martedì 18 febbraio 2014

Dieci milioni di dollari per il francobollo piu raro di sempre in asta a New York

Il Messaggero

di Federico Tagliacozzo


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E' il francobollo più raro e prezioso del mondo e presto sarà all'asta con una valutazione che va dai 10 ai 20 milioni di dollari. E' il leggendario “British Guiana One Cent Magenta”, di cui esiste un solo esemplare nel mondo. Sarà battuto dalla casa d'aste Sotheby's a New York il prossimo 17 giugno nel corso di una serata preparata apposta per l'evento. L'oggetto proviene da un'emissione della Guiana del 1856, quando il paese era sotto il dominio della Corona britannica.

Il francobollo dal 1922 è stato venduto all'asta tre volte stabilendo sempre il record di francobollo più venduto. L'ultimo proprietario è stato il milionario John du Pont. Parte del ricavato sarà devoluto in favore della Eurasian Pacific Wildlife Conservation Foundation. Questa primavera la rarità filatelica sarà esposta a Londra e Hong Kong prima di tornare a New York per poter essere ammirato in esposizione dal 14 giugno nella sede di Sotheby's di York Avenue. Il British Guiana è ugualmente noto per la sua storia, essendo stato scoperto da un ragazzino scozzese di dodici anni in Sudamerica nel 1873, e dal quale passò nelle più prestigiose collezioni private di francobolli del mondo.

David Redden, direttore dei Progetti Speciali e Presidente internazionale del dipartimento di Libri di Sotheby’s, Ha così commentato l'evento: «Ho trascorso tutta la mia vita di lavoro da Sotheby’s, ma ancor prima di conoscere i grandi capovalori dell’arte, prima di conoscere la Monna Lisa o la Cattedrale di Chartres, sapevo che cosa era il British Guiana: allora come ragazzino e collezionista di francobolli rappresentava per me un oggetto magico; lo scolaro di molti anni fa sarebbe felice e sorpreso del fatto di sapere che molto più in la negli anni si sarebbe trovato ad essere custode, anche solo temporaneo, di un tale tesoro mondiale» Nel 1852 la Guyana Britannica cominciò a ricevere dei regolari invii di francobolli postali prodotti in inghilterra da Waterlow & Sons. Ma nel 1856 un invio via nave di francobolli fu ritardato, e ciò causò un’interruzione del servizio postale in tutto il paese. Le poste della Guyana si rivolsero quindi all’editore del quotidiano locale Royal Gazette, e commissionarono una produzione di francobolli postali: il One-Cent Magenta, il Four-Cent Magenta e il Four-Cent Blue.

Nel 1873 L. Vernon Vaughan, un ragazzo scozzese di dodici anni che viveva con la propria famiglia nella Guyana Britannica, trovò casualmente il francobollo tra un gruppo di carte di famiglia. Da giovane collezionista, Vaughan non poteva sapere che il One-Cent fosse rarissimo, ma lo inserì nel proprio album, e più tardi lo vendette a un altro collezionista locale per pochi scellini. Il British Guiana One-Cent giunse in Gran Bretagna nel 1878, e subito dopo fu acquistato dal Conte Philippe la Renotière von Ferrary, forse il più grande collezionista di francobolli di tutti i tempi. La Francia si impossessò della sua collezione, che era stata donata al Postmuseum di Berlino, come parte dell’indennizzo dei danni di guerra, e vendette il francobollo nel 1922: venne acquistato da Arthur Hind, un industriale tessile di New York, che con l’acquisto segnò il primo auction record di 35mila dollari Usa, cui seguì l’ingegnere australiano Frederick T. Small, poi un consorzio capitanato da Irwin Weinberg, e infine fu comprato da John Du Pont, erede del famoso gruppo chimico. Du Pont acquistò il francobollo in un’asta nel 1980, pagandolo 935mila dolari, attuale record d’asta per il British Guiana.


Lunedì 17 Febbraio 2014 - 19:40
Ultimo aggiornamento: Martedì 18 Febbraio - 09:54

Photoshoppare e trasformare donne reali in modelle da copertina

Il Messaggero


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La nostra società ci spinge sempre di più ad una perfezione estetica che spesso attacca la nostra autostima. Persone digitalmente perfezionate costantemente deridono i nostri difetti e imperfezioni alla fila alla cassa, in televisione, su Internet e sui cartelloni pubblicitari. Un noto sito ha chiesto a quattro donne di partecipare ad un esperimento di photoshop e ha dato loro il trattamento da 'cover girl'. Ma dopo aver visto loro stesse 'perfezionato', le donne non potevano fare a meno di sentirsi un po' triste nel non riconoscersi nella persona della foto.


VIDEO
Photoshoppare e trasformare donne reali in modelle da copertina


Lunedì 17 Febbraio 2014 - 15:14
Ultimo aggiornamento: 15:57

Ecco perché dire addio a Windows XP

La Stampa

antonino caffo

Microsoft guida gli utenti all’aggiornamento del sistema operativo che «muore» l’8 aprile. A rischio computer privati e aziendali



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Diciamo chiaramente: Windows XP è il sistema operativo più conosciuto universalmente, uno dei prodotti che ha segnato la storia dell’informatica. Eppure, dopo anni e anni di umile servizio, è giunta l’ora anche per lui di staccare la spina e fare logout, questa volta per sempre. Il processo di svecchiamento dei PC domestici e aziendali non è di certo semplice. Non è detto che molte persone abbiano la voglia, e il tempo, di abbandonare un sistema che conoscono quasi a perfezione, seppur sorpassato in molti suoi aspetti. Per “invogliare” il popolo italiano al passaggio da Windows XP ad un sistema operativo più aggiornato, Microsoft ha realizzato un incontro, a Milano, dove spiega i motivi per cui è importante, se non fondamentale, aggiornare l’OS. Ufficialmente Microsoft non supporterà più Windows XP dal prossimo 8 aprile. Questo vuol dire che l’azienda di Redmond non rilascerà più aggiornamenti, soprattutto di sicurezza, volti a proteggere gli utenti che lo utilizzano.

Già questo motivo basterebbe per convincere molti ad aggiornare il sistema. Virus, malware e attacchi informatici sono pronti, in ogni istante, a insediarsi nei computer di tutto il mondo, anche in quelli più aggiornati, figuriamoci se sulla macchina abbiamo un “nonnetto” con più di 13 anni di attività senza sosta. In occasione dell’evento sulla fine del supporto a Windows XP, abbiamo fatto due chiacchiere con Claudia Bonatti, Direttore della Divisione Windows di Microsoft Italia, che ci ha spiegato meglio i motivi per cui conviene passare ad un sistema operativo aggiornato, come Windows 8.1.

“Seppur possa darci tutta la tranquillità di questo mondo – ci dice – è pur vero che siamo di fronte ad un sistema che non può offrire molte delle novità introdotte nel campo dell’home e professional computing di Microsoft. Molti sottostimano i problemi derivanti dall’utilizzo di un computer con un “cervello” che è indietro di più di un decennio. Ci basti sapere che nel prossimo futuro, molti produttori di software e hardware non supporteranno, con i loro prodotti, Windows XP. Ci si ritroverà quindi ad avere un computer inutilizzabile con le ultime versioni dei programmi preferiti o con le nuove periferiche distribuite sul mercato”.

Il problema è quindi non solo degli utenti “classici” ma anche di chi utilizza Windows XP a livello professionale. “Ad oggi i percorsi che portano le aziende, piccole o grandi, ad ottenere certificazioni di qualità – prosegue Bonatti – prevedono che si utilizzi un sistema operativo supportato, in grado di passare i requisiti minimi di protezione e sviluppo. Rinunciare ad un Windows 8.1 (ma anche 7) vorrebbe dire rinunciare a certificare il proprio lavoro e a restare indietro nei confronti della concorrenza”.

I dati di una ricerca di IDC, commissionata da Microsoft per la fine del supporto, mettono proprio in evidenza i dati dell’utilizzo di Windows XP a livello privato e aziendale. Il 24% delle piccole e medie aziende lavora con Windows XP per oltre l'80% del parco PC aziendali, mentre tra i singoli utenti privati, il 16% ha un computer con il sistema operativo di oltre 12 anni fa. Insomma poche scuse: se volete aggiornare questo è il momento migliore per farlo.

Apple vende più di Windows

La Stampa

bruno ruffilli

iPhone, iPad e Mac sorpassano i pc. Ma Cupertino cerca di espandere ancora il mercato: si parla di un accordo con Tesla, anche se l’iCar sembra lontana


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Non si vendono più Mac che Pc, ma più computer Apple che Windows. L’informatica sempre più si apre al mondo post-pc, come aveva previsto Steve Jobs qualche anno fa: “Quando eravamo una nazione agricola, tutte le auto erano camion, perché era quello che ci serviva per le fattorie. Ma quando i veicoli si sono diffusi nei centri urbani, le auto sono diventate più popolari (…) I pc diventeranno come i camion. Esisteranno ancora, avranno ancora un grande valore, ma saranno usati solo da una percentuale della popolazione”. 

Ed è quello che sta succedendo: secondo l’analista Ben Evans, nello scorso trimestre Apple per la prima volta ha sorpassato Windows per numero di computer venduti, se nella cifra si considerano iPhone, iPad e iPod Touch, oltre al Mac. Dall’altra parte, il mercato dei pc tradizionali è da tempo in declino, e a compensare il calo non bastano nemmeno i risultati soddisfacenti di Nokia con Windows Phone (per non parlare del flop di Surface). 51 milioni di iPhone, 26 milioni di iPad e 4,8 milioni di Mac: tanto ha venduto Apple nel trimestre di Natale, per un prezzo medio di 584 dollari ad apparecchio, contro i 540 dollari di un pc Windows. 

Apple è sempre più un’azienda mobile, con il 90 per cento dei guadagni che arrivano da smartphone e tablet: eppure non basta. Il mercato dà già qualche segnale di saturazione, specie in Usa ed Europa, dove la crescita non è più frenetica come un tempo. Per questo, oltre che puntare su Cina e India, dove il tasso di penetrazione è ancora relativamente basso, bisogna guardare altrove. E magari muoversi in più direzioni: quest’anno molto probabilmente arriverà l’iWatch, lo smartwatch della Mela, e ci sarà certamente un’Apple Tv riveduta e corretta. 

A Cupertino intanto non tralasciano il settore dell’auto, altro importante terreno di espansione per l’informatica, come si è visto all’ultimo Consumer Electronics Show di Las Vegas. Arriverà a breve iOS 7.1, con alcune funzioni ottimizzate per l’uso in auto (tra cui Siri), ma Apple punterebbe ancora più in alto. Secondo il San Francisco Chronicle infatti, il numero uno della divisione fusioni e acquisizioni Adrian Perica avrebbe incontrato la scorsa primavera Elon Musk, fondatore e Ceo di Tesla. L’azienda non ha ancora avuto un grande successo commerciale con le sue auto elettriche, rimane una delle più innovative nel settore, con decine di brevetti e soluzioni ingegnose.

E se è vero che uno degli ultimi progetti accarezzati da Steve Jobs fu proprio quello di un’auto con la Mela, non è detto che davvero vedremo una iCar in futuro, e men che meno che sia realizzata insieme con Tesla. Ma Musk ha annunciato la prossima apertura di un gigantesco stabilimento negli Usa per produrre batterie ricaricabili al litio, in collaborazione con Panasonic e altri grandi nomi dell’elettronica. E chissà che non sia questo il vero obiettivo di Tim Cook e dei suoi: batterie più leggere e più efficienti potrebbero infatti dare a iPhone, iPad e Mac un ulteriore vantaggio sulla concorrenza e consolidare il sorpasso di Apple su a Windows. 

Usa, prove di battaglia nel finto villaggio

Corriere della sera

Creato dal Pentagono per addestrare le sue forze al combattimento, è costato 96 milioni di dollari

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È uno dei finti villaggi creati dal Pentagono per addestrare le sue forze al combattimento urbano. L’ultimo è sorto a Fort A.P. Hill nel nord della Virginia: comprende moschea, albergo, ambasciata, scuola, chiesa, ponte, stadio, treno e una stazione del metrò completa di convoglio. Spesi 96 milioni di dollari per realizzarlo. Il centro dipende dall’Army Assimetric Warfare Group (AWG) e permette ai soldati di simulare molti tipi di intervento dove il “nemico” (magari un nucleo terroristico) si impadronisce di un edificio o di una della tante strutture di una città. Il poligono è stato studiato per essere usato in particolare dalle forze speciali. E infatti l’AWG collabora con unità di altri paesi che mandano i loro uomini negli Usa per training congiunti.

Copia di villag
LABORATORIO DI BATTAGLIA - Il “Battle Lab”, oltre al mini villaggio, contiene aree coperte per il tiro e percorsi dove è possibile schierare ogni tipo di mezzo. La domanda per queste basi è cresciuta in modo esponenziale con il mutare dei conflitti, spesso caratterizzati da teatri urbani complessi. Infatti gli Usa ne hanno creato diversi. C’è quello - gigantesco - di Fort Irwin che abbiamo avuto la possibilità di visitare, l’area costruita dai marines a Quantico, un impianto indoor avveniristico nel sud della California e un altro dove è possibile simulare la guerra nei tunnel.

NEL MONDO - Ovviamente, non sono solo gli Stati Uniti ad avere le “finte città”. La Giordania ha il super attrezzato “Kasotc” dove sarebbero stati addestrati, di recente, anche nuclei di ribelli siriani e che ospita, spesso, reparti alleati. Israele dispone a sua volta di un grande “villaggio arabo” all’interno della base di Tze’elim, nel deserto del Negev. Vicoli, strade, case sono stati costruiti riproducendo centri abitati palestinesi e, in alcune occasioni, i genieri hanno riprodotto la copia di un particolare bersaglio per aiutare i militari chiamati ad agire.

18 febbraio 2014

O parmigiano, portami via

La Stampa
Massimo Gramellini

Il presidente del consorzio del Parmigiano Reggiano è anche presidente di una società che controlla un fondo ungherese intenzionato a produrre del parmigiano tarocco. Detta così, sembra una tresca incredibile persino nella patria degli svergognati professionali: il Parmigiano Capo che sovvenziona il nemico intenzionato a distruggerlo. Questo presidente ai quattro formaggi si chiama Giuseppe Allai e davanti ai sopraccigli inarcati dei nostalgici del made in Italy cade dalle nuvole come una grattugiata sul sugo. Sostiene di non avere mai saputo che il fondo ungherese avesse intenzioni in contrasto con la sua funzione di sommo garante della parmigianeria italica. Poi sfodera quella che a lui evidentemente sembrerà l’attenuante definitiva: era solo un’operazione finanziaria. Ma se fosse proprio lì il problema? Secondo una certa visione crepuscolare del capitalismo i soldi non servono a nient’altro che a fare soldi. L’idea che servano a fare cose - e che queste cose abbiano una funzione economica e sociale che non le rende tutte fungibili fra loro - viene considerata un vezzo retrò. 
Può darsi che abbiano ragione i parmigiani supremi. Anzi, da come va il mondo, ce l’hanno di sicuro. Per cui non resta che sedersi sul bordo della grattugia e aspettare. Che, a furia di spostare soldi da un piatto all’altro, senza alcun aggancio né rispetto per le persone e le cose, tutti si comprino e si vendano a vicenda, finché l’intero sistema si scioglierà come formaggio in una minestra fin troppo riscaldata. 


Gli strani affari di Mr. Parmigiano con gli imitatori ungheresi
La Stampa

fabio poletti

I rapporti con una società di similgrana imbarazzano il presidente del Consorzio. Lui: «Era solo un’operazione finanziaria». Ma i produttori:«Poca trasparenza»


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Gratta, gratta, si capisce che dentro questo palazzone in via Kennedy a Reggio nell’Emilia, di un bel color crosta di formaggio brunito, dove ha sede il Consorzio del Parmigiano-Reggiano, la guerra è ancora in corso. Il direttore generale Riccardo Deserti si trova prigioniero nella sua casa di Ferrara, raggiunto da un secondo ordine di custodia delle Procura di Roma per una vicenda di documenti fatti sparire dal ministero delle Politiche Agricole. Una storia - sostengono i magistrati romani - che è solo la seconda puntata della vicenda che aveva portato a un primo arresto per Riccardo Deserti, poi annullato lo scorso 4 gennaio, per l’accusa di corruzione per una serie di appalti col trucco allo stesso ministero. «Diciamo che il fatto che sia ancora al suo posto al consorzio malgrado il doppio arresto non è privo di un certo imbarazzo...», giurano molti tra i produttori che sfornano ogni anno oltre 3 milioni di forme di Parmigiano-Reggiano, il formaggio con più tentativi di imitazione al mondo.

Il fatto è che a tenerlo imbullonato alla sua poltrona, anche se in modo virtuale si capisce, c’è il presidente del Consorzio, Giuseppe Alai, 58 anni di Guastalla, diploma di perito agrario, moglie e due figli, riconfermato nel 2009 alla guida dell’associazione, carica che lo impegna insieme alla vicepresidenza di Confcooperativa Emilia Romagna, alla presidenza di Banca Reggiana e a una serie di società, che vanno dai viaggi ai formaggi. Lui al telefonino tiene duro e rimbalza ogni sospetto: «Fino a che non è provata la colpevolezza di Riccardo, non vedo il motivo di sollevarlo dall’incarico. Noi preferiamo non interferire nell’operato dei magistratura». Lodevole garantismo, si capisce. Ma dev’essere la pasta di cui sono fatti i formaggiai di queste parti. Scalfiti da niente, sospettati di troppo.
Tanto per dirne una.

A Correggio, la città del cantautore Ligabue, stava per sorgere il più grande magazzino di formaggi del mondo. Enorme come un campo di calcio, alto undici piani, con 500 mila forme a stagionare e nemmeno una di Parmigiano. Il magazzino lo doveva costruire la società ungherese Magyar Sajt Kft che si occupa di lattiero caseario e produce un similgrana. Al sindaco di Correggio l’invasione di formaggio magiaro alla fine non è piaciuta. Il vicino Paese di San Martino era possibilista ma poi si è messa di mezzo la Provincia e la Coldiretti e non si è fatto più nulla. Il fatto è che la Magjar Sajt Kft è partecipata al 100% da un’azienda mantovana riconducibile a Itaca Società Cooperativa presieduta da Giuseppe Alai.

Nessun rilievo penale, al massimo un problema di statuto ma pure un bel conflitto di interessi: il presidente del Consorzio che tutela il Parmigiano-Reggiano in affari con una società ungherese che smercia formaggio che non è Parmigiano-Reggiano. Giuseppe Alai si difende dopo aver lasciato l’incarico a Itaca ma non molla la poltrona al Consorzio: «Non sapevamo di questa cosa, non partecipiamo direttamente a quest’azienda. Era solo un’operazione finanziaria. E poi non facciamo sempre gli show su queste cose, che il brand del Parmigiano-Reggiano sappiamo come tutelarlo».

La certificazione Dop riconosciuta secondo le direttive europee risale al 1992, nel 2007 si è mossa Greenpeace per evitare che la soia Ogm della Monsanto finisse tra gli alimenti della vacche emiliane, nel 2008 la Corte di giustizia di Lussemburgo ha inibito la vendita del similparmigiano «Parmesan» venduto in Germania ma allo stesso tempo ha chiesto all’Italia di «tutelare maggiormente il prodotto». Cosa tutt’altro che facile in questa storia che incrocia caseifici ungheresi, dirigenti con tripli incarichi e direttori di Consorzio passati dal ministero delle Politiche Agricole a questa palazzina moderna in via Kennedy con un codazzo di pendenze giudiziarie. Cosa che turba non poco i 3500 produttori.

Come Simone Simonazzi di Bagnolo in Piano, 110 vacche e una produzione di 13 mila quintali di latte da riversare in 384 caseifici di Reggio, Parma, Bologna, Mantova e Modena: «C’è troppo poca trasparenza al Consorzio. Storie come quella del direttore fanno male a noi produttori». A fianco dei produttori si schiera la Coldiretti. Il suo presidente per tutta l’Emilia, Mauro Tonello chiede che «i produttori abbiano maggior tutela. Ci sono situazioni poco chiare che li intimoriscono. Non si può più star zitti». Ma alla fine di qua del Reno e di là del Po c’è poca voglia di parlare di questa guerra del formaggio. Il sindaco vicario di Reggio Ugo Ferrari e quello in carica a Parma, il 5 Stelle Federico Pizzarotti, dicono niente e stan blindati nel loro buco. Manco fosse fatto in una forma di banalissimo groviera.

Quattro italiani su dieci non hanno mai usato internet e pc

La Stampa

Peggio di noi in Europa solo Grecia, Bulgaria e Romania. E intanto aumenta il tempo passato davanti alla tv


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Su 100 italiani, 37 sono completamente tagliati fuori dalle tecnologie digitali: non hanno mai navigato su internet né acceso un computer. La media Ue è del 20 per cento, ma tra i Paesi virtuosi la Svezia si aggiudica il primo posto con il 3 per cento appena di persone escluse dalla tecnologia. 
Tra i Paesi europei, dopo l’Italia ci sono solo Grecia e Bulgaria (entrambe con il 41 per cento) e Romania (43 per cento).

Lo scenario, basato su rilevazioni Eurostat del 2012, emerge dalla decima edizione speciale dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2014 di Observa Science in Society, curato da Massimiano Bucchi dell’Università di Trento e Barbara Saracino dell’Università di Firenze (ed. Il Mulino). Dal rapporto, presentato oggi a Torino, si ricava anche che gli italiani sono fra i più accaniti appassionati di tv: con il passaggio da 3,8 a 4,2 ore di consumo televisivo giornaliero, si aggiudicano il quinto posto fra i Paesi Ocse.

La curatrice del volume, Barbara Saracino, osserva che questi dati «fanno emergere un’Italia che solo in una fascia specifica della popolazione, cioè i giovani under 40, accede alle nuove tecnologie, mentre registra un gap tecnologico ancora forte nelle fasce di età fra i 45-60 anni». Un gap che «vede le donne maggiormente `tecnoescluse´ degli uomini». Le donne, è l’analisi di Saracino, «usano meno le nuove tecnologie sia per la differente condizione occupazionale, cioè hanno un accesso inferiore al mondo del lavoro dove tipicamente si usano internet e pc, sia per il tipo di attività svolta, spesso lontana dalle tecnologie digitali». 

Sempre secondo il rapporto, sul fronte della produzione scientifica l’Italia difende l’ottavo posto nel mondo per articoli pubblicati e il quarto in Ue per l’assegnazione di fondi europei, ma deve fare i conti con il fatto che i suoi ricercatori sono pochi (4,3 ogni mille occupati, contro la media europea di 7) e tra i più anziani (è ultima in Europa con il 12,1 per cento di ricercatori con meno di 40 anni, contro il 49 per cento della Germania, il 40 per cento della Polonia e il 35 per cento del Portogallo). 

Francesco: «Voglio viaggiare da argentino»

La Stampa

Andrés Beltramo Álvarez

Il Papa rinuncia al passaporto diplomatico e rinnova il vecchio documento e la carta d’identità seguendo l’iter di tutti i cittadini. Pagando personalmente le pratiche


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«Voglio viaggiare per tutto il mondo con il passaporto argentino». Sono queste le parole che qualche giorno fa papa Francesco ha pronunciato di fronte all’ambasciatore del prorpio paese presso la Santa Sede, Juan Carlos Cafiero. I suoi vecchi documenti stavano per scadere e per questo motivo ha chiesto aiuto per il rinnovo. Alla fine Bergoglio ha pagato personalmente tutte le pratiche amministrative.

Secondo quanto confermato dal rappresentante diplomatico a Vatican Insider, la settimana scorsa il Pontefice si è messo in contatto con il rappresentante stesso chiedendo aiuto per il rinnovo dei documenti. A quel punto un gruppo del Consolato argentino a Roma si è recato da Francesco con l’attrezattura necessaria per fare non solo il nuovo passaporto, ma anche la carta d’identità del Papa (il Documento Nazionale d’Identità). Cognome: Bergoglio. Nome: Jorge Mario. Sono questi i dati scritti nella tessera bianco celeste emessa lo scorso 14 febbraio e che sarà valida fino al 2029. I documenti sono stati emessi dall’anagrafe argentina, dal Ministero degli Interni e dei Trasporti della Reppublica argentina.

Un dato curioso è che nella foto dei documenti si vede Francesco nella consueta posa seria, ma con la talare e lo zucchetto bianchi. In quanto capo dello Stato Vaticano, il Pontefice potrebbe richiedere un passaporto diplomatico, tradizionalmente numerato 001, ma in ogni caso Bergoglio non lo userebbe. I documenti arriveranno nei prossimi giorni in Vaticano, come quelli di qualsiasi altro cittadino argentino all’estero. Sono stati spediti, quindi, tramite le consuete vie amministrative. «Il Papa ha fatto una pratica come quella che fanno tutti gli argentini: si è fatto la foto digitale, l’ impronta e la firma in circa 15 minuti; nei prossimi giorni li riceverà nella Domus Santa Marta, in Vaticano», ha detto il ministro degli Interni, Florencio Randazzo. «Questo nuovo gesto del Papa verso il nostro paese ci riempe di orgoglio», ha concluso.

Il coniuge porta via da casa i mobili: se non c’è separazione legale non è punibile

La Stampa

Non sussiste reato di appropriazione indebita se il marito, prima della separazione, fa sparire i mobili da casa (Cassazione, sentenza 46153/13).


 trasloco-kzuFL’imputato ricorre in Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo che lo aveva dichiarato responsabile del reato di cui all’art. 392 c.p. per essersi fatto arbitrariamente ragione da sé, al fine di esercitare un preteso diritto, svuotando la casa coniugale di gran parte dei mobili e suppellettili e sostituendo la serratura, lasciandola inabitabile per moglie e figlia. Il ricorrente, in particolare, deduce vizio di motivazione della sentenza, in quanto, pur essendoci stata sottrazione dei beni, non si è verificato alcun tipo di violenza sugli stessi. Conseguentemente, non è configurabile furto ex art. 624 c.p., essendoci i presupposti per la non punibilità del fatto ai sensi dell’art. 649 c.p. L’asportazione dei mobili dall’abitazione non ne ha danneggiato o trasformato la destinazione economica in quanto ha conservato intatte tutte le proprie connotazioni funzionali.

Inoltre, poiché a lasciare l’appartamento è stata la moglie, il ricorrente, che ha continuato ad abitarvi, ha il possesso degli arredi. Non sussiste nemmeno appropriazione indebita senza separazione legale. Al più, si può contestare il reato di appropriazione indebita che sussiste quando l’agente ponga in essere atti di qualsiasi genere che eccedano le facoltà inerenti il possesso. Ed è proprio ciò che si è verificato nel caso di specie, avendo il coniuge trasportato il mobilio in una località ignota alla moglie. Tuttavia, poiché «il fatto è stato commesso in danno della moglie non legalmente separata» è applicabile la causa di non punibilità di cui all’art. 649, co. 1, n. 1 c.p., secondo il quale non è punibile chi ha commesso reato a danno del coniuge non legalmente separato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Onu, Corea del Nord colpevole di «crimini contro l’umanità»

La Stampa

Il rapporto, di 400 pagine, descrive l’inferno dei campi di prigionia tra fame, lavori forzati, esecuzioni, torture, stupri, aborti e infanticidio

La Corea del Nord è colpevole di numerosi e gravissimi crimini contro l’umanità.


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Il rapporto redatto dalla Commissione d’inchiesta dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani a Pyongyang è un pesante atto di accusa contro il regime di Kim Jong-un e non lascia margini interpretativi: «La loro gravità, la scala e la natura rivelano uno stato che non ha alcun paragone nel mondo contemporaneo», al punto da giustificare il deferimento alla Corte penale internazionale dell’Aja o l’istituzione di un tribunale dell’Onu ad hoc. Nelle quasi 400 pagine totali del documento, diffuso oggi a Ginevra, si descrive l’inferno dei campi di prigionia (o lavoro) e le «scomparse forzate» anche all’estero, nonché le politiche di indottrinamento e monopolio del cibo da parte del regime, usato come arma impropria di ricatto verso la popolazione.

Pyongyang non ha permesso l’accesso al Paese alla commissione di inchiesta, composta da tre principali esperti e istituita da una risoluzione approvata il 21 marzo 2013 dal Consiglio Onu dei diritti umani, che è stata costretta a condurre le sue indagini con interviste di vittime e raccolta di testimonianze all’estero in condizioni di riservatezza per non mettere in pericolo i protagonisti di questo dramma e le loro famiglie. Negli ultimi cinque decenni, «centinaia di migliaia di prigionieri politici sono morti nei campi di prigionia della Corea del Nord» che, secondo le immagini satellitari, sarebbero stati addirittura ingranditi dopo la conquista nel 2012 della leadership in Corea del Nord di Kim Jong-un, terzo rappresentante della famiglia Kim al potere da oltre 60 anni. Le persone nei campi di lavoro, il cui numero è indeterminabile, sono gradualmente eliminate con una politica deliberata di fame, lavori forzati, esecuzioni, torture, stupri, aborti forzati e infanticidi.


Un esempio significativo è la testimonianza offerta da Shin Dong-Hyuk, ora 31enne, fuggito nel 2005 dal “Camp 14”, uno dei famigerati campi per detenuti politici, forse l’unico nato in un gulag che sia riuscito nell’impresa. «Mi chiedete se eravamo trattati come animali? Io dico peggio perché i topi possono girare liberi e decidere cosa mangiare. Ci era vietato tutto, eravamo sottoposti a ogni tortura e la morte poteva essere un sollievo», ha raccontato Shin in una recente visita a Tokyo. La Corea del Nord ha rifiutato «categoricamente e totalmente» il rapporto e i suoi contenuti, basati su «informazioni false fornite da forze ostili» al regime «sostenute da Stati Uniti, Europa e Giappone». Di parere opposto la posizione Usa: «Mostra in maniera chiara e inequivocabile la realtà brutale» delle violazioni, ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato Marie Harf, aggiungendo che gli Usa sollecitano Pyongyang ad adottare «misure concrete» per affrontare il problema.

La Cina, che ha negato l’accesso alla Commissione e che è uno storico alleato di Pyongyang, ha chiarito che «le questioni sui diritti umani devono essere risolte col dialogo costruttivo su un piano paritario. Sottoporre questo rapporto alla Corte penale internazionale non aiuterà a risolvere la questione», ha concluso la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying. Gli esperti della Commissione Onu hanno raccomandato al Consiglio di sicurezza di deferire la Corea del Nord alla Corte penale internazionale o di istituire un Tribunale dell’Onu ad hoc, ma su un piano puramente teorico. Il diritto di veto cinese è destinato a vanificare tutto.

Vaticano, una lettera riapre il caso Ior «Il nuovo direttore ci tiene all'oscuro»

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

Denuncia dell'organo di vigilanza al segretario di Stato: «Così non possiamo controllare le operazioni sospette»


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Una situazione «venutasi a creare a partire dalla nomina del direttore, Renè Brulhart» che ha fatto venire meno «le condizioni per poter svolgere le funzioni e i compiti assegnati dalla Legge e dallo Statuto». Una missiva pesantissima, senza precedenti, corredata da una ampia documentazione. Porta la data del 16 gennaio ed è firmata dai maggiori giuristi d'Oltretevere: il professor dalla Torre, l'avvocato De Pasquale, e i professori Marcello Condemi, Claudio Bianchi e Cesare Testa. Il caso ora giace sul tavolo di monsignor Pietro Parolin proprio mentre il Papa in questi giorni è impegnato in una riunione con i cardinali del G8 per parlare di riforma dello Ior e risolvere altri nodi di natura economica.

OPACITÀ La situazione «insostenibile» e «preoccupante» sta mettendo a repentaglio gli sforzi sulla trasparenza finora fatti, compreso gli «ottimi rapporti» con la Banca d’Italia (rapporti che avevano permesso il dissequestro dei 23 milioni di euro depositati dallo Ior presso il Credito Artigiano e la Banca del Fucino). Dalla denuncia si evince che i problemi sono nati con l'arrivo di Brulhart, già consulente della Segreteria di Stato ai tempi di Bertone. È a questo punto che l’Aif è stato «progressivamente posto nelle condizioni di non svolgere il proprio ruolo, visto che è stato tenuto all'oscuro di quasi tutta l'attività», dalla ricezione delle segnalazioni sospette, ai rapporti con le autorità interne e di altri Paesi, alla collaborazione internazionale. Un quadro sconfortante tenendo conto che né il cardinale Nicora, né il Consiglio direttivo sono stati messi al corrente dello screening sui conti e sui clienti dello Ior.

Un lavoro, questo, appaltato alla Promontory, una società americana. Non solo. Il cardinale Nicora prima di lasciare l'incarico (in aperto contrasto con Brulhart) aveva richiesto una dettagliata relazione su tutte le operazioni sospette rilevate, ma si è visto recapitare solo una paginetta in inglese di poche righe «del tutto insoddisfacenti». La stessa sorte è toccata ai membri del Consiglio che non hanno mai potuto «valutare se la gestione delle segnalazioni sospette» fosse stata condotta nel rispetto delle leggi. Al direttore dell'Aif, Bruhlart, viene inoltre imputato di essere in palese conflitto di interessi considerando che sarebbe partner di due società private di consulenza finanziaria a Zurigo, cosa che lo costringe a stare fuori Roma diversi giorni la settimana nonostante l’incarico impegnativo che ha in Vaticano.

CONFLITTI
Lo stesso cardinale Nicora sarebbe stato tenuto sistematicamente all'oscuro dell'attività condotta dal direttore dell'Aif. A questo problema si aggiunge anche l'esiguo numero di dipendenti in forze all'Authority, la carenza dei programmi di formazione e il braccio di ferro per la promozione del vice direttore, carica tutt’ora vacante. Bruhlart sosteneva Di Ruzza (genero dell’ex Governatore Fazio) contro il parere del cardinale e del Consiglio che lo hanno ritenuto non idoneo. Il rischio legato a questo stallo è alto. E Moneyval potrebbe giudicare «inadempiente» la Santa Sede in materia di effettività della legge sull'antiriciclaggio. Ora la parola passa però a Papa Francesco.


Martedì 18 Febbraio 2014 - 08:10
Ultimo aggiornamento: 08:14

Il parroco muore e lascia il suo vecchio cane, ma il nuovo prete lo mette alla porta

Il Mattino

di Alessandra Chello


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Don Tullio e Tek erano una cosa sola. Sempre insieme. Finché morte non li separi. E così è stato. Un triste giorno il parroco di Chivasso, piccolo centro in provincia di Torino, è salito al Creatore. E il suo fedele amico è rimasto solo. Dopo la cerimonia funebre nessuno si ricordò di lui che silenziosamente continuava ad aspettare dietro quella porta dalla quale ogni giorno vedeva spuntare il suo compagno umano. Ora con un bocconcino, ora con una carezza. Un'attesa vuota. Fatta solo di silenzi e di tristezza. Arriva il nuovo prete. E mette subito le cose in chiaro: di quell'eredità a quattro zampe proprio non sa che farsene. Sì, insomma, il cane deve sloggiare.

Per ora Tek trascorre le sue giornate sempre da solo, in un cortile chiuso dove ogni giorno per fortuna qualcuno gli porta da mangiare. Già, ma non potrà starci ancora per molto. Il nuovo parroco scalpita. Dovrà andar via. Le volontarie hanno chiesto a tutti nel paese. Ma a nessuno sta a cuore il destino di quel povero cane ormai vecchio e stanco. L’ombra dell'amato campanile che lo aveva visto felice insieme al suo amico Tullio non è più sua.

Una storia triste. Protagonisti, un cane e un uomo di Chiesa che sono stati teneri compagni di viaggio per un pezzo di strada. Sullo sfondo, il gelo di una piccola comunità pronta - raccontano i testimoni - a piangere la scomparsa del suo amato parroco, ma che poi chiude senza pietà la porta in faccia all'unico caro ricordo che potrebbe conservare di lui, Don Tullio, al quale forse si può solo rimproverare di non aver pensato, per troppo amore, di affidare Tek ad un'anima di buon cuore. Ma chissà, potrebbe anche non averne avuto il tempo. Quanto al nuovo prete è troppo pensare che la carità cristiana si possa provare anche per gli animali?

 
sabato 15 febbraio 2014 - 20:21   Ultimo aggiornamento: domenica 16 febbraio 2014 02:23

La rinascita del Bucintoro: sarà ricostruita la barca-mito dei dogi

Il Messaggero

di Carlo Mercuri


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VENEZIA - A Bordeaux una stretta di mano tra il sindaco della città francese, l’ex primo ministro Alain Juppé, e il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ha siglato il patto.I due uomini politici, alla testa delle rispettive delegazioni, hanno sancito un accordo senza precedenti nella storia recente dell’Europa unita: l’impegno congiunto per la ricostruzione di un simbolo universale di pace e giustizia, il Bucintoro.

L’INTENTO
Che cos’è, anzi che cos’era il Bucintoro? Il Bucintoro era la nave dei dogi, il barcone gigante (lungo 35 metri) ricoperto di lamine d’oro e di velluti cremisi, a bordo del quale il Doge riceveva re e imperatori e da dove, una volta all’anno per la festa dell’Ascensione, celebrava il rito dello sposalizio di Venezia con il mare lanciando in acqua un anello. Il Bucintoro, simbolo di Venezia e dei veneziani, non c’è più. E’ stato distrutto nel 1797 da Napoleone dopo il trattato di Campoformio. Distrutto per dispetto, sostanzialmente. Napoleone fece togliere tutte le lamine auree che rivestivano lo scafo, le fece fondere ottenendo parecchi chili d’oro e poi dette alle fiamme tutto il resto. Ora, più di due secoli dopo il misfatto, la Francia ha dichiarato di voler risarcire Venezia e i veneziani.

LA FORESTA DI DORDOGNA
Lodevolissima intenzione. E ancor più lodevole se si tiene conto del modo in cui avverrà il risarcimento. Dunque, il sindaco Juppé ha offerto 600 querce per rifare la chiglia della nave. Alberi alti fino a venti metri, ma non alberi qualsiasi: si tratta infatti delle querce secolari della foresta di Dordogna, la foresta fatta piantare dal Re Sole proprio per le esigenze della flotta francese. Un atto, quindi, di altissima valenza simbolica. La foresta di Dordogna è infatti una specie di foresta sacra, per i francesi. I tronchi, caricati su zattere, verranno affidati alla corrente del Canal du Midi e arriveranno nei pressi di Marsiglia.

Da lì saranno caricati su camion dell’esercito francese e portati in Italia, su un punto ancora da definire del fiume Po, dove saranno ancora scaricati sul fiume e via via condotti fino a Venezia. Le querce del risarcimento verranno portate fin nell’Arsenale, dove il Bucintoro risiedeva, e dentro quegli storici cantieri comincerà l’opera di ricostruzione. È un progetto altamente simbolico e spettacolare. Tanto naturalmente spettacolare che la “force de frappe” francese, quella che si è battuta per convincere le Autorità transalpine della bontà del progetto, è costituita da un produttore cinematografico, Alain Depardieu, fratello dell’attore Gerard, da un regista, Patrick Brunie, e da una giornalista-scrittrice, Marie-Josephine Grojean.

IL PIANO
I tre hanno intenzione di filmare passo passo l’evoluzione del progetto, dal taglio dei tronchi in Dordogna fino al varo del nuovo Bucintoro in Canal Grande e hanno pensato di affidare a vari colleghi l’incarico di girare mini-trailer sulle fasi della messa in opera. L’ambizione è di coinvolgere 168 colleghi, tanti quanti erano i rematori del Bucintoro. Pare che Tarantino e Scorsese, tra gli altri, abbiano già accettato di far parte del piano. Centosessantotto registi per 168 trailer che poi saranno cuciti insieme: un modo per “remare insieme” verso la messa in opera del progetto e per fissarne e documentarne la memoria.

L’opera di ricostruzione del Bucintoro durerà quattro-cinque anni. Si prevede che la rinascita del Bucintoro impegni una sessantina di artigiani: dai maestri d’ascia ai marangoni, dai remeri ai calafati, fino agli intagliatori e ai doratori, tutti mestieri che stanno scomparendo. E qui si situa la seconda parte del progetto, quella che ha ottenuto il riconoscimento dell’Unesco. Dice Valentina Zingari, antropologa e coordinatrice di un’associazione accreditata presso l’Unesco: «Il progetto-Bucintoro può entrare a far parte di un piano di salvaguardia del patrimonio immateriale, nel nostro caso di conservazione di saperi e pratiche legati alle attività marinare». Sostiene Giorgio Paternò, segretario della Fondazione Bucintoro: «La nuova nave sarà un simbolo di unione, lavoro, identità per le prossime generazioni, per i giovani e per gli europei di domani».

IL COSTO
Il costo generale dell’opera è stimato intorno ai 15 milioni di euro. La Francia, s’è detto, ci mette il legname. Poi c’è il Comune di Venezia ma soprattutto si attendono finanziamenti dagli sponsor privati. Molti hanno manifestato interesse. Inoltre è stata inventata un’originale forma di sottoscrizione popolare: in ogni sportello della Bnl e di Bnp Paribas, sia in Italia che in Francia, è possibile versare almeno un sottomultiplo di carato, fissato in 6,25 euro. Il carato era l’unità di misura adottata dalla Serenissima. Ventiquattro carati era il costo totale di una galea, cioè di una barca delle dimensioni del Bucintoro. Anche questo è un modo originale di reinventarsi la Storia.