giovedì 13 febbraio 2014

I parlamentari spendono ogni anno 7 milioni in carta

Corriere della sera

La voce più grande è la spesa per la stampa degli atti parlamentari. Ogni anno mettere a disposizione dei deputati copie cartacee di leggi, decreti ed emendamenti ci costa oltre 5 milioni di euro


parlamento_190x130
Ottantottomila seicento euro: tanto ha speso nel 2013 la Camera dei Deputati per acquistare giornali e riviste per il collegio dei questori. Si tratta di un esercito di lettori, si potrebbe pensare. In realtà no, il collegio è composto da tre persone: Stefano Dambruoso di Scelta Civica, Paolo Fontanelli del Partito Democratico e Gregorio Fontana di Forza Italia. Sono 29.500 euro a testa ogni anno, ovvero 82 euro al giorno, solo in quotidiani e periodici. La cifra, nero su bianco, i tre questori l’avranno vista di sicuro dato che sono proprio loro a elaborare il bilancio della Camera e a controllare che alla fine non ci siano spese folli. Non stupisce quindi che non abbiano notato nemmeno quanto spende la Camera ogni anno per le letture dei loro colleghi parlamentari. A carico dei contribuenti ci sono infatti anche i quotidiani e le riviste che finiscono tutti i giorni sulle scrivanie degli altri deputati: in totale 165 mila euro. Forse la produttività del Parlamento è così scarsa perché gli onorevoli passano tutta la giornata a leggere giornali?


Questa spesa tuttavia è poca cosa rispetto a quanto la Camera spende ogni anno per la carta. Sommando tutte le voci di bilancio la cifra nel 2013 arriva a 6 milioni di euro; dentro ci sono 388 mila euro per i vari tipi di carta e per materiali di cancelleria, e 30mila euro solo per consulenze su come stampare o rilegare i documenti. La voce più grande però è la spesa per la stampa degli atti parlamentari. Ogni anno mettere a disposizione dei deputati copie cartacee di leggi, decreti ed emendamenti ci costa oltre 5 milioni di euro. Eppure, per facilitare l’uso di documenti in formato digitale e ridurre le copie cartacee, il parlamento ha messo a disposizione di senatori e deputati un fondo per l’acquisto di tablet, computer e altre attrezzature informatiche: 2.500 euro a legislatura per ogni deputato, 4.000 euro per i senatori, in totale 2,7 milioni di euro. I parlamentari però non devono ancora avere grande dimestichezza tecnologica. Per Stefano Fassina del Partito Democratico, non si può lavorare senza carta e penna. “Non sono sicuro che siano completamente sostituibili perché a volte è necessario scrivere sui documenti. Io quando studio un provvedimento di legge prendo appunti, scrivo, metto in mezzo gli emendamenti. Non è proprio la stessa cosa”. In effetti, scrivere un appunto o un emendamento su un tablet è cosa diversa…bisognerebbe saperlo usare.

Se Montecitorio spende, qualcuno ovviamente incassa. La stampa degli atti parlamentari è affidata dalla Camera dei Deputati agli Stabilimenti Tipografici Carlo Colombo. Nel 2013 la Tipografia Colombo per questo servizio ha ricevuto 5 milioni 139 mila euro a cui si sono sommati altri 2 milioni 700 mila euro per il servizio di digitalizzazione degli stessi documenti. In totale la tipografia Colombo riceve ogni anno dalla Camera 7 milioni 800 mila euro. Ma come è stata scelta la società? “Abbiamo fatto una domanda scritta per capire come è stato assegnato l’appalto – ha detto Riccardo Fraccaro del Movimento 5 Stelle. Non ci hanno ancora risposto. Le posso dire che finora a queste domande relative ad altri ambiti ci hanno sempre detto che la gara è stata assegnata direttamente. Diciamo che al 90 per cento l’appalto è stato dato ad assegnazione diretta”. La Camera invece ci informa che la Tipografia Colombo per questo appalto ha vinto una gara europea.

I rapporti tra la Tipografia Colombo e la Camera dei Deputati non si limitano alla stampa dei documenti. Tra gli immobili presi in affitto dalla Camera c’è l’edificio di via Uffici del Vicario dal numero 9 al numero 15 e un ufficio in via Campo Marzio al numero 69. Il primo è di proprietà della Cosarl Srl, il secondo della Immobiliare Centro Storico Srl. Entrambe le società appartengono alla famiglia Colombo che così ogni anno riceve dalla Camera altri 1,2 milioni di euro. Un legame che dura da più di vent’anni. Sul primo contratto di locazione risalente al 1987 viene puntualizzato: “la Cosarl ha ottenuto dal Comune di Roma l’autorizzazione per lavori di consolidamento, modifiche interne e manutenzione straordinaria” dell’edificio in via Uffici del Vicario. Chi ha pagato la mega ristrutturazione? Il gruppo Colombo proprietario dell’edificio? Ovviamente no, l’affittuario: la Camera dei Deputati.

13 febbraio 2014

Il 90 per cento delle app bancarie sono vulnerabili

Corriere della sera

L’allarme di una ricerca. Molte sono facilmente attaccabili

smartp
Quanto sono sicure le app bancarie, cioè quelle con cui si gestiscono i propri conti da smartphone e tablet? Poco, stando a una ricerca condotta da Ariel Sanchez di IOActive. Dalla sua analisi, infatti, salta fuori che, su un campione di 40 app per iOS, scelte tra quelle delle 60 principali banche del mondo, ben il 90% mostra delle vulnerabilità. Cioè dei difetti di programmazione, o negligenze da parte dei rispettivi sviluppatori, che potrebbero essere sfruttati dai criminali informatici per danneggiare l’utente. Alcune delle app prese in esame, tra l’altro, denotano difetti piuttosto gravi: circa il 40%, per dire, è vulnerabile a un attacco Man in the Middle. In pratica, un criminale potrebbe collegarsi alla medesima rete WiFi dell’utente, mentre usa la sua bella app, e sgraffignargli i suoi dati bancari.

FILTRI ANTI SPAM - Poco probabile? Si pensi quante volte ci colleghiamo, in aeroporto, alla prima rete libera che troviamo. Metà delle app esaminate, poi, mostrano una certa vulnerabilità agli attacchi di tipo XSS (Cross Site Scripting). Un parolone minaccioso, per indicare quegli attacchi malevoli dove basta visitare un sito, col proprio smartphone, per regalare a un criminale tante nostre informazioni personali, o passargli il controllo di alcuni comandi. Per esempio, inviare, a nostra insaputa, SMS ed e-mail dal nostro stesso smartphone. Non è certo una buona notizia, per quanti utilizzano app collegate al proprio conto corrente, tanto che lo stesso Sanchez, a conclusione della sua analisi, elargisce qualche consiglio agli sviluppatori che lavorano su questi software. Del resto, nemmeno il computer sembra una piattaforma molto sicura, quando si tratta di conti online. Anzi: in questo caso, confezionare qualche trappola ruba-dati è ancora più semplice.

8 consigli
Così ci sono più criminali che ci provano e, prima o poi, qualche pesce cade nella rete. Una delle minacce più pericolose è il phishing, che consiste nel confezionare una pagina identica a un servizio online di fiducia (per esempio un modulo di pagamento con carta di credito), e poi “pubblicizzarla” a milioni di caselle di posta elettronica. Vuoi per mancanza di filtri anti-spam e software di sicurezza, vuoi per disattenzione, sono parecchi gli utenti che arrivano alla pagina, la credono autentica, e inseriscono i loro dati. Peccato che, a questo punto, i dati finiscano all’indirizzo e-mail del criminale. Figuriamoci se sono quelli di una carta di credito. È un esempio spiccio di una tecnica molto diffusa, per altro presente anche su smartphone e tablet, ma dove è più semplice accorgersi della fregatura (perché molte pagine web “tarocche” non sono studiate tenendo conto dei dispositivi mobili). Kaspersky Lab ha stimato che, tra il 2012 e il 2013, il numero di utenti colpiti da attacchi phishing è passato da 19,9 a 37,3 milioni, con un incremento dell’87%.

SPAM - Il crescente successo di questo tipo di attacco è legato alla sua evoluzione: un tempo, le finte pagine venivano diffuse tramite e-mail di spam, mentre ora la tendenza è di mandare link alle pagine sfruttando sistemi di messaggistica, come Skype. Qualunque sia il mezzo, qualunque sia la tecnica, per fortuna, ci sono alcune regole che, se seguite scrupolosamente, permettono di prevenire o limitare i danni, e far dormire sonni tranquilli al nostro conto online.

13 febbraio 2014





Le email della «finta» Apple e i furti di dati
Corriere della sera
Ogni giorno 200mila mail tentano di rubare password e dati carta di credito. Fenomeno in aumento, ma difendersi è facile

truffa02--398x174
PHISHING IN AUMENTO - Nella vita reale, comprar casa in un quartiere molto chic di solito equivale ad abitare in una zona sicura e ben servita. Nel mondo informatico, invece, sembra sia vero il contrario: se compri lo smartphone o il tablet più “in” del momento, ti ritrovi circondato da malintenzionati che vogliono i tuoi dati. E i tuoi soldi. L’assedio è virtuale, certo, ma non va sottovalutato. Una ricerca di Kaspersky Lab, azienda specializzata in sicurezza informatica, ha riscontrato dall’anno scorso una vera e propria impennata dei tentativi di furto di dati nei confronti degli utenti Apple tramite il sistema più “semplice” di adescamento: il phishing. In pratica, i criminali informatici creano un sito uguale a quello di Apple, lo mettono online e poi inviano milioni di email chiedendo agli utenti di verificare le loro credenziali di accesso. Chi casca nella trappola e inserisce username e password nel sito finto finisce per consegnare i propri dati direttamente a un pirata informatico.

Che poi li userà come meglio crede. Ma c’è anche chi non si limita a id e pw e dopo la procedura di login chiede agli utenti di inserire pure i dati della carta di credito, la data di nascita e l’indirizzo, così da averli a disposizione per fare acquisti online non autorizzati. Questo tipo di truffa non è nuovo, ma mentre nel 2011 si contavano circa un migliaio di email truffaldine al giorno che prendevano di mira gli utenti Apple, adesso siamo arrivati a oltre 200.000, con i criminali che sincronizzano i loro attacchi con le iniziative di marketing del colosso americano. Basti pensare che il 6 dicembre 2012, subito dopo l’inaugurazione degli store iTunes in India, Turchia, Russia, Sud Africa e altri paesi, sono stati rilevati più di 900.000 tentativi di phishing in un solo giorno.
Come riconoscere una email di phishing (12/07/2013)
ERRORI DI ORTOGRAFIA E LINGUE «STRANE» - Le email di phishing non si possono riconoscere dall’indirizzo di chi le manda: il mittente è sempre un indirizzo verosimile tipo “service@apple.com”, “CustomerService@apple.com” e simili. Di conseguenza, la nostra prima difesa è quella “linguistica”. Apple ci scriverà sempre e solo in italiano, ma i pirati sparano nel mucchio: se arrivano messaggi “da Apple” in inglese o altri idiomi, possiamo esser sicuri che si tratti di tentativi di truffa. Se invece il messaggio è in italiano, ma ci sono degli errori di ortografia o di grammatica, è altrettanto certo che non provengano dalla fonte ufficiale ma da qualche criminale informatico che sta improvvisando. Infine, quello che proprio non si può camuffare è l’indirizzo del sito sul quale il messaggio di phishing ci vuol mandare.

L'INDIRIZZO - Quando si clicca sul link presente nel messaggio, si apre il browser e qui tutti i nodi vengono al pettine. Mentre nelle mail si può “camuffare” l’indirizzo di chi le manda, nella barra dell’indirizzo del sito internet che stiamo visitando appaiono per forza le vere coordinate. Anche qui i pirati cercheranno di confondere le idee all’utente, facendo apparire la scritta “apple.com” da qualche parte, ma basta ricordarsi che “www.apple.com/” deve essere all’inizio dell’indirizzo. Se è così, siamo arrivati sul sito originale di Apple (attenzione che non si tratti di Apple scritto male, tipo www.aple.com o www.applle.com e simili), altrimenti stiamo navigando su un sito che con Cupertino non ha nulla a che fare.

OCCHIO A IPAD E IPHONE - Serve particolare attenzione quando si naviga su tablet e smartphone di Apple, perché i pirati sono molto furbi e adesso creano i finti siti della Mela con una immagine in alto che rappresenta la barra degli indirizzi del browser con sopra scritto www.apple.com. Dal momento che Safari nasconde automaticamente la “vera” barra degli indirizzi, questo potrebbe confondere qualcuno e farlo cascare nella trappola. Ricordiamoci, quindi, di tenere sempre gli occhi ben aperti quando un sito ci chiede i nostri dati. Anche se ci sembra il più affidabile del mondo.

12 luglio 2013 | 17:14

Sanremo , tre Festival in rosso: la Rai ha perso 20 milioni di euro

Corriere della sera

La Corte dei conti accusa Viale Mazzini: «Serve più rigore». Contestate le edizioni di Clerici e Morandi

24spe0
Il Festival di Sanremo costa troppo. È l’analisi della Corte dei conti, che è andata a controllare i bilanci e ha constatato che tra il 2010 e il 2012 il «rosso» accumulato dalla Rai è stato di oltre venti milioni di euro. Il riferimento è alle edizioni condotte da Antonella Clerici e Gianni Morandi (che fece anche il bis): un saldo negativo di 7,8 milioni per il 2010, 7,5 per il 2011 e 4,8 per il 2012. Lo squilibrio costi-ricavi è in miglioramento, ammette la magistratura contabile, che però sottolinea la necessità di un’adeguata «razionalizzazione dei costi».

Un’attenzione alle spese già in atto, assicura Giancarlo Leone, direttore di Rai1 dal novembre del 2012. Nel 2013 (Fazio) e nel 2014 (ancora Fazio, il via martedì) sono stati fatti passi avanti. L’anno scorso il Festival ha raggiunto il pareggio di bilancio. Quest’anno forse ancora meglio: «I costi del Festival sono stati già coperti da alcune settimane grazie a pubblicità e sponsor - spiega Leone -. A oggi il Festival è a costo zero, forse a fine rassegna potremo dire che ha prodotto anche degli utili. Come l’anno scorso il costo totale, comprensivo dei 7 milioni della convenzione con il Comune di Sanremo, è di 18 milioni».

Nella Relazione sul risultato del controllo sulla gestione della tv pubblica nel biennio 2011-2012, il monito della Corte dei conti non è rivolto esclusivamente a Sanremo. La Rai viene invitata ad adottare «un rigoroso piano di razionalizzazione e contenimento dei costi», compresi quelli di produzione, che impongono una «sostanziale riduzione», «in particolare per quelli riconducibili al Festival di Sanremo, alle fiction e alla programmazione finanziata con fondi diversi da quelli derivanti dal canone».

La Rai risponde con una nota ufficiale alle osservazioni dell’organo di controllo delle spese pubbliche: «Il piano industriale 2013-2015, approvato dal Consiglio di amministrazione, sta andando proprio nella direzione auspicata dalla Corte dei conti, che nel suo documento fa riferimento alle gestioni amministrative del 2011 e del 2012. Nel 2013 sono stati conseguiti importanti risultati in termini di maggiori efficienze e di internalizzazione delle attività che troveranno evidenza nel bilancio 2013 in corso di formazione».

I costi di Sanremo, soprattutto gli ingaggi a conduttori e ospiti, sono finiti spesso in mezzo a polemiche politiche: dal milione di euro a Bonolis (2009), anche se poi a farne le spese fu la povera Clerici («solo» 500 mila nel 2010). Nel 2011 - il conduttore era Gianni Morandi - le spese erano aumentate del 2,8% rispetto al 2010: a pesare maggiormente erano stati i costi per le «risorse artistico autorali» (+10,3%), specie per «coconduttori/cast fisso» (+743 mila euro) e «conduzione/direzione artistica» (+331 mila di euro), aumenti solo parzialmente compensati dalla riduzione delle spese per gli «ospiti» (-590 mila euro). Nel 2012 si parlò, mai ufficialmente, di un cachet da 800 mila euro per Morandi, mentre 700 mila andarono a Celentano, tutti devoluti in beneficenza.

Leone difende le gestioni del passato: «Il Festival rientra tra i programmi per cui è previsto il finanziamento dal canone. Quindi è improprio parlare di saldo negativo. Sanremo poi è un fiore all’occhiello, dà visibilità all’azienda, illumina e accende una rete: era considerato il costo fisiologico per un importante avvenimento televisivo che è nell’immaginario collettivo e serve da volano anche per promuovere altri programmi Rai». Però il vento è cambiato: «In tempo di crisi, l’attenzione ai costi è doverosa, per questo abbiamo apportato una manovra correttiva importante».



3 gennaio 1954: la Rai inizia le trasmissioni tv (03/01/2014)
Rai tv compie 60 anni: le immagini storiche (03/01/2014)
13 febbraio 2014

Il naso «vecchio» è proprietà privata

Corriere della sera

Paziente risarcito dal chirurgo estetico che ha pubblicato la sua foto prima dell’intervento: seimila euro di danni


Questione di naso. Il suo naso: quello che grazie a un riuscito intervento di chirurgia plastica nel 1991 credeva di aver per sempre mondato da un insopportabile inestetismo. Solo che nel 2010, per caso capitando sul sito Internet del chirurgo con studio in via Monte Napoleone, lo rivede: proprio lui, il suo (ex) naso, bellamente esposto, in una galleria di nasi nati sfortunati, per mostrare agli internauti aspiranti pazienti quali meraviglie plastiche potesse operare il medico su lineamenti in cerca di nuova identità psicofisica.

Giù le mani dal mio vecchio brutto naso, insorge l’ex paziente chiedendo e ottenendo dal chirurgo la rimozione della foto da cui si sente a posteriori insolentito. Ma in più, con l’avvocato Alfredo Piscicelli, vuole i danni per violazione della legge sulla privacy. E il Tribunale gli dà ragione, liquidandogli 6.000 euro: in effetti, ragiona la sentenza, il naso è stato pubblicato senza consenso dell’interessato, e non per i «motivi scientifici» addotti dal chirurgo, ma «per un fine, esclusivo o fortemente preminente, di mero lucro», cioè per «promuovere la conoscenza dell’attività del professionista e così incrementarne la clientela».

E l’accorgimento del chirurgo, quello di rendere sfuocata una zona limitata degli occhi sulla foto, «alla prova dei fatti è risultato inidoneo a impedire l’identificabilità».

13 febbraio 2014





Le regole da cambiare

Corriere della sera

di GIUSEPPE REMUZZI

Avvocati e cause contro i medici


I medici hanno sempre curato tutti, anche i nemici di guerra, anche i terroristi ma Chris Hawk un chirurgo - fra l’altro molto bravo - di South Carolina ha proposto che i medici questa volta smettano di curare gli avvocati o quanto meno quegli avvocati senza scrupoli che di loro iniziativa consigliano chi è stato dimesso da un ospedale a fare un’azione legale, chissà che non ci scappi un risarcimento. Cose che succedono Oltreoceano? No, adesso è così anche da noi. «Offriamo assistenza gratuita per ottenere risarcimento da errore medico. Solo dopo pagherai con una percentuale sulla somma ricevuta». «Evita il fai da te, rivolgiti ad un avvocato con massima tempestività». Sono due dei tanti annunci che inondano la Rete e si sentono ripetere fino alla noia in radio e in televisione persino nel corso dei programmi di salute. «Il nostro obiettivo è aiutare tutti quelli che hanno visto ledere i propri diritti».

È davvero così? Niente affatto. Da noi in 20 anni di attività un medico ha 80 probabilità su cento di avere un avviso di garanzia, ma ha anche 80 probabilità su 100 di venire assolto, a dimostrazione che la maggior parte delle cause intentate contro i medici è probabilmente senza fondamento. Quegli spot non tutelano affatto gli ammalati, tutt’altro, li danneggiano. Ormai esami e consulenze vengono richiesti non perché servano ma per paura dell’avvocato; e molti medici preferiscono evitare procedure anche necessarie se comportano qualche rischio. E non basta, i ragazzi cominciano a disertare certe specialità, quelle che ti espongono di più a contenziosi, l’ortopedia per esempio ma anche l’ostetricia e la neurochirurgia (negli Stati Uniti è già così, in Florida per esempio di neurochirurghi disposti ad operare in emergenza ce ne sono ormai solo 4 per 13 ospedali).

Assicurarsi per gli ospedali è sempre più difficile; qualcuno riesce solo con le grandi compagnie straniere ma servono tre milioni di euro all’anno. E poi c’è la franchigia e una serie di altre clausole tutte a vantaggio delle assicurazioni. È arrivato il momento che i medici si organizzino per difendere il loro operato - quando è stato impeccabile, s’intende - e che lo facciano insieme agli ammalati che sono loro le vittime del malcostume denunciato dal presidente dell’Ordine dei Medici di Milano in questi giorni.

Due cose le si potrebbero fare subito: 1) un’azione congiunta di Federazione degli Ordini e Servizio Sanitario che contrasti la pubblicità degli avvocati; facciamolo noi uno spot, fatto bene che spieghi quanto quella degli avvocati sia pubblicità fuorviante e serva solo a chi li fa e non agli ammalati. 2) una legge che vincoli il Servizio Sanitario ad assicurare tutti i suoi medici. Una legge del genere era già stata discussa in Parlamento qualche anno fa; poi si è fermata perché non andava bene agli assicuratori. Se il Servizio Sanitario assicurasse tutti i suoi medici con una sola polizza si risparmierebbe moltissimo, i dottori avrebbero più tempo per gli ammalati e potrebbero affrontare il loro lavoro con più serenità (avete idea di cosa voglia dire farsi operare da un chirurgo che ha paura che tutto quello che fa durante l’intervento possa essere oggetto di azione legale?).

13 febbraio 2014

Gran Bretagna, diecimila tweet razzisti al giorno

Corriere della sera

di Nicola Di Turi


twitterrazzista
«Bianco», «negro», «corvo». Neanche i social network, a quanto pare, sono riusciti ad aggiornare il vocabolario dei razzisti. E dal momento che la rete ha offerto loro un’ulteriore vetrina, il fenomeno ha ufficialmente varcato ogni confine. A confermarlo arrivano i risultati dello studio “Anti-Social Media”, pubblicato venerdì scorso da Demos. I ricercatori dell’associazione inglese hanno monitorato Twitter per nove giorni, scoprendo come più di diecimila post tra quelli pubblicati quotidianamente contenessero ingiurie e insulti di stampo razziale.

Il campione era rappresentato soltanto da tweet in lingua inglese e in totale i ricercatori hanno monitorato il contenuto di 127 mila post. Tra questi, 10 mila sono stati rilevati come potenzialmente offensivi, a causa delle espressioni adoperate per colpire gli utenti sull’aspetto etnico, religioso e, appunto, razziale. Tra quelli scartati, invece, figuravano ad esempio semplici citazioni di volatili (corvi) non attinenti all’obiettivo dello studio. E proprio la selezione dei termini sensibili è uno degli aspetti più importanti della ricerca.

La lista dei termini classificati come razzisti è stata messa a punto in crowdsourcing con gli utenti di Wikipedia, che hanno aiutato gli autori Jamie Bartlett e Jeremy Reffin a stilare l’elenco delle parole da monitorare. Dopodiché sono arrivati i risultati della ricerca, con il responso finale: un tweet ogni quindicimila è risultato offensivo dal punto di vista razziale. Oltre cinquecento post al giorno, invece, vengono indirizzati direttamente a qualcuno con l’obiettivo di offendere e notificare la propria avversione, mentre solo l’1% chiama a raccolta altri odiatori per organizzare azioni potenzialmente pericolose.

Al contrario, quasi 90 mila tra i 127 mila tweet monitorati in totale sono stati classificati come non dispregiativi, ma pubblicati solo per descrivere alcune comunità di riferimento. Tra questi, ad esempio, spesso “Paki” non era altro che un troncamento di “pakistani”. Lo scorso dicembre, invece, il ministro ombra del partito laburista Jack Dromey era stato messo sotto accusa per aver apostrofato il postino come “Pikey” (termine usato per descrivere gli immigrati, a volte anche in maniera allusiva rispetto a loro eventuali precedenti con la legge). Dromey si scusò per il suo tweet, spiegando di avere notato soltanto la somiglianza tra il postino e Corporal Pike, un personaggio televisivo.

With Gareth Martin, the Pikey from the Erdington Royal Mail Sorting Office. A great guy! pic.twitter.com/785IYOC9kg
— JackDromeyMP (@JackDromeyMP) 13 Dicembre 2013
«Questi casi dimostrano come spesso quei termini non vengano adoperati per offendere o esprimere odio. Perciò lo studio attesta quanto sia arduo comprendere i contenuti potenzialmente offensivi degli utenti e soprattutto ciò che intendevano davvero», ha sottolineato Jamie Bartlett, direttore del centro di ricerca Demos e autore del report. Così, nonostante il vocabolario degli insulti razzisti pare sia rimasto sempre lo stesso, ci si può consolare con un dato in particolare: la maggioranza degli utenti non vuole offendere. E spesso, se ci riesce, magari non ne è del tutto consapevole.

Twitter @NicolaDiTuri

Troppi bisonti nel parco di Yellowstone Gli indiani: “Lasciateci libertà di caccia”

La Stampa

Polemiche sul destino degli animali: i ranger intendono eliminarli per poi distribuire la carne alle tribù locali, gli ambientalisti insorgono e gli indiani preferirebbero che fossero lasciati liberi, per poi consentire ai cacciatori di ucciderli, come avveniva nella tradizione


2014-02-12T01290
I bisonti del parco di Yellowstone rischiano una carneficina, se si avventureranno verso il vicino Montana in cerca di cibo. I ranger potrebbero essere costretti ad eliminarne fra 300 e 600, per distribuire poi la carne alle tribù indiane locali.
Yellowstone è una specie di paradiso per questi animali simbolo del Far West, perché all’interno del parco naturalmente è vietata la caccia. I bisonti però non sanno di vivere in una riserva, e non conoscono i suoi confini. Si comportano in base alla loro natura, e se hanno fame si spostano dove pensano di trovare più cibo. Così spesso sconfinano, finendo nelle proprietà degli agricoltori e allevatori del vicino Montana. Quando queste migrazioni diventano troppo frequenti e consistenti, rovinando i campi, gli abitanti delle regioni vicine si lamentano e chiedono alle autorità di intervenire.

In base ai calcoli più recenti, la scorsa estate a Yellowstone c’erano circa 4.600 bisonti, che rappresentano quasi il picco raggiunto nel 2005, quando erano arrivati a 5.000 unità. Gli animali sono divisi in due grandi gruppi, uno di 3.200 elementi che vivono nella parte settentrionale del parco, e uno di 1.400 che stanno invece in quella centrale. In base agli accordi con il confinante stato del Montana, però, la popolazione nel parco dovrebbe sempre essere contenuta fra 3.000 e 3.500 bisonti. Al momento il numero è nettamente superiore, e se nelle prossime settimane le migrazioni aumenteranno, i ranger saranno chiamati ad intervenire. Tra 300 e 600 animali verranno uccisi, e la loro carne sarà distribuita tra le tribù indiane locali.

I biologi calcolano che bisognerebbe eliminare 600 bisonti ogni inverno per diversi anni, allo scopo di portare la popolazione sotto controllo, cioè compresa fra 3.000 e 3.500 unità. Una operazione massiccia era già avvenuta nel 2008, quando erano stati uccisi 1.600 animali. Dal 1985 ad oggi, in totale sono stati oppressi circa 7.000 bisonti, per tenere la popolazione sotto controllo.
Il piano per l’eventuale intervento, però, sta già provocando polemiche. Da una parte, infatti, gli ambientalisti si oppongono alla strage, e dall’altra gli indiani preferirebbero che i bisonti fossero lasciati liberi, per poi consentire ai cacciatori di ucciderli, come avveniva nella tradizione.

Quei tremila beduini dimenticati “Fu Sharon a deciderne il destino”

La Stampa

maurizio molinari

David Landau, direttore di “Haaretz”, in una biografia dell’ex premier Ariel Sharon descrive come fu lui a decidere nel 1972 lo spostamento di una tribù beduina per consentire alle manovre di svolgersi. L’Operazione “Oz” costò ai beduini almeno 28 morti


fb547445d983a4
Nel febbraio del 1972 le forze armate di Israele realizzano quelle che all’epoca sono le più grandi manovre militari di sempre. “Oz”, coraggio, è il nome in codice di un’esercitazione che dura sei giorni, alla presenza delle massime cariche del governo. La simulazione è il combattimento sul lato egiziano del Canale di Suez, in risposta scontri pesanti nel Sinai. Si tratta di uno scenario che anticipa l’anno seguente, quando durante la guerra del Kippur, Israele reagisce al blitz delle armate di Anwar Sadat attraversando a sorpresa il Canale. Ma “Oz” ha un prezzo ed a pagarlo sono circa tremila beduini di Abu Agheila. A raccontare quanto avvenne allora è David Landau, direttore di “Haaretz”, in “Arik”, una biografia dell’ex premier Ariel Sharon che descrive proprio come fu lui, nelle vesti di comandante del fronte Sud, a decidere il brusco spostamento di una tribù beduina per consentire alle manovre di svolgersi.

L’intervento dei soldati per allontanare i beduini causa almeno 28 vittime e il generale David Elazar, capo dello Stato Maggiore, riconosce il torto compiuto, ordinando ai beduini di tornare nelle proprie case senza però prevedere risarcimenti. A documentare per primo l’intera vicenda è il ricercatore americano Yitzhak Bailey, fra i più noti studiosi della vita delle tribù beduine, raccogliendo la testimonianza di uno sceicco della tribù di Tarabin ad El-Arish che lo porta sul luogo dell’espulsione forzata, mostrandogli anche le tombe dove sarebbero sepolte le vittime causate dagli scontri. Bailey, un ufficiale della riserva, fa rapporto al suo comandante militare Shlomo Gazit, senza ottenere alcun risultato e poi va da Mordechai Artzieli, reporter di “Hareetz”, che però sceglie non svelare quanto saputo in ragione del legame personale di amicizia con Sharon.

Tua moglie è dei Fratelli Musulmani? “E’ come avere una bomba nel letto, divorziare è legittimo”

La Stampa

maurizio molinari

L’ultimo messaggio di Mazhar Shahin, l’ascoltatissimo imam della rivoluzione egiziana, che punta a trasformare la militanza nella Fratellanza Musulmana in una causa di disgregazione, lite e separazione familiare.


2014-02-04T14020
Per gli egiziani Mazhar Shahin è l’”imam della rivoluzione” da quando la moschea che guida, Omar Makram, ha associato nome e militanza con le proteste avvenute nell’adiacente Tahrir Square che hanno portato al rovesciamento di Hosni Mubarak tre anni fa. Da qui l’attenzione per ciò che Shahin dice e fa, soprattutto se si tratta di una sfida aperta ai Fratelli Musulmani che furono proprio i vincitori politici della battaglia contro il presidente-Raiss. “Se vostra moglie appartiene ai Fratelli Musulmani - ha affermato Shahin - il divorzio può essere legittimo perché una simile donna equivale ad avere una bomba dentro al letto”. 
E’ un affondo che entra nella vita delle famiglia egiziane e punta a trasformare la militanza nella Fratellanza Musulmana in una causa di disgregazione, lite e separazione. Il motivo è nella “violenza” che i fondamentalisti islamici esprimono e, più ancora in particolare, la “legittimazione degli attacchi suicidi”.

Il messaggio dell’”imam della rivoluzione” va ben oltre la condanna dei Fratelli Musulmani, messi al bando dal governo militare dopo la deposizione del presidente Mahmud Morsi, perché lascia intendere la volontà di estirpare le loro idee dall’interno dei nuclei famigliari. Non a caso Shahin aggiunge: “C’è però una soluzione, potete chiedere a vostra moglie di rescindere ogni legame con i Fratelli Musulmani e se lei lo farà, il matrimonio sarà salvo”. Come dire, ci si può emancipare da un’ideologia paragonabile ad una “bomba” e il nucleo famigliare è il luogo più adatto per farlo. Certo, l’imam si rivolge solo ai mariti puntando l’indice contro le mogli “sospette” - nel rispetto della legge islamica che consente all’uomo di ripudiare la coniuge e non viceversa - ma il messaggio arriva comunque a tutti: non c’è posto per i Fratelli Musulmani dentro la società egiziana. Proprio come sostiene Abdel-Fattah al-Sissi, il generale leader del governo di transizione che spera di diventare presidente.

Svelato messaggio in codice vichingo di 900 anni fa. Diceva: “Baciami”

La Stampa

Per anni avvolto dal mistero, ma è solo una delle ottanta inscrizioni Il runologo: “Probabilmente usati nell’apprendimento”


baciami-ki1B-U1020
Un codice vichingo del XIII secolo che per anni è stato avvolto dal mistero, è stato decifrato dal runologo K. Jonas Nordby dell’Università di Oslo.Il messaggio segreto che celava, era: `Baciami´. Nordby è studente di dottorato ed è riuscito a decifrare il codice «jotunvillur» iscritto su una tavola di legno. 
Il messaggio `baciami´ è solo una delle ottanta iscrizioni norvegesi presenti nel codice. «È stato come risolvere un puzzle - ha dichiarato Nordby - a poco a poco ho cominciato a riconoscere un modello in quello che apparentemente era un mucchio insignificante di combinazioni di rune».

Secondo lo studioso, le rune in questione non nasconderebbero però profondi segreti, ma sembrano messaggi usati nell’apprendimento oppure con un tono giocoso. «Si tratta probabilmente, nel complesso, di brevi messaggi semplici, di tutti i giorni. Come, appunto, `baciami´». 

E il “mangiapreti” Craxi disse: non fate mancare i soldi ai preti

La Stampa

marcello sorgi

Veniva firmato trent’anni fa il nuovo Concordato che inventò l’otto per mille. Acquaviva: il premier pensava che le parrocchie avessero un ruolo positivo


10138425-U
Trent’anni fa, il 18 febbraio 1984, nella stessa Basilica di San Giovanni in Laterano dove Mussolini l’aveva firmato nel ’29, Craxi siglava con il cardinale Agostino Casaroli il nuovo Concordato. C’erano voluti cinquantacinque anni, per arrivare alla revisione del testo voluto dal Duce e trasferito tale e quale nella Costituzione repubblicana, con quell’articolo 7 votato da De Gasperi e Togliatti, contro la volontà di Nenni, repubblicani e liberali.

Nell’84 le norme concordatarie erano già superate da un pezzo, la religione cattolica da tempo non era più la sola professata in Italia, l’indissolubilità del matrimonio era stata travolta dall’introduzione del divorzio, nel ’70, e dal fallimento del referendum abrogativo, nel ’74, dopo il quale, nuova sconfitta per la Chiesa e per i cattolici, era arrivata anche la disciplina dell’aborto. E al di là di questi problemi evidenti e ormai consolidati, c’era da rivedere tutta la materia finanziaria e fiscale dei rapporti tra Stato italiano e Vaticano, regolata da una serie di privilegi, ma anche dal sostanziale vassallaggio che il Duce aveva imposto al Papa, approfittando dell’occasione che si era presentata di chiudere la ferita storica del Risorgimento, della breccia di Porta Pia e dell’umiliazione dello Stato pontificio, privato dei suoi palazzi nella Capitale e costretto nelle mura della Città Leonina.

Per tutte queste ragioni, lontane e recenti, fu davvero sorprendente il fatto che fosse toccato a Craxi realizzare il nuovo Concordato, dopo decenni di tentativi inutili di tutti i presidenti del consiglio democristiani passati da Palazzo Chigi. Fino a quel momento, l’unico che si era avvicinato alla conclusione nel ’76, manco a dirlo, era stato Andreotti. Qualche anno dopo, ci aveva riprovato Spadolini, che tra l’altro, da storico, era considerato uno dei maggiori esperti dei rapporti tra Stato e Chiesa. Malauguratamente, nell’ ’81, il suo tentativo si era interrotto per lo scandalo dell’Ambrosiano e la morte violenta di Roberto Calvi.

A dispetto della sua infanzia cattolica (era stato chierichetto, aveva studiato in collegio dai preti e a tredici anni andava in giro con il suo parroco per assistere i malati), Craxi aveva fama di mangiapreti: come leader socialista e grande appassionato di cimeli garibaldini, d’altra parte, rappresentava la tradizione laica che era uscita sconfitta dal voto di democristiani e comunisti alla Costituente a favore del Concordato. Nell’83, nel passargli le consegne a Palazzo Chigi, Fanfani non gli aveva neppure fatto accenno al problema. La cartellina con i resoconti dell’interminabile trattativa con il Vaticano, non a caso, l’aveva consegnata al suo capo della segreteria. Gennaro Acquaviva, cattolico e braccio destro di Craxi, si portava dietro già allora il soprannome di «cardinale rosa». Il ruolo che ebbe nella partita della revisione non avrebbe potuto confermarlo meglio.

Seguendo la tradizione italiana, il negoziato si svolse in gran parte fuori delle sedi ufficiali e fu più rapido del previsto. Acquaviva e il cardinale Achille Silvestrini, l’altro grande protagonista della vicenda, s’incontravano nella parrocchia di San Fulgenzio alla Balduina, anonimo quartiere di Roma aggrappato a Monte Mario, sotto gli occhi di Piero Pratesi, incredulo intellettuale cattocomunista eternamente assorto sul suo messale.

Entrambe le parti avevano voglia di chiudere. In due mesi, tra ottobre e dicembre, il testo fu pronto senza intoppi. Wojtyla, primo papa straniero dopo cinquecento anni, diede subito il via libera: in fondo, la considerava una questione italiana e aveva promesso di non interessarsene troppo. Craxi premeva continuamente; e tutte le volte che Acquaviva andava a parlargli di un dettaglio, rispondeva: «Sbrigatevi!».

Liquidò tutto allo stesso modo anche quando venne il nodo dell’8 per mille (l’invenzione di un giovane Tremonti, perché occorreva trovare un’alternativa al pagamento da parte dello Stato degli stipendi dei parroci e ai privilegi economici che il fascismo aveva garantito al Vaticano), e il «cardinale rosa», Giuliano Amato e Francesco Margiotta Broglio, il giurista che doveva materialmente scrivere il testo, andarono a spiegargli che si trattava di un punto delicato. La sua risposta fu: «Trovate il modo di non far mancare i soldi ai preti!».

Lo fece, spiega oggi Acquaviva, «perché malgrado la sua fama di anticlericale, Craxi era convinto che i parroci e le parrocchie rappresentassero una rete indispensabile per evitare il disgregamento della società italiana»”. E inoltre (ma questo il «cardinale rosa» non lo ammette) perché si aspettava dai vescovi, che con il Concordato acquisivano un’autonomia economica dalla Santa Sede mai avuta prima, una gratitudine politica che invece non arrivò. 

Alle elezioni del 1987, le prime dopo l’esperienza della presidenza socialista, i vescovi infatti si schierarono come sempre con la Dc. Craxi ebbe un ottimo risultato, ma ci rimase male lo stesso. E fu per questo che poco dopo, quando il suo successore Giovanni Goria si incartò sulla regolamentazione dell’ora di religione (uno dei punti qualificanti dell’attuazione delle nuove norme concordatarie), voleva aprire la crisi di governo. Il «cardinale rosa» dovette sudare sette camicie per convincerlo che non poteva farlo, proprio lui che aveva firmato il Concordato.

Io e l’iPhone

La Stampa

alberto mattioli

Un mese con lo smartphone Apple raccontato da un abusivo dell’hi-tech


Corbis-42-5161884
Attenzione: quello che state leggendo è un pezzo abusivo. Nel senso che sta nel canale Tecnologia, ma chi l’ha scritto ha con la tecnologia lo stesso rapporto di Di Pietro con la sintassi o di Scilipoti con la coerenza. Però il soprascritto, benché continui a non capirci nulla, ha appena compiuto una svolta epocale nel suo rapporto con la tecnologia, con il resto del mondo e forse anche nella sua vita: da circa un mese, sono il felice possessore di un iPhone 5s, cioè l’ultimo grido (o almeno così mi dicono) dell’hi-tech. Beninteso in attesa che il gingillo prossimo venturo non lo renda obsoleto, secondo un ciclo destinato a ripetersi a scadenze sempre più ravvicinate, finché ogni giorno non porterà il suo nuovo iPhone. 

Tant’è: per il momento, il trasloco da un Blackberry vecchio e pure un po’ scassato al 5s mi sta facendo lo stesso effetto dell’invenzione della ruota all’uomo di Neanderthal (concesso e non dato che sia stato lui a inventarla). Sono Giorgetto Stephenson che passa dalla locomotiva a vapore al Frecciarossa senza nemmeno essere salito dall’Intercity, o gli Wright bros che, appena inventato l’aereo, finiscono su un F16. 

L’inizio dell’avventura fu promettente. «Questo può farle anche il caffè», disse l’omino della Vodafone dopo avermi messo l’aggeggio in mano (e indotto a firmare più contratti di quanto sarebbe stato saggio fare). In un mese, ho imparato a malapena a fare le telefonate, altro che caffè, però mi sto divertendo un sacco. L’oggetto può fare molto di più di quello che sono in grado di fargli fare; ma scoprirlo è eccitante (e anche un po’ inquietante, perché in certi momenti sembra di vivere in un racconto di Asimov, quelli dove ti aspetti sempre che il robot inizi a vivere di vita propria...).

Naturalmente, non è tutto pixel quel che luccica. Ci sono anche i danni collaterali. La connessione full time a Internet, per esempio, significa la morte sociale per chiunque sia abituato a parlare a vanvera, abitudine molto diffusa in generale e in particolare diffusissima in Italia. Hai appena fatto un’affermazione avventata e zac!, subito l’interlocutore ti prende in castagna. Sei alla mercé di un paio di clic. Insomma, l’iPhone è la disfatta del cacciaballe.

In compenso, l’applicazione che ti aggiorna sugli orari dei treni e relativi ritardi è il sogno di ogni spatentato come me. Quanto a WhatsApp non so esattamente cosa sia e ancor meno a cosa serva, però è una parola molto gratificante da pronunciare e ti dà l’idea di entrare in una specie di club esclusivo, tipo il golf o la massoneria: “Hai WhatsApp?”. E tu, ammiccando felice e contento: “Certo!”. 

Comunque il vero trucco fondamentale per chiunque abbia più di 40 anni, una concezione retro dell’esistenza, un rapporto difficile con la tecnologia e un iPhone è avere qualche nipote under 20. Quando sei in difficoltà con la macchina, cioè quasi sempre, gliela metti in mano e quelli in tre clic risolvono ogni problema, e sempre senza quasi. In fin dei conti, si tratta dell’ennesimo paradosso del progresso: l’invenzione più «ggiovane» è quella che ti fa sentire vecchio.

Messico, l’anagrafe vieta di dare ai bambini nomi come Hitler, Robocop e Burger King

Corriere della sera

La decisione per proteggerli dal bullismo, piaga molto diffusa

EST04F1_10579463
Hitler in un’immagine d’archivio (Ansa) A Sonora, Stato nel Nord Ovest del Messico, dove il bullismo è una piaga molto diffusa, sono stati ufficialmente banditi dall’anagrafe nomi inusuali, o che possono essere oggetto di derisione e di offese, come “Hitler” “Scroto”, “Terminator”, “UsNavy” e “Facebook”. Ma questi sono solo alcuni. L’elenco è molto più lungo di così e comprende anche nomi ispirati ai social network e alle tecnologie, come “Twitter “ e “Yahoo”, “Harry Potter”, “James Bond”, e anche termini chirurgici, come “Circoncisione”.

VERGINE E RAMBO- Ai neonati saranno anche risparmiati, per legge, altri nomi, come “Vergine”, “Rambo”, “Email”, “Burger King”, “Natale”, “Robocop” e “Rolling Stone”.
«Questa decisione è stata adottata per proteggere i bambini», ha spiegato Cristina Ramirez, direttore del Registro Civile di Sonora. «Vogliamo assicurarci che nessuno li prenda in giro e che non saranno vittime del bullismo nell’età scolastica». La funzionaria dell’Anagrafe ha comunicato anche che alla lista potranno aggiungersi altri nomi ridicoli, se nel frattempo le famiglie dovessero sceglierne di diversi, non contemplati nella lista già compilata dalle autorità.

13 febbraio 2014

Evasioni, proiettili e covi: la saga dei Cutrì

Corriere della sera


123
456
789

Non sapendo fare niente, la Kyenge scrive un libro sapendo fare niente, la Kyenge scrive un libro

Libero

La ministra passa il tempo a scrivere di meticciato e ius soli. Ma non è riuscita neanche a sbloccare le adozioni in Congo


resizer.jspIl tempo libero genera mostri, ed ecco che Cécile Kyenge, la quale con tutta evidenza non è abbastanza impegnata con i suoi incarichi di governo, si è ritagliata qualche ora per scrivere un libro. Il pregiato volume si intitola «Ho sognato una strada» (Piemme, pag. 160, euro 14) e si riferisce probabilmente alla strada su cui finiranno migliaia di giovani italiani. La signora ministra, infatti, pur dotata di delega alla Gioventù, sembra avere un unico interesse: la concessione della cittadinanza italiana tramite ius soli. La maggior parte del libro, che viene presentato come «il manifesto per la battaglia dei diritti umani che Cécile Kyenge conduce da una vita», è dedicata a dimostrare che «il meticciato è una realtà di oggi, come del nostro passato». Oh, perbacco, ma davvero?

A dimostrazione di tale originalissima tesi ci sono frasi come queste: «Cosa sarebbe stata l’Italia se si fosse chiusa all’arrivo di quella religione mediorientale che è il cristianesimo? Cosa sarebbe la meravigliosa cucina italiana se non si fossero usati ingredienti esotici, giunti dalle Americhe, come il pomodoro e il mais?». Infatti, come noto, la storia del Bel Paese è piena di pomodori e pannocchie giunti clandestinamente su barconi, poi internati nei Cie e infine fuggiti, magari per finire lungo le strade di Milano a spaccare il cranio alla gente come il noto picconatore Kabobo.

Ma la Kyenge è assolutamente convinta: «L’Italia è cambiata, bisogna farsene una ragione. È necessario che la politica e le leggi non restino indietro e rispecchino la nuova realtà del Paese. Chi nasce o cresce in Italia è italiano». Amen e così sia. E chi se ne frega se molti – non solo a destra -  la pensano diversamente.

Le gemelle riunite dopo 25 anni grazie a un video su YouTube

La Stampa

paolo mastrolilli

Anais e Samantha sono nate 25 anni fa in Corea, separate e date in adozione in Francia e negli Stati Uniti: si sono ritrovate per caso sul Web...


7KRG22HD5644-
Un giorno Anais Bordier, una ragazza francese di origini asiatiche che fa la designer a Londra, stava curiosando su YouTube. Un video, messo in rete dall’attrice californiana Samantha Futerman, l’aveva colpita. «Choc è la parola giusta», perché Samantha sembrava la sua fotocopia.
Anais si era fatta coraggio, e aveva cercato di contattarla via Facebook. «Il primo febbraio del 2013 - racconta la Futerman - avevo ricevuto un messaggio da una ragazza di Londra. Diceva che mi aveva vista su YouTube. Poi era andata a cercare il mio nome online, e aveva scoperto che eravamo entrambe adottate, nate lo stesso giorno, nella stessa città. Andai a guardare il suo profilo ed era pazzesco: uguale a me».

Qualche altra indagine aveva consentito di capire perché. Anais e Samantha erano nate entrambe a Busan, in Corea del Sud, 25 anni fa. Erano gemelle e la madre le aveva date in adozione, ma a due istituti diversi. Così erano state separate, finendo una in Francia e l’altra a Los Angeles. «Crescendo - ha raccontato Anais - avevo sempre la sensazione che mi mancasse qualcosa. Non sapevo cosa, ma avvertivo l’assenza. Avevo persino inventato un’amica immaginaria, Anne, con cui parlavo e giocavo ogni giorno».

Il primo incontro tra le due ragazze era avvenuto in rete, via Skype, dove si erano parlate per tre ore. «Mi sembrava - dice Samantha - di guardarmi allo specchio. Stesse fattezze, e anche stessi gesti». Quindi avevano deciso di trovarsi a Londra, poi a Los Angeles e poi ancora a New York. Nel frattempo un esame del Dna aveva confermato quello che ormai era chiaro a entrambe: erano sorelle gemelle, separate alla nascita. «Conoscere la verità - spiega Anais - mi ha reso più sicura. Una sensazione tipo: ok, ho ritrovato la mia metà perduta».

Da quel momento in poi le due ragazze sono diventate non solo inseparabili, anche se a distanza, ma hanno deciso di mettere la loro esperienza a frutto per cambiare l’esistenza di persone simili. Hanno deciso di fare un documentario sulla propria storia, che decine di adottati stanno finanziando, perché ridà la speranza di scoprire le proprie radici.

Spotify, un anno di musica senza dischi né cd

La Stampa

bruno ruffilli

Primo compleanno italiano per la piattaforma musicale online. La responsabile Veronica Diquattro: «Il nostro successo dimostra che lo streaming è un modello che funziona»


veronica3-kiP
Hanno ascoltato 65 milioni di ore di musica, pari a oltre 7.500 anni senza interruzioni, creato oltre 15 milioni di playlist. E contribuito a riportare il bilancio del mercato discografico in attivo, per la prima volta dal 2002. Sono gli utenti di Spotify, che proprio oggi festeggia il suo primo compleanno tricolore. “Lo streaming è cresciuto del 182 per cento”- osserva Veronica Diquattro, responsabile del mercato italiano - “Segno che si sta diffondendo una cultura nuova: quella dell’accesso alla musica, oltre che del possesso”. In un mondo sempre connesso a Internet non ha più senso collezionare file Mp3 come si faceva con dischi e compact disc: con pochi euro al mese (o addirittura gratis, in cambio di qualche spot) i servizi di streaming permettono di accedere legalmente a milioni di brani da pc, smartphone, tablet.

In cambio di un abbonamento mensile, molte piattaforme consentono anche il download, per ascoltare la musica nel caso non fosse disponibile una connessione Internet. L’offerta in Italia comincia a essere piuttosto varia, e se Beats Music, l’ultimo arrivato negli Usa, da noi ancora non è disponibile, le alternative non mancano (tra le più frequentate, Deezer e Cubomusica). “Lo streaming si sta affermando come un modello che funziona, ci fa piacere che anche altri player siano nel mercato, vuol dire che stiamo andando nella direzione giusta”, osserva Diquattro. Parla di “tendenza positiva”, ma non rivela il numero degli utenti italiani (ma in tutto il mondo sono oltre 24 milioni).

spotify2-kHTE-
Spotify è nato nel 2008 e arrivato da noi nel 2013: con quali obiettivi?
“Ci aspettavamo una reazione positiva, anche se non a questi livelli. Fin dall’inizio abbiamo capito che c’era una grande attesa, durante l’anno poi la crescita è stata sempre superiore alle nostre previsioni”.

C’è stato un momento in particolare in cui il mercato è cresciuto?
“Con il lancio della versione mobile gratuita, a dicembre: da allora le registrazioni giornaliere sono quadruplicate”.

E quanti sono passati dall’abbonamento gratuito a quello a premium a pagamento?
“Non abbiamo dati nazionali, ma a livello globale la conversione dall’ abbonamento gratuito a quello a pagamento è intorno al 25 per cento, e l’Italia è più o meno in linea”.

Si ascolta più musica dal computer o da smartphone e tablet?
“Per molti il tablet è già un sostituto del computer, e così abbiamo cercato di portare sul mobile la stessa esperienza d’uso: non solo su tablet, ma anche su smartphone. Era un passo inevitabile, stiamo rispondendo a una necessità: portare su mobile musica legale e gratuita. E non musica qualsiasi, ma la tua musica, con le tue playlist”.

Spotify ha debuttato in Italia durante lo scorso Sanremo: ci sono iniziative in programma per quello che inizierà la prossima settimana?
“Sanremo è un momento importante per noi e per tutta la musica italiana, anche quest’anno lavoreremo con gli artisti per produrre contenuti speciali in esclusiva sulla nostra piattaforma”.

I Beatles sbarcarono in America cinquant’anni fa, ma su Spotify non sono ancora arrivati. Verrà finalmente anche il loro momento?
“A dicembre abbiamo avuto i Led Zeppelin, poi Pink Floyd, Metallica e tanti altri: col tempo e il lavoro il catalogo aumenterà ancora, anche se già oggi supera i 20 milioni di brani”.

Quanto ha influito l’aspetto social?
“E’ uno degli elementi fondamentali, tanto che ci piace pensare a Spotify come un social network della musica. Le playlist collettive sono sempre più diffuse, ma abbiamo anche visto che molto spesso la classifica dei brani più condivisi anticipa di qualche settimana o mese quella dei più ascoltati. ”

Tra chi ascolta musica sul computer è più usata l’app o il web player?
“Senza dubbio l’app, perché permette di fruire al meglio dell’esperienza Spotify. Il web player si susa perlopiù al lavoro, dove non è possibile installare nuovi programmi”. 

Però il successo di Spotify è stato accompagnato anche da polemiche, specie negli ultimi tempi. Da Thom Yorke dei Radiohead, alcuni artisti hanno sottolineato come i guadagni siano troppo bassi, che sia impossbile per gli emergenti puntare sullo streaming...
“Abbiamo lanciato a dicembre Spotify for artists, un sito dedicato a chi la musica la fa: vogliamo essere trasparenti con gli artisti sul nostro modello di business, mettere a disposizione tutte le informazioni di cui hanno bisogno. E con noi guadagnano più del doppio rispetto ad altri canali di streaming video (il riferimento nemmeno troppo nascosto è a YouTube, ndr.). Con l’aumento degli iscritti, aumenteranno anche gli incassi, e quindi i guadagni degli artisti”.

Arriverà il momento in cui tutti potranno pubblicare le proprie canzoni su Spotify come è possibile fare su Amazon con i libri?
“Non vogliamo sottovalutare l’importanza delle case discografiche: è vero che non è necessario avere un’etichetta per pubblicare canzoni su Spotify, ma serve passare attraverso aggregatori che si occupano di gestire gli incassi per diversi artisti”.

Un caso eclatante?
“Lorde, uno dei dischi più ascoltati dell’anno. Non la conosceva nessuno, poi Sean parker l’ha inserita nella sua playlist e in poco tempo è diventata un’artista nota in tutto il mondo, arrivando fino ai Grammy”. 

Per chi non lo ricordasse, Sean Parker è uno dei fondatori di Napster, il servizio illegale di scambio di brani musicali online che aprì le porte al trionfo degli Mp3 e diede la prima micidiale spallata all’industria discografica tradizionale. C’è una curiosa ironia, in tutto questo. 

Londra compatta sull’indipendenza “Se Scozia va fuori niente sterlina”

La Stampa

La replica: «I politici di Westminster stanno cercando di allearsi contro di noi perché sanno, come vedono dai sondaggi, che stanno perdendo consenso»


5400122-knBD-U10202
È compatto a Londra il blocco contro il mantenimento della sterlina nel caso in cui la Scozia diventi indipendente nel referendum in programma il 18 settembre. Laburisti e liberaldemocratici si uniscono così, in una convergenza inedita, ai conservatori del premier David Cameron nel dire `no´ alla unione monetaria che è stata proposta dal primo ministro scozzese Alex Salmond.

Lo dice il sito della Bbc, che nel corso della giornata aveva anticipato l’intervento del Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, in programma domani, in cui annuncerà che Londra non è disposta a un accordo con Edimburgo in materia. Sino ad ora il ministro del Tesoro, rispecchiando la posizione dell’esecutivo e del premier Cameron, aveva definito questa opzione come «improbabile». Domani, col `no´ di Osborne arriveranno anche quelli di Danny Alexander, viceministro del Tesoro e rappresentante libdem, ed Ed Balls, responsabile per il Tesoro nel partito laburista. 

Si tratta di un blocco compatto che rivela i forti dubbi fra i maggiori partiti rispetto alle ambizioni secessioniste del governo scozzese, che ha reagito con forza al loro `niet´. Il vice primo ministro, Nicola Sturgeon, ha dichiarato alla Bbc che questa posizione non ha senso: c’è il rischio che Londra si debba accollare tutto il debito del Regno Unito se non permette l’unione monetaria. «I politici di Westminster stanno cercando di allearsi contro la Scozia perché sanno, come vedono dai sondaggi, che stanno perdendo consenso», ha aggiunto Sturgeon.

Le sue dichiarazioni hanno suscitato la risposta di Alistair Darling, ex cancelliere dello Scacchiere laburista a capo della campagna per il `no´ alla secessione, che ha parlato di «minaccia sconsiderata», che rischia di portare nel baratro finanziario la Scozia e la Gran Bretagna. 

Sulla possibilità di una unione monetaria si era espresso il mese scorso il governatore della Bank of England, Mark Carney, che aveva rilevato una serie di rischi e ricordato che Edimburgo dovrebbe comunque cedere sovranità a Londra. Secondo Carney l’esempio da seguire non è certo quello della eurozona, che ha mostrato tutti i suoi limiti «con la crisi dei debiti sovrani, la frammentazione finanziaria, e le divergenze nelle performance economiche dei vari Paesi».

Anche in caso di indipendenza, la collaborazione tra Londra e Edimburgo in questa ipotetica `zona sterlina´ dovrà essere strettissima per quanto riguarda le politiche economiche, a partire dalla tassazione e dalla spesa pubblica, e la condivisione dei rischi.

Accordo Google-Foxconn: esercito di robot in arrivo

La Stampa

claudio leonardi

Il Wall Street Journal annuncia il contratto con la società taiwanese. Un’accelerazione nel programma di robotica del gigante del web


c77d573ffb3960d5b694b84
Chissà come la prenderà Apple: la sua partner storica, Foxconn, avrebbe siglato un accordo con Google per dare il via alla nuova generazione di robot del motore di ricerca. Secondo il Wall Street Journal , il produttore di Taiwan, che ha sfornato in passato tanti iPhone e iPad, sarà il partner per la robotica di massa in cui Google ha tutte le intenzioni di imbarcarsi.

I protagonisti non hanno finora commentato l’indiscrezione, secondo cui Andy Rubin, ieri responsabile dell’area Android e ora a capo dei progetti di robotica, sarebbe volato recentemente a Taipei per incontrare il presidente della Foxconn, Terry Gou, e concludere l’affare. 

Le fonti anonime citate dal Wall Street Journal offrono, solitamente, informazioni corrette, e non stupirebbe che fosse così anche in questo caso. È noto che Google, negli ultimi mesi, ha investito consistenti capitali nell’acquisizione di società specializzate in intelligenza artificiale. In gennaio è stato annunciato l’acquisto della DeepMind Technologies, impresa con sede a Londra, e, nel mese di dicembre, il colosso di Mountain View ha comprato la Boston Dynamics , azienda partner della Difesa Usa, nota per il suo cagnolino artificiale BigDog, ma anche per il suo potenziale padrone Atlas, robot umanoide.

Due note alte, in una scala che nel semestre alle spalle ha visto Google aprire allegramente il portafoglio per sette diverse imprese nel settore dei robot
Settore già diventato strategico da qualche anno, a Mountain View, almeno da quando è iniziato lo sforzo per la realizzazione e produzione della prima automobile dotata di sistema di guida autonomo e automatico.

L’accordo con Foxconn, tuttavia, potrebbe comprendere nuovi orizzonti sul fronte dell’automazione del lavoro. Secondo il Wsj, Google punta a rivoluzionare le fasi di montaggio dell’elettronica, ancora oggi in gran parte manuale, e a competere con aziende come Amazon nell’uso di droni per il commercio al dettaglio.

La Foxconn, per parte sua, sarebbe direttamente interessata all’automazione dei propri stabilimenti, per ridurre i costi del lavoro (leggi ridurre il personale) e gestire meglio i rapporti con la Cina, dove dà lavoro a un milione di persone. 

Molti analisti credono che Google si prepari a costruire un nuovo sistema operativo robotico per la produzione industriale, proprio come il sistema operativo Android per i dispositivi mobili. Ma c’è anche chi si spinge più in là. Zeus Kerravala, esperto di ZK Research, ha dichiarato al sito statunitense di Computerworld che, se si riuscisse a coniugare produzione di scala e prezzi accessibili, “Presto avremo un esercito di robot di Google, come in Star Wars II”. Una battuta, naturalmente. O no?

Sansevero, l'ultimo mistero del principe-alchimista: «Ricostruì il sistema venoso un secolo prima della scoperta»

Il Mattino


20140212_scheletron77
Napoli. Sono 'parziali' riproduzioni le macchine anatomiche che sono custodite nella Cappella di Sansevero nel cuore del centro storico di Napoli. Questo l'esito di uno studio portato avanti da un'equipe scientifica interdisciplinare guidata da Domenico Galzerano responsabile dell'ecocardiografia della Divisione di cardiologia riabilitativa dell'ospedale San Gennaro di Napoli e pubblicato dalla rivista Fenix diretta da Adriano Forgione. Secondo quanto emerso dall'analisi, lo scheletro delle macchine anatomiche è reale, umano, mentre l'ipotesi «più accreditata» è che l'apparato cardiovascolare sia una riproduzione.

Lo studio - come spiegato da Galzerano - è stato effettuato sui grossi vasi e sui piccoli distretti come quello coronarico «che - ha detto il cardiologo - nel Settecento, epoca in cui visse Raimondo di Sangro principe di Sansevero, non erano conosciuti nel dettaglio». La ricerca, dunque, si è focalizzata sull'analisi «di dettaglio dell'anatomia del sistema cardiocircolatorio». Le risposte giunte sono state definite «dei paradossi perché - ha affermato Galzerano - i grossi vasi che dovevano essere perfettamente riprodotti presentano alcune anomalie che sono tuttavia compatibili con la vita, mentre il sistema coronarico, all'epoca quasi sconosciuto, è riprodotto perfettamente».

Un risultato che ha portato il medico a definire il principe di Sansevero «un geniale antesignano di tecniche riproduttive cardiovascolari che saranno usate solo nel secolo successivo». Una ricerca che se da un lato - come evidenziato dal giornalista e scrittore Maurizio Ponticiello - «chiude una pagina di storia, dall'altro forse apre a misteri ancora più inquietanti». Il «grande enigma» che emerge è che sono «perfettamente riprodotte» parti del sistema cardiocircolatorio che, dal punto di vista medico e scientifico, sono state coperte soltanto un secolo dopo. Lo studio, pertanto, afferma che le macchine anatomiche «non sono corpi conservati grazie all'impiego della formalina, ma sono ossa reali il cui sistema vascolare venoso e arterioso è stato creato artificialmente attraverso una conoscenza superiore rispetto a quella dei tempi».

Alla presentazione dello studio, tra gli altri, ha partecipato l'assessore alla Cultura della Provincia di Napoli Francesco De Giovanni di Santa Severina. A moderare il dibattito, il caporedattore de Il Mattino Vittorio Del Tufo.

mercoledì 12 febbraio 2014 - 18:26   Ultimo aggiornamento: 20:58