giovedì 23 gennaio 2014

Al via l’operazione sanatoria di Equitalia Comprese anche il bollo dell’auto e le multe

Corriere della sera

La scadenza è fissata per il 28 febbraio: hanno aderito finora 200 contribuenti

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Parte l’operazione sanatoria per le cartelle che riguarderà non solo i tributi erariali ma anche tributi come il bollo dell’auto e le multe per la violazione del codice della strada. Esclusi, invece, i debiti Inps e Inail. Lo annuncia Equitalia in una nota. La scadenza è fissata per il 28 febbraio ma sono già 200 i contribuenti che hanno aderito.

LA LEGGE - Secondo quanto previsto dalla legge di Stabilità approvata a dicembre, entro il 28 febbraio i contribuenti hanno la possibilità di pagare in un’unica soluzione, senza interessi di mora e interessi di ritardata iscrizione a ruolo, le cartelle e gli avvisi di accertamento esecutivi affidati entro il 31 ottobre 2013 a Equitalia per la riscossione. I cittadini interessati dovranno attivarsi per valutare la loro situazione e scegliere se aderire. In caso di dubbi - suggerisce la società di riscossione - è sempre opportuno chiedere chiarimenti agli sportelli di Equitalia dove gli addetti forniranno tutte le informazioni necessarie e la massima assistenza.

LA RATEIZZAZIONE - Rientrano nella possibilità di regolarizzazione, per esempio, le entrate erariali come l’Irpef e l’Iva e, limitatamente agli interessi di mora, anche le entrate non erariali come il bollo dell’auto e le multe per violazione al codice della strada elevate da Comuni e Prefetture. Restano invece escluse le somme dovute per effetto di sentenze di condanna della Corte dei Conti, i contributi richiesti dagli enti previdenziali (Inps, Inail), i tributi locali non riscossi da Equitalia e le richieste di pagamento di enti diversi da quelli ammessi (l’elenco è disponibile sul sito www.gruppoequitalia.it). La definizione agevolata è applicabile anche in presenza di rateizzazioni, sospensioni giudiziali o altre situazioni particolari. Ecco la mini guida diffusa da Equitalia: -

COME FUNZIONA: La definizione agevolata riguarda le cartelle e avvisi di accertamento esecutivi emessi per tributi di competenza delle Agenzie fiscali (Agenzia delle Entrate, del Demanio, del Territorio, delle Dogane e dei Monopoli), Uffici statali (per esempio Ministeri e Prefetture) ed Enti locali (Regioni, Province e Comuni), affidati a Equitalia entro il 31 ottobre 2013.

VERIFICA DELLE CARTELLE: Per capire se i tributi inseriti nelle cartelle/avvisi rientrano nella definizione agevolata i contribuenti devono prendere visione della propria situazione debitoria e verificare innanzitutto la data in cui le somme dovute sono state affidate all’agente della riscossione e il tipo di atto ricevuto. Queste informazioni sono contenute nell’estratto di ruolo che si può chiedere agli sportelli di Equitalia.

LA SANATORIA: Per tutte le cartelle/avvisi che rientrano nell’agevolazione il contribuente non dovrà pagare gli interessi di mora, che maturano dalla data di notifica della cartella in caso di mancato pagamento delle somme entro i 60 giorni previsti. Inoltre, per le cartelle/avvisi emessi per conto dell’Agenzia delle Entrate, e quindi riferite a entrate erariali, non si paga anche il tributo relativo agli interessi per ritardata iscrizione a ruolo, indicati nella cartella di pagamento e nell’estratto di ruolo.

LA SCADENZA: Chi sceglie di aderire dovrà pagare il residuo del debito (al netto degli interessi non dovuti), l’aggio, le spese di notifica e quelle per eventuali procedure attivate. Il pagamento deve essere effettuato in un’unica soluzione entro il 28 febbraio 2014. Fino al 15 marzo resta sospesa la riscossione dei debiti interessati alla definizione agevolata. Equitalia invierà entro il 30 giugno mediante posta ordinaria una comunicazione di avvenuta estinzione del debito ai contribuenti che avranno pagato nei termini previsti.

DOVE E COME PAGARE: È possibile effettuare il versamento in tutti gli sportelli di Equitalia, negli uffici postali tramite bollettino F35, indicando tassativamente nel campo «Eseguito da» la dicitura «Definizione Ruoli - L.S. 2014». Per la corretta ricezione del pagamento, si consiglia di utilizzare un bollettino F35, completo di codice fiscale, per ognuna delle cartelle/avvisi che si vuole pagare in forma agevolata.

PER CHI HA CREDITI CON LA PA: In caso di crediti con la Pubblica amministrazione, Equitalia contatterà i contribuenti: in base alla legge l’ente interessato, prima di effettuare il pagamento, deve verificare la presenza di eventuali debiti con lo Stato di importi superiori a 10 mila euro. Il contatto diretto con i contribuenti interessati è stato voluto da Equitalia per consentire loro di saldare le cartelle/avvisi avvalendosi del pagamento agevolato entro la scadenza e permettere alla PA di procedere al pagamento del credito nei tempi previsti senza risentire di eventuali ritardi dovuti ai tempi tecnici legati alle operazioni della definizione agevolata.

23 gennaio 2014

Blackout in Cina, otto ore senza internet

Corriere della sera

Nessun collegamento dalle 3 del pomeriggio di ieri (le 22 in Italia), fino alle 23

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Un blackout ha lasciato la Cina senza internet per otto ore, dalle 3 del pomeriggio di ieri (le 22 in Italia), fino alle 23 (le 6 in Italia). Le cause: un’analisi errata dei nomi di dominio generali. A rivelarlo è stata la compagnia Compuware. «“E’ incredibile che una questione legata al DNS (Domain Name System, ndr) possa avere un impatto di questa portata», ha detto Michael Allen, Director of APM, Compuware.

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«Grazie al nostro servizio di monitoraggio delle prestazioni delle applicazioni, attivo in tutto il mondo, abbiamo registrato un blackout di otto ore che ha interessato principalmente la Cina. Se consideriamo l’entità della popolazione colpita, possiamo affermare che si è trattato di uno dei maggiori blackout a cui abbiamo mai assistito, perché ha interessato un settimo degli utenti di Internet nel mondo. In realtà, il blackout non ha interessato soltanto gli utenti di Internet in Cina; nel mondo, le aziende hanno perso circa 200 milioni di dollari nelle vendite online durante l’interruzione di otto ore».

23 gennaio 2014

Il Pulitzer fa il tarocco, Ap lo licenzia in tronco

Corriere della sera

Manipolata un’immagine scattata in Siria

    La foto «taroccata» (Ap)La foto «taroccata» (Ap)

    Il peccato potrebbe apparire ai più veniale. Non all’Associated Press, una delle agenzie di stampa più prestigiose al mondo, che ha deciso di rompere i rapporti professionali con il fotoreporter messicano Narciso Contreras, già vincitore del Premio Pulitzer nel 2013, dopo aver scoperto che quest’ultimo ha manipolato un’immagine scattata durante la guerra civile in Siria. Il fotografo, utilizzando un moderno software, avrebbe fatto scomparire dallo scatto che immortalava un combattente siriano con il fucile in mano, la presenza, in basso a sinistra, di una telecamera di un collega.

    La foto originale (Ap)La foto originale (Ap)

    REPUTAZIONE - Contreras è uno dei cinque fotoreporter di Ap che l’anno scorso hanno vinto il premio Pulitzer per un reportage sulla guerra civile siriana. È stato lui stesso a informare, seppur tardivamente, l’agenzia di stampa della modifica apportata alla foto scattata lo scorso settembre vicino al villaggio di Telata. Mercoledì i dirigenti di Ap hanno deciso di licenziare il giornalista e hanno esaminato dettagliatamente le 494 foto che nel corso degli ultimi anni Contreras ha pubblicato con l’agenzia di stampa: «Nessun altro caso di alterazione è stato scoperto - ha confessato Santiago Lyon vicepresidente dell’agenzia di stampa e direttore della fotografia - Tuttavia la modifica dell’immagine viola il codice etico di Ap». Il vicepresidente Lyon rivela che tutte le foto scattate da Contreras saranno rimosse dall’archivio storico dell’agenzia di stampa: «La reputazione di Ap è fondamentale e abbiamo reagito in modo decisivo e forte perché con quest’azione è stato infranto il nostro regolamento. Rimuovere deliberatamente elementi interni dalle nostre fotografie è assolutamente inaccettabile».

    MEA CULPA - L’autore della “contraffazione” fa mea culpa e afferma di aver rimosso la telecamera dalla foto perché temeva che questa potesse distrarre l’occhio dei lettori: «Ho preso la decisione sbagliata quando ho scelto di togliere la telecamera dalla foto - ha dichiarato Contreras ai media internazionali - Se si esaminano i miei archivi si scoprirà che è la prima e unica volta che modifico un’immagine. Probabilmente l’ho fatto perché ero particolarmente stressato e vivevo una situazione difficile. Tuttavia ho sbagliato e devo accettare le conseguenze del mio errore»

    23 gennaio 2014

    La (non) bici che divide i Paesi Bassi

    La Stampa

    marco zatterin

    La Bluelabel Cruiser sfiora i 3 mila euro e tocca i 50 chilometri all’ora costanti. Può essere condotta senza casco e viaggiare sulle ciclabili: raffica di polemiche


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    E’ una bicicletta, ma a ben vedere non lo è. In effetti, ha tutto della bici, il telaio, i cerchi a raggi, i pedali e, soprattutto, non ha un motore a scoppio, il che la differenzia senza dubbio da uno scooter. Il suo tubo trasversale è però voluminoso perché contiene un alimentatore elettrico che rende il veicolo ibrido, potente e veloce. Lanciato, sfiora i 50 chilometri all’ora costanti per oltre 120 minuti, il che non ne fa davvero una bicicletta, se non al Giro o al Tour. Ciò non toglie che per la legge olandese lo sia a ogni effetti, può essere condotta senza casco e viaggiare sulle ciclabili e questo, nella patria delle due ruote sciamanti, solleva proteste e dubbi. Tanto, in piena crisi economica e con la maggioranza a rischio, il governo è stato costretto ad aprire un dossier sulla «bici che non è più una bici».

    E’ un caso nazionale, nei Paesi Bassi, terra dove il numero dei moderni velocipedi supera quello degli abitanti. Lo ha suscitato la Bluelabel Cruiser, un gioiellino «made in Germany» che somiglia ad una mountain bike dalle ruote grassottelle e il manubrio diritto. Il prezzo che sfiora i 3 mila euro a seconda del modello non ha scoraggiato migliaia di olandesi dall’acquisto, è naturale, la bici che non pedala è un sogno antico che attira per quanto oneroso possa essere. Così il Cruiser si diffonde rapidamente, anche se costa quanto una motoretta: la spesa è compensata dall’orgoglio ambientalista remunerato.

    Come tutte le novità, non è disciplinata. Come tutte le novità, divide il pubblico. La legge olandese prescrive che i mezzi in grado di superare i 25 chilometri l’ora debbano essere considerati “ciclomotori”, dunque essere assicurato, avere una targa ed essere guidati col casco. Ma nel caso del Cruiser, nessuno lo fa, giocando sull’ambiguità della natura ibrida. Il sindacato dei ciclisti olandesi, Fietsersbond, è furente e si riunirà sabato per esaminare il caso.“E’ un buon mezzo di trasporto - dice il portavoce Arien de Jong - ma non credo proprio che dovrebbe beneficiare delle ciclabili”.

    I ciclisti del day-by-day lamentano i rischi della velocità e anche il fatto che pure gli scooter invadano le loro piste. C’è persino chi minaccia lo sciopero delle due ruote, con una pedalata di dissenso che blocchi la città, così il governo e il parlamento cominciano a sentire l’obbligo di agire. Un portavoce del ministero degli Interni, secondo il quotidiano Volkskrant, ha assicurato che c’è un provvedimento allo studio per trasformare gli ibridi in ciclomotori dal 2017. A sentire i toni delle lamentele, sarebbe meglio facessero prima.

    Navigli Lombardi, i dodici dipendenti costano un milione di euro

    Corriere della sera

    Ecco i conti della società con due sedi in affitto


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    Dodici dipendenti che costano alle casse (pubbliche, ovviamente) 950mila euro all’anno. Una società con due sedi in affitto, una vicino alla stazione, l’altra sui Navigli. A canoni non esattamente popolari: 155mila euro. Una società, nonostante i tanti dirigenti in organico, che fa largo ricorso alle consulenze: 464mila euro, stando al bilancio 2013. Navigli Lombardi si occupa «della promozione e della valorizzazione culturale e turistica del sistema dei canali milanesi». È una società di fatto controllata dalla Regione, anche se tra i soci fondatori figurano i Comuni e le Province di Milano e Pavia. Nessun audit, nessuna indagine interna, questa volta: i conti sono regolarmente online. Navigli Lombardi è però un’altra azienda in debito nei confronti del socio pubblico: solo a Palazzo Lombardia «deve» 549mila euro. Al vertice siede da tre anni il direttore generale Tiziana Gibelli.

    Un recente passato da manager in Regione, poi il passaggio a Finlombarda. A Navigli Lombardi guadagna ora 160mila euro all’anno. C’è anche un presidente, nell’azienda di «promozione turistica dei canali lombardi». La sua busta paga è però di «soli» 60mila euro (oltre a un budget di 20mila euro per le spese di rappresentanza). Gli organi sociali (cda, collegio di sorveglianza, organismo di vigilanza) costano in totale 217mila euro all’anno. Dalle voci di bilancio emerge il dato complessivo: il 50 per cento delle entrate è utilizzato per coprire i costi vivi. Stipendi, spese per consulenze, costo degli amministratori. Un carrozzone inutile? Qualcuno in Regione, con l’avvento di Roberto Maroni alla presidenza, inizia a sospettarlo. Si vedrà. Anche perché è stata la stessa amministrazione di Palazzo Lombardia a ordinare nei mesi scorsi le indagini sulle stagioni formigoniane delle società controllate.

    Sulle spese di Lombardia Informatica e Infrastrutture Lombarde indaga ora (anche) la Corte dei Conti. «Un’operazione di trasparenza che caratterizza il nuovo corso di Regione Lombardia», hanno ribadito ieri dal 39esimo piano di Palazzo Lombardia: «Ovviamente la Regione collaborerà con la Corte dei Conti, essendo suo principale interesse fare piena luce sulle gestioni passate delle società partecipate». All’opposizione però non basta: «È bene - dice Alessandro Alfieri (Pd) - che si faccia chiarezza, in un sistema che finora è stato opaco e impenetrabile. A Maroni chiediamo forte discontinuità sul fronte della trasparenza».

    23 gennaio 2014

    Sicilia, Ingroia assume gli amici di Cuffaro e il genero del boss mafioso

    Franco Grilli - Gio, 23/01/2014 - 11:52

    Era stato nominato commissario liquidatore, ma l'ex toga ha provveduto a firmare un'infornata di nuove assunzioni nella società Sicilia e-Servizi

    Rosario Crocetta lo aveva nominato commissario liquidatore della società pubblica E-servizi.


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    Ma Antonio Ingroia ha fatto di tutto meno che liquidare. Infatti, secondo quanto scrive Repubblica, l'ex pm ha provveduto a firmare "un’infornata di assunzioni che premiano parenti e amici di politici e burocrati vicini a Totò Cuffaro e all’ex ministro Saverio Romano, nella lista c’è pure il genero del boss mafioso Stefano Bontate". "Le colpe dei padri non ricadono sui figli", si difende l'ex toga,a capo della società Sicilia e-Servizi che gestisce il sistema informatico degli uffici e che è finita nel mirino della magistratura e della Corte dei Conti.

    Tra i "neoassunti" c'è Filippo Fraccone, ex consigliere comunale di Palermo dell’Udc, Stefano Curaba, presidente del consiglio comunale di Raffadali (il paese di Cuffaro), e Massimo Sarrica, figlio dell’ex capo di gabinetto del presidente della Regione Siciliana. Per i 74 dipendenti è pronto un contratto di 18 mesi.  "Conosco storia, parentele, provenienze geografiche o partitiche di questi dipendenti, ma non mi posso lasciare condizionare, nel mio nuovo ruolo, dalle mie note idee politiche. Le regole sono regole, noi dobbiamo dare continuità operativa alla società. E poi le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. È previsto un periodo di prova di quattro mesi, poi faremo una selezione sulla base non delle parentele ma delle capacità". E se lo dice lui...

    Roma, ecco il segreto del Traforo: progettato come un bunker

    Il Messaggero


    Quando la sirena antiaereo montata sui campanili di Trinità dei Monti diffondeva l’inquietante allarme, la salvezza dalle bombe l’avrebbe garantita proprio via del Tritone. O meglio, i suoi sotterranei, all’altezza dell’incrocio con le vie del Traforo e Due Macelli. Perché, quello che fino ad oggi era considerato un semplice sottopasso pedonale, con seconda vita da bazar di libri e valigie, nasceva settantacinque anni fa come rifugio pubblico antiaereo. A rivelarlo, una serie di documenti inediti riaffiorati in una raccolta di progetti presentati nel 1938 al concorso dell’Unpa, l’Unione nazionale protezione antiaerea, e custoditi nell’archivio del Politecnico di Milano, riemersi durante la ricerca di Lorenzo Grassi, studioso e curatore del sito bunkerdiroma.it.

    Il ricovero sotto largo Tritone «può ospitare varie centinaia di persone», si legge nel documento, e «la protezione è data da un forte strato resistente a penetrazione e da un secondo strato di calcestruzzo, tale da resistere ad eventuali crolli superiori». Le carte svelano anche un inaspettato retroscena: «Siccome viene pensato come un ricovero molto grande aveva un costo elevato - racconta Lorenzo Grassi - Quindi viene concepito con una doppia funzione, civile e antiaerea, diventando a tutti gli effetti un embrione di project financing». I locali, accessibili da scale (le stesse percorribili oggi), erano ricavati ad una profondità di cinque metri e mezzo, dovevano servire «in gran parte a botteghe e per il resto a servizi pubblici», si legge. «Il progetto infatti specifica che il reddito delle botteghe avrebbe contribuito alla risoluzione del problema dei costi - avverte Grassi - assicurando un cospicuo incasso per il fitto delle botteghe. In questo modo, il rifugio aveva un primo uso di negozi ma all’occorrenza garantiva protezione antiaerea alla popolazione».

    LA ZONA «M»
    I due corridoi centrali costituivano la «zona M di massima protezione antiaerea», mentre tutt’intorno si articolavano venti botteghe e due locali per bagni. La scoperta è frutto di una ricerca certosina che Grassi sta portando avanti per documentare i rifugi di Roma: «Tutto è partito dallo studio sui lavori Giuseppe Stellingwerff, ingegnere tra i più all’avanguardia, che ha lavorato col Genio militare e il Politecnico di Milano». Proprio grazie alla collaborazione di due ricercatori del Politecnico, Lorenzo Grassi ha potuto trovare la rara copia di un volume, forse l’unica, che raccoglieva tra le carte, allegati, i progetti su Roma che parteciparono al concorso dell’Unpa, di cui Stellingwerff fu presidente.

    Tra i fogli riemergono anche altri progetti. Come quello dedicato al Traforo: «Lungo la galleria sotto il Quirinale volevano aprire ricoveri laterali - dice Grassi - Si trattava di negozi che in tempi di guerra potevano essere usati come ricovero per le persone o anche per sedi di comandi». «Non si fece - avverte Grassi - e si preferì proteggere i due accessi con barriere di sacchi». Ma ad essere realizzato è il ricovero sotto la Casa dei Tramvieri a piazzale Prenestino. Ancora un ricovero era previsto nel terrapieno tra via Cavour e via Annibaldi, sotto San Pietro in Vincoli, con botteghe convertibili in caso di allarme. E sotto piazzale Esquilino, un autorimessa blindata che avrebbe potuto accogliere ben 4500 persone. Rimasti solo sulla carta.


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    Traforo, il bunker che diventò libreria



    Mercoledì 22 Gennaio 2014 - 11:53

    Trent’anni fa il primo Mac Il computer dal volto umano

    La Stampa

    Una rivoluzione culturale prima ancora che informatica



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    Nel 1984 Apple esisteva già da otto anni, e aveva già lanciato almeno un computer di grande successo. Prodotto in varie versioni, l’Apple II era però invecchiato, sorpassato da concorrenti più economici e veloci (parliamo, è bene ricordarlo, di potenze di calcolo inferiori a quelle di un cellulare attuale da pochi euro). 

    A Steve Jobs serviva un’idea nuova, e la trovò nei laboratori Xerox di Palo Alto, dove alcuni ricercatori stavano lavorando a computer con un’interfaccia grafica anziché testuale, come era stato fino ad allora. La metafora che avevano inventato era semplice e familiare: la scrivania, le cartelle, i documenti, il cestino. C’era una scatoletta con un pulsante: per aprile il file bastava cliccarci due volte sopra, per spostarlo tenere premuto e muovere l’icona. 

    Il primo computer di Cupertino con interfaccia grafica e mouse non fu il Mac, ma l’Apple Lisa, presentato nel 1983. Jobs non ne era soddisfatto: voleva una macchina per tutti, non solo per i professionisti. Così, in parallelo al computer che portava il nome della sua figlia abbandonata, fondò un nuovo gruppo all’interno di Apple, diede ai suoi ingegneri uno spazio in un ufficio in disuso e mise sulla porta la bandiera nera dei pirati. Il gruppo lavorò mesi senza sosta, e tra mille peripezie il Macintosh fu pronto solo qualche ora prima della presentazione agli investitori, il 24 gennaio del 1984. Si chiamava come una varietà di mela, rossa e croccante.

    Nel primo Macintosh c’è già tutto quello che avrebbe reso Apple famosa in seguito: è piccolo (alla presentazione Jobs lo estrae da una specie di zaino), ha un aspetto amichevole, addirittura parla e fa battute. E, trattandosi di Apple, ecco la solita maniacale cura per il design, l’amore per la musica, un pizzico di cultura alternativa, l’idea che la tecnologia non sia fine a se stessa, ma serva per migliorare ciascuno e tutti. Il Mac non vendette molto, ma annunciò una rivoluzione culturale prima ancora che informatica: il computer usciva da uffici e laboratori e diventava uno strumento creativo. 

    Negli anni, Microsoft riprenderà l’interfaccia grafica e le finestre, dominando il mondo con Windows, eppure non riuscirà a imitare lo spirito di Apple, che farà il successo di prodotti come l’iPod, l’iPhone, l’iPad. È un mix unico di cultura umanistica e tecnologia, come ricordò Steve Jobs nella sua ultima apparizione pubblica pochi mesi prima di morire. Oggi il fatturato di Cupertino arriva per la maggior parte da smartphone e tablet, del Macintosh rimangono appena poche tracce nei nomi dei computer. Il nuovo sistema operativo si chiama Mavericks, e il computer che sorride è solo un’icona da cercare su Google. 



    Trent’anni d’invenzioni firmate Mac



    + Le tappe tra tecnologia e arte della storia del genio, Steve Jobs

    Addio errori di taglia online: nuovi “manichini virtuali” e scanner a domicilio

    La Stampa

    claudio leonardi

    Un abito su quattro acquistato sul web è restituito perché veste male. In arrivo soluzioni tecnologiche anche per la sartoria su misura


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    Si comprano abiti online, eccome, ma c’è l’eterno dilemma delle taglie . Sono misure standard che non sempre e non per tutti i capi si adattano davvero al nostro corpo. Risultato: un prodotto d’abbigliamento su quattro comprato su Internet è restituito, nel 70% dei casi perché non calza o non veste bene.
    Su questi dati si è basata la società Fits.me (che si potrebbe tradurre: misurami), che offre ai siti di e-commerce un camerino online, con tanto di manichino virtuale. L’utente può inserire un gran numero di misure (vita, fianchi, altezza del cavallo, giro collo) e quindi verificare se l’abito che sta per acquistare gli calza a pennello. 

    Altre aziende stanno sperimentando con successo questa via, e ben presto saranno esperienze comuni nel commercio elettronico. I vantaggi per le aziende sono meno resi e più soddisfazione, quindi più acquisti. Molte le firme che hanno aderito, da Hugo Boss a Pink. Ma c’è di più. È ormai chiaro che uno dei vantaggi possibili con la vendita online è la personalizzazione dei prodotti. Già si vendono cravatte con fantasie e sigle ad hoc, ma anche camicie su cui scegliere il tipo di colletto, bottoni, polsini. Ma perché non trasferire il digitale nella fascia alta del mercato dei vestiti su misura, per renderla meno “alta” e accessibile a un maggior numero di persone?

    Ed ecco il “sarto” mobile che fa la scansione dei clienti a domicilio. Lo scanner 3D Tailor Truck della società Arden Reed prende più di 3,5 milioni di misure del corpo. Dopo due secoli di metro, spilli e appunti con gessetto, Carlos Solorio, co-fondatore della americana Arden Reed, ha voluto cambiare: il suo furgone personalizzato è equipaggiato con la più recente tecnologia di scansione 3D e viaggia in lungo e in largo negli Stati Uniti. Sfrutta 14 sensori Kinect per prendere più di 3,5 milioni di misurazioni in altrettanti punti del corpo.

    E forse neppure immaginavate di averne tanti a cui fare attenzione per confezionare un abito. Questi dati, altro segno di una globalizzazione non solo elettronica, sono inviati a un impianto di produzione in Asia, che cuce l’abito su misura in 4-6 settimane. “I clienti - ha spiegato Solorio al sito della Bbc - ottengono un vestito personalizzato con un prezzo che varia da 500 a 1500” che tanto per molti di noi, ma è comunque più basso della media per un simile prodotto. E se si guardano i prezzi nelle vetrine dei negozi più blasonati, si capisce cosa intende. 

    Cosa ne penserebbe il dandy per eccellenza, Lord Brummel? I suoi “eredi” del London College of Fashion stanno sviluppando un software che si può usare anche a casa, con smartphone o webcam, per trovare la misura perfetta. Il cliente deve solamente catturare una propria immagine, aggiungere peso, età, sesso e poco altro e il computer farà il resto. Il programma identifica la forma del corpo del cliente, la ritaglia dallo sfondo, anche se si tratta di un fondale complesso. Tra non molto, garantiscono gli sviluppatori, questa e altre tecnologie simili saranno d’uso comune. Anche perché ci sono ragioni a nove zeri per decidere di investirci. Secondo i responsabili di Fits.me, si perdono 12 miliardi in vendite mancate, prodotti restituiti, acquisti insoddisfacenti. Tempi di crisi o no, sono numeri che nessuno vorrebbe perdere senza almeno “combattere”. 

    Lo sbarco? Non è di Anzio". La Storia contesa tra due città

    Giuseppe Marino - Gio, 23/01/2014 - 08:33

    Il sindaco di Nettuno: "Avvenne da noi". Il rivale: "Revisionisti". E per la prima volta dal 1944 si terranno cerimonie separate

    L'operazione «Shingle» è finita da 70 anni, ma ad Anzio e Nettuno riprendono a volare le cannonate. Verbali, ma non a salve. In quel ramo della provincia di Roma che volge a mezzogiorno ci si accapiglia sulle celebrazioni del settantesimo anniversario di un evento che se per l'Italia fu storico, per le due cittadine che convivono incollate l'una all'altra è un'eredità definitiva, un segno permanente che ne ha scolpito tutta la storia successiva: lo sbarco Alleato che impresse una svolta decisiva alla a Seconda guerra mondiale per l'Italia.


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    Era il 22 gennaio 1944, gli anglo-americani volevano aggirare le difese della linea Gustav e lo fecero al costo di un enorme prezzo di sangue. Per percorrere i 60 chilometri che separano Anzio e Nettuno dalla capitale ci vollero più di quattro mesi (entrarono a Roma solo il successivo 4 giugno) di feroci combattimenti. Ancora oggi, i borghi che sorgono lungo la strada tra il mare e la via Appia hanno nomi che evocano distese di morti e battaglie: Campo di Carne, Campoleone. Il cimitero americano di Nettuno, meta fissa di ogni presidente degli Stati Uniti che passi per Roma, conta 8.000 croci bianche. E di fronte al peso di questa eredità storica e umana, una sola domanda angoscia le amministrazioni comunali delle due cittadine: ma fu «Sbarco di Anzio» o «Sbarco di Nettuno»?

    Sembra un lazzo da novella di Guareschi, invece sta diventando una Tale of two cities in salsa agrodolce. Risultato: per sessantanove anni le due città hanno commemorato insieme l'evento, il settantesimo è l'anno della discordia, con cerimonie separate. In due paesoni così vicini che i confini corrono dentro le singole case, si litiga sul «marchio», sperando forse di strappare al fratello coltello una fetta di turismo americano in più. Peccato che dall'altra parte dell'oceano la disfida cominci a suscitare sentimenti tra l'ilarità allo sdegno: la faccenda è finita in prima pagina ieri sull'edizione internazionale del New York Times, e l'articolo riporta il giudizio amaro di Tina Young, la soprintendente del cimitero americano: «È un po' triste che la questione stia prendendo il sopravvento sul senso del sacrificio di quelle vite». Ma niente, i politici locali non ci sentono. Il sindaco di Anzio, Luciano Bruschini, accusa i rivali di revisionismo e ricorda il sangue versato dalla città bombardata, il sindaco di Nettuno, Alessio Chiavetta, assicura che non si vuol cambiare la storia, ma solo «mettere in luce il ruolo di Nettuno».

    E il primo cittadino annuncia l'intenzione di aprire un centro di documentazione locale, sottolineando che le prime truppe, i fanti americani della Terza divisione, toccarono terra per primi in un punto della spiaggia di Nettuno denominato in codice bellico «X-Ray». Su questo dettaglio sta giocando un bel battage pubblicitario, con l'individuazione di un sito simbolo, salvatosi dalla cementificazione selvaggia della costa (che accomuna le due città) solo grazie al fatto che ricade tuttora nell'area del poligono di tiro militare. «Chi è arrivato prima e dove? Assurdo ridurre un evento militare di questa portata a una gara a cronometro, lo sbarco si svolse in piena notte in contemporanea lungo 20 km di costa», dice Diego Cancelli, presidente dell'Associazione «Shingle 1944», tra i promotori del museo dello Sbarco, aperto ad Anzio solo nel 1994, mentre a Nettuno il cimitero, gestito direttamente dal governo Usa, è da sempre vissuto come un corpo estraneo.

    Ma ora che l'anniversario «rotondo» fa sentire profumo di dollari di turisti Usa, la storia non è più un orpello noioso. Eppure ha disegnato usi e costumi del territorio. Ancora oggi, basta scavare sotto la sabbia per trovare proiettili e ordigni bellici. I bimbi qui imparano prima a giocare a baseball che a calcio, usanza lasciata in eredità dai soldati americani che impegnavano il tempo nelle retrovie giocando con palla, guanto e bastone. Ma siamo in Italia, e più due città sono vicine, più brucia la rivalità di campanile. Nettuno ha una delle squadre di baseball più forti d'Europa, e Anzio insegue. Anzio ha il sindaco di sinistra, Nettuno di destra. C'è bisogno di aggiungere altro? Forse aveva ragione il regime fascista, che le fuse in Nettunia. Un campanile in meno, un sindaco in meno e tanti saluti alle polemiche da bar.

    Quel mio viaggio a Medjugorje e il verdetto del Vaticano

    Corriere della sera

    Verso la scelta aperta: il soprannaturale non è dimostrato. Un “no” avrebbe effetti drammatici sui fedeli, un “sì” sul diritto canonico

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    Léon Bloy - il «cattolico belva», come amava definirsi - gridava che non c’è fede nell’andare a Lourdes come malati che sperano nella guarigione. Fede, ululava, è solo quella di chi, sano, vada a bagnarsi alla Grotta pregando di ammalarsi, possibilmente di un morbo ripugnante, per partecipare così meglio alla croce del Cristo. Paradosso che mi è capitato talvolta di citare a chi mi chiedeva di dire la mia su Medjugorje. In effetti fui tra i primi a recarmi in quella pianura allora semideserta, al centro della quale si ergeva un chiesone parrocchiale costruito da poco e chiaramente eccessivo per il luogo.

    Dimensioni da santuario, che insospettivano: quasi che i committenti francescani avessero voluto creare lo spazio adeguato per folle di pellegrini. Non ero mosso, in quel blitz, dal fervore del devoto bensì dalla curiosità del giornalista: volevo vedere cosa stesse succedendo in un posto sconosciuto sul quale, negli ambienti cattolici, giravano da qualche tempo strane voci. Al ritorno, però, l’auto sulla quale ero ospite slittò sulla neve attraversando l’Istria, finimmo in una scarpata, fummo tirati su con le funi dai pompieri, poi sommariamente medicati da medici divenuti brutali quando scoprirono delle Bibbie nei nostri bagagli. Ce ne andammo malridotti, insalutati, con lesioni tamponate alla bell’e meglio. A casa, quando mi riuscì di arrivarci, discendendo dal letto caddi a terra per un violento capogiro che si sarebbe poi ripetuto ad ogni levata.

    Nell’auto che più volte si ribaltava, avevo battuto la testa, ci vollero tempo e terapie adeguate per rimette le cose a posto. Insomma, qualcosa che mi fece ritornare alla mente il paradosso di Bloy, nonostante non avessi certo pregato di partire in gran forma, da quel quarantenne che ero, e di tornare con la testa fasciata come da un turbante e acciaccato al punto da dover camminare reggendomi a un bastone. In cambio, va detto, ebbi un privilegio che - per tanti pellegrini entusiasti di oggi - è degno di «santa invidia»: essere, cioè, tra i pochi che, ammassati nella piccola sagrestia della chiesa, assistettero all’estasi - vera o presunta che fosse - di tutti e sei gli allora bambini o adolescenti e tra coloro che ebbero modo di scambiare qualche parola, in un misto di lingue, sia con i «veggenti» che con i francescani che mostravano ancora stupore nonché timore per le attenzioni di cui erano oggetto da parte della polizia politica del regime.

    È un aspetto che spesso si dimentica: Tito era morto da un anno, i successori già annusavano lo sfascio che si sarebbe poi verificato e, dunque, per salvarsi, invece di allentare i freni li stringevano, anche a proposito di lotta antireligiosa. Non erano di certo tempi favorevoli, quelli, per chi avesse voluto organizzare una sceneggiata di false apparizioni dal Cielo, utilizzando per giunta ben sei piccoli e piccolissimi: troppi e troppo giovani per giocare in modo attendibile una commedia che il primo interrogatorio di una polizia famosa per la brutalità poteva smascherare. Se mi capita, lo dicevo, di narrare l’aneddoto del mio «miracolo rovesciato» (partire sano e tornare malridotto) è anche per cercare di attutire, con un sorriso, le passioni - a favore o contro - che spesso esplodono quando si parla di Medjugorje .

    Passioni che hanno, peraltro, una loro giustificazione. In effetti, in una prospettiva cattolica, non si esagera definendo drammatico il dilemma. Da un lato si dice: la Chiesa non trascura, da ormai 33 anni (l’inizio dei fatti è del 1981) di riconoscere e dare autorità ufficiale a quelle che la Gospa , la signora, la Madre del Cristo, annuncia come le ultime apparizioni della storia e che sono gravide di esortazioni, di consigli, di messe in guardia? Ma, dall’altro lato si replica: la Chiesa non è forse colpevole per non essere intervenuta, dopo tanti anni, per smascherare una superstizione e, forse, una truffa contro le quali hanno tuonato con parole terribili i vescovi della diocesi, senza riuscire a stroncare un pellegrinaggio che ha ingannato e inganna milioni di ingenui fedeli?

    Ma, seppure con i suoi tempi, la Chiesa ha finito col muoversi. Proprio la settimana scorsa, dopo quasi quattro anni di lavoro, la Commissione d’inchiesta presieduta dal cardinal Camillo Ruini ha presentato il suo voluminoso fascicolo alla Congregazione per la dottrina della fede. Questa esaminerà il tutto e presenterà le sue conclusioni al Papa cui spetterà, ovviamente, la decisione.
    Se si è atteso così a lungo - e se ancora si attenderà - il motivo principale sta certamente nel fatto che le «apparizioni» sono ancora in corso e che dunque è impossibile giudicarle, non sapendo come andrà in futuro. Dunque, per ora ci si è limitati a provvedimenti (peraltro poco seguiti dai devoti, qualche vescovo e almeno un paio di cardinali compresi) di divieto di pellegrinaggi «ufficiali», organizzati e guidati dal clero.

    Ma ciò che preoccupa la Santa Sede è che, in ogni caso, la decisione non sarà indolore. Se negativa , il danno pastorale sarà immenso, visti i milioni di pellegrini recatisi a Medjugorje da tutto il mondo e che si scopriranno vittime di un inganno. Se positiva , sarà devastante per il diritto canonico che lascia ai vescovi del luogo il giudizio su presunti fatti sovrannaturali nella loro diocesi. A Medjugorje ci si trova di fronte al rifiuto categorico e polemico dei presuli che si sono succeduti a Mostar, capoluogo ecclesiastico. Smentendoli, la Chiesa dovrebbe smentire la sua stessa legge e la sua gerarchia, con conseguenze gravissime.

    È facile prevedere che, alla fine, si starà per un interlocutorio non constat de supernaturalitate : non consta (sinora) della soprannaturalità dei fatti. Ci si asterrà, a noi pare sicuro, dal secco e definitivo constat de non supernaturalitate : consta (con certezza) che i fatti non sono soprannaturali. Così, in attesa di eventi nuovi e chiarificatori, suggerisce la Chiesa, i cattolici continuino a raccogliere gli abbondanti frutti spirituali da un albero che - va pur detto - si è rivelato davvero fecondo. Preghino, si confessino, si accostino alla eucaristia, lasciando per ora da parte la questione delle origini. Gli scettici - ad essi pure, va detto, non mancano gli argomenti da opporre ai convinti - potranno riflettere su quanto mi disse un famoso mariologo: «Non so se, all’inizio, la Madonna ci fosse davvero, a Medjugorje. Ciò che constato, vedendo queste folle devote che l’hanno invocata e l’invocano da più di trent’anni, ciò che vedo è che ora c’è, che non può non esserci».

    23 gennaio 2014

    Esselunga annuncia 2000 assunzioni

    La Stampa

    Per il prossimo biennio la catena di supermercati annuncia nuove aperture.Nel 2013 aumento nei ricavi del 1,7 per cento, per un totale di 400 nuovi assunti



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    Punta in alto la catena di supermercati Esselunga, che dopo avere realizzato nell’anno appena trascorso 400 nuove assunzioni- il totale dei dipendenti è di 20,605 unità - annuncia nuove aperture che dovrebbero spingere sulle vendite e creare opportunità di lavoro per «circa 2.000 persone», quasi il 10% dell’organico attuale. In quello che è stato indicato come l’ultimo anno della grande crisi, il gruppo di Bernardo Caprotti vede infatti una flessione negli utili - in calo del 16% - ma un aumento dei ricavi del 1,7 per cento a quota 6,9 miliardi di euro.

    Un andamento contraddittorio, legato alla politica dei prezzi adottata dal gruppo, che ha tentato di combattere la crisi lasciando i prezzi per spingere sui consumi, con un aumento medio dell’1,8% applicato dai fornitori. A questo proposito il gruppo di supermercati sottolinea come negli ultimi due anni «a fronte di incrementi di prezzo ricevuti per circa il 4%, Esselunga non ha trasferito alcun incremento di prezzo ai propri clienti».

    Il primo negozio Esselunga risale al 1957, nel semicentrale viale Regina Giovanna di Milano. Bernardo Caprotti,prima di Natale con 88 anni di età ha annunciato le proprie dimissioni ai dipendenti nella sede centrale di Limito di Pioltello, nel milanese, senza però rinunciare a seguire lo sviluppo della sua creatura. Tra voci ricorrenti e smentite sulla possibile vendita della società, Caprotti infatti da anni coltiva un sogno: aprire un supermercato vicino alla Capitale. Proprio Aprilia, in provincia di Latina, sarà entro il prossimo giugno una delle prime tra le 12 nuove aperture previste entro la fine del 2014.

    Apple non soddisfa i clienti, l'azienda perde il primo posto nella classifica di gradimento

    Il Mattino


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    ROMA - Apple perde colpi, la società che per molto tempo è stata prima in classifica riguardo la soddisfazione del cliente scivola verso il basso. Secondo gli studi condotti da Forrester Research, sembra che Apple non abbia avuto risultati brillanti per quanto riguarda la soddisfazione dei suoi clienti, un elemento su cui l'azienda di Cupertino ha sempre molto puntato. L'indagine si basa su tre domande: Quanto è stato piacevole fare affari con loro? È stato facile concludere l’affare? Hanno soddisfatto le vostre esigenze? La Apple scivola, dunque, in quinta posizione e, oltre il danno anche la beffa, visto che sopra di lei si trova la nemica Samsung.Amazon è la società con la più alta soddisfazione dei clienti, ed a seguire troviamo Sony, Samsung, Microsoft e Apple.

     
    mercoledì 22 gennaio 2014 - 10:38   Ultimo aggiornamento: 10:39

    Napoli. Dna agli escrementi dei cani. L'avvocato: «Ordinanza illegittima. Ecco perché»

    Il Mattino


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    L'ordinanza De Magistris che obbliga tutti i proprietari di cani a sottoporre il proprio amico a quattro zampe al prelievo ematico per l'esame del Dna (per poi risalire al proprietario tramite l'esame degli eventuali escrementi abbandonati in strada), pena una multa salata ha già sollevato un mare di critiche. L'avvocato Carla Campanaro - responsabile dell'Ufficio Legale della Lav, la lega antivivisezione - spiega che «si tratta di un provvedimento sindacale urgente. E quindi è importante analizzare la cornice normativa di riferimento di questo tipo di provvedimento amministrativo, alla luce di cui emergono possibili profili di illegittimità del provvedimento in relazione alla violazione di legge degli artt. 50 e 53 del d.l. 267/2000

    Un’ordinanza di necessità ed urgenza (come l’ordinanza in questione) è per legge straordinaria, espressione di un potere amministrativo extra ordinem e va utilizzata unicamente per fronteggiare situazioni di urgente necessità (in materia di ordine e sicurezza pubblica, nonché sanità ed igiene pubblica) laddove all’uopo si rivelino inutili gli strumenti ordinari posti a disposizione dal legislatore. Ora - prosegue il legale - quali strumenti ordinari sono stati emanati nel mentre, ad esempio tramite sensibilizzazione dei proprietari degli animali?

    Requisiti necessari per l’emanazione di tale ordinanza sono l’esistenza di una situazione eccezionale imprevedibile ed urgente di pericolo che impone la necessità di ricorrere con immediatezza a tale strumento e che permette in via eccezionale la deroga dell’art 7 legge 241/90 che disciplina l’obbligo di comunicazione del procedimento, essendo assolutamente esclusa la stabilizzazione dell’intervento extra ordinem, viste le gravi restrizioni che comporta alla libertà dei consociati. Nel caso di specie - spiega l'avvocato - le restrizioni sono evidenti, perché si obbliga il cittadino ad effettuare un atto di disposizione su di un bene sui generis di cui è proprietario, cioè il proprio cane, ovvero un essere vivente con la propria storia sanitaria, obbligandolo ad un intervento tecnico.

    In relazione poi ad un possibile vizio di eccesso di potere, l’ordinanza in esame deve essere caratterizzata da un adeguata istruttoria posta in essere dalla pubblica amministrazione. E individuabile nel testo dell’ordinanza proprio per il suo carattere eccezionale di imposizione di obblighi ai privati, nonché deve essere supportata da un adeguato impianto motivazionale con riferimento alla fattispecie concreta, in ordine ai presupposti di azione ed elementi costitutivi del provvedimento.

    Nell’ordinanza in oggetto riteniamo perciò non è dato in alcun modo di ravvisare gli indispensabili presupposti di legge di cui sopra, sia per quanto riguarda l’eccezionalità della situazione nonché si fa riferimento ad generale potenziale pericolo per la salute pubblica non meglio precisato. In ultimo - conclude il legale Lav - non sono previsti specifici termini per l’adempimento di tale attività da parte dei cittadini destinatari dell’obbligo, essendo genericamente ordinato di effettuare l’esame del Dna per cui si ritiene che anche il quadro sanzionatorio sia inapplicabile, essendo viziata nella determinatezza il contenuto del facere cui è obbligato il cittadino».

     
    mercoledì 22 gennaio 2014 - 00:31   Ultimo aggiornamento: 18:49

    L’attacco di Apple: «Android è a rischio»

    Corriere della sera

    Il capo del marketing, Schiller, linka un rapporto di Cisco: «Il 99% dei virus per smartphone sono per il software Google»

    Il tweet di SchillerIl tweet di Schiller

    MILANO - Il 99 per cento dei virus attacca Android. Il nuovo colpo a robottino verde viene sferrato dal direttore marketing di Apple, Phil Schiller, che con un semplice tweet ha linkato l’ultimo rapporto sulla sicurezza compilato da Cisco.
    I dati di Cisco sul m alware su dispositivi mobiliI dati di Cisco sul m alware su dispositivi mobili

    L’IPHONE È SECONDO - Oltre a quel 99 per cento di virus dedicati agli smartphone, il documento sottolinea come Android nel 2013 sia stato affetto anche dal 71% degli attacchi “Web oriented”, quelli che vengono diffusi attraverso il Web. Una cifra stratosferica se si pensa che il secondo sistema più colpito, quello dell’iPhone, viene contagiato solo dal 14 per cento dei virus. A seguire troviamo iPad, Blackberry e Nokia mentre il Windows Phone è nono in classifica. È interessante notare che tra i dispositivi compaiono anche due lettori ebook, il Kindle di Amazon e il Nook.
    La top 10 di CiscoLa top 10 di Cisco
    MARCA RUSSA - Non è comunque il caso di fare del terrorismo: ciò che Schiller non dice è che a far salire la percentuale negativa di Android è SMSSend (andr.smssend), famigerato trojan di fattura russa che viene distribuito tramite APK postati fuori dal Play Store. Il programma conta per il 98 per cento degli attacchi e ne emerge quindi che chi si attiene a scaricare solo dal negozio ufficiale di Google è al riparo almeno dalla principale minaccia.

    UN ALTRO ATTACCO
    - Con abilità e aggressività, Schiller usa una fonte imparziale per dare un nuovo attacco frontale al nemico di sempre, una tecnica già vista nel passato, e più precisamente il 7 marzo 2013 quando poco prima del lancio del Galaxy S4 aveva cinguettato un rapporto di F-Secure che attribuiva al robottino verde il 79 per cento dei virus in circolazione e a iOS un misero 0,07 per cento. Probabilmente Google non risponderà alla bordata ma è prevista una forte alzata di scudi da parte dei suoi utenti.

    22 gennaio 2014

    Dal taxi al bar, online tutti gli scontrini del M5S Restituiti altri due milioni e mezzo di euro

    Corriere della sera

    Pubblicate le spese dei parlamentari. L'eccedenza di stipendi e diarie va alle Piccole e Medie Imprese

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    Quattro milioni di euro in totale restituiti. Dopo le polemiche, i litigi, le accuse e le contro accuse degli avversari politici e gli sfottò sugli scontrini, i Cinque Stelle battono ogni record e rendono ai cittadini l'eccedenza di stipendi e diarie di deputati e senatori del M5S. Una cifra che da luglio ad ottobre ammonta a circa due milioni e mezzo di euro. La cifra è stata versata sul fondo di garanzia statale per le Piccole e Medie Imprese, che sarà da ora in poi la destinazione definitiva per tutte le restituzioni mensili dei Cinque Stelle. Questi soldi si vanno ad aggiungere agli altri versamenti fatti. Dei 154 parlamentari, solo in sei casi non sono disponibili i dati e gli scontrini.

    OPERAZIONE TRASPARENZA - L'annuncio viene fatto dal blog e di Beppe Grillo e dal sito Tirendiconto. it ricordando che i due milioni e mezzo di euro si vanno ad aggiungere al milione e mezzo restituito a giugno al Fondo di ammortamento per la diminuzione del Debito pubblico. In un'infografica animata pubblicata online viene mostrata la rendicontazione particolareggiata e le copie dei bonifici dei singoli deputati e senatori. In totale, da inizio legislatura sono stati restituiti oltre 4 milioni di euro che si sommano ai 42 milioni di rimborsi elettorali che spettavano al M5S e a cui il Movimento ha rinunciato. Un primato che i Cinque Stelle rivendicano alla faccia delle critiche e delle prese in giro.

    22 gennaio 2014

    Non pagate il canone Rai, si può», la nuova bufala del web che irrita l’Agenzia delle Entrate

    Corriere della sera

    In rete si diffonde la notizia di una finta sentenza che renderebbe possibile evadere la tassa: il ministero precisa

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    Gennaio, si sa, è il mese dedicato al pagamento del canone Rai (fissato quest’anno a 113,50 euro). Una tassa , quella sul possesso degli apparecchi radiotelevisivi, che non è amata dagli italiani. Tanto che ogni anno si diffondono periodicamente in rete messaggi e false informazioni che invitano a non pagarlo. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello relativo ad una fantomatica sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 30 dicembre 2013 che avrebbe dichiarato illegittimo il canone televisivo . Peccato che la stessa Corte abbia poi precisato di non aver pubblicato nessuna sentenza di questo tipo.

    IRRITAZIONE - L’ennesima bufala che provocava l’irritazione dell’Agenzia delle entrate che, in un comunicato testualmente ricordava che: «È falsa e destituita di ogni fondamento la notizia diffusa nei giorni scorsi sulla presunta decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riguardo l’illegittimità della riscossione del Canone radiotelevisivo. Al contrario, la Corte Europea si è pronunciata con decisione 33/04 del 31 marzo 2009, affermandone la piena legittimità. Pertanto, tutti i possessori di un apparecchio atto o adattabile alla ricezione di programmi radiotelevisivi sono tenuti al pagamento del Canone entro il 31 gennaio 2014. In caso di inottemperanza, saranno applicate le sanzioni previste dalla legge».

    A CHI SI APPLICA - Occorre ricordare però che la normativa si applica solo al cosiddetto servizio di radiodiffusione, quindi non va applicata a qualsiasi altra tipologia di distribuzione audio/video (come web tv, web radio, Iptv). Secondo punto importante riguarda i criteri con cui vengono tassati o meno gli apparecchi. Le apparecchiature tassabili, sono quelle «atte a ricevere radioaudizioni nativamente» (non gli smartphone, Pc senza sintonizzatore tv, etc...).

    POLEMICA - Da segnalare però che anche sull’importo del canone Rai si è aperta una polemica. Tra il cda Rai e il governo, rappresentato in questo caso dal ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato. Zanonato infatti aveva bloccato con un provvedimento del dicembre scorso l’adeguamento del canone all’inflazione. Una scelta contestata dal consiglio di amministrazione della Rai che per bocca di uno dei consiglieri l’ex deputata del Pdl Luisa Todini sottolinea: «È doveroso valutare la possibilità di fare il ricorso al Tar contro il ministero dello Sviluppo economico».
    Replica Zanonato: «Si tratta di notizie che non trovano riscontro - sottolinea il ministro -. E il perché lo spiega una lettera che ho qui sulla mia scrivania e che porta la data di lunedì 20 gennaio, firmata dal presidente della Rai, Anna Maria Tarantola, a cui mi lega un rapporto di amicizia e cordialità».

    Una lettera che spiega che «il collegio sindacale della Rai rileva la necessità di “un ribilanciamento di risorse da attuare con azioni di forte recupero dell’evasione”. Nessuna richiesta di aumentare il canone, dunque. Niente di niente. Piuttosto l’esortazione a fare di più per recuperare le ingenti risorse perse con l’evasione. Un punto che tra l’altro mi trova ampiamente concorde». Dunque il canone resta fermo, ma si apre la caccia agli evasori perché, spiega Zanonato, «aumentare il canone dell’un per cento, circa un euro e mezzo in più, vorrebbe dire incassare 30-35 milioni. Ma l’evasione è arrivata a ben 450 milioni, il 25 per cento del totale incassato dalla Rai».

    22 gennaio 2014




    3 gennaio 1954: la Rai inizia le trasmissioni tv (03/01/2014)
    Rai tv compie 60 anni: le immagini storiche (03/01/2014)
    Tutto quello che non ha fatto la politica del «noi faremo» (31/12/2013)