lunedì 27 gennaio 2014

Bonino fermata all'aeroporto di Teheran: le autorità iraniane le fanno mettere il velo

Sergio Rame - Lun, 27/01/2014 - 20:13

Il 21 dicembre sfiorato l'incidente diplomatico. Il ministro, minacciata di essere rimpatriata, viene costretta a indossare il velo

Lo scorso 21 dicembre, all'aeroporto di Teheran, è stato sfiorato l'incidente diplomatico. Non appena l'aereo è atterrato, il ministro degli Esteri Emma Bonino è stata intercettata dalle autorità iraniane che le hanno imposto di indossare il velo per non farla scendere a capo scoperto.


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La visita della Bonino in Iran è la prima di un ministro degli Esteri occidentale dopo la firma dell’accordo nucleare tra Teheran e le potenze del gruppo 5+1. E, per un soffio, non c'è stato un imbarazzante incidente diplomatico. Come scrive il quotidiano israeliano Haaretz, che cita il sito conservatore iraniano Jahan news, quando l’aereo della titolare della Farnesina è atterrato nel Paese degli ayatollah, il capo del protocollo iraniano è salito a bordo portando tre veli e ha chiesto al ministro di indossarne uno sul capo prima di scendere.

Ma la titolare della Farnesina, "scioccata", si sarebbe rifiutata anche solo di accettare i veli e avrebbe insistito per lasciare l'aereo a capo scoperto. Il capo del protocollo avrebbe cercato di convincere la Bonino. Ma invano. Così si è visto costretto a telefonare al ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif chiedendogli di parlare con la collega italiana e convincerla a indossare il velo. Zarif si sarebbe però rifiutato di farlo e avrebbe detto al capo del protocollo che se la Bonino non si fosse coperta la testa non sarebbe potuta scendere dall'aereo e avrebbe dovuto far rientro a Roma.

Solo dopo un'estenuante contrattazione, la Bonino ha capito che stava rischiando di mettere a repentaglio la visita dell'intera delegazione italiana in Iran. Così, dopo aver fumato qualche sigaretta per calmarsi, ha indossato il velo in testa ed è scesa dall’aereo.

Una concreta prospettiva per il futuro di Cecina


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Dopo riunione e consultazione dei militanti della Sezione Bassa Val di Cecina la Segreteria provinciale della Lega Nord prende atto delle indicazioni ricevute dalla base in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale e del Sindaco di Cecina. La Lega Nord esprime pieno convincimento, in adesione a quanto già comunicato da autorevoli esponenti del centro destra locale, che un fronte comune del centro destra possa risultare la strategia vincente per ottenere dalla maggioranza dei cecinesi quel consenso utile a vincere le elezioni comunali.

Pertanto, auspichiamo coesione dei partiti e liste civiche di centro destra ed inoltre,manifestiamo il pieno gradimento e sostegno ad una possibile autorevole candidatura quale quella già sperimentata con la persona dell'Avvocato Paolo Barabino,unica figura di spicco a raggiungere nella storia elettorale di Cecina l'alto consenso delle scorse elezioni.

La Lega informa della sua adesione a questa linea politica con la stessa convinzione del passato e per accentuare la necessaria spinta sui temi spesso ritenuti "scomodi" ma invece molto sentiti dai cittadini, come la sicurezza, le politiche sociali a favore dei residenti da lungo periodo, il decoro cittadino.

G.Ceruso - Segretario provinciale Lega Nord - Livorno

Steve Jobs e il primo Mac, una settimana dopo…

Corriere della sera


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Le tempistiche casuali, quando si parla di Apple, lasciano sempre qualche dubbio sulla loro reale casualità. Così, un giorno dopo il trentennale della presentazione da parte di un giovane Steve Jobs del primo computer Macintosh (qui il nostro pezzo, la fotostoria e una gustosa galleria fotografica per veri nerd), il sito di Time in esclusiva pubblica un reperto storico ritrovato dal Computer History Museum. Si tratta di un video, della durata di un’ora e mezza, per appassionati del genere (e ormai ce ne sono tanti) che mostra una seconda presentazione del Mac da parte di Jobs. Siamo a una settimana di distanza dalla presentazione ufficiale, alla Boston’s John Hancock Hall, dove Jobs più rilassato e consapevole che quanto fatto è (e soprattutto sarà) un successo, riesce a dare il meglio di sé. Di fatto si tratta della prima presentazione al pubblico, e fu un successo. Un documento della nostra storia recente. Buona visione.

video inedito del 1984



Steve Jobs e il primo Mac, 30 anni fa
Corriere della sera
La storia e le intuizioni del visionario fondatore di Apple che, emozionato, estrasse da una borsa il nostro futuro

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MILANO - Prendi un ragazzino di oggi, uno di quelli che con le mani strette attorno al suo iPhone si sente padrone del mondo, e prova a spiegargli che trent’anni fa niente di quello di cui non potrebbe più fare a meno esisteva. Niente Facebook, WhatsApp, video di Youtube e telefonate su Skype. Raccontagli che non bastava premere un polpastrello sullo schermo per venire scaraventati in una realtà non solo perfettamente coerente con quella circostante ma anche capace di renderla più semplice, accessibile, interconnessa. E prova a spiegargli che la vera rivoluzione fatta dagli antenati della sua piccola finestra sul mondo non è stata la capacità di elaborazione dei dati o la connessione a Internet ma l’interfaccia grafica utente. Raccontagli che tutto è cominciato un po’ prima di trent’anni fa, quando un certo Alan Key, scienziato del Connecticut, ha chiesto alla sua squadra di ingegneri di lavorare a un personal computer comprensibile a persone di tutte le età e formazione, anche ai bambini. Key lavorava nell’avveniristico laboratorio Xerox Park dell’omonima società e alla fine degli anni ‘70 a osservare e ammirare il suo lavoro c’era un certo Steve Jobs.

Non era ancora l’uomo in jeans e maglioncino nero in grado di far pendere dalle sue labbra consumatori (e portafogli) di mezzo mondo. Era un quasi venticinquenne affamato e folle, come nel 2005 raccontò agli studenti di Stanford citando la rivista The Whole Earth Catalog. Quel motto, «stay hungry, stay foolish», Jobs lo ha fatto suo, lo ho contestualizzato, gli ha dato forza e passione e lo ha cucito attorno alla sua storia. Con l’intuizione di Key e della sua squadra ha fatto lo stesso. Ha visto le potenzialità di quella rappresentazione grafica di una scrivania sullo schermo con tanto di cartelle per raccogliere i documenti e di quel puntatore, il mouse, con cui selezionare il materiale. E le ha fatte sue, le ha portate nella Apple fondata nel 1976 con il geniale Steve Wozniak, che all’epoca era in procinto di abbandonare la nave. Cinque anni dopo, il 25 gennaio del 1984, Jobs ha tolto il velo al primo Macintosh. Anzi, lo ha estratto da una borsa, per essere precisi. Esattamente trent’anni fa lo spunto intravisto allo Xerox Park si è trasformato nel computer che oggi sappiamo aver scritto una pagina importante della storia dell’informatica.

Steve Jobs e i 30 anni dei Macintosh

Steve Jobs e i 30 anni dei Macintosh Steve Jobs e i 30 anni dei MacintoshSteve Jobs e i 30 anni dei MacintoshSteve Jobs e i 30 anni dei MacintoshSteve Jobs e i 30 anni dei Macintosh

Ci sono due video che raccontano quel momento in modi diametralmente opposti: da una parte lo spot pubblicitario firmato da Ridley Scott e andato in onda durante il Super Bowl del 22 gennaio 1984. Aggressivo e costoso, svelava già l’ingordigia di una società che oggi vale più di 100 miliardi di dollari. Dall’altra la presentazione del Macintosh. Il momento in cui Jobs ha tirato fuori la scatoletta bianca dalla borsa, l’ha accesa, ha tirato lentamente fuori dal taschino della giacca un floppy disk, lo ha inserito nella macchina e ha fatto partire la presentazione. Già, il taschino della giacca. La divisa da cannibalizzatore del mercato era di là da venire e il giovane Jobs si era presentato in giacca, camicia e farfallino. Emozionato, più che famelico. Commosso, addirittura, quando la platea ha riservato lunghi e forti applausi alla sua creatura. Una creatura voluta fortemente. Quasi un figlio, che per uno scherzo beffardo del destino si è sviluppato in casa Apple parallelamente a un progetto chiamato come sua figlia Lisa, la figlia inizialmente non riconosciuta. Con il primo Mac Jobs non ha avuto dubbi: era lui il padre.

007-k6dC-U430Steve Jobs e il primo MacintoshCos’aveva di tanto speciale quella scatoletta bianca? La grafica, l’accessibilità. Immagini chiare e gradevoli al posto di stringhe di testo. Gesti, come sovrapporre una cartella a un’altra, che al ragazzino con l’iPhone in mano faranno poco più dell’effetto di un episodio dei Flintstone, di quelli in cui Fred e Barney muovono i piedi velocemente per far spostare la loro “automobile”. Lui, il ragazzino, ormai pensa in touch ed è abituato a macchine dalle prestazioni e dalle forme avveniristiche come il super cilindro Mac Pro lanciato da Apple in giugno.

C’è invece chi ha vissuto quelle novità come una piccola conquista personale. E ricorderà anche perché non è stato il computer della Mela a entrare in tutte le abitazioni. Il sogno, realizzato, di portare un pc su ogni scrivania e uno in ogni casa era di Bill Gates, il fondatore di Microsoft. Il primo Macintosh, uno schermo da 9 pollici con 128Kb di Ram e cartellino da 2.500 dollari (di allora, il doppio circa oggi), è stata una rivoluzione informatica. Microsoft Windows, sistema operativo a bordo dei computer Ibm, è stata una rivoluzione commerciale iniziata esattamente nello stesso periodo, e ispirandosi a Cupertino. Da allora le due aziende sono sempre state collegate da un filo rosso, tra cessioni di licenze, con i Mac arresisi alla necessità di avere versioni sempre aggiornate del pacchetto Office, e strategie intersecate. Forse non tutti ricordano, ad esempio, che anche Apple tentò la via della distribuzione del solo software. E sicuramente non tutti sanno che uno, anzi un altro, dei dettami di Key di cui Jobs aveva preso attentamente nota era proprio la lavorazione congiunta di hardware e software.

Il primo Mac visto da dentro

Il primo Mac visto da dentro Il primo Mac visto da dentroIl primo Mac visto da dentroIl primo Mac visto da dentroIl primo Mac visto da dentro

Tornando alla Mela e passando per PowerBook e PowerMac, impossibile dimenticare l’ingresso nel mercato del compatto e colorato iMac. La firma era di Jonathan Ive. Quel Jonathan Ive che ci ha fatto perdere la testa per iPod e iPhone. Era il 1998 e l’approccio era lo stesso del ‘94: un prodotto semplice da utilizzare e destinato al grande pubblico. Jobs era ancora in giacca e camicia, senza il farfallino però. Gli anni duemila, fra Mac OS X e la stretta di mano con Intel annunciata finalmente con un maglioncino nero, sono quelli in cui il ragazzino inizia a ritrovarsi. Arriva iTunes, negozio di musica digitale dal quale sono stati acquistati 25 miliardi di brani. Adesso ci sono Spotify e concorrenti, ma questa è un’altra storia: il primo capitolo della fruizione legale delle canzoni in Rete lo ha scritto Apple.

Ancora una volta Jobs stava facendo tesoro dell’insegnamento di Key, mantenendo le redini di hardware e piattaforma di distribuzione, binomio sulle ali del quale ha preso il volo anche l’iPhone e a cui Microsoft si è dovuto arrendere nel campo mobile con l’acquisizione di Nokia. Il mondo del ragazzino, quello fatto di colpi di polpastrelli a raffica, è iniziato nel 2007. Il 9 gennaio di quell’anno Jobs ha mostrato al mondo il primo smartphone marchiato Apple. Solo lo scorso anno ne ha venduti 150 milioni. Non solo, lo stesso giorno Apple ha smesso di chiamarsi Apple Computer propendendo per un generico Apple Inc, più aderente alla sua missione sempre meno legata ai pc. Gli auguri, caro Mac, te li facciamo oggi, ma sei vecchio (già) da tempo.

24 gennaio 2014

Google e Samsung, alleanza contro Apple

Corriere della sera

Accordo tra i due colossi per la condivisione dei propri brevetti per 10 anni: «Meglio cooperare che fare battaglie»

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MILANO - Se i due litiganti si alleano il terzo non gode affatto. Samsung va all’assalto di Apple con un patto di non belligeranza con Google. L’accordo permetterà ai due di condividere i propri brevetti per i prossimi dieci anni per tenere lontane eventuali dispute sulla proprietà intellettuale che costano tempo e denaro. Ora i due potranno giocare d’anticipo e sfruttare le idee reciproche per rafforzarsi senza dover controllare a posteriori eventuali violazioni.

ALLEANZA STRATEGICA - È come se due delle favorite al titolo si mettessero d’accordo a inizio campionato, o per dirla con le parole di Seungho Ahn, capo della divisione di Samsung che si occupa della proprietà intellettuale, «Samsung e Google dimostrano al resto dell’industria che c’è molto più da guadagnare nel cooperare sui brevetti che nell’intraprendere battaglie non necessarie». I due colossi dopotutto sono legati a doppio filo da sempre: l’azienda coreana è oggi la portabandiera del sistema operativo di Google, Android, e fin dal 2007 è stata tra i fondatori della OHA, Open Handset Alliance, il consorzio di aziende hi-tech votate all’open source che conta tra le sue file anche HTC, LG, Acer e Asus.

SAMSUNGOOGLE - Da oggi insomma dobbiamo aspettarci un nuovo giocatore nello stadio dell’hi-tech, quel «SamsunGoogle» che da smartphone e tablet si muove anche nel terreno delle Smart Tv e lascia intravedere un nuovo scenario all’interno dell’Internet of Thing, gli oggetti connessi alla Rete. Sul tavolo ci sono auto che si guidano da sole e occhiali intelligenti, braccialetti e sensori, progetti in cui Google è impegnata da tempo e che potranno vedere Samsung come fornitore principale dell’hardware.

L’ACCORDO CON ERICSSON - Visto che i device li produce lei stessa e che l’accordo per il sistema operativo è fatto, Samsung allarga lo sguardo anche al terzo nodo fondamentale del mobile: le reti. Stavolta la protagonista è Ericsson che riceverà una somma di denaro più eventuali royalty da parte di Samsung per collaborare nel campo dell’UMTS e dell’Internet superveloce LTE. Ancora non sono stati svelati i dettagli finanziari dell’accordo ma gli svedesi hanno previsioni piuttosto ottimistiche: le azioni sono in crescita del 2.8 per cento, le vendite nel quarto trimestre dovrebbero crescere di 4,2 miliardi di corone svedesi (476 milioni di euro) e l’utile netto dovrebbe salire di 3,3 miliardi di corone (374 milioni di euro). Si chiudono così le dispute mosse da Ericsson contro Samsung, fino ad oggi una delle ultime aziende a non aver ancora firmato accordi di condivisione di brevetti.

APPLE DÀ BATTAGLIA - Da ultimo ecco il grande contendente, Apple. Qui nessun accordo in vista ma è guerra totale. L’ultima puntata delle battaglie legali tra coreani e statunitensi si era conclusa in novembre con il tribunale federale californiano di San José che ha ordinato alla società sudcoreana di pagare al colosso di Cupertino 290,45 milioni di dollari di danni per violazione di brevetti. Una cifra che si aggiunge ai 600 milioni di dollari che Samsung deve già ad Apple con la Mela che non si ferma mai. Ora infatti ha aperto una nuova causa contro Samsung sulla tecnologia che si cela dietro l’autocompletamento del testo, la funzione che completa le parole al posto nostro quando scriviamo con i nostri smartphone. L’idea originaria era stata concepita da Cupertino nel gennaio 2007, qualche giorno prima che uscisse il primo iPhone. Samsung ha risposto che la funzione protetta da brevetto vale solo per le tastiere fisiche, argomento rigettato dal giudice Lucy Koh che segna quindi un altro punto a favore di Apple.

GUERRA TOTALE – Gli amministratori delegati delle due aziende dovrebbero incontrarsi il 19 febbraio per trovare un accordo extragiudiziale altrimenti la nuova puntata della fiction più hi-tech della storia è prevista per il 31 marzo ed è facile prevedere aria di tempesta. Se Apple dovesse vincere, Samsung sarebbe costretta a ritirare dal mercato alcuni dei suoi prodotti di punta come i Galaxy Note e Nexus, ma anche l’intero mondo Android ne uscirebbe sconvolto. Sono in molti infatti ad adottare quella tecnologia e la Mela potrebbe muovere una guerra globale senza esclusione di colpi. A differenza delle cause precedenti però i coreani dopo l’accordo con Google hanno un potentissimo alleato statunitense, anzi californiano, e i pesi sulla bilancia potrebbero distribuirsi in modo ben diverso.

27 gennaio 2014

Addio a Eric Lawson, il Marlboro Man ucciso dalla sigaretta

Corriere della sera

Aveva prestato il volto a una delle più famose campagne pubblicitarie quando si potevano pubblicizzare le sigarette

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A 14 anni fumava già e da grande è diventato famoso, in tempi molto diversi da quelli attuali, come l’uomo Marlboro (uno degli uomini Marlboro), conquistando la celebrità per aver regalato il volto a una delle più note campagne pubblicitarie della Marlboro, tra gli anni ‘70 e gli anni 80. Eric Lawson è morto all’età di 72 anni, nella sua casa di San Luis Obispo in California, di broncopneumopatia cronica ostruttiva (affezione cronica polmonare caratterizzata da una ostruzione bronchiale). Una fine tra le più prevedibili per un uomo passato alla storia come Marlboro Man. Ad annunciare il decesso è stata sua moglie, Susan Lawson. In realtà quella pubblicità oscurò ogni altra sua iniziativa, cristallizzandone l’immagine, ma Lawson aveva girato parecchie serie televisive di successo, come Baywatch, Dynasty, Baretta, Charlie’s Angels, The Waltons, Walker: Texas Ranger e Le strade di San Francisco.

ALTRI TEMPI – La pubblicità che gli diede la fama fu creata da Leo Burnett nel 1954 con l’obiettivo iniziale di dare popolarità alle sigarette con il filtro, al tempo considerate «roba da donne» . Ed ecco che arrivarono, susseguendosi, una lista di uomini Marlboro stile cowboy, uno più virile e bello dell’altro, tra cui anche Eric Lawson, che contribuirono a sdoganare il filtro e riabilitarlo anche tra gli uomini duri. La campagna Marlboro Man, che durò parecchi anni, ebbe effetti immediati sulle vendite. Nel 1955, agli esordi della campagna pubblicitaria, l’indotto delle vendite di sigarette del brand era sui 5 miliardi di dollari. Dopo appena due anni erano già passate a 20 miliardi, con una crescita, grazie a tutti quei cowboys fumatori, del 300 per cento. Erano i tempi in cui si poteva ancora accendere una sigaretta senza essere multati o guardati male e addirittura si potevano reclamizzare, come se fossero state patatine o tagliatelle o pannolini. Nei film donne, uomini e persino ragazzini se ne accendevano una dietro l’altra, con naturalezza, contribuendo a creare un immaginario suggestivo e a dare fascino alla sigaretta.

UNA LUNGA MALATTIA – Presumibilmente dunque Eric-Marlboro Man se ne era fumate di sigarette e come chiunque era ben conscio dei possibili pericoli (o forse sarebbe meglio dire delle certezze) del fumo. Ma, come racconta la moglie, non riusciva proprio a smettere, sebbene avesse addirittura girato uno spot contro il fumo che era una sorta di parodia della pubblicità che lo rese famoso. Si ricorda anche una celebre intervista a Entertainment Tonight in cui Lawson parlava a lungo dei danni della sigaretta . Eric era molto orgoglioso di quell’intervista, ma non abbandonò il fumo finché non gli venne diagnosticata la broncopneumopatia.

TORI, HARLEY E SIGARETTE - Pensare che il concetto di uomo Marlboro ha ispirato anche il film Harley Davidson and the Marlboro Man, un tempo stroncato dalla critica e oggi ricercatissima pellicola cult. Interpretato da Mickey Rourke e Don Johnson racconta la storia di Harley Davidson e di Marlboro Man, due tipi strampalati che hanno a che fare con strane avventure e rapine in banca, destreggiandosi tra la passione di cavalcare tori e Harley. Oltre che di accendersi bionde. Si ricordano anche altri celebri protagonisti delle pubblicità di Marlboro, tra cui David Millar, Dick Hammer, Wayne McLaren e David McLean. Tutti morti per malattie collegate al fumo.

27 gennaio 2014

Nutella, mezzo secolo di ossessioni

Corriere della sera

di Roberta Scorranese


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Qualcuno si spingeva ai confini dell’abiezione: Nutella e patatine fritte (sissignori, erano tempi difficili); qualcuno legherà per sempre i primi brividi erotici alla crêpe farcita con la crema più famosa; qualcuno si costruiva un’identità diligente e un destino edificante limitandosi a spalmarla su una fetta di pane immacolato. Ma, in fondo in fondo, si era un po’ tutti idealisti e così, affondandoci il cucchiaino di soppiatto, nel cucinino, magari dopo cena, ci si regalava quel barbaglio di trasgressione non pericolosa, d’ordinanza, da marachella . Poi arrivava l’adolescenza ed era allora, solo allora, che cominciava una sorta di processo edipico per liberarsi da quell’ossessione alla nocciola: la bilancia, i capricci sulla pelle, la smania dei jeans aderenti costringevano ciascuno di noi a severe disintossicazioni. Ma oggi, signori della corte, oggi che la Nutella compie cinquant’anni (il compleanno sarà il 20 aprile, per la precisione e Poste Italiane le dedica un francobollo) chi di noi può dirsi davvero disintossicato?

La Nutella compie 50 anni: un francobollo la celebra


Il vasetto di NutellaUna carrellata di alcune  pubblicità storiche della crema al cacao apparse sulle riviste negli anni ‘70/’80

Chi di noi può serenamente affermare di aver rimosso dall’inconscio gustativo quel sapore che è un po’ nocciola e un po’ cacao, un po’ zucchero e un po’ infanzia? Certo, qualcuno di noi si è convertito alle decine di creme spalmabili che in questi anni hanno insidiato il primato papillare della crema di nocciole d’Alba. C’è la Venchi , c’è la Novi, ci sono i tanti gusti bicolore. E qualcuno può dirsi anche figlio di Ciao Crem. Qualcuno tentò di trovare nella Nucrema o nella Ergo Spalma (ve le ricordate?) una sorta di metadone.

Ma quel sapore inspiegabile resta dentro come certi amori non consumati, rose non colte che, proprio per questo, vivono come fantasmi sorridenti, rassicuranti; perché quelle campagne pubblicitarie che in sottofondo avevano sempre una mamma sorridente («Mamma, tu lo sai», ammiccava uno dei primissimi spot) evocavano latte fresco, cacao, nocciole, fertili colline piemontesi; perché, se noi ragazzi degli anni Ottanta non potevamo ricordare quelle pubblicità del Carosello in cui la Ferrero si affidava a sceneggiature del «Libro Cuore» con Sandro Bolchi, di certo quel richiamo generazionale che si tramandava di madre in figlia colpiva il senso della famiglia, del calduccio domestico; perché - curiosamente - nelle pubblicità c’è stato sempre un richiamo alla materia femminile della dolcezza.

Era femmina, dolce, moglie, madre, seno che allatta. Sarà per questo che molti di noi, figli degli Ottanta, non hanno ben compreso l’iniziativa del barattolo da personalizzare con il proprio nome: perché dare il proprio nome alla mamma?  Fatto sta che tra i «cibi-non cibi» con i quali siamo cresciuti, la Nutella (e anche le altre creme spalmabili al cioccolato che si sono susseguite negli anni e continuano a nascere) resta in testa ad ogni classifica di sentimento in forma di cioccolato. Un impero (la Ferrero ne produce ogni anno 250 mila tonnellate e le vende in 75 Paesi e produce in nove fabbriche: quattro in Europa, una in Russia, una in Canada, due in Sud America, una in Australia), sì, ma dei sensi.

Il barattolone che teneva compagnia a Nanni Moretti non è che una elefantiasi della tentazione meno segreta che esista, quella più allegramente condivisa nel segno dell’energia fisica, del vigore. E pensare che all’inizio nacque come ricetta per un dolce dei poveri: il Giandujot che doveva fornire un’alternativa valida alla colazione dei contadini. Poi il primo vaso di Nutella uscì dalla fabbrica di Alba il 20 aprile del 1964. Vaso, poi bicchierino da riutilizzare a tavola con i personaggi Disney o i Peanuts. Poi vaschetta, confezione in abbinamento con i grissini e poi col té freddo. Le tante declinazioni di un’ossessione dolcissima che perdura. Mezzo secolo dopo.

Incarichi e nomine dei manager L’eterno scandalo delle regole ignorate

Corriere della sera

I trucchi per aggirare le norme e il valzer delle designazioni di primavera. Nonostante la legge di Stabilità

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Quando chiesero ad Annalisa Vessella, consorte dell’allora onorevole dei «Responsabili» Michele Pisacane, come riuscisse a conciliare il ruolo di consigliere regionale della Regione Campania con il posto di amministratore delegato della società Isa (160 mila euro l’anno) che le aveva dato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano, amico e collega di partito di suo marito, lei non fece una piega. Rispondendo che ne aveva tutti i requisiti, come se fosse appena una questione di curriculum. A due anni di distanza, la signora Vessella che nel 2010 si presentò sui manifesti elettorali come Annalisa Pisacane, perché fosse chiaro a tutti che era la moglie del deputato, continua a ricoprire il doppio incarico. Cosa cui aspirerebbe anche Vicenzo De Luca nonostante una sentenza del tribunale. Perché quando il giudice ha accolto l’esposto del Movimento 5 Stelle sentenziando che in effetti la legge è la legge e dunque De Luca non può fare contemporaneamente il sindaco di Salerno e il viceministro delle Infrastrutture, lui non l’ha presa bene e ha fatto ricorso. Coerente almeno nell’ostinazione con cui ha sempre difeso la sua condizione di centauro. Capiamolo: in Italia nessuno si era mai scandalizzato davanti ai doppi o tripli incarichi pubblici. Semmai il contrario.

Poltrone e incarichi, l’eterno scandalo nazionale

Poltrone e incarichi, l’eterno scandalo nazionale Poltrone e incarichi, l’eterno scandalo nazionalePoltrone e incarichi, l’eterno scandalo nazionalePoltrone e incarichi, l’eterno scandalo nazionalePoltrone e incarichi, l’eterno scandalo nazionale

Così come nessuno, almeno fino al pronunciamento ieri di Enrico Letta, nei tre governi che si sono avvicendati dal 2008, ha mai voluto affrontare il caso di Antonio Mastrapasqua. Quando è stato nominato presidente dell’Inps a palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi e lui aveva una quarantina di poltrone. Oggi, che in più controlla anche l’ex Inpdap, ne occupa quindici. Qualche assaggio? La presidenza della società di gestione di fondi immobiliari Idea Fimit. La vicepresidenza di Equitalia. La presidenza dei collegi sindacali di Adr engineering, Aquadrome ed Eur Tel (Tesoro). Quindi gli incarichi da revisore nelle Autostrade per l’Italia, Coni servizi e Loquendo (Telecom). Dulcis in fundo, c’è pure un posto da direttore generale: all’Ospedale israelitico di Roma. Dov’è stata aperta l’inchiesta su una presunta storia di cartelle cliniche truccate.

Sarebbe ingiusto dire che non si è fatto nulla per mettere un freno a questo costume. Dando attuazione alla legge anticorruzione il governo di Mario Monti ha stabilito con un decreto legislativo una lunga serie di incompatibilità fra ruoli politici, poltrone nelle società pubbliche e alti incarichi burocratici. Peccato che appena due mesi dopo, nel giugno 2013, con il governo di Letta insediato da poche settimane, il Parlamento l’abbia smontato di fatto, fissando il principio che quei limiti diventeranno operativi solo a partire dalle nomine future. E peccato che a ottobre scorso il ministero dell’Economia abbia deciso con una propria circolare che il divieto di sommare le poltrone non si applica ai direttori e ai vicedirettori delle agenzie fiscali: una circolare che supera una legge!

Dimostrazione di quanto sia complicato in un Paese tanto refrattario alle regole, e impregnato di conflitti d’interessi, far passare un principio elementare come l’incompatibilità fra i vari incarichi pubblici. E se è così difficile al centro, figuriamoci in periferia. Capita perciò che il sindaco di Arconate, Mario Mantovani, alla cui famiglia fanno capo oltre 800 posti letto di residenze per anziani convenzionate con la Regione Lombardia, sia assessore della medesima Regione. Alla Sanità, per l’esattezza. Oppure succede che il presidente della Provincia di Brescia, l’ex sottosegretario leghista all’Economia Daniele Molgora, abbia un posto nel consiglio di amministrazione della società che gestisce l’autostrada Brescia-Padova. O che l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, emigrato al Senato, sia rimasto per mesi attaccato allo scranno di commissario generale dell’Expo 2015.

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Ed è niente al confronto di quello che accade nella burocrazia, lontano dai riflettori. Per otto lunghi mesi la Provincia di Roma, commissariata dopo le dimissioni dell’attuale presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, è stata retta dal prefetto di Palermo Umberto Postiglione. Mentre all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Economia, l’esperto Vincenzo Fortunato rimasto senza incarico di governo, è stata affidata la complicata liquidazione della concessionaria del Ponte sullo stretto di Messina (che non si farà mai), ma anche la presidenza di Investimenti immobiliari italiani, il fondo che dovrà gestire la privatizzazione e la valorizzazione di un bel pezzo di patrimonio pubblico, nonché il collegio sindacale di una terza societa’ del Tesoro: Studiare sviluppo.

E i magistrati? A chi meglio di loro mettere in mano (gratuitamente, s’intende) la delicata materia della giustizia sportiva, come prova l’incarico di presidente della corte della Federcalcio assegnato al consigliere di Stato Gerardo Mastrandrea? Il fatto è che certa burocrazia è abilissima a muoversi nelle pieghe della legge. Sfruttando a proprio vantaggio anche le apparenti avversità. Ne è testimonianza un comma della legge di Stabilità che contiene una disposizione sacrosanta: chi percepisce una pensione statale non può cumulare a quella un altro stipendio dello Stato che gli faccia superare il tetto massimo di 302 mila euro stabilito per le retribuzioni dei manager pubblici. Disposizione che però non vale, anche questa, per «gli incarichi e i rapporti in essere»: con il sospetto che questa frase serva a salvare dalla tagliola le paghe super di certi consiglieri di Stato che lavorano per la politica.

Dunque si fissa una regola e poi si concede la possibilità di aggirarla agli stessi che l’hanno scritta.
Tanta ipocrisia non poteva risparmiare le nomine pubbliche. La scorsa primavera il Tesoro rinviò la designazione dei vertici della Finmeccanica con la motivazione di dover prima mettere a punto requisiti di assoluta moralità e professionalità. È finita con la nomina dell’ex capo della polizia ed ex sottosegretario Gianni De Gennaro alla presidenza della holding militare e tecnologica, e con la conferma dei vecchi amministratori in tutte le altre società statali. Compreso Giancarlo Innocenzi, ex dipendente del gruppo Fininvest di Berlusconi, ex onorevole, ex sottosegretario ed ex componente dell’Agcom da cui si era dovuto dimettere in seguito alle polemiche circa le presunte pressioni esercitate per far chiudere la trasmissione «Anno zero» di Michele Santoro: confermato alla presidenza di Invitalia, società pubblica per l’attrazione degli investimenti esteri.

Non che le cose vadano diversamente nelle autorità indipendenti, dove spesso l’indipendenza è una variabile secondaria. L’ultima in ordine di apparizione, l’Authority dei trasporti: dove fra i componenti è spuntato un altro politico di lungo corso: l’ex deputato di Forza Italia Mario Valducci. Adesso non resta che attendere con ansia le nomine alla Rai. Succulento antipasto di quelle in arrivo nelle grandi società di Stato: Eni ed Enel, dove Paolo Scaroni e Fulvio Conti hanno fatto tre mandati triennali, o le Poste, dove Massimo Sarmi sta completando addirittura il quarto. Chi scommette su un altro giro di valzer?

27 gennaio 2014

In volo con il pancione: ecco cosa bisogna sapere

Il Messaggero

di Marina Moioli


Le regole delle compagnie aeree e i nostri consigli: manuale per le future mamme
 

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La gravidanza non è una malattia, ma quando si deve affrontare un viaggio in aereo bisogna anche sapere che ogni compagnia ha delle restrizioni precise per le donne incinte, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi mesi prima del parto.Se in linea generale, infatti, il limite entro il quale si può volare liberamente è quello delle 36 settimane di gestazione, non tutti applicano la stessa politica. Meglio quindi informarsi bene prima di mettersi in viaggio. Ma non finisce qui. I possibili rischi Da tener presente è che i viaggi che costringono a stare seduti per ore consecutive aumentano il rischio di trombi, cioè di coaguli di sangue, negli arti inferiori. Per una donna in attesa questo rischio diventa ancora più alto, poiché già la gravidanza di per sé produce delle modificazioni nel flusso sanguigno. Per favorire la circolazione del sangue, si consiglia di alzarsi spesso per passeggiare (l’ideale è un posto vicino al corridoio per potersi alzare più liberamente), indossare calze elastiche e scarpe comode.
Gym d’alta quota

Di grande aiuto anche eseguire regolarmente piccoli esercizi mentre si è seduti al proprio posto. Come sollevare un piede alla volta e ruotarlo dall’interno verso l’esterno, oppure tenendo i piedi appoggiati a terra, sollevare prima le punte e poi i talloni. E ancora, far ruotare avanti e indietro le spalle con la schiena ben dritta e tenendo fermi collo e braccia. Cinture di sicurezza Molti ritengono che la cintura di sicurezza, per via della pressione che esercita sul pancione, possa causare problemi al feto. In realtà non esistono prove di un tale rischio. Durante il viaggio in aereo si raccomanda di tenere la cintura sempre allacciata, ma per evitare che diventi un fastidio, è meglio non stringerla troppo e sistemarla un po’ più in alto, quasi all’altezza dello stomaco.

A bordo
I piccoli disturbi che si avvertono a causa del cambiamento di altitudine, possono essere superati sbadigliando profondamente o bevendo acqua, ma a volte può bastare anche una gomma o una caramella. Bere tanta acqua (e tè) aiuta anche a contrastare la disidratazione, una conseguenza del clima secco presente nella cabina. Ecco le regole adottate dalle diverse compagnie aeree per le viaggiatrici in gravidanza.

ALITALIA
Al contrario di altre compagnie con norme più restrittive, la nostra compagnia di bandiera applica una politica meno severa verso le donne incinte. Secondo le condizioni generali di trasporto le donne in gravidanza devono semplicemente dichiarare il loro stato e comunicare eventuali particolari esigenze al personale di bordo. Quando però la gestante entra nelle ultime quattro settimane dal parto, ha una gestazione con complicazioni mediche o è previsto un parto gemellare, deve necessariamente avere il nullaosta sanitario per poter salire a bordo.
www.alitalia.com

LUFTHANSA
Se può volare senza alcun certificato medico fino alla 36esima settimana o fino a quattro settimane prima della data presunta del parto a patto che non ci siano complicazioni. Oltre questo periodo e se la gravidanza è gemellare o trigemellare o se viene considerata a rischio è necessario munirsi di certificato d’idoneità direttamente al centro medico della compagnia. La compagnia tedesca attua regole particolari per chi deve viaggiare in Canada. In questo caso dalla 28esima settimana bisogna munirsi di un certificato medico che attesti la buona salute e il normale proseguimento della gravidanza. Il ginecologo deve esplicitare che la paziente sia in grado di volare e non le sconsigli il viaggio. Dopo la 36esima settimana è obbligatorio un certificato firmato entro le 72 ore precedenti al volo.www.lufthansa.com

AIR FRANCE
Non c’è bisogno di un certificato medico per volare con Air France. Ma la compagnia consiglia di chiedere sempre il parere preventivo del proprio medico curante e di evitare viaggi nell’ultimo mese di gravidanza. Fornisce anche una serie di accorgimenti per il viaggio: scegliere indumenti ampi e comodi, indossare calze elastiche per facilitare la circolazione del sangue, non rimanere troppo a lungo immobile, prenotare una poltrona lato corridoio, allacciare la cintura di sicurezza sotto l´addome.
www.airfrance.it

BRITISH AIRWAYS
Nel caso di gravidanze singole la compania limita la possibilità di viaggiare dopo la fine della 36a settimana, e nel caso di gravidanze gemellari o plurigemellari dopo la fine della 32a settimana. A partire dalla 28a settimana di gravidanza, richiede una lettera del medico o dell'ostetrica che dichiari che la gravidanza è priva di complicazioni e che confermi la data prevista del parto.
www.britishairways.com

RYANAIR
Dopo la 28esima settimana di gravidanza la compagnia low cost richiede un certificato medico di «Idoneità di volo» compilato dal ginecologo di fiducia, scaricabile direttamente dal sito, nel quale sia indicata: la data presunta di parto, che la gravidanza non sia a rischio, che la donna sia in grado di affrontare il volo. Il certificato deve essere firmato dal medico entro i 15 giorni precedenti al volo. La compagnia inoltre non accetta la prenotazione delle donne oltre la 36 esima settimana (ottavo mese) anche se la gravidanza non è a rischio e si riserva il diritto di non permettere l’imbarco. Per le mamme che aspettano gemelli o trigemini non viene consentito il volo oltre la 32esima settimana (settimo mese).
www.ryanair.com/it‎

EASY JET In questo caso è possibile viaggiare viaggiare sino alla fine della 35esima settimana in caso di gravidanze non gemellari, oppure fino alla fine della 32esima se la gravidanza è gemellare. Particolari consigli vengono forniti per evitare la Trombosi venosa profonda («TVP»), conosciuta come «sindrome da classe economy». Dato che l’immobilità costituisce il fattore maggiormente rischioso nello sviluppo della TVP, durante il volo Easy Jet consiglia di: muoversi nella cabina; cambiare spesso posizione, evitare di incrociare le gambe; eseguire esercizi stando seduti e bere moltissima acqua prima, durante, e dopo il volo.
www.easyjet.com

Nel cognome di mia figlia: la realtà di una farsa

Corriere della sera

di Elisabetta Addis *



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Mia figlia ha due passaporti, entrambi validi. Uno statunitense e uno italiano. Sul passaporto americano c’è scritto Marina Katharine Addis, su quello italiano Marina Katharine Waldmann. La foto è la stessa, come pure la data e il luogo di nascita, Boston 12 maggio 1989. Da molto tempo desidero raccontare la storia di come si è venuta a creare questa situazione assurda. È la storia di una mia sconfitta personale, ma è anche la storia della sconfitta della sinistra italiana e con essa dell’intero ceto politico italiano. È la storia del rifiuto del ceto politico italiano ad includere le donne nella polis. Da quando la prima ministra della Pari Opportunità, Anna Finocchiaro, nel 1996, ha annunciato che quella del cognome della madre sarebbe stata una delle prime leggi da lei proposte; a quando, oggi, quasi venti anni dopo, la Corte europea ha condannato l’Italia per il fatto di continuare a negare ai suoi figli e figlie il diritto di portare il cognome della madre, e alle sue donne di trasmettere il proprio cognome.

È una vicenda kafkiana, che ha assunto nell’ultimo periodo un aspetto di vera e propria persecuzione burocratica. Mia figlia è nata nel 1989 a Boston Massachusetts, U.S.A.. Lì, è la madre a fare la dichiarazione all’anagrafe. Può usare il cognome del padre, o quello della madre, entrambi, o anche un terzo a piacere. Noi l’abbiamo chiamata Marina Katharine Addis. Mio marito non aveva obiezioni. Era una delle prime cose che ci eravamo promessi.

È stata registrata con lo stesso nome, Marina Katharine Addis, figlia di Robert James Waldmann e Elisabetta Addis, regolarmente coniugati dall’11 luglio 1987 presso l’anagrafe di Sassari, la città in cui io risultavo ancora residente con mia madre. Credevo di avercela fatta, ma mi sbagliavo. Nel 1997 è nata la mia seconda figlia. Abitavamo vicino a Firenze. Avrei voluto andare a partorire in America, ma non avevo più l’assicurazione di quando ero Fellow ad Harvard, e avevo avuto minacce di aborto. All’anagrafe di Bagno a Ripoli, dove siamo andati a denunciarla, ci hanno detto che doveva obbligatoriamente avere il cognome del padre, quindi Waldmann.

Infatti la legge italiana obbliga senza eccezioni a portare il cognome del padre se i genitori sono coniugati alla nascita. L’unica possibilità è se la madre è nubile: e anche allora, con il riconoscimento diventa obbligatorio aggiungere il cognome del padre. Per mantenere un legame con la sorella, noi abbiamo deciso allora di dare alle due sorelle gli stessi nomi, invertiti. Per cui la prima era Marina Katharine, la seconda sarebbe stata Katharine Marina. Che sono poi i nomi delle due nonne, perché evidentemente noi alle genealogie ci teniamo! Ma con due diversi cognomi.

Ma quando bagno a Ripoli ha trasmesso gli atti a Sassari, il Comune di Sassari si è i rivolto al magistrato. Infatti una convenzione (convenzione di Londra) del 1995 aveva modificato il regime internazionale per cui dal 1995 in poi ha valore la legge del paese di residenza e non più quella del paese di provenienza. Per cui, quando nell’89 mia figlia è stata registrata a Sassari come Marina Addis, era possibile farlo.

Nel 1997, invece, non era possibile farlo, e, secondo la funzionaria donna dell’anagrafe, non era neanche più possibile mantenerlo! Il magistrato applicando retroattivamente la legge ha ordinato il cambiamento del cognome. Pertanto, e a tutt’oggi, nei documenti italiani la prima figlia risulta Marina Katharine Waldmann. Nei documenti americani risulta Marina Katharine Addis. E io risulto, in Italia, avere due figlie con lo stesso nome e cognome, una Marina Katharine Waldmann e l’altra Katharine Marina Waldmann, nate a nove anni di distanza dallo stesso padre e dalla stessa madre.

Va aggiunto che nessuna notifica ci fu fatta di questi provvedimenti. L’ho scoperto casualmente nel momento in cui sono andata a richiedere uno stato di famiglia. Mia figlia aveva allora 10 anni, e per quei 10 anni si era sempre chiamata Marina Addis. Ho chiesto un consiglio ad un legale, mi ha detto che non avevo alcuna possibilità, date le normative, di farle avere solo il mio cognome. Potevo chiedere al Presidente la grazia di aggiungere il mio cognome.

Non era quello che volevo. Abbiamo inoltre pensato – era il 1997- che la legge sarebbe arrivata visto che era stata annunciata, e dopo che ci fosse stata una legge italiana in merito avremmo potuto procedere. Era tra l’altro un periodo in cui ero depressa per la morte di mio fratello e per una bruciante sconfitta accademica, da parte di baroni della sinistra. E la vicenda, raccontata ad alcuni e alcune amicizie politicamente influenti, non pareva sollevare alcun interesse. Non ho presentato appello, ho deciso di stare ad aspettare e vedere.

La legge non è mai venuta, a 18 anni mia figlia ha voluto andare a studiare in Francia, dove avrebbe avuto agevolazioni a iscriversi con i documenti italiani di cittadina comunitaria piuttosto che con quelli americani, per cui ormai lei ha il diploma di maturità come Addis, ma la laurea francese come Waldmann. Lascio aperto il dubbio che questa vicenda le abbia causato problemi di identità. Lei dice solo che le è molto scocciato passare dall’inizio alla fine dell’alfabeto. Io credo che sia stato violato il suo diritto al nome, che aveva portato per 10 anni. Sono però altrettanto certa che per me e per molte altre donne non poter trasmettere il cognome ha significato una mutilazione della identità e una diminuzione dello status, che avrei voluto che a mie figlie fossero risparmiate. C’è un ulteriore piccolo sadico strascico della vicenda. Alla nascita è le stato attribuito regolarmente il codice fiscale DDSMRN89E57I452L, che partiva dal cognome Addis.

Dopo il cambio di nome, è stato attribuito un nuovo codice fiscale, che partiva dal cognome Waldmann. Non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale o informale neanche di tale cambio di codice fiscale. Di recente la mia dichiarazione dei redditi del 2009, che era stata sempre accettata negli anni passati con le detrazioni per le figlie a carico con il vecchio codice fiscale e che viene presentata sempre dallo stesso commercialista, è stata soggetta ad audit dall’agenzia delle entrate in quanto il codice fiscale della prima figlia suddetto non risulta all’anagrafe fiscale, e mi sono state contestate le detrazioni per la figlia, (come da documentazione allegata 4a, 4b, 4c). Secondo loro, quindi, avrei dovuto restituire allo Stato un paio di migliaia di euro.

Ecco, questa è la storia.

Ringrazio le amiche di Se Non Ora Quando Factory di avermi chiesto di scriverla. Michela Murgia ha scritto raccontare è possibile solo se c’è un pubblico che lo chiede. Ringrazio Cecilia d’Elia per avere parlato dell’importanza del cognome in Nina e i diritti delle donne. Ringrazio Iole Natoli per il lavoro testardo che ha fatto sul nome, ringrazio la coppia che ha ricorso alla Corte Europea e ringrazio la Corte. Per molti anni – dal 1997 a dopo il momento in cui Se Non Ora Quando Factory ha messo il tema fra quelli di cui voleva occuparsi- pur rimanendo intimamente convinta delle mie ottime ragioni, io mi ero rassegnata al fatto che non avrei mai trovato, in Italia, né ascolto né ragione.

Dall'Irak all'Ucraina, quanti errori dell'Occidente

Magdi Cristiano Allam - Lun, 27/01/2014 - 07:39

Appoggio a rivolte ambigue. E pure il Papa benedice chi tradisce i nostri valori

Proprio mentre l'Ucraina precipita nella guerra civile con assalti e occupazioni di edifici pubblici da parte dei manifestanti pro-Unione Europea e contro la Russia di Putin, è arrivata puntuale la preghiera di Papa Francesco invitando a evitare «ogni ricorso a azioni violente» e auspicando «un dialogo costruttivo tra le istituzioni e la società civile».


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Ebbene com'è possibile che, da un lato, l'Eurocrazia trasforma stati ricchi in popolazioni povere e crescono con progressione impressionante la denuncia dell'euro e la disaffezione nei confronti dell'Unione Europea da parte di chi è stato ridotto in povertà, dall'altro il Papa sostiene implicitamente i promotori di questa vera e propria terza guerra mondiale di natura finanziaria? Possibile che il Papa dei poveri si schiera con i poteri forti?

Il caso dell'Ucraina è emblematico perché non bisogna essere dei fini politologi per nutrire dubbi sulla spontaneità della rivolta in un momento in cui aderire all'Ue è un volersi male. Così come l'esplosione della guerra civile in Ucraina consolida un quadro terrificante realizzato nel nome della democrazia e dei diritti dell'uomo. Nel nome della democrazia l'Occidente ha scatenato guerre militari in Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia e Siria distruggendoli come stati nazionali. Nel nome della democrazia l'Occidente ha scatenato guerre intestine in Tunisia, Bahrain, Territori palestinesi e Egitto, destabilizzando i Governi nazionali e mettendo a repentaglio l'ordine pubblico con un pesante bilancio di vittime e danni, a beneficio degli estremisti islamici.

Un giorno un Tribunale della Storia condannerà l'Occidente per questi crimini contro l'umanità. A nessuno di noi piacevano Saddam, Gheddafi, Ben Ali e Mubarak, ma non possiamo non prendere atto che le guerre scatenate nel nome della democrazia e dei diritti dell'uomo hanno distrutto degli Stati che comunque garantivano un livello accettabile di sussistenza, riducendo in povertà le popolazioni e consegnandole alla follia sanguinaria dei terroristi islamici. I morti che in queste ore si contano in Egitto nella ricorrenza del terzo anniversario della deposizione di Mubarak non ci sarebbero stati se l'Occidente non avesse voluto e sostenuto la menzogna mediatica della «Primavera araba».

La verità è che l'Occidente impartisce a suon di guerre la democrazia ai più deboli, mentre con i più forti fa prevalere l'interesse economico e la ragion di Stato, come è il caso della Cina. La resa al regime capital-comunista cinese a un passo dall'affermarsi come prima potenza economica mondiale, si è tradotto di fatto nella morte della democrazia e dei diritti dell'uomo a livello globale. Ormai non ci facciamo caso allo svilimento della democrazia e al tradimento dei diritti dell'uomo. Il nostro Governo si è battuto per far rientrare in Italia Alma Salabaeva e la figlia Alua, moglie di Mukhtar Ablyazov, imprenditore e politico kazako, condannato e arrestato per aver truffato miliardi di dollari alla Bta Bank.

Ma abbiamo rispedito in India i nostri due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per non compromettere la vendita di 12 elicotteri Agusta della Finmeccanica (comunque non andata a buon fine), nonostante le nostre leggi vietino di consegnare indagati o condannati a uno Stato in cui vige la pena di morte. L'Occidente si comporta come le organizzazioni mondiali per i diritti dell'uomo, ideologicamente di sinistra, globaliste, multiculturaliste e relativiste, pregiudizialmente contro gli Stati e a favore di chi lo contesta, a prescindere dai contenuti e dalle prospettive. La prova che possiamo toccare con mano sono la Boldrini e la Kyenge, che prediligono gli immigrati agli italiani. La democrazia e i diritti dell'uomo hanno fatto la fine della colomba liberata ieri dal Papa all'Angelus dalla finestra di San Pietro, aggredita da un corvo e divorata da un gabbiano.

Siamo noi occidentali ad aver dato in pasto la democrazia e i diritti dell'uomo al colonialismo economico cinese e all'invasione islamica, al punto da concepire positivamente la dittatura finanziaria ed europeista.

Corea del Nord: giustiziata tutta la famiglia dello zio di Kim Jong-un

Corriere della sera

Secondo i media di Seul sarebbe stato compiuto un massacro di tre generazioni della famiglia

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Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha ordinato l’esecuzione della famiglia dello zio, ex tutore ed ex eminenza grigia, Jang Song-thaek, già giustiziato a dicembre, nonché degli uomini a lui vicini. Lo scrive il Chosun Ilbo citando diverse fonti, tra cui una governativa, mentre i servizi di intelligence si sono rifiutati di dare conferme.

ALMENO SEI MORTI - Secondo il quotidiano sudcoreano già nello scorso dicembre Jag Kye-sun, sorella dello zio, suo marito e gli ambasciatori nordocoreani a Cuba e in Malesia, rispettivamente Jon Yong-jin e Jang Yong-chol sono stati mandati davanti al plotone di esecuzione insieme ai due figli 20enni di quest’ultimo. In tutto sei adulti, oltre all’ex tutore. Ma l’orrore sarebbe ben più ampio, dato che le voci vorrebbero passati per le armi anche tutti i figli e tutti i nipoti della famiglia, compresi quelli di due ex generali dell’esercito morti anni fa di malattia. La data dell’esecuzione sarebbe il 12 dicembre.

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DIVORZIO E CONFINO - La moglie di Jang Yong-chol e altre donne apparentate con la famiglia sarebbero, invece, state obbligate a divorziare e spedite al confino in villaggi di montagna insieme alle relative famiglie, sempre secondo il quotidiano di Seul. L’isolamento di Pyongyang rende impossibile verificare ulteriormente la notizia. Un dirigente del governo nordcoreano avrebbe rivelato: «Sembra che la purga che ha preso di mira la famiglia di Jang sia stata più radicale di quanto pensassimo», mentre una fonte di intelligence non ha confermato l’accaduto.

27 gennaio 2014

A Brescia il primo ristorante vietato ai bimbi (dopo le 21)

Corriere della sera

I titolari: «Troppe le lamentele dei clienti, ora funziona tutto benissimo». Fioccano le critiche sul web


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Off limits: alle 21 in punto i bambini fuori, grazie. Il diktat, intransigente, è della pasticceria-pizzeria Sirani, Bagnolo Mella. Troppo chic (guardare i prezzi su Google) per lasciar sgambettare la prole dei clienti dopo una certa ora: gli under 10 hanno i minuti contati. Niente pizza e petite patisserie dopo le nove di sera. Una regola, dicono i titolari all’Ansa, in vigore da ben 7 anni, e chi non apprezza s’arrangi, “vada da un’altra parte”. Non è che abbiano deciso una cosa così senza motivo: a quanto pare, i piccoli scocciatori infastidivano single e affini. Troppe lamentele: «Ora, senza bambini, funziona tutto benissimo» replicano così dal ristorante, che negli ultimi anni ha fatto incetta di premi sulle guide gourmet per via delle fantasiose e ricercatissime farciture delle pizze e per una raffinata pasticceria che mescola innovazioni e sapori genuini.

LE CRITICHE SUL WEB - Non sono però mancate le critiche, severe, degli internauti. Che si sono scatenati sopratutto su Tripadvisor. «Cartelli assurdi - si legge riferendosi a quanto affisso sulla porta d’ingresso - il locale è molto carino tutto buonissimo e prezzi buoni , ma se non volevano bambini dovevano aprire una gioielleria non una pasticceria».

27 gennaio 2014

Gli Europei di 7.000 anni fa avevano occhi blu e pelle scura

La Stampa

Studio pubblicato su Nature. Ricostruiti i tratti somatici analizzando il Dna di un uomo vissuto nel Mesolitico in Spagna. Il colore della pelle e degli occhi sarebbero variati negli anni in conseguenza dei cambiamenti di alimentazione


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Gli Europei di 7.000 anni fa avevano occhi blu e pelle scura: l’aspetto delle antiche popolazioni di cacciatori-raccoglitori è stato ricostruito per la prima volta grazie all’analisi del Dna dei resti di un individuo vissuto nel Mesolitico in Spagna. Il risultato, pubblicato su Nature, si deve al gruppo coordinato da Carles Lalueza-Fox, dell’Istituto di Biologia Evolutiva a Barcellona. I resti dell’uomo sono stati scoperti nel 2006 insieme con un altro scheletro maschile nel sito La Brana - Arintero in Valdelugueros, nel Nord della Spagna. Entrambi gli uomini sono vissuti nel Mesolitico, compreso fra 10.000 a 5.000 anni fa (tra il Paleolitico e Neolitico), che si conclude con l’avvento dell’agricoltura e l’allevamento, pratiche arrivate dal Medio Oriente.

Il lavoro è stato condotto sul Dna estratto da un dente di uno dei due uomini indicato con La Brana 1. L’analisi mostra come alcune nuove abitudini introdotte dall’agricoltura hanno influenzato le popolazioni facendo emergere nuovi geni associati con il sistema immunitario e la dieta. L’arrivo del Neolitico, con una dieta a base di carboidrati e nuovi agenti (come virus batteri e parassiti) trasmessi dagli animali domestici, ha comportato infatti problemi metabolici e immunologici che si sono tradotti in adattamenti genetici nelle popolazioni.

Tra questi vi è la capacità di digerire il lattosio, che il cacciatore-raccoglitore di La Brana infatti non aveva. L’uomo aveva anche difficoltà a digerire gli alimenti contenenti amidi rispetto agli agricoltori del Neolitico. Per quanto riguarda l’aspetto fisico: il mix di occhi azzurri, pelle d’ebano e capelli scuri suggerisce che il passaggio alla pelle più chiara degli europei moderni era ancora in corso durante il Mesolitico ma il colore degli occhi era cambiato prima. «La sorpresa più grande - osserva Lalueza-Fox - è stata scoprire che questa persona possedeva versioni dei geni africani che determinano la pigmentazione della pelle, il che indica che aveva la pelle scura, anche se non possiamo stabilire l’esatta tonalità».

Ma per l’esperto, ancora più sorprendente è, contemporaneamente, la presenza di geni responsabili degli occhi azzurri negli europei di oggi.  Il Dna dell’antico uomo racconta anche le sue parentele: aveva un antenato comune con i coloni del sito Paleolitico di Mal’ta, vicino al lago Baikal in Siberia. Inoltre i suoi “parenti” attuali potrebbero essere nel Nord Europa, come Svezia e Finlandia, le cui popolazioni sono le più vicine sotto il profilo genetico. Dati, conclude Lalueza-Fox, che indicano «una continuità genetica nelle popolazioni dell’Eurasia centrale e occidentale».

Il barbiere trentino punta sui bitcoin

La Stampa

Il negozio ha aperto nel 1870: la quinta generazione accetta la valuta virtuale



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La vetrina del Salone Boschetto di Cavalese, nato nel 1870 in Trentino

La moneta virtuale, i bitcoin, sono di casa anche da un parrucchiere in Trentino, in una pensione e in uno studio di consulenza finanziaria in Alto Adige. All’inizio considerati moneta di scambio solo per una sorta di mercato nero in Internet e su cui ancora restano dubbi per il possibile uso da parte della criminalità, i bitcoin hanno però, a quanto pare, anche il sapore dell’innovazione, del volersi aprire a chi cerca un’alternativa alla vecchia moneta di carta e metallo, ma pure alle carte bancomat e di credito.

Una valuta virtuale che i negozianti, spiegano di accettare perché non ritengono particolarmente rischiosa, almeno per piccoli pagamenti, ma che finora non ha visto Fed e Bce pronunciarsi su un’eventuale accettazione. Succede così che nella piccola Cavalese, in Trentino, un salone da parrucchiere espone la scritta «Bitcoin accepted here», così come una pensione a Renon di Bolzano e uno studio di consulenza finanziaria indipendente di Merano. Sugli eventuali rischi nell’usare questa moneta non ufficiale, il patron del salone Guido Boschetto cerca d’informarsi. È di ieri il monito del Pg di Roma, Luigi Ciampoli, che in apertura dell’anno giudiziario ha posto l’accento sulle «numerose attività di riciclaggio e di conseguente finanziamento di attività che sfruttano sapientemente il settore informatico». In proposito, ha definito «pericolosissimo» il fenomeno del bitcoin.



Bitcoin e i suoi fratelli: piccola guida al denaro virtuale
La Stampa

claudio leonardi


Monete elettroniche per cani e gatti, Sexcoin per la pornografia. C’è chi si diverte e chi ci guadagna



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È il fenomeno web del momento: i Bitcoin, le monete elettroniche che si stanno diffondendo in Rete, fanno discutere governi e banchieri, e la gente comune ancora non ha del tutto chiaro di cosa si tratti. Per non parlare del fatto che proliferano altre forme di denaro virtuale, con nomi e pretese più o meno serie.

È chiaro che non si tratta di divise monetarie a tutti gli effetti. Tecnicamente si parla di cryptocurrency, che sarebbe un po’ semplicistico tradurre come cripto-moneta. Si può ricorrere a un esempio già visto nella realtà fisica, non lontano da noi. La città di Napoli (e non fu l’unica) nel dicembre 2012 coniò i Napo, banconote di scambio che valevano in realtà quasi come buoni sconto nei supermercati. Ma il concetto è simile. Se si acquista un Bitcoin si acquisisce un valore spendibile online o esclusivamente nei luoghi e nei Paesi che lo riconoscono, ma quel valore può perfino fluttuare, esattamente come accade alle monete nazionali nello scambio di tutti i giorni.

È proprio questo il segno del successo dei Bitcoin nati nel 2009, che oggi varrebbero 1.000 dollari per ogni unità. E, come si è detto, altro segno di successo è l’improvvisa e diffusa emulazione. Secondo una inchiesta del Wall Street Journal si parlerebbe già di una ottantina di esperimenti in concorrenza tra loro, una stima probabilmente in difetto. Quasi tutte queste forme di denaro virtuale funzionano attraverso il peer to peer, lo stesso sistema che permette lo scambio di file, suscitando le ire dei detentori del diritto d’autore, mettendo i pc in diretto collegamento tra loro. Inoltre, lo scambio avviene coperto da metodi di crittografia, che dovrebbero tutelare da furti di hacker e costituire anche una sorta di “segreto bancario”. 

Roba seria, dunque, ma non sempre. L’anno scorso sono apparsi i Dogecoin , la cui radice “dog” ha lo stesso significato della parola inglese: cane. Può sembrare bizzarro chiamare cane una moneta e sperare che qualcuno ci investa, eppure... Sulla valuta (virtuale) spicca l’icona di uno Shiba Inu, razza canina nipponica la cui immagine è diventata un tormentone online, tanto da balzare prima in classifica nella graduatoria dei meme 2013 (messaggi di successo che si moltiplicano viralmente su Internet). 

L’idea è nata e cresciuta nell’ambito open source e secondo il co-fondatore Jackson Palmer deve il suo successo proprio al volto amichevole (cosa più amichevole dell’amico dell’uomo per eccellenza?) del cagnolone. Per di più, non sembra che i Dogecoin aspirino a diventare una forma vera di investimento, quanto uno strumento di scambio tra amici, sui social network e in ambito ludico. Fatto sta che da un valore di partenza di 0,00026 dollari sono presto saliti a 0,00099. Crescita di tutto rispetto per la finanza di questi tempi.

E se c’è una moneta per i cinofili non poteva non nascerne una per i “gattofili”. Così è nato il Catcoin , concorrente felino che aspira a diventare la valuta preferita da famiglie e ragazzini nei giochi online e in altri divertissement virtuali. Impossibile prevederne il futuro, ma gli esperti sul punto si dividono. È chiaro a tutti che la maggior parte di queste monete elettroniche avrà vita breve, ma quale sia la strategia per il successo, un’immagine seriosa e bancaria piuttosto che affettiva e giocosa, non è così scontato.

Sull’affettività e sul pop hanno puntato decisamente i creatori del Coinye West (per gli “amici” Coinye), dichiarato omaggio al cantante hip hop Kanye West. Gli avvocati della star non hanno esitato a farsi sentire per contestare l’uso del nome del loro cliente, ma per ora con scarsi risultati. 
Sull’immagine della moneta appare in effetti il volto del cantante, gonfio e con una curiosa pinna di pesce. Uno scherzo? Qualcosa di più, come qualcosa di più sono tutti questi tentativi di combattere sul terreno della goliardia i più seri e ambiziosi progetti di Bitcoin e dei suoi fratelli. 

È in corso, in pratica, una fronda al tentativo di creare una finanza virtuale vera, che erediterebbe tutte le odiose caratteristiche di speculazione (per di più in un contesto davvero senza regole) di quella che si pratica a Wall Street e nelle altre piazze internazionali. Se ne può sorridere, ma sono in molti a ritenere che il Dogecoin e i suoi emuli rappresentino bene un certo spirito anarcoide e libertario che da sempre alimenta la Rete: dallo scambio di file sul peer-to-peer alle scorribande degli hacker a fini propagandistici, fino alle soffiate di Wikileaks. 

L’esperto di questa materia, Ben Doernberg, ha spiegato al sito di Yahoo che “Bitcoin è stato avviato da esperti informatici come un tentativo incredibilmente serio di cambiare il panorama economico e politico, e ha attirato rapidamente un nucleo di libertari e appassionati di crittografia”. Insomma, diremmo dalle nostre parti, è stato scavalcato a sinistra. Sinistra? Ammesso che l’espressione serva ancora per l’orientamento politico, merita d’essere segnalato il RonPaulcoin . Porta il nome dell’omonimo esponente del partito Repubblicano statunitense (Ron Paul) che ha ispirato il Tea Party, movimento conservatore che si richiama al celebre sabotaggio del carico di tè destinato al mercato coloniale britannico. 

Il politico, secondo la Cnn, si è già espresso a favore del Bitcoin e del suo potenziale “eversivo” nei confronti del dollaro. Fatto sta, attualmente la moneta elettronica con il suo nome vale circa 28 dollari e, nella graduatoria delle “cryptocurrencies”, occupa il posto numero 47, con buone possibilità di crescita. Ma la concorrenza è numerosa e agguerrita: Worldcoin, Namecoin e Hobonickels sono divise storiche, a cui alla fine del 2013 si sono aggiunte Gridcoin, Fireflycoin, Zeuscoin e Anoncoin. 

Storia a sé, prevediamo, farà la valuta virtuale battezzata Sexcoin , nata, come il nome già racconta, per fornire moneta di scambio nel variegato mondo della pornografia. Sulla pagina ufficiale della cripto-moneta si spiega che ha lo “scopo di fornire a consumatori, produttori e attori di contenuti per adulti un sistema veloce e sicuro per compiere piccole transazioni, proteggere la privacy dei clienti, potenziare i servizi a luci rosse”. L’ecosistema è ben delimitato, ma anche tra i più prosperi del web. I professionisti del settore ricordano che ogni giorno 68 milioni di ricerche sul web riguardano la pornografia, e il 25% dei download online è di materiale pornografico. 

La natura, diciamo così, frivola di quest’ultima creatura non deve distogliere dal progetto complessivo delle valute virtuali, presa sul serio da governi e istituzioni bancarie. L’idea è quella di fondare economie digitali alternative, non soggette alle stesse leggi di quella (già molto virtuale per certi aspetti) della finanza e del mercato reale. Dietro i Bitcoin c’è il manifesto di un collettivo nascosto sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, che promette “scambio di denaro online da un utente all’altro senza passare attraverso un’istituzione finanziaria”, senza intermediari ad appesantire tempi e spese del processo. 

Ricordate la polemica attuale sull’impossibilità, per le banche nazionali europee, di battere moneta? Ebbene, nell’economia digitale sono i singoli utenti a battere moneta, in modo indipendente e incontrollato, purché non si valichi il limite massimo, stabilito a priori, di 21 milioni di dollari. Basta scaricare specifici software, aprire un portafoglio virtuale, quindi si può cominciare a inviare e ricevere soldi, acquistati grazie a precise piattaforme online. In alternativa all’acquisto li si può trovare come farebbe un minatore, scavando e sondando la Rete. L’estrazione non comporta rischi di silicosi: è puramente virtuale e avviene attraverso “un’operazione casuale” basata su un’infrastruttura p2p, dove ogni nodo della Rete è un minatore, quindi possibile possessore di bitcoin.

Tutto ciò lascia pensare che il fratello virtuale della finanza ne conservi almeno un pericoloso elemento di fascino, per non dire di illusione: la speranza di produrre o moltiplicare denaro dal nulla, senza fatica e senza riscontri reali. E il viso sorridente di un gattino o di un cane potrebbero rendere solo più amaro l’improvviso crollo di questa illusione.

Xander, il cane cieco che aiuta i bimbi e le donne vittime di abusi

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Per un trauma cranico gli sono stati rimossi gli occhi, ma i volontari lo hanno adottato ed educato e ora è un cane certificato per la pet therapy



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È piccolo, come tutti i carlini. E non vede nulla, perché è cieco sin dalla tenera età. Eppure il cagnolino Xander è capace di smuovere problemi grossi come una montagna. Quei blocchi che si formano dentro i bambini, i macigni che si portano dentro le donne, i giganteschi incubi con cui deve convivere chi ha subito abusi e violenze. La sua storia inizia in Oregon, Stati Uniti. A causa di un brutto trauma cranico, i veterinari sono costretti a rimuovergli entrambi gli occhi. Al tempo il cagnolino aveva solo 10 mesi e la sua famiglia decise di abbandonarlo al rifugio di volontari perché non se la sentiva di tenerlo. 

Ma è proprio al Klamath Animal Shelter che il cagnolino trova due angeli: Marcie e Rodney vedono in lui del potenziale e, nonostante la sua disabilità, lo adottano educandolo fino a farlo diventare un cane certificato per la pet therapy. E così se la vita gli ha riservato un destino difficile, Xander, da due anni a questa parte, riesce a regalare un sorriso ai bambini che hanno subito abusi e alle donne che hanno subito violenze coniugali.

Xander è diventato un personaggio anche su Internet con tanto di sito web (www.meetxander.com) e pagina Facebook (clicca qui) dove “scrive” in prima persona e racconta la sua storia: «Anche se mi hanno tolto gli occhi, vedo chiaramente la gentilezza. Sono l’unico membro a quattro zampe dell’Hospital Guilde e sono sempre pronto quando mi chiamano per le visite! Mi piace passare il tempo con qualcuno che ha bisogno di compagnia e conforto o con chi può sentirsi solo. Posso aiutare anche aiutare i bambini spaventati dai cani a superare la loro paura, e spesso accompagno il gruppo Hands and Words are Not for Hurting® nei programmi scolastici e nelle gite”, continua il piccolo carlino. 

Xander, si legge sulla sua pagina di Facebook, ha ricevuto anche un riconoscimento a livello nazionale per aver portato empatia e felicità nella vita delle persone in difficoltà e viene sottolineata la sua missione a quattrozampe: «fermare la violenza... conforterà bambini e adulti fino a quel giorno»
twitter@fulviocerutti

Borbone di Napoli e di Spagna, Maria Cristina di Savoia e le divisioni sull'Ordine Costantiniano

Il Mattino

di Gigi Di Fiore


Lo confesso, mi appassiona assai poco l'annosa questione, che divide le due case Borbone (quella spagnola e quella italiana-francese, ex Due Sicilie), sul diritto di presiedere il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Anche se si tratta di uno dei più grandi e antichi ordini cavallereschi, secondo la tradizione risalente addirittura all'imperatore Costantino, resta un retaggio simbolico-formale, che poco ha a che vedere con le analisi e letture storiche che mi impegnano spesso.

Eppure, nei giorni della beatificazione, alla basilica di Santa Chiara a Napoli, di Maria Cristina di Savoia che fu regina delle Due Sicilie e moglie di Ferdinando II di Borbone, l'Ordine e la diatriba tra i due rami Borbone si sono riaffacciati sui giornali. La questione di diritto fu sciolta e analizzata da un approfondito lavoro dell'allora presidente emerito, ormai scomparso, della Corte costituzionale: Ettore Gallo. Fu il suo ultimo libro: "Il Gran Magistero del sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio". Risolse il conflitto, con motivazioni giuridiche, a favore del ramo italiano, oggi identificato in Carlo Di Borbone e sua moglie Camilla.

La questione si collega alle scelte degli eredi di Alfonso di Borbone, fratello del re Francesco II. Nel 1894, dopo la morte del sovrano, il fratello divenne il capo della casa Borbone Due Sicilie. La successione al trono, tutta virtuale, passò dal 1934 al figlio Ferdinando Pio, morto nel 1960 senza eredi maschi. Carlo, secondo fratello di Ferdinando Pio, aveva rinunciato al diritto, con un atto formale sottoscritto a Cannes nel 1900. Il terzo fratello, Gennaro, morì senza figli nel 1944. Subentrò allora il quartogenito di Alfonso di Borbone: Ranieri, nonno di Carlo di Borbone. Da Ranieri, si arrivò al figlio Ferdinando Maria nel 1973 e poi, alla sua morte nel 2008, all'attuale Carlo. Questa la successione dinastica, a partire da Alfonso di Borbone.

E mi scuso se la ricostruzione può apparire pignoleria, ma ne ho lette troppe, assai imprecise. Dove risale, dunque, il contrasto, incomprensibile ai più? Presto detto. Quando nel 1900 Carlo sottoscrisse l'atto di rinuncia alla successione sul trono delle Due Sicilie, divenne capo della casa di Spagna con tutti i diritti (e la storia poi ha fatto in modo che diventassero concreti, dopo la fine del regime di Franco) di successione. Don Carlo rinunciò per iscritto alle Due Sicilie, ormai inesistenti, ma non a presiedere l'Ordine Costantiniano, prerogativa riservata al capo della dinastia Borbone che regnava nel Mezzogiorno. Da qui le incomprensioni, i dissidi tra i due rami della famiglia, le polemiche.

Una questione di pura forma, come lo è quella, analoga,  sulla guida dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che divide i due rami di casa Savoia? Ordini a nomina reale, forse in era repubblicana sostituiti dai cavalierati del lavoro assegnati dal capo dello Stato. Ordini di natura religiosa, che legavano i nominati in maniera stretta alla casa reale. Nelle Due Sicilie, il più illustre ed elitario era quello di San Gennaro. Poi c'era quello di San Ferdinando, il Reale Ordine delle Due Sicilie, il Reale Ordine di Francesco I. Tra tutti, l'Ordine Costantiniano era qualcosa di più. Tanto è vero che, in era repubblicana, è stato riconosciuto dal Consiglio di Stato nel 1981, sulla base di una legge italiana del 1951.

L'Ordine Costantiniano, che ha sede a Roma, ha obblighi religiosi, oggi finanzia ospedali, attività filantropiche e culturali, prende iniziative estranee alla politica. Sull'Ordine, i due rami Borbone sono rimasti divisi. Eppure, proprio il Consiglio di Stato, esprimendo un parere su richiesta del ministero degli Esteri, spiegò che "l'Ordine Costantiniano rimane entità cavalleresca, religiosa e militare, nel patrimonio familiare della casa dinastica delle Due Sicilie".

Un legame stretto, dunque. L'Ordine, come altri legati a ex case regnanti in Italia (quello dei Santi Maurizio e Lazzaro dei Savoia ha oggi 4000 membri) è riconosciuto dallo Stato italiano. Al Costantiniano fu iscritto anche Francesco Cossiga, quando era capo dello Stato. Sì, lo ripeto in conclusione, non sono un appassionato di questioni ordinistiche. Ma sulla vicenda, dopo averne lette tante negli ultimi giorni, un po' di luce mi sembrava doverosa.


Pubblicato il 26 Gennaio 2014 alle 15:06