sabato 15 febbraio 2014

Whatsapp blocca gli account, un video virale la causa dell'eliminazione dell'app

Il Mattino


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ROMA - Possibile malaware disattiva gli account di Whatsapp. Si tratta di un video virale, diffuso dalla mini mad su Youtube che, cercando di essere ironico, vede protagonisti due ragazzi innamorati al ristorante . Una classica scena di San Valentino dove però la ragazza diventa gelosa della cameriera e inizia con un semi delirio comico ai danni del partner. Il video ha iniziato a girare sui vari account di Whatsapp che si sono visti arrivare, però, il messaggio di disattivazione dell'account. «Ci scusiamo per l’inconveniente. Il nostro sistema ha automaticamente bloccato il tuo numero perché in violazione dei nostri termini di Servizio . Dopo ulteriore verifica, abbiamo scoperto che questa azione è stata incorretta e abbiamo sbloccato il tuo numero».

Il contenuto del video non è offensivo e si pens che dietro il filmati ci sia un malaware.

 
sabato 15 febbraio 2014 - 15:16   Ultimo aggiornamento: 15:17

Eutanasia e minori: l’assurdità di una legge che scuote le coscienze

Corriere della sera

di Giovanni Belardelli


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La legge belga che ha esteso ai bambini la pratica dell’eutanasia è di quelle che obbligano a fermarsi per riflettere, che interrogano nel profondo la nostra coscienza. Richiede anzitutto di andare oltre i titoli dei giornali che, per motivi di spazio, hanno scritto di eutanasia dei bambini; mentre la legge si applicherebbe soltanto ai minori che soffrono di una malattia incurabile allo stadio terminale, cui si aggiunga una sofferenza costante e insopportabile.
Quella legge insomma ci chiede di non fermarci alla prima impressione, di non scandalizzarci «in automatico» evocando paragoni grossolani (come il programma hitleriano per l’eliminazione dei bambini disabili). Di provare dunque a immaginare le indicibili sofferenze a cui il legislatore vorrebbe porre fine con la cura terribile e ultimativa della morte. Eppure, per quanto si considerino seriamente le ragioni di chi quella legge ha formulato e sostenuto, credo che vi siano gravi motivi per non essere d’accordo con ciò che contiene.

Un primo, evidente elemento di assurdità della nuova legge risiede nel fatto che l’eutanasia deve essere richiesta dal bambino stesso, a condizione che entrambi i genitori siano d’accordo. Per quanto si sia sostenuta la «impressionante maturità» dei minori allo stadio terminale della malattia, la loro piena consapevolezza resta molto difficile da ammettere. Supponendo che la legge non si applichi ai bambini molto piccoli (ma il testo comunque non contiene alcun limite d’età), è comunque assai arduo accettare che a un adolescente — cui sono vietate un’infinità di cose in considerazione della sua età — venga invece concessa la possibilità di decidere della propria morte.

Il fatto che alla legge fosse favorevole la maggioranza dell’opinione pubblica belga vuol dire, naturalmente, poco. Sia perché, se siamo contrari alla pena di morte, non possiamo certo diventare favorevoli solo perché la maggioranza è favorevole. Sia perché lascia sconcertati la motivazione che starebbe dietro il consenso di molti belgi, favorevoli all’eutanasia per i minori — come riferiva Ivo Caizzi ieri sul Corriere  — in quanto vi vedrebbero un’ulteriore estensione delle libertà individuali.

Comunque, per quanto minoritarie, le voci dissenzienti non erano affatto mancate: si erano pronunciati contro la legge sia i rappresentanti delle chiese cristiane e delle comunità religiose islamica ed ebraica, sia — da ultimo — un nutrito numero di pediatri, ciò che avrebbe dovuto suggerire di non procedere a colpi di maggioranza, cercando per giunta di bruciare i tempi del passaggio tra Senato e Camera. Se sono generalmente richieste procedure e maggioranze particolari per cambiare la Costituzione di un Paese, lo stesso dovrebbe valere di fronte ad argomenti particolarmente delicati sotto il profilo etico.

Ma la principale obiezione riguarda l’idea di Stato che è implicitamente contenuta nella legge belga. È discutibile, infatti, che la soluzione migliore per affrontare i pochi casi di cui potrà occuparsi (in Belgio, dove l’eutanasia per adulti è consentita dal 2006, finora vi è stato un solo caso relativo a un ragazzo di meno di 20 anni), fosse proprio quella di una legge. Lo Stato regola già un’infinità di ambiti della nostra esistenza; ma almeno quel terreno di passaggio, che sta tra la vita e la morte di un bambino nella condizione di malato terminale, dovrebbe essere lasciato alla straziata sollecitudine dei genitori e alla compassionevole cura di medici che ormai dispongono di molti modi per evitare l’accanimento terapeutico e la percezione del dolore.

La storia della Lancia Thema

Corriere della sera

È stata l’ammiraglia più desiderata. Abbiamo riprovato oggi la versione 8.32 Ferrari

Gli anni in cui le auto blu non erano ancora considerati simboli di privilegi e «casta». Ma significavano soprattutto presenza, eleganza, e anche rispetto.

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LA MANO DI GIUGIARO-Nasce in quel periodo, nel 1984, due anni dopo la commozione di Sandro Pertini per il Mondiale spagnolo degli Azzurri, la Lancia Thema. Berlina tre volumi, partorita dal genio semplice e funzionale di Giugiaro, dalle solite punte d’eccellenza Lancia e resa un successo dal colpo di fulmine che strappò cuore e occhi a moltissimi per le strade d’Italia. Un colpo unico, dal cofano motore al bagagliaio. Su una piattaforma che accomuna Fiat Croma, Alfa Romeo 164 e pure Saab 9000, Giorgetto Giugiaro innesta la sua personale idea di bellezza. Chiara e pratica. Poche cromature, via i gocciolatoi, che fanno vecchio, e portellone del baule che va giù sino al fascione paraurti, così che anche il carico della spesa non sia un problema. E poi i due grandi fari posteriori, che la rendono subito riconoscibile. Dentro, sedili comodi, con la plancia semplice e il quadro strumenti visibile perfettamente dentro la mezza luna superiore del volante. C’è tutto quel che serve, tutto quello che il Gruppo Fiat vuole. Pure il condizionatore automatico dell’aria, ma è optional, e lo sportellino a basculante nella consolle, per nascondere quello che vuoi.

LA PRIMA TURBO – Dei quattro motori con cui venne lanciata, ce n’era uno che faceva sognare. Era il 2 litri benzina turbo da 165 cv, bialbero e con l’iniezione elettronica. Gli altri erano l’aspirato, sempre 2 litri, da 120 cv e il 2.8 da 150 cv. Poi c’era il turbodiesel: 2.4, 100 cv, veloce più di tutti, e con consumi bassi da record, una delle punte d’eccellenza della Thema. Ma il top restava quello sovralimentato a benzina. «Per me è il motore più bello della prima serie, il turbo. Perché spinge da matti, è robusto e in 85.000 km, pochi lo so…, non mi ha dato mai un problema!», dice Stefano, da Torino, che ne possiede una del 1986, ed è presenza fissa della pagina Facebook «Le indistruttibili auto anni 80». La sua Thema i.e. turbo la tiene con l’orgoglio di un vero e puro lancista, chiaro. Solo qualche scricchiolio, alla lunga, di plastiche e assemblaggi, ma niente di grave per un’auto che, con i suoi quasi 220 km/h di velocità massima, metteva paura anche all’Alfa Romeo 90 Quadrifoglio Oro.

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LA THEMA-FERRARI 8.32 –Otto, come V8. Trentadue come le valvole. Cos’è? Il motore Ferrari, quello della 308 e della Mondial, per esempio, che nel 1986 finisce sotto il cofano della Thema, opportunamente modificato. È la più estrema di tutte, la 8.32, quella che deve andare a mettere scontrarsi a faccia a faccia con tipe come la BMW M5 e la Mercedes 190 E AMG. Ci sono 215 cv da mettere a terra con la trazione anteriore, però, e 240 km/h da raggiungere. Ne vengono prodotte 2370, della prima serie. Una di queste è nelle mani di Franco, consigliere Lancia Thema Club Italia, che la possiede dal 2008. «Costava 61.207.140 lire con l’iva al 38% di allora…». In un bellissimo e raro blu blizzard, impressiona anche con il motore spento. L’alettone a comando che salta su là dietro, il profilo giallo, le minigonne, i cerci a stella.

Non si nasconde. Ma dentro, con la plancia inedita, il volante a tre razze, i sedili in pelle Poltrona Frau, il bracciolo che si apre ruotandolo e ribaltandolo per essere usato anche da chi siede dietro, e l’aroma Lancia che accende l’abitacolo, è un mondo a parte. E poi? Quando il controllo di stabilità era tutto nel pilota, ecco l’ammiraglia della Casa italiana cosa sapeva fare. Spinge il motore. In alto, però. E lo fa con passione. Anche oggi, che siamo abituati a piccoli 1.6 turbo con molti cavalli in più e pronti ovunque. Qui, no. È un’altra storia. La devi cercare la potenza, evitare il sottosterzo, assecondare la 8.32 che si muove, fa sentire ovunque il suo peso. «Ma in autostrada riesco a fare anche i 10 km/l. E con i sedili anteriori riscaldabili, è tutto un altro viaggio». 8.32, dunque, la Thema Ferrari, quando ancora la Lancia ci credeva alle missioni impossibili.

LE ALTRE– Negli anni la Thema si rinnova. Con la seconda serie, del 1988, ecco le motorizzazioni a 16 valvole, poi arrivò la terza serie ed ultima serie, nel 1992. Molte sono state anche le versioni e le edizioni speciali. Oltre alla station wagon (tra quella di Pininfarina e quella di Zagato, fu scelta la prima), vanno ricordate la Limousine, con passo allungato di 30 cm, e la coupé della Carrozzeria Boneschi, presentata a Torino nel 1986. Il resto è cronaca. Il nome Thema è stato ripreso per rimarchiare l’ammiraglia Chysler 300.

15 febbraio 2014

Nasce la figlia, la chiamano Facebook Tra i nomi più folli Hitler e Robocop

Il Messaggero

In Messico la lista neri dei nomi vietati


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Secondo alcuni è la prova che non tutti possono fare i genitori. Il fatto è questo: in Messico la felicità della nascita di un bebè è stata scossa dalla decisione dei genitori di chiamare il figlioletto Facebook. Le autorità hanno deciso di vietare la scelta di quel nome così strano per evitare che in futuro il bimbo possa essere deriso a scuola, fino a diventare vittima di bullismo.

Chiamano il figlio Facebook. La decisione è stata presa dalle autorità dello stato sonora, nel nord del Messico. Lo choc per la scoperta del nome Facebook ha spinto le autorità a fare una ricerca sui registri dei nomi, lettura che ha spinto ad emanare una lista di nomi da vietare.

I nomi più pazzi vietati. Tra questi figurano Lady Di, Hitler, Harry Potter. “L'obiettivo della legge è proteggere i bambini vietando nomi dispregiativi, che non hanno alcun significato o che può portare al bullismo” ha detto Cristina Ramirez all'Associated Press.

Curiosa la lista dei nomi dati ai bebè e vietati: restando in ambito web tra i nomi vietati ci sono Twitter, Yahoo, Email. Spostiamoci al cinema: no a Harry Potter, Batman, Terminator, Robocop, Rambo e James Bond. In ambito medico: Cesareo e Circoncisione. Appassionati di fast food avevano chiamato il proprio figlio Burger King, rockettare avevano scelto il nome Rolling Stone.

La lista fanno sapere verrà aggiornata mensilmente. La lista nera dei nomi era stata stilata tempo fa anche in Nuova Zelanda: vietava nomi come Lucifero e 4Real, nomi scelti per bebè- In passato in Germania è stato vietato a una coppia turca di chiamare il loro bambino Osama Bin Laden , e in Giappone, nel 1993, di chiamare il figlio Akuma, ossia diavolo.

blog: Daily web
twitter: @l4urabogliolo


LA LISTA DEI NOMI PIU' FOLLI

Burger King
Rambo
Facebook
Twitter
Robocop
James Bond
Harry Potter
Christmas Day
Rolling Stone
Virgin
Cesarean
Circumcision
Yahoo
Pocahontas
Spinach
Rocky
Mistress
US Navy
Terminator
Hitler
Lady Di
Email
Virgin
Scrotum
Hermione
Batman
Private
Sponsorship
Traffic
Martian
Rolling Stone
Panties
Illuminated

Venerdì 14 Febbraio 2014 - 17:30
Ultimo aggiornamento: 23:34

Quelle visite di solidarietà in Siria. Gli italiani guidano l’internazionale nera che sta con Assad

Corriere della sera


Cattura
GERUSALEMME — «Qualcuno propone di prendere dei falafel. In fondo la vita continua». Così finisce il racconto della prima giornata a Damasco per il gruppo di italiani che ha deciso di visitare la Siria proprio nei giorni di un possibile bombardamento americano. È il 30 agosto dell’anno scorso, resteranno nel Paese per quasi due settimane.  Il viaggio è stato organizzato dal Fronte europeo per la Siria, tra i partecipanti c’è Giovanni Feola che dell’organizzazione è il responsabile a Roma ed è stato candidato per Casa Pound alle elezioni amministrative nella capitale. Un altro italiano, Matteo Caponetti, coordina le azioni del movimento anche all’estero: è tra gli attivisti dell’associazione Zenit, che sul suo sito esalta lo scrittore francese Robert Brasillach e «la gioia di essere fascista fino alla morte» o Corneliu Codreanu con le sue Guardie di ferro rumene «perché ha incarnato la lotta per il suo popolo racchiudendo in sé un amore incondizionato per la propria terra».

Adesso è Bashar Assad il paladino della difesa nazionalista scelto dalla destra radicale. «Nessuno può toccare la Siria. In Siria combattono anche per voi. In Siria un intero popolo sta difendendo la sua sovranità contro il terrorismo e la propaganda dei media», recita il manifesto del Fronte. Sono le stesse parole usate dal presidente e dal governo di Damasco fin dall’inizio della rivolta quasi tre anni fa. Così la filiale greca del movimento parla dell’intervento di America, Turchia, Israele e di «mercenari arabi che vogliono scatenare la pulizia etnica delle minoranze».

Proclami che non danno retta alle denunce delle organizzazioni umanitarie: il massacro dei manifestanti disarmati e l’uso della fame (civili intrappolati senza cibo) come arma di guerra. Le accuse dell’Onu: il regime ha commesso crimini di guerra. Il rapporto sull’uso delle armi chimiche. Per il Fronte la versione dei fatti è solo quella di Bashar. Alla fine di gennaio nella capitale siriana è arrivata dal Belgio una delegazione che ha incontrato «la giovane patriota Anan Tello», ha «il compito di diffondere la verità sugli attacchi terroristici».

Feola ripete che il movimento non è politico, non vuol sentir parlare di «internazionale nera»: «L’iniziativa è nata in modo spontaneo su Internet, ha messo in contatto persone interessate alla cosiddetta primavera araba con i siriani che risiedono da molti anni in Italia. Raccogliamo fondi per aiutare la popolazione in difficoltà». Eppure alla manifestazione di solidarietà organizzata a Roma il 15 marzo dell’anno scorso ha partecipato il gruppo Rinascita nazionale polacca, che l’Anti-Defamation League considera di matrice nazista.

Ai convegni ospitati da Casa Pound per «contro-informare» interviene Gabriele Adinolfi, ideologo dell’estrema destra e fondatore negli anni Settanta di Terza posizione. «Abbiamo invitato anche Fernando Rossi, ex senatore dei Comunisti italiani», spiega Feola. Antimperialismo e antisionismo affratellano in questo caso destra e sinistra radicale. «Per realizzare il proprio dominio sull’intero pianeta, la grande finanza ha bisogno di distruggere le nazioni, la loro sovranità, la loro cultura e la loro forza militare ed economica», scrive Rossi in un commento intitolato «Grazie Siria!». 

Anche senza essere affiliati al Fronte europeo, gruppi considerati neo-nazisti hanno visitato i palazzi del potere e incontrato i ministri del governo. Lo scorso giugno i polacchi di Falanga — promulgano l’idea di togliere la cittadinanza agli ebrei — hanno visto Faisal Mekdad, il viceministro degli Esteri e numero due della delegazione alla conferenza di Ginevra, i negoziati che non riescono a trovare una soluzione al conflitto.

La rivista Vice ha scritto che l’organizzazione greca Mavros Krinos (Giglio nero) sta inviando mercenari a Damasco per combattere a fianco delle milizie del regime, sostiene che la fazione fascista faccia parte del Fronte europeo. «È solo un tentativo di mistificare e intorpidire le nostre iniziative che sono solidali, culturali e politiche — replica Feola —. Accusano noi di essere mercenari per nascondere i 32 mila miliziani di 82 differenti nazionalità indottrinati dall’Islam fondamentalista. C’è chi vuole immaginare una trama nera sovversiva per screditarci».

In Cina il tunnel sottomarino più lungo del mondo, 123 km

Corriere della sera

Se sarà approvato dal parlamento a marzo, i lavori partiranno l’anno prossimo e si concluderanno entro il 2026.

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PECHINO - Alla Cina che l’anno scorso ha inaugurato la ferrovia ad alta velocità più estesa del mondo (Pechino-Canton, 2298 chilometri); il palazzo più grande del globo (nel New Century Global Center di Chengdu, lungo 500 metri, largo 400 e alto 100 potrebbe entrare quattro volte San Pietro); l’aeroporto più alto della terra (nel Sicuhan 4.411 metri sul livello del mare), a questa Cina dei record manca il tunnel sottomarino più lungo del pianeta. Ma lo avrà. Il progetto del tunnel sotto il mare di Bohai, 123 chilometri tra i porti di Dalian nella provincia settentrionale del Liaoning e Yantai nella provincia orientale dello Shandong, è stato presentato al governo di Pechino: se sarà approvato nella riunione del parlamento a marzo, i lavori partiranno l’anno prossimo e si concluderanno entro il 2026.

QUARANTA MINUTI DI VIAGGIO - Sarà composto da tre gallerie da dieci metri di diametro l’una: due per il traffico con linea ferroviaria e uno di servizio. Ora tra Liaoning e Shandong si va via terra su una strada di 1400 km, in otto ore. Con il tunnel basteranno 40 minuti sfrecciando su treni speciali a 220 km l’ora. Costo previsto 36 miliardi di dollari.

L’ORGOGLIO DEL RECORD - La stampa cinese ha annunciato che il tunnel sotto il mare di Bohai sarà più lungo dei due tunnel attualmente più lunghi del mondo messi insieme: quello giapponese di Seikan (54 km) e quello della Manica (51).

I RISCHI - I primi progetti risalgono a vent’anni fa e piani dettagliati sono stati presentati ogni anno ai deputati dell’Assemblea del popolo, a partire dal 2009. Dato il risalto riservato ora all’iniziativa sulla stampa governativa c’è da credere che il momento del via libera sia arrivato. Anche se i tecnici avvertono che durante la costruzione il pericolo principale sarebbe l’allagamento della galleria, un problema incontrato dai giapponesi per il Seikan, che costò la vita a diversi operai e costi aggiuntivi notevoli. E poi la zona è sismica: nel 1976 fu registrato un terremoto di 7.5 gradi sulla scala Richter. I tunnel possono essere progettati per resistere a scosse telluriche, ma certo la circostanza complica i lavori moltiplicando i pericoli.

I BENEFICI - Gli ingegneri cinesi sostengono che dal punto di vista economico il tunnel sotto il mare di Bohai sarebbe un grande affare: il traffico tra Dalian e Yantai è previsto in aumento di 100 mila veicoli entro il 2015 e accorciando il percorso di oltre 1200 chilometri si ridurrebbe in modo gigantesco il consumo di combustibile e l’inquinamento. Il pedaggio dovrebbe permettere alla struttura di ripagare il costo di costruzione in 12 anni, calcolano i progettisti.

15 febbraio 2014

Io costretto alla clausura digitale

La Stampa

gianluca nicoletti

Cronaca a tempo reale di una crisi d' astinenza  da smartphone, fatalmente morto il venerdì pomeriggio


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Il mio smartphone è morto esattamente tre ore fa, la sua assenza già si sta facendo atrocemente sentire. Ancora maledico quella mia frettolosa e colpevole disattenzione nell' infilarmelo distratto nella tasca dei pantaloni. Avevo appena scattato e pubblicato su Facebook la foto spiritosa della mia collega con un cuoricino di cioccolata ricevuto per San Valentino. Mi sarei fatto un selfie davanti alla vetrinetta dei profilattici di una farmacia, volevo condividere l' intrepida trovata  di una dottoressa che per la festa degli innamorati aveva ornato il medico presidio con un puttino rosso armato di arco e frecce. Non feci a tempo a scattare perché lui sgusciò repentino dalla tasca e si disintegrò sulla pietra del marciapiede.

Lo vidi ai miei piedi miseramente sgusciato e con le batterie schizzate via. Lo raccolsi speranzoso, ma l' odore acre di circuito bruciato mi fece immediatamente capire che non c'era più nulla da fare. Non lo avrei mai più visto acceso (in queste ultime ore almeno). Sotto il touch che tante volte avevo accarezzato si era aperta la traccia di una ferita netta che attraversava il quadrante sinistro superiore del display. Quasi fosse una coltellata. Qualche sussulto di luce verdolina mi restituì ancora i suoi ultimi sussulti. Poi fu buio per sempre. Lo Smart Watch al mio polso si accorse della tragedia prima di me. Con un ultimo disperato sussulto mi segnalò l' ultimo pacchetto di  messaggi da Whatsapp, Skype, Messenger, Gmail, Facebok, Twitter...

Poi il fatale annuncio: "dispositivo Bluetooth scollegato". Ebbi la certezza che per me fosse  tutto finito. Il primo istinto fu di cercare soccorso, mi sarebbe bastato cercare l' indirizzo del riparatore più vicino e portarglielo subito, implorando di operare all'istante e cercare di salvarlo. E dove lo cerco che lo smartphone è morto? Come mi localizzo senza il gps? Vago disperato chiedendo in giro ai passanti se mai sapessero di un laboratorio che ripara telefonini da quelle parti. Mi guardano come un alieno, una signora attempata mi dice sprezzante: "ma lo cerchi in Internet, fa prima!" Per me anche Internet è spento, fino a che non sono rientrato a casa, per attribuire giuste esequie al mio caro estinto, per me il mondo si era improvvisamente ristretto al misero perimetro raggiungibile dai miei sensi.

A occhio non arrivo a vedere oltre i 50 metri scarsi, oltre non distinguo anche con gli occhiali multifocali. Penso a prima, quando con le mappe aeree tridimensionali volavo sui tetti della città e in un istante ero ovunque. Mi sono così sentito come un viaggiatore del tempo che fosse approdato in una dimensione parallela, proprio come un fantasma che cerca di richiamare l' attenzione dei viventi, ma nessuno lo nota perché lui è invisibile.

Sono solo le 16.48 di venerdì, mi aspetta un interminabile weekend di desolazione senza smartphone. Riuscirò a sopravvivere fino a lunedì senza impazzire?...

0re 17.32
Non ho nulla da mangiare a casa. Uscirò solo il tempo indispensabile per andare al supermercato  qui sotto. Non posso tollerare che nel frattempo qualcuno possa cercarmi nei social e io non lo sappia subito. Mi sono accorto che lo Smart Watch può anche funzionare come semplice orologio: pur non collegato, lo tengo al polso. Quasi quasi mi porto dietro anche il cadavere dello smartphone, so che loro due soffrono se separati...

ore 18.52
Mi sono accorto di una fantastica parziale resurrezione. Meglio sarebbe dire evocazione medianica...Lo Smart Watch ha ripreso a intercettare le notifiche delle varie messaggerie. Posso leggere gli incipit sull' orologino, ma non rispondere, serve a poco però è già qualcosa. Potrei avere una vita quasi normale. Questo significa che il mio smartphone in realtà è in uno stato di morte apparente, il suo cervello continua a funzionare...Lo alimenterò comunque fino al verdetto del tecnico  a cui lo consegnerò lunedì.
 
Sabato ore 08.40
Non ero più abituato a svegliarmi senza quella musichetta e lui che si illuminava a fianco del mio cuscino. Pazienza è sabato...Come faccio a sapere cosa è successo nel mondo nelle quattro o cinque ore da quando mi sono staccato dalla mia scrivania. Fino a ieri mattina era tutto così facile...Bastava allungare una mano e già potevo vedere da Whatsapp chi era già sveglio/a dei miei contatti,  o a che ora avevano staccato ieri sera. Incrociavo i dati con i loro status su Facebook, con i like che avevano disseminato, una veloce passata sui tweet che mi avevano nominato e potevo iniziare tranquillo la mia giornata, rassicurato dal primo aggiornamento rapido della mappa emotiva dei miei contatti.Ora dovrò alzarmi accendere il computer...E' tutta un' altra cosa, già sembrerà un lavoro. Lui ormai è freddo e irrigidito nella scatola dove era riposto quando entrò per la prima volta a casa mia. Ora è diventata la sua bara.

ore 10.03
Leggo dal mio computer un messaggio che mi è arrivato ieri sera su Facebook. Naturalmente me l' ero perso...Un amico molto tecnologico mi suggerisce: "Bisognerà rimediare. Dallo smart watch si può rispondere a voce, dettando il testo. .. non sarà lo stesso. .. un refolo di vita elettronica. ..resisti!" Lo sapevo mi sono perso un' importantissima informazione. Potrei continuare a portarmelo dietro e interagire attraverso i comandi vocali via smart watch...Non so sono confuso, sarebbe solo un' illusoria vita apparente. Me lo porterei dietro come Bernie Lomax in "Weekend con il morto", forse nessuno si accorgerebbe che ho in tasca uno smartphone irrigidito nella tenebra del suo display, ma ancora con barlumi di coscienza elettrica nei suoi circuiti interni... 

Matteo Renzi, ecco perché il suo è un colpo di Stato

Libero


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Se hai le televisioni non puoi governare. Se hai un piccolo impero industriale non puoi governare. Se i giudici ti massacrano non puoi governare. Se hai un ventaglio di abitudini, certo forse troppo libertine, non puoi governare, nemmeno se l'Italia ti elegge. Se non hai un solido background politico, se per esempio sei un imprenditore prestato alla politica, non puoi governare. Se non condividi questa Europa, non puoi governare. Se sei Silvio Berlusconi, insomma, non puoi governare.

Un ragionamento volutamente semplicistico, provocatorio, ma che assomiglia sinistramente alla verità. Dalla discesa in campo del Cavaliere, l'opera di delegittimazione nei suoi confronti è stata costante, martellante e sistematica. L'assedio togato - e mediatico - è iniziato 20 anni fa tondi tondi, e negli ultimi ha centrato i suoi risultanti più significativi (la condanna definitiva nel processo Mediaset, la conseguente decadenza da senatore; dal processo Ruby ora potrebbe spuntare anche l'interdizione a vita dai pubblici uffici).

Da Dini a Monti - Un humus culturale dal quale sembra essere emersa una sconcertante convinzione: in Italia, per un fantomatico "bene del Paese", deve governare chi non è legittimato a farlo. Una storia iniziata già nel 1995, quando dopo lo strappo della Lega Nord e la caduta del primo governo Berlusconi, l'allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, piazzò a Palazzo Chigi Lamberto Dini. Un copione in parte ripetuto con l'infausta (e tassarola) parentesi di Giuliano Amato, pur sostenuto dalla maggioranza di sinistra che fu eletta nel 1996 (Romano Prodi premier). Ma i risultati distorti di questo humus culturale il cui unico messaggio è che Berlusconi è "irrecevibile" sono arrivati negli ultimi tre anni.

Si parte dall'ascesa di Mario Monti, chiesta dall'intellighenzia europea, dalla Bce, da Angela Merkel e orchestrata con perizia da Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica interventista come interventista lo era stato, forse, soltanto Scalfaro stesso. Un'ascesa sospetta, e i sospetti sono stati confermati dalle recenti rivelazioni di Alan Freedman, che ha fatto "confessare" a Monti in persona che Re Giorgio, già nel giugno del 2011, voleva il bocconiano a Palazzo Chigi (il piano, in verità, era già iniziato con lo strappo di Fini ) . Re Giorgio voleva Monti, insomma, quando la crisi economica ancora non giustificava il ribaltone. Lo voleva perché Berlusconi "era inadatto", inviso alle cancellerie europee. Lo voleva perché lo voleva qualcun altro, di certo non gli italiani.

L'arrivo di Renzi - Il governo Monti si è poi spento prima del tempo, dopo una serie di tasse che hanno spinto l'Italia sull'orlo della disperazione. Le elezioni, però, ci hanno consegnato un Paese ingovernabile, spaccato in tre parti. L'unica soluzione praticabile furono le larghe intese, un governo politico che in qualche modo rispecchiava il verdetto delle urne. Un governo politico dalla vita brevissima. Un governo la cui vita sarebbe dovuta terminare dopo l'uscita dalla maggioranza di Silvio Berlusconi e il ritorno a Forza Italia. Eppure niente, anche in quel caso una manovra di palazzo

bloccò il ritorno alle urne. Angelino Alfano decise di fare da stampella al governo, e dietro alla decisione del leader di Ncd, in molti, ci hanno visto lo zampino di Napolitano. Poi arriva Matteo Renzi, si prende la segreteria del Pd, cambia gli equilibri, spara contro l'esecutivo, mette nel mirino l'immobilismo di Letta. La situazione diventa insostenibile, il governo - ormai finito su un binario morto e incapace anche solo di intavolare una discussione sulla riforma elettorale - capitola nel giro di poche, convulse, settimane. Renzi e Berlusconi, dopo l'intesa sull'Italicum, vorrebbero tornare al voto. Tutto fatto, dunque? No, niente elezioni, nemmeno in questo caso.

Chi decide - Napolitano è stato chiarissimo: "Le elezioni? Non diciamo sciocchezze". Tranchant. Nemmeno a fronte della crisi definitiva del governo Letta il popolo è legittimato ad andare al voto. Eppure l'emergenza-spread non è più un'emergenza (è sotto i 200 punti). Eppure non ci sono stangate (nuove tasse da approvare) all'orizzonte. Eppure le riforme in cantiere potrebbero benissimo essere fatte nella prossima legislatura (eccezion fatta, sia chiaro, per quella elettorale). Ma no, niente voto. Anche Renzi cambia idea e parla di una legislatura che deve durare fino al 2018 (ma perché? Chi lo ha eletto? Chi mai lo ha legittimato?).

C'è lo zampino di Napolitano anche dietro questo cambio di registro? Possibile, probabile. Come probabilmente c'è lo zampino di quei cosiddetti "poteri forti" (stampa, imprese, banche, Confindustria, società pubbliche in procinto di un'infornata di nuove nomini ai vertici) che in un baleno hanno scaricato Letta per prendere Renzi per mano. Nessun esercizio democratico: decidono gli altri, non decidono gli italiani. Decide il Colle, decide la stampa, decidono le banche, ma non decidono mai  le elezioni. Un colpo di Stato soft. Un altro "golpe", in un Paese dove l'abitudine a delegittimare chi è chiamato a governare finisce per giustificare il "golpe" stesso.

Facebook introduce 50 opzioni per l’identità di genere

Corriere della sera

di Olga Mascolo


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Androgino, bi-sex, intersex, transgender, genere fluido (né maschio né femmina), o transessuale. Facebook ha ampliato per gli utenti americani le possibilità di definire se stessi, con più di cinquanta opzioni. Non solo maschio o femmina. Ma un’intera gamma che riflette lo spettro dei generi nel 2014.I cambiamenti inizialmente riguardano i 159 milioni di utenti negli Stati Uniti. La possibilità verrà poi diffusa in altri paesi (crediamo con molta calma: si pensi alla Russia di Putin, per esempio). Sono stati aggiunti anche tre pronomi: him, her e them (lui, lei e loro). Ali utenti verrà data la possibilità di tenere il genere un’informazione privata.

La mossa di Facebook arriva dopo una campagna cominciata online, in cui i gruppi di attivisti transgender (sempre più organizzati, alla stregua di quelli LGBT) chiedevano che venissero date più possibilità di definirsi. Google + infatti permette di scegliere tra l’opzione “maschio”, “femmina” o “altro”. Per molte persone queste modifiche non significheranno nulla ma, per i pochi su cui avremo un impatto, questi cambiamenti significano tutto», ha spiegato Brielle Harrison, ingegnere software di Facebook che ha lavorato al progetto e sta affrontando la trasformazione da uomo a donna. Grazie alle nuove categorie potrà modificare la propria identità sessuale su Facebook da “donna” a “TransDonna”.

«Troppo spesso ai transgender come me viene offerta solo una scelta binaria, vale a dire scegliere fra essere uomo o donna. Qual è il tuo sesso? E spesso la situazione è disarmante perché nessuna delle opzioni offerte dice agli altri chi siamo veramente», ha proseguito Harrison. «Queste modifiche cambiano quell’aspetto e per la prima volta potrò andare sul sito (Facebook, ndr) e dire alle persone che so qual è il mio genere», ha concluso. Naturalmente la scelta è stata accolta con entusiasmo dal mondo transgender e LGBT, ma meno apprezzata da gruppi religiosi come l’americano “Focus on the family” di Denver, che vede l’umanità divisa esclusivamente in due generi biologici: maschi e femmine.

Nella sezione di Facebook dedicata alle diversità così è motivatà la decisione: “Quando si utilizza Facebook per connettersi con la gente, o per sostenere e supportare cause, vogliamo che il nostro utente si senta se stesso, vero e autentico”. Un po’ più complesso sarà stabilire il target della pubblicità, attualmente diviso in maschio/femmina.

Attenti ai finti Flappy Bird: sono infetti

Corriere della sera

Dopo il ritiro del popolare gioco, spopolano i cloni. L’allarme: «Contengono virus»

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Attenti ai finti Flappy Bird, sono tutti infetti Ora che Flappy Bird è stato ritirato dagli store, un’orda di cloni colmi di virus sta invadendo il mercato. La misteriosa dipartita di uno dei giochi più acclamati degli ultimi tempi ha dato un bel da fare ai malintenzionati che stanno sfruttando la curiosità del pubblico a loro favore.


SONO TUTTI INFETTI - La conferma arriva dai siti specializzati in sicurezza informatica come TrendLabs che in un rapporto nota come tutti gli pseudo Flappy Bird in Rete contengano questo tipo di minacce. La provenienza è generalmente russa, la patria insieme alla Cina delle minacce informatiche, ma per dargli credibilità c’è chi posta le applicazioni su siti vietnamiti, il Paese da cui proviene il reale autore del gioco, Dong Nguyen.

BASTA INSTALLARLO - I device colpiti sono solo i device Android che, a differenza degli iOS, consentono di installare facilmente applicazioni provenienti da negozi non ufficiali. La grafica e l’icona che contraddistingue i finti Flappy Bird è identica all’orig
nale ma basta istallarlo per far partire dei malware che iscrivono l’utente a servizi in abbonamento dai costi stellari. Il meccanismo è semplice: il furto parte immediatamente dopo aver installato l’applicazione o dopo qualche giorno, quando il gioco segnala che il periodo di prova è finito e chiede all’utente di attivare la versione completa. Basta pigiare il bottone e si è dentro la morsa.

COME DIFENDERSI – La regola per difendersi è solo una: Flappy Bird è sempre stato gratuito, non ha mai chiesto strane iscrizioni e soprattutto è stato ritirato dal mercato. È quasi impossibile insomma averlo senza correre rischi. Per i genitori preoccupati Android prevede un blocco dell’installazione di app fuori dai circuiti ufficiali. Per attivarlo basta andare in Impostazioni,scegliere Altro e quindi Sicurezza. Da qui bisogna togliere la spunta da “Sorgenti sconosciute” e metterla su “Verifica applicazioni”. A posteriori invece degli antivirus come Sophos, che si trova gratuitamente sul Play Store, possono rilevare eventuali minacce e aiutarci nella rimozione.

LE ALTERNATIVE - Il consiglio insomma è di mettersi l’anima in pace e magari giocare alle numerose alternative che si trovano sul Play Store di Google. È risaputo che l’uccellino volante non è un gioco originale, è una copia di tanti altri videogames apparsi prima di lui e se si vuole provare l’ebbrezza di giocarlo c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si può provare Flying Bird 3D, praticamente identico all’originale ma con una grafica leggermente tridimensionale, Flappy Pig , che sostituisce l’uccellino con un porcellino, Flappy Doge , in cui appare un cane, o Ironpants , che mette in scena un supereroe. Da ultimo c’è sempre Piou Piou , il capostipite del genere.

14 febbraio 2014

Quanta melassa attorno al Pirata…

Catturaf Il Giornale.it



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Non sono stato un tifoso di Marco Pantani. Ciò non toglie che è stato un grande, forse tra i più grandi. Per lui parlano le sue vittorie ma soprattutto il suo modo di vincere: unico. E oggi, a dieci anni dalla sua fine triste in quel residence di Rimini non c’è radio, televisione , giornale che giustamente non ne ricordi le gesta. Il Pirata è stato un campione vero perchè capace di coinquistare la gente. Forte, spontaneo, allergico ad ogni calcolo e forse proprio per questo ha vinto meno di ciò che meritava. Ma ci sono atleti che anche se alzano meno trofei di altri hanno la strada della storia spianata. E Pantani fu uno di questi. Ma il Pirata, al di là della melassa delle celebrazioni di qeusti giorni , è stato parte e protagonista di un ciclismo dove il doping c’era e non si può far finta che non fosse così.

Un ciclismo “malato” dove le regole erano quelle che sono state svelate poi dalle inchieste e dalle confessioni più o meno eccellenti alle quali più o meno tutti si adeguavano. Ma ciò non cambia una virgola sulla grandezza di quei campioni e sulle loro vittorie. In quel periodo, dove l’asticella si era alzata per tutti, il Pirata restava il più forte. E così sarebbe stato in un ciclismo normale. Ciò va detto per amore della verita e ciò vale per il suo grande rivale Lance Armstrong. Nonostante il doping i campioni restano campioni e i brocchi, brocchi. E poi una considerazione per chiudere questo discorso e che mi sta a cuore.

Ho seguito da vicino la vicenda di Alex Schwazer che per alcune sfumature un po’ mi ricorda quella di Marco Pantani. Lui, che pure ha vinto un’olimpiade in una delle discipline più dure e affascinanti dell’atletica, per giornalisti, dirigenti federali, tifosi e per tutt i quegli amici che ci hanno messo un amen a scaricarlo ora è solo un baro impostore. Niente sconti. Forse, in tutti i casi, servirebbe un po’ di equilibrio in più.

Texas, polmoni «rinati» in laboratorio grazie alle cellule staminali

Corriere della sera

Usati i tessuti di due giovani morti in un incidente. Ma ci vorranno 12 anni prima di un trapianto sull’uomo

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Polmoni ricostruiti in laboratorio grazie all’impiego di cellule staminali. È un altro passo storico nel campo della medicina rigenerativa quello compiuto dagli scienziati dell’ ospedale universitario di Galveston, in Texas. Joan Nichols, una ricercatrice che ha partecipato all’esperimento, spiega il lavoro fatto in laboratorio: due polmoni sono stati ricostruiti e sviluppati in un contenitore partendo dai tessuti polmonari di due ragazzini morti in incidenti stradali. Organi che erano troppo gravemente danneggiati per poter essere trapiantati.

TEMPI LUNGHI - La Nichols mette subito le mani avanti: avverte che la riproduzione di questi organi in laboratorio non potrà avere applicazioni mediche concrete prima di 10-12 anni. In primo luogo bisogna vedere se i polmoni così ricostruiti funzionano davvero, se hanno la capacità di ossigenare il sangue. Prima di essere trapiantati sull’uomo, questi organi verranno sperimentati sui maiali. I tessuti dei due bimbi morti in modo traumatico sono stati immersi insieme a delle cellule staminali in una vaschetta riempita con un liquido contenente le sostanze nutrienti che consentono all’organo di svilupparsi, con l’aiuto delle staminali. Dopo quattro settimane, dal contenitore è stato estratto il nuovo polmone.

PEZZI DI RICAMBIO - Niente di definitivo, certo, ma i progressi della medicina rigenerativa si susseguono, alimentando la speranza che entro non troppi anni si riescano a costruire organi artificiali in laboratorio: centri di ricerca medica che diventeranno vere e proprie fabbriche di pezzi di ricambio per il corpo umano. Del resto sperimentazioni sono già in corso per il fegato e la trachea. In particolare, trachee sintetiche sono già state trapiantate su sette pazienti. Già in passato cellule staminali erano state utilizzate con successo per riparare le lesioni polmonari di alcuni pazienti. Ora il nuovo esperimento dà qualche speranza in più , anche se i 1600 americani che aspettano un trapianto di polmone, come detto, non verranno salvati dalla nuova tecnica messa a punto a Galveston.

15 febbraio 2014

Blitz anti-pedofili nel “Deep-Web” Dieci persone finiscono in manette

La Stampa

Operazione della Polizia postale e Fbi. Età media dei fermati è tra i 24 e 53 anni
 

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Gli agenti sono riusciti, anche grazie al lavoro di investigatori che hanno lavorato sotto copertura, a individuare tre bambini di 5, 8 e 10 anni, tutti italiani, vittime degli abusi sessuali che erano stati fotografati. In anonimato, sul «deep web», che consente comunicazioni invisibili. Così una rete di pedofili, tutti italiani e residenti nel Centro e Nord Italia, tra i 24 e i 63 anni, si scambiavano foto e video auto-prodotti, ritraenti anche abusi su bambini. Quindici persone sono state identificate e 10 arrestate dalla Polizia Postale, mentre tre bambini, vittime di abusi sessuali e ritratti nelle immagini sottratte agli indagati, sono stati messi al sicuro. Gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di reati che vanno della divulgazione di materiale pedo-pornografico all’abuso, con pene previste tra i 5 e i 9 anni.

L’operazione, coordinata dalla procura di Roma che ha istituito un pool di tre magistrati specializzati, è la prima sul cosiddetto «web oscuro», uno spazio in cui gli utenti navigano nell’ombra e con grande libertà d’azione. I pedofili sono stati traditi da un videogioco, «The Sleeping dogs» (da cui il nome all’operazione) che è stato l’aggancio tramite il quale un agente sotto copertura è riuscito ad aprirsi un canale di comunicazione. La Polizia ha così scoperto che i pedofili utilizzavano un sistema basato su Tor, il software legale che ha come simbolo una cipolla (la sigla significa, infatti, è The Onion Routing), che consente comunicazioni non intercettabili (era un sistema utilizzato per rendere sicuro lo scambio di informazioni della Marina americana).

La pedofilia, ha detto in una conferenza stampa il procuratore aggiunto di Roma, Maria Monteleone, che ha coordinato le indagini con il sostituto Eugenio Albamonte, «non dà segno di essere in remissione. Anzi i dati della procura danno atto di un significativo aumento di questa tipologia criminale», è stato quindi «potenziato il contributo della magistratura alle attività della Polizia» con un pool di tre pm e di psicologi. Se prima erano basate sullo scambio a pagamento di immagini in «chiaro», è ormai chiaro che le community di pedofili operano per lo più «sottotraccia» su reti nascoste.

«Il deep web - ha spiegato il direttore della Polizia Postale, Antonio Apruzzese - rende molto più complicato raccogliere le prove di reato, e il contrasto a questo tipo di fenomeno richiede la collaborazione dei centri di ricerca e concrete forme di cooperazione internazionale», come quella con l’Fbi, che con i suoi ufficiali di collegamento in Italia ha dato supporto tecnico a questa operazione.

Cognome materno ai propri figli Ancora nessun passo in avanti

La Stampa

laura preite

Si aspetta la firma di Napolitano al ddl. In Parlamento 11 proposte di legge


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C’è un disegno di legge fermo, da ancor prima che Enrico Letta rassegnasse le dimissioni da presidente del Consiglio e nonostante ci sia una condanna pendente della corte di Strasburgo nei confronti dell’Italia. quello sull’introduzione del diritto al cognome materno per i figli. Il disegno di legge, licenziato dal Consiglio dei ministri il 10 gennaio non è ancora stato firmato dal presidente della Repubblica, passaggio obbligato prima della trasmissione alle Camere per la discussione.

La firma non c’è e non sappiamo quando arriverà. Sul testo licenziato è al lavoro una commissione interministeriale dopo che è stato stoppato dalla viceministra al Lavoro con delega alle Pari opportunità Maria Cecilia Guerra. Poco dopo la conferenza stampa del 10 gennaio Guerra ha dichiarato: «Dal governo importante ok al diritto di dare ai figli cognome della madre. Lavoriamo anche per pari opportunità se manca accordo fra genitori». Infatti il testo dice che il cognome materno si aggiunge solo se c’è consenso di entrambi i coniugi. Manca la possibilità di dare entrambi i cognomi, in assenza del consenso, com’era nel testo entrato in Consiglio dei ministri. Infatti la viceministra Guerra assente dalla riunione del Consiglio (perché impegnata a rispondere a interpellanze urgenti alla Camera sui diritti delle persone Lgbt) non ha potuto tenere la linea.

Così tutti d’accordo - tranne lei - il testo è uscito, prima che qualcuno si accorgesse che non rispettava le pari opportunità. La commissione interministeriale, finora si è riunita due volte, l’ultima mercoledì scorso, per una prima comparazione della legislazione europea. È formata da due rappresentanti per ministero, Giustizia, Interni ed Esteri e presidenza del Consiglio, oltre a Pari opportunità e lavora a eventuali modifiche da introdurre una volta che il testo approderà alle Camere per la discussione. I problemi, sottolineano dalla commissione, ci sono: cosa fare per le coppie che hanno già un figlio? Il nuovo nato avrà un cognome diverso? La legge non può avere un effetto retroattivo e le nuove regole dovranno valere per tutti: coppie sposate, conviventi e figli adottati.

Ma il percorso sembra ancora lungo e per ora bisognerà affidarsi alla solita procedura: richiesta in prefettura, spiegazione delle motivazioni per cui si vuole cambiare cognome, affissione pubblica della richiesta, attesa di trenta giorni per le eventuali opposizioni, infine accoglimento o rigetto della domanda, eventuale ricorso al Tar. L’Italia si deve adeguare da decenni, già nel 1988 la Corte costituzionale si è espresse sul tema, la risposta, come nell’ultima sentenza della corte del 2006, fu sempre: deve intervenire il Parlamento, la materia è troppo complessa, non basta far decadere le norme esistenti. La Corte ha anche detto che c’è discriminazione far i sessi e fra i coniugi. Il Parlamento provò ad approvare la legge l’ultima volta nella passata legislatura.

Si arrivò a un testo base in commissione Giustizia alla Camera, allora presieduta dall’avvocata Giulia Bongiorno ma il testo non andò avanti. Oggi, sono undici le proposte di legge parlamentari già depositate, e di tutti i partiti, tranne Lega, Fratelli d’Italia e M5s. La scorsa settimana sono state consegnate in Parlamento oltre 43 mila firme raccolte grazie al sito Change.org proprio per chiedere una legge. La presidente della Camera Laura Boldrini, alla promotrice dell’iniziativa Laura Cima ha detto: «È una battaglia che mi sento di sostenere, ho sempre pensato che fosse innaturale e ingiusto che una donna che fa un figlio non possa dargli il proprio nome, bisogna sensibilizzare i gruppi parlamentari per la calendarizzazione delle proposte di legge». E’ quello che Cima ha fatto, per ora senza risultati.

@laurapreite

Zurückbleiben bitte”, va in soffitta lo storico annuncio della metro tedesca

La Stampa

tonia mastrobuoni

Nelle stazioni di Berlino e Amburgo si abbandonerà l’avviso automatico “Restare indietro, prego”: con quei “tre, tre secondi e mezzo di tempo risparmiati”, i treni avranno un andatura più regolare e si risparmieranno soldi e energia elettrica


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Due paroline e milioni di tedeschi si precipitano a fare gli ultimi gradini della sopraelevata a due a due per incastrarsi tra le portiere. Nelle stazioni di Berlino e Amburgo “zurückbleiben bitte” - “per favore restare indietro” - è il tradizionale segnale che il treno sta ripartendo, che bisogna sbrigarsi per infilarsi nei vagoni aperti ancora per pochissimi secondi. I turisti si divertono a impararlo a memoria, più o meno come prima frase compiuta in tedesco. I tedeschi, se sono già al sicuro e assorti nei loro libri o a compulsare gli smartphone, neanche lo sentono più. Ma la città anseatica, in particolare, si è presa la briga di calcolare i costi di quei tre secondi, che costringono i treni ad accelerare tra una stazione e l’altra per recuperare il tempo perso. Il risultato è strabiliante.

Abolendo quel brevissimo avvertimento, Amburgo risparmierebbe 7 milioni di kwh di energia elettrica e 4000 tonnellate di Co2, ma soprattutto 700 mila euro di bolletta all’anno. Così la città sull’Elba ha deciso di abolire l’annuncio. Da lunedì prossimo “zurückbleiben bitte” sarà sostituito da 25 brevi segnali sonori e una luce rossa. Con quei “tre, tre secondi e mezzo di tempo risparmiati”, i treni avranno un andatura più regolare, meno a strappi, ha spiegato il capo della sopraelevata di Amburgo, Ulrich Sieg, che ha promesso anche “saremo più puntuali”. E questo, anche per i tedeschi più nostalgici dell’annuncio umano, è un argomento.

Dresda, i neonazi sepolti da una risata

La Stampa
tonia mastrobuoni

Migliaia di gente comune ricorda le vittime delle bombe alleate. Slogan di scherno contro i nostalgici del Führer


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All’angolo della piazza dove in serata sono annunciate botte da orbi, il caffè ospita il solito miscuglio tranquillo di vecchietti che sorseggiano il tè e operai con la birra del dopolavoro. Ernst è all’ingresso con un boccale di pils in una mano e una sigaretta nell’altra. «Sogno il momento che torneremo a ricordare questi giorni senza i nazisti e i centri sociali di mezzo. Il silenzio davanti alla Frauenkirche, le candele, le preghiere. Come facevo con i miei genitori, quando ero piccolo».

Siamo alla vigilia della commemorazione dei giorni che sconvolsero Dresda. Il carnevale del 1945, circa 2.400 tonnellate di bombe degli Alleati caddero sulla «Firenze sull’Elba» causando 25 mila morti e radendo al suolo l’80% degli edifici. Un’ecatombe che il romanziere americano Kurt Vonnegut denunciò in un capolavoro, «Mattatoio numero 5». La città che Canaletto aveva già immortalato come una delle perle del barocco europeo, non era stata rasa al suolo per ragioni militari, ma per quel «moral bombing» con cui Churchill aveva voluto punire un popolo che si era reso colpevole dei peggiori crimini di guerra a memoria d’uomo.

La sera prima delle cerimonie ufficiali, i neonazisti della zona si sono dati però appuntamento al «Theaterplatz» dove Ernst si sta gustando la birretta. Lo fanno da decenni. Anche quando c’era la Germania comunista: «Solo – spiega Ernst con un ghigno – che all’epoca, ufficialmente, non esistevano». Con rabbia spegne la sigaretta con la punta della scarpa, con forza, come per farla sparire nell’asfalto. Se ne va: «Non li voglio vedere», borbotta.

Manca un’ora all’arrivo delle teste rasate, ma nonostante il brevissimo preavviso con cui il Comune ha concesso loro l’autorizzazione, ci sono già i primi contro-manifestanti con i loro cartelli. Nel giro di poco, la piazza davanti al teatro si riempie di un migliaio di persone; ci sono molti studenti, ma anche famiglie con bambini, gruppetti di anziani che cantano canzoni di chiesa ma anche qualche ragazzo incappucciato con mazze ben visibili che spuntano dallo zainetto. Alle sei e qualche minuto, l’arrivo delle teste rasate è annunciato dalle urla che cominciano a invadere tutta la piazza, dal coro unanime «nazis raus», via i nazisti, che contagia tutti. Ma dalla rabbia, dai frequenti cori, persino in italiano, come «siamo tutti antifascisti», si passa con incredibile facilità al riso: qualcuno grida «fate come il Führer, suicidatevi», un gruppo canta «Stalingrado, che meraviglia, nonno nazi sei morto là», un altro «avete perso la guerra».

Loro, le teste rasate, sono qualche decina, all’inizio. Diventeranno un centinaio nel corso della serata. Sono arrivati su un camioncino con gli altoparlanti, con patetici cartelli che ricordano le «vittime del terrore degli Alleati». Siccome la piazza è piena di dresdeniani che intonano un coro dopo l’altro – c’è anche un signore con la barba bianca che con voce baritonale scandisce versi di Hölderlin – i nazi sono costretti a rifugiarsi sul ponte sull’Elba. Assieme a loro sono arrivate una trentina di camionette e tanti poliziotti che dividono i due fronti. Dai sorrisi sotto i caschi verso i manifestanti, è ovvio con chi stanno.

Per molti, lunghissimi minuti, non succede nulla. A un certo punto, un microfono gracchia. Le prime parole del proclama, però, sono coperte da una selva di fischi e un boato immenso. E nel frastuono che segue, non si sente più nulla, solo qualche frammento farneticante - «onoriamo i martiri di Norimberga» e idiozie simili. Improvvisamente escono dalle casse mezze scassate le note, surreali, di un valzer. Poi, lunghi brani wagneriani. Il camioncino comincia a muoversi, con le teste rasate che lo seguono, circondate da tre file di poliziotti che li proteggono dai manifestanti – alcuni hanno cominciato a lanciare oggetti, pietre, bottiglie. Vengono immediatamente allontanati, per un po’ il clima è teso, volano schiaffoni e manganellate.

La serata, poi, continua all’insegna di una comica caccia all’inseguimento dei neonazisti marcianti, con alcuni episodi di tensione ma con la polizia sempre vigile, finché alcuni anti-nazisti bloccano persino le rotaie della stazione centrale. Ma il tono predominante continua ad essere lo scherno, si ride di continuo, li invitano in versi a buttarsi al fiume. A metà corteo, le neo camicie brune vogliono fermarsi per un minuto di silenzio. Un capetto dà ordini militari. Ma i dresdeniani attorno rovinano la solennità del momento: partono pernacchie, fischi, urla «siete dei perdenti».

Il giorno dopo, sono attese le commemorazioni ufficiali, la sindaca Helma Orosz cercherà di mantenere quel complicato equilibrio su cui i dresdeniani funamboleggiano da 70 anni, tra il ricordo dei morti e quello della responsabilità del più feroce regime del Novecento, lei ricorderà i campi di concentramento e i bombardamenti nazisti di Coventry. Ma già la mattina, sui quotidiani, i dresdeniani - ed Ernst - possono gioire di una novità importante. Per la prima volta da anni, i neonazisti hanno rinunciato al corteo del giorno dell’anniversario, umiliati dal trattamento del giorno prima. Una risata li ha seppelliti.

La fabbrica dei troll, ora sono le aziende ad arruolarli

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Tra i troll più famosi della rete c’è Bloodninja. Questa celebrità digitale da anni entra nelle chat, finge di voler fare sesso online e, una volta che ha adescato la sua vittima, inizia a prenderla in giro fino all’esasperazione e a umiliarla finché questa non si disconnette e se ne va con la coda tra le gambe. Un burlone? Un sadico?  Impossibile dirlo perché Bloodninja è rimasto sempre anonimo e non concede interviste. Ma soggetti come questo non sono rari da trovare, lì tra forum e bacheche più o meno lecite.

Non si illudano i neo luddisti, il troll è ovunque, non basta disconnettersi per evitarlo.

Ce n’è sempre uno all’assemblea di condominio (quello che si alza in piedi e dice che no, non gli va bene la marca delle lampadine usate per illuminare le scale perché ne esiste una che costa meno). Il provocatore è in coda alla posta (quello che si mette a gridare perché sono le 12 e sono tutti in pausa pranzo e solo uno sportello è aperto). E l’odioso disturbatore è perfino sulla bacheca Facebook di vostra madre e della vostra migliore amica (quello che si mette a commentare le foto delle vacanze tirando in ballo i problemi del Paese, così qualcuno gli risponde e lui gode perché ha acceso la fiamma del litigio).
Secondo il New Yorker, perfino  stati interi come la Corea del Nord possono essere considerati dei troll, per il loro comportamento politico.

Sulla definizione di troll c’è dibattito. Il termine iniziò a circolare per la prima volta negli Anni 80 tra gli informatici statunitensi con riferimento alle pratiche di nonnismo digitale riservate ai nuovi entrati nella cerchia. Proprio come nelle confraternite universitarie, se volevi esseri ammesso dovevi sottoporti all’umiliazione. Fu solo verso il 1990 che il troll divenne il facinoroso che insultava a caso su internet, come spiega Parmy Olson, giornalista statunitense esperta di cultura hacktivist.

Molto spesso lo faceva per disturbo nei confronti del potere e della corruzione, come nel caso del collettivo di Anonymous che si scagliò in una delle sue prime operazioni contro la chiesa di Scientology. In quel caso la tecnica usata andava dall’insulto allo scherzo (come ordinare centinaia di pizze a domicilio a nome del malcapitato).

Trovare però delle etichette per questa figura mitologica significa cadere nel suo stesso gioco.
Anche se studi, leggi, cerchi di capire come sia nato il fenomeno, è impossibile generalizzare o individuare degli schemi di comportamento. Il troll ti fa un dispetto anche senza sforzarsi. Se cerchi di definirlo, sei trollato a tua volta.
«È come una sanguisuga che si ciba del sangue altrui. Ecco perché c’è solo un modo per evitarlo: non nutrirlo», spiega Azael, creativo di Diecimila.me, tra gli ideatori di Casalegglo, celebre profilo Twitter (falso) del guru del M5S.
A muovere questo mostriciattolo è il desiderio di visibilità. «In alcuni casi ti costringe ad andartene dai social per non rispondergli e dargli un palcoscenico», continua Azael. Ma sia chiaro: il troll ha anche una funzione sociale: «Se è simpatico, contribuisce a riportarci con i piedi per terra, perché smitizza chi si prende troppo sul serio».

A pensarci bene il troll sta diventando un prodotto di fabbrica. E sta acquistando forza. Perché non è più solo un adolescente brufoloso e annoiato nascosto dietro lo schermo che schernisce gli altri. Ora è un mercenario al soldo del potere. E, se necessario, colpisce con tutta la sua forza e la sua cattiveria.
Tragicamente lo abbiamo visto anche in questi giorni: adolescenti che si suicidano perché prese (o presi) di mira dagli attacchi dei coetanei in rete. Agghiacciante, soprattutto perché un dodicenne non è in grado di capire che un insulto su una bacheca non è la verità, ma solo il parto di una mente malata.
Secondo Tom Postmes, professore di psicologia dei gruppi all’Università di Exeter, che ha studiato i comportamenti online per oltre vent’anni, «il troll tende alla violenza e gode nel provocare disgusto negli altri».
E questa sua caratteristica è peggiorata con il passare del tempo, rendendolo sempre più anarchico.
Altro capitolo è quello economico. Si guardi anche all’Italia di questi ultimi due anni. Complice il dibattito politico (spesso di basso livello), le bacheche Facebook e Twitter si sono riempite di schifezze fabbricate dai troll. Insulti, fotomontaggi, video stupidi non sono sempre realizzati gratuitamente. Che si tratti di organizzazioni politiche o di aziende, i troll sono stati arruolati.
Un esempio? «Se una multinazionale che produce telefonini vuole dare fastidio al concorrente può rivolgersi all’esterno per assoldare, anche per pochi spicci, utenti che scrivano recensioni negative sull’ultimo modello di smartphone dell’avversario», spiega Paolo Lezzi, esperto di sicurezza informatica e a.d. di Maglan Europe, multinazionale israeliana specializzata nella protezione delle informazioni.
Morale, se l’azienda danneggiata vuole reagire, deve rivolgersi prima a società di cyber investigation e poi a quelle che ripuliscono la reputazione digitale «cancellando» i contenuti dannosi dalla rete. Il tutto ha dei costi che vanno dai 5 mila ai 10 mila euro al mese. Ma si consolino le vittime: «Per avvalersi dei servizi dei troll che diffamano si spende almeno doppio, trattandosi di un’attività illegale», chiosa Lezzi. Il confine tra lecito e illecito è poi molto labile: il Telegraph ha svelato come alcune lobby del Parlamento Europeo, in vista delle prossime elezioni, stiano pensando di investire due milioni di euro per reclutare troll con l’obiettivo di contrastare in rete la predominanza degli euro scettici.

Morale, la fabbrica dei troll ha creato nuovi posti di lavoro. In testa, il cacciatore di troll che li contrasta pubblicamente e cerca di ripagarli con la stessa moneta. Ma anche il moderatore. Chi infatti decide di aprire un sito o un blog deve sempre più spesso fare attenzione alla gestione dei commenti nella rimozione degli insulti e dei contenuti non appropriati. Sprecando energie e denaro. Ma  questo al troll non importa minimamente. Perché ormai è diventato un mercenario senza cuore.
Twitter @martaserafini

Disney licenzia la voce araba di Paperino per tweet antisemita. Lui: «Sono orgoglioso»

Il Mattino


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La Walt Disney ha licenziato Wael Mansour, per anni la voce araba di Paperino, a causa di un tweet antisemita. «Spero che Israele sia demolito, odio il sionismo, ho tanto odio dentro per ogni bambino che uccidono o ogni terreno che sequestrano», ha scritto nei giorni scorsi su Twitter lo showman egiziano Mansour. Ma la dura presa di posizione contro lo stato ebraico gli è costato il contratto con la Disney, che ora è in cerca di un'altra voce araba per il suo Donald Duck.

«Sono orgoglioso di quello che è successo - ha commentato Mansour parlando con l'emittente satellitare al-Arabiya - non ho alcun rimpianto, perchè quello era esattamente ciò che sentivo in quel momento». Il doppiatore di Paperino nei cartoon trasmessi in tutti i paesi arabi ha spiegato poi di aver scritto quel tweet sulla scia dell'emozione, dopo aver visto un servizio su una madre palestinese picchiata dai militari israeliani davanti ai suoi figli. «Sono contro il sionismo e contro Israele, anche se amo gli ebrei», ha precisato Mansour, dicendo di aver ricevuto anche molti messaggi di solidarietà da ebrei.

«Ognuno dovrebbe essere libero di dire o fare ciò che vuole», ha detto poi lo showman commentando la decisione della Disney. Non la pensa così Abigail Disney, pronipote di Walt Disney, che parlando con il quotidiano britannico The Independent ha definito «ripugnante» il tweet di Mansour su Israele.

venerdì 14 febbraio 2014 - 17:13   Ultimo aggiornamento: 17:14