lunedì 24 febbraio 2014

E la Rai adesso ci rimette sei milioni di pubblicità

La Stampa

paolo festuccia

Diminuito il pubblico giovane e quello femminile target pregiati per gli sponsor. Crollo anche sul digitale



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I conti sono presto fatti: 3 milioni di spettatori in meno si traducono nel 28% in meno di ricavi. Euro più, euro meno a viale Mazzini chiuso il Festival si tirano le somme. Ottimistiche alla vigilia dell’evento, allarmati appena sceso il sipario. E già, perché Rai pubblicità, la concessionaria guidata da Fabrizio Piscopo, nonostante la contrazione del mercato pubblicitario, quest’anno aveva fatto davvero il miracolo: 4 main sponsor di altissimo profilo per la gara canora con 82 interruzioni pubblicitarie tra break e promo in cinque serate (analisi e statistiche dalla Società Barometro). Totale oltre 20 milioni di euro di raccolta. Per la precisione, 20 milioni 200 mila euro finiti nelle casse della Tv pubblica. In sostanza più del 2013, almeno sul fronte delle interruzioni (76 contro 82) con una durata totale di due ore e 17 minuti e 15 secondi (2 ore e 15 nel 2013). 

Statistiche e curve di share che nel prossimo consiglio di amministrazione saranno oggetto di discussione tra consiglieri e top management per chiarire da un lato le ragioni di un successo (almeno sulla carta) “commerciale” messo in campo dalla parte corporate della Rai e dall’altro la débâcle editoriale. Una débâcle che secondo le prime stime potrebbe “costare” circa 6 milioni di euro (i più ottimisti parlano di circa 5 milioni 600 mila euro). Soldi che come ha fatto sapere il direttore di Raiuno, Giancarlo Leone, la Rai non dovrà restituire ma che certamente, però, dovrà compensare (in termini di passaggi pubblicitari) nel corso dell’anno. Insomma, una sorta di scambio merci che, fa osservare un alto dirigente Rai, «se è vero che quei soldi non peseranno materialmente sulle casse dell’azienda» alla lunga, però, si ripercuoteranno anche sul prossimo Sanremo ma anche nella ricerca pubblicitaria del palinsesto primaverile.

Gli uomini di Rai pubblicità, infatti, solo se si tiene conto di Sanremo nella contrattazione pubblicitaria non partiranno dal 47,26 medio di share (la Rai pare abbia venduto gli spot con una media di share al 45%) ma dal 39.27: sette-otto punti in meno di valore. Un brutto colpo, che associato ai dati sui target di ascolto (in cosiddetto pubblico pregiato) rischia di appesantire ancor più i valori dello show canoro. Quest’anno, infatti, un po’ in tutta Italia (tranne l’Umbria) è diminuito il pubblico giovane (target tra 15 e 54 anni) così come le donne: elementi pregiati per inserzionisti e grandi sponsor. Non solo, ciò che più colpisce analizzando bene le statistiche è l’innalzamento della pressione pubblicitaria: dal Sanremo 2010 a quello di quest’anno c’è un incremento di quasi il 30% degli spot. Con il 10,4% in meno di laureati a guardare Sanremo e un target pregiato a meno 8%. Crollo di ascolti anche sulle piattaforme digitali, «Festival fagocitato – spiega Ricci direttore di Barometro – su twitter dalla nascita del governo Renzi, dalla situazione Ucraina e dalla vicenda WhatsApp».





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Luciana Littizzetto
La Stampa

maurizio amore (nexta)


Per il secondo anno consecutivo la celebre attrice, autrice e cabarettista affiancherà Fabio Fazio alla conduzione di Sanremo




ANSA


E’ nel 1984 che Luciana Littizzetto si diploma al conservatorio in pianoforte prima di frequentare tra il 1988 ed il 1990 la scuola di recitazione dell’Istituto di Arte e Spettacolo. Comincia così la sua carriera come doppiatrice e autrice di testi per i suoi primi spettacoli. Nel 1990 consegue la laurea in lettere e si dedica per nove anni all’insegnamento nelle scuole. Nell’agosto del 1991 vince il premio “Ettore Petrolini” al Teatro Romano di Aosta e subito dopo arriva la sua prima volta al Maurizio Costanzo Show. Da questo momento la carriera di cabarettista diventa la sua professione. Nel 1992 partecipa al programma di Rai Tre “Avanzi” condotta da Serena Dandini, prima di portare sui palcoscenici d’Italia il suo spettacolo “Parlami d’amore Manù”.

Un anno dopo Luciana torna in tv nei panni della celebre “Sabrina” a “Cielito Lindo”, il programma di Rai Tre condotto da Claudio Bisio ed Athina Cenci. Nel 1997 l’artista passa a Mediaset, ospite delle trasmissioni "Facciamo Cabaret" e "Ciro, figlio di Target" prima di recitare  nel film d'esordio di Aldo, Giovanni e Giacomo, "Tre uomini e una gamba". Dal 1998 partecipa a "Mai dire gol" e nel 1999  ritorna sul set, per recitare insieme a  Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu in "E allora mambo!" Nel 2000 la Littizzetto torna in Rai per partecipare a "Quelli che il calcio.." di Fabio Fazio, ma anche a "Stasera pago io" di Fiorello, "C'è posta per te" di Maria De Filippi, "Mai dire Domenica" fino alla comparsata del Festival di Sanremo 2003, dove bacia in diretta il conduttore Pippo Baudo.

Dal 2005 è ospite fissa del programma "Che tempo che fa", di Fabio Fazio dove ormai ha abbandonato i personaggi che l'hanno resa celebre, per dedicarsi a monologhi comici su temi d'attualità.Il 22 novembre 2007 l’artista riceve dal Presidente Giorgio Napolitano il premio De Sica. Nel 2010 l'artista è stata impegnata sul set della fiction televisiva "Fuoriclasse" e quello del film di Giovanni Veronesi, "Genitori & figli - Agitare bene prima dell'uso", mentre nel 2011 recita in" Femmine contro maschi", di Fausto Brizzi 2011e Il giorno in più, di Massimo Venier. Nel 2012 lavora invece nel film di Lucio Pellegrini  "È nata una star?" e infine nel 2013 in "Aspirante vedovo", di Massimo Venier.

Twitter: @lucianalitizze1
Facebook: www.facebook.com/Luciana.Littizzetto.Fabio.Fazio



Fabio Fazio
La Stampa

maurizio amore (nexta)


Giunto al suo terzo Festival, il mattatore e direttore artistico della celebre kermesse non teme le critiche



ANSA

Il suo esordio televisivo risale al 1983, quando grazie ad un concorso indetto dalla RAI, un giovane Fazio partecipa alla trasmissione  Pronto Raffaella. Contemporaneamente il conduttore lavora nella trasmissione radiofonica "Blackout" insieme ad Enrico Vaime e Simona Marchini. L’anno dopo è nel cast di "Loretta Goggi in quiz" e nel 1985 conduce L'orecchiocchio una nuova forma d'intrattenimento giovanile. Nel 1987 è alla conduzione del programma sportivo Forza Italia su Odeon TV, mentre nel 1990 è fra i protagonisti del varietà satirico di Telemonecarlo "Banane".

Il ritorno in Rai avviene nel 1991 per la conduzione di "Fantastico bis" ma la sua consacrazione al successo arriva nel 1993 con Quelli che il calcio, lo storico programma in onda su RaiTre e  successivamente passato su RaiDue, che condurrà con ottimi riscontri di pubblico fino al 2001. Nel 1995 partecipa al "Dopo festival di Sanremo" nei panni d’inviato speciale. Il 1997 è l’anno di Anima mia, trasmissione che conduce insieme a Claudio Baglioni. E’ nel 1999 che arriva il suo primo Festival di Sanremo. Sul palco assieme a Fazio anche Orietta Berti e Teo Teocoli per una edizione da ascolti record, tanto da essere confermato, l’anno successivo, alle redini dell’Ariston  assieme a Luciano Pavarotti e Teo Teocoli.

Nel 2001 è costretto a lasciare la Rai per divergenze con il presidente Roberto Zaccaria, per approdare all’allora rete televisiva nascente La7. Dopo circa due anni di silenzio nel 2003 ritorna a Rai 3, alla guida del celebre programma di approfondimento  Che tempo che fa che gli consente di ritirare nel 2007 il Premio "È giornalismo". A novembre del 2010 conduce, sempre su Rai Tre insieme allo scrittore Roberto Saviano, il programma "Vieni via con me" su Rai 3 che diventa il programma più visto nella storia della terza rete. Tra le trasmissioni di successo condotte da Fazio ricordiamo Quello che (non) ho andata in onda su La7 nel maggio del 2012. Nel 2013 presenta per la terza volta il Festival di Sanremo, accompagnato sul palco dell’Ariston da Luciana Littizzetto.

Twitter: @fabfazio
Facebook: www.facebook.com/pages/Fabio-Fazio/148660991848002

Boom di cause contro i medici: ecco lo spot contro gli «avvoltoi

Il Mattino

Il primo piano di un avvoltoio, che vola pronto a colpire una vittima ormai stremata, e in sottofondo una voce che ricorda «come i medici sono oggi una preda».

 
CatturaÈ la metafora in stile 'Quark', il noto programma tv di Piero Angela, usata dallo spot 'Medici, pazienti e avvoltoì, da questa mattina sul web, promosso e lanciato dall'Associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente (Amami), oggi a Roma in risposta agli spot che invitano a denunciare i presunti casi di malasanità in tribunale. Il video promosso dall'Amami, condiviso dalle 25 associazioni scientifiche e sindacali di categoria, è stato presentato dall'Associazione con una tavola rotonda, 'Malasanità: i medici lanciano uno spot tv contro gli avvoltoì, a cui hanno partecipato addetti ai lavori, le società scientifiche, rappresentanti degli Ordini e le associazioni dei consumatori.


«Vogliamo cambiare una situazione - afferma Maurizio Maggiorotti, presidente Amami - che sta diventando sempre più insostenibile e pericolosa non solo per i medici ma per i pazienti e per tutto il Paese». Il video dell'Amami è l'ultimo spot in ordine cronologico che cerca di difendere la categoria dei medici. Infatti, anche il Collegio italiano chirurghi ne ha prodotto uno. Ora è però online anche la risposta dell'Amami «vogliamo essere chiari altrimenti non cambia nulla. E nessuno può permettersi - precisa Maggiorotti - che non cambi nulla, nè i medici, nè i pazienti, nè il Paese». 

lunedì 24 febbraio 2014 - 13:46   Ultimo agg.: 13:56

Le vecchie lire in monete. Ecco quanto possono valere

Il Mattino


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ROMA - Le vecchie lire sono ormai un ricordo e per alcuni delle perfette sconosciute, ma chi le avesse volute conservare per ricordo potrebbe possedere oggi una piccola fortuna. Si tratta di monete rimaste intatte dal passare del tempo e senza graffi. Le 100 lire coniate dell'anno 1955 e le 50 lire dell'anno 1958 sono una cara rarità. Le prime non sono particolarmente rare (ne furono tirate circa 8,6 milioni). Tuttavia gli esemplari appunto “in fior di conio” possono veder schizzare il prezzo fino a 1.200 euro. Ci sono poi le 10 lire dell'anno 1954, coniate in oltre 95 milioni di esemplari, valgono 70 euro ognuna al massimo. Le 5 lire del 1956 sono, invece, più rare: ne furono messi in circolazione 400mila esemplari e possono valere un minimo di 50 e un massimo di 1.500 euro.

WhatsApp sfida Skype e Viber, farà anche videochiamate

Il Mattino


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ROMA - Dopo l'acquisto da parte di Facebook e i recenti problemi di connessione WhatsApp lancia una sfida a Viber e Skyper annunciando le videochiamate. Il popolare servizio di messaggi istantanei offrirà ai suoi utenti anche servizi 'vocè, ovvero sfiderà un colosso come Skype e altri servizi tipo Viber per le telefonate via internet. Lo ha annunciato il ceo Jan Koum dal palco del Mobile World Congress inaugurato oggi a Barcellona. La possibilità di chiamare gratuitamente, sfruttando la rete internet, sarà disponibile a partire dal secondo trimestre di quest'anno.

OFFENSIVA. La novità rappresenta un'offensiva ancora più agguerrita a simili servizi di comunicazione e anche una boccata d'ossigeno dopo il pesante disservizio che la chat ha avuto nel week-end. La concorrenza non è solo a Skype di Microsoft ma anche a BlackBerry Messenger (che da oggi è disponibile pure per gli utenti Windows Phone) e Viber, appena comprata dal colosso giapponese dell'e-commerce Rakuten per 900 milioni di dollari. Ben altra la cifra che Facebook sborserà per l'acquisizione annunciata di WhatsApp: 19 miliardi di dollari. WhatsApp, ha sottolineato Koum, non cambierà: «Per continuare ad avere successo dovrà davvero restare indipendente». Gli utenti attivi mensili di WhatsApp, ha aggiunto Koum, al momento sono 465 milioni, circa 330 milioni gli utenti giornalieri. E 15 milioni sono gli utenti che si sono aggiunti nell'ultima settimana. Segno che non si sono fatti condizionare dai timori per l'acquisizione di Facebook. La compagnia oggi compie cinque anni di attività: è stata fondata il 24 febbraio 2009.

lunedì 24 febbraio 2014 - 14:51

Ha 4,4 miliardi di anni il frammento di crosta terrestre più vecchio

Corriere della sera

Si è formato solo 160 milioni di anni dopo la costituzione del Sistema solare

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Ha assistito a tutto: al bombardamento primordiale di asteroidi, alla nascita delle prime forme di vita, all’ossigenazione del pianeta, alle glaciazioni, alla deriva dei continenti, ai primi timidi esempi di esseri pluricellulari, alla conquista della terraferma da parte di piante e animali e infine anche alla nostra comparsa nella storia. È il più vecchio frammento di crosta terrestre mai ritrovato. Rinvenuto nel 2001 nella regione delle Jack Hills in Australia occidentale, ora è stato datato con precisione: ha 4.400.000.000 anni, ossia 4,4 miliardi.

ZIRCONE - Si tratta di un cristallo di zircone (un silicato di zirconio) dalle dimensioni microscopiche: il diametro è circa doppio di quello di un capello. La sua importanza è che dimostra l’esistenza di una parte solida della crosta della Terra soltanto 160 milioni di anni dopo la nascita del Sistema solare. L’analisi è stata effettuata da un gruppo di ricerca internazionale guidato da John Valley, dell’Istituto di astrobiologia dell’Università del Wisconsin-Madison, lo studio è stato pubblicato da Nature Geoscience. La datazione è avvenuta tramite un sistema complesso a isotopi di uranio-torio-piombo tramite tomografia a sonda atomica.

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CROSTA SOLIDA - La scoperta è particolarmente importante perché fornisce un valido sostegno alla teoria di un rapido raffreddamento primordiale della Terra. Dopo la formazione del pianeta, avvenuta 4,56 miliardi di anni fa, la Terra da una palla di magma iniziò a raffreddarsi e a suddividersi tra un nucleo metallico di ferro e nichel e un mantello composto da materiali più leggeri (silicati). Ma circa 4,5 miliardi di anni fa la Terra venne colpita da un corpo planetario dalle dimensioni di Marte che la mandò in frantumi. Secondo un’accreditata ipotesi, una parte del materiale risultante dell’impatto andò a formare la Luna, la maggior parte si aggregò di nuovo per riformare la Terra.

TESTIMONE - Questo cristallo di zircone è quindi una remotissima testimonianza dei primi tempi dopo la nuova riaggregazione del materiale terrestre e fornisce una valida testimonianza che già poco dopo (4,3 miliardi di anni fa) potevano esistere condizioni tali da poter consentire la stabilità delle molecole organiche che portarono alla nascita delle prime forme di vita unicellulari. Le prime testimonianze fossili di forme viventi sono datate 3,4-3,5 miliardi di anni fa. «La nostra conclusione è che la Terra aveva un’idrosfera prima di 4,3 miliardi anni fa e forse la vita è arrivata non molto tempo dopo», ha spiegato Valley.

24 febbraio 2014

Caso Claps, sospetti sul suicidio della poliziotta

La Stampa

antonio salvati

Potenza, si indaga sulla morte di Anna Esposito. Quel giorno doveva incontrare il fratello di Elisa


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Quando ne scoprirono il corpo, accanto c’era una penna ma nessun biglietto. Nella sala da pranzo, su un tavolo, un vestito da sera, nero, e un paio di scarpe eleganti. Il letto era in ordine e la luce del comodino illuminava due cellulari e due biglietti ferroviari.

È la mattina del 12 marzo del 2001. Anna Esposito, 35 anni, dal 1998 dirigente della Digos della questura di Potenza, viene ritrovata senza vita nel suo alloggio all’interno della caserma Zaccagnino. Ha passato la domenica con le due figlie a Cava dei Tirreni, nel Salernitano, cantando a squarciagola canzoni di Gigi D’Alessio. Poi, stando alla versione ufficiale, torna a Potenza e con il cinturone della sua divisa si impicca alla maniglia della porta del bagno. Suicidio, furono le conclusioni delle indagini che durarono qualche mese. Ora, a distanza di dodici anni, il suo caso è stato riaperto, grazie alla tenacia dei familiari e a un’inchiesta giornalistica di Fabio Amendolara (raccolta nel libro «Il segreto di Anna») messa agli atti della Procura di Potenza.

L’ipotesi di reato è omicidio volontario e gli investigatori (il procuratore facente funzioni Laura Triassi ora ha in mano il fascicolo in seguito al recente trasferimento del pm Sergio Marotta che ha ottenuto la riapertura del caso) hanno riletto le carte di un’inchiesta dai tanti lati oscuri. A partire dalle modalità di un suicidio che anche i medici legali indicarono come atipico: Anna sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri, l’ansa di scorrimento del cinturone (lungo poco meno di un metro) era sul lato destro invece che nella parte posteriore del collo. Anche nella perizia chiesta dal pm Marotta, e depositata a dicembre scorso, gli esperti che hanno visionato le foto scattate nell’alloggio di servizio e durante l’autopsia hanno palesato le loro perplessità.

Lo stesso pubblico ministero che allora curò le indagini (il pm Cludia De Luca) scrisse nelle tre pagine di motivazioni alla chiusura del caso che «occorre però rappresentare che dei passaggi non chiari nella vicenda fattuale comunque restano». Come, ad esempio, i biglietti del treno e le rubriche dei due telefoni cellulari. E quelle pagine dell’agenda (Anna teneva un diario quotidiano dove annotava in maniera minuziosa tutta la sua giornata) strappate in tutta fretta e mai ritrovate. E l’abito da sera? E i messaggi di minacce che la poliziotta riceva continuamente? Senza contare, poi, che «l’abitazione era stata già rovistata da una serie di persone presenti che aveva proceduto anche a raccogliere alcuni elementi di prova - scrisse il pm De Luca - Così come era già stato rovistato, a parere di chi scrive, l’ufficio della dottoressa Esposito in Questura».

Ma c’è dell’altro: Gildo Claps, fratello di Elisa, la ragazza scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, riferì di una telefonata in cui Anna Esposito chiedeva un appuntamento. Incontro mai avvenuto perché fissato il giorno stesso in cui fu trovata senza vita. Un anno dopo la scoperta del cadavere di Elisa Claps, la madre di Anna, rivelò a Gildo che la figlia le avrebbe confidato che nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove la ragazzina era stata sepolta. I sospetti sui collegamenti tra i due episodi sono stati esclusi la scorsa estate dalla procura di Salerno che ha rispedito gli atti in Basilicata per la competenza territoriale. 

Due calciatori del Congo under 20 fuggono dal ritiro di Roma: su Fb il “piano”

Il Messaggero

Due giocatori della nazionale under 20 di calcio della Repubblica del Congo sono scomparsi a Roma. I due, di 16 e 17 anni, erano in ritiro con la squadra in un hotel nel quartiere dell'Eur.
 

20140223_congoIl loro rientro nel Congo era previsto tra due giorni. Dai primi accertamenti sembra che i due abbiano preso accordi attraverso Faceboook con una persona che avrebbe loro garantito, dietro compenso, la fuga per non rientrare in patria, dove si stanno verificando scontri etnici e con gruppi paramilitari che hanno provocato diversi morti.

Dopo essere usciti ieri pomeriggio per un giro in città, i due ragazzi non avevano fatto rientro in albergo, il Mancini Park Hotel di via di Valleranello, in zona Eur. A denunciare la scomparsa dei due giocatori alla polizia sono stati i responsabili della Federazione congolese. Fino ad alcuni giorni fa la nazionale dei giovani aveva partecipato per la prima volta al Torneo di Viareggio, 'vetrina' dei calciatori in erba. A ricoprire l'incarico di selezionatore del Centro nazionale di formazione di giovani calciatori della Repubblica del Congo è proprio un allenatore italiano, Paolo Berrettini, in passato già allenatore della nazionale del Senegal.


Domenica 23 Febbraio 2014 - 16:19
Ultimo aggiornamento: 23:06

Cannoni laser ed elettromagnetici a rotaia: test ok per la rivoluzione militare Usa

Corriere della sera

La Marina è pronta a usare i cannoni alla Star Wars: più precisi, più facili da usare e costano molto meno

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Cannoni laser alla Star Wars e persino electromagnetic rail guns (cannoni elettromagnetici a rotaia-Erg), un’arma potentissima che gli appassionati dei videogiochi conoscono molto bene: i nuovi armamenti della Marina Militare Usa superano anche la fantascienza ma non sono solo futuristici e devastanti, sono anche meno costosi da costruire e utilizzare. La US Navy ha annunciato che, dopo aver condotto diversi test lo scorso anno, dispiegherà il primo cannone laser, battezzato semplicemente LaWS (Laser Weapon System), nel corso del 2014. Sarà installato a bordo della nave Ponce, che agisce, di fatto, come base galleggiante nelle zone del Golfo Persico. LaWS servirà - e ha già dimostrato di essere in grado di farlo con successo - ad abbattere i droni aerei e altre minacce «asimmetriche», come ad esempio piccoli motoscafi, o gruppi di piccole navi, che possono penetrare oltre gli armamenti ad ampio raggio.

PER UN PUGNO DI DOLLARI - Come detto non si tratta solo di maggiore precisione: ora che la tecnologia è stata affinata, costruire un cannone laser costa infinitamente meno di un lanciamissili tradizionale. Inoltre, per ogni missile sparato da una nave da guerra, gli Stati Uniti oggi spendono almeno un milione di dollari. In confronto, un raggio laser che utilizza 30 kilowatt di elettricità (e in futuro fino a 90 kilowatt) costa pochi dollari. Inoltre il sistema LaWS può sparare continuamente: le munizioni non pesano nulla e non finiscono mai, a condizione di avere accesso a una quantità sufficiente di energia.

Il cannone usa un laser solido, cioè un laser in cui le particelle che formano il raggio vengono concentrate attraverso un cristallo o un altro materiale solido, invece di un supporto liquido o gassoso. Per attivarlo basta puntare sull’obiettivo fornito da un radar o da un altro sistema di targeting digitale e fare fuoco, proprio come nei film. Il raggio sprigiona una quantità di calore molto concentrata che può bruciare un obiettivo preciso oppure «friggere» i componenti elettronici dei veicoli nemici. A differenza dei film, però, il raggio reale è invisibile. Al momento ci sono ancora molti limiti: i LaWS non funzionano bene nella pioggia, nella polvere o durante le perturbazioni. Il Naval Sea Systems Command e il Naval Research Laboratory che li hanno sviluppati ci stanno lavorando, ma non c’è dubbio che la precisione e la distanza massima dei colpi continueranno a risentire delle condizioni ambientali non ottimali anche negli anni a venire.

NAVI SPAZIALI- Gli elevati requisiti energetici sono, invece, il più grande limite dell’Erg, un’arma potentissima, in grado di sparare proiettili a 5-6 volte la velocità del suono. La rail gun ha appena superato gli ultimi test in terraferma condotti in Virginia, ma l’unica nave da guerra in grado di produrre abbastanza corrente per alimentarlo è non è ancora pronta. La Zumwalt, un avveniristico (a dir poco) vascello di classe destroyer è in costruzione presso i cantieri di Bath Iron Works, nel Maine. Anche la Zumwalt, una delle tre navi della nuova serie Ddg-1000, sembra uscita da un film di fantascienza: pensate che il suo attuale comandante si chiama James Kirk, proprio come il capitano dell’astronave Enterprise nella serie Star Trek. L’unica differenza - oltre al fatto che uno è frutto dell’immaginazione e l’altro è molto reale - è l’iniziale del secondo nome: “A” invece di “T”. Le turbine a gas della nave, contraddistinta anche dalla particolarissima (e impressionante) forma che assicura le funzionalità stealth, cioè l’abilità di evitare i radar nemici, produrranno 78 megawatt di potenza, abbastanza per alimentare una piccola città.


Gli ingegneri militari starebbero, però, lavorando anche a un sistema di batterie in grado di contenere abbastanza energia per utilizzare le rail gun anche su altre navi della flotta. L’Erg verrà provato sulla terraferma nel corso dei prossimi due anni e potrebbe essere dispiegato in combattimento a partire dal 2016. Da molto punti di vista, la realtà sta superando la fantasia e quelli che fino a pochi anni fa sembravano oggetti impossibili oggi sono realtà o lo saranno a breve. Gli scenari bellici del prossimo futuro si preannunciano molto diversi da quelli attuali. I vertici della Marina militare america riconoscono che altre nazioni stiano lavorando alla tecnologia laser, ma sono convinti che la loro tecnologia sia superiore, soprattutto perché in questi anni il lavoro di ricerca e sviluppo di queste armi è stato incentrato - proprio come nei videogiochi ce le hanno anticipate - sulla facilità di utilizzo. Per attivare il LaWS, infatti, basta un solo soldato.

24 febbraio 2014

L’abilitazione spagnola, scorciatoia o truffa?

Corriere della sera

Agenzie senza scrupoli offrono un titolo riconosciuto in Italia per 5.000 euro. Ma non sempre le pratiche vanno a buon fine

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Sei laureato e vuoi abilitarti all’insegnamento a scuola? Basta che tu possieda un pc connesso a Internet. E qualche migliaio di euro per pagare le agenzie private che, sfruttando il caos degli ultimi anni per il turnover dei docenti, hanno fiutato il business e offrono un pacchetto completo: un «master in insegnamento» che si segue dal pc di casa, per un anno, più una settimana presso una Università spagnola per sostenere gli esami. Al prezzo, in media, di 5mila euro, esclusi i costi vivi, quelli per biglietto aereo, vitto e alloggio. Eccola, l’ultima frontiera dell’abilitazione, l’alternativa ai Tfa, i tirocini di formazione attiva introdotti due anni fa dall’ex ministro Profumo.


COME FUNZIONA – Ottenere il titolo del master costa tra i 2.500 e 3mila euro per l’iscrizione all’ateneo prescelto, più altri 2500 per l’agenzia che sbriga «tutte le pratiche», quelle al ministero oltreconfine, e, dopo, al Miur. Le lezioni sono tutte in spagnolo, quindi chi non conosce l’idioma deve fare un corso apposito. A pagamento anche questo, s’intende. Alla fine si sostengono gli esami, uguali per tutti: non importa che si voglia diventare professori di biologia o di latino, «questo master insegna ad insegnare», come spiega il funzionario di una scuola di lingua nel video (girato con telecamera nascosta, ndr). La frequenza online è un’opzione introdotta di recente. C’è chi ha deciso di andare in Spagna e fare tutto da lì, con un sistema simile a quello dei tanti aspiranti avvocati che hanno preso il titolo all’estero, saltando l’affollato esame nostrano. È tutto legale: in teoria il Miur, nel giro di un anno, dovrebbe riconoscere il master conseguito e concedere l’abilitazione. Ma non sempre le agenzie si rivelano precise nel modo di operare.

LE STORIE – Giovanna Sartoris, piemontese, è insegnante di lingua italiana. Fa parte di coloro che sono stati in qualche modo costretti a fare l’abilitazione in Spagna: «Nel 2010 in Italia era tutto fermo: non c’erano più le Ssis (le vecchie scuole di abilitazione, ndr) e non erano ancora partiti i Tfa». Nel suo caso, poi, la scelta è coerente con il percorso professionale, perché, fa notare, «insegnavo già da dieci anni all’estero, in diversi Paesi tra cui proprio la Spagna». Giovanna si è vista rifiutare la domanda dal Miur dopo due anni, nel 2012. Il motivo: non c’era perfetta equipollenza tra gli esami sostenuti per laurearsi in Italia e quelli richiesti dall’Ateneo spagnolo per l’iscrizione al master. «Penso sia stata una leggerezza da parte dell’agenzia», racconta. Chi doveva controllare non lo ha fatto. «Avrei dovuto fare degli esami integrativi, certo se me lo avessero detto prima li avrei sostenuti». È andata peggio a Paolo (nome di fantasia), un altro docente precario che ora sta «valutando di fare causa all’agenzia milanese alla quale mi ero rivolto». Laureato in Scienze forestali, nel 2010 è volato a Valencia.

«Una volta arrivato ho scoperto che l’Ateneo pubblico della città richiedeva, per accedere al master, certificati di conoscenza dello spagnolo e dell’inglese di livello superiore a quelli di cui ero in possesso». L’agenzia si difende sostenendo che il punto non era chiaro, e lo fa trasferire all’università di Murcia. Dopo mesi di permanenza in Spagna, gli esami e la tesi finale, lo scorso anno il ministero dell’Istruzione iberico si rifiuta di omologare la laurea italiana di Paolo. Anche in questo caso non c’è corrispondenza completa nei due percorsi di studi, «ma questa verifica sarebbe dovuta avvenire prima, non dopo. Il master in sé è valido, il problema è che le agenzie pur di prendere i soldi avviano le pratiche per tutti, senza i dovuti accertamenti». L’esperienza a Paolo è costata 10mila euro, «e ho rinunciato anche a un anno di supplenza: mi sono detto che era meglio avere il titolo, in modo da rientrare, un domani, in una graduatoria più alta».

IL SISTEMA ITALIA – Quasi tutti coloro che provano ad abilitarsi all’estero, in realtà, insegnano già. Giovanna e Paolo sono nella graduatoria di terza fascia, l’ultima, che raccoglie i non abilitati: vengono chiamati per «tappare buchi» di breve periodo, dalla maternità alla malattia. Per loro, dal 2008 al 2012, non ci sono stati sbocchi professionali. Solo chi si è laureato prima del 2008 ha fatto in tempo a rientrare nelle “GaE”, le graduatorie ad esaurimento. Dal 2009 fino a due anni fa la situazione è rimasta in stand-by: gli aspiranti prof. erano troppi, i posti pochi, e l’allora ministro Gelmini bloccò le vie d’accesso. Che si sono riaperte nel 2012, con i Tfa: chi passa i test di selezione all’ingresso fa un anno di tirocinio in classe, affiancato a un docente di ruolo, e un esame finale per l’abilitazione. Il Tfa costa tra i 2mila e i 3mila euro, a seconda che si voglia insegnare nella scuola primaria o secondaria. Al Tfa si sono affiancati di recente i Pas (Percorsi abilitanti speciali): i corsi si tengono nelle Università, costano 2mila euro e sono riservati a chi insegna da almeno tre anni la stessa materia.

LA SITUAZIONE ATTUALE – Ma in quale graduatoria finiscono coloro che hanno concluso il Tfa? Per ora, sono nel limbo. Forse saranno inseriti nelle graduatorie di seconda fascia, quelle dei docenti abilitati ma che non hanno fatto in tempo a entrare nelle GaE. Per i quali, nel frattempo, si è tenuto un concorso pubblico per l’anno scolastico 2012-2013 (aperto, però, anche ai non abilitati con laurea antecedente al 2002). Il concorso – il primo bandito dal 1999 –ha creato un’altra graduatoria parallela, “di merito”. Le prossime cattedre vacanti dovrebbero essere coperte attingendo per metà da qui e per metà dalla GaE. Quanto ai Tfa, si saprà qualcosa di più preciso prima di maggio, mese in cui tutte le graduatorie saranno riaperte per l’aggiornamento. «Sono stati anni bui», commenta R.G., insegnante di lingua francese che, sì, è riuscita a ottenere l’abilitazione in Spagna. Con l’aggiornamento delle graduatorie lei passerà dalla terza alla seconda fascia. «Quando l’ho fatto io, non appena bloccarono il turnonver, eravamo in pochi ad abilitarci all’estero. Ora è pratica molto diffusa. Io mi sono trovata bene, certo le agenzie hanno capito che per loro è un affare».

24 febbraio 2014

Filippine, il piccolo angelo dei cani

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Un padre scopre che il suo giovane figlio ogni giorno va a nutrire alcuni quattrozampe malati e abbandonati al loro destino



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E’ una storia che commuove quella che arriva dalle Filippine: un bambino si prende cura di alcuni cani randagi all’insaputa dei genitori. E’ lo stesso padre del ragazzo a raccontarlo mostrando alcuni scatti pubblicati su reddit nel profilo i_believe_in_pizza. Tutto ha inizio quando l’uomo nota alcuni comportamenti strani da parte del ragazzo: ogni giorno, da due settimane, il piccolo si allontanava da casa dopo aver riempito uno zaino con qualcosa.

Così il genitore decide di seguirlo e lo vede fermarsi ai margini di una strada. Dopo poco spuntano alcuni cani randagi che si avvicinano fiduciosi. Decide così di chiedere spiegazioni al figlio: da alcuni giorni ha deciso di portare loro cibo. Gli animali non sono in buone condizioni e mostrano i chiari sintomi della rogna. «Mi vergogno a dire che quando li ho visti - racconta l’uomo - ero abbastanza disgustato. Ma poi mio figlio ha cambiato la mia prospettiva: sono rimasto senza parole quando ho visto quei piccoli zombie a quattrozampe dargli più volte il “cinque” quando mio figlio allungava loro la mano».


Ora il padre aiuta il figlio sia nel portare cibo ai cani sia nel prendere le precauzioni per non rischiare di prendersi delle malattie. Ma non solo: ora entrambi coltiveranno l’ambizione di aprire un proprio rifugio per animali randagi.

Ferrari 355 S comprata a mille dollari, viene rivenduta per oltre 21 milioni

La Stampa

francesco semprini

Dimenticata per anni in un magazzino, l’auto era stata scovata da rivenditore che se l’era portata a casa liquidando solo le spese di deposito


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Acquistata per mille dollari venduta a oltre ventuno milioni. Ecco una di quelle transazioni destinati a fare scuola negli annali della storia dell’auto, perché l’oggetto della compravendita è niente meno che una Ferrari. Una 335s del 1958 per la precisione, un pezzo da museo e come tale acquistato, alla fine dello scorso anno, da un collezionista austriaco al termine di una lunga trattativa privata. 

Sebbene il prezzo non rappresenti un record assoluto - una Mercedes da Grand Prix dello stesso periodo era stata venduta poco prima per 29,7 milioni di dollari - il guadagno è senza dubbio da capogiro. A rendere ancor più bizzarra l’intera vicenda è la storia della Ferrari in questione. Mezzo secolo in giro per il mondo con proprietari residenti in Usa, tanto nell’East quanto nella West Coast, ma anche in Gran Bretagna e Giappone. Tutto inizia nel maggio del 1957 quando Enzo Ferrari, in cerca di fondi per finanziare le gare della sua scuderia, e dinanzi alla mancanza di acquirenti, decide di vendere negli Usa la 335s. 

L’auto aveva un motore 4,1 litri V12 non ammesso nelle competizioni internazionali e troppo complesso per il mercato italiano, l’unica alternativa era attraversare l’Oceano. Così la vettura, secondo quanto spiega il New York Times, tramite Luigi Chinetti, distributore Ferrari per gli Usa, finisce nelle mani di un facoltoso texano appassionato di corse. Il motore tuttavia crea problemi e nel 1959 viene rispedita in Italia per riparazioni: il conto è da capogiro, 70 mila dollari. Quando la 335s sbarca di nuovo a New York, Connell non ne vuole più sapere e l’auto finisce in un magazzino alla periferia della City, dimenticata per anni.

Sino a quando Gordon Tatum, rivenditore d’auto del Maryland, la trova per caso e se la porta a casa liquidando solo le spese di deposito, mille dollari. Da Tatum l’auto viene quindi ceduta prima a un ricco uomo d’affari inglese, e quindi a uno giapponese. Per poi ritornare nei primi anni Novanta negli Usa, a Seattle per merito di Bruce McCaw, un amatore del genere. Quindi di nuovo in Florida dove viene esposta al Cavallino Classi show di Palm Beach. E’ lì che le viene rimontato il suo motore originale, ed è lì che Andreas Mohringer la vede e se ne innamora, promettendo di riportarla in Europa a qualsiasi costo, 21, 5 milioni di dollari per l’appunto.

Renzi telefona ai Marò, la Sgrena li insulta

Libero

Matteo chiama i fucilieri: "Sono una priorità". La giornalista rossa per cui morì Calipari lo gela: "Sono assassini"


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Due pesi e due misure. Signore e signori, ecco a voi la rettitudine con la quale l’ex inviata del Manifesto Giuliana Sgrena legge i fatti. Il “soldato” Nicola Calipari, arruolato dalla polizia nei Servizi Segreti, è un eroe perché ha perso la vita per salvare la sua. E’ successo il 4 marzo 2005, a Baghdad, nel corso della fase finale della liberazione della giornalista. Oggi l’esperta cronista, finita nel dimenticatoio, torna a far parlare di sé per avere evitato -ancora una volta - di usare un po’ di giudizio. Stavolta fa sobbalzare gli italiani restando a casa sua, ma puntando il dito contro i due marò ancora prigionieri in India. Dal 15 febbraio 2012 Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, due uomini del Battaglione  San Marco, sono abbandonati a loro stessi a Nuova Delhi, per colpa di un governo che non ha fatto per i propri soldati - veri servitori dello Stato, finiti nei guai durante un’operazione di servizio in difesa di una nave italiana - ciò che nove anni fa fece per Giuliana, che oggi sputa fango su questo Paese e i suoi militari. Il commento della Sgrena è esploso ieri, a  margine del giuramento del nuovo governo che invece, per fortuna, attraverso i suoi massimi esponenti mostrava la volontà di risolvere quanto prima il calvario dei nostri fucilieri.

"È sciocco, ma ancor più umiliante, che Vladimir Luxuria nella sua disavventura russa sia stato paragonato al caso dei due marò. Cosa che mi lascia totalmente basita e più che altro inorridita dell’accostamento in quanto si tratta di casi totalmente differenti. Aggiungerei inoltre", ha dichiarato, "che sono stanca io stessa di venir sempre paragonata al caso dei militari italiani. Sia io che Vladimir infatti non abbiamo nulla da spartire con questi due individui, noi eravamo in missione di pace, Vladimir poi, che conosco bene, è persona di pace e andava semplicemente a far valere dei diritti che in quel paese ancora mancano. I tanto decantati marò invece sono due assassini che devono ancora essere giudicati per un reato grave di cui l’Italia, colpevolmente, non vuole farsi carico.

È vergognoso che due virtuali delinquenti ci vengano affiancati in maniera così ossessiva". Delinquenti, li chiama oggi, dal caldo divano di casa. Invece li implorava, nel 2005, smagrita e con le guance rigate dalle lacrime, di salvarla. E in molti si adoperarono per farlo, con successo. Lasciando però sul campo una vittima, che lei innalzò a eroe, condannando tutti gli altri a mercenari che non hanno nulla a che fare con le missioni di pace, quelle delle quali si fregiano lei e Vladimir Luxuria, una scrivendo qualche reportage e l’altra sventolando una bandiera arcobaleno dove vige il divieto di propaganda delle relazioni omosessuali. Per fortuna  Giuliana Sgrena non siede in Parlamento.  Quindi, per fortuna, ieri l’ex giornalista del Manifesto ha parlato da un pulpito meno autorevole di quello da cui si sono espressi sullo stesso caso i nuovi ministri e il neo premier.

Conclusa la cerimonia al Quirinale, il primo a telefonare ai  marò, è stato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi: "Faremo semplicemente di tutto", ha detto ai militari italiani. Su Twitter ha rincarato la dose: il caso indiano è "una priorità", perciò "farò tutto quanto è in mio potere per arrivare il più rapidamente possibile ad una soluzione positiva". La telefonata di Renzi non è stata l’unica verso l’India. Nel loro primo giorno da ministri degli Esteri e della Difesa, anche Federica Mogherini e Roberta Pinotti hanno chiamato i due militari, a testimoniare la massima "determinazione" del nuovo esecutivo a fare tutto il possibile per riconsegnarli al più presto alle loro famiglie.  Pinotti li ha ringraziati per la "dignità" dimostrata: "Siete il mio primo pensiero e il primo del nuovo governo", ha assicurato. Mentre la titolare della Farnesina ha insistito ancora sulla necessità di coinvolgere pienamente la comunità internazionale, evocando il possibile ricorso a "tutti gli strumenti consentiti".

di Roberta Catania

Usa, il treno “coast to coast” finisce su un binario morto

La Stampa

francesco semprini

Mancano fondi per la manutenzione dello storico Southwest Chief


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Percorre quotidianamente la strada ferrata che si snoda su oltre 3.600 chilometri attraverso otto Stati, collega 31 città dall’est all’ovest degli Stati Uniti, e trasporta circa mille persone ogni giorno. È il «Southwest Chief», il treno che unisce Los Angeles a Chicago, unica porta d’accesso ferrata tra le due coste degli Usa, erede del «Super Chief», il «treno delle star», simbolo del riscatto americano dalla Grande Depressione. Era il 12 maggio 1936 quando lasciò per la prima volta la stazione di Dearborn, in Illinois, per compiere il suo primo «coast-to-coast». Oggi, dopo quasi 80 anni, rischia di terminare la sua corsa su un binario morto.

Amtrak, l’azienda che gestisce il servizio dal 1971, ha chiesto a Colorado, Kansas e New Mexico di contribuire con 40 milioni di dollari al rinnovo e alla manutenzione della ferrovia per mantenere in vita la storica linea. La rete non è in grado di supportare l’alta velocità, necessaria per renderne giustificabile l’impiego. Per completare il tragitto interstatale occorrono circa 42 ore, e in alcuni tratti il treno deve toccare i 125 chilometri orari. «Non sarebbe più una valida alternativa all’aereo per chi fa affari attraverso l’America se necessitasse di tempi maggiori», spiega Marc Magliari, portavoce di Amtrak. La società, finanziata con fondi federali, da sola non ce la fa, mentre le autorità degli Stati interessati non sembrano disposte a supplire alle mancanze di Washington.

Il risultato è che il «Southwest Chief» rischia l’estinzione. «Come faremo senza la nostra freccia ferrata?», si chiede Maryalice Garrigan, che da 18 anni attraversa l’America a bordo del «suo treno», da Santa Fe in Nuovo Messico ad Albany, New York, per andare a trovare i parenti. «C’è troppa Storia su queste rotaie - dice - non ce la possono levare». Oltre a tagliare fuori i cittadini di tante piccole comunità di zone remote del Paese, riflesso di quell’anima rurale degli States che sta sempre più perdendo la sua identità, la fine del «Southwest Chief» è anche quella di un pezzo di storia americana. Sul treno del «coast to coast», noto per le carrozze ristorante stellate, e i vagoni a vista per gustarsi i poliedrici scenari naturali, ci sono saliti vip di ogni genere.

Presidenti come Ronald Reagan, Harry Truman e Dwight Eisenhower, con le rispettive First Lady. Ad Hollywood si sono imbarcati Richard Burton ed Elizabeth Taylor, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, Dean Martin e Jerry Lewis. E come se non bastasse il treno è stato oggetto di narrativa scritta e cinematografica coi film «The narrow margin» e «Three for bedroom C». Mentre Hill Harper, uno degli attori di «Csi-Ny», ha trovato ispirazione per il suo libro «The Wealth Cure» proprio a bordo del Southwest Chief. 

E il Duce fornì le armi ai franchisti

Redazione Cultura - Lun, 24/02/2014 - 07:29

Alle origini della guerra civile spagnola ci fu il sostegno del regime fascista: spuntano i contratti per la fornitura di armi

Alle origini della guerra civile spagnola ci fu il sostegno del regime fascista, che durante la fase di preparazione assicurò la consegna di materiale bellico ai cospiratori del generale Francisco Franco per un importo di quasi 39,3 milioni di lire, equivalenti a 330 milioni di euro odierni.


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Lo storico Angel Viñas, professore emerito dell'Università Complutense di Madrid, ha scoperto quattro contratti, firmati l'1 luglio 1936 a Roma, con cui il governo di Mussolini assicurava ai monarchici spagnoli aerei, bombe, mitragliatrici e proiettili. I contratti, ritrovati nell'archivio della Fondazione Universitaria Spagnola di Madrid, erano destinati a supportare un colpo di Stato e ad aiutare i ribelli in caso di breve guerra civile. Il colpo di stato militare dei franchisti contro la Repubblica spagnola delle sinistre scattò due settimane appena dopo la firma dei contratti, tra il 17 e il 18 luglio 1936, innescando la guerra civile durata fino al 1939.

Con un saggio sulla rivista Nuova Storia Contemporanea in cui viene pubblicata la documentazione inedita, Viñas dimostra che i contatti fra la destra spagnola e Mussolini ebbero una portata rimasta finora sconosciuta, rivelando anche che il fascismo appoggiò i franchisti quando ancora il sostegno tedesco di Hitler non era assicurato. I quattro contratti furono firmati, per conto dei franchisti, da Pedro Sainz Rodriguez, un illustre filologo spagnolo che arrivò a Roma a fine giugno 1936 non per un convegno accademico, ma per una missione segreta: acquistare armi dall'industria aeronautica Siai, nota per la produzione degli aerei da guerra Savoia Marchetti. Il contratto più importante in termini di valore ammontò a 16.246.750,55 di lire.

Quarant’anni fa l’addio al bigliettaio Il compagno di viaggio cantato dai «Gufi»

Corriere della sera

Stava sul suo «trono» con talloncini, spugna e monetine per il resto. Sostituito da una fredda obliteratrice


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Lei abitava al numero 23 di viale Montenero. Lui faceva il bigliettaio sul 29, il tram che la portava ogni mattina al lavoro - lo stesso tram che molti anni dopo il popolo della notte avrebbe ribattezzato «la diligenza» (che circonvallando avanza) perché raccoglieva i disperati della Milano Far West (un po’ come per la 91, che gli habitué chiamano «la zattera dei dannati»). Lui era triste e storto, lei nubile e bella; eppure a forza di vederlo tutti i giorni seduto sul «trono» a staccare e timbrare i biglietti se ne innamorò al punto da lasciare il lavoro per stargli sempre attaccata. E così, seduta-inchiodata accanto a lui in fondo alla carrozza, decise di non lo lasciarlo più.

Mai più.
Questa storia d’amore tranviario, ambientata alla fine degli anni Cinquanta e cantata dai Gufi nella canzone «La circonvallazion» (dove i due innamorati continueranno a girare all’infinito senza mai più scendere dal tram galeotto) non avrebbe potuto nascere dopo il 1974. Perché il 3 marzo prossimo saranno quarant’anni esatti da quando la figura del bigliettaio è scomparsa dai mezzi pubblici e la gestione di corse, pertegheta, scambi e binari è stata affidata all’«agente unico» incarnato dal conducente. A timbrare i biglietti, smantellata la postazione del «secondo», soltanto una anonima, squadrata e muta macchinetta obliteratrice.

Guardata nei primi tempi più con diffidenza che con curiosità. Chi c’era ricorderà lo scompiglio dei primi giorni. La caccia ai biglietti - presto esauriti in numerose rivendite; il disorientamento dei passeggeri che, non ancora abituati a procurarseli preventivamente, se ne ritrovavano sprovvisti al momento di salire; l’impossibilità ad acquistarli per la chiusura pomeridiana di bar, edicole e tabaccherie dato che il cambiamento riguardò all’inizio soltanto le domeniche per poi allargarsi a tutta la settimana.

Ma soprattutto: quel senso, per molti milanesi, di essere stati abbandonati, lasciati soli; di aver perso un compagno di viaggio, un amico, a volte addirittura, come cantavano Svampa e compagni, un amore. Una persona con cui scambiare due chiacchiere e un sorriso, a cui chiedere un’informazione, con cui condividere non soltanto un tratto di strada, ma pezzo di vita quotidiana. La scelta dell’Atm, che il giorno del debutto evitò comprensibilmente di fare multe, fu dettata dalla necessità di «ristrutturare il servizio» (leggesi: riduzione del personale per motivi di costi).

Cancellare il «bigliettario», come veniva chiamato nell’avviso pubblicato sul «Corriere» (trasposizione italiana del milanese «bigliettari»); far sparire il suo banchetto da anfitrione dove trovavano posto, oltre al blocchetto di biglietti rosa, la spugna inumidita per staccarli facilmente e una manciata di monetine per dare il resto; sostituire la sua sedia con uno o due posti in più per il pubblico, avrebbe forse dovuto servire ad alleggerire le spese della società. Invece diede il via a una forte evasione, soltanto in parte contenuta dal lavoro dei controllori.

Oggi a non pagare il biglietto è appena lo 0,7 per cento degli utenti, percentuale scesa nell’ultimo anno e mezzo dal 2,5 grazie alla chiusura dei tornelli in uscita dalla metropolitana. Difficile quindi che uno dei primi lavori cancellati dalla tecnologia possa tornare in futuro: perché, spiegano all’Atm, nell’ora di punta non riuscirebbe a vendere il biglietto a tutti i passeggeri per farli scendere in tempo alla fermata desiderata, e perché nei momenti di stanca risulterebbe invece troppo oneroso.

Eppure sono stati molti in questi quarant’anni a sperare che tornasse: per vederlo occupare ancora il suo recinto di alluminio con le sbarre per misurare le valigie e l’altezza dei bambini (che sotto il metro viaggiavano gratis) e per affidargli la tutela dell’ordine a bordo. Era lui a far trovare il posto alle persone anziane, lui a intervenire quando due giovani si scambiavano tenerezze e qualche bacio. Lui, magari, a fare innamorare qualche giovane nubile tra una fermata e l’altra della circonvallazione .

23 febbraio 2014

Il Fabio Fazio dei defunti mette in palio una tomba

Stefano Lorenzetto - Dom, 23/02/2014 - 09:13

"Macché Sanremo! Iscrivetevi al Festival mondiale della canzone funebre". Si svolge ogni 2 novembre in un paese friulano che ha deciso di estinguersi

La voce è quella del verbo essere e proviene dall'oltretomba. Più che un Festival di Sanremo, sembra il Festival di Saremo, all'insegna dell'epitaffio scolpito su molte lapidi nei cimiteri: «Ciò che noi siamo voi sarete, ciò che voi siete noi fummo». Si chiama Festival mondiale della canzone funebre e si svolge nel giorno della Commemorazione dei defunti a Rivignano, ridente (non troppo) paese della provincia di Udine. Piuttosto comprensibile che Rocco Burtone, organizzatore, direttore artistico, presentatore e factotum della bizzarra manifestazione, sia qui a parlarmene avvolto in un maglioncino che ha lo stesso punto di viola della pianeta indossata dal prete al funerale.


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Viene spontaneo immaginarselo nei panni di un esequiale don Fabio Fazio che annuncia: «Di Patrone, Petris, Tellini e Malduca: Ignavi (Soffro, ergo vivo). Dirige l'orchestra il maestro Maurizio Malduca. Cantano Le Malpepate». Pare persino di udire il coro: «E morir ci fa paura / pure dopo sarà dura? / Non ci sarà da lavorare / né decidere o pensare. / Prima o poi succederà / pure a voi toccherà / ci vediam dall'altra parte / senza averi e senza arte». Non meno deprimente il ritornello: «Siamo fatti per soffrire / siamo quasi sul finire. / Requiem requiem».

Così è andata l'ultima volta, il 2 novembre 2013. Hanno vinto loro, Le Malpepate, quattro friulane sulla cinquantina, talmente comprese nella parte che si sono esibite in nero con ali d'angelo attaccate alle scapole. L'anno prima, oltre a velluti e pizzi da obito, sfoggiavano la veletta dello stesso colore. Non che gli altri concorrenti siano da meno. C'è chi s'è presentato persino con i lumini accesi. Come il professor Pierluca Montessoro, ordinario presso la facoltà d'ingegneria dell'Università di Udine, compositore e cantautore regolarmente iscritto alla Siae, che ha eseguito il brano Canzone dell'addio, con il gruppo All'ultimo momento, dopo aver piantato in palcoscenico una lapide con tanto di vaso portafiori. Sul marmo erano scolpiti un nome di fantasia, Tommy Lee Lewis, e le date immaginarie di nascita e di morte. Ma la foto del caro estinto smaltata dentro l'ovale era proprio quella del docente canterino.

Sarebbe fuorviante pensare che tutto ciò accada in un paese di anime morte. L'esatto contrario: sono più vive che mai, anzi nate appena ieri, a cominciare dal sindaco, Mario Anzil, 43 anni, avvocato, ex ufficiale dei carabinieri nelle missioni umanitarie all'estero, a capo d'una coalizione di centrodestra. Avendo nel 2009 espugnato Rivignano dopo 15 anni di centrosinistra, Anzil ha dimostrato una vitalità così straordinaria da accettare di autoestinguersi, sicuro di poter poi risorgere dalle proprie ceneri alle prossime elezioni, già convocate per maggio. Risale infatti allo scorso Capodanno la nascita di Rivignano Teor, nuovo Comune nato dalla fusione di due municipalità in ossequio alla spending review. Il referendum consultivo che ha visto approvare l'accorpamento, con il 97% dei sì a Rivignano e il 73% a Teor, ha riscosso il plauso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Dalle parti del Quirinale in effetti dev'essere sembrato impossibile che sindaci, assessori e consiglieri abbiano rinunciato volontariamente alle poltrone. I 4.430 abitanti di Rivignano e i 1.952 di Teor sono diventati dalla sera alla mattina 6.382. Più vitali di così. Anzil si destreggia egregiamente fra l'alfa e l'omega. Per esempio ha fatto piantare oltre 50.000 alberi - avete letto bene - per infoltire il parco comunale dello Stella. Ma, nel contempo, al cadere delle prime foglie è sempre stato sollecito nel far stampare a spese del Comune i manifesti per il Festival mondiale della canzone funebre, listati a lutto con una cornice nera spessa due dita e ingentiliti, oltre che dallo stemma municipale, da un crisantemo.

Al resto provvede Burtone, 63 anni venerdì prossimo, musicista, attore, scrittore ed editore nato a Spilimbergo, laureato in pedagogia all'Università di Trieste, già contitolare di un'azienda di pelletteria, la Zavagno Emanuelli di Udine, che esportava borse in tutto il mondo e aveva una showroom sulla Quinta strada a New York. Il deus ex machina del festival funerario ha preso dal padre Sebastiano: «Suonava con Mario Pezzotta, il più grande trombonista d'Europa, in un complessino di rifugiati civili e militari internati in Svizzera durante la seconda guerra mondiale». Oltre al temperamento artistico, a Burtone non fa difetto lo spirito d'avventura. Gene di famiglia.

Negli anni Settanta, il direttore delle Poste di Udine, il quale portava il suo stesso cognome, gli spiegò che i Burtone del Friuli Venezia Giulia sarebbero eredi illegittimi di Richard Francis Burton, esploratore britannico morto nel 1890 a Trieste, famoso per aver risalito il Nilo fino alle sorgenti e per aver visitato le città sante di Medina e La Mecca travestito da pellegrino musulmano. Burtone presiede dal 1985 l'associazione Musicisti Tre Venezie che organizza il mesto concorso canoro.

Certo che avete una bella fantasia.
«Nessuna fantasia. Da tempo immemorabile la sera del 2 novembre Rivignano si raduna in piazza per ricordare i defunti con il bal sul brear, ossia un ballo rumoroso su un pavimento in legno che ha lo scopo di scacciare paura e tristezza».

Un rito pagano. «Sì e no. Oggi è un appuntamento all'interno della Fiera dei santi, che in questo 2014 compie un secolo. Qualche anno fa Enrico Tonazzi, musicista e cabarettista, ebbe l'idea di andar lì a suonare all'aperto il 2 novembre con il Trio Frizzi Comini Tonazzi, che in passato fu ospite di Renzo Arbore in televisione. E così nel 2011 abbiamo deciso di lanciare il Festival mondiale della canzone funebre».

L'idea ha avuto subito successo?
«Mica tanto. Alla prima edizione l'unico concorrente ero io. Ho supplicato la giuria di non votarmi. Niente da fare: m'è toccato vincere. Una figuraccia di cui ancora mi vergogno. Nel 2012 la gara è decollata: folla strabocchevole e molti ospiti. È stato premiato Giacomo Toni, un musicista di Forlì, che ha registrato un Cd intitolato Musica per ambulanze».

Sempre temi allegri. «A Rivignano ha vinto con il brano Il bevitore longevo, la storia di un irriducibile sbevazzatore che aveva “portato i crisantemi / a tutti i suoi amici astemi”».

Ma è un festival triste o scherzoso? «Entrambe le cose. Ci sono cantautori che parlano della morte in termini filosofici e religiosi».

Quindi, vabbè che va per gli 85 anni, ma verrebbe ammesso pure il musicologo Gino Stéfani con il suo Io credo risorgerò, il brano che si canta mentre la bara esce dalla chiesa? «Certo. Per il 2014 è già arrivata l'adesione di un compositore che scrive solo inni religiosi. Nell'ultima edizione Denis Casarsa, un friulano residente a Fano, ha fatto piangere tutti con la sua Vajont: “Regna la pace in quella distesa di nomi bianchi senza un volto / segnati soltanto da un'età scolpita troppo prematura”».

Sì, ma che mi dice di Sdrindule con il duo I lo...culi? Un po' sacrilego.
«È un cabarettista friulano molto bravo. Si chiama Ermes Di Lenardo. Si presenta con frac e cilindro e privilegia il lato ironico della morte».

E Il Copet che ho visto fra i concorrenti chi è? Un serial killer?
«Stefano Copetti di Gemona. Si esibisce con un gruppo popolare, ma non può dedicare al canto tutto il tempo che vorrebbe, perché ha un lavoro che lo porta sempre in giro per l'Europa».

E Franz Merkalli che ha cantato Trapassat con i Tellurica? «Persona seria. È Massimo Cossi, commercialista molto noto a Udine. Ha studiato da tenore. La sera si trasforma e fa heavy metal con i Tellurica. Trapassat prendeva in giro l'Udinese e i friulani».

Chi sceglie i brani da ammettere ?
«La prima cernita la faccio io con Tonazzi. È un lavoraccio. L'anno scorso ci sono arrivate un centinaio di canzoni. Scartiamo a priori quelle con le basi musicali».

Alla fine quanti concorrenti restano in gara?
«L'ultima edizione erano 25. Un successone».

Il primo classificato che cosa vince?
«Una tomba».

Sta scherzando?
«No, no. Il Comune mette a disposizione una sepoltura nel cimitero di Rivignano. È una zona molto amena, sa? Ricca di risorgive, ideale per le gite in bicicletta».

Le vedo difficili post mortem.
«Per la verità finora nessun vincitore ha accettato di riscuotere a tempo debito questo premio. Gli bastano il magnum di vino e il quadro di un artista di Rivignano. L'ultima volta ho voluto che venisse aggiunta una tastiera elettronica che trascrive le note musicali sul computer».

E chi paga?
«Provvede il Comune: premi, ospitalità agli artisti, teatro tenda riscaldato. Che alla fine tanto riscaldato non è, visto che si registra un tale afflusso di pubblico da costringerci ad aprire i teloni laterali».

Cioè quanti spettatori arrivano?
«Più di un migliaio».

Il parroco non protesta per questa sarabanda davanti alla sua chiesa?
«Chi, don Paolo Brida? No, anzi! Canta da tenore e suona la batteria. Nel 2013 avrebbe voluto esibirsi fuori concorso a fine festival, ma c'era una folla così imponente che non è nemmeno riuscito ad arrivare fino al palco».

Avete ospiti d'onore come a Sanremo?
«Ovvio. Nel 2012 è venuta Donatella Luttazzi, figlia del compianto Lelio Luttazzi. Ha cantato Una zebra a pois, che suo padre scrisse per Mina, e ha presentato L'unico papà che ho, libro nel quale ricorda l'incredibile errore giudiziario che rovinò la carriera e la vita del musicista triestino. Arrestato nel 1970 con l'accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti, Luttazzi fu tenuto in galera 27 giorni. Alla fine si accorsero che non c'entrava nulla. Donatella restò a casa da scuola per la vergogna. Al ritorno, le compagne di classe le dissero che una professoressa aveva commentato così la sua assenza: “Non c'è? Sarà in galera anche lei”».

E l'anno scorso chi era l'ospite?
«Giovanni Scrizzi con Gli Essenziali. Un gruppo fantastico. Fanno spettacoli multisensoriali di armonia aromatica».

Con incenso e turibolo?
«Con teli impregnati di olii essenziali».

Come nel sepolcro.
«Li fanno svolazzare fra il pubblico. Per ogni musica cambia il profumo».

Chi presenta il Festival mondiale della canzone funebre?
«Io e Tiziana Cosmi, detta Titti la Rossa, molto spigliata e simpatica».

Chi vedrebbe bene al posto vostro? «Daniele Piombi. O è morto?».

Non mi pare.
«Anche Emanuele Filiberto di Savoia».

E come cantante professionista chi le piacerebbe avere in gara? «Vogliamo fare Luca Carboni? Anzi, meglio Povia. Dopo aver guarito Luca che era gay potrebbe scrivere qualcosa sulla salvezza delle anime».

In questi giorni ha seguito il Festival di Sanremo?
«Per carità! Fino a qualche anno fa il Messaggero Veneto mi chiedeva di fare il giurato regionale e mi prestavo per pura cortesia. Una pizza infinita. Non ascolto le canzonette che piacciono alla zia Caterina. Preferisco Ray Charles, che è morto. O Tom Waits e Paolo Conte».

Al Festival della canzone funebre i politici si fanno vedere? «A parte il sindaco Anzil, manco uno. Avranno paura che porti male».

Da che cosa lo deduce?
«Dalla loro paraculaggine. Le racconto un episodio banale. Ho una piccola casa editrice, Edizioni del Sale, che ha pubblicato De viscerorum eloquentia, un capolavoro di 320 pagine tutto incentrato sul peto. Un pretesto per trattare con rara delicatezza di filosofia, letteratura, poesia. L'autore, Licinio Rudivalle, stimato avvocato udinese, ha chiesto a un suo collega, sindaco di un Comune della provincia, di presentarlo, ma quello s'è rifiutato: aveva paura di passare per scoreggione, pensi un po' lei».

Che cosa crede che ci sia dopo la morte?
«Mi considero una via di mezzo fra un ateo e un agnostico. Non potendo avere una risposta, non mi pongo la domanda. Ma non vedo l'ora di scoprirlo. Al di là della paura che m'incute, ritengo che la morte sia l'avventura più affascinante della vita».

Johann Sebastian Bach, morendo, disse: «Finalmente si va ad ascoltare la vera musica».
«Un ottimista».

Gradirebbe applausi al suo funerale?
«Nooo! Lo considererei un oltraggio».

Vorrebbe farsi cantare qualcosa?
«Il mio brano più famoso. Negli anni Settanta era diventato l'inno ufficiale della contestazione. Lo intonavano tutti. Un motivo gentile, non urlato».

Come s'intitola?
«Andate a cagare».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it