mercoledì 5 febbraio 2014

Care icone rosse, raccontateci il vostro passato da vergogna

Luigi Mascheroni - Mer, 05/02/2014 - 17:03

Articoli su "Roma fascista" e firme contro Calabresi. Militanza nella Rsi e imbarazzi. Quel che la sinistra non dice

L'intervista è la regina e insieme la puttana del giornalismo: se l'azzecchi esce il capolavoro, se sbagli domande è il disastro. L'intervista di Daria Bignardi al grillino Alessandro Di Battista, in cui si insisteva sul passato fascista del padre (di lui), è stata un capolavoro o un fallimento? E l'intervista virtuale di Rocco Casalino a Daria Bignardi, in cui si insisteva sulla condanna come mandante di omicidio del suocero (di lei), è una caduta di stile o una mossa mediatica?


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A proposito di intervista virtuale. Ecco un campionario di domande tabù ad uso di giornalisti coraggiosi che vogliano sfidare i mammasantissima del circo mediatico. Domande indicibili, per gli intoccabili. Ci sarà qualcuno capace di mettere in imbarazzo i soliti belli, buoni e santi? Perché a far le domande scomode ai berlusconiani brutti e cattivi sono capaci tutti. E quindi è arrivato il momento della prima intervista barbarica, in coppia!, a due Grandi Vecchi della cultura italiana, due padri della Patria, due difensori dei valori democratici di una Repubblica nata sul sangue della Resistenza e sul sacrificio di un'intera generazione di giovani che seppero gridare alto il loro NO al fascismo, Signore e signori, Eugenio Scalfari e Dario Fo... Applausi. Prego, accomodatevi. Che onore avervi qui, anzi Onore al Duce. Bene, iniziamo da Lei, Scalfari. Ci racconti un po'...

Com'era lavorare per Roma Fascista? E collaborare con una rivista squadrista come Nuovo Occidente? Ci dica, secondo Lei, che è un grande liberale, in quegli anni c'era più o meno libertà rispetto al ventennio berlusconiano? No, dài, non si schermisca: è Lei, insieme agli intellettuali di riferimento di Repubblica come Asor Rosa, Eco e Camilleri, a sostenere che il berlusconismo sia peggio del fascismo... Allora? E Lei, Fo, mi dica: l'essersi arruolato volontario nella Rsi, paracadutista nel “Battaglione Azzurro” di Tradate, è per Lei motivo di orgoglio o di vergogna? La sua militanza a Salò venne fuori solo negli anni '70: perché Lei non ne parlò mai? La mette in imbarazzo? No... vero? Ci dica... Ha mai sparato a un partigiano?

A proposito di antifascisti. E lei, Barbara Spinelli, che dalla Stampa troppo poco antiberlusconiana nel 2010 ha deciso di tornare a Repubblica, un foglio dove davvero un giornalista può trovare tutta la libertà necessaria al proprio pensiero e alla propria scrittura, ci dica: com'è lavorare con un direttore come Scalfari, che mentre suo padre Altiero era al confino a Ventotenne, dirigeva Roma fascista? Avete mai parlato di queste cose? No, dico questo perché è una notizia di ieri che le colpe dei padri ricadano sui figli... E il rapporto padre-figlio, come quello di suocero e nuora, è molto delicato. Signore e signori, è arrivato il momento di Mario Calabresi. Applausi. Bene, si accomodi. Allora, Lei oggi dirige la Stampa, ma per anni è stato caporedattore centrale a Repubblica: cosa si prova a passare tutti i giorni i pezzi di uno condannato come mandante dell'omicidio di suo padre?

Ci faccia capire bene: sono cose importanti, alla gente che ci ascolta da casa interessano, eccome. Lo so, toccare il tasto Calabresi è scomodo, ma le domande tabù vanno fatte. Lei, Paolo Mieli, e lei Eco, e Lei Oliviero Toscani: nel '71, insieme con tanti altri intellettuali, firmaste la lettera aperta a L'Espresso contro il commissario Calabresi, ammazzato da Lotta Continua. Deprecabile, vero? Parliamone: lo rifareste oggi? A proposito di appelli. E Lei Vauro? Assieme ai Wu Ming e molti altri, ha firmato il manifesto che difende un terrorista, assassino e latitante come Cesare Battisti. Ci racconta come è andata? Ha mai incontrato i famigliari delle persone ammazzate da Battisti? Li ha abbracciati? Ha portato loro dei romanzi di Battisti?

A proposito, nell'elenco dei firmatari, all'inizio, c'era anche Lei, Signore e signori..., Roberto Saviano. Poi si tirò indietro. Ce ne parla? E ci parla del suo processo per plagio? Alcune parti di Gomorra sono state copiate da articoli di altri giornalisti, senza citazione - No Corrado Augias, non sto parlando con Lei, dei suoi libri bruciati e copiati parliamo nella prossima intervista - Mi scusi, Saviano, dicevo: allora, cos'è successo? La Mondadori è molto sensibile su questa cosa del plagio... Anche adesso che Lei è passato a Feltrinelli? Saviano, a proposito, ma è vero che Lei da piccolo frequentava a Napoli le palestre dove boxavano i ragazzi del Fronte della Gioventù? È solo una voce, giusto? O è la solita macchina del fango? No, lo dico perché sa com'è: ormai quando uno tira fuori il passato fascista di qualcuno - fosse anche il padre di un grillino - tutti gridano alla macchina del fango...

Giappone, le ultime lettere dei kamikaze «Mamma, ricorda che non ho pianto»

Corriere della sera

Tokyo chiede che vengano inserire nella «Memoria del Mondo», programma dell’Unesco. La Cina è sdegnata

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PECHINO - Le ultime lettere dei piloti kamikaze che alla fine della Seconda guerra mondiale si lanciarono con i loro aerei contro le navi della flotta Usa e alleata dovrebbero entrare nella Memoria del Mondo, il programma che registra le testimonianze di valori universali e fa capo all’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Almeno questa è la richiesta partita dalla città giapponese di Minami-Kyushu, dove venivano addestrati i giovani piloti votati alla morte.

«CARA MAMMA» Le autorità locali hanno inviato all’Unesco 333 lettere di kamikaze, scritte prima dell’ultima missione. Eccone un brano: «Cara mamma, non ho quasi niente da dire ora. Sto partendo per la mia missione con il sorriso e il tuo volto in mente. Ti prego, ricorda che non ho pianto e rammenta di fare le offerte votive in mia memoria». L’autore aveva 19 anni, si chiamava Fujio Wakamatsu. La sua lettera, fa parte di una raccolta conservata nel Museo della Pace Chiran di Minami-Kyushu. Il sindaco della città giapponese dice che il riconoscimento da parte dell’Unesco servirebbe a ricordare alla gente l’orrore della guerra. La petizione all’Unesco è stata chiamata «Lettere da Chiran». Nel museo situato in una delle ex basi da cui decollavano i piloti della «squadra speciale di attacco», sono raccolti circa 14 mila reperti, tra disegni, poesie e messaggi d’addio, comprese le foto di 1.036 dei 4 mila piloti che partirono per missioni suicide nei mesi finali della guerra nel Pacifico. Il museo Chiran è visitato da circa 700 mila persone ogni anno.

VITTIME DEGLI ORDINI- Il sindaco Kanpei Shimoide ha detto all’ Asahi Shinbun: «Nel 2015 saranno passati settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, includendo nella Memoria del Mondo queste 333 lettere potremmo trasmettere a un numero molto più ampio di persone le vere voci e i sentimenti di quei piloti, che furono vittime della politica bellica del Giappone».

VENTO DIVINO - Kamikaze, tradotto comunemente come vento divino, fu la tattica disperata ordinata dal comando dell’esercito imperiale giapponese nell’ottobre del 1944. Si trattava di bombe volanti, aerei caricati con esplosivo, bombe e siluri che si dovevano lanciare contro le navi alleate. Essendo pilotati avevano una precisione potenziale molto più elevata di un bombardamento. La prima azione della «squadra speciale di attacco» kamikaze fu condotta il 25 ottobre del 1944, durante la battaglia per Leyte, nelle Filippine. Gli apparecchi giapponesi arrivarono a ondate, alla fine furono 55, diversi furono colpiti dalla contraerea, ma molti riuscirono a colpire le unità della flotta d’invasione alleata: 5 furono affondate e 23 gravemente danneggiate. In totale, secondo i registri alleati, fino al termine della guerra i kamikaze giapponesi affondarono 47 navi alleate, tra grandi e piccole.

LA POLEMICA - La richiesta giapponese ha subito suscitato reazioni sdegnate in Asia, in una fase di grandi tensioni per rivendicazioni territoriali da parte cinese, rancori storici di Pechino e Seul nei confronti di Tokyo. L’agenzia cinese China News Services ha scritto: «Di questo passo i giapponesi vorranno che l’Onu onori anche lo Yasuhuni, dove sono seppelliti 14 criminali di guerra. È una vergogna».

05 febbraio 2014

AAA, poveri ma intelligenti cercansi» La gaffe degli ex studenti di Yale

Corriere della sera

La rivista bimestrale dell’università d’élite fa autogol con una copertina inconsapevolmente snob e classista. Polemiche

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Un uomo, un signore elegante in abito da ufficio, sta in cima a una scala vicino a un albero. Potrebbe cogliere i frutti che stanno a portata di mano, ma no: lui non si accontenta. Vuole quelli che stanno più in alto e si solleva sulla punta dei piedi per riuscire ad afferrarli. Chi è il misterioso gentleman? Che frutti sono quelli ai quali agogna ? Ma soprattutto: dove siamo?

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IN COPERTINA - Siamo sulla copertina dela rivista bimestrale degli ex studenti di Yale, con Harvard e Princeton una delle otto università della prestigiosa ed esclusiva Ivy League americana, ottava università del mondo secondo l’ultima classifica Qs, alma mater di cinque presidenti degli Stati Uniti, 19 giudici della Corte suprema, 51 premi Nobel. E chi è allora quel signore in bilico sulla scala che cerca di afferrare i frutti in cima all’albero? E’ l’università di Yale stessa che, come spiegato nel sommario, «è a caccia di studenti brillanti che vengano da famiglie povere»: frutti, par di capire, succosi ma difficili da raggiungere . Certo, con rette da 44.000 dollari l’anno, la caccia allo studente povero non dev’essere facile. Si rischia di cadere dalla scala e spiegazzarsi il vestito! Fatta con le migliori intenzioni, la copertina del magazine è stata sommersa su Internet da una bordata di fischi e sfottò. Del resto, si sa: di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno…

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POVERI DI SPIRITO - Più del genuino e inconsapevole snobismo della copertina (loro, i giovani poveri ma intelligenti, fuori, noi, la ex gioventù dorata di Yale, dentro; loro come frutti da cogliere: diamanti grezzi che la fabbrica delle élite non deve farsi sfuggire perché possono diventare proprio come noi…), quello che colpisce è l’ingenuità del messaggio, il fatto che a nessuno dei redattori non più giovanissimi della rivista sia venuto in mente che potesse essere per così dire frainteso (o compreso fin troppo bene).

IVY LEAGUE, IERI E OGGI - Eppure, dai tempi in cui le università dell’Ivy League sono nate come sistema di perpetuazione della casta wasp (bianca, anglosassone e protestante), molte cose sono cambiate. E tutte le università, Yale inclusa, ammettono una quota consistente di ragazzi «meno fortunati» ai quali vengono garantiti prestiti d’onore , rette agevolate, sconti ed esenzioni. Ma la vita del campus, per loro, non è sempre un paradiso. La parte migliore dell’articolo «incriminato» è proprio quella in cui si racconta cosa vuol dire essere uno studente povero a Yale: le scuse che questi ragazzi si devono inventare quando vengono invitati fuori a bere una birra ma non possono permetterselo; o quando non hanno voglia di spiegare perché no, non hanno comprato un biglietto aereo per tornare a casa per il Thanksgiving. Le cose sono cambiate, sì, ma resta uno zoccolo duro di «figli di papà» lontani anni luce dai loro compagni poveri, magari molto più brillanti di loro.

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IL TESCHIO, LE OSSA E GEORGE W. BUSH - Per capire le contraddizioni di Yale oggi, bisogna aver presente il suo recente passato. Si pensi al famigerato «numerus clausus» in vigore fin dagli anni Venti per porre un tetto alle «infiltrazioni» di studenti ebrei nelle università di élite, che Yale ha eliminato solo nel 1970. Si pensi al penultimo presidente degli Stati Uniti. George W. Bush era un membro della Skull and Bones, celeberrima «società segreta» di Yale su cui negli anni sono fiorite curiose teorie del complotto ma che, a dispetto del simbolo piratesco (un teschio con sotto due ossa incrociate), era ed è sostanzialmente il club più esclusivo dell’università, che accoglie solo la «crème de la crème» di Yale. Gli affiliati sono quasi tutti giovani poco avvezzi a confrontarsi con il resto del mondo, che hanno seguito un percorso blindato di studi, frequentando sempre e solo scuole private costosissime - queste sì ancora oggi sigillate per chi non può permettersi rette da capogiro - fino a planare sull’erba morbida del campus di Yale in forza delle tradizioni di famiglia e magari anche di laute donazioni. Quando nel 1964 George W. Bush entrò nel club (come suo padre George Herbert Walker e suo nonno Prescott prima di lui) gli fu chiesto di scegliersi un soprannome come facevano tutti gli altri affiliati della società segreta. Sapete quale fu il suo? «Temporary», perché non gliene venne mai in mente uno di migliore. Trentasette anni dopo, Temporary è diventato presidente, il 43 esimo presidente degli Stati Uniti…

05 febbraio 2014

Appello choc della madre all’evaso : «Rispetta tuo fratello e scappa»

Corriere della sera

A casa dell’ergastolano: «Nino è morto per lui, non deve arrendersi , erano come gemelli»

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Nel soggiorno ci sono un pianoforte, un enorme specchio, un televisore al plasma ancor più grande e un divano a elle sopra cui la signora Antonella, malata di diabete, sta un po’ seduta e po’ semisdraiata, il giaccone tirato fino al collo, le ciabatte ai piedi e i piedi nelle calze di lana, il posacenere in una mano e le sigarette Multifilter rosse nell’altra, il cagnolino accucciato sul pavimento di cotto. In cucina un camino non acceso di recente, le tapparelle blu abbassate, quadri di paesaggi, un monitor che rimanda le immagini della telecamera di sicurezza sul balcone. Nel corridoio Mario Cutrì, magro, scavato, in piedi dinanzi alla porta d’ingresso blindata, aspetta parenti e amici per le condoglianze. Una processione. Sono la madre e il padre. «Mimmo ascoltami: non ti costituire. Tuo fratello si è sacrificato per te. Non ti consegnare, Mimmo. Scappa, scappa Mimmo. Altrimenti Nino è morto per niente».


I Cutrì d’Inveruno, Ovest Milanese, avevano quattro figli ed è rimasta soltanto Laura, che sbuca a mezzogiorno dalla camera da letto, impaurita. Dei tre maschi, Domenico è in fuga, Nino è all’obitorio e Daniele è in giro, «forse tra poco arriva, forse sta da amici», dice Mario Cutrì appena salito con un aereo dalla Calabria, «ero andato a salutare un famigliare ricoverato per problemi di cuore». Mario mai abbassa lo sguardo, sono occhi infiammati di rabbia che alla fine, allo scadere, si bagnano leggermente nel ricordare come «nemmeno mi fanno vedere il cadavere di Nino, gli hanno piantato un proiettile alle spalle, a tradimento, ne sono sicuro».

Alla parete c’è una foto di Domenico. Ecco, Domenico. Gli studi abbandonati all’istituto alberghiero, le giovanili nelle società calcistiche succursali del Milan fino alla rottura della gamba, la condanna all’ergastolo, ed è una sentenza secondo i Cutrì origine di tutto il male. «L’hanno accusato d’essere il mandante dell’omicidio di un tizio che faceva apprezzamenti a una sua amica. Ora, chi ha sparato è fuori, libero, e comunque l’obiettivo non era uccidere ma inviare un avvertimento. Ho chiesto al giudice se avesse figli... L’ergastolo è uguale alla sedia elettrica. Ventidue, ventisei anni di galera li accetti. Hai la prospettiva che uscirai, e combatti, come contro una malattia grave che forse si può curare».


era un’ossessione di Nino, «pazzo di suo fratello», addirittura «aveva frequentato un corso da elicotterista» fantasticando su liberazioni da leggenda, e d’altronde «sono nati a tredici mesi di distanza, erano gemelli». Con i genitori, giurano, mai un accenno a folli progetti di fuga. E però, ricorda il padre, c’è quell’intercettazione nel carcere di Saluzzo. Nino va a trovare Mimmo. Bisbigliano. Mimmo, non raggiunto dalla sentenza di fine pena mai, si raccomanda: se mi danno l’ergastolo rischi dieci anni di prigione e non se ne fa nulla; in caso contrario potrebbero rifilarti tre anni e si può progettare qualcosa insieme. Signora, quanto pensa possa resistere Domenico? La mamma Antonella non fa terminare la domanda: «L’ho detto ai carabinieri. Io non ne ho idea». 


Solitamente le case di ‘ndrangheta all’esterno non tradiscono e all’interno sorprendono, catapecchie gonfie di lusso pacchiano. I Cutrì abitano nell’unico condominio d’una strada tranquilla, via Leopardi, con villette a due piani. Abitano al piano terra, i Cutrì, appartamento senza eccessi, tolto il televisore al plasma. Molto al riguardo s’è dibattuto e qualcuno insiste: sono una famiglia di ‘ndrangheta? Padre e figli hanno tanti precedenti, ci sono state storiacce di armi e di droga; ma i clan della Calabria non avrebbero rapporti con i Cutrì di Inveruno. Zero. Non sarebbero boss Mario, Domenico e Nino Cutrì. Certo il capofamiglia conferma gli episodi di violenza attribuiti a questo e quel figlio, le spacconate, le vendette. «Ma Mimmo, prima dell’ergastolo, era un incensurato. E lavorava. Aveva un’agenzia di scommesse. Mentre in prigione s’è messo a studiare. Ragioneria. Ha trovato delle risorse per sperare in un futuro, ha carattere.

C’è ancora il giudizio della Cassazione. Ci siamo affidati a un avvocato, di Palmi. Gran signore... Mimmo era all’oscuro dell’evasione. Nino ha agito di testa sua... Contro le guardie ha spruzzato dello spray. Non ha fatto fuoco. Loro l’hanno colpito». Cutrì allunga il braccio lungo il fianco, forma una pistola con tre dita della mano, lascia immobile braccio e mano: «Nino non ha sparato. Avesse voluto li avrebbe ammazzati tutti quanti. Vero Antonella?». E intanto la madre scuote la testa, è stata l’ultima della famiglia a vederlo vivo quando già moriva. «Mi citofonano. “Cutrì? Se sei la mamma di Domenico esci”. C’era uno sconosciuto. E Nino in macchina. “Andiamo in ospedale” dice quello. Sono stata zitta. Mi sono messa alla guida. Nino aveva gli occhi rovesciati. Dopo poco ho smesso di guardarlo. Fissavo la strada. All’ospedale ho telefonato a mio marito».

05 febbraio 2014

La carica dei 700 nuovi domini. Il caso di “.roma”

Corriere della sera

A giorni o sbarco delle estensioni volute da aziende e municipalità. Ma quello della capitale è andato a un broker londinese

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MILANO - Un’esplosione di nuovi domini si affaccia sul web. Oltre ai soliti “.it”, “.com” o “.org”, in questi giorni ben settecento nuove estensioni andranno a completare le stringhe di testo con cui in genere definiamo i siti web. In questo mare magnum si trova davvero di tutto e la strategia è proprio quella: rendere semplici i domini per incentivare il commercio online. Non a caso le grandi aziende si sono date da fare per far nascere “.windows”, “.canon”, “.google”, o “.apple” e oltre l’hi-tech ecco apparire “.calvinklein”, “.cartier” e “.nike”. Curioso il caso di Facebook, che ha conquistato “.facebook” ma si è fatta soffiare il “.like” da Amazon. Anche le attività generiche potranno sbizzarrirsi con “.pizza”, “.bar” e “.pub”, spingerci all’acquisto con l’immediato “.shopping” e farci divertire con “.party” e “.music”.

QUINDICI IN ITALIA - Chiaramente non sono gratis e per avere la piena proprietà dei nuovi domini bisogna sborsare 147 mila euro per l’acquisto e 20 mila euro annui per il mantenimento. Cifre non esorbitanti per Fiat che spicca tra gli italiani per la scorpacciata di sigle. A suo nome risultano registrati “.alfaromeo”, “.abarth”, “.lancia”, “.maserati”, ma anche “.ferrari”, “.newholland”, “.iveco” e, ovviamente, “.fiat”. Se si contano anche “.case” e “.caseih” di Fiat industrial, il gruppo torinese porta a casa dieci dei quindici domini richiesti dal nostro Paese. Gli altri sono Gucci, l’hotel Cipriani di Venezia (“.cipriani”), Lamborghini, BNL e Praxi.

MALE PER ROMA - Un ultima nota dolente riguarda le città. In tante si sono date da fare da tempo per accaparrarsi il proprio nome e alcune di loro avevano perfino fondato un’associazione, Dot Cities, per portare avanti la causa. In Italia era Roma la portabandiera ma non c’è stato niente da fare. “.roma” è stato acquistato dalla Top Level Domain Holdings Limited, un broker con sede a Londra, che ha acquistato tra gli altri anche “.casa” e “.pizza”. Sfuma così l’idea di permettere “a cittadini, aziende e organizzazioni romane” di affermare “la propria identità locale sul web”, come recitava il sito del Comune che pubblicizzava l’impresa. Chi si è mossa per tempo ce l’ha fatta e così ecco arrivare “.paris”, “.berlin”, “.london” ma anche “.amsterdam” e New York (“.nyc”). Scorrendo i nomi dei nuovi arrivi troviamo pure “.catalunia” e “.corsica”, registrati dalle rispettive autorità territoriali. Segno che l’autonomia passa anche dal web.

05 febbraio 2014

Le carte nascoste di Giovanni Paolo II Qui la Chiesa cerca il segreto della santità

Corriere della sera

Wojtyla voleva distruggere le sue agende, poi salvate dal segretario. Ora servono alla canonizzazione
 
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A leggerli questi appunti, annotati da un santo su un’agenda comune, con grafia minuta, non si può non dare ragione all’arcivescovo di Cracovia, suo segretario: «Darli alle fiamme sarebbe stato un crimine». E’ vero, Giovanni Paolo II nel testamento aveva chiesto che dopo la sua morte quelle privatissime riflessioni spirituali fossero distrutte insieme alla corrispondenza privata. Ma quante volte si dimostra che l’obbedienza non sempre è una virtù. E che una decisione presa in coscienza si rivela quella più giusta. Ebbene, il cardinale Stanislao Dziwisz ha fatto la sua scelta, ha deciso di conservarli. Oltre 600 pagine di annotazioni. Essi sono stati i documenti principali alla base del processo di canonizzazione, cui si sono aggiunti i due miracoli riconosciuti dalla Chiesa come autentici interventi di Dio ottenuti grazie all’ intercessione del Papa che sarà proclamato santo nel prossimo mese di aprile.

PAPA GLOBALE - Questi documenti — finora inediti — saranno pubblicati in Polonia dalla casa editrice Znak , mercoledì 5 febbraio 2014. E Corriere.it è in grado di anticiparne alcuni dei più significativi. Grazie al fatto che non sono stati distrutti e che diventeranno un libro, tutto il mondo potrà leggere gli appunti spirituali del primo Papa globale della storia, scritti durante un arco di quarant’anni (1962-2003). Essi ci permettono di avvicinarci al mistero della sua anima, dal momento che, come annota colui che gli è succeduto come cardinale di Cracovia, sono «una chiave per capire la sua spiritualità e quindi la parte più intima di un uomo: il suo rapporto con Dio, con il prossimo e con se stesso».

VIVERE NELLA VERITA’ - E’ una raccolta insolita e commovente, grazie alla quale lo accompagniamo nei suoi momenti di maggiore vicinanza a Dio. Possiamo conoscere Wojtyła che ammette le sue debolezze, combatte contro di esse, ma si fida sempre più di Dio che delle proprie forze. Possiamo conoscere un uomo che sino alla fine lottò per vivere nella verità. Due di questi appunti in particolare sono interessanti: il primo del 1997 parla del perdono dei peccatori fatto da Dio e del fatto che c e più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per 100 giusti, il buon ladrone sulla croce che va in Paradiso, E parlando di questo Giovanni Paolo II appunta: Dives in Misericordia ( come il titolo della sua enciclica del 1980 ) poi apre la parentesi e segna di suo pugno Ali Agca, il nome del suo attentatore . Agca si è forse pentito?

RAPPORTI CON L’ISLAM - Il secondo appunto particolarmente rilevante riguarda i rapporti tra cristiani e musulmani e in particolare la situazione dei cristiani in Medio Oriente (questo appare particolarmente significativo alla luce dell’emergenza umanitaria dei cristiani in Siria). Questo appunto è molto articolato, ma anche realista (laddove afferma che ci vorrano cento anni per risolvere la situazione) e individua nella figura di Maria un ponte tra le due fedi.

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L’ESEMPIO DI ANDRZEJ - Impressionante anche la nota dell’ottobre 1978, appena successiva all’elezione al Pontificato. Giovanni Paolo II scrive della grave malattia in cui cadde il suo carissimo amico, il vescovo Andrzej Deskur, che il 13 ottobre « si sentì improvvisamente molto male e rimase parzialmente paralizzato. Nonostante una cura al Policlinico Gemelli ed un’altra in Svizzera, non guarì». Ricorda il Pontefice appena eletto che il «14 X (ottobre, ndr) andai a trovare Andrzej all’ospedale. Lo feci durante il viaggio verso il conclave durante il quale si doveva scegliere il successore di Giovanni Paolo I (26.VIII - 28.IX.1978)». E poi aggiunge: «Non riesco a non legare il fatto che il 16.X fui scelto come successore, con l’evento di tre giorni prima. Il sacrificio del mio fratello Andrzej nel suo vescovado mi appare come una preparazione a questo fatto. Tutto, tramite la sua sofferenza, era incluso nel mistero della Croce e della Redenzione compiuta da Cristo». E rivela: «Andrzej Deskur, che lavorava dagli anni Cinquanta per la Commissione dei Mezzi di Comunicazione (negli ultimi tempi svolgeva il ruolo di Presidente) mi portò a conoscenza di tante questioni importantissime per la Santa Sede. L’ultima parola di quell’iniziazione diventò la sua croce».Infine conclude : «Debitor factum sum...» .

IL RUOLO DEI VESCOVI - Come, poi, non stupirsi dell’assonanza tra un altro appunto, molto più indietro nel tempo, risalente al 1964, e quello che nei primi dieci mesi di Pontificato abbiamo sentito ripetere da Papa Francesco. Wojtyla fa riferimento a San Pietro che, scrive, « non era perfetto e lo riconosceva “sono un peccatore”. = Siamo tutti dei peccatori, ma anche i vescovi nel loro insieme (i tempi dell’Arianesimo, della Rivoluzione Francese, d’Harbigny) // Rinunciare a “acceptatio personae propriae” (accettazione della propria persona) e presentarsi così davanti a Cristo». Poi Woytyla spiega quale deve essere l’atteggiamento che deve avere «un vescovo verso un peccatore : il cuore aperto... E alla fine credere nella vittoria della Grazia Divina sul peccato ... Il nostro compito è: far venire la Grazia. Non capitolare di fronte a nessun peccato (delictum). Misericordia = summa christianitatis [la misericordia = essenza del cristianesimo]».

05 febbraio 2014

Luca Fiorenzoli


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E' Luca Fiorenzoli, castiglioncellese, la scelta della Lega Nord per le prossime elezioni comunali di Rosignano Marittimo.    Indipendente di centro destra, energico ed attualmente impiegato come direttore di stabilimento balneare, è l'opzione emersa nel corso dell'ultima assemblea dei militanti della Lega Nord di Rosignano.    La Lega Nord, consultata la sua base, chiede quindi un passo deciso anche nel centro destra di Forza Italia e di tutte le formazioni politiche che intendano condividere un propositivo punto di vista su di una candidatura unica ed espressione di una realtà, quella turistico recettiva balneare che, unitamente alla piccola e media impresa, è il motore portante dell'economia locale, realtà su cui la Lega intende puntare senza tentennamenti.    Crediamo che la provenienza di Fiorenzoli dal mondo dell'impresa balneare possa costituire motivo di garanzia per le strategie di micro economia locale. Su tale candidatura chiediamo a tutto il centro destra che si possa costruire un programma ed un'alleanza elettorale che rafforzi tutta la coalizione.

G.Ceruso - Segretario provinciale Lega Nord Livorno
G.C.

Nel telefonino il segreto del delitto Ma la Apple non svela il codice

Corriere della sera

Nicoletta Figini, uccisa nella sua casa di Milano a luglio del 2013. Nessuno conosce la password dell’apparecchio


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La chiave dell’omicidio potrebbe essere racchiusa nel telefonino della vittima, ma l’Iphone 5 si è trasformato in uno scrigno impenetrabile per la giustizia italiana, finita impantanata per la mancanza di norme internazionali in grado di seguire lo sviluppo frenetico della tecnologia e della globalizzazione. La notte tra il 18 e il 19 luglio dell’anno scorso una 55enne milanese viene uccisa nella sua abitazione nel quartiere milanese di Città Studi apparentemente durante una rapina. Legata con cavi di computer, pezzi di una tenda e lenzuola, Nicoletta Figini viene trovata morta asfissiata dal nastro adesivo con cui le hanno tappato la bocca.

La vittima, Nicoletta FiginiL’appartamento è a soqquadro, ma sembra non mancare nulla. I rapinatori non si sono portati via l’argenteria, hanno lasciato tre cellulari e non hanno aperto la cassaforte. Non si esclude, però, che si possa trattare anche di una messinscena allestita da chi vuole confondere le acque. Tra i profumi della donna, che dopo la morte del marito un paio di anni prima viveva sola e aveva problemi di droga, la Polizia trova della cocaina e negli armadi oggetti erotici che fanno immaginare una passione per il sadomaso.

Le indagini non portano a nulla di concreto, tranne far finire in carcere Gian Paolo Maisetti, socio al 50% della vittima in un negozio di telefonia. Nicoletta Figini, infatti, aveva confidato ad alcuni testimoni che l’uomo si era invaghito di una ragazza minorenne e che voleva rompere la società. Viene a galla una squallida storia di rapporti sessuali tra un uomo di 47 anni e una bambina di 13. Per fare luce sull’omicidio, gli investigatori provano a cercare nei tre cellulari. I primi due si aprono, ma senza offrire spunti investigativi. Il terzo è bloccato da una password di cui non si trova traccia. Cosa c’è lì dentro di così importante da essere protetto con una chiave elettronica? Per scoprirlo gli investigatori hanno bisogno di sbloccare l’apparecchio. Ed è qui che comincia un’odissea giudiziaria che è ancora in corso.

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Il sostituto procuratore milanese Mauro Clerici, titolare dell’inchiesta sull’omicidio, incarica la polizia giudiziaria di trovare il modo di accedere all’apparecchio. A differenza dei modelli precedenti della casa della mela morsicata, che possono essere sbloccati con relativa facilità da tecnici specializzati, l’iPhone 5 e i suoi successori sembrerebbero impenetrabili. Nessun software, nessun hacker, nessun detective pare in grado di superare la barriera della password di apertura, se è attivata. La Procura decide di rivolgersi direttamente alla sede statunitense della Apple. Lo fa prima direttamente, poi tramite un legale italiano della casa di Cupertino (con il quale il Corriere della Sera ha tentato invano di mettersi in contatto) e in collaborazione con l’ambasciata americana a Roma. Apple si dice disposta a venire incontro alla giustizia italiana a patto, però, che l’apparecchio sia portato in California e che ci sia un ordine di un giudice, senza il quale non può scardinare una sua creatura neppure se essa apparteneva alla povera vittima di un omicidio.

Non sono problemi da poco. Tecnicamente a Milano si pensa a qualcosa di simile ad una perquisizione, ma questo in Italia è un atto che può essere ordinato a scopi investigativi solo dal pm e non da un giudice, come invece impone il quarto emendamento della Costituzione americana il quale, in più, specifica che non si può perquisire senza avere a diposizione indizi concreti da verificare. Sarebbero queste differenze, dicono in Procura, a rendere difficile il cammino di una rogatoria avviata negli Usa dal pm Clerici, il quale starebbe studiando una soluzione tecnica che passa attraverso il gip. Ed è per risolvere questi e altri problemi connessi alle norme giuridiche internazionali, alle rogatorie e alla collaborazione con le autorità giudiziarie straniere che il Procuratore Edmondo Bruti Liberati ha istituito l’Ufficio affari europei e internazionali, affidandone la guida al sostituto Fabio De Pasquale, uno dei maggiori esperti nel settore.

05 febbraio 2014

La nuova cannabis si chiama ortensia

La Stampa

paolo levi

Francia, boom di furti per fumarne i petali. L’allarme: ”Attenti, sono tossici”


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Non è la vendetta di un vicino di casa. E nemmeno un romantico fidanzato che ruba fiori per l’innamorata. Dopo i primi episodi in Germania si va moltiplicando anche in Francia il furto di ortensie, le piante originarie della Cina e del Giappone che oltre ad essere note per il loro aspetto ornamentale avrebbero un’altra caratteristica: procurare effetti simili a quelli della marijuana. 

«Attenzione: fumare l’ortensia è estremamente tossico per la salute e può provocare l’asfissia», ha avvertito la Gendarmerie Nationale, dopo che nella regione del Nord-Pas-de-Calais, diversi villaggi della zona di Hucqueliers, vicino a Boulogne-sur-Mer, sono rimasti vittime di una misteriosa serie di furti, con almeno venti denunce per furto di Hydrangea macrophylla, questo il nome scientifico della pianta, ribattezzata ortensia nel ’700 dal naturalista francese Philibert Commerson. 

Tornando al 2014, resta da capire se quelli del Nord della Francia siano casi isolati o attribuibili a un’unica «gang delle ortensie», come scrivono i media francesi. Una cosa è praticamente certa. Chi agisce non lo fa per decorare il giardino di casa, ma per ottenere un prodotto simile alla cannabis, mescolando i petali con le foglie di tabacco. Insomma, uno spinello low cost e senza conseguenze penali. Anche se i rischi legati alla salute sono altissimi. 

Secondo gli specialisti, fumarsi l’Hydrangea Macrophylla può rivelarsi pericoloso, se non letale, con il possibile blocco del sistema respiratorio e del sistema nervoso. Peggio ancora, se assunte in dosi elevate, le sostanze psicoattive della pianta si trasformano in Zyklon B., il gas mortale usato dai nazisti. Meglio allora fare come i giapponesi, che con i fusti d’ortensia producono eleganti bastoni da passeggio e pipe, e con l’Hydrangea serrata, l’unica specie non velenosa, preparano un’antica bevanda chiamata «Amacha», anche detta «tè di Buddha».

Addio all’era “.com”, d’ora in poi i domini saranno personalizzati

La Stampa

elisa barberis

Svolta epocale della Icann. Porte aperte ai caratteri in arabo, cirillico e cinese. Da Apple a Gucci, tra le aziende è già corsa ad aggiudicarsi un’estensione ad hoc


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La rivoluzione è appena cominciata. Dopo quasi tre decenni di monopolio incontrastato del “dot com”, il Web come lo conosciamo è pronto a cambiare volto. Segnatevi la data, da oggi chiunque potrà registrare il proprio sito con i nuovi domini “personalizzati”: da “.bike” a “.sexy”, la lista si arricchisce di oltre mille desinenze che vanno ad aggiungersi ai 22 già riconosciuti - come “.org”, “.net” e “.gov” – oltre a quelli riferiti a ogni Paese (“.it”, “.uk” e “.fr”).

La seconda giovinezza delle Rete
La svolta è di quelle epocali. E non solo perché, di fronte alla necessità di far fronte alle migliaia e migliaia di richieste degli utenti, per la prima volta l’Internet Corporation for Assigned Names e Numbers (Icann) ha aperto le porte anche ai caratteri non latini, in arabo, cirillico e cinese. L’ente internazionale no-profit, che assegna gli indirizzi Ip e coordina il funzionamento della Rete, ha dato il vita a una nuova era della personalizzazione. E tra le aziende è già scattata la corsa per conquistare un dominio ah hoc costituito dallo proprio nome. Da Nike ad Apple, da Fiat a Gucci, i marchi più importanti hanno già fatto richiesta da tempo, mentre sarà più complesso l’assegnazione di suffissi più generici e decisamente più ambiti come “.tech” o “.app”. Dagli anni Ottanta al Terzo millennio, la liberalizzazione dei domini di primo livello si appresta ad essere la più grande manovra di estensione nella storia di Internet.

L’idea, secondo gli analisti, è quella di segmentarla per “dirottare” la navigazione degli utenti verso destinazioni certe, creando una sorta di “quartieri online” di gruppi di aree specifiche. Massima indicizzazione, massima affluenza. Il costo non è certo alla portata di tutti, però: la quota per ottenere un suffisso oscilla da poche decine di dollari a oltre 185mila dollari. Cifra da capogiro che ha subito acceso le polemiche di chi vede nell’operazione il rischio di trasformare il Web in uno spazio riservato a pochi eletti. Ma non è l’unico all’orizzonte: gli esperti vedono il problema più grave nel “cybersquatting”, il fenomeno di registrare domini web riconducibili a marchi noti e coperti da copyright o a personaggi pubblici, con lo scopo di ricavarne profitto dalla compravendita. Da parte sua l’Icann ha promesso che effettuerà rigidi controlli per evitare possibili frodi.

La corsa alla registrazione
Sarà gestita secondo il principio “First come, first served”. Da Aruba a Register, sono tanti i portali che hanno già lanciato nelle scorse settimane un servizio di pre-registrazione dei nuovi domini per aggiudicarsi la priorità quando si darà il via alla fase in cui chiunque potrà comprare l’estensione desiderata. Di circa duemila domini proposti, più di cento già appartengono solamente a Google: non solo i più comuni “.youtube”, “.android” o “.gmail”, tra gli altri il colosso di Mountain View ha fatto richiesta anche per suffissi come “.game”, “.blog” e “.cloud”. Le new entry autorizzate dall’Icann consentiranno alle aziende o al singoli utenti di identificarsi meglio sulla Rete, migliorando la sicurezza del proprio marchio.

Fondamentale in un’epoca in cui i consumatori chiedono alle imprese, in cambio di attenzione e fiducia, più interazione e comodità di fruizione delle piattaforme online. Dalla “a” di “.academy” alla “z” di “.zone”, passando per “.guru”, “.holiday” e “.luxury”, l’elenco si allunga di ora in ora. Il prossimo passo sarà la geolocalizzazione: la città di New York sarà la prima al mondo a possedere un proprio dominio “.nyc” che distinguerà solo i siti dei residenti nella Grande Mela. Uno strumento in più per promuovere un determinato territorio, così come la regionalità dei prodotti e delle piccole aziende che operano in un’area geografica ristretta.

Twitter @elisa_barberis

Casta, la pensione resta a 55 anni

Libero

In quasi tutte le Regioni i vitalizi sono stati aboliti, ma ovunque la nuova norma non riguarda chi l'ha varata. E così centinaia di assessori e consiglieri fanno la coda per incassare


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L’ultimo probabilmente è Marco Barbieri, ex assessore al Lavoro della prima giunta di Nichi Vendola in Puglia. Non era consigliere regionale, ma come assessore tecnico ne aveva gli stessi privilegi. È stato in carica dal 6 maggio 2005 al 5 luglio 2009, quando non è sopravvissuto al rimpasto voluto da Vendola dopo lo scandalo escort-Tarantini che gli aveva amputato la giunta. Il 9 dicembre 2013 Barbieri ha compiuto 55 anni. Ha scritto al consiglio regionale della Puglia reclamando: «Ho l’età, datemi il vitalizio». Il 21 gennaio scorso il servizio amministrazione e bilancio del consiglio regionale gli ha liquidato la prima mensilità: 3.268,55 euro lordi, che ora Barbieri percepirà fino alla fine dei suoi giorni, con tanto di rivalutazione Istat annuale appena decisa. Barbieri, un professore assai critico contro l’ultima riforma delle pensioni di Elsa Fornero, ne è esente.

A 55 anni è uno degli ultimi baby pensionati della storia di Italia. Impossibile che accada in qualsiasi altro settore lavorativo: succede solo in politica. E succede ancora dopo anni di polemiche sui costi e i privilegi degli eletti, e mille leggi draconiane votate o almeno annunciate in tutta Italia dai leader di turno. In effetti in quasi tutta la Penisola, iniziando dal palazzo centrale di Roma, i vitalizi sono stati aboliti e in alcuni casi trasformate in normali pensioni con il metodo contributivo che tocca a tutti gli altri italiani. Ma ovunque le norme non hanno riguardato le assemblee legislative che le varavano. Con l’idea che non si toccano i diritti acquisiti, nessuno ha toccato i propri. Graziati gli assegni vitalizi già erogati, salva la possibilità di ottenerli per chiunque fosse in carica in ogni consiglio regionale di Italia.

Tanto è che molti hanno bussato alla porta per farsi fare i calcoli e prepararsi al vitalizio prima che la legislatura finisse e nella nuova a qualcuno venisse in testa di cambiare idea. Secondo una tabella pubblicata sul sito della conferenza delle Regioni italiane, oggi in una sola Regione - l’Umbria - bisogna avere 65 anni come capita agli altri italiani per riscuotere il primo assegno pensionistico (il vitalizio lo è, anche se un po’ particolare, visto che si può cumulare con  tutti gli altri assegni previdenziali e perfino con redditi di qualsiasi natura, salvo poche eccezioni). In una Regione - il Lazio - l’età minima per il vitalizio abolito per i nuovi, è restata 50 anni.

In sette regioni (Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise e appunto la Puglia) si può  ottenere la dorata pensione del vitalizio all’età di 55 anni, in qualche caso con penalizzazioni sull’importo, in altri casi no. In tutte le altre l’età minima a cui è possibile - magari con penalizzazioni economiche - accedere al vitalizio è comunque 60 anni. Nell’ultimo anno hanno approfittato dell’età minima per cogliere al volo quella occasione  più di cento fra ex consiglieri regionali ed assessori. C’è chi si è limitato a fare due conti prendendo un po’ di tempo. Proprio nel giorno in cui Silvio Berlusconi veniva condannato definitivamente dalla Cassazione per i diritti tv Mediaset - il 1° agosto scorso - quello che sarebbe stato il suo persecutore -

Dario Stefano, presidente della giunta per le elezioni del Senato (che lo ha espulso dal parlamento), è andato in Puglia a farsi fare quei calcoletti. Prima di arrivare in Parlamento Stefano è infatti stato consigliere regionale della Puglia ininterrottamente dal 18 maggio 2005 fino a febbraio 2013. Un po’ meno di otto anni. Per diventare senatore si è dimesso in anticipo. Quel primo agosto è andato a riscuotere la sua liquidazione: 198.818,44 euro. Allo stesso tempo ha chiesto all’ufficio di presidenza del Consiglio regionale di calcolargli il vitalizio a cui aveva diritto quando, finita la legislatura in Senato Stefano (che è del 1963) avrebbe compiuto i fatidici 55 anni. La risposta è stata: un vitalizio mensile di 5.618,78 euro lordi. Almeno uno sa come organizzarsi la vita.

Ma c’è anche chi non si fida troppo. Alla vigilia di Natale in Puglia tre consiglieri (due ex assessori) sono andati a chiedere la restituzione di tutti i contributi che erano stati versati dalla Regione a loro nome proprio ai fini di fare avere loro il vitalizio a partire almeno dal 55° anno di età. Uno dei tre - Leonardo di Gioia - si è fatto restituire tutto quanto era stato accantonato dall’11 maggio 2010 al 31 dicembre 2012: 141.917,05 euro. Non avrà il vitalizio, ma solo la pensione da consigliere regionale con i contributi versati dal 2013 in poi. Ma intanto ha potuto ottenere un extra mica da poco in busta paga. C’è chi si rifà dare indietro quei soldi perché troppo lontano dall’età minima del vitalizio, ma sono sempre di più quelli che scelgono questa strada con il timore che i prossimi consiglieri regionali eletti senza più alcun diritto al vitalizio possano vendicarsi su chi l’ha tolto a loro, intervenendo anche sui cosiddetti diritti acquisiti (magari tagliando perfino gli assegni già erogati o rivedendo i requisiti anagrafici per accedervi).

Il sospetto è venuto improvvisamente ai consiglieri regionali del Piemonte, che non avevano quella possibilità legislativa e si sentono a fine corsa dopo le inchieste sulle spese pazze dei gruppi e la stangata del Tar sul presidente della giunta, Roberto Cota. Così a fine gennaio si sono fatti un emendamentino a una legge che consente loro di farsi dare tutti indietro dalla Regione i contributi versati a loro nome dalla stessa Regione. Il rischio è quello di un buco di bilancio di proporzioni notevoli quest’anno, anche se nei decenni successivi ci sarà un risparmio (perché i vitalizi di questi signori non verrebbero erogati). I piemontesi così si sottraggono a quel piccolo esercito di poco più di 10 mila ex politici che oggi godono ancora del vitalizio, con importi lordi che oscillano fra i 2 mila e i 9 mila euro al mese, tutti cumulabili con altri redditi e pensioni, ma non con altre indennità parlamentari o da consiglieri regionali (in quel caso il vitalizio viene sospeso nell’erogazione per tutto il tempo del nuovo mandato).

di Franco Bechis

Berlino, sgomberata la casetta sull’albero che resisteva all’autostrada

La Stampa

tonia mastrobuoni

Contro la decisione del Comune di far passare sul suo terreno la A100 Josèmda Silva non ha voluto spostare il capannone dove teneva le sue olive e il vino. Ma sono arrivate le autorità, è scattato il sequestro del terreno e la polizia ha cominciato a tirare gli attivisti giù dall’albero.


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È stato, per un bel po’, un matrimonio di convenienza. Josè da Silva non aveva voluto spostare il capannone dove teneva le sue olive e il vino. Così aveva fatto ricorso più volte, addirittura fino alla Corte costituzionale, contro la decisione del Comune di far passare proprio sul suo terreno l’autostrada A100. E una mattina se li è ritrovati lì, gli attivisti. “Io mica li avevo invitati: un giorno erano qua”, ha raccontato al Tagesspiegel. I militanti di “Fermate la A100”, però, lo hanno aiutato a tenere lontane le ruspe per un anno buono. Insieme ad un’altra organizzazione, la “Robin Wood”, hanno organizzato un presidio e costruito una casetta su uno dei suoi pioppi per protestare contro il prolungamento dell’autostrada.

E quando si chiedeva a questi strani alleati i motivi della loro lunga resistenza, da Silva spiegava “non so dove mettere le olive”, mentre la portavoce di Robin Wood, Ute Bertrand, si dilungava sull’inutilità di “questa pista d’asfalto” e sulla crudeltà della rimozione delle persone dal loro ambiente naturale. Ieri, la grande coalizione della casetta sull’albero si è infranta dinanzi all’inappellabile decisione della corte di dare torto a da Silva. A mezzogiorno sono arrivate le autorità, è scattato il sequestro del terreno e la polizia ha cominciato a tirare gli attivisti giù dall’albero. Alcuni si sono incatenati ed è stato più faticoso convincerli a scendere. Ma quando l’ultimo poliziotto ha tirato giù l’ultimo attivista dal pioppo, da Silva se n’era andato da un pezzo. 

Camera, il deputato leghista «consegna» le manette alla Cancellieri: putiferio in aula, seduta sospesa

Il Mattino

Durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia sul decreto carceri, Bonanno sventola i "ferri" e poi li depone davanti al ministro della giustizia: seduta sospesa


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Le manette «approdano» nell'Aula della Camera. Le esibisce Gianluca Buonanno della Lega durante le dichiarazioni di voto sulla fiducia posta dal governo al decreto legge Carceri, e le deposita sul banco del governo davanti al ministro della giustizia Anna Maria Cancellieri. La seduta viene sospesa. Buonanno interviene alla fine del dibattito sulla fiducia e dice: «La giustizia in Italia va male. Con questo provvedimento siamo al supermercato, fate il 3x2 sulla libertà dei delinquenti. Noi vogliamo che i delinquenti stiano in carcere e la gente stia tranquilla». A quel punto, tira fuori dalla tasca un paio di manette e le agita in aria. E mentre la presidente Boldrini le dice: «tolga quella cosa, la smetta!» e chiede l'intervento dei deputati questori, Buonanno lascia il suo posto e lancia le manette sul banco del governo, proprio davanti del ministro della giustizia che rimane basito. La seduta è ora sospesa: riprenderà con la votazione sulla fiducia sul dl carceri.

martedì 4 febbraio 2014 - 20:17   Ultimo aggiornamento: mercoledì 5 febbraio 2014 10:15

Leica, cento anni di scatti per la macchina star

Il Messaggero

di Ilaria Ravarino


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Ernesto “Che” Guevara con il sigaro in bocca. Sophia Loren che sorride nel fiore degli anni. Una bambina vietnamita, nuda e ustionata, in fuga dal suo villaggio in fiamme. E il bacio più famoso del mondo, quello scattato a Times Square durante i festeggiamenti della vittoria per la Seconda guerra mondiale. Che si possieda o meno una macchina fotografica Leica, è impossibile non aver incrociato almeno una volta nella vita uno degli scatti firmati dallo storico brand tedesco. Che, dopo aver rivoluzionato il mondo della fotografia nei primi del ‘900, festeggerà a marzo 100 anni di attività. Definita spesso, per classe e costo, la “Lamborghini delle macchine fotografiche”, Leica taglia il traguardo del primo secolo di vita in un mondo profondamente diverso da quello in cui è nata. Un mondo senza smartphone e computer, in cui il cinema era ancora un prodigio, le automobili un lusso e la fotografia professionale un lavoro faticoso, ingrato e pesante. «Per fare uno scatto dovevamo andare in giro con la valigia di cuoio, come venditori ambulanti - scriveva nel 1915 Oskar Barnack, l’inventore della Leica - e io, che soffro di asma, facevo fatica a vagabondare con quel peso».

LA STORIA
Da quando nel 1905 era stato assunto alla celebre Leitz di Wetzlar, quello della fotografia era diventato il suo chiodo fisso. Barnack voleva costruire una macchina «capace di entrare nel taschino della giacca», che affrancasse il fotografo dal peso del treppiede e gli permettesse di cogliere l’attimo. Il suo motto, «un piccolo negativo per una grande foto», diventò realtà nel 1914, quando presentò alla Leitz il primo prototipo, la UR-Leica, piccola come una custodia per occhiali e capace di montare una pellicola larga solo 35 mm, avvolta in un rullino.

Fu però la fine della Prima guerra mondiale, e la pesante crisi in cui era precipitata la Germania sconfitta, a convincere la Leitz a entrare nel mondo della fotografia non solo con la fornitura di componenti ottici, ma anche con la produzione di apparecchi fotografici. Presentata nel 1925 alla Fiera di Primavera di Lipsia, la Leica (crasi di Leitz e Camera) non convinse i compratori. Né tantomeno i cronisti: «Leica è un giocattolo – scrivevano le penne più velenose - disegnato per la borsetta di una signora». Sette anni dopo, quel giocattolo aveva venduto sessantamila esemplari, conquistato gli Stati Uniti e stimolato altri costruttori, tra cui Kodak, a produrre caricatori per il nuovo formato. Quarant’anni dopo, gli esemplari venduti sfioravano il milione.

I REPORTER L’inizio della Seconda guerra mondiale impose Leica nel mondo. Piccola, veloce e capace di scattare anche con poca luce, diventò la macchina preferita dai fotogiornalisti di tutto il mondo. Era Leica la macchina fotografica in dotazione alle forze armate tedesche, sempre Leica la macchina che immortalò la liberazione di Parigi, nel 1944, con i celebri scatti di Henri Cartier-Bresson. Scelta come strumento di lavoro da fotografi entrati nella storia del ritratto e del reportage, come Bresson, Sebastião Salgado, Robert Doisneau, Robert Capa e Ilse Bing, la dolce vita della Leica è proseguita negli anni ’60 e ’70, nelle strade di Via Veneto tra le mani dei paparazzi. E poi al cinema con Fellini, nella tasca di Jack Nicholson in Chinatown, nell’America de Il Padrino.

Ancora oggi il cinema ne è innamorato: la sceglie sul grande schermo 007 in Il domani non muore mai, la usa il Batman di Christopher Nolan nel 2008, le collezionava Stanley Kubrick, le cercano Brad Pitt, Matt Damon e Wim Wenders. L’ingresso nel mondo digitale ha scosso l’azienda come un terremoto. Con perdite di oltre 20 milioni di dollari nel 2004, e la messa in commercio del primo modello digitale (M8) gravato da numerosi difetti tecnici. Ma l’azienda ha saputo reagire. Dopo aver inviato circa 4000 lettere di scuse ai propri clienti firmate a mano dall’amministratore delegato, e aver messo in commercio modelli digitali più funzionali, oggi Leica è in piena salute: in crescita del 23%, con un fatturato che sfiora i 300 milioni di euro, 90 negozi in tutto il mondo e una nuova fabbrica in Germania.

Tradizionalmente analogica, esteticamente retrò, economicamente proibitiva in tempo di crisi. Il suo segreto Henri Cartier-Bresson lo spiegava così: «Perché continuo a scegliere Leica? Perché è come un caldo bacio appassionato, come un colpo di rivoltella. Come il lettino dell’analista». In una parola: immortale Ilaria Ravarino

La cassazione legalizza gli insulti alla suocera: «Dire vipera non è reato»

Il Messaggero

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Una sentenza che fa giurisprudenza, soprattuto dentro casa. Dopo le condanne di primo e secondo grado per ingiuria a carico di un genero siciliano - Michele D.A., 45 anni - che aveva definito «vipera» la suocera, ribadendo tre volte il 'concettò agli agenti intervenuti a sedare il clima di litigiosità familiare, ci ha pensato la Cassazione a scagionare le espressioni che si risolvono solo «in dichiarazioni di insofferenza» che non possono portare, così la pensano gli 'ermellinì, a processare chi le ha pronunciate. Dunque, la Suprema Corte - con la sentenza 5227 - ha annullato senza rinvio la condanna inflitta nel 2012 dal Tribunale di Nicosia (Enna) a Michele, giudicato colpevole per aver spiegato ai poliziotti che la suocera Santina era «scesa» nel suo appartamento «come una vipera, come una vipera, come una vipera!» dopo averlo sentito litigare con la moglie.

Ad avviso del Tribunale, l'espressione era sen'altro offensiva e per questo, su denuncia della "vipera" Santina, il genero era stato condannato a una pena (la cui entità non è nota) e anche al risarcimento dei danni morali. In Cassazione, il difensore di Michele - l'avvocato Piergiacomo La Via - ha sostenuto la tesi della inoffensività della parola vipera, pronunciata dopo «un'aspra discussione, in un contesto litigioso ed ostile» e «comunque non indirizzata all'interessata, ma agli agenti intervenuti al fine di descrivere la scena».

Per i supremi giudici, l'obiezione è «fondata». «Se è vero che il reato di ingiuria si perfeziona per il sol fatto che l'offesa al decoro o all'onore della persona avvenga alla sua presenza, è altrettanto vero - scrive l'alta Corte - che non integrano la condotta di ingiuria le espressioni che si risolvano in dichiarazioni di insofferenza rispetto all'azione del soggetto nei cui confronti sono dirette e sono prive di contenuto offensivo nei riguardi dell'altrui onore e decoro, persino se formulate con terminologia scomposta ed ineducata».

Da tali premesse - conclude il verdetto - «discende che la frase sopra riportata, pronunciata dopo un contrasto che aveva determinato l'intervento delle forze dell'ordine e per descrivere, nella concitazione del momento, le modalità dell'azione di Santina, non si connota in termini di offensività idonei a giustificare l'attivazione della tutela penale». Condanna cancellata: il fatto «non sussiste».

Martedì 04 Febbraio 2014 - 21:17

Ultimo aggiornamento: Mercoledì 05 Febbraio - 08:12

Tofalo, il grillino del «Boia chi molla», non paga i contributi. Ecco il trucco dei cinque stelle

Il Mattino

di Fulvio Scarlata


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Roma- Collaboratori e consulenze: il caso tocca anche il M5s. O almeno la metà dei parlamentari campani. Che restituiscono, è vero, parte dello stipendio e dei rimborsi, come evidenziato nel sito «tirendiconto.it», ma utilizzano qualche escamotage per il pagamento dei contributi Inps ai propri collaboratori parlamentari e ai propri consulenti: alcuni «cittadini» non risultano aver pagato alcun contributo previdenziale, altri hanno inventato il sistema della ditta individuale. Il più originale è l’uomo del «boia chi molla», Angelo Tofalo. La sua frase è rimasta scolpita nelle recenti cronache parlamentari. Nel suo rendiconto presentato sul sito M5S è preciso nel documentare quanta parte del proprio stipendio ha restituito.

Per i collaboratori, tuttavia, ha inventato un sistema tutto suo: ha infatti creato la ditta individuale «Tofalo Angelo» con indirizzo in Pellezzano. Tipo di azienda: «A1 - azienda con una sola posizione, senza unità operative, non autorizzata all’accentramento contributivo», per «attività dei partiti». Due assunzioni, con contratto “part time” ma a tempo indeterminato in modo da godere delle agevolazioni della legge 407 del 1990 che prevede, per soggetti disoccupati da più di 24 mesi residenti nelle regioni del Mezzogiorno, l’esenzione totale dal pagamento dei contributi previdenziali, contributi che vengono coperti dall’Inps, cioè da tutti.

mercoledì 5 febbraio 2014 - 09:04   Ultimo aggiornamento: 09:14

Il bugiardo più facile da perdonare? Negli Usa non hanno dubbi: Bill Clinton

La Stampa

francesco semprini

Un sondaggio Cbs-Vanity Fair ha visto il 43% degli americani disponibile all’indulgenza nei confronti dell’ex presidente : “E’ chiaro che Clinton abbia mentito sul tradimento della moglie, ma da politico ha fatto molte cose buone e, parafrasando il senatore Al Franken, alla gente piace”


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Sfacciatamente bugiardo ma troppo simpatico per non essere perdonato. Gli americani non hanno dubbi, se dovessero condonare la menzogna di un personaggio celebre, sceglierebbero Bill Clinton. Perchè l’ex presidente degli Stati Uniti, sull’orlo dell’impeachment per aver mentito sul rapporto con la stagista Monica Lewinsky, è un simpaticone agli occhi del popolo, e quindi si fa perdonare molto più facilmente rispetto ad altri menzogneri famosi. A suggerirlo è un sondaggio Cbs-Vanity Fair, che alla domanda “Quale noto bugiardo saresti disposto a perdonare di più?”, ha visto rispondere il 43% degli intervista proprio l’ex presidente Bill Clinton. 

L’ex inquilino della Casa Bianca distanzia di gran lunga, nella curiosa classifica, i suoi concorrenti, come ad esempio il ciclista Lance Armstrong, il quale ha negato ripetutamente che avesse fatto uso di dopanti, venendo poi smentito pubblicamente dai test. Ebbene solo il 22% degli americani sarebbe disposto a perdonare l’ex campione, mentre è ancora più bassa, ovvero il 12%, la quota di coloro che si professano indulgenti nei confronti di un altro ex presidente, Richard Nixon, il quale ha dovuto lasciare la Casa Bianca sull’onda dello scandalo “Watergate”. 

Prossima allo zero (solo il 3%) è la percentuale di cittadini che concederebbero invece il perdono a Bernie Madoff, il diabolico finanziere autore della truffa da oltre 60 miliardi attuati con il Ponzi Scheme, e per questo condannato a 150 anni di prigione. “E’ chiaro che Clinton abbia mentito sul tradimento della moglie, ma da politico ha fatto molte cose buone e, parafrasando il senatore Al Franken, alla gente piace”. Per Rand Paul è invece intollerabile tanta indulgenza: “Una dei principi che ritengo non debbano essere violati sul luogo di lavoro sono proprio le pressioni del datore sui propri stagisti, e i media sembrano aver dimenticato questo”. “Ricordiamoci - prosegue il senatore conservatore - che ha approfittato una ragazza che aveva 20 anni e lavorava per lui. Questo è imperdonabile”.

Paper, ecco il futuro di Facebook

La Stampa

bruno ruffilli

Lanciata ieri negli Usa la nuova app di Zuckerberg per iPhone: non è solo un giornale personalizzato, ma un’anticipazione di come potrebbe evolversi il più grande social network del mondo. L’abbiamo provata in anteprima e vi spieghiamo perché






Facebook festeggia i dieci anni di vita e si fa un regalo: una nuova app, Paper. Nelle dichiarazioni di Mark Zuckerberg, Paper è il giornale personalizzato che Facebook ha sempre voluto essere, una risposta alla domanda crescente di informazione tagliata su misura di ciascuno, un po’ come Zite o Flipboard o, sia pure con qualche differenza, Yahoo News Digest. Paper è disponibile per ora solo per iPhone e solo sullo store americano anche se certamente arriverà in Italia. Noi l’abbiamo provata in anteprima e vi raccontiamo qui come e perché sarà il futuro di Facebook. L’impatto con Paper, intanto, è radicalmente diverso da tutto quello che di Facebook si è visto finora: ha un logo in helvetica light, invece del solito font (forse un Klavika Bold), abbandonato anche all’interno.

Non c’è nessuna traccia del blu che caratterizza la grafica attuale. Le immagini sono grandi e ben definite, lo scroll in generale è più in orizzontale che verticale, gli effetti di transizione tra le varie sezioni sono fluidi e scorrevoli. Cambiamenti importanti, tanto più coraggiosi se a farli è un social network con 1,25 miliardi di iscritti. Il merito è di Mike Matas, già nel team che disegnò alcune app di Apple per il primo iPhone e più di recente responsabile dell’interfaccia del termostato Nest e del premiatissimo ebook interattivo Our Choice di Al Gore. Zuckerberg lo ha assunto nel 2011 e lo ha messo a capo dei suoi Creative Labs, uno spazio di sperimentazione e ricerca all’interno dell’azienda. Questo è il primo lavoro che esce dai laboratori di Menlo Park. 

Appena avviata l’app (che pesa poco meno di 60 MB), è possibile aggiungere al consueto feed di notizie dagli amici una serie di canali tematici, scegliendoli tra una ventina, disposti a raggiera sul fondo della pagina. Per abilitarli, basta spostare le varie card nella parte alta e sistemarle nell’ordine preferito: prima Ideas, poi Family Matters, o prima Headlines, quindi Poplife e Planet, in assoluta libertà. Si tocca “Done” ed è fatta: se per primo rimane il feed degli amici, Paper è una versione completamente ridisegnata di Facebook, con molto più spazio per le notizie, se invece si decide di cominciare con una sezione news, diventa davvero un giornale personalizzato. 

In Headlines, ad esempio, si trovano articoli da Associated Press, Time, il New York Times, NPR, Politico; nelle varie sezioni ci sono post da Popular Mechanics o National Geographics, Wired, BBC e molti altri. Non sembra esserci una scelta basata sulle preferenze personali, ma è chiaro che Facebook considera un Like su una notizia come il segno che ci interessa, quindi verosimilmente aumenterà il flusso di altre notizie simili. Al momento le fonti giornalistiche sono una quarantina, una mossa importante per un social network, che per la prima volta apre in maniera significativa ai contenuti esterni. 

 

In ogni sezione c’è una storia principale, fissa in alto, e una serie di altre storie, in basso, che si possono scorrere orizzontalmente. Un tocco e si aprono come anteprima a tutto schermo, per leggere la storia la si allarga con due dita, come per ingrandire una foto: la pagina si espande con un effetto simile a Flipboard. Ci interessa il titolo ma non possiamo leggerla subito? Con un tocco si aggiunge l’articolo alla reading List di Safari, o a servizi come Pocket, Instapaper, Pinboard. Geniale poi la soluzione adottata per le foto: con un tocco sulla notizia di copertina si aprono a tutto schermo, in verticale; se ne vede, per così dire, una fetta. Inclinando l’iPhone a destra e a sinistra si può esplorare quindi il resto dell’immagine.

In Paper è presente tutto quello che c’è nell’app di Facebook attuale: la chat, le richieste di amicizia, i commenti, le condivisioni, i post con le foto (e pure i filtri). E non c’è nessuna ragione per continuare a usare la vecchia app, che davvero appare di un’altra epoca, se confrontata con Paper, non solo nella grafica ma nella concezione. Quando Facebook è nata non esistevano gli smartphone, così l’app è stata concepita come una versione mobile del sito, e continuamente adattata e migliorata per arrivare a quella attuale. Ma Paper è Facebook visto per la prima volta a partire dallo schermo di uno smartphone e non di un computer. Non è solo l’app dedicata alla news: rappresenta il nuovo volto del social network più famoso del mondo, che proprio oggi compie dieci anni e festeggia il passato con un balzo nel futuro.

Le tracce segrete della nostra social esistenza

La Stampa

gianluca nicoletti

Dopo dieci anni di Facebook abbiamo compilato nei nostri profili il più potente strumento di lettura della nostra personalità. Di quello che vorremmo essere e di quello che mai vorremmo rivelare di noi



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Noi arrediamo i nostri spazi vitali lasciando tracce indelebili della nostra personalità. Naturalmente questo accade per gli spazi concreti, quanto per quelli immateriali. La mappa inconsapevole di chi siamo è più facile che sia pubblicamente esposta a migliaia di persone nei social media, piuttosto che a quelle poche decine che magari entrano nel salotto di casa nostra. E’ facile dedurre che mai quanto ora chi ha lo sguardo allenato, e strumenti professionali affinati, di noi può scoprire molto di più di quello che pensiamo o vogliamo condividere, che è già moltissimo. Sam Gosling è un giovane e carismatico psicologo sociale dell’Università di Austin in Texas e da anni studia e classifica in maniera, quasi maniacale, le diverse maniere che abbiamo di riempire di oggetti gli spazi che abitiamo, in particolare uffici e camere da letto.  

E’ una maniera per esprimere “rivendicazioni d’indentità consapevole”, vale a dire ci costruiamo aspetti di noi che desideriamo comunicare al prossimo. Mi viene da citare gli orpelli di frequentazioni culturali che in ogni casa è facile individuare come pura scenografia emotiva.  E' l’ esempio di strumenti musicali che nessuno suona, libri d’ arte ingombranti che nessuno ha sfogliato, rastrelliere di bottiglie di vini pregiati che nessuno beve. Gli stessi spazi sono occupati secondo Gosling da residui emotivi che restano appesi a oggetti significativi legati a un viaggio, un luogo a noi caro o a una persona con la quale desideriamo mantenere un link ideale e di cui conserviamo, ad esempio, la foto o qualcosa che ce la ricordi, delegando a questo “feticcio” la speranza di poterla rivedere.

Più subdoli e pericolosi, per la custodia del nostro prezioso privato, sono quegli indizi inconsapevoli che seminiamo attorno a noi e che Gosling definisce “residui del comportamento inconscio”. Qui le nostre abitudini segrete, i nostri tic, le nostre debolezze, i nostri comportamenti indicibili possono essere rivelati passando in rassegna i nostri spazi vitali , come uno scanner rivelatore d’ indizi applicato al teatro di un crimine. E’ pesante ammetterlo, ma questo è l'allestimento teatrale, di cui siamo noi stessi gli scenografi. Per tutto il corso vita curiamo la rappresentazione che, volenti o nolenti, facciamo di noi nel corso della nostra vita. Negli ultimi dieci anni abbiamo compilato una classificazione dei nostri comportamenti  e ne abbiamo pubblicato l'archivio storico, giorno per giorno, attraverso i social media. 

Gosling ha naturalmente dedotto che la tracciabilità della personalità attraverso gli oggetti si riflette anche nelle nostre identità on-line. Chi abbia strumenti professionali adatti può facilmente dedurre aspetti non immediatamente visibili  di chiunque, solo  studiando il suo profilo Facebook.  E' il luogo  dove creiamo dettagliati elenchi personali delle nostre simpatie e antipatie, condividiamo link, postiamo fotografie ed esprimiamo stati d’ animo che non sempre comunichiamo, nemmeno alle persone a noi fisicamente più vicine. Sempre più spesso, le nostre pagine  Facebook sono i depositi dove conserviamo i nostri oggetti mentali, i nostri profili sono diventati gigantesche attestazioni di identità.

Nel bilancio quotidiano delle nostre relazioni non possiamo non valutare l' attività di social networking, che alla fine è lo strumento che una fetta importante dell’umanità digitalmente dotata usa per una costante auto-verifica di sé, come di quanto si desideri essere conosciuti e compresi dal nostro prossimo, soprattutto per quello che noi valutiamo la parte più “vendibile” di noi stessi.  
Per la nostra serenità è però importante non porci mai il problema di quello che veramente si potrebbe leggere di noi, se vogliamo vivere in leggerezza la nostra social esistenza, fatta salva la salvaguardia basilare della nostra sicurezza e dei nostri dati sensibili, meglio non pensare troppo a  chi potrebbe passare in rassegna le nostre tracce digitali, usando uno  sguardo ben più insidioso e capillare di un nostro distratto amico o follower. 

Facebook, la piazza del paese virtuale che fa incontrare il Pianeta

La Stampa

gianni riotta

La Rete “social” nata a febbraio 2004 oggi ha 1 miliardo e 250 milioni di utenti


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Il 4 febbraio 2004, quando lo studente di Harvard in T-shirt e jeans sdruciti Mark Zuckerberg, 20 anni, lancia la start up «Facebook», non esistono in azienda composta da cinque amici, «charts», grafici per studiare i segmenti di mercato in cui la crescita è maggiore. Arrivano poi, con gli investitori, il successo, le invidie, il film e il primo articolo del New York Times, 26 maggio 2005, stupefatto che il ragazzo Zuckerberg abbia persuaso il finanziere Jim Breyer di Silicon Valley a investire 13 milioni nella sua idea, che ha coinvolto in un solo anno due milioni e ottocentomila studenti, sparsi per 800 campus universitari d’America.

Ottimo investimento, oggi gli utenti sono un miliardo e 250 milioni, la nazione Facebook domina il Pianeta. Dieci anni or sono - se quelle «charts» ci fossero state e non c’erano - la crescita era tra i giovani, un milione di blue jeans a cercare amicizie online negli Usa. Oggi Facebook cresce con più velocità tra i cittadini con oltre 65 anni (Cgil pensionati svolge programmi di alfabetizzazione digitale tra gli iscritti) e il Paese boom 2014 sarà la Turchia.

La Borsa è stata raggiunta, a singhiozzo, nel 2012, tra i dubbi degli analisti sull’arrivo della pubblicità e su una certa disaffezione degli adolescenti. Vola per qualche tempo il mito «Facebook va male tra i ragazzi», «i teenagers prediligono Snapchat», messaggini che scompaiono da soli, beffando Nsa e Snowden in futuro. Un sondaggio Pew Center cancella i timori del social media, i ragazzini non lasciano Facebook (c’è stata una scherzosa polemica con l’Università di Princeton, su chi per primo chiuderà i battenti per assenza di giovani, il campus o Facebook). 

I liceali vanno modificando le proprie abitudini. Possono o no essere su Facebook, ma restano sempre linkati. Dieci anni fa nessuno dei pionieri di Zuckerberg raggiungeva la comunità via smartphone, i cellulari del tempo non davano accesso al web. Oggi 945 milioni di utenti, per lo più giovani, agganciano Facebook via telefonini lontani dall’idea di Bell e Meucci di comunicare con i suoni, e sempre più edicole, biblioteche, discoteche, Borse, cineteche, stadi, musei, fori politici e mercati pornografici tascabili.

Facebook fattura sei miliardi di euro, ma la ragione per cui Mister Breyer mise i primi, cruciali, 13 milioni di dollari, spiega tutto il successo, conta la cultura: «È un mercato che ha una crescita potenziale enorme, organica e il team di Facebook è intellettualmente onesto e con una brillantezza che toglie il respiro nel comprendere l’esperienza di vita degli studenti al college». Quel che né Zuckerberg né Breyer, avevano previsto - e che dovrebbe ancora far riflettere - è che pensionati di Matera, pescatori delle Filippine, casalinghe di Chicago e Rio, banchieri di Londra e Macao, sacerdoti ad Accra e scienziate al Polo Nord, si sarebbero comportati esattamente come i teenager di dieci anni fa, decidendo cosa amare, con chi fare amicizia, a chi legarsi via Facebook.

Quel che i sondaggi schematici - chi è online e chi no, chi usa il web e chi no, chi va su Facebook e chi no, chi legge i giornali e chi i siti - non riescono a cogliere è la capillare penetrazione dei social media nel nostro tempo. La metà dei cittadini che non è iscritta a Facebook, ma usa per lavoro il web, vive in casa (fonte Pew) con almeno un iscritto a Facebook. Il che vuol dire che quei papà, mamme, figli che riluttano ai Like, le amicizie, le fotine postate e i cuoricini riversati a iosa, sono comunque nella galassia Facebook, i loro volti appaiono nelle stesse foto Instagram, i loro commenti faranno capolino online, le loro storie e giudizi entreranno nell’acquario della Rete.

Molti utenti criticano Facebook, lo trovano petulante, invadente: ma restano comunque e a chi chiede perché, rispondono con una paura ancestrale: «Mi sentirei solo, temo di perdermi qualcosa». Dieci anni fa i ragazzi resero dunque ricco Zuckerberg perché aveva colto per primo il loro profondo desiderio di restare per sempre uniti, «Forever Young», come nei quattro anni di college, per molti americani i più spensierati. I loro fratelli minori non hanno bisogno di un link per sentirsi legati, vivono in un ambiente saturo di comunicazione, da WhatsApp, Tumblr, Pinterest e Twitter, dove semmai occorre non strafare con le foto audaci online se non si vogliono rogne con i professori o al lavoro. 

Dieci anni fa Facebook era la piazza del paese virtuale, come negli Anni 50, tutti i vitelloni fermi a cercare una ragazza, le ragazze intente a chiacchierare tra loro e ignorarli. Oggi Facebook è la stessa piazza del paese virtuale, ma nel 2014 le ragazze l’attraversano distratte in metropolitana o in Vespa, caricano amici o amiche di fretta, e si allontanano in ogni direzione del web infinito, cuffiette alle orecchie senza ascoltar nessuno.

Twitter @riotta