venerdì 21 febbraio 2014

Piacenza dedica una via a Braille ma sceglie un vicolo cielo

Franco Grilli - Ven, 21/02/2014 - 16:29

Ironia della sorte: la via dedicata all'inventore dell’alfabeto per i non vedenti è un vicolo "cieco"


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Nella ricorrenza della Giornata nazionale del Braille, il Comune di Piacenza intitola una strada a Louis Braille, l'inventore dell’alfabeto per i non vedenti. La scelta della location, però, è destinata a suscitare quanto meno un po' di ironia: la strada, nel quartiere periferico della Besurica (la prima traversa a destra di via Perfetti, per chi proviene da via Turati o via della Besurica) è infatti un vicolo "cieco": come cacciarsi in un cul de sac.

Porsche ai proprietari delle 911GT3: “Non usatele, potrebbero incendiarsi”

Il Messaggero


Due casi di combustione, la casa automobilistica di Stoccarda lancia l’allarme e decide di ispezionare tutte le 785 vetture vendute in tutto il mondo


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Porsche AG sta effettuando il controllo di tutti i motori delle vetture 911 GT3 del 2014 e sta informando direttamente i proprietari delle vetture interessate, raccomandando loro di non usarle. La decisione arriva dopo i due casi di incendio di due auto. Un comunicato della Casa di Stoccarda precisa che la società si offre di prelevare le vetture e portarle immediatamente presso un Centro Porsche e sottolinea che «per Porsche, la sicurezza è una priorità e la società prende sul serio la propria responsabilità».

Dopo che si sono verificati danni al motore di due vetture in Europa e le vetture si sono incendiate - ricorda la nota - Porsche ha deciso di ispezionare le 785 auto consegnate in tutto il mondo. Non c’è stato alcun incidente e nessuno è rimasto ferito. Le indagini interne per determinare la causa del danno al motore non sono state ancora completate. Porsche segnalerà immediatamente qualsiasi nuovo risultato emerso dall’ispezione. 

Medjugorje, la verità sulle apparizioni. La commissione del Vaticano interroga i veggenti

Il Mattino

di Maria Chiara Aulisio


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Una preghiera per la città di Napoli, innanzitutto, e poi la speranza che quei cardinali chiamati a studiare il fenomeno Medjugorje riescano a convincere Papa Francesco che è così, la Madonna, loro, la vedono davvero e veri sono anche i messaggi d’amore, pace e speranza che ogni mese la «Gospa» gli affida per diffonderli al mondo intero. Dopo quasi quattro anni di lavoro, la Commissione d’inchiesta presieduta dal cardinale Camillo Ruini ha presentato il suo fascicolo alla Congregazione per la dottrina della fede che si pronuncerà su 33 anni di discusse apparizioni mariane non stop, e ben presto presenterà le sue conclusione al Pontefice a cui spetterà la decisione finale. Se si è atteso così a lungo prima di dare il via alle ”indagini”, la ragione sta nel fatto che le ”apparizioni” sono ancora in corso e che dunque è impossibile giudicarle non sapendo che cosa potrebbe accadere in futuro. Mesi e mesi di lavoro per dipanare la matassa e cercare di fare il punto su un fenomeno che - volendo azzardare qualche cifra - gira intorno a 40 milioni di visite in trent’anni.

VIDEO : LA VEGGENTE MIRJANA: LA MADONNA MI PARLA

Mirjana Dragicevic, classe 1965, è una delle sei veggenti di Medjugorje e parla perfettamente l’italiano, anzi ci tiene a sottolineare che «ama Napoli e i napoletani» (Ascolta le sue parole) . E qualche parola in dialetto la conosce pure lei. Mirjana, per intenderci, è quella che nel febbraio 2011 raccolse oltre 25mila persone al Palavesuvio di Ponticelli per la sua apparizione mensile. Sposata con il nipote di un sacerdote bosniaco ha due figli e da oltre trent’anni dichiara di vedere la Madonna.

Adesso qualcuno potrebbe dire che non è vero niente. «Sarà...».

Sarà che cosa?
«La volontà del Signore».

Se il Papa dice no a Medjugorje non ci fate una bella figura.
«Credo fortemente nella Chiesa e rispetterò le sue decisioni».

Potrebbe venir fuori che le apparizioni in realtà sono una bufala. «Io vedo quel che vedo e non devo dimostrare niente a nessuno. La mia risposta sta nella preghiera».

venerdì 21 febbraio 2014 - 09:16   Ultimo aggiornamento: 10:38

Prete rifiuta di dare l'estrema unzione a un fedele perché gay: "Posso solo pregare per te"

Il Mattino


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WASHINGTON - Non ha ricevuto l'estrema unzione perchè gay. La notizia choc viene dell'archidiocesi di Washington dove un Ronald Plishka, omosessuale, colpito da infarto e ricoverato al prestigioso Washington hospital, si è visto rifiutare l'estrema unzione da un prete cattolico. Arrivata sulla pagina d'apertura del 'Washington Post' online, la vicenda sta suscitando sconcerto. A raccontarla è stato lo stesso Ronald Plishka, 63 anni, agente di viaggio in pensione, ricoverato il 7 febbraio alla grande clinica della capitale per un attacco di cuore: cattolico devotissimo, chierichetto sino all'età di 18 anni, Ronald pensava non ce l'avrebbe fatta e chiamò un sacerdote.

Il reverendo Brian Coelho, assegnato all'Washington hospital center dallo scorso autunno, avrebbe chiesto al malato di confessarsi, prima di impartire l'estrema unzione. Plishka - ha ricostruito il Washington Post - ha raccontato a quel punto le sue difficoltà di identità sessuale sino all' accettazione di essere gay a 50 anni: «Abbiamo cominciato allora a parlare di Papa Francesco ed io gli ho detto quanto grato sono per le parole del Pontefice sugli omosessuali - ha ricordato Ronald - e ho chiesto a Coelho se lo disturbava che fossi gay. Al che il prete ha detto di no». Ma da quel momento in poi - secondo il paziente - l'atteggiamento del sacerdote cambia, gli rifiuta la comunione aggiungendo:«Pregherò con te, ma questo è tutto ciò che posso fare».

L'ospedale per parte sua, in una nota ha reiterato il sostegno ed il rispetto dei dirigenti e dello staff per gli omosessuali ed ha sollecitato «chiunque venga a sostenere i nostri pazienti ad aderire ai valori della clinica». Dall'arcidiocesi di Washington - interpellata dai media Usa - è venuto solo un 'no comment', e la frase «Coelho non rilascia interviste».

 
giovedì 20 febbraio 2014 - 20:37   Ultimo aggiornamento: 22:04

Una storia d'amore” lunga novant'anni: l'anniversario della donazione dell'ospedale Bambino Gesù al Vaticano

Il Messaggero


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Novant'anni fa il Bambino Gesù diventava l’Ospedale del Papa, grazie alla donazione della famiglia Salviati alla Santa Sede. Un video celebra la ricorrenza rievocando il rapporto speciale - “Una storia d'amore” - che da allora lega l’Ospedale Pediatrico del Gianicolo Bambino Gesù alla Chiesa e ai suoi pontefici: dalla prima visita di Giovanni XIII, nel 1958, all'ultima recente di Papa Francesco, lo scorso 21 dicembre. Era il 20 febbraio 1924, dunque, quando i rappresentanti della famiglia Salviati e il cardinale vicario di Roma, Basilio Pompili, firmavano davanti al notaio i documenti per l'atto giuridico definitivo che sanciva, con il consenso di Papa Pio XI, il passaggio alla Santa Sede dell'Ospedale e di tutte le sue proprietà.

L’Ospedale era nato a Roma nel 1869 come primo ospedale pediatrico italiano, grazie alla generosità dei duchi Arabella e Scipione Salviati, che decisero di destinare una casa di proprietà ai bambini malati della città. Nel 1887 l’Ospedale (appena 12 letti nella sua prima sede in via delle Zoccolette) si trasferì definitivamente nell’antico convento di Sant’Onofrio, sul colle del Gianicolo, diventando nel giro di pochi anni un punto di riferimento per tutti i piccoli malati, non solo della Capitale: nel 1907 i ricoveri avevano infatti già superato le mille unità all’anno. Nel 1915, durante il terremoto che aveva raso al suolo Avezzano, furono ricoverati in poche ora al Bambino Gesù 420 bambini provenienti dalla zona del disastro.

Nel corso della Grande Guerra l’Ospedale si trovò ad affrontare improvvisamente difficili situazioni sanitarie: ultima la terribile epidemia dell’influenza Spagnola, nel 1918, quando più di 300 bambini vennero portati al Gianicolo. Nei suoi i suoi primi 50 anni di vita l’Ospedale aveva dato ricovero complessivamente ad oltre 33 mila bambini. Con il passaggio alla Santa Sede nel 1924, il suo prestigio crebbe rapidamente sia in Italia e all’estero, malgrado la battuta d’arresto della seconda guerra mondiale.

Oggi il Bambino Gesù è il più grande policlinico e centro di ricerche pediatrico in Europa, collegato ai maggiori centri internazionali del settore, con più sedi in Italia e numerosi progetti nei Paesi esteri. I posti letto sono oltre 600, i ricoveri circa 27 mila ogni anno, gli interventi chirurgici 25 mila, le prestazioni ambulatoriali erogate ai piccoli pazienti oltre 1 milione e 130 mila.



"Una storia d'amore": un video ricorda i 90 anni della donazione del...



Giovedì 20 Febbraio 2014 - 15:36
Ultimo aggiornamento: 16:01

Comunione ai divorziati, cardinale Kasper: «Sì a certe condizioni»

Il Messaggero

di Franca Giansoldati


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Il nodo più ingarbugliato è arrivato al pettine e Papa Francesco sta sudando sette camicie per trovare una mediazione tra i cardinali che in questi giorni sono stati convocati a Roma per il concistoro. Stamattina si capirà se la comunione ai divorziati risposati (per ora tassativamente negata) sarà una strada percorribile, oppure no. Tra i porporati c’è maretta, spaccati ormai in due, tra rigoristi e progressisti, i primi preoccupati a non modificare di una virgola la dottrina, i secondi propensi ad allargare generosamente le braccia alle coppie che hanno alle spalle pesanti fallimenti e si sono rifatte una nuova famiglia. Il cardinale-sherpa che sta tessendo i fili per arrivare ad una sintesi è il tedesco Walter Kasper, teologo aperturista che insiste molto sul concetto di misericordia. E’ a lui che è stata affidata l’introduzione dalla quale oggi seguirà il dibattito libero. Nella speranza che non volino gli stracci.

Eminenza la decisione finale sarà il frutto di una maggioranza democratica?
«La Chiesa non può essere democratica. Non è che se c’è una maggioranza si va per forza in quella direzione. La decisione finale spetta sempre al Papa, anche se il percorso è frutto di un processo sinodale».

La posizione assunta dal cardinale Müller, assolutamente contrario a qualsiasi tipo di cambiamento, ha già sollevato dure reazioni e non è piaciuta a tanti cardinali...
«Io non sono entrato in discussione con Müller. Ho preparato la relazione base, utile alla riflessione comune, avendo ben presente che sulle questioni chiave siamo tutti d’accordo. Ovviamente sono meno rigido nell’applicazione delle regole davanti a problemi concreti. Ecco perchè è bene parlarne».

Cambierà la dottrina sul sacramento del matrimonio?
«No, non si può fare. E’ invece auspicabile una variazione all’applicazione della dottrina alla vita concreta, di tutti i giorni. Quando ero vescovo in Germania ricordo che un giorno venne da me una mamma che era divorziata e risposata. Aveva preparato il suo bambino alla prima comunione molto bene, meglio delle altre mamme che erano regolarmente sposate. Il parroco mi disse: come possiamo dire a questa signora di non fare la comunione assieme al figlio? Insomma, questo è un caso concreto. Dobbiamo dare risposte concrete a quei cristiani che soffrono e vogliono vivere la fede pienamente. Il fallimento di una scelta sbagliata non può essere esente dal pentimento personale. Esiste la remissione dei peccati. Chi siamo noi per negare la remissione dei peccati?».

È meglio cercare un compromesso o un consenso?
«Il consenso. Il compromesso non vale».

Ma allora se tutto fosse così semplice i cardinali dovrebbero essere d’accordo e, invece, non è così...
«Nella relazione che mi ha affidato il Papa ho introdotto diverse domande alle quali ognuno di noi è tenuto a riflettere. Prima però dobbiamo avere dei criteri. Se non possiamo affermare che tutti i divorziati risposati possono fare la comunione, non possiamo nemmeno restare impalati a non fare niente, perchè ci sono tante situazioni di vita che impongono dei cambiamenti».

Lei ne ha parlato con Papa Francesco?
«Mi ha detto di aiutare i cardinali a pensare, tramite una relazione ampia e spirituale, senza anticipare però nessuna soluzione. Oggi sarà il tempo del dibattito. Anche nella Chiesa c’è spazio per farsi delle domande, non è mica vietato. La situazione del resto è molto cambiata nella nostra società e non possiamo ignorarla. Poi il Sinodo sulla Famiglia farà il resto».


Venerdì 21 Febbraio 2014 - 09:57
Ultimo aggiornamento: 09:59

Cani e padroni “sentono” le emozioni nello stesso modo

La Stampa

Usano uguali meccanismi cerebrali per elaborare le informazioni sociali


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Il cervello del cane, come quello umano, è sensibile ai segnali delle emozioni e degli stimoli sociali dall’esterno. A stabilirlo è la ricerca del Mta-Elte Comaprative ethology research Group in Ungheria, pubblicato su Current Biology. Lo studio è il primo passo verso la comprensione di come sia possibile che gli amici a 4 zampe possano essere così straordinariamente bravi ad entrare in sintonia con i sentimenti dei loro proprietari.  «I cani e gli esseri umani condividono un ambiente sociale simile - spiega Attila Andics, autore della ricerca - e i nostri risultati suggeriscono che entrambi usano gli stessi meccanismi cerebrali per elaborare le informazioni sociali. Questo può in parte spiegare il successo della comunicazione vocale tra le due specie». 

Secondo la ricerca, le aree vocali delle due specie si sono evolute almeno 100 milioni di anni fa, l’età dell’ultimo antenato comune tra gli umani e i cani. I risultati potrebbero aiutare a spiegare perché i meccanismi comportamentali e neurali delle due specie siano così vicini «in una sorta di efficace alleanza che si è fortificata per decine di migliaia di anni», precisa lo studio. Gli scienziati hanno sottoposto 11 cani e un gruppo di persone a risonanza magnetica, catturando l’attività del cervello mentre i due gruppi ascoltavano quasi 200 suoni emessi da cani e persone, dal pianto di un bambino all’abbaiare giocoso di un cucciolo. Ebbene, le immagini della risonanza mostrano che nelle due specie le aree interessate sono situate in spazi simili. 

I ricercatori hanno anche osservato sorprendenti analogie nel modo in cui il cervello del cane e quello delle persone elabora suoni carichi di emotività. In entrambe le specie è responsabile di questo processo una zona vicino alla corteccia uditiva primaria, che si “accende” quando il soggetto sente voci o latrati più o meno felici. 

Addio a Gianni Borgna, il militante Pci che sdoganò l’evasione sanremese

La Stampa

antonella rampino

E’ morto nella notte a Roma, all’età di 67 anni, il politico e critico musicale per tredici anni assessore alla Cultura del Comune di Roma


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Era un uomo mite e riflessivo, e quando nel 1980 uscì il suo “La grande evasione -Storia del Festival di Sanremo”, noi ragazzini abituati ai Beatles, ai Rolling Stones, a Dylan e a Patty Smith che all’epoca perfino sciamava nelle “discoteche” di Roma (il Titan) quasi ci scandalizzammo, e scandalizzarci non era facile. Ma lui, gran lettore di Gramsci, aveva ragione nel leggere il mai abbastanza aborrito Festival di Sanremo che teneva incollati al televisore i nostri nonni e i nostri genitori come un tassello dell’Italia, e non secondario in un Paese che deve l’unificazione linguistica alla tv: anche Albano, Romina e Toto Cotugno sono parte dell’identità nazionale. Ma, soprattutto, lui militante di Botteghe oscure, stava sdoganando una cosa precisa: l’evasione. Anche per il Pci, dunque, evadere dal rigido impegno politico era possibile, e perfino attraverso una via impensata e impensabile come il festivalone canzonettistico.

Certo, prima, c’era stato “Scrittori e popolo”, del comunista accademico palindromo Alberto Asor Rosa, che aveva dato dei populisti -semplificando di molto- a Pascoli, Bilenchi, Pratolini, Cassola e pure Pasolini ( di cui un giovane Borgna fu amico) bollandoli di fatto come antimoderni, e arrivando ad accusare perfino Gramsci e proprio per la sua rivalutazione del nazional-popolare. Una cosa, questa sì, che ancora faceva rumore e di cui ancora si discuteva, quindici anni dopo.
Ma raccontare trent’anni di costume italiano attraverso il festival di Sanremo, era un’altra storia, era mettersi davanti a un altro specchio, era avvicinare e non contrapporre pensiero e popolo. Anche considerando che qualcosa nell’aria perfino il festivalone nazionale l’aveva fiutata: l’edizione del 1980 è quella condotta da Roberto Benigni, è la stagione del suo fortunato e amatissimo sodalizio con Arbore, ma non era trascorso neanche un lustro dacché il futuro premio Oscar aveva smesso di girare nei teatri (grandissimi) dell’off romano, a cominciare dal Beat72 di Simone Carella. 

Sull’onda del libro, Gianni Borgna romano di Roma Nord ed ex ragazzo Fgci del Mamiani, e che scribacchiava sul Corriere dello Sport di Ghirelli (primo articolo un’intervista ad Enzo Siciliano, con cui nascerà una lunga amicizia), prenderà poi il testimone di Renato Nicolini, l’assessore alla Cultura che ha rivoluzionato Roma, con i sindaci Rutelli e Veltroni. Alla Fgci, della quale diventò segretario romano avendo tra gli iscritti proprio Veltroni, pare fosse soprannominato “Profumetto”. Non tanto per l’ostilità controculturale alla storia dei Longo e dei Togliatti, ma per la tendenza borghese -RomaNord, si tuitterebbe per l’appunto oggi- alla cura di sé, ai buoni libri e alle buone abitudini. “Profumetto” nickname irridente, perchè Borgna fu un vero cuneo culturale. 

Si battè per intitolare una via a Giovanni Gentile, ma il suo “capolavoro” fu aprire al fascistissimo, per formazione e antropologia, Lando Buzzanca, facendo del merlomaschio dei b-movie italiani un attore capace di andare almeno un po’ oltre i propri confini. Perfettamente in linea con l’idea del nazionalpopolare contenuta in quel folgorante e approfondito saggio su Sanremo anche l’aver portato sotto l’egida del Pds Gino Paoli in Parlamento.Precorrendo un po’ i tempi rispetto a quel che si gridò poi al Mamiani negli anni in cui Borgna non era già più uno studente, “Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer/ che c.... c’entra il primo con gli altri tre”. Povero Berlinguer, però, pensava Borgna. Con lui se ne va un altro pezzo di coscienza felice, colta e leggiadra, della sinistra.

Vaticano record per il consumo di vino 74 litri a persona, il doppio dell’Italia

La Stampa

luigi grassia

La classifica mondiale stilata dal California Wine Institute


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Il Vaticano è lo Stato più piccolo del mondo ma ha anche un altro record: secondo uno studio dell’autorevole California Wine Institute, nel 2012 è stato il Paese dove si è bevuto più vino pro capite, con un consumo incredibile di 74 litri a persona, molto di più delle nazioni dove tradizionalmente il mercato enologico è forte, come Francia, Italia, Usa, Germania, Cina, Spagna, Gran Bretagna. La prima spiegazione che viene in mente, cioè che il consumo di vino risponda soprattutto a un uso cerimoniale, non regge (a messa viene santificato solo un sorso) . Forse conta di più il fatto che la popolazione del Vaticano sia in media più maschile e più anziana di ogni altro, due fattori che potrebbero aumentare il consumo di vino. Ma lo stesso 

Wine Institute segnala che i dati sono un po’ alterati dalle vendite nel supermercato vaticano, il cosiddetto «spaccio dell’Annona»: qui viene praticata una tassazione speciale, molto più bassa di quella italiana, e questo fa aumentare le vendite in maniera artificiale. L’offerta dei vini proposti negli scaffali del supermercato vaticano è particolarmente accattivante, con prodotti di tutti i prezzi e con cantine anche importanti. Tutti elementi che invogliano i consumatori con diritto di accesso all’Annona (tramite tessera personale con tanto di fotografia) a riempire i loro carrelli con le bottiglie di vino che, presumibilmente, non verranno tutte bevute fra le mura del vaticano.Questo però non può spiegare tutto.

Altri piccoli Paesi hanno consumi di vino notevoli, per quanto minori del Vaticano. Andorra arriva a 46 litri a testa, e l’isola francese di St. Pierre et Miquelon (di fronte al Canada) tocca i 43,5 litri. Fra gli Stati «veri», la Slovenia è a 43 litri, la Croazia a 42, la Macedonia a 41,5, il Portogallo a 41 e la Svizzera a 38 litri. E l’italia? Si ferma a 37,6 litri. La metà quasi esatta del Vaticano.

La Corea del Nord e il mistero dell’«amico americano» su Twitter

La Stampa

monica perosino

Il regime segue solo tre account: uno è quello di un 25enne texano


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Cosa avrà di tanto speciale Jimmy Dushku, 25 anni, di Austin, Texas, fan dei Coldplay e piccolo imprenditore alle prime armi, che si descrive come «un giovane che cerca solo di rendere il mondo un posto un po’ migliore»?  Qualcosa deve averlo, visto che Jimmy è una delle uniche tre persone seguite su Twitter dalla Corea del Nord. 

La Repubblica Popolare ha un account ufficiale con cui posta messaggi politici, inneggia agli ideali del comunismo, demonizza gli americani, canta le gesta di Kim Jong Un e pubblica i numerosissimi appuntamenti del governo. L’account si chiama «Uriminzok», «il nostro paese», e ha 20 mila follower. Fin qui niente di strano. E comunque l’uso eccentrico dei social media è una caratteristica tutta nordcoreana: il canale ufficiale su YouTube è pieno di strambe raccolte di video, che comprendono clip del leader supremo mentre guarda del pesce in un supermercato, negozi apparentemente deserti, parchi dei divertimenti e palazzetti – vuoti – dove si può giocare a bowling. 

Ma l’isolata Corea del Nord segue solo tre account. Il primo, quello di un sito vietnamita, ha prodotto tre tweet da quando esiste (il più incisivo è «Benvenuti in Vietnam»), il secondo è l’account di un sito di propaganda di Pyongyang e il terzo, inspiegabilmente, è quello del 25enne americano Jimmy. «La gente mi chiede come sia accaduto - racconta -. Tutto è cominciato nel 2010. All’inizio ero sorpreso, ma cerco sempre di fare amicizia con persone provenienti da tutte le parti del mondo». E infatti Jimmy, con i suoi amici nordcoreani, ha cercato – riuscendoci – di tenere buoni rapporti: ha mandato un video di un concerto dei Coldplay, ha invitato i funzionari nordcoreani a visitare gli Stati Uniti, ha inviato un messaggio «al popolo della Corea del Nord. Spero che tutto vada bene».

Ma perché la dittatura della Corea del Nord è lei interessata a lui? Qualcuno dice che è un semplice errore, altri che in questo strano rapporto si nasconde una storia oscura di spionaggio, altri ancora che il regime starebbe seguendo un americano medio per cercare di capire meglio il nemico. Jimmy, intanto, continua a ricevere decine di mail che lo accusano di essere un agente del regime infiltrato negli Stati Uniti. Per ora, l’unica cosa certa, è che il mistero di questa strana amicizia, rimane ancora senza soluzioni.

Razza e identità

La Stampa

Yoani Sánchez


«Nella carta d’identità cubana sul retro appare solo una lettera, ma in realtà è l’iniziale che indica il colore della nostra pelle»



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È appena nato e tra poche ore sarà registrato con il nome che gli è stato assegnato. Passeranno alcuni giorni prima che i genitori ottengano il suo certificato di nascita e subito dopo la cosiddetta “tessera del minore”. Senza un’identificazione non potrebbe ricevere i prodotti del mercato razionato, iscriversi in una scuola, ottenere un lavoro, viaggiare a bordo di un autobus interprovinciale e neppure depositare gli oggetti personali nel guardaroba di un negozio. Ogni giorno della sua vita avrà bisogno di quel documento, che nella parte superiore contiene una combinazione unica di undici cifre. Nella piccola cartolina verranno registrati i suoi dati temporali e geografici… ma anche certi dettagli fisici.

Appare solo come una lettera sul retro della carta d’identità, ma in realtà è l’iniziale che indica il colore della nostra pelle. Grazie a una consonante veniamo assegnati a una certa razza, inseriti in un determinato gruppo. Tra tanti richiami istituzionali che terminano con la discriminazione, il registro civile cubano mantiene ancora una caratterizzazione razziale per ogni cittadino. Insieme alla data di nascita e all’indirizzo dove abitiamo viene specificato anche se siamo bianchi, meticci o neri. L’apposizione di una “B”, “M” o “N”, in una nazione così ricca di incroci razziali, molte volte dipende dalla soggettività di un funzionario. 

Tra tante priorità, tanti diritti da esigere e ingiustizie da eliminare potrebbe sembrare una cosa futile reclamare il ritiro di una lettera dalla nostra carta d’identità. Tuttavia, una presenza così modesta non riduce minimamente la sua gravità. Ancor più se pensiamo che lo stesso documento possiede una foto del titolare, grazie alla quale sono evidenti le caratteristiche fisiche. Nessun cittadino deve essere giudicato per il colore della sua pelle, né inserito in una categoria secondo la quantità di pigmento che contiene la sua epidermide. Tali ritardi burocratici ricordano più un archivio carcerario che un registro civico. Non è questione di melanina, ma di principi.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Salerno, a 70 anni dallo Sbarco trovati i resti di due soldati inglesi nelle campagne di Pellezzano

Il Mattino


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I resti dei corpi di due militari americani, risalenti al periodo del secondo conflitto mondiale, sono stati ritrovati in località Picchiocca, nei pressi di via Acqua del Corvo a Pellezzano. Sul posto sono intervenuti gli uomini della Polizia Locale agli ordini del comandante Giovanni Pierro e i carabinieri della Stazione di Coperchia con il comandante Jose' Aliano. «Scoperte importanti per ricostruire la storia dei nostri territori», ha commentato il sindaco Carmine Citro.

La scoperta è stata effettuata da tre volontari dell'associazione Salerno 1943 che stavano effettuando una escursione su una collina che fu teatro di un cruento combattimento nel corso dell'operazione «Avalanche». Il munizionamento ritrovato e qualche oggetto metallico della buffetteria, infatti è di fabbricazione britannica. I due militari - secondo una nota diramata dall'associazione Salerno 1943 - sarebbero morti durante un assalto e furono sepolti in maniera provvisoria dai tedeschi che riconquistarono la postazione. Per questo motivo la loro sepoltura è rimasta sconosciuta per tutto questo tempo. La postazione, denominata dalle truppe inglesi Hill 270, era stata precedentemente fortificata dai soldati della Wehrmacht per impedire l'accesso alle truppe alleate nella valle dell'Irno e nelle strade che conducono ad Avellino e all'Agro nocerino-sarnese.

 
giovedì 20 febbraio 2014 - 13:16   Ultimo aggiornamento: 17:22

I medici sfidano gli avvocati: «Uno spot in tv contro gli avvoltoi dei risarcimenti»

Il Messaggero


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I medici passano al contrattacco sul fronte malasanità e denunceranno con un durissimo spot in tv gli “avvoltoi” pronti a speculare sui pazienti prospettando improbabili richieste di risarcimento. L’iniziativa, lanciata a livello nazionale da Amami (Associazione medici ingiustamente accusati di malpractice), ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Sanità ed è una chiara risposta alla pubblicità televisiva che da quasi due anni ricorda a tutti che ci sono anni di tempo per denunciare uno specialista, un chirurgo o un’azienda sanitaria nel caso in cui si ritenga di essere stati curati male e di aver diritto ai danni. Il titolo dello spot, che verrà presentato lunedì prossimo a Palazzo Venezia (con contemporaneo lancio su internet) è eloquente: “Medici, pazienti e avvoltoi”.

ORGOGLIO PROFESSIONALE La risposta del mondo sanitario non nasce solo dall’orgoglio professionale ferito ma da un dato che oggettivamente colpisce: una ricerca dell’Università Cattolica di Roma ha dimostrato, in base a dati forniti dalla Procura (numero delle denunce, esito delle indagini e dei processi), che “il 99% per cento dei medici che finiscono sotto inchiesta (sono i cosiddetti casi di malasanità che spesso fanno tanto rumore), in realtà viene dichiarato innocente al termine delle indagini senza neppure dover affrontare un processo. Traduzione: gli errori esistono ma di fronte alla mole impressionante dei ricoveri e degli interventi che ci sono ogni giorno in Italia sono veramente una percentuale minima.

COSTI ENORMI Lo spot che verrà lanciato da Amami, presieduta dal dottor Maurizio Maggiorotti, chirurgo ortopedico, ha raccolto l’adesione di venticinque tra associazioni scientifiche e sindacali dei medici tra cui la Sic (Società italiana chirurgia), la Anaao (Associazione medici dirigenti), l’Aicpe (Associazione italiana chirurgia plastica), la Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia), il Siu (Società italiana urologia). “Il titolo dell’iniziativa, con il riferimento agli avvoltoi, è forte e senza indulgenze – dice il dottor Maggiorotti, da anni impegnato nella battaglia di Amami – Non vogliamo essere aggressivi, però intendiamo essere chiari, altrimenti non cambia nulla. Questa situazione sta diventando sempre più insostenibile e pericolosa. Non solo per i medici, ma per i pazienti e per tutto il Paese”. Il patrocinio del Ministero della Salute – a Palazzo Venezia lunedì dovrebbe esserci anche il ministro Lorenzin, se, come pare, l’incarico le verrà confermato – non è affatto casuale. Perché l’esplosione del contenzioso ha costi sociali elevatissimi e distrare risorse – cioè soldi – dalla vera assistenza.

Migliaia di medici in tutta Italia, nel timore di poter essere denunciati un giorno all’altro, applicano ormai su larga scala la cosiddetta medicina difensiva. Traduzione: fare a chiunque tutti gli accertamenti possibili e immaginabili, anche quando sembrano plausibilmente inutili, per far sì che un eventuale denuncia cada nel vuoto e che allo specialista non possa essere rimproverata alcuna negligenza o superficialità. I costi per lo Stato sono esorbitanti: si parla di centinaia e centinaia di milioni di euro. Lo spot che vedremo tra pochi giorni in onda dice in sostanza una cosa: quando c’è un’emergenza, quando c’è un parto, quando bisogna operare, quando c’è una malattia grave il medico è lì, agisce con scrupolo, salva vite finche è umanamente possibile e criminalizzare un’intera categoria è folle. Non è un’iniziativa contro qualcuno, ma per qualcosa – aggiunge Maggiorotti – Vogliamo una Sanità che che non sia vittima del contenzioso esasperato e strumentale. Bisogna restituire dignità al medico e serenità al paziente”. All’incontro prenderanno parte, oltre a decine di chirurghi, docenti di sociologia ed esponenti dell’associazione Cittadinanza Attiva.


Giovedì 20 Febbraio 2014 - 19:06
Ultimo aggiornamento: 20:01

Cuore italiano per il gigante americano E una fabbrica Fiat lavora di domenica

Il Messaggero

di Diodato Pirone

Chrysler riceve in tre giorni ben 8.000 ordini per il pick-up Ram 1500 con il sei cilindri turbodiesel della emiliana VM ora di Fiat Group. Grandi ricadute in Italia: oltre 100 assunzioni già partite e altre in arrivo.


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CENTO - Nell’universo Fiat c’è una grande fabbrica (oltre 1.200 dipendenti) che lavora anche la domenica. E persino il giorno del santo patrono. Accade a Cento, in provincia di Ferrara, dove i repartidello stabilimento VM Motori – la terza fabbrica italiana di motori dopo Termoli e Pratola Serra – hanno marciato a pieno vapore anche il 3 febbraio, giorno dedicato a San Biagio, protettore della cittadina ferrarese.

La spiegazione di quello che di fronte alla crisi generale ha tutte le apparenze di un miracolo è arrivata oggi addirittura dagli Stati Uniti. In mattinata un informatissimo articolo apparso su Autonews riportava questo titolo: “Chrysler, in appena tre giorni, ha ricevuto 8.000 ordini del nuovo pick-up Ram 1.500 appena messo in vendita con il motore eco-diesel dell’italiana VM”. Non si trattava di una indiscrezione. L’articolo riportava le parole ufficialissime del responsabile del brand Ram, Bob Hegbloom: «Sapevamo di aver visto lungo lanciando sul mercato americano questo motore – spiegava Hegbloom – E questa è solo la prima conferma della nostra intuizione».

Secondo il dirigente della Ram la pioggia di ordini in così poco tempo è un evento eccezionale: pari a cinque volte i numeri che si verificano normalmente quando si lancia un modello nuovo. Il Ram 1500 Ecodiesel 3.0 a sei cilindri è del resto un modello atteso dagli americani da più di un anno. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne, fautore del diesel fin dall’inizio della sbarco del Lingotto in America, ne ha parlato più volte nei vari saloni dell’auto. E nonostante i ritardi nella messa a punto del lanco del prodotto, il pick-up diesel è stato molto apprezzato dalla critica nelle scorse settimane tanto che la versione Ecodiesel ha portato alla premiazione per il secondo anno consecutivo del Ram 1500 come miglior pick-up americano. Il bello è che nel carniere VM non c’è solo il Ram.

La fabbrica ferrarese sforna varie versioni dello stesso motore a 6 cilindri per la Jeep Grand Cherokee che dall’anno scorso viene venduta con il diesel anche in America e anche per le sportivissime Maserati Quattroporte e Ghibli fabbricate in Italia, in quel di Grugliasco, per i mercati europei. Il paradosso vuole, adottando tutti gli scongiuri del caso, che VM lavori per modelli di grande successo. E così, per quel che si capisce, la bella fabbrica emiliana sta vivendo una specie di fase magica: non riesce a star dietro agli ordini e, nonostante investimenti consistenti in nuovi macchinari, l’innesto di ingegneri e personale proveniente da altre fabbriche Fiat e oltre 100 assunzioni (e altre in arrivo) deve fare un notevole ricorso agli straordinari per la gioia dei dipendenti che percepiscono buste paga meno anemiche del solito. Per ora VM ha confermato ai sindacati l’obiettivo di far crescere la produzione dai 90 mila motori costruiti nel 2012 ai 110 mila di quest’anno. La crescita prevista sarebbe del 22% ma siamo solo a metà febbraio.


Dodge Durango




Mercoledì 19 Febbraio 2014 - 23:17    Ultimo aggiornamento: Giovedì 20 Febbraio - 23:38

Ho sentito i nastri distrutti: Napolitano insultava Ingroia"

Paolo Bracalini - Ven, 21/02/2014 - 08:32

Vittorio Sgarbi ospite della "Zanzara" lascia cadere la bomba sulle intercettazioni della procura di Palermo andate al macero. E Mancino confidò le sue paure sull'inchiesta

Grazie a delle «fonti giudiziarie» Vittorio Sgarbi ha potuto ascoltare le telefonate segrete tra il presidente Napolitano e l'ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino nel 2011, intercettate dalla Procura di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia.


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Alla Zanzara Sgarbi rivela il contenuto di una delle conversazioni tra Mancino e il presidente della Repubblica: «Mancino dice a Napolitano: “Sai, vorrei che fosse Grasso a occuparsi di me e non Ingroia”. A quel punto il capo dello Stato risponde: “Caro Nicola, Ingroia è una testa di cazzo, uno stronzo”. Per questo non ha voluto che fossero rese note. Non c'entra niente con la trattativa». In sostanza Mancino, indagato dai pm Ingroia e Di Matteo (per «falsa testimonianza») insieme ad altri undici indagati con l'accusa di «concorso esterno in associazione mafiosa» e «violenza o minaccia a corpo politico dello Stato», chiede di essere giudicato da un tribunale che considera più equo, quello della Direzione nazionale antimafia guidata allora da Pietro Grasso, attuale presidente del Senato. E domanda a Napolitano di adoperarsi per questo fine. Un intervento che non compete al capo dello Stato e che non viene fatto, perciò la registrazione viene giudicata penalmente irrilevante dalla Procura e distrutta. «Mancino ha vagamente provato senza riuscire a ottenere niente da Napolitano, perché dove si incardina l'inchiesta lì rimane, cioè a Palermo.

Ma Mancino sa che chi lo giudica è un suo nemico politico, e vuoi essere giudicato da uno più equilibrato, mi pare giusto. C'erano una serie di registrazioni del parlato di Napolitano, che era colloquiale, con espressioni che si usano in una telefonata privata. Le telefonate sono ininfluenti, e non si capisce perché non le volessero far distruggere, anche perché i magistrati stessi hanno detto che non c'era niente di rilevante penalmente. E allora se non c'è niente di utile alle indagini perché devo sentire uno scambio privato dove c'è uno sfogo privato?» racconta Sgarbi. Che nella registrazione non ha trovato riferimenti ad altri personaggi di cui si era scritto nelle ricostruzioni (Salvatore Borsellino, Berlusconi, Di Pietro). «La telefonata fotografa una situazione di conflitto tra due procure, una garantista che era quella di Grasso (la Dna, Direzione nazionale antimafia, ndr), e l'altra giustizialista che è quella di Di Matteo e Ingroia. Che ha rinviato a giudizio Mancino, lo ha paragonato a Totò Riina, e Mancino si rivolge a Napolitano che prende atto di quello che dice Mancino ma non può fare niente e infatti non ha fatto niente.

Non si capisce quale sia la necessità di sentire le telefonate tra i due dal momento che Mancino resta indagato da Palermo, prova del fatto non c'è stato alcun intervento». «Quindi la parolaccia al telefono con Mancino è perfettamente lecita - dice Sgarbi a Radio24 - ma pubblicandola verrebbe fuori che il presidente della Repubblica ha una certa animosità contro Antonio Ingroia. E questi sono cazzi suoi». Lo scontro tra le due procure si è materializzato pochi giorni fa nella relazione della Dna, che arriva a definire «preoccupante» il processo sulla «cosiddetta trattativa» (virgolettato testuale) Stato-mafia. Giudizio firmato tra l'altro da un magistrato, Maurizio De Lucia, che negli anni '90 ha lavorato proprio a Palermo come pm antimafia. «Tale processo - sottolinea la relazione della Dna - non può non destare oggettivi motivi di preoccupazione in relazione all'impostazione del processo sulla cosiddetta trattativa». Una bordata a cui ha risposto il pm Di Matteo: «È l'ennesima entrata a gamba tesa contro un processo che dà fastidio a tutti».

Ecco perché i clandestini entrano nelle case popolarila storia

Luca Fazzo - Ven, 21/02/2014 - 07:14


«E dire che a vederla sembra una bella casa. Il giardino, gli alberi... Ma dentro è allucinante. Siamo nelle mani degli abusivi. E poche mattine fa sono tornati alla carica per sfondare un'altra porta e impadronirsi di un altro appartamento. Io ho fatto il mio dovere, e ho chiamato la polizia e l'Aler. Bene, non si è fatta vedere nè l'una nè l'altra. Così quelli hanno continuato per ore a fare i loro comodi, cercando di scassinare la porta, fin quando si sono arresi e se ne sono andati. Ma torneranno, questo è sicuro».

La signora che fa questo racconto chiede di non mettere nè nome nè indirizzo: e come darle torto, quando a ripetizione si legge di inquilini delle case popolari costretti a vivere nella paura o a cambiare quartiere per avere denunciato il racket degli abusivi? Basti sapere che la storia si svolge in zona San Siro, uguale a tante altre che avvengono nei quartieri Aler della città e dell'hinterland. E che a lasciare di sasso non è tanto la protervia degli abusivi quanto l'ignavia di chi dovrebbe fronteggiarli. «Il 113 - racconta l'inquilina regolare - mi ha risposto che avrebbero avvisato il pronto intervento Aler. Il numero verde Aler mi ha risposto che sarebbero usciti appena possibile. Sa quando sono arrivati? Il giorno dopo, alle sette di sera, a rappezzare i danni».

Ad abitare nella casa di San Siro la signora è arrivata due anni fa, quando («il peggior sbaglio della mia vita») ha chiesto di lasciare la casa popolare dove abitava, «non c'era la messa a terra e non potevo neanche attaccare il condizionatore». «Quando sono arrivata qui l'appartamento di sopra era già sfitto, non so da quanto. Aveva la porta blindata ma l'avevano sfondata, poi hanno messo una lastra di ferro. L'anno scorso ha iniziato a venirmi giù l'acqua in casa, ho chiamato l'Aler e sono usciti. Di sopra era pieno di piccioni morti e di tutti i loro escrementi. Un orrore».

Ed è per impadronirsi di questa spelonca da trentacinque metri quadri che gli abusivi l'altro giorno sono tornati all'attacco. «Nelle altre scale è un disastro, ci sono appartamenti dove la gente va e viene ogni settimana, facce che cambiano, in sette in una stanza, uomini che sputano sulle scale. Credo che il 70 per cento siano tossicodipendenti. Così quando ho sentito che stavano sfondando anche sopra di me sono uscita a sbirciare: con cautela, eh, che qui si rischia. Erano lì con gli attrezzi che lavoravano con calma. Non so cosa sia stato a fermarli. Di certo non l'intervento delle guardie giurate, che si sono viste solo il giorno dopo».

A convivere con il disastro dell'abusivismo, la signora e gli altri inquilini perbene del palazzone di San Siro hanno dovuto imparare sulla loro pelle. «Il portone è stato divelto, non c'è più nessun controllo su chi entra e chi esce. Qualche settimana fa, quando era sceso il freddo, c'erano interi gruppi di senza tetto che salivano a dormire nei solai».

«Io - dice ancora la malcapitata - ho chiesto all'Aler di poter cambiare di nuovo casa: meglio soffrire il caldo ma star tranquilla che vivere in questo schifo. La verità è che siamo in mano ai delinquenti e nessuno fa niente. E pensare che siamo a Milano, la città dell'Expo e di tante belle parole. Ma a me sembra di vivere a Scampia».

L’immensa polveriera di Taino sotto la collina sepolta dal bosco

Corriere della sera

Il Comune ha acquistato l’area per un milione di euro, con l’intento di trasformarla in un grande villaggio turistico


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Dalla collina del Campaccio si gode uno dei panorami più suggestivi di tutto il lago Maggiore: di fronte il Monte Rosa, dall’altro lato della sponda Arona e sotto, un po’ spostata a destra, Angera. Alle spalle, poi, un bosco fitto e verde sotto il quale, quasi completamente divorati dalla vegetazione, si nascondono i resti dell’ex Polveriera Montedison, fondata nel 1914 nel Comune di Taino, in Provincia di Varese, e chiusa sessant’anni dopo. L’azienda produsse le micce per aprire il traforo del Sempione ed entrò a far parte della vita (e della morte) dei tainesi. L’area su cui sorgono i resti conta quasi 700 mila metri quadrati, in pratica mezza collina. L’amministrazione, dopo averla acquistata nel 2002 dal privato, vorrebbe realizzarvi un grande complesso turistico-residenziale affacciato sul lago, per rilanciare la zona: un’operazione impegnativa, anche sotto il profilo economico.

«Il rapporto fra la città e l’ex Polveriera è sacro», sintetizza l’ex sindaco e ora assessore ai Lavori pubblici Gianluigi Bielli. Negli anni di massimo splendore, l’azienda arrivò a impiegare fino a 2 mila addetti, vale a dire l’intera popolazione di Taino. «Venne creata pochi mesi prima dello scoppio della Prima guerra mondiale dalla ditta francese Davey Bickford Smith – spiega Bielli -. All’inizio la produzione era modesta e anche il numero di addetti non andava oltre le 50 unità». Ma dopo la fine della Grande Guerra, con l’ingresso nella proprietà di grandi aziende del settore, l’attività aumentò: micce rapide, micce lente e micce detonanti, munizioni di diverso calibro e soprattutto proiettili antiaereo e anticarro. Durante la Seconda guerra mondiale il comando tedesco per proteggerla allestì anche un distaccamento di oltre 200 militari.


Il lutto più doloroso colpì però la città in tempo di pace: il 27 luglio 1935 un’esplosione durante una delle fasi della lavorazione uccise 35 tainesi. Dopo la seconda guerra mondiale iniziò il declino e nel 1972, dopo che la proprietà passò prima alla Montecatini e poi alla Montedison, arrivò la chiusura. E adesso, dopo 40 anni di abbandono, ciò che rimane sono solo edifici mezzi diroccati e capannoni sventrati. Resti che adesso stanno crollando a pezzi, muti spettatori delle sempre più frequenti incursioni di vandali, writer, satanisti dilettanti e appassionati di softair attirati dai sentieri infestati di rovi, dalla vegetazione fitta e dai cunicoli. E’ come se l’ex polveriera stesse per essere inglobata dal bosco che per anni l’ha protetta dalle incursioni aree.

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Il sindaco di Taino Pier Carlo Moscatelli (foto Bettolini)Ma l’amministrazione comunale non ci sta, e per salvarla dieci anni fa decise di rilevarla per un milione di euro, una spesa impegnativa per un Comune di 4 mila abitanti scarsi, tanto che non mancarono critiche e polemiche. Il sindaco, Pier Carlo Moscatelli, difende la scelta. L’ex Polveriera è un «balcone naturale» affacciato sul lago e l’obiettivo è costruire un grande villaggio turistico con albergo, residence, centro sportivo e ville. Ma il progetto non decolla: colpa della crisi, delle dimensioni eccessive dell’area e del divieto imposto dal Pgt a insediamenti commerciali di grandi dimensioni. «Vogliamo rilanciare il paese recuperando la nostra memoria – spiega Moscatelli -. Grazie a questo piano contiamo di riqualificare un’area degradata creando posti di lavoro». Il primo cittadino e l’assessore ai Lavori pubblici dicono che le offerte non mancano, ma aspettano quella giusta. Nel frattempo, hanno trasformato l’ex Dopolavoro della polveriera in un museo civico, con centro anziani annesso.

20 febbraio 2014