sabato 1 febbraio 2014

Guerra civile in Vietnam, un colpo di pistola entrato nei libri di storia

Enrico Silvestri - Gio, 30/01/2014 - 20:00

Il 1° febbraio '68, durante la guerra civile tra nord e sud Vietnam, il capo della polizia di Saigon venne ripreso mentre sparava a un ufficiale vietcong con le mani legate. La foto vinse il Pulitzer e condannò l'uomo che aveva premuto il grilletto

«Il generale uccise il Viet Cong con la pistola. Io uccisi il Generale con la mia macchina fotografica» qualche anno aver scattato una delle più famose foto del Novecento, il suo autore Eddie Adams fece pubblica ammenda.


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Rendendosi conto di avere fermato quel 1° febbraio del 1968 su pellicole un atto brutale ma tutto sommato «normale» in un conflitto civile fatto, come sempre, di grandi crudeltà da entrambe le parti. Mentre l'alto ufficiale, Nguyen Ngoc Loan, alla fine della guerra tra nord e sud Vietnam, dovette riparare negli Stati Uniti, passando la sua vita a fuggire da tutti quelli che lo rivonoscevano e lo insultavano per quell'immagine diventata un'icona della «sporca guerra».

All'epoca della foto, la regione asiatica era immerso ormai da dieci anni negli orrori della guerra: prima quella di liberazione dai francesi che dal 1858 dominavano il Paese, poi quella civile tra nord e sud. Nguyen Cao Ky, primo ministro della repubblica meridionale, nel 1966 si trovò a fronteggiare una rivolta interna capeggiata da monaci buddisti a cui si erano unite bande di giovani e le truppe del generale Nguyen Thi Chanh. Per domare i tumulti, mandò il 36enne colonnello Nguyen Ngoc Loan. L'ufficiale rastrellò la città con i carriarmati facendo poi massacrare parecchie centinaia di soldati ribelli e oltre cento civili. Divenne così il braccio armato del presidente che lo promosse a generale di brigata e lo mise a capo delle forze di polizia.

Il Paese però sprofondò sempre più nella violenza, nonostante il massiccio aiuto degli Stati Uniti che inviarono mezzo milioni di soldati e un numero incalcabile di mezzi. E come in tutte le guerre civili, innumerevoli furono gli episodi di crudeltà. Spessò quando sudvietnamiti e americani arrivavano in un villaggio massacravano tutti i contadini che avevano collaborato con i vietcong. Che, a loro volta, facevano lo stesso quando tornavano. Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio del 1968, i comunisti scatenarono un attacco su vasta scala, passato alla storia come l' «Offensiva del Têt» che nella lingua locale significa «capodanno». I combattimenti si svolsero praticamente in tutte le maggiori città del Sud e attonro alla base statunitense di Khe Sanh.

I sanguinosi assalti non portarono però a nessun risultato pratico dal punto di vista strategico, i vietcong non riuscirono a espugnare la base americana, penetrarono nei principali centri abitati senza però riuscire a tenerli. Già il 31 iniziava la controffensiva e soprattutto i rastrellamenti dei guerriglieri rimasti ancora in zona di guerra. Tra questi Nguyen Van Lém, giovane ufficiale dell'esercito vietcong. L'uomo venne portato con le mani legate dietro la schiena al generale che, curiosamente, portava il suo stesso cognome. Il capo della polizia estrasse il suo revolver lo puntò alla tempia destra dell'ufficiale e sparò. Proprio davanti a un operatore delle rete televisiva Nbc e al fotografo Eddie Adams che immortalarono la brutale esecuzione.

In particolare la foto, insieme a quella della bimba che corre nuda e ustionata dal napalm in mezzo a una risaia, divenne presto un'icona del conflitto nel sud est asiatico. Indicando al mondo intero Nguyen Ngoc Loan come un brutale assassino. Le conseguenze non tardarono. Qualche mese dopo il generale fu falciato da una raffica di mitragliatrice. Si salvò, ma ci rimise un gamba. In ospedale venne intervistato da Oriana Fallaci a cui spiegò: «Non aveva l'uniforme. E io non riesco a rispettare un uomo che spara senza indossar l'uniforme. Perché è troppo comodo: ammazzi e non sei riconosciuto.

Un nordvietnamita io lo rispetto perché è vestito da soldato come me, e quindi rischia come me. Ma un vietcong in borghese...». Ristabilito, ritornò a dirigere la polizia del Vietnam del sud, difendendo eroicamente Saigon anche durante gli ultimi disperati giorni della caduta. A fine conflitto nel 1975, si rifugiò in America e aprì una pizzeria nei dintorni di Washington ma fu rapidamente riconosciuto e si trovò sulla porta d'ingresso il cartello «Sappiamno chi sei, bastardo». L'ex capo della polizia dovette chiudere il locale e passare il resto dei suoi giorni agli «arresti domiciliari». Nel fattempo Adams ripensò a quello scatto, che gli aveva fatto vincere il Pulitzer nel 1969, fino a quando in un'intervista recitò il mea culpa. «Il generale uccise il Viet Cong, io uccisi il generale.

Tuttora le fotografie sono le armi più potenti del mondo. La gente crede loro, ma le fotografie mentono, anche senza essere manipolate. Sono soltanto metà della verità. La cosa che la fotografia non ha detto è: "Che cosa avreste fatto voi nei panni del generale, a quell'ora, in quel posto e in quel giorno caldo, avendo catturato il cosiddetto cattivo dopo che questi ha fatto fuori uno, due o tre soldati americani?"». Il fotografo volle incontrare il generale e scusarsi con lui e con la sua famiglia. Ma ormai Nguyen Ngoc Loan era solo un relitto della storia, per di più perdente. Morì di cancro il 14 luglio del 1998, in un casetta di Burke, in Virginia, un sobborgo di Washington, distretto di Columbia. Di lui resterà per sempre quel colpo di pistola sparato a bruciapelo in una strada di Saigon.

Napoli, in vendita la dimora da cui Garibaldi proclamò l'Italia unita

Il Mattino

E fu così che la nobile dimora da cui Garibaldi si affacciò per pronunciare la celebre frase "L'Italia è unita" finisce in vendita. Succede a Napoli, dove un immobile di inestimabile pregio, all'ultimo piano del Palazzo Doria D'Angri in via Toledo, viene venduto per 4milioni e mezzo. A darne notizia il magazine "Case style", dedicato alle abitazioni di charme. Una meraviglia del '700, di 1050 metri quadrati, fatta di soffitti affrescati e saloni monumentali, in stile tardobarocco e neoclassico, all'interno di una struttura architettonica sorta su disegno di Luigi Vanvitelli.Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi annunciò dal balcone l'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello d'Italia (vi è anche un celebre dipinto che immortala la scena). E oggi, nel 2014, l'appartamento dal quale si affacciò può essere comprato da chi potrà permetterselo.

 
Napoli, in vendita la casa da cui si affacciò Garibaldi





sabato 1 febbraio 2014 - 14:23   Ultimo aggiornamento: 14:27

I 100 anni di Charlot, genio vagabondo: torna in sala "La febbre dell'oro"

Il Mattino

Un romanzo breve, di stile «addirittura dickensiano», scritto da Charlie Chaplin ripensando agli anni della sua giovinezza e al mondo del music-hall londinese. Titolo: Footlights.
 

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È il primo, robusto embrione, rimasto incredibilmente inedito per più di sessant’anni, di quello che dopo molte correzioni sarebbe diventato Limelight, cioè Luci della ribalta, amaro capolavoro della maturità chapliniana. Questo breve romanzo, di cui anticipiamo l’incipit e una scena rimasta fuori dal film, è il pezzo forte di un sontuoso volume di David Robinson, massimo esperto di Chaplin al mondo, che la Cineteca di Bologna pubblica in inglese per festeggiare il centenario di Charlot. La versione italiana è prevista per l’autunno. Il volume sarà presentato al British Film Institute di Londra il 4 febbraio, alla presenza dell’autore e di Claire Bloom, la protagonista di Luci della ribalta. Ma il libro di Robinson, una miniera di informazioni e di immagini rare su Chaplin, la sua famiglia di artisti del varietà, la Londra in cui era cresciuto a cavallo del secolo, è solo l’inizio dei festeggiamenti programmati dalla Cineteca di Bologna per rendere omaggio al genio del comico. Che apparve per la prima volta nei panni del vagabondo - scarpe enormi, bastoncino, calzoni larghi, giacchetta striminzita - esattamente cent’anni fa nella comica Kid Auto Races at Venice. Girato il 17 gennaio 1914, questo corto da 7 minuti torna sugli schermi abbinato alla versione restaurata de La febbre dell’oro, che sarà in 76 cinema italiani per tutto il mese ogni lunedì e martedì, a partire dal 3 febbraio.

ICONA DEL ’900
Una riscoperta entusiasmante. Perché per tenere a battesimo questo personaggio destinato a diventare un’icona del ’900, ma qui ancora dispettoso e tutt’altro che romantico, Chaplin e la sua troupe si mescolarono al pubblico di una vera corsa per auto contaminando allegramente documentario e finzione, come del resto il cinema ha fatto fin dalle origini (strana coincidenza: intorno alla pista appare un ragazzo con una maglia su cui campeggia il logo Fiat, che dal 1909 produceva auto negli Usa. Altri tempi...). Anche se naturalmente il pezzo forte resta La febbre dell’oro, il film che Chaplin considerava il suo capolavoro assoluto, restaurato e riportato alla giusta velocità (addio effetto Ridolini), nonché arricchito dalla partitura originale di Chaplin, sostituita nella versione sonorizzata del 1942.

Nato quasi per caso, guardando con Douglas Fairbanks diapositive dell’Alaska e del Klondike, The Gold Rushresta il film forse più ricco di gag indimenticabili di tutta la produzione chapliniana. Eppure quelle scene che avrebbero fatto sbellicare le platee e innamorare i critici del mondo intero - la danza dei panini, lo scarpone cucinato e mangiato come un piatto succulento, Big Jim che accecato dalla fame vede Chaplin come un enorme pollo - nascevano dalle vicende spesso tragiche di veri cercatori d’oro. Ma Chaplin sapeva benissimo cosa stava facendo, come provano tutti i suoi scritti. E come avrebbe confermato tanti anni dopo quando, spedito in esilio dall’America di McCarthy, e perseguitato da giornalisti tirapiedi, dichiarò: «Credo nella libertà. Tutta la mia politica è qui. Sono per gli uomini perché questa è la mia natura. Non credo ai virtuosismi tecnici. Credo alla mimica, credo allo stile. Non pretendo d’avere una missione. Il mio scopo è dar piacere alla gente».

 
sabato 1 febbraio 2014 - 13:11   Ultimo aggiornamento: 13:14

Scusi, lei quant’è alto?» A teatro posti assegnati in base alla statura

Corriere della sera

Chi prenota online deve dichiarare anche i centimetri

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Fine di un incubo? No, proprio incubo non lo si può chiamare, ma fastidio, grande fastidio, sì. Quello di ritrovarsi a teatro, esattamente nella poltrona davanti, una signora con un alto cespuglio di capelli, una vecchina magari neppure tanto alta ma con baldanzoso cappello, oppure uno spilungone o un crinuto gigante. I quali, peraltro, trovandosi magari in una situazione non molto diversa, muovono il capo ora di qua ora di là costringendo, chi sta dietro, a muoverlo ora di là, ora di qua per riuscire a intravedere qualcosa dello spettacolo.

Quanti centimetri? - Al Piccolo Teatro di Milano - dove di per sé le poltrone non sono il massimo della comodità - d’ora in poi non sarà più così: prenotando, infatti, bisognerà indicare la propria altezza e il programma elaborato per l’esperimento - che comincerà tra pochissimo - la indicherà sulla pianta della sala di modo che si potrà scegliere fila e poltrona sulla base dei propri centimetri, evitando di finire dietro qualcuno che ne misura di più: a ciascuno il posto giusto, dunque, che gli permetterà di vedere perfettamente il palcoscenico, senza ingombro di cappelli o capelli lungo la sua traiettoria visiva.

Alti e bassi - Il meccanismo, in versione più sofisticata, è simile a quello che si usava un tempo in classe affinché tutti potessero vedere la lavagna: i piccoli - sfortunati perché ipercontrollati dagli insegnanti - davanti, i grandi - fortunati perché più liberi di manovrare nell’ombra - dietro. E pazienza se, almeno nelle scuole presessantottine, poi si confondevano un poco le acque, nel senso che negli ultimi banchi ci finivano per lo più gli asini e i ripetenti, alti o bassi che fossero, e i primi della classe davanti, sotto gli occhi compiaciuti dei maestri.

L’esperimento - Al Piccolo - ma è probabile che l’esperimento venga ripreso anche da altri teatri - sarà viceversa: la fortuna bacerà infatti gli spettatori dal fisico «breve» che grazie al software si piazzeranno nelle prime file a pochi metri dagli attori, mentre saranno meno favoriti dalla sorte stangoni e stangone relegati in fondo dove, ovviamente, si sente e si vede meno.
Fine dell’incomodo, del fastidio però soltanto se si potrà far conto sull’onestà degli spettatori: la speranza, insomma, è che al momento di fare la loro prenotazione non si abbassino la statura, come si tende a fare con l’età o con il peso. Almeno se la prenotazione è on line, s’intende, perché in biglietteria, sotto gli occhi di un pur distratto addetto, più di tanto non si potrà imbrogliare.

01 febbraio 2014

Metrò, incursione nel deposito Atm Già imbrattato il «Meneghino» nuovo

Corriere della sera

Scardinata la porta d’ingresso. Il convoglio, costato quasi 8 milioni di euro, dovrà entrare in servizio a marzo


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Una mano pietosa ha scritto tre righe di testo al computer, ha stampato l’avviso e affisso il foglietto all’ingresso dell’officina: «Questa porta deve restare chiusa». Almeno: da adesso in poi. I cardini sono schiodati dai muri, un tondino di ferro sbarra trasversalmente il passaggio, un operaio ha bloccato il maniglione antipanico con un’asse di legno. I writer sono entrati da qui, hanno forzato la porta d’acciaio con un piede di porco e spalancato la vista sul deposito Atm di Cologno Monzese.

Il nuovo Meneghino, ultimo modello fabbricato nello stabilimento calabrese di AnsaldoBreda, era parcheggiato sui binari di manovra. Vergine e incustodito. I graffitari hanno lavorato per ore sulle fiancate immacolate del convoglio. Questo treno - costato quasi otto milioni di euro e appena consegnato dal fornitore - è destinato alla linea «lilla» del metrò: dovrebbe entrare in servizio a marzo, con l’inaugurazione del tratto Isola-Garibaldi M5. È stato danneggiato prima della «personalizzazione» grafica con lo stemma del Comune e il logo Atm. Il blitz è avvenuto nell’ultimo fine settimana. Era la notte tra sabato e domenica.

Un’enorme firma bianca bordata di spray nero: Kits . Il simbolo del copyright nella lettera di Riger . Le tag di Orso e Smack a coprire con la vernice lamiera e finestrini. Le immagini pubblicate dagli autori sui social network fotografano l’ultima offensiva dei writer (il gruppo è originario di Milano) nella guerra di logoramento che si combatte da anni sulle linee, nei tunnel e nei magazzini della metropolitana.

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Da una parte, organizzati in piccoli gruppi d’assalto, i professionisti della bomboletta. Di fronte, schierati a protezione dei mezzi, una quarantina di vigilanti armati coordinati dal settore Security aziendale (i sindacati chiedono più personale per presidiare una rete vastissima). Il bilancio, aggiornato a fine 2013, restituisce questi risultati: 26 «attacchi» vandalici al mese (è un fenomeno che provoca danni per milioni di euro l’anno); l’obiettivo, in sei casi su dieci, sono i depositi dei treni; l’Atm, grazie a una rete di controllo sempre più capillare (e a notevoli investimenti) riesce a sventare il 70 per cento delle incursioni; 152 graffitari denunciati negli ultimi 15 mesi.

Sette nuovi convogli Meneghino sono stati trasportati a Milano su treni merci provenienti da Sud. Nel corso di un viaggio, in una stazione intermedia, un carico era stato già assalito e imbrattato da una crew di writer. Il valore della commessa AnsaldoBreda è talmente importante che i tecnici Atm avevano salvaguardato la flotta, al momento della consegna a Cologno Monzese, con misure di sicurezza straordinarie. Il nuovo parco mezzi della «lilla» è stato colpito mentre riposava in officina, al riparo, sotto chiave.

01 febbraio 2014

La tribù dei Navajo apre alle nozze gay

La Stampa

francesco semprini

All’interno della più grande riserva indiana d’America si sta facendo strada la richiesta di porre fine al bando che vieta i matrimoni omosessuali


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Chissà se Cavallo Pazzo o Toro Seduto si sono mai presi la briga di prendere in considerazione la questione dei diritti degli omosessuali della loro tribù. Certo i tempi erano duri, con i tentativi di sterminio da parte dell’uomo bianco, e i continui scontri con l’esercito dell’Unione e cow boy di turno. Ma conoscendo la grande saggezza e lungimiranza della cultura dei Nativi americani, non è escluso che quanto meno ci abbiano pensato. Come stanno facendo i loro discendenti, non della tribù dei Sioux, ma di quella dei Navajo, comunità di indiani che vive nel canyon a cavallo degli Stati di Arizona e Nuovo Messico. 

Ebbene i rappresentanti della «Grande Nazione» chiedono il via libera alle nozze omosessuali, visto che proprio all’interno della più grande riserva indiana d’America si sta facendo strada la richiesta di porre fine al bando che vieta i matrimoni gay. Attivisti della comunità lesbica, gay, bisessuale e transgender (Lgbt) si sono mobilitati da tempo per eliminare il «Dine Marriage Act». Si tratta di una legge approvata nel 2005 in seguito alle pressioni dell’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, di inserire il divieto di matrimoni gay nella costituzione dello Stato. 

Il provvedimento è stato quindi approvato dal Navajo Nation Council, e definisce il matrimonio come l’unione di un uomo e una donna, dichiarando il divieto di poligamia e unioni tra persone dello stesso sesso. Recentemente, anche il presidente dei Navajo, Ben Shelly, si è detto a favore del via libera alle nozze omosessuali, e lui stesso era stato tra i membri del Consiglio che avevano votato contro il bando. La battaglia tuttavia si preannuncia non facile dal momento che gli attivisti Lgbt devono fare i conti con l’opposizione delle frange dei conservatori sociali, oltre all’intenso dibattito sulla questione rispetto ai principi dello spiritualismo che viene praticato dal popolo dei Navajo.

Tragedia della Moby Prince La battaglia infinita dei parenti da 23 anni in cerca della verità

La Stampa

nicola pinna

I familiari delle vittime incontrano il ministro Cancellieri a Sassari: «Serve una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare luce»



130HR1SI2 Alla Camera il ministro della Giustizia liquidò la questione con un dichiarazione di quindici righe e loro hanno replicato con un dossier di quindici pagine. Una sintesi di dubbi e sospetti che i parenti dei 140 passeggeri del Moby Prince hanno consegnato direttamente ad Anna Maria Cancellieri. La loro è una battaglia instancabile, che va avanti da quasi 23 anni: l’esito delle indagini sulla tragedia del 10 aprile 1991 non li hai mai convinti e per questo continuano a chiedere la verità. Ora sperano in una commissione parlamentare d’inchiesta e di questo hanno parlato a Sassari con il Guardasigilli. Le hanno affidato anche un riassunto di tutto ciò che è venuto fuori dalle indagini parallele che i parenti delle vittime hanno affidato a un pool di esperti di Milano. «L’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta è una competenza del Parlamento, io ho ascoltato con attenzione e chiederò agli uffici di valutare quali spazi ci sono per avviare questa iniziativa – ha commentato il ministro della Giustizia – Noi ce la metteremo tutta e faremo tutto ciò che è possibile per soddisfare le richieste dei familiari delle vittime».

Nella relazione, preparata da Gabriele Bardazza e dal suo staff di giuristi e tecnici, si contestano le conclusioni delle indagini della Procura di Livorno ma c’è anche spazio per le nuove verità sullo schianto tra il traghetto della Navarma e la petroliera Agip Abruzzo. «La più grande tragedia della marina civile italiana del dopoguerra è stata affrontata con un percorso giudiziario segnato da incredibili errori – si legge nel dossier per il ministro - Un procedimento in cui è possibile riscontrare un elenco troppo lungo di mancanze e omissioni. Persino i giudici della Corte d’Appello di Firenze scrivono che il collegio del primo processo ha tenuto conto di testimonianze false, negato testimonianze vere e presentato una deduzione “apodittica”, cioè senza prove a supporto». 

La richiesta di archiviazione dell’indagine bis, depositata dai magistrati di Livorno a maggio 2010, è contestata in sette punti. Primo: non è esatto il luogo della collisione. Per la Procura, l’Agip Abruzzo si trovava una posizione di regolare sosta in rada, mentre le prime due sentenze indicavano la petroliera in una zona di divieto di ancoraggio. Altro passaggio contestato: la presenza della nebbia. Alcuni testimoni, ricordano i parenti delle vittime, parlavano di un nuvolone che avvolgeva solo l’Agip Abruzzo e rendeva visibile tutte le altri navi. Il fenomeno sembrava poco credibile, ma successivamente i consulenti dei pm hanno parlato di vapori emessi dalla petroliera. E misteriosamente, scrivono oggi i consulenti dei parenti, quelle perizie scomode sono state accantonate. 

AUDIO - Ecco le voci della notte della tragedia

Il traghetto, sostiene lo Studio Bardazza, non era in viaggio verso la Sardegna ma stava già tornando in porto. Forse il comandante aveva notato un pericolo e aveva virato. Poi ci sono i tempi e la propagazione dell’incendio. Sui cadaveri è stata accertata una presenza di carbossiemoglobine superiore al 90 per cento e questo dimostrerebbe che le vittime hanno respirato monossido di carbonio per ore. Quindi, i 140 non sono morti in 20 minuti come sostiene la Procura. Le foto delle auto parcheggiate nel garage della nave offrono un altro spunto: sui veicoli coperti di fuliggine ci sono le manate delle persone che fuggivano. Con l’incendio già spento i passeggeri continuavano a scappare, cioè erano vivi e tentavano di rifugiarsi nel garage. Poi c’è la voce del marconista di Moby Prince: “Siamo ancora qui, non ci sente nessuno”. La registrazione, fatta dalla stazione costiera di Livorno Radio a distanza di due ore e mezza dallo schianto, dimostra ulteriormente che i 140 potevano essere salvati. 

Altra questione: l’ipotesi di un traffico di navi militari americane nel Golfo di Livorno. Per accertarlo sono state confrontate le registrazioni delle conversazioni radio tra le navi. In una si sente «This is Theresa, this is Theresa for the Ship One in Livorno anchorage, I’m moving out, I’m moving out!». Di questa nave Theresa che va via velocemente, in realtà, non si trova traccia nel registro del porto. Analizzando il timbro vocale e il fruscio delle radio, i consulenti sono certi che quella nave non fosse Theresa bensì Gallant II (nave militare americana comandata dal greco Theodossiu) che a un certo punto svela sua vera identità, sempre via radio, dicendo «Tank boat, I am Gallant2, please keep clear of me, I’m moving out». L’analisi delle voci ha convinto i consulenti che si tratti della stessa persona, il comandante Theodossiu appunto, e che Theresa non esistesse. Un nome inventato per nascondere la presenza delle navi Usa. 

Windows Xp addio, il sistema operativo di Microsoft senza supporto dal 9 aprile

Il Mattino

di Federico Rocchi


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Chi utilizza ancora Windows XP, il sistema operativo Microsoft lanciato nell’ottobre 2001, ha in questi giorni una preoccupazione in più poiché Microsoft ha deciso di interrompere il supporto tecnico e commerciale al più diffuso sistema operativo degli ultimi dieci anni a partire dal prossimo 8 aprile 2014. Al mattino del 9 tutto continuerà a funzionare ma XP(contrazione di experience) non riceverà più aggiornamenti tramite Windows Update, anche se nelle ultime ore sembra che Microsoft voglia prolungare fino al 14 luglio 2015 la vita dello strumento di rimozione malware MSRT e dell’antivirus proprietario Security Essentials, pur sostenendo che il solo uso di un antivirus aggiornato non rappresenta una soluzione sicura. La domanda quindi è: è obbligatorio sostituire il sistema operativo del proprio PC? Privati ed aziende hanno diverse esigenze, quindi la risposta non può essere univoca.

LE OPZIONI Un privato con hardware abbastanza recente, degli ultimi tre o quattro anni, avrebbe vantaggio nel passare ad un sistema operativo Microsoft più recente, come Windows 7 o 8.1 (non volendo aspettare l’aprile 2015 per l’ennesima versione chiamata Threshold o 9) sfruttando al massimo le caratteristiche di componenti e multiprocessori moderni. Ma se il computer in uso fa il suo dovere da dieci anni, caso non infrequente, è difficile sostenere lo stesso. Innanzitutto la quantità di memoria RAM potrebbe non bastare, almeno 4 Gbyte sono necessari per un uso normale. Inoltre potrebbe non esservi convenienza economica. Servono almeno 60 euro per l’acquisto di Win8 in versione aggiornamento e più del doppio per una nuova installazione, il vecchio PC probabilmente vale meno e se la configurazione è stabile ai nuovi driver si può rinunciare.

Peraltro nessuno impedirà agli sviluppatori esterni a Microsoft di continuare a produrre nuovi driver per nuove periferiche, come pure aggiornamenti per i programmi antivirus. Per le aziende lo scenario è diverso, il problema si riguarda soprattutto la sicurezza operativa e Tim Rains, responsabile del gruppo sicurezza dei S.o. Microsoft, ha rilasciato dichiarazioni nette circa la pericolosità di Xp da maggio in poi. Le più preoccupate sono le banche e conseguentemente tutti noi, perché moltissimi ATM Bancomat utilizzano ancora Windows Xp abbinato ad hardware oramai obsoleto, nonostante Microsoft abbia annunciato la scadenza del supporto e reso disponibile su www.digitalipercrescere.it una raccolta di risorse utili per la transizione, anche hardware, che appare inevitabile.

L’ALTERNATIVA
Un’alternativa al pensionamento di Pc ancora funzionali, comunque, c’è. Si può installare (o provare) Ubuntu Linux, disponibile gratuitamente e in diverse versioni, ognuna specializzata per potenza dell’hardware o per tipologia di uso. La versione principale Ubuntu è destinata ai Pc più recenti ed incorpora una gamma variegata di programmi aggiornatissimi, compresa la nota suite Libre Office in grado di svolgere tutti i compiti di Microsoft Office. Per i computer più vecchi sono disponibili le versioni Xubuntu e, soprattutto, Lubuntu. A fronte di un kernel identico, la parte più importante del sistema operativo, si differenziano per minore presenza di programmi accessori, che rallentano avvio e lavoro, e per la scelta di desktop alternativi. Il tipo di interfaccia desktop, infatti, influisce sulle prestazioni del Pc insieme agli automatismi di ricerca comodi ma avari di risorse. Lubuntu è la versione più snella, con interfaccia desktop senza effetti grafici simile a quella di Windows Xp, quindi il passaggio è indolore per difficoltà e per costo.

 
sabato 1 febbraio 2014 - 08:59   Ultimo aggiornamento: 09:03

L’urna di don Bosco arriva in tram Cinque giorni di iniziative in città

Corriere della sera

Sabato giochi a gare per ragazzi in centro, domenica il musical, lunedì al Beccaria e martedì in Sant’Ambrogio


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Dopo avere fatto il giro del mondo, San Giovanni Bosco è tornato in Italia. La Diocesi di Milano accoglierà l’urna del santo «dei ragazzi» dal 31 gennaio al 4 febbraio con un ricco programma di eventi, dal titolo «Don Bosco è qui» in cui i protagonisti saranno i più giovani. Spettacolare sarà l’arrivo a Milano. Dopo avere fatto il suo ingresso in Diocesi a Varese (venerdì 31 gennaio, nella Basilica di San Vittore) e a Lecco (sabato 1 febbraio, in mattinata, nella Basilica di San Nicolò), sabato 1° febbraio don Bosco giungerà nel cuore del capoluogo lombardo a bordo di un tram storico Atm«Carrelli Milano 1928», proprio come fosse un cittadino di Milano. «Siamo lieti di poter essere parte attiva del percorso di peregrinazione, che durante questi anni ha toccato così tanti paese e popoli diversi, per giungere sino a Milano, che accoglierà il Santo con entusiasmo e partecipazione - ha dichiarato il presidente di Atm Bruno Rota -. Sarò presente all’iniziativa per essere parte integrante di un evento di così grande importanza e rilievo».

IN TRAM - Le «cinque giornate di Milano» saranno una grande e lunga festa, a conferma dell’affetto che a duecento anni dalla nascita don Bosco è ancora in grado di suscitare. L’urna, dal deposito dell’Atm di Teodosio, giungerà in piazza Fontana poco prima delle 14. Qui sarà accolta dai ragazzi degli oratori, che la porteranno in processione fin sul sagrato del Duomo, dove le renderanno omaggio il vicario generale monsignor Mario Delpini e l’assessore all’educazione del Comune di Milano, Francesco Cappelli, prima della celebrazione liturgica nella Cattedrale alla presenza dei catechisti della Diocesi di Milano.

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IN CENTRO GIOCHI E GARE - Sabato pomeriggio, dalle 15 alle 17, la galleria del Corso, lungo Corso Vittorio Emanuele, sarà trasformata in una grande palestra all’aperto dove saranno proposti giochi e gare, nello stile degli oratori salesiani. In tarda serata inizierà la «notte con Don Bosco» che si concluderà con una «passeggiata notturna»: intorno alla mezzanotte i ragazzi accompagneranno l’urna lungo le vie della movida cittadina dal Duomo alla Basilica di Sant’Agostino. La «notte con Don Bosco» avrà anche una finalità caritativa: saranno raccolte le offerte che serviranno ad acquistare i banchi e le sedie per gli alunni della scuola salesiana a Zway in Etiopia.

AL BECCARIA - Altri momenti del programma saranno il musical «Affari pè Santi», all’auditorium Don Bosco in via Melchiorre Gioia, 50 (domenica 2 febbraio, ore 14.30) e l’arrivo al carcere Beccaria (lunedì 3 febbraio, ore 8.15). L’urna sarà posta al centro della cappella dell’istituto penale minorile, dove alle 9, l’arcivescovo emerito di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi, celebrerà la messa e somministrerà i sacramenti dell’iniziazione cristiana a tre ragazzi che stanno scontando la pena nel carcere minorile. Al termine della celebrazione, i ragazzi del Beccaria si racconteranno davanti ad un pubblico composto da coetanei.

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LA FIACCOLATA - Martedì 4 febbraio sarà l’ultima giornata milanese di don Bosco. L’urna tornerà in Duomo, dove sono previste le visite in mattinata degli alunni e degli studenti delle scuole e nel pomeriggio dei ragazzi degli oratori. Momento culminante dell’ultima giornata milanese di don Bosco la fiaccolata, guidata dal vicario episcopale per l’evangelizzazione, mons. Pierantonio Tremolada. Con questa processione l’urna sarà trasferita nella Basilica di Sant’Ambrogio, tappa finale del tour cittadino.

LA MESSA IN SANT’AMBROGIO - Qui l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, alle 21 celebrerà la messa. La peregrinazione dell’Urna di San Giovanni Bosco è partita nel 2009 da Torino. Da allora ha attraversato 130 Paesi del mondo e ha toccato cinque continenti, percorrendo migliaia di chilometri. Dopo Milano, l’urna proseguirà nelle diocesi dell’Emilia Romagna, poi sarà in Lituania e infine tornerà a Torino dove nella seconda parte dell’anno cominceranno le celebrazioni per i duecento anni della nascita del santo (1815-2015).

30 gennaio 2014 (modifica il 01 febbraio 2014)

Mastrapasqua, la santissima trinità

Corriere della sera

Dal 2004, gestione Mastrapasqua, l’ospedale Israelitico ha accumulato ininterrottamente debiti nei confronti dell'ex Inpdap (oggi Inps) ad un ritmo di 2/3 mln all'anno


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Protagonisti: il direttore generale dell’ospedale israelitico (Mastrapasqua), il Presidente dell’Inps (Mastrapasqua), il vice presidente di Equitalia (Mastrapasqua). Il fatto: l’Ospedale Israelitico di Roma ha firmato una convenzione con la Regione Lazio per avere il rimborso delle prestazioni. La Regione ritarda a pagare perché non tutte le prestazioni sembrano dovute, poi quella convenzione è troppo di manica larga e viene bloccata. Antonio Mastrapasqua, nel 2012, convince la Polverini che non c’è niente di taroccato nell’ospedale che lui dirige.

Qualche settimana fa il nuovo governatore della regione Zingaretti ha di nuovo sospeso la convenzione. Le indagini dei carabinieri hanno avuto il loro corso: sembra proprio che l’ospedale chiedesse alla Regione rimborsi non dovuti; ci sono stati arresti, sono partite le indagini della magistratura e la pronta collaborazione di Mastrapasqua: «Non ne sapevo niente». Il capo ha tanti incarichi, non può seguire tutto per filo e per segno, e odiosamente scarica sui sottoposti. Ma che interesse può avere un medico, o un amministrativo, che lavora per un ente senza fini di lucro, nel taroccare una richiesta di rimborso? È troppo facile pensare che lo fa perché qualcuno glielo chiede. Se non il direttore generale, chi?

Mentre l’indagine farà il suo corso, spostiamo l’interesse sull’Inps. L’Ospedale Israelitico dal 1993 non versa i contributi dovuti, e chiede alla Asl di provvedere a regolare i conti con gli enti previdenziali in cambio della cessione di una parte del credito. In sostanza ricorre a una legge del 1985 che consente agli enti morali di compensare i crediti per le prestazioni sanitarie con i debiti nei confronti della pubblica amministrazione. Ma chi ha certificato quei crediti come «certi ed esigibili», visto che gli accertamenti hanno dimostrato il contrario? La Regione ha quindi ritardato i pagamenti, e l’ente previdenziale ha accumulato credito, senza muovere un dito.

Non è certo un problema dell’Inps se l’ospedale chiedeva rimborsi non dovuti! Il problema sta nel fatto che Mastrapasqua sia da un lato direttore generale dell’ospedale che deve pagare i contributi, e dall’altra presidente dell’ente che li deve incassare. La cifra di cui stiamo parlando non è da poco: dai documenti Inps in nostro possesso il debito per contributi previdenziali non pagati dall’Ospedale Israelitico ammontano a 42.548.753 euro, di cui 10.771.383 per interessi sanzionatori, 2.845.695 per interessi di mora.

Dal 2004, gestione Mastrapasqua, l’ospedale ha accumulato ininterrottamente debiti nei confronti dell’ex Inpdap (oggi Inps) a un ritmo di 2-3 milioni all’anno. Ma com’è possibile che siano trascorsi tutti questi anni senza che siano state avviate le procedure di riscossione coattiva nei confronti dell’ospedale, ovvero della Regione Lazio, se doveva essere quest’ultima a onorare i debiti dell’ospedale religioso?

Ricordiamo che esiste una normativa (Legge n. 388/2000) che impone agli enti previdenziali adempimenti molto stringenti pena la loro prescrizione. In sostanza, l’Inps, come l’ex Inpdap, è tenuto a segnalare all’impresa inadempiente «i contributi dovuti e non pagati alla scadenza... (nei limiti della prescrizione di norma 5 anni, ndr ) accertati d’ufficio o tramite l’attività di vigilanza» (dal sito dell’Inps). Dopodiché, entro la fine dell’anno successivo a quello contestato deve provvedere al loro recupero con l’emissione delle famigerate «cartelle esattoriali» gestite da Equitalia di cui il dottor Mastrapasqua è vicepresidente.

Sono state emesse cartelle a carico dell’Ospedale o della Regione Lazio? Dai documenti Inps in nostro possesso, sembrerebbe di no, perché l’Inps, subentrato all’Inpdap dal 2012, chiede di quantificare gli «interessi che la Asl avrebbe dovuto corrispondere per i debiti dell’ospedale, che la stessa Asl Rm aveva riconosciuto a seguito di cessione» solo in data 23 ottobre 2013.

Domanda: il debito nasce nel 1993, si appesantisce dal 2004, e a fine 2013 né l’Inps, né l’ex Inpdap, sanno a quanto ammonta il debito complessivo perché devono ancora quantificare sanzioni e interessi? Evidentemente sì, perché da quel che emerge dalle carte la direzione centrale entrate Inps fornisce i criteri di calcolo il 26 novembre 2013. Naturalmente l’Inps si sta interrogando sul da farsi ritenendo che siano necessarie «ulteriori verifiche ed approfondimenti».

Nel più classico degli «scaricabarile» del dipendente pubblico il calcolo, da cui finalmente emerge che tutto il debito maturato è pari a quasi tutti i ricavi di un anno dell’Ospedale Israelitico, viene inviato alla «direzione regionale per le valutazioni di competenza». Quindi, oggi, la Regione Lazio e non l’Ospedale Israelitico, dovrebbe pagare gli interessi per il ritardato pagamento di quei contributi previdenziali ceduti.

Ma dice che non pagherà perché quelle fatture erano gonfiate o non dovute. Insomma l’efficientissimo presidente dell’Inps ha sicuramente provato a fare gli interessi dell’Ospedale Israelitico, ma non quelli della Pubblica amministrazione che si chiami Regione Lazio, Inpdap o Inps, visto che parte di quei contributi probabilmente non potranno più essere richiesti da Equitalia perché prescritti.


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31 gennaio 2014

Lanciano i cani sotto le macchine per poi chiedere soldi. L'ultima trovata dei Rom romani.

Libero

"Guardi cosa ha fatto, lei ha investito il mio cane" . L'automobilista incredulo della botta si ferma e l'affare è fatto.


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I tempi cambiano e la crisi galoppa. Anche i rom romani non sanno più come guadagnarsi da vivere. Sempre truffa è, ma questa volta a rimetterci sono gli amici a quattro stampe. “Guardi cosa ha fatto, lei ha investito il mio cane”. Con questa frase i rom di un campo ad Acilia (Roma), sotto il cavalcavia vicino al deposito dell'Ama, cercano di estorcere soldi a mal capitati automobilisti, gettando i cani sotto le auto per poi chiedere denaro. 

L'orrore e le proteste - Se vi trovate a passare da Acilia fate attenzione ai sensi di colpa per aver investito un cane, sembra una frase maligna, ma in realtà potreste essere vittima di una truffa escogitata da alcuni nomadi. La segnalazione arriva dai cittadini che abitano nella zona. “Prendono i cani che vivono nell'insediamento e li gettano di proposito in strada contro le vetture in corsa”. Poi l'automobilista incredulo della botta si ferma avvolto da sensi di colpa e l'affare per i nomadi è fatto. Pronto l'appello alle forze dell'ordine per mettere fine alla brutalità: “Chiediamo un immediato sopralluogo – chiede Stefano Tersigni esponente del Movimento Primavera Nazionale. Auspichiamo che i cani presenti nell'accampamento vengano tolti a questa gente e affidati a strutture adeguate”.



Kyenge: "Status giuridico ai rom

Libero
18/09/2013


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A palazzo Chigi sbarcano i rom. La questione gitana è sul tavolo del ministero per l'integrazione, con Cècile Kyenge a capo di una cabina di regia che coordinerà pari opportunità, interni, giustizia, salute, politiche sociali e lavorative. Ad annunciarlo è il ministro a chiusura di un convegno incentrato su due proposte di legge per la tutela di rom, sinti e camminanti.

"Ai Rom sanità e documenti" - La Kyenge vuole accelelare sull'integrazione dei rom: "La definizione dello stato giuridico delle comunità rom, e sinte, un punto fondamentale da cui partire per poi affrontare la questione sanità e documenti". "Se non si parte dallo status giuridico - argomenta il titolare del dicastero - si può affrontare solo i problemi della generazione di oggi, mentre noi puntiamo a una soluzione anche per le generazioni future".

Il piano europeo -  L'"operazione-rom" è comunque già stata predisposta dall'unione Europea che è in pressing sull'italia perché Roma si prepari a vare alcune norme per riconoscere i diritti dei rom. Una relazione del maggio 2012 della Commissione Europea impone all'Italia "la realizzazione di un programma nazionale di interventi di supporto della popolazione immigrata nell’accesso ai servizi anche in ambito sanitario". E ancora "per l’occupazione, diversi progetti a livello regionale come ad esempio interventi di inserimento lavorativo di popolazioni Rom derivante dal Fondo nazionale per le Politiche Migratorie. In materia di condizioni abitative, molteplici progetti a livello regionale e locale per la ricollocazione e l’integrazione socio abitativa di Rom e Sinti provenienti da campi nomadi".

A spese nostre - La Kyenge è su questa strada che vuole costruire il suo piano per i rom. Finora in ambito europeo soltanto 12 paesi (Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Svezia) hanno indicato chiaramente i fondi stanziati, a carico dei bilanci nazionali o dell'Unione, e hanno presentato importi specifici destinati alle misure di inclusione dei Rom previste dai loro documenti strategici. L'Italia, secondo il ministro dell'Integrazione "deve adeguarsi". In Italia vivono circa 170mila rom e sinti. Il riconoscimento di uno status giuridico ben definito sarebbe il primo passo verso una integrazione totale. Integrazione che passa anche dal diritto alla casa. Qualche settimana fa il ministro consigliava di usare le "seconde case inutilizzate" (magari quelle al mare e in montagna) per ospitare gli zingari a prezzi popolari. E qualche mese fa aveva anche auspicato che gli alloggi popolari fossero destinati anche ai rom. Il tutto ovviamente a spese nostre.

(I.S.)

New York, scoppia la «guerra» della pizza. «Insulto a Napoli»

Il Mattino

di Marco Piscitelli


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NAPOLI - A New York è scoppiata la «guerra» della pizza napoletana. A scontrarsi, secondo quanto racconta il New York Post, sono due modi completamente diversi di concepire, creare e servire la pizza partenopea.

La «novità». A scatenare il dibattito è stata la «novità» introdotta dal pizzaiolo Giulio Adriani, nato a Roma, che serve a newyorkesi e turisti la pizza napoletana «a fette» (Slice of Naples). Il New York Post, che dedica un'intera pagina alla guerra, la definisce una «mossa blasfema» e si domanda se la pizza napoletana a fette possa essere un «insulto a Napoli».

Chef contrari. Contro lo chef Adriani si sono subito schierati i «garanti» della tradizione. In prima fila c'è lo chef napoletano (nato a via Toledo) Pasquale Cozzolino, della pizzeria «Ribalta» al Greenwich Village. «Sta sfruttando il nome di Napoli» dichiara lo chef al Post, «quello che produce non è parte della tradizione. Non potrò mai chiamarlo napoletano perché io rispetto la storia». «Stiamo proteggendo una delle più antiche e più importanti tradizioni gastronomiche», assicura il direttore della associazione Verace Pizza Napoletana Antonio Pace, che continua.

La difesa. Adriani, finito al centro della polemica culinaria, ribatte: «Siamo nel 21esimo secolo, come si può dire che solo i napoletani possono produrre pizza napoletana? Dove è scritto?». Lo chef romano, con origini partenopee, ribatte: «Le cose importanti sono l'esperienza, la conoscenza e la passione». Al Post Adriani ammette che la vendita al trancio è una decisione aziendale, fondata principalmente sugli stili di vita della città, basati su velocità e convenienza.

I clienti. Il servizio del New York Post si chiude con la dichiarazione di un agente immobiliare 53enne, che assicura: «Finché c'è il buon sapore, tutto il resto non mi interessa».

sabato 1 febbraio 2014 - 09:14   Ultimo aggiornamento: 09:45

Roberti: «La prima trattativa con lo Stato fu fatta dalla camorra di Raffaele Cutolo»

Il Mattino


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NAPOLI. «Il caso del sequestro dell’ex assessore della Regione Campania ai Lavori Pubblici Ciro Cirillo fu il paradigma della trattativa tra Stato e mafia». A parlare è il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, intervenuto ieri a Napoli a un convegno organizzato dalla Fai, la Federazione delle associazioni antiracket a Palazzo Serra di Cassano. «In quegli anni (era il 1981, ndr) un coraggioso giudice istruttore, Carlo Alemi, nello svolgere le indagini venne posto in un assoluto e grave isolamento, addirittura con un ambiente ostile come quello della Procura dell’epoca, che gli remava contro».

Parole forti che risuonano mentre forte è ancora l’eco dell’inchiesta palermitana sulla cosiddetta presunta «trattativa» tra segmenti dello Stato e Cosa Nostra. Alemi - attuale presidente del Tribunale di Napoli - era presente al dibattito nel quale sono stati illustrati i risultati dell’ultimo anno di attività della Fai ed è anche stato presentato il libro dell’assessore alla Cultura del Comune di Napoli Nino Daniele, «Oltre Ercolano».

«Quando, dopo anni, pentiti del calibro di Pasquale Galasso e Carmine Alfieri conffrmarono che a trattare con Raffaele Cutolo e con le Brigate Rosse furono apparati dei servizi segreti - ha proseguito Roberti - noi pm recuperammo l’istruttoria e la sentenza-ordinanza scritta da Alemi, avendo totale conferma di quanto egli era riuscito ad accertare. E questa fu la prima vera "trattativa" tra Stato e mafia. La verità è che già in quell’occasione si volle stendere un velo di omertà con la complicità di apparati dello Stato. E fu necessario allora un intervento del presidente Pertini perché non si realizzasse un accordo scellerato con le Br e si riuscisse a spedire Cutolo all’Asinara.

Niente, nella storia del nostro Paese è slegato: ma da allora a oggi se grandi passi sono stati compiuti lo si deve anche al sacrificio di magistrati come Livatino, Falcone e Borsellino». L’incontro all’Istituto italiano degli studi filosofici è stato utile anche per fare un bilancio dell’ultimo anno delle attività della Fai di cui Tano Grasso è presidente onorario. Tra gli intervenuti, oltre all’assessore Daniele, che è stato sindaco di Ercolano - ormai divenuta il simbolo della lotta alla camorra sul fronte dell’antiracket - anche il commissario nazionale antiracket e antiusura, prefetto Elisabetta Belgiorno, e la coordinatrice regionale campana Fai, Silvana Fucito.

venerdì 31 gennaio 2014 - 22:26   Ultimo aggiornamento: 22:29

Niente ospedale psichiatrico, Kabobo deve rimanere in carcere

Corriere della sera

i giudici del Riesame hanno deciso di respingere la richiesta presentata dai legali sulla base di una perizia


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Adam Kabobo, il ghanese che, lo scorso 11 maggio, uccise tre passanti a picconate a Milano, deve restare in carcere. Lo hanno deciso i giudici del riesame che hanno così respinto la richiesta dei suoi legali di trasferirlo in un ospedale psichiatrico giudiziario. Richiesta che era stata avallata anche dal medico legale Marco Scaglione al quale i giudici avevano chiesto una consulenza. Un medico aveva indicato la necessità di trasferirlo in un ospedale psichiatrico giudiziario, ma l’istanza è stata respinta.

LA DIFESA - I difensori di Adam «Mada» Kabobo, il ghanese che l’11 maggio scorso uccise tre passanti nel quartiere Niguarda di Milano a colpi di piccone, avevano chiesto al Tribunale del Riesame che l’immigrato venisse trasferito dal carcere in un luogo di cura in degenza psichiatrica. La difesa aveva chiesto ai giudici anche che venisse disposto un supplemento di perizia psichiatrica sulle condizioni di salute del ghanese incompatibili, a loro dire, con il regime carcerario.

PERIZIA PSICHIATRICA - I legali, gli avvocati Benedetto Ciccarone e Francesca Colasuonno, avevano già presentato le richieste al gip di Milano Andrea Ghinetti, che le aveva respinte. Da qui il ricorso al Riesame. In sostanza, la difesa chiede un’integrazione della perizia psichiatrica (quella disposta dal gip aveva evidenziato solo un vizio parziale di mente e non l’incapacità di intendere e di volere al momento del fatto) e di modificare la misura cautelare dalla detenzione in carcere a quella in un luogo di cura. Intanto, deve essere ancora fissata dal gup di Milano, Manuela Scudieri, la data del processo con rito abbreviato, rito chiesto dai difensori dopo che la perizia del gip aveva stabilito che Kabobo è processabile.

31 gennaio 2014

La legge cancella quattro ergastoli Un pluriomicida ritorna in libertà

Corriere della sera

Non rischia più il carcere a vita, che non esiste in Uruguay da dove è stato estradato


Si può essere scarcerati e rimessi in libertà pur avendo sulle spalle quattro ergastoli definitivi per altrettanti omicidi? Sì, si può se si è all’incrocio di due norme sull’effettività del diritto di difesa di coloro che erano latitanti al momento del processo. La norma che consente al difensore di fare ricorso anche senza procura dell’imputato, e la norma che però impone ai giudici di provare che l’imputato latitante sapesse dell’esistenza del suo processo, producono a Milano la scarcerazione di Francesco Salerno, 55 anni, ora liberato per forza dalla Corte d’Assise d’Appello benché nel 2002 fosse stato definitivamente condannato (latitante) a quattro ergastoli per omicidi commessi in una delle «guerre» per la droga nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro.

Esito spiazzante ma imparabile a norma di legge. Salerno era irreperibile già all’inizio dell’inchiesta, ed era stato processato in contumacia durante il primo grado conclusosi con l’ergastolo. All’epoca aveva un difensore d’ufficio, che anche in sua assenza aveva potuto impugnare la condanna perché la norma consente appunto di farlo anche senza una apposita procura dell’assistito. Il processo d’Appello aveva confermato l’ergastolo, non c’era stato ricorso in Cassazione, e il carcere a vita era diventato definitivo. Il latitante, a sorpresa, ricompare nel 2010: ma in Uruguay. Dice di aver solo ora saputo di essere bersaglio di imputazioni di cui però ignora il dettaglio. L’Italia chiede l’estradizione, il condannato percorre i vari ricorsi in Uruguay, che lo estrada due mesi fa, il 18 dicembre 2013.

Ma a questo punto Salerno, con l’avvocato Marco De Giorgio, invoca l’articolo 175 del codice di procedura penale che impone ai giudici di rimettere in termini, per consentirgli di rifare l’impugnazione, l’imputato latitante che non abbia mai avuto conoscenza del processo. Dimostrare il contrario è onere dei giudici con gli atti disponibili, senza poterlo ricavare né dal semplice fatto che la difesa avesse fatto ricorso, né dallo stato di latitanza dell’imputato: e la Corte d’Assise d’Appello presieduta da Sergio Silocchi non trova negli atti alcun elemento su cui fondare la certezza che il latitante fosse a conoscenza del processo in cui aveva avuto l’ergastolo.

Ecco perché la Corte non ha scelta e rimette in termini per un nuovo Appello-bis l’ex latitante estradato, con la conseguenza che i suoi quattro ergastoli definitivi cessano di esserlo e retrocedono alla fase non definitiva di un nuovo dibattimento di Appello e poi di una Cassazione. A catena, la Corte è costretta a revocare l’ordine di esecuzione della (ex) pena dei quattro ergastoli, e quindi a scarcerare l’imputato per questo titolo di detenzione non più definitivo. E neanche la custodia cautelare in carcere è più possibile: il termine massimo nella fase d’Appello (quella alla quale si è ritornati) è 18 mesi, ma per Salerno è già decorso perché l’ex latitante è rimasto 3 anni agli arresti in Uruguay in attesa dell’esaurirsi dei ricorsi sull’estradizione.

A trattenere in cella il non più quadruplice ergastolano resterebbe ancora una condanna a 3 anni e 6 mesi per detenzione di armi: ma qui a soccorrerlo è l’indulto del 2006 che gli condona 3 anni, mentre i residui 6 mesi sono assorbiti sempre dal periodo di arresto a Montevideo. I giudici possono così solo imporgli il ritiro del passaporto, l’obbligo di soggiorno e l’obbligo di firma. E i paradossi non finiscono. Perché nei nuovi processi potrà al massimo essere condannato a 30 anni anziché a quattro ergastoli: l’Uruguay, che non ammette il carcere a vita, ha infatti estradato l’imputato in Italia solo dopo aver preteso e ottenuto dal ministero della Giustizia il 18 marzo 2013 un formale impegno a non applicargli mai l’ergastolo.

31 gennaio 2014

Fotocamera degli sbarchi sulla Luna va all’asta

La Stampa


Il solo apparecchio fotografico della Nasa ritornato sulla Terra dalle missioni Apollo che portarono allo sbarco dei primi uomini sulla Luna, sarà messo all’asta a Vienna il 22 marzo dalla Westlicht, una delle gallerie più note del mondo. Fu l’astronauta americano Jim Irwin ad utilizzare l’apparecchio in vendita, una Hasselblad, procedendo a ben 299 scatti in tre giorni durante la missione Apollo 15. In tutto la Nasa portò 14 macchine fotografiche sulla Luna ma solo una tornò a Terra. Le altre 13 furono abbandonate sulla Luna per permettere agli astronauti di riportarsi indietro pietre lunari.

L’apparecchio appartiene ad un collezionista italiano. Il prezzo è stimato fra i 150.000 e i 200.000 euro ma alla Westlicht i pezzi rari vanno alle stelle. Nel 2012 un prototipo Leica del 1923 è stato aggiudicato per la cifra record di 2,6 milioni di euro.


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Nel Comune che obbliga i suoi dipendenti a “dare del lei”

La Stampa

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Ma le indicazioni di comportamento dettate dal Segretario di Crescentino fanno indignare i consiglieri di minoranza: “Sono deliranti e offensive”


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I dipendenti del Comune di Crescentino sono caldamente invitati a «dare del lei» ai cittadini. Mentre i Comuni proprio in questi giorni sono alle prese con l’approvazione delle norme del regolamento per l’anticorruzione e del codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a Crescentino il segretario comunale Lucia Piazza, nella sua veste di responsabile della prevenzione della corruzione, ha inviato una lettera a tutto il personale con una chiara indicazione di comportamento.

A sollevare la vicenda è il consigliere di opposizione Gian Maria Mosca, allibito dal provvedimento: «Ai cittadini che si recheranno negli uffici comunali ora quindi sarà dato rigorosamente “del lei”. A meno che, naturalmente, si sia legati da ”rapporti consolidati”. Ma come si misura il sottile confine tra un rapporto consolidato o meno?». Due persone possono essere amici per anni, poi allontanarsi e magari non frequentarsi più: il dipendente come dovrà rapportarsi in questo caso? E se allo sportello arriva un fidanzato avuto in tenera età? Da anni, ogni giorno, i dipendenti del Comune di Crescentino ricevono i cittadini: cosa avrà fatto scattare questa nuova indicazione?

«Quell’ordine di servizio è a dir poco delirante e offensivo per il personale: – commenta Mosca – alcuni dipendenti venivano a scuola con me e con una dipendente andai a cena durante la festa dei coscritti. Negli ultimi anni però non l’ho frequentata, quindi il nostro rapporto è tutt’altro che consolidato: a questo punto mi dovrebbe dare del lei». Mosca si è quindi subito messo al lavoro per bacchettare questa nuova scelta dell’amministrazione: «Ho già iniziato a scrivere il Codice di comportamento degli amministratori per educarli ed intendo proporlo per l’approvazione nel prossimo Consiglio comunale».

Gianni, 27 anni, da geometra a contadino. Lascia l'Italia e lavora nei campi in Australia

Il Mattino


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MELBOURNE - Da geometra di Verona a contadino in Australia. È la storia di Gianni Andreoli, 27 anni, italiano che ha lasciato il Belpaese per cercare fortuna dall'altra parte del mondo. È partito con un visto "working holyday" verso Melbourne alla ricerca delle celebri "farm", le aziende agricole locali che ti permettono di allungare di un ulteriore anno il visto. Gianni Andreoli è solo uno dei tanti giovani che hanno scelto la fuga dall'Italia. Un dato emerso da un rapporto sugli italiani in Australia mostra come nel 2013 i viaggi di sola andata siano aumentati del 66,4% rispetto all'anno precedente.

IN CERCA DI LAVORO "Ho comprato un van insieme a un amico, Filippo Corsi, conterraneo, anche lui in Australia con un visto vacanza-lavoro. Abbiamo diviso le spese e siamo partiti alla ricerca delle farm per poter ottenere il secondo visto", racconta a Il Sole 24 Ore. Ma non si è trattato di un viaggio semplice. "Ho vissuto in un ostello che aveva regole rigide e ho provato a cercare lavoro tramite i servizi offerti da caravan park, con risultati negativi - spiega - I miei compagni di ostello raccontavano di essere in attesa da oltre due mesi. Così ho provato a fare quello che chiamano jumping: alle 4 di mattina andavo nella via principale di Tully e aspettavo i pullman con le sbarre e senza vetri che raccoglievano noi ragazzi per offrire un lavoro giornaliero. Ero ben pagato ma il lavoro era molto duro e bisognava spingere per salire sui pullman".

VERSO SUD Le difficoltà nel trovare lavoro lo hanno spinto a cercar fortuna verso il Sud. "Avevo trovato lavoro in fattorie di zucchini, in cui pagavano 2,70 dollari a secchiello, o in quelle per la raccolta degli scalogni, a un dollaro a cassetta. Ho anche lavorato per una fattoria gestita da vietnamiti. Raccoglievo pepperoncini piccanti e venivo pagato 3,50 dollari al chilo. Alla fine della raccolta, mi hanno fatto dividere i peperoncini per colore, tempo di lavoro non pagato. In circa 12 ore ho guadagnato 40 dollari. Solo i proprietari della fattoria delle zucchine mi hanno compilato i documenti per richiedere il secondo visto".

Non è quindi la nuova America, anzi. "Non è facile trovare lavoro come cinque anni fa - conclude Andreoli - ci sono un sacco di immigrati e anche gli australiani iniziano ad approfittarsene della situazione".

 
venerdì 31 gennaio 2014 - 11:57   Ultimo aggiornamento: 12:54

Ho insegnato agli americani a far la pizza che piace a Obama»

Corriere della sera

Antonio Marzani: discutevamo perché non avevo più il forno a legna. Gli dicevo che il segreto è la pasta


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«Me li ricordo quei due ragazzi lì. Sono venuti a trovarmi dall’America, vent’anni fa: lui, l’unico dei due che parlava italiano, si era scandalizzato perché non avevo più il forno a legna. Io gliel’ho spiegato: il forno elettrico non cambia nulla, il segreto è la pasta. Lui prendeva appunti e alla fine mi ha fatto un’offerta. Ma l’ho rifiutata». Così racconta Antonio Marzani, 75 anni, di cui 45 trascorsi dietro il bancone infarinato della sua pizzeria «Da Gino» in corso Vercelli 9; «lui», l’avventore venuto da lontano, è l’italoamericano John Soranno, 51 anni, proprietario in Minnesota della catena di pizzerie Punch Pizza e additato come «imprenditore modello» nientemeno che da Barack Obama, per avere aumentato prima di tutti il salario minimo dei suoi dipendenti a 10 dollari l’ora.

Una proposta che Obama ha rilanciato, il 28 gennaio, durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione a Washington: sul palco con lui c’era anche Soranno, che come fonte d’ispirazione per la sua impresa - 9 ristoranti, 300 dipendenti, ricetta italiana - ha citato proprio la pizzeria «Da Gino», protagonista dei suoi ricordi d’infanzia. «Quando avevo 8 anni la mia famiglia si trasferì a Milano. Tornando da scuola sul 15 mi fermavo da Gino e trascorrevo ore a parlare con i pizzaioli», scrive Soranno sul sito della sua compagnia. E Marzani - che molti clienti salutano abitualmente con un «Ciao Gino!» da anni, sbagliando perché il vecchio socio, Gino De Ambrosi, è scomparso nell’85 - conferma (a grandi linee). «Da ragazzino non lo ricordo: qui pranzano gli alunni di tre scuole, il San Carlo, il Moreschi e la scuola media Mauri, capirà se so le facce di tutti. Ma il giorno che è tornato, adulto, col suo socio, faceva domande su tutto, dalla ricetta ai turni di lavoro. Mi propose di entrare in società con lui, in America. Ma è troppo lontano. Ho rifiutato tante di quelle offerte di diventare un franchising, di aprire altri negozi... mio figlio, quando passa di qua e mi vede dietro il bancone, mi dice “papà, hai mica capito niente”. Fa il commercialista e mi tiene i conti. Pensa che dovrei mettermi comodo. Avrà ragione lui. Ma a me piace invecchiare qui».

Obama cita Soranno, pizzaiolo di origini italiane: «Fate come John» (29/01/2014)
  Antonio «Gino» Marzani arriva in negozio alle 11 sette giorni su sette: «Assaggio tutto, dal ragù alla pasta, controllo le dosi e poi mi metto dietro il bancone a servire. Chiudiamo alle 15. Pranzo con i dipendenti, sempre. Riapriamo. Sto qui fino alle 21». Stessa vita da 45 anni - «finché c’era mia moglie Mea era sempre qui anche lei» - e immutata anche la ricetta per la pizza: segreta, naturalmente, ma contraddistinta da una dose di lievito circa 10 volte inferiore a quella normale. «Così non diventa gommosa, e non cambia sapore raffreddandosi. Certo, sta a lievitare anche una settimana, mica un’ora». Dal 1969, anno in cui Marzani lasciò la salumeria di Melegnano dove era rosticciere per entrare in pizzeria come socio dell’amico Gino, è cambiato però altro: il laboratorio «era un tavolo d’assi nello scantinato», ora è diventato un impianto semi-industriale con tre impastatrici, un’«arrotolatrice» e una «spezzatrice» (per porzionare l’impasto), celle frigorifere, un abbattitore di temperatura e una pressa per la pizza.

«Non schiacciamo più la pasta a mano: se metti un dipendente tutto il giorno al forno, a schiacciare un disco via l’altro...pochi mesi e se ne va. Io invece voglio che siano contenti». Frase identica a quella pronunciata dal suo «discepolo» Soranno commentando l’investitura di Obama: Marzani, però, di dipendenti ne ha dieci. Tre cassiere, «così si danno il cambio e possono stare più in famiglia», due impiegati che sono anche suoi soci, e che di lui in veste di capo si dicono, all’unisono, «molto contenti», cinque pizzaioli stranieri che lavorano con le macchine. «Ho dovuto mandare via tre persone, però: da due anni sentiamo la crisi, faccio il 30% degli incassi in meno, ho pure messo lo sconto sulla pizza. Quindi la mossa di Soranno, io, non la posso fare: gli stipendi restano quelli che sono».

31 gennaio 2014

Russia, morire giovani, per troppa vodka

Corriere della sera

Un quarto degli uomini russi muore prima dei 55 anni e la vodka è la principale colpevole. Sotto accusa anche il binge drinking

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In Russia si dice Na zdorovie, ovvero «alla salute», ma è chiaro che tutti quei brindisi non fanno per nulla bene alla salute e a colpi di Na zdorovie i russi maschi finiscono per avere una delle aspettative di vita più basse al mondo, con una media di longevità maschile intorno ai 64 anni (contro i 76 degli americani). Il loro difficile rapporto con gli alcolici è stato indagato da uno studio internazionale, che sottolinea come un consumo di tre bottiglie di vodka alla settimana (non così insolito per un maschio russo) si traduca in una percentuale doppia di morire nei prossimi vent’anni . Quelli che bevono meno di una bottiglia hanno invece il 16 per cento di probabilità in più di morte nei prossimi vent’anni, mentre la stessa percentuale per quelli che stanno tra l’una e le tre bottiglie si aggira sul 20 per cento.

FORTI BEVITORI - Un litro e mezzo di vodka alla settimana: sono gli heavy drinkers sovietici, ovvero i forti bevitori, rigorosamente maschi e scientificamente esposti a più fattori di rischio di morte da giovani. Sono molto diffusi nella Russia di oggi come in quella di ieri. E i dati parlano chiaro: un inquietante 25 per cento della popolazione maschile russa muore infatti prematuramente, entro i 55 anni di età, e di questa percentuale un’altissima quota è addebitabile al consumo eccessivo di alcolici che continua a fare strage di uomini.

DATI SIGNIFICATIVI - L’ultimo censimento in materia, risalente al 2011, sosteneva infatti che mediamente un maschio adulto russo ha un consumo di 13 litri annui di alcolici dei quali 8 litri sono in superalcolici (soprattutto vodka), laddove in Gran Bretagna per esempio (che non è nemmeno una delle nazioni più morigerate) il consumo è sui 10 litri annuali, dei quali solo due litri in superalcolici. Tanti litri, troppi evidentemente, tanto da far sì che un maschio russo su 4 non arrivi all’età matura. Incidenti, patologie epatiche, intossicazioni: le cause di morte correlate, più o meno direttamente, alla troppa vodka sono svariate e le hanno individuate e studiate gli studiosi del Russian Cancer Centre di Mosca, i ricercatori della Oxford University britannica e quelli francesi della World Health Organization International Agency for Research on Cancer. Prendendo in esame un campione di 151 mila maschi adulti abitanti in tre differenti città russe (Barnaul, Byisk e Tomsk) e seguendoli per 10 anni, gli scienziati hanno riscontrato un alto numero di decessi tra le famiglie che avevano dichiarato abitudini alcoliche eccessive e una mortalità precoce in generale. Le cifre relative alla patologie imputabili all’alcol sono sempre state alte in Russia, ma negli anni hanno subito oscillazioni significative, a seconda delle strategie dei governi e delle loro politiche sulla vodka.

POLITICHE GOVERNATIVE - Che i superalcolici, e in particolare la vodka, fossero un problema per la Russia era cosa nota. Anzi, le cose sono in miglioramento e le morti premature da vodka sono passate comunque dal 37 al 25 per cento, confermando i risultati positivi di alcune scelte politiche. Se ne accorse, in piena perestroika, già Gorbaciov, che tagliò drasticamente la produzione di vodka e ne vietò la vendita nelle ore mattutine (e questo già la dice lunga). Yeltsin invece interruppe il new deal e inaugurò un periodo all’insegna della vodka libera che, unitamente a un momento difficile di riconversione del regime, si tradusse presto in una nuova ondata di decessi alcolici.

IL BINGE DRINKING – Sotto accusa, oltre alla tradizione russa, è anche il fenomeno del binge drinking, che non riguarda certo solo la Russia bensì coinvolge trasversalmente i giovani di tutto il mondo (o quasi). Si tratta di una sorta di abbuffata alcolica che si traduce nel consumare cinque o più bevande in un ridotto intervallo di tempo. Va bene tutto, dalla vodka alla birra, l’importante è raggiungere l’obiettivo unico e indubbio: l’ubriacatura immediata. E’ il nuovo sballo del sabato sera, diffuso tra ragazzini sempre più giovani che cercano di sembrare grandi e l’Italia non ne è immune. Nel nostro Paese infatti il primo approccio con le bevande alcoliche avviene in età molto precoce e secondo l’indagine internazionale HBSC , svolta in collaborazione con l’OMS sui comportamenti dei ragazzi in età scolare di 40 Stati europei, i ragazzi italiani tra gli 11 e i 15 anni sono ai primi posti per il consumo settimanale di alcol.
COSE DA MASCHI – L’altro dato da notare è che l’amore per la vodka rimane una questione soprattutto maschile nella Russia del terzo millennio e almeno in questo aspetto i due sessi non si stanno allineando. Sono i maschi che bevono, in un Paese dove la vodka ha ancora un forte valore simbolico, collegata a riti di iniziazione maschile e a un aplomb virile e giustificata dalla vecchia e dubbia questione del troppo freddo e della necessità di riscaldarsi.
31 gennaio 2014