di tangenti"

Franco Grilli - Mer, 30/10/2013 - 18:56

"Preparavo io le buste per i politici, secondo le indicazioni di Di Caterina". A parlare dal banco dei testimoni alla nuova udienza del processo per il cosiddetto "Sistema Sesto", davanti al Tribunale di Monza, è Maria Giulia Limonta, stretta collaboratrice dell’imprenditore Piero Di Caterina, grande accusatore dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati e con lui imputato nel medesimo procedimento penale che li vede accusati a vario titolo, insieme ad altre otto persone, per corruzione, concussione e finanziamento illecito.



"Facevo quello che mi diceva Di Caterina, preparavo le buste su cui venivano indicati nomi di battesimo o indicativi della persona. Le ho preparate per Penati, per il sindaco di Segrate Alessandrini, per il geometra Sostaro", ha detto in aula Limonta. Che poi ha raccontato che in qualche caso è stata anche presente alla consegna di denaro a Penati, al quale, sempre secondo la Limonta, "in circa tredici anni sono stati dati almeno tre milioni di euro". "La signora Limonta oggi in udienza non ha mai dichiarato che Di Caterina mi abbia mai versato tangenti, ma ha sempre parlato di prestiti", ha dichiarato all’ANSA Filippo Penati.



Tangenti, Penati fa il furbo e incassa la prescrizione

Il giudice chiede se Penati abbia intenzione di rinunciare al "beneficio" di legge. L'imputato, assente in aula, è irreperebile nonostante i tentativi di contattarlo

Enrico Lagattolla - Mer, 22/05/2013 - 17:11

Salvo. Filippo Penati incassa la prescrizione per l'accusa più grave - quella di concussione - nel processo che il tribunale di Monza sta celebrando sul cosiddetto Sistema Sesto.



Ma non è la prescrizione in sè - ampiamente annunciata - a fare notizia. Piuttosto, a fare scalpore è lo straordinario colpo di teatro messo in scena nell'aula del palazzaccio brianzolo. Perché c'è un giudice che, spiazzando i presenti, chiede se l'imputato abbia intenzione di rinunciare al "beneficio" di legge. E un imputato - assente in aula - che di fatto risulta irreperebile nonostante i tentativi del tribunale di contattarlo. è tutto riassunto nell'enorme imbarazzo del legale di Penati, l'avvocato Matteo Calori, a cui il giudice chiede di telefonare al suo assistito per conoscerne le intenzioni. Gelo. Calori esce dall'aula, cellulare alla mano, poi torna in aula e ammette che Penati non c'è, non si trova, non viene. Insomma, sembra quasi sparito. Morale, l'avvocato dichiara di non avere una procura speciale per interpretare la volontà del proprio assistito, e dunque si rimette alla decisione del giudice. Che altro non può fare se non dichiarare la prescrizione per l'accusa di concussione.

Dopo - solo dopo - le agenzie batteranno un comunicato nel quale Penati fa sapere che ricorrerà in Cassazione per rinunciare all'istituto, per "annullare la sentenza di prescrizione voluta dai pm per i fatti di 13 anni fa». Troppo tardi. Nel peggiore dei casi, si è trattato di una mossa studiata a tavolino, una furbata per salvarsi dall'accusa di concussione. Nella migliore, una colossale brutta figura. Ora l'ex presidente della Provincia - che sarà comuque processato per altri reati che vanno dalla corruzione legata alla gestione della società autostradale Milano Serravalle al finanziamento illecito ai partiti - avrà 15 giorni per presentare ricorso in Cassazione contro la prescrizione. Vedremo.



Penati: prescritta la concussione. L'ex sindaco di Sesto annuncia: "Ricorrerò in Cassazione"

Il processo va avanti per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. L'ex presidente della Provincia di Milano rinuncia alla prescrizione

Chiara Sarra - Mer, 22/05/2013 - 11:44

Filippo Penati non sarà processato per concussione nell'inchiesta sul cosiddetto "Sistema Sesto", in cui l’ex presidente della Provincia di Milano ed ex sindaco di Sesto San Giovanni era accusato per presunte tangenti legate alle aree ex Falck e Marelli.



Nella seconda udienza del processo con rito immediato, i giudici del tribunale di Monza hanno infatti deciso che il reato per cui era indagato è caduto in prescrizione. Restano valide però le accuse di corruzione e finanziamento illecito ai partiti.

"Come annunciato, già nei prossimi giorni, farò ricorso in Cassazione per annullare la sentenza di prescrizione voluta dai pm per i fatti di 13 anni fa", ha annunciato Penati.