lunedì 17 febbraio 2014

Quanti GB, fratello? La copia privata alla prova dell’evoluzione tecnologica

Corriere della sera


testatina-new-ora-legale
Ha fatto scalpore la notizia della proposta di rimodulazione dei “compensi per copia privata”,  vale a dire dei contributi che debbono essere versati dai fabbricanti o importatori di apparecchi elettronici che possono essere impiegati per realizzare o conservare copie di opere protette dal diritto di autore (in primo luogo brani musicali e video, ma non solo). Tale contributo è stato introdotto nel 2003, quando il legislatore italiano ha ritenuto di autorizzare appunto la copia privata: in pratica tutti coloro che acquistano un dispositivo o un supporto che può essere impiegato per realizzare o conservare una copia privata di un’opera protetta possono utilizzarlo per questi scopi, dal momento che i titolari dei diritti coinvolti (autori, case discografiche, etc.) ricevono un compenso preventivo forfettario.

Si può discutere sulla correttezza ed opportunità di questo meccanismo: secondo il presidente della SIAE, Gino Paoli, esso è sacrosanto e mira esclusivamente a compensare gli autori; secondo molti commenti che si leggono in rete si tratta invece dell’ennesimo odioso balzello che grava sui cittadini italiani (in altri Paesi europei il tema della copia privata è regolato diversamente, e diversa è la misura dei compensi, quando esistono). La lettura del decreto ministeriale che attualmente regola la materia della copia privata, che risale al 30 dicembre 2009 e che è consultabile a questo indirizzo, suggerisce però alcune riflessioni ulteriori.

Il legislatore si propone di disciplinare l’impiego dei supporti e dei dispositivi che consentono la riproduzione di opere protette. A questo fine elabora un elenco che nasce per forza di cose già vecchio e che infatti si apre con i supporti audio analogici, che includono vinili e musicassette; prosegue poi con CD-R, CD-RW e consimili sigle che appartengono irrimediabilmente al nostro passato prossimo; lo stesso vale per i supporti video, che annoverano in primo luogo l’indimenticato, ma non certo attuale, VHS.

L’obsolescenza del decreto è tuttavia più profonda e deriva dalla scelta, che a quanto pare verrà mantenuta anche in sede di aggiornamento, di commisurare l’entità del compenso alla capienza del supporto. Questo approccio poteva essere comprensibile prima dell’avvento del cloud e dei servizi che consentono la fruizione di una libreria di contenuti, potenzialmente vastissima, da remoto, a fronte del pagamento di una licenza forfettaria. Oggi la capienza della memoria del dispositivo ha davvero poco a che fare con la libreria cui è possibile accedere grazie ad esso.

Occorre pertanto ripensare il tema del corrispettivo per la copia privata. A tale proposito proprio l’esperienza dei servizi che consentono la fruizione da remoto di librerie di opere dell’ingegno (tra cui ad esempio Spotify e Deezer, ma anche i servizi cloud offerti da Google e Apple) può offrire spunti utili per istituire meccanismi di remunerazione degli autori meno indigesti per l’utente finale, di regola ben disposto a pagare per un servizio -e tale senza dubbio è la possibilità di effettuare legalmente la copia privata- ma restio a corrispondere un tributo il cui importo non ha nulla a che vedere con i benefici che riceve.

Gualtiero Dragotti

La scienza conferma: lavarsi le mani serve a fare il Ponzio Pilato

La Stampa

giordano stabile

Test dei ricercatori dell’Università di Grenoble: il gesto serve a ridurre il senso di colpa quando si è fatto qualcosa di sbagliato e rende anche meno altruisti



PONZIO PILA
«Lavarsene le mani» non è soltanto un’espressione metaforica. Un’équipe dell’Università di Grenoble ha appena pubblicato uno studio sulla rivista «Frontiers in Human Neurosciences» che dimostra come il gesto abbia un’importante influenza sulla nostra mente. Quando facciamo qualcosa di sbagliato, un torto a una persona, se ci laviamo le mani immediatamente dopo sciacquiamo via anche i sensi di colpa. Ce ne «laviamo le mani», appunto, e buonanotte. Stesso meccanismo psicologico anche nei casi in cui dovremmo aiutare qualcuno e non lo facciamo. Via i sensi di colpa e l’altruismo.

L’équipe ha usato come cavie 65 frequentatori abituali della biblioteca comunale della città francese. Veniva chiesto loro di ricordare una cattiva azione nei confronti di amici e familiari. Poi erano divisi in tre gruppi: alcuni erano invitati a lavarsi le mani, altri a guardare un video con gente che si lavava le mani, gli ultimi un video con persone che digitavano su una tastiera di computer. Infine tutti venivano sottoposti a un test per verificare il livello di ansia e senso di colpa. Risultato: il gruppo che si era lavato le mani era quello più a suo agio con se stesso, seguito da quello che aveva visto i video con le abluzioni. Conclusione: uno dei gesti più consigliati dai medici per evitare infezioni serve anche sciacquarsi la coscienza. Come avevano capito i Vangeli duemila anni fa.

Khomeini e i sermoni in audiocassetta Cosa resta della rivoluzione iraniana?

La Stampa

claudio gallo

Trentacinque anni dopo il rovesciamento dello Shah, un bilancio delle promesse mantenute e tradite: la miglior eredità del 1979 resta la Costituzione, che racchiude in sé un raffinato meccanismo di pesi e contrappesi


ebe9ae8f2d3
Spiegava nel 1979 uno scrittore e giornalista italiano, che meglio farà nel campo della critica musicale, a proposito del leader della rivoluzione iraniana: “Il capo religioso Khomeini è un paravento provvisorio. Non fa paura a nessuno, perché non è un politico, ma un predicatore isterico, che tutti contano di spazzare via quando non ne avranno più bisogno”. Con il senno di poi, è facile sorridere, tirando fuori il nostro Marshall McLuhan da dietro un cartellone, come Woody Allen in “Io e Annie” a castigare chi sta parlando a vanvera.

Il fatto è che a 35 anni dalla rivoluzione che trasformò l’Iran dello Shah in una repubblica islamica non è ancora facile fare un bilancio. Alla sua nascita la rivoluzione dei mullah affascinò non pochi intellettuali occidentali di destra e di sinistra, primo fra tutti Michael Foucault, con la sua dinamica religiosa che sembrava smentire l’interpretazione marxista della storia, allora ancora influente. Il classico cammino attraverso stadi ulteriori (quella periodizzazione che fece salutare a Marx le baionette dei colonizzatori inglesi in India come un passo verso il socialismo) era rovesciato dai sanculotti di Teheran che chiedevano un ritorno ai valori tradizionali contro le aperture moderniste del regime dello Shah.

La rivoluzione di Khomeini mescolò clericalismo e tradizione a contenuti politici di sinistra e populistici, utilizzando al meglio la tecnologia del tempo, come le audio cassette attraverso cui venivano diffusi nel paese i sermoni dell’imam. Non fu soltanto una Vandea, anche se non mancarono i tentativi di far girar al contrario l’orologio della storia, verso un passato ideale di fatto mai esistito. La “polizia morale” creata dai rivoluzionari, ad esempio, non sembra avere precedenti nel periodo islamico savafide, anteriore allo Shah. E il programma nucleare, che lo Shah aveva inaugurato con l’aiuto degli americani, oggi uno dei principali motivi di attrito tra l’Iran e l’occidente, era avversato dalla maggior parte dei rivoluzionari.

Se gli eventi che portarono alla nascita della rivoluzione stupirono gli storici, la sua evoluzione rientrò in schemi più oliati, con un Terrore a seguire la caotica e “creativa” fase iniziale. Sorprendentemente, la repressione rivoluzionaria provocò più morti di quella di Mohammad Reza Pahlavi. Khomeini contò 60 mila persone uccise dallo Shah, e ancora adesso nel preambolo della costituzione islamica si parla di “decine di migliaia di morti”. Ma Emadeddin Baghi, intellettuale di spicco e rivoluzionario della prima ora(che ha passato buona parte degli ultimi anni in galera) ha ricostruito, attraverso documenti ufficiali, un numero più basso: 3164.

Mentre le vittime delle purghe rivoluzionarie sarebbero diverse centinaia dopo la presa del potere e circa 8 mila tra il 1981 e il 1985, in piena guerra con l’Iraq, e negli anni successivi. La disgrazia del successore designato di Khomeini, l’ayatollah Montazeri, morto nel 2009, sarebbe stata provocata proprio dalle sue critiche alla durezza della repressione islamica: nel 1989 si era opposto al massacro degli oppositori in prigione, 2500 persone uccise in poche settimane. In un paese diviso in molte nazionalità di cui quella persiana è soltanto una, Khomeini cercò di dare al paese un’identità esclusivamente islamica, imponendo allo stato un ingombrante profilo ideologico. Nonostante ciò il nazionalismo persiano è tornato in tempi recenti ad emergere anche in ambienti considerati conservatori, come l’entourage dell’ex presidente Ahmadinejad.

La miglior eredità della rivoluzione del 1979 resta la Costituzione che racchiude in sé un raffinato meccanismo di pesi e contrappesi. Un bilanciamento di poteri che però, si è visto negli ultimi anni, è spesso rimasto sulla carta, scavalcato da una gestione autoritaria del potere. La costituzione iraniana contiene infatti molti elementi “progressisti”, retaggio della sua componente marxista, molto attiva nel 1979. “La sinistra - spiega l’analista politica irano-americana Shereen T. Hunter - voleva un sistema socialista con un sottile rivestimento islamico, invece ottenne un sistema islamico con un sottile rivestimento di sinistra”. Le rivoluzioni, determinate a sciogliere ogni differenza nell’ideologia che le informa, finiscono immancabilmente per da vita a classi privilegiate, come mostra il fenomeno della burocrazia di stato nei “comunismi reali”.

Nell’Iran di oggi questi agglomerati di potere che si sono ritagliati un posto di riguardo nella società e nell’economia sono le grandi istituzioni caritatevoli e soprattutto la Guardia Rivoluzionaria, i pasdaran, che hanno dato vita a una specie di stato nello stato, sul modello dei militari turchi prima dell’era Erdogan (ironicamente, i militari turchi erano un modello anche per la famiglia Pahlavi). Questa struttura, insieme con l’impatto devastante delle sanzioni, almeno dal 2006, rende l’economia del paese estremamente fragile e dipendente dal petrolio. Secondo la banca centrale iraniana, l’inflazione a gennaio era del 38,4 per cento. Su una popolazione di circa 80 milioni di persone, 15 milioni vivono sotto la soglia della povertà. In questo senso, certo anche a causa della forte pressione politica esterna, le promesse rivoluzionarie di condividere socialmente la ricchezza del petrolio, non sono state mantenute.

I mutamenti più notevoli in questi 35 anni sono avvenuti all’interno della società, pur con molte contraddizioni. Dice Nasser Hadian, professore di Scienze Politiche a Teheran: “I cambiamenti nella società sono particolarmente evidenti tra i giovani e le donne. La monarchia Pahlavi può essere stata più progressista per quel che riguarda i diritti legali delle donne, ma la repubblica islamica ha aperto alle donne le porte dell’istruzione, dell’economia e della politica, anche se devono rispettare le norme islamiche sull’abbigliamento o la rigida legge sulla famiglia”. L’Iran di oggi si presenta con il volto dialogante del presidente Hassan Rohani. La sua apertura è in larga parte dovuta alla necessità di alleviare il peso insopportabile delle sanzioni, ma interpreta anche l’esigenza di una società colta e raffinata che, senza abdicare al proprio orgoglio, non vuole più sentirsi isolata dal mondo.

Diagnosi di tumore ricevute per posta o su mail: ma vi sembra giusto?»

Corriere della sera

Ogni ospedale si regola come vuole per quanto riguarda la consegna del referto di un esame

20130804_em
Ho letto la storia di una donna che in Veneto ha atteso per un mese la consegna, via posta, dell’esito di un esame Tac Pet. Ha così scoperto, con parecchi giorni di ritardo, di avere un tumore e di dover iniziare la chemioterapia. Al di là del singolo episodio e dei ritardi della posta, mi chiedo: davvero la consegna di referti così importanti (in cui ti viene comunicata o confermata la diagnosi di cancro, con tutto quello che questo comporta anche a livello psicologico) può essere effettuata per posta? Non è indispensabile, magari obbligatorio, che a darti una simile notizia sia un medico, che ti spieghi che cosa ti attende?


Risponde Elisabetta Iannelli, vicepresidente Associazione Italiana Malati di Cancro

Il momento della consegna di un referto è sempre critico per il paziente, sia che si tratti di una prima diagnosi che di un successivo controllo, e dovrebbe avvenire all’interno di un sistema di comunicazione che costituisca una parte fondante del rapporto medico-paziente. A maggior ragione, nel caso dell’accertamento diagnostico di una malattia che fino a quel momento era ignorata o (solamente) temuta. Che cosa accade oggi nella pratica oncologica di tutti i giorni? Ogni ospedale si regola come vuole per quanto riguarda la consegna del referto di un esame: in alcuni ospedali lo si può andare a ritirare allo sportello, farselo spedire per posta o via mail, o consultarlo su internet con un codice riservato. In ogni caso il malato è lasciato solo con la “scoperta”.

Solo poche strutture prevedono, se l’esito delle analisi indica la presenza di un tumore, che l’interessato sia convocato di persona e riceva la comunicazione da un medico. Purtroppo, nessuna normativa specifica stabilisce in modo efficace il diritto ad una corretta comunicazione. Il caso di cronaca che lei cita, è un evento estremo, ma mette in evidenza un punto chiaro: la diligenza che ci si aspetta dal medico che prescrive un accertamento dovrebbe considerarsi dovuta anche nell’attività di raccolta e comunicazione del risultato di quell’esame. Tutto questo nella realtà quotidiana si scontra con il fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il professionista che esegue i test diagnostici non è lo stesso con il quale il paziente instaura un rapporto, diciamo il suo “medico curante” (sia quello di famiglia che uno specialista).

Dal punto di vista strettamente legale, il biochimico, il radiologo o l’ecografista non hanno con il paziente un rapporto giuridico analogo a quello del terapeuta e, pertanto, potrebbero considerare assolto il loro dovere di informazione con lo svolgimento dell’accertamento. Anche in questo caso, però, se si tratta di un operatore sanitario iscritto ad albo professionale, il suo codice deontologico dovrebbe imporre una modalità di comunicazione più corretta e umana del risultato. Per i pazienti, sarebbe certo preferibile che il medico che prescrive l’atto diagnostico si faccia carico di riceverne e comunicarne il risultato, nell’ambito del corretto rapporto medico-paziente. Una soluzione è stata proposta dall’Ordine dei farmacisti che hanno indicato la loro rete territoriale come idonea a veicolare la consegna dei referti. Lo stesso servizio potrebbe essere svolto dai medici di famiglia o dagli specialisti che prescrivono gli esami strumentali.

17 febbraio 2014

GPS addio, Galileo ti dirà dove sei

La Stampa

piero bianucci


gps-kbzB-
La Stella Polare è scomparsa dal cielo delle città, cancellata dall’inquinamento luminoso. Pochi del resto saprebbero come identificarla: la riforma Gelmini, tra le altre cose, ha anche eliminato l’astronomia dai programmi scolastici. All’ignoranza dell’astronomia, anche la più elementare, si affianca peraltro l’ignoranza che circonda il funzionamento dei sistemi di navigazione satellitare. Tutti li usano perché le autovetture ormai montano il navigatore quasi di serie, ma nessuno o quasi sa come funziona. Il navigatore è per i più una misteriosa scatola nera. Cosa ancora più grave: nessuno si stupisce del fatto che satelliti in orbita a ventimila chilometri dalla superficie terrestre possano identificare la nostra posizione con l’incertezza di qualche metro.

Chi pratica un po’ di astronomia sa quanto è piccolo un secondo d’arco (l’angolo sotteso da un oggetto di un metro posto a 206 chilometri da chi lo guarda). Sulla superficie della Terra un secondo d’arco corrisponde a poco più di 30 metri. Stabilire la nostra posizione con l’incertezza di 3 metri normalmente raggiunta dai sistemi di navigazione satellitari significa quindi parlare un decimo di secondo d’arco. Una quantità che gli astronomi con osservazioni dal suolo non riescono a misurare neppure con gli strumenti ottici migliori e facendo la media su anni di osservazioni.

Ancora più sorprendente per l’uomo della strada dovrebbe essere il fatto che il navigatore può funzionare solo perché il suo micro-computer esegue automaticamente due correzioni applicando la relatività speciale e la relatività generale di Einstein. Infatti le misure di distanza che individuano la nostra posizione sono, in realtà, misure del tempo che le onde radio impiegano dal satellite al ricevitore. Il quale però deve tener conto della relatività di Einstein perché gli orologi satellitari corrono a 8 km al secondo, e quindi rallentano di 7 milionesimi di secondo al giorno (relatività speciale), ma si trovano in un campo gravitazionale più debole rispetto alla superficie terrestre, e quindi in un giorno accelerano di 45 milionesimi di secondo (relatività generale); la differenza giornaliera è dunque di 38 milionesimi di secondo. Se il navigatore non ne tenesse conto, nell’arco di una giornata finiremmo a 10 chilometri dalla meta desiderata.

Ciò premesso, molte cose si stanno muovendo nel cielo dei satelliti di geo-localizzazione. Il sistema più affermato e diffuso rimane il NAVISTAR Global Positioning System (o semplicemente GPS). Sviluppato dagli Stati Uniti a partire dal 1973 con finalità militari e pienamente operativo dal 1994, è stato progressivamente liberalizzato per l’uso civile ed ha attualmente nel mondo decine di milioni di utenti. Rimangono tuttavia alcune limitazioni per l’uso civile e la qualità del servizio potrebbe essere all’improvviso fortemente degradata per ordine del Pentagono se si presentasse una emergenza bellica.

Tra i limiti per l’uso civile, spicca l’impossibilità di ricevere segnali su oggetti in volo a più di 18 km di quota e velocità maggiori di 515 m/s: una misura precauzionale contro il terrorismo ed eventuali azioni belliche da parte dei cosiddetti “paesi canaglia”. I nuovi satelliti GPS in fase di sviluppo garantiranno il servizio almeno fino al 2030. Nel frattempo però l’Unione Europea ha avviato la realizzazione di un proprio sistema di navigazione satellitare ad uso esclusivamente civile e con uno standard di qualità migliore: il sistema “Galileo” (disegno). Inoltre la Russia ha da tempo un suo sistema di navigazione satellitare (GLONASS) che è stato recentemente aggiornato e sistemi e di navigazione autonomi stanno dotandosi paesi come la Cina e l’India.

Avviato nel maggio 2003, il sistema satellitare europeo “Galileo”, coordinato dall’Agenzia spaziale europea (ESA), ha eseguito ufficialmente la sua prima misura di posizionamento il 12 marzo 2013 e incomincerà ad essere operativo dal 2016. Costituito dai classici tre segmenti, spaziale, terrestre e di utente, a regime avrà 30 satelliti orbitanti su tre piani inclinati di 56° rispetto all’equatore terrestre e a una quota di circa 24 mila km (disegno). L’orbita, di tipo semi-geostazionario, viene percorsa in 14 ore e 4 minuti, con periodo di ripetizione della traccia al suolo di 10 giorni. 

Obiettivo del programma “Galileo” è offrire una precisione migliore rispetto al GPS e una copertura maggiore, soprattutto per le latitudini più elevate (oltre i 75°) e nelle aree urbane, con particolare attenzione ai cosiddetti “canyon urbani”, cioè alle vie strette tra edifici e a zone dove il segnale stenta ad arrivare. Inoltre si punta a una migliore affidabilità del servizio resa possibile dalla sua esclusività civile ea una differenziazione nell’offerta del servizio su misura dell’utente. Peraltro “Galileo”, al quale hanno aderito tra il 2003 e il 2004 la Cina e Israele, grazie a una sovrapposizione di frequenze, sarà complementare e interoperabile con il GPS.

I primi passi sono stati piuttosto lenti: 2005, lancio del primo satellite, Giove A; nel 2008 è stata la volta di Giove B, seguito tra il 2011 e il 2013 da altri quattro satelliti, grazie ai quali è stata possibile la prima validazione. Gli orologi atomici impiegati a bordo di ogni satellite sono due al rubidio in cella e un maser passivo all’idrogeno, allo stato dell’arte il più stabile mai installato su un satellite. Il segnale è trasmesso su tre diverse portanti, alle quali corrispondono tre bande diverse.

Quattro sono i servizi principali proposti da “Galileo”: 1) l’Open Service, o servizio base, fornirà gratuitamente con una accuratezza di 4 metri orizzontalmente e 8 metri verticalmente posizionamento e navigazione, più ovviamente la temporizzazione; 2) il Commercial Service, o servizio commerciale, criptato e a pagamento, con accuratezza inferiore al metro e fino a 10 centimetri e con un servizio garantito di timing per usi professionali; 3) il Public Regulated Service e 4) il Safety of Life Service, criptati: questi offriranno un’accuratezza comparabile con l’Open Service ma con un’affidabilità superiore e con la segnalazione di eventuali errori di sistema entro 10 secondi, ad uso di polizia, servizi di sicurezza e applicazioni strategiche nei trasporti dell’Unione Europea e degli altri stati membri.

Un ulteriore sotto-servizio interessante a livello collettivo sarà il Search and Rescue Support Service, o servizio di ricerca e salvataggio, che fornirà assistenza a sistema Cospas-Sarsat per la gestione di allarmi e la localizzazione di utenti in pericolo. Il supporto di “Galileo” migliorerà di molto le prestazioni Cospas-Sarsat assicurando rapidità di intervento quasi in tempo reale (10 minuti contro un’ora), un’alta precisione di posizionamento e una copertura su scala planetaria. 
Intanto il 15 febbraio l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRIM) di Torino ha festeggiato il 450° compleanno di Galileo portando a casa con grande soddisfazione il pronunciamento con cui l’Agenzia Spaziale Europea ha validato i test fondamentali sui primi quattro satelliti in orbita di Galileo. 

«Non si tratta dei satelliti di Giove, ma di quelli messi in orbita per realizzare il nuovo sistema di navigazione satellitare europeo» scherza Massimo Inguscio, neo-presidente dell’INRIM. «A distanza di secoli – spiega Inguscio – si naviga grazie a idee nate dall’intuito di Galileo Galilei, che, subito dopo la scoperta dei satelliti di Giove, ne coglieva l’importanza applicativa cercando di convincere il re di Spagna di come queste “lune” in cielo, con le loro ripetute eclissi, potessero essere un riferimento per il navigante in oceano aperto».

Ora le lune sono satelliti artificiali e consentono di “fare il punto” grazie allo scorrere del tempo misurato con gli orologi atomici che hanno a bordo. La misura del tempo, iniziata con le oscillazioni del pendolo di Galileo, oggi all’INRIM è basata sulle oscillazioni degli elettroni negli atomi, milioni di miliardi più veloci e più precise. Gli orologi atomici posti sui satelliti Galileo non scartano che di qualche miliardesimo di secondo e vengono continuamente monitorati, ritocchi di relatività di Einstein compresi, dalla Time Validation Facility operativa all’INRIM e realizzata coordinando i maggiori istituti di metrologia europea. “Torinesi”, aggiunge Patrizia Tavella, sono anche gli algoritmi statistici che identificano guasti degli orologi a bordo dei satelliti, sviluppati dall’INRIM in collaborazione con il Politecnico di Torino e ora utilizzati per Galileo e nel mondo della metrologia europea.

Le condizioni per l’Internet europeo

La Stampa

juan carlos de martin


Fa un po’ sorridere l’idea che un capo di governo europeo - come la Cancelliera Merkel ieri - scopra all’improvviso che molto traffico Internet europeo passi fisicamente per gli Usa.

O che i giganti del Web basati oltre-Oceano non siano pienamente soggetti alle regole sulla privacy dell’Unione Europea. E’ possibile, infatti, che i suoi analisti non l’abbiano mai informata che per motivi economici da molti anni, forse da sempre, spesso è più conveniente passare dagli Usa anche se si vuole mandare una email da, per esempio, Torino a Berlino? E’ possibile che il suo ministro che si occupa di privacy non l’abbia mai informata che dal lontano 2000 esiste un accordo Europa-Usa (approvato anche dalla Germania) chiamato «Safe Harbor» («porto sicuro») che di fatto consente alle aziende web Usa di operare in Europa senza il pieno rispetto delle rigorose norme europee sulla privacy?

Ovviamente un politico attento come la Cancelliera Merkel non può non conoscere questi dati di fatto fondamentali relativi a Internet e ai dati personali dei cittadini europei. Tuttavia, da politica navigata qual è, sa bene che in questi casi è politicamente conveniente fingersi ignari del passato in modo da poter chiudere un occhio sulle responsabilità - sue, dei suoi predecessori e dei suoi colleghi europei - e guardare avanti.

Ma veniamo al merito delle intenzioni che Angela Merkel ha espresso alla vigilia del suo incontro col presidente francese.
La prima intenzione è quella di far sì che il traffico Internet che collega mittenti e destinatari europei non esca, lungo la strada, dall’Europa, e in particolare non passi dagli Stati Uniti. Così come una raccomandata da Voghera a Lione di norma non passa per Dallas, così come una telefonata da Amsterdam a Barcellona di norma non passa per Mosca, allo stesso modo si vuole che la posta elettronica e gli altri flussi dati tra europei non passino per New York o Pechino. Ora non è così. 
Come già accennato, infatti, per motivi che sono quasi sempre banalmente economici - ovvero, di minimizzazione dei costi - il traffico Internet tra due destinazioni europee passa non infrequentemente per l’estero, e in particolare passa per gli Stati Uniti che, anche per aver inventato e sviluppato Internet, hanno una infrastruttura di trasmissione dati molto competitiva. Tenere il più possibile in Europa i flussi dati intra-europei è un obiettivo ampiamente condivisibile.

Paesi come Usa, Cina e Russia sono probabilmente da sempre attenti alle traiettorie fisiche dei propri dati web, ed è un bene che anche l’Europa si ponga finalmente il problema. L’effettiva implementazione, però, non sarà semplice. Da una parte, infatti, bisognerà mettere da parte il dogma che la mano invisibile del mercato sia la risposta, sempre e comunque, a qualsiasi problema. Dall’altra, bisognerà accuratamente evitare di «balcanizzare» la Rete, ovvero, di spezzare l’attuale Rete globale in sotto-reti nazionali o macro-regionali. A mio avviso è possibile farlo adottando un appropriato mix di «moral suasion», incentivi e regole, ma, ripeto, non sarà semplice: occorrerà molta accortezza, anche tecnica, e un acuto senso per le possibili conseguenze inattese di scelte in apparenza innocue.

Il secondo obiettivo della Cancelliera Merkel riguarda i dati personali. 
Tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che in Europa esiste un’asimmetria tra le aziende Usa e quelle europee. Le prime, infatti, possono usufruire del «Safe Harbor», l’accordo Usa-Europa sopra ricordato, che di fatto consente loro di operare con regole sulla privacy meno stringenti di quelle che invece valgono per i loro concorrenti europei. Questa asimmetria - che struttura il mercato dei dati personali a favore degli Usa - deriva, però, da una precisa politica europea, Germania inclusa. 
Si è trattato all’epoca - con ogni probabilità - del risultato di qualche compromesso tra i molti dossier che giacciono sempre sul tavolo Usa-Europa.

Ora Merkel sta forse segnalando l’inizio della messa in discussione del «Safe Harbor» sulla privacy. Se questo annuncio avrà seguito dipenderà dal sostegno che la Cancelliera riceverà dagli altri Paesi europei, sostegno che a sua volta dipenderà in larga misura dal prezzo che inevitabilmente ci sarà da pagare in qualche altro settore degli scambi Usa-Europa. Nei prossimi mesi vedremo se i nostri governi, italiano incluso, saranno disposti a sacrificare qualcosa in nome di una più stringente tutela dei dati dei cittadini europei.

Twitter: @demartin



Spiegel, i servizi segreti di Berlino sorveglieranno anche gli alleati
La Stampa

tonia mastrobuoni


La Germania potrebbe riprendere le operazioni di controspionaggio nei confronti degli agenti Usa. Decisione in conseguenza allo scandalo Datagate

c4b28d796e35eb99
Dopo decenni di attività ridotta, la Germania potrebbe riprendere le operazioni di controspionaggio nei confronti degli agenti Usa e di altri Paesi occidentali. È quanto scrive oggi il settimanale Der Spiegel, affermando che la decisione di Berlino sarebbe una conseguenza dello scandalo Datagate, con le rivelazioni delle attività di sorveglianza in Germania da parte della Nsa statunitense, e del rifiuto di Washington di stringere un accordo di non belligeranza in materia di spionaggio. 

Secondo lo Spiegel, i piani tedeschi prevedono un forte incremento del numero di agenti da impiegare nelle operazioni di contro spionaggio, che comprenderebbero il «monitoraggio» delle ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna. Hans-Georg Maassen, il capo della BfV, l’agenzia di intelligence interna tedesca, aveva preannunciato la mossa lo scorso novembre, affermando che la Germania deve «adattarsi» al nuovo scenario e «assumere una visione a 360 gradi». 

I servizi di intelligence di Berlino controllano attentamente le attività di intelligence svolte da Russia, Cina e Corea del Nord, che dispongono di grandi ambasciate nella capitale tedesca, ma hanno finora prestato poca attenzione a quelle dei Paesi alleati. Secondo lo Spiegel, anche il servizio militare di intelligence tedesco, l’Mad, starebbe mettendo a punto dei piani per aumentare i controlli sulle operazioni di spionaggio degli alleati. 

Frate Indovino, addio oroscopo dopo 70 anni

La Stampa

giacomo galeazzi

Accolto il richiamo del Papa: maghi e tarocchi non risolvono i problemi


6636155-knAC
Rimarranno leggendarie le previsioni del cappuccino con la barba candida sulla fine dello scià di Persia e la caduta del Muro di Berlino, così come le indicazioni fornite agli agricoltori sui mesi più propizi per le coltivazioni. Adesso, però, Frate Indovino cancella l’oroscopo dal coloratissimo almanacco, da settant’anni nelle case di milioni di cattolici. «Il tradizionale “Oroscopo sgangherato” – spiega padre Mario Collarini, direttore dell’almanacco – era una rubrica che sbeffeggiava simpaticamente gli oroscopi più accreditati ma alla fine i nostri lettori non comprendevano e quindi abbiamo deciso di tagliarlo». 

Uno stop ai fraintendimenti e agli equivoci che viene automatico collegare al monito del Papa: «Purtroppo l’uomo d’oggi spesso ricorre a forme fatue quali i maghi o i tarocchi per risolvere i loro problemi, ma solo Gesù salva». Il richiamo di Francesco, al quale è stata donata una copia dell’almanacco i cui proventi finanziano missioni francescane in Amazzonia, è scolpito nel venerdì dell’ottava di Pasqua. Piuttosto che scherzare con gli oroscopi, meglio i consigli sulla gastronomia, sull’erboristeria, su come migliorare la salute e lo spirito oltreché le previsioni meteo basate sui cicli della luna e del sole con la lettura dell’influsso delle macchie solari. Pillole di saggezza che ora si aggiornano per stare al passo con i tempi e per non mescolarsi a chi pretende di leggere il futuro negli astri. 

L’Argentina in crisi perde anche i suoi gauchos: “Spazzati via dalla soia”

La Stampa

filippo fiorini

La Kirchner penalizza i pascoli per i propri interessi. E crolla l’export di carne


13_walter_gauc
La fattoria di Walter Canzani si trova in una delle zone più fertili della pampa. Gaucho e figlio di immigrati italiani, Walter si considera un allevatore, anche se le vacche che hanno reso famosa l’Argentina nel mondo non sono più redditizie come un tempo. Intorno a lui, al suo mulino e alle 50 vitelle che ancora tiene al pascolo, si stende un’enorme prateria di soia, il prodotto che l’ex presidente Nestor Kichner ha usato per risollevare il Paese dalla crisi del 2001 e su cui la moglie e attuale presidente Cristina Fernandez vuole fare ora affidamento, tentando di curare lo choc valutario che ha colpito il peso pochi giorni fa.

Nel 1978, quando Walter aveva 10 anni, ereditò da suo padre Midio Benigno 48 ettari a lato di una delle rare strade asfaltate che tagliano il grande prato pampeano. «A metà degli Anni 80 si iniziò a vedere il potenziale della soia - ricorda adesso, all’ombra del portico di vite che circonda casa sua - ma il vero boom fu a ridosso del 2000». Una tonnellata di questo legume, utilizzato per gli alimenti, i mangimi e i combustibili, si scambiava alla borsa di Chicago per 180 dollari nel 1992, mentre nel 2004, spinto dalla domanda asiatica, era già arrivato a 407.

Così, i contadini iniziarono a delimitare i campi con recinzioni elettriche, in modo che gli splendidi capi di aberdeen angus che prima pascolavano semi-liberi, non passassero la notte a camminare sulle piante del nuovo oro agricolo. Walter, a cui piace molto l’allevamento e poco la coltura intensiva, si rassegnò e fece lo stesso, ancora ignaro che nel suo investimento aveva già un socio invisibile. 

La famiglia Kirchner è salita al potere nel 2003, con una proposta di centrosinistra che presto si sarebbe rivelata una riedizione del peronismo classico: intervento dello Stato sull’economia, protezionismo doganale per rafforzare l’industria e tasse alle campagne. Sulla soia imposero dazi d’esportazione che arrivarono al 35%. Considerato che l’Argentina stava diventando il terzo fornitore mondiale dopo Stati Uniti e Brasile, significava garantirsi un importante flusso di capitale in cassa. Con questi soldi finanziarono grandi piani sociali per i ceti umili e incentivi all’industria, ma mentre cresceva l’impiego, aumentava il carovita. 

I contadini delle pampas accolsero controvoglia le nuove tasse, ma in fondo si trattava del meccanismo che aveva mosso lo sviluppo nazionale dall’Ottocento in poi e tra loro esiste una certa rassegnazione a far la parte del cavallo da tiro. Nel 2006, l’inflazione che cresceva oltre il 20% annuo colpì gli alimenti e, quando arrivò alla carne, Nestor Kirchner temette che questo potesse innescare una rivolta. Così, provò a frenarne i prezzi bloccando la quasi totalità delle esportazioni e giustificò la decisione con la necessità di dare da mangiare agli argentini, prima che agli stranieri.

Per la famosa carne gaucha, era l’inizio del declino. Se nel 2005 l’Argentina era ancora il terzo esportatore mondiale, nel 2012 era caduta al decimo posto, facendosi superare dai vicini Uruguay e Paraguay. «Non c’è speranza che la situazione migliori nel prossimo futuro», considera Walter mentre pompa l’acqua a mano dal suolo a cui ha legato la sua esistenza. «I piccoli allevatori si sono disfatti dei pascoli e restano quasi solo le grandi stalle». E dire che la domanda internazionale di carne non è diminuita.

Dopo la bancarotta dello Stato nel 2001 e una protesta agraria che nel 2008 ha segnato il momento più difficile per la Casa Rosada da quando è stato eletto il primo Kirchner, l’Argentina del 2014 è tornata a essere un Paese economicamente instabile. Anni di statistiche ufficiali edulcorate, di deficit nel commercio estero e nel bilancio delle imprese statalizzate hanno seppellito l’ottimismo per la crescita del pil e del gettito fiscale. Due settimane fa, quando le riserve della Banca Centrale sono andate in rosso e l’autorità monetaria ha smesso di vendere dollari per sostenere il peso, la valuta nazionale è crollata.

Governo e popolazione sono stati così travolti dall’urgenza di acquisire beni solidi, che facessero da àncora a tutto ciò che era diventato volatile. Esclusa dai mercati del debito internazionali a causa del default di dieci anni fa, Buenos Aires si è girata ancora una volta nella sua storia verso l’entroterra, accusando gli agricoltori di speculare e ordinando loro di aprire i magazzini per esportare di più. «Con la carne questo non sarebbe potuto succedere - considera Walter - perché quando una vacca è pronta deve essere macellata, mentre la soia può attendere nei silos che passi la tempesta». Il suo serbatoio di acciaio inox, però, è vuoto, perché i piccoli agricoltori argentini vendono appena possono e, nonostante questo, guadagnano meno di un dipendente comune.

Perché denuncio ai pm il golpe del 2011

Magdi Cristiano Allam - Lun, 17/02/2014 - 08:35

La nostra democrazia sostanziale ha cessato di fatto di esistere il 12 novembre 2011 con le dimissioni tutt'altro che volontarie di Berlusconi

Se oggi Matteo Renzi viene nominato primo ministro senza che il capo del governo in carica, Enrico Letta, sia stato sfiduciato dal Parlamento, è perché la nostra democrazia sostanziale ha cessato di fatto di esistere il 12 novembre 2011 con le dimissioni tutt'altro che volontarie di Berlusconi, nel contesto di un pesantissimo ricatto da parte dei mercati finanziari, con la regia del capo dello Stato Napolitano e la connivenza del Pd, della Confindustria, dei sindacati e dei principali quotidiani a diffusione nazionale.

1392622472-quirinale
Come nel film Il Padrino, Berlusconi nel novembre 2011 rassegnò le dimissioni al cospetto di Napolitano con una pistola puntata alla testa perché si trattava di una «offerta che non poteva rifiutare». È stato a tutti gli effetti un «colpo di stato», così come denunciato dallo stesso Berlusconi. L'insediamento alla guida del governo di Mario Monti ha suggellato il commissariamento del Parlamento, la sospensione della democrazia sostanziale e l'avvento al potere di una dittatura finanziaria. Di fronte a fatti documentati e all'inequivocabile venir meno del ruolo del Parlamento sancito dalla Costituzione, ho deciso a nome dell'Associazione «Salviamo gli italiani» di presentare un esposto alla Procura della Repubblica.

Oggi assistiamo inermi alla designazione di Renzi alla guida del governo, decisa nel vertice di un'associazione privata non riconosciuta, ossia il Pd, avallata da un capo dello Stato che regna da sovrano assoluto pur essendo l'Italia una Repubblica parlamentare, mentre il primo ministro in carica Letta ha presentato le dimissioni «irrevocabili» senza essere stato sfiduciato dal Parlamento, esattamente come avvenne con Berlusconi nel 2011. Il «colpo di Stato» si è consumato tra l'8 e il 12 novembre 2011. L'8 novembre Napolitano ricevette Berlusconi al Quirinale e, preso atto del venir meno della maggioranza alla Camera dopo l'approvazione del rendiconto generale dello Stato 2010, gli chiese di rimettere il mandato per procedere «all'individuazione di un nuovo premier».

Napolitano evidenziava «l'urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei». Il 9 novembre il titolo Mediaset in borsa crollò di 12 punti, lo spread schizzò a 575 punti, il tasso dei titoli pubblici biennali arrivò al 7,25%. Il giorno stesso Napolitano nominava Monti senatore a vita senza averne i requisiti, sostenendo: «Abbiamo bisogno di decisioni presto». Il 10 novembre il Sole24ore titolava a caratteri cubitali «Fate presto», sostenendo la nomina di Monti. In un anno il titolo Mediaset aveva perso il 60%, oltre un miliardo di euro. Il 12 novembre Berlusconi rassegnava le dimissioni e il 16 novembre 2011 Napolitano affidava l'incarico a Monti.

La colpa principale di Berlusconi fu di aver paventato l'ipotesi di una uscita dell'Italia dall'euro. L'hanno confermato Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Bce, Hans-Werner Sinn, presidente dell'Ifo, istituto di ricerca tedesco, l'ex premier spagnolo Zapatero. La verità è che la nomina di Monti era già stata decisa dal giugno del 2011, così come emerge dalle interviste di Alan Friedman a Carlo De Benedetti, Romano Prodi e lo stesso Monti, quando lo spread era sotto i 200 punti.

Siamo di fronte a uno scenario inquietante che lascia trasparire un complotto ai danni della nostra economia, condannando a morte le imprese, devastando le famiglie e impoverendo gli italiani al punto da istigarli al suicidio. Nell'esposto che verrà presentato alla Procura della Repubblica si evidenzia il reato di «usurpazione di potere politico» sancito dall'articolo 287 del codice penale che recita: «Chiunque usurpa un potere politico, ovvero persiste nell'esercitarlo indebitamente, è punito con la reclusione da sei a quindici anni». Gli italiani hanno il diritto di conoscere la verità sulla sospensione della nostra democrazia sostanziale. Ci auguriamo che la magistratura stia dalla parte della verità e degli italiani.

Facebook.com/MagdiCristianoAllam

Mi denuncio: sono omofobo e pronto ad andare in galera"

Stefano Lorenzetto - Dom, 16/02/2014 - 08:00

L'avvocato Giuliano Amato notifica una diffida al governo: "Ritiri subito il progetto alla Goebbels gestito da gay, lesbiche e trans. Stop ai fascicoli che “rieducano” docenti e bidelli"

Gli alunni devono portarsi da casa la carta igienica perché mancano i soldi, ma la Presidenza del Consiglio dei ministri, attraverso l'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), ha deciso che fosse prioritario fornire alle scuole di ogni ordine e grado «gli strumenti per approfondire le varie tematiche legate all'omosessualità». Primo strumento: «I rapporti sessuali omosessuali sono naturali? Sì». Purtroppo però «un pregiudizio diffuso nei Paesi di natura fortemente religiosa è che il sesso vada fatto solo per avere bambini».

1392537188-giusti
Quindi i signori docenti sono invitati a porre agli allievi un'altra domanda: «I rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?». Secondo strumento: «Nell'elaborazione di compiti, inventare situazioni che facciano riferimento a una varietà di strutture familiari ed espressioni di genere. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”». L'obiettivo è che maestre e professori possano «essi stessi diventare “educatori dell'omofobia”».

A Palazzo Chigi, già poco ferrati nell'aritmetica dei conti pubblici, devono essere assai scarsi anche in italiano. C'è scritto questo e molto altro nei tre opuscoli intitolati Educare alla diversità a scuola commissionati dal Dipartimento per le Pari opportunità all'Istituto A.T. Beck per la terapia cognitivo-comportamentale, con sedi a Roma e Caserta, destinati alle scuole primarie e secondarie per dare concreta attuazione alla Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere. Quando Gianfranco Amato, 52 anni, avvocato di Varese, ha letto le linee guida che il governo intende perseguire nel triennio 2013-2015 sotto l'egida del Consiglio d'Europa, non credeva ai propri occhi.

Non solo perché la gestione del progetto risulta affidata al Gruppo nazionale di lavoro Lgbt (acronimo di lesbiche, gay, bisessuali e transgender), «formato da 29 associazioni tutte e solo di quella sponda, come Arcigay, Arcilesbica e Movimento identità transessuale», ma anche perché ha scoperto che in Italia è stata creata a sua insaputa una forza speciale per mettere in riga gli omofobi: «Si chiama Oscad, cioè Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, ed è composto da polizia e carabinieri. La sigla ricorda l'Ovra fascista. Ormai siamo a uno zelo da far invidia al Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda di quel malefico genio dell'indottrinamento di Stato che fu Joseph Goebbels».

Ecco perché l'avvocato Amato ha notificato un atto di diffida stragiudiziale al Dipartimento delle Pari opportunità, all'Unar, al ministero dell'Istruzione e ai 122 Uffici scolastici regionali e provinciali. «Guai a loro se adotteranno atti o provvedimenti che diano seguito alla Strategia nazionale del governo. Quell'arbitrario documento dev'essere solo annullato». Il legale non ha agito a titolo personale, bensì come presidente dei Giuristi per la vita, un'associazione che ha sede a Roma. Ne fanno parte una quarantina di cultori delle scienze giuridiche, fra cui magistrati come Francesco Mario Agnoli, presidente aggiunto onorario della Cassazione, e Giacomo Rocchi, consigliere della prima sezione penale della medesima Corte suprema.

«Non c'interessa il dialogo sui massimi sistemi, siamo una task force operativa molto agguerrita», spiega Amato, sposato, tre figli, rappresentante per l'Italia di Advocates international e collaboratore dell'Alliance defense fund, formata da legali che si occupano di cause riguardanti la libertà religiosa e la bioetica. «Ci autofinanziamo per offrire patrocinio gratuito a docenti e medici nei guai con la giustizia per motivi di coscienza».

Le maestre finiscono in tribunale?
«Agli italiani è sfuggito che il 19 settembre la Camera ha approvato il disegno legislativo promosso da Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, gay dichiarato. Presto andrà in aula al Senato e diventerà legge dello Stato. Quando ne ho illustrato i contenuti a un amico imprenditore e a sua moglie, non volevano crederci: “Tu esageri sempre”. Allora ho capito come si arrivò ai campi di sterminio: grazie all'ignoranza dei tedeschi. Tant'è che mi sono sentito in obbligo di scriverci un libro, Omofobia o eterofobia? Perché opporsi a una legge ingiusta e liberticida, edito da Fede & Cultura, che sta andando a ruba con il passaparola».

Legge liberticida?
«Hanno inventato l'emergenza omofobia per avviare una persecuzione contro chi non la pensa come loro. Il Pew research center di Washington, presieduto da Allan Murray, ex vicedirettore del Wall Street Journal, ha pubblicato uno studio mondiale sull'atteggiamento verso l'omosessualità. L'Italia è fra le 10 nazioni più amichevoli con i gay, per i quali il 74 per cento della popolazione non prova alcuna ostilità. Siamo appena un gradino sotto la civilissima Gran Bretagna. Ma poi, scusi, servono le statistiche? Puglia e Sicilia non hanno forse eletto due governatori omosessuali?».

Allora perché è stata varata la Strategia nazionale contro l'omofobia? «Me lo dica lei. Il piano del governo prevede corsi di formazione obbligatoria sui diritti Lgbt non solo per docenti e alunni ma anche per bidelli e personale di segreteria. E che cosa vorrà dire l'impegno a “favorire l'empowerment delle persone Lgbt nelle scuole”? E il “diversity management per i docenti”? Lo chiedo ai cattolici che siedono nel governo, come Gabriele Toccafondi, sottosegretario all'Istruzione, e Maurizio Lupi e Mario Mauro, ministri ciellini».

A che serve l'Oscad? «Già, a che serve una sorta di polizia speciale? A me risulta, proprio dai dati dell'Oscad, che dal 2010 a oggi siano pervenute appena 83 segnalazioni per offese, aggressioni, lesioni, danneggiamenti, minacce e suicidi relativi all'orientamento sessuale. Una media di 28 casi l'anno, 1 ogni 2 milioni di abitanti. E questa sarebbe un'emergenza nazionale?».

Stando agli opuscoli dell'Unar, gli insegnanti delle scuole sono tenuti a «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa» giacché «tale punto di vista può tradursi nell'assunzione che un bambino da grande si innamorerà di una donna e la sposerà». «Sposare una donna: inaudito! Aveva visto giusto Gilbert Chesterton: spade dovranno essere sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi d'estate e che 2 più 2 fa 4. Siamo giunti a un livello tale di relativismo da far impazzire la ragione. Non si riconosce più la natura. È la teoria del gender: i ragazzi non sono maschi o femmine per un dato biologico, ma a seconda di come sentono di essere».

Insegnare che «maschio e femmina Dio li creò», come sta scritto nella Bibbia, diventerà reato?
«La strada è quella, tracciata dall'Unar nelle Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone Lgbt, dove i credenti vengono biasimati perché descrivono “le unioni tra persone dello stesso sesso come una minaccia alla famiglia tradizionale, come contro natura e come sterili, infeconde”. Nei libretti destinati ai maestri, l'Unar denuncia che “il grado di religiosità” è “da tenere in considerazione nel delineare il ritratto di un individuo omofobo” e che “maggiore risulta il grado di cieca credenza nei precetti religiosi, maggiore sarà la probabilità che un individuo abbia un'attitudine omofoba”. Ed emette la condanna finale: “Per essere più chiari, vi è un modello omofobo di tipo religioso, che considera l'omosessualità un peccato”».

Perché la Presidenza del Consiglio ha affidato tutte le pubblicazioni dell'Unar all'Istituto A.T. Beck?
«È quello che stiamo cercando di scoprire. C'è stata una regolare gara d'appalto? Chi vi ha partecipato? Al vincitore quanti soldi sono andati? Quali competenze ha questo istituto? Perché il Dipartimento delle Pari opportunità ne ha sposato in toto le tesi come se fossero le uniche possibili? Si saranno accorti, a Palazzo Chigi, che nelle linee-guida per i licei viene assegnato il compitino di aritmetica antiomofobico di Rosa che compra tre lattine di tè con i suoi papà, copiato pari pari dal fascicolo per la scuola primaria? Non molto scientifico, come lavoro».

Di Antonella Montano, direttrice dell'Istituto A.T. Beck, che cosa può dirmi?
«Poco. Se non che il suo libro Mogli, amanti, madri lesbiche è stato presentato da Paola Concia, l'ex deputata del Pd firmataria di un progetto di legge contro l'omofobia bocciato dal Parlamento».

In compenso è passato quello del collega Scalfarotto. «Testo inutile e pericoloso. Già l'articolo 3 della Costituzione sancisce che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”. Non possono esservi cittadini più uguali di altri, come certi animali della Fattoria di George Orwell. Per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico s'introduce un reato senza definirne il presupposto. Che cos'è l'omofobia? Non esiste una definizione scientifica, né leggi o sentenze che lo stabiliscano. Poiché non è una malattia riconosciuta dall'Oms, come la claustrofobia o l'agorafobia, verrà lasciata alla libera interpretazione dei magistrati. Tipico degli Stati totalitari. Mi ricorda il reato di “attività antisocialista” nell'Urss: nessuno sapeva in che cosa consistesse, però ti faceva finire nei gulag».

Non starà davvero esagerando?
«In uno Stato liberale il cittadino sa preventivamente quali saranno le conseguenze dei suoi comportamenti. Il nostro diritto penale sanziona i fatti, non i motivi. Io rubo? Viene punito il furto. Che abbia rubato per fame - ecco un motivo - può servire al massimo per graduare la pena. Invece la legge Scalfarotto punisce i motivi. E crea una categoria privilegiata di soggetti che diventano meritevoli di tutela giuridica per il solo fatto di avere un certo orientamento sessuale».

Ho capito: la legge non le piace.
«Passato il principio secondo cui una categoria è stata discriminata, lo Stato dovrà dotarsi di sistemi riparativi e compensativi. È già successo con gli afroamericani negli Usa. Arriveremo alle quote viola, su calco di quelle rosa. Chi si dichiara gay avrà diritto a un posto di lavoro e a un alloggio. Non avendo il giudice strumenti per accertare l'omosessualità, basterà un'autocertificazione».

La legge Scalfarotto non lo prevede.
«La legge Scalfarotto non prevede nulla, qui sta l'inganno più subdolo. Punisce l'omofobia in base a un'altra legge, la Reale-Mancino, che fu promulgata per combattere l'ideologia nazifascista, il razzismo, l'antisemitismo. Con i gay parificati ai neri e agli ebrei, dire che un uomo non può sposare un altro uomo equivarrà a dire che va impedito il matrimonio fra l'uomo bianco e la donna nera».

Conseguenze penali?
«Terribili. Per una dichiarazione omofoba la legge mi punisce con 1 anno e 6 mesi di reclusione. Che diventano 4 anni se la faccio come associazione e addirittura 6 se ho una carica direttiva nella medesima. Con l'obbligo per lo Stato di procedere d'ufficio anche nel caso in cui il gay che ho offeso decidesse di perdonarmi o di ritirare la querela per evitare lo strepitus fori, cioè la pubblicità negativa».

Papa, vescovi e preti sono candidati alla galera, visto che il catechismo, al paragrafo 2.357, presenta le relazioni gay «come gravi depravazioni», dichiara che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» perché «precludono il dono della vita», decretando che «in nessun caso possono essere approvati».
«Sta già accadendo a tanti cristiani in giro per l'Europa. Tony Miano, 49 anni, statunitense, ex vicesceriffo della contea di Los Angeles che oggi fa il predicatore di strada, è stato arrestato lo scorso 1° luglio a Wimbledon, in Inghilterra, perché commentava davanti a un centro commerciale il capitolo 4 della prima Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo, quella che invita ad astenersi dall'impudicizia. Ho letto il verbale dell'interrogatorio: allucinante, sembra un resoconto tratto dagli Acta Martyrum. E per fortuna che il poveretto non aveva osato proclamare in pubblico la prima Lettera ai Corinti, quella in cui San Paolo dice che “né effeminati, né sodomiti erediteranno il regno di Dio”».

Come presidente dei Giuristi per la vita, passerà 6 anni in cella anche lei.
«Se essere omofobo significa considerare l'omosessualità un peccato, ritenere che il sesso debba essere aperto alla trasmissione della vita, credere nei precetti della Chiesa, allora mi autodenuncio: dichiaro pubblicamente e con orgoglio ai funzionari dell'Unar di essere un omofobo. Mandino nel mio studio gli agenti dell'Oscad ad arrestarmi. Li aspetto».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it