domenica 26 gennaio 2014

Ha lo stesso quoziente di intelligenza di Einstein, in Italia fa il magazziniere

Il Mattino


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Vi siete mai chiesti che cosa fareste se il vostro quoziente intellettivo fosse come quello di Albert Einstein? Domenico Pessotto, 50 anni, di Gaiarine, nel Trevigiano, ha un Q.I. di 160, proprio come quello di Einstein, di Stephen Hawking e Bill Gates, tanto per fare esempi illustri. E fa il magazziniere. Avrebbe potuto investire sul suo capitale intellettivo probabilmente se fosse nato in America, oppure se avesse incontrato sulla sua strada persone in grado di riconoscere il suo talento. Invece alle scuole medie si è imbattuto in una insegnante di Lettere che lo ha stroncato dicendogli che l’italiano, materia in cui Domenico non eccelleva, è una materia fondamentale ovunque e che l’unica carriera scolastica che poteva intraprendere era quella professionale.

 
domenica 26 gennaio 2014 - 11:42

Come si chiamano?

La Stampa

yoani sanchez



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Una folla attendeva fuori da quella grande casa del Vedado con una statua di Abramo Lincoln nel giardino. La scuola di lingue apriva le porte a nuove matricole e in quei giorni si tenevano le prove attitudinali per gli interessati. Tutti attendevamo nervosi, pensando che saremmo stati valutati sulla pronuncia o sulla padronanza del vocabolario. Fu grande la sorpresa quando ci rendemmo conto che le domande principali non riguardavano la lingua ma la politica. A metà mattina una ragazza che era stata respinta ci avvertì: «Stanno chiedendo il nome del primo segretario del Partito Comunista di Città dell’Avana». Restammo tutti a bocca aperta. E chi lo sapeva? 

Alcuni decenni fa i dirigenti delle cosiddette “organizzazioni politiche di massa” erano figure note in tutto il paese. Poteva essere per un eccesso di presenza nei media ufficiali, per una lunga permanenza nell’incarico o per mero personalismo, restava il fatto che quei volti erano facilmente identificabili persino dai bambini della scuola primaria. Sentivamo parlare con insistenza del segretario dell’Unione dei Giovani Comunisti, esibivano in ogni telegiornale chi dirigeva il PCC in una provincia e ci riempivano di dichiarazioni di qualche presidente della Federazione Studentesca Universitaria. Erano presenti, ben riconoscibili. Alcuni, erano riusciti a guadagnarsi soprannomi e battute grazie a manie e inefficienze. 

Questa mattina hanno menzionato alla televisione nazionale Carlos Rafael Miranda, coordinatore nazionale dei Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR). Mi sono subito resa conto di come abbiano perso valore certi incarichi che prima sembravano conferire un potere enorme e la capacità di decidere tanti destini. Persone adesso sconosciute, a capo di istituzioni che ogni giorno cadono sempre più nell’indifferenza e nell’oblio. Dirigenti, dei quali i sottoposti non ricordano con esattezza nome e cognome. Personaggi arrivati in ritardo per stare sotto le luci delle telecamere, per essere inclusi nelle analisi dei cubanologi e persino per diventare protagonisti di qualche barzelletta. Mere ombre di un sistema dove il carisma risulta sempre più scarso. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Arriva il master per costruirsi una buona reputazione online

La Stampa

elisa barberis

Nasce la scuola per “Reputation manager”, le figure incaricate di difendere l’immagine 2.0 di aziende, personaggi pubblici e privati dalle insidie del web


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Cosa ne pensano i clienti delle aziende e dei loro prodotti o servizi? Per scoprirlo bastano pochi minuti, una connessione e qualche click: l’obiettivo di quasi la metà delle ricerche su Internet è proprio quello di ottenere informazioni efficaci che ci guidino nei nostri acquisti. Esiste un mondo di opinioni online che ci influenzano positivamente o in senso negativo. Come possono allora le imprese districarsi – ed eventualmente difendersi – dalla selva di tweet e commenti postati un po’ ovunque nell’etere? Soprattutto quelle di dimensioni medio-grandi, ma anche quelle più piccole, così come personaggi pubblici, privati e professionisti, segnala il Censis, oggi sono impegnati nella realizzazione di un’immagine 2.0, che passa attraverso un’articolata presenza sul web, l’interazione con gli utenti e la costruzione di una buona reputazione online. 

I nuovi esperti del futuro

Già, ma a chi affidare la delicata gestione del proprio biglietto da visita virtuale, potenzialmente accessibile a tutti? Esperti non ci s’improvvisa e per questo la società Reputation Manager (www.reputazioneonline.it) – tra le prime a specializzarsi nel settore più di dieci anni fa – e l’Università Iulm hanno dato vita al primo master in Reputation Management. A partire da inizio marzo fino a fine luglio, in aula si impareranno i fondamenti della Rete, quali sono le infrastrutture e i tipi di canali utilizzati, oltre ai linguaggi della comunicazione digitale fino agli aspetti legali della tutela del marchio. «L’idea di creare un percorso ad hoc – spiega Andrea Barchiesi, Ceo di RM e direttore scientifico del corso – nasce dall’osservazione del mercato italiano e dall’esigenza delle aziende, che oltre ai servizi chiedevano anche una formazione specifica». 

Lo Stato ha appena riconosciuto questa figura che, insieme al personal brander, il web marketing manager e l’esperto di sicurezza su Internet, sta diventando una delle professioni più ricercate del futuro. L’esplosione del digitale ha rotto le regole e chi resta indietro è costretto a pagare un alto prezzo. Un commento inappropriato su un forum di discussione, un tweet ambiguo o una foto taggata su Facebook potrebbero compromettere seriamente una reputazione immacolata per lungo tempo. «Puoi essere ritenuto un profondo conoscitore del tuo settore, ma sei il primo risultato che esce su Google è il tuo profilo privato con tanto di hobby e nessuna traccia delle decine di pubblicazioni che hai alle spalle – continua Tecla Notti, responsabile della comunicazione di RM –, allora forse è il momento di riconsiderare tutto». 

Ecco, quindi, che è fondamentale avere sotto controllo la “fotografia del cliente” sul Web, saper utilizzare sistemi di monitoraggio dei contenuti online, saper gestire eventuali crisi – quali, ad esempio, diffamazione e contraffazione sui canali e-commerce – e proporre le strategie più adatte per superarle. Un po’ social media manager, un po’ seo, un po’ esperto di comunicazione digitale a 360 gradi, il reputation manager è molto di più. Per conquistare uno dei venti posti disponibili bisogna studiare a fondo e dimostrare di essere intraprendenti e avere un buon occhio critico per riuscire a lavorare contemporaneamente in diversi contesti. Il risultato però è assicurato: «Il master – prosegue Barchiesi – apre a diverse prospettive nel mondo del lavoro, dall’opportunità di collaborare come libero professionista in un mercato ancora vergine o di essere assunti in aziende medio-grandi».

Il biglietto da visita virtuale
Se la reputazione perfetta resta comunque un’utopia, molto lavoro può essere però fatto sulla comunicazione dei propri valori, l’aggiornamento dei contenuti e la cosiddetta “customer care”, ovvero la relazione diretta con i consumatori, il cui cambiamento antropologico – da passivo ad attivo – fa parte dell’esperienza di ognuno. «Sono quattro le strategie da tenere a mente – chiarisce il Ceo –: riflettere su quello che scriviamo in Rete e guardarlo in prospettiva perché rimarrà online per anni; raccontare ciò che si fa; misurare le reazioni del pubblico; accrescersi e valorizzarsi di continuo, perché la reputazione è il riflesso di ciò che siamo». L’intenzione è quella di creare un circolo virtuoso in cui si incontrino vita digitale e vita reale. Ma guai a mentire: «Si sbaglia di grosso chi pensa che qualsiasi correzione della verità sia accettabile. E può essere dannoso anche sovraesporsi in interessi non qualificanti: fornire un quadro troppo sbilanciato verso il tempo libero, può dare un’immagine di sé poco dedita al lavoro». Attenzione, infine, ai dati personali: «Siamo abituati a regalare troppe informazioni, che potrebbero essere sfruttate da chi ha obiettivi tutt’altro che trasparenti – conclude Barchiesi –. La regola è da sempre la stessa: prevenire è meglio che curare».

Twitter @elisa_barberis

Il comunista Rizzo si lamenta: "Dopo 20 anni di parlamento vivo con 4.500 euro al mese"

Sergio Rame - Dom, 26/01/2014 - 12:42

Il 55enne Rizzo si dice ancora "marxista-leninista" ma si lamenta del vitalizio. Rivolta sul web: "Dopo 42 anni di contributi, prendo 1200 euro"

Il comunista Marco Rizzo finisce impallinato in rete. A far infuriare gli internauti alcune dichiarazioni rilasciate all'Espresso in una recente intervista.


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"Noi siamo marxisti-leninisti, che vogliono il socialismo", ha detto, fiero, l'ex parlamentare dei Comunisti italiani raccontando che, adesso che a soli 55 anni di trova fuori dalla politica dei palazzi romani, riesce a tirare fine mese ricevendo un vitalizio da 4.500 euro netti al mese perché ha lavorato vent'anni in parlamento.

In molti sul web hanno chiosato l'intervista di Rizzo ricordandogli l’età pensionabile degli Italiani. "Volevo semplicemente ricordarie che il sottoscritto, per poter percepire la pensione dovrà versare 42 anni di contributi e lavorare fino all’età di 64 anni - scrive Andrea Mavilla sul suo blog - mentre lei, dopo solo 20 lunghissimi anni in parlamento a 'scaldare la poltrona', percepisce una misera pensione di 4.500 euro al mese".

Insomma, un trattamento a dir poco differente. "Se l’Italia fosse stata una repubblica democratica, quindi governata dal popolo - è la stoccata finale - il popolo, essendo sovrano, non avrebbe mai e poi mai permesso queste disparità di trattamento, questi privilegi a senso unico che fino ad oggi hanno contribuito negativamente sulle capacità di sviluppo del nostro Paese". Un'altra lettrice, Lucia, fa sapere al comunista Rizzo che, pur essendo donna con tre gravidanze alle spalle, potra andare in pensione intorno ai 66 anni, con oltre 46 anni di anzianità. Importo della pensione? Intorno ai 1.300 euro netti. "Secondo me - scrive Lucia - c’è qualcosa che non quadra".

Claudia, invece, ha iniziato a lavorare a sedici anni. Dopo trentanove anni di contributi, però, è una degli esodati vittime della riforma firmata dall'ex ministro Elsa Fornero. Così all'attuale governo chiede: "Rizzo prende un vitalizio da 4500 euro e mille euro per noi esodati non si trovano proprio?". "E lei si dice comunista della linea marxista/leninista? - chiede spazientito Ninoallora - se lei avesse davvero lavorato come un comunista, dopo vent'anni la sua pensione si aggirerebbe intorno ai 200/300 euro al mese".

Trullo, la borgata ora è un paese e nessuno vuole andare via

Il Messaggero

di Stefano Sofi


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«Dopo una vita qui, non cambierei con nessun altro quartiere» dice Paolo, 63 anni, ex macellaio. Eppure lamenta che le strade sono strette e l’ingorgo arriva puntuale. Che quei due tombini saltati, laggiù, sono così da anni. Che le strade si allagano alle prime piogge, che la manutenzione comunale è scadente. «Assente» chiarisce Armando Altarozzi, ex fioraio, che vive qui dal 1962 e ha il soffitto pieno di infiltrazioni d’acqua dal terrazzo. Indica alle sue spalle gli otto lotti dell’Ater - le case popolari - che conservano un’aria da anni Cinquanta «eppure basterebbe poco». Ad Aldo, invece, preme far notare che la sede della Asl «l’hanno chiusa e mai più riaperta» e i vigili,poi, «se ne vede uno ogni tanto».

Ma il problema che a tutti loro sta a cuore forse più del resto, è la nomea del quartiere che fa fatica a farsi dimenticare. Racconta di malavita, di feroce spaccio di droga, di regolamenti di conti, di tante brutte storie andate. «Ma non è più così, le famiglie malavitose hanno lasciato il quartiere da anni, trasferite ai Ponti o a Tor Bella, e qui oggi ci sono i problemi di qualsiasi altro quartiere» dicono all’unisono. Sebbene tutto ciò sia ormai solo una cartolina ingiallita, appena dici Trullo torna a galla. Qualche mese fa su un forum in Rete una ragazza chiedeva: ho affittato una casa a Monte delle Capre ma in tanti si stupiscono ”stai al Trullo?”. E lei: ma che ha ’sto Trullo? A me sembra un quartiere come tanti..»

I cambiamenti Il tempo passa e le cose cambiano. Lo sa bene Gino De Santis, 90 anni, agguerrito giocatore di briscola al centro anziani, arrivato al Trullo a 12 anni dalla Francia «che non sapevo una parola d’italiano». I suoi erano emigrati oltralpe a cercare lavoro poi Mussolini decise c’era bisogno delle loro braccia qui, per l’autarchia prima, per la guerra poi e costrinse gli italiani all’estero a tornare. Questi luoghi Gino li ha visti crescere e trasformarsi da estrema periferia a «poco più in là di Trastevere». «Dapprima si chiamava borgata Costanzo Ciano, dopo la guerra prese il nome di Duca d’Aosta». Nel 1946, il nome definitivo di Trullo, probabilmente dal Trullo dei Massimi, sepolcro romano che nell’antichità faceva da riferimento ai viandanti. Negli anni Venti e Trenta fu mèta di immigrati dal sud, calabresi e siciliani, oggi attrae chi arriva dall’est Europa, dal nord Africa, dall’Oriente. Le case costano meno che altrove, i servizi ci sono. Nelle strade senti una colorata babele di lingue: i bambini, specialmente, che si riuniscono attorno alla chiesa di San Raffaele o nello spazio polivalente dell’associazione Insieme per il Trullo.

Tre realtà Del Trullo se ne parla come fosse una cosa sola e invece contiene almeno tre situazioni diverse: Monte Cucco da una parte, Monte delle Capre dall’altra e via del Trullo che gli scorre in mezzo e lega il tutto. Da una parte sfocia sulla Portuense, dall’altra sulla Magliana vecchia. Tre storie differenti a cui bisognerebbe aggiungerne una quarta, Piana del Sole, che però se ne sta lassù, in disparte, più vicina a Corviale. In origine c’è il nucleo di via del Trullo, nel dopoguerra a Montecucco si insediano le palazzine popolari dello Iacp per alloggiare gli sfollati da Borgo Pio e dai Fori. Sulla collina di fronte, a Monte delle Capre, gli immigrati dal sud si danno un tetto e pian piano cresce la borgata, abusiva e senza servizi. Oggi, dal punto di vista urbanistico, è stato messo un po’ ordine, al posto delle baracche ci sono palazzetti rifiniti. Ma dovunque, tranne che a Montecucco e via del Trullo, le strade restano strette e sproporzionate per quel che è cresciuto attorno. «Qui è un paese, tutti si conoscono e si salutano» dice Mimmo, pensionato e volontario alla Onlus di via Monte delle Capre, «c’è solidarietà, vicinanza più che altrove, un paese. Non lo cambierei».



VIDEO

Inchiesta sulle periferie: Trullo




Inchiesta sulle periferie: il Trullo Parlante



Domenica 19 Gennaio 2014 - 09:24
Ultimo aggiornamento: Domenica 26 Gennaio - 09:48



Trullo, quando dal cielo cadde una buonissima torta

Il Messaggero
di Stefano Sofi


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Un misterioso oggetto spaziale atterra nella borgata romana del Trullo e fa temere agli adulti un'invasione di extra-terrestri : scienziati e ricercatori avanzano terribili ipotesi, arriva l'esercito...Ma le apparenze ingannano, e toccherà a due bambini dimostrare l'assurdità di certe paure, e gustare insieme ai loro coetanei quel che è solo una buonissima torta scesa dal cielo. Gianni Rodari ambientò al Trullo una delle sue favole più belle, «La torta in cielo», alla quale il laboratorio teatrale condotto da Carlotta Piraino (nella foto) si è ispirato per realizzare «Quelli che il Trullo» spettacolo che andrà in scena il 1° marzo.

Mette insieme i bambini del quartiere e quelli della casa famiglia per donne vittime di violenza che ha sede proprio a fianco nell’ex complesso industriale di via Monte delle Capre 23 originariamente fabbrica di mirini per carri armati, poi di macchine fotografiche e poi ancora scuola di formazione professionale. Dopo anni di abbandono ora ospita il centro anziani, una onlus-Caf, S.Egidio e la biblioteca diretta da Piera Melis: un concentrato di attività sociali che insieme alla parrocchia, la Caritas, il teatro San Raffaele, le associazioni Montecucco e Ottavo Lotto costituscono una forte presenza di socialità e volontariato. Poco più avanti, il centro sociale autogestito Il Faro che con i concerti, la sala prove, le partite di calcio, è uno dei pochi luoghi di ritrovo per i giovani.


Domenica 19 Gennaio 2014 - 09:32
Ultimo aggiornamento: 11:04


Borgata Petrelli, il presidente del comitato di quartiere: «Qui è un'oasi»

di Elena Panarella


20140126_lucarini«Qui si vive bene: è un’oasi a due passi dal Centro. Una realtà particolare, bisogna passarci del tempo per capirlo. Abbiamo tanto verde, abbiamo tutte le comodità e ci conosciamo tutti. Questa zona non la cambierei con nessun’altra», dice Giuseppe Lucarini, presidente del comitato di quartiere Petrelli. E racconta: «Questo è un luogo con una sua stora. Nel 1924 la famiglia Petrelli venne qui e comprò tutta la tenuta dove oggi sorge Borgata Petrelli. Era quattro fratelli. Poi con il passar degli anni due se ne sono tornati in Argentina e due sono rimasti qui: Giuseppe e Paolo. Si divisero il terreno a metà. Quando Paolo morì passo tutto al figlio che vendette tutta la sua proprietà, Giuseppe invece rimase sempre qui così come il figlio Secondo, morto due anni fa.

Nel tempo anche loro hanno venduto molto terreno, si sono riservati il monte fino alla villa. Secondo Petrelli, così come il padre, per noi è stato un grande benefattore, ha dato molto alla gente di questa borgata. Proprio per questo la piazza l’abbiamo intitolata al padre». Tanti ricordi: «Qui nel ’47 c’era tutta campagna, eravamo 18 famiglie - continua Lucarini - C’erano tutte baracchette all’inizio, poi con gli anni la zona si è sviluppata, sono nate le prime case, i palazzi. Mio nonno si era trasferito dalle Marche in quest’area già alla fine dell’800, mio padre è nato qui nel 1903». «Una realtà completamente diversa da qualsiasi altra zona di Roma - spiega l’ex consigliere municipale, Augusto Santori - La gente si ritrova la sera al bar o nell’unica trattoria portata avanti oggi dalla quarta generazione. Una zona di particolare pregio, proprio per le sue caratteristiche. Qui i cittadini hanno costruito quel tessuto sociale che purtroppo manca in tanti altri quartieri. Più che una Borgata è un vero e proprio Borgo».


Domenica 26 Gennaio 2014 - 10:05

Belgio, ucciso a coltellate l’uomo che mangiava a sbafo in centinaia di ristoranti

Corriere della sera

Titus Clarysse, 35 anni, trovato morto nel suo appartamento di Gand: mistero sul movente. La vendetta di un maître?

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Entrava nei migliori ristoranti di Gand e dintorni, ordinava aragoste innaffiate con dell’ottimo brandy e poi, con tutta la calma del mondo, si alzava e usciva dal locale, senza mai pagare il conto. Titus Clarysse, 35 anni, che per un lustro ha mangiato a sbafo in almeno un centinaio di locali delle Fiandre, è stato trovato morto nel suo appartamento. La polizia indaga per omicidio.

INCUBO - «Maledirlo? Forse. Ma ucciderlo? Non ha senso», ha detto Tim Joiris, a capo dell’unione albergatori e ristoratori di Gand, nelle Fiandre orientali. Secondo i media belgi, l’uomo sarebbe stato ucciso a coltellate, circostanza per ora non confermata dagli inquirenti. Che un ristoratore o uno chef - oramai sfiniti ed esausti - abbiano perso le staffe e deciso di vendicarsi? Le forze dell’ordine non si sbilanciano. La cosa sicura è che Titus Clarysse era diventato un vero e proprio «incubo» per i ristoranti della zona. «Per diverso tempo nessuno sapeva realmente come agire o affrontarlo - spiega Joiris - alla fine, però, sapevamo che faccia avesse, ma si sa, con una terrazza affollata, piena di gente, riusciva sempre a passare inosservato».

SBAFATORE - Titus Clarysse non si era mai fatto mancare nulla: dalla cucina il 35enne si faceva portare solo le pietanze migliori. Il «tafelschuimer» più famoso del Belgio — uno «sbafatore» che ripulisce persino le briciole sul tavolo — concludeva la lauta cena con una birra, l’ennesima, o una grappa, scrive De Standaard. L’uomo, tuttavia, non era un personaggio aggressivo, ma «uno che prendeva il mondo come veniva». È pure accaduto che dopo il pasto si rivolgesse ai camerieri dicendo: «Ora, se volete, potete anche chiamare la polizia, perché tanto io non pago». Annemie Sirlippens, della procura di Gand, ha spiegato che il corpo di Clarysse è stato rinvenuto dal padre lunedì notte: «È un caso di omicidio o omicidio colposo». Cinque anni fa, il 35enne era stato condannato in contumacia ad una pena detentiva di sei mesi e a una multa di 1.650 euro per non aver pagato il conto dei ristoranti.

25 gennaio 2014

Salviamo la memoria della Loggia dei Mercanti» L’appello delle Comunità ebraica e dell’Anpi

Corriere della sera

Il ricordo di Liliana Segre e Venanzio Gibillini: «Dobbiamo combattere il negazionismo»


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Anpi Milano e Comunità ebraica firmano un appello ad intellettuali, artisti e Comune perché si intervenga nel recupero della Loggia dei Mercanti. «Deve diventare un luogo di cultura non di bivacco, lì ci sono le lapidi di deportati politici, ebrei milanesi, sindacalisti e operai protagonisti dello sciopero del marzo del ‘44», ha detto Roberto Cenati, presidente di Anpi provinciale, venerdì, al termine della cerimonia alla lapide dell’ex- Albergo Regina, in via Silvio Pellico, quartiere generale della Gestapo dal ‘43 al ‘45. Questo luogo, ha ricordato Marco Cavallarin, «era primo nella graduatoria del terrore, seguito dal carcere San Vittore e dal binario 21».

LA TESTIMONIANZA DI SEGRE - Secondo appuntamento della giornata, venerdì, il convengo «Il valore della testimonianza» a Palazzo Reale, trasmesso in diretta streaming. A parlare a centinaia di giovani, raccolti nella sala convegni, «come una nonna a dei nipoti» è tornata ancora una volta Liliana Segre, commuovendo la platea. Ha paragonato gli scafisti di oggi alle SS di ieri, ha parlato di amore («L’amore che scende dai vostri genitori è un fiume in piena, che non incontrerete più uguale»), di pietà, non solo della fame, della sete, delle umiliazioni e del dolore di una deportazione e dell’essere, poi, «schiavi senza nome» nei campi di sterminio di Auschwitz.

COMBATTERE IL NEGAZIONISMO - Prima di lei, era stato Venanzio Gibillini, deportato politico, a ricordare l’anno di prigionia a Flossenburg e Dachau. Liliana aveva 15 anni. Venanzio compì i 20 nel campo di concentramento. La platea immobile e silenziosa si è rianimata solo quando i due nonni hanno concluso i loro racconti. E allora s’è alzata in piedi con un applauso scrosciante e interminabile. Più che una lezione di storia. Liliana Segre ha spostato i riflettori sul presente, costringendo ad una riflessione sul negazionismo: «La tragedia della Shoah s’è svolta nell’indifferenza totale del mondo. Anche Dio in quel momento s’è distratto. Da decenni teologi, filosofi, storici dibattono di Shoah fino ad arrivare al negazionismo. Mi sembra di capire perché hanno successo: è talmente indicibile la realtà che è più facile non crederci».

NO ALL’INDIFFERENZA - «Indifferenza» è la parola che Liliana Segre ha chiesto fosse scelta per accogliere il visitatore,- a lettere cubitali, enormi, immense, - all’ingresso del Memoriale. Luogo che il sindaco Giuliano Pisapia insieme a Massimo Castoldi, della Fondazione Memoria della Deportazione, ricorda essere stato riportato alla luce grazie alla Comunità di Sant’Egidio e che ha invitato i ragazzi a visitare.

25 gennaio 2014





Dalle aule della scuola elementare di via Spiga «Noi, testimoni della barbarie contro gli ebrei»

Corriere della sera

Giordano, Paola ed Ermanno si conobbero bambini nel 1938 ai tempi delle leggi razziali

 

Tre Testimoni delle persecuzioni contro gli ebrei si ritrovano nella scuola di via Spiga. Giordano D’Urbino, pediatra, Paola Vita Finzi, professoressa di Chimica all’Università di Pavia, Ermanno Levi, ingegnere, si conobbero bambini nel solo istituto pubblico milanese - oltre alla scuola ebraica di via Eupili - che, nel 1938, quando agli studenti ebrei fu vietato di frequentare le lezioni nella rispettive scuole, aprì per loro dei corsi pomeridiani.


15263699-kHmF-LE TESTIMONIANZE - Giordano, Paola ed Ermanno non sono sopravvissuti dei campi di sterminio. Ad accomunarli fu anche l’essere riusciti a varcare il confine con la Svizzera, a differenza di tanti altri, che furono respinti. Hanno risposto all’appello della preside, Armida Sabbatini, e sono tornati per raccontare pagine di storia vissute in prima persona agli studenti. «La caratteristica di quel corso pomeridiano - spiega Paola Vita Finzi - è che, contrariamente all’abitudine dell’epoca, le classi erano miste, femmine e maschi insieme». Ed erano classi numerose. «Molti di noi sono rimasti legati, altri si sono persi per strada e ancora oggi rifiutano di ricordare quel periodo drammatico», aggiunge Ermanno Levi. Entrambi avevano sei anni nel 1938. Non vissero il trauma di essere strappati dalla vecchia scuola, come i rispettivi fratelli e sorelle. O come Giordano, più «vecchio» di un anno.

LA FUGA IN SVIZZERA - Si rivedono e ripercorrono, davanti agli insegnanti della media, che preparano le lezioni «speciali» con i ragazzi, il viaggio verso la Svizzera e la salvezza dalle deportazioni dei nazisti. «La mia salvezza - ricorda Giordano - è dovuta ai carabinieri che un giorno bussarono alla porta. ‘Siamo venuti ad arrestarvi - ci dissero -. Domani venite in caserma, che vi arrestiamo. Avete capito?’. Quella notte fuggimmo e prima di uscire il babbo fermò l’orologio a pendolo. ‘Così non capiranno quando ce ne siamo andati’, disse». Su carri di fortuna, in treno per Como, poi in battello e ancora dopo l’incontro con gli spalloni, loro guida sul monte Bisbino, a 1.300 metri, sprofondando passo dopo passo nella neve. «Era il 15 dicembre del ‘43. Avevamo pagato cinquemila lire a testa per passare».

I RICORDI - Ermanno Levi ha scritto le sue memorie, ricostruendo ore, giorni, luoghi, dettagli. «Ricordo quando dormimmo sulla paglia, in una fattoria. Era una cosa nuova per me, scoprii quanto si dormiva bene». Paola Vita Finzi era bambina ma «ascoltavamo i discorsi degli adulti di nascosto ed era chiaro quello che stava accadendo. Per un periodo papà ci nascose in Veneto, da amici. Ma dove eravamo passavano ferrovieri che raccontavano di quei treni che trasportavano ebrei da Roma diretti in Germania».

I NUOVI PROFUGHI - Nonostante gli sforzi di camuffare quella fuga in avventura da parte dei genitori, i nostri testimoni erano già dei piccoli uomini/donne. «Qualche anno fa in Stazione Centrale arrivarono dei clandestini, profughi - conclude il pediatra -. Li portarono al Sacco, dove lavoravo. Mi sono trovato, da profugo, in Svizzera, nella stessa posizione. Ed è stato come rivivere quel momento di tensione e paura. Allora ho preso in braccio una piccina, l’ho messa sul lettino e ho detto ‘oplà’ e loro tutti in corso ‘oplà’. E la paura è svanita».

25 gennaio 2014