mercoledì 22 gennaio 2014

Le polveri ultrafini soffocano la pianura padana

Corriere della sera

Di dimensioni cento volte inferiori al Pm10. E non inserite in nessuna normativa. Inutili gli stop sporadici al traffico

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Le polveri ultrafini peggiorano ulteriormente la salute della pianura padana. A rivelarlo i risultati del progetto Upupa (Ultrafine Particles in Urban Piacenza Area) del Laboratorio Energia e ambiente Piacenza (Leap) - centro di ricerche del Politecnico di Milano - presentati il 22 gennaio e incentrati sul particolato delle polveri sottili. Tre anni di ricerca, sostenuti dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, per dimostrare la minaccia rappresentata da quelle componenti ultrafini (migliaia di nanoparticelle come, per esempio, solfato e nitrato di ammonio e tracce di metalli presenti nella massa delle polveri) che non solo attualmente non trovano posto in nessuna normativa, ma che proprio per la loro ridottissima dimensione (inferiore di cento volte a una particella di Pm10) sono estremamente pericolose per la salute umana. Peggiorando un quadro già di suo non certo piacevole.

PERICOLO IN PIANURA PADANA - Era già caos, infatti, quando le polveri sottili e sottilissime (le note Pm10 e Pm2,5 per cui si fanno i blocchi del traffico e le domeniche a piedi) incoronavano il bacino padano, secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia comunitaria, come la zona più inquinata d’Europa. Con una presenza di polveri sottili così fuori controllo che, lo scorso dicembre, è riuscita a fare da volano a un inedito accordo tra governo, regioni e provincie autonome del bacino padano per riuscire a contrastarne, su vasta scala, la presenza nell’aria. Partendo dalla «sfortuna climatica» del territorio padano per arrivare anche a nuovi decreti. Ma anche al monitoraggio e azioni condivise tra Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trento e Bolzano con i ministeri dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, dei Trasporti, delle Politiche agricole e della Salute. Come, per esempio, la certificazione dei piccoli impianti domestici alimentati a biomassa legnosa. Oppure la revisione dei limiti di velocità sulle autostrade e le grande arterie che attraversano la pianura padana. E per cui i primi gruppi tecnici di lavoro dovrebbero partire proprio da gennaio per riuscire a formulare proposte operative entro la metà del 2014.


LA RICERCA - Una situazione già delicata a cui ora si aggiungono i risultati sulle polveri ultrafini, portati oggi alla luce dai ricercatori del Leap, resi possibili dopo una lunga campagna di campionamento dell’aria. Condotta non solo con le postazioni fisse in diverse luoghi di città e provincia, ma abbinata anche a rilevamenti in movimento - effettuati con sofisticati macchinari che i ricercatori portavano in uno zainetto - fatti lungo i percorsi cittadini. Confrontando l’esposizione umana alle polveri ultrafini, a seconda del mezzo di trasporto (piedi, bici, autobus e macchina) utilizzato. Dati che ora, nel clima già di ripensamento urbano del territorio, potrebbero rivelarsi una valida chiave di partenza.

POLVERI ULTRAFINI - «Grazie alle nanotecnologia», spiega Michele Giugliano, direttore delle ricerche e docente d’inquinamento atmosferico del Politecnico di Milano, «ora abbiamo a disposizione dei dati anche sulle componenti nanoparticellari delle polveri e sulla loro concentrazione nei vari ambienti». Quantità, infatti, che cambia parecchio non solo a seconda del contesto, ma anche da una stagione all’altra. Come, per esempio, in inverno. «Si tratta», prosegue Giugliano, «della stagione peggiore, non solo per il traffico, le emissioni industriali e l’inquinamento ulteriore prodotto dai sistemi di riscaldamento, ma anche perché le polveri ultrafini non sono immesse da nessuna fonte esterna ma si trasformano nell’atmosfera. Ad esempio, con la condensa» . Tutte condizioni che creano un ambiente perfetto per il moltiplicarsi delle polveri ultrafini. Per cui, visto la dimensione, si fa più evidente la loro connessione con le patologie polmonari e cardiovascolari. «Queste particelle piccolissime», osserva il professore, «potrebbero, ad esempio, riuscire a bypassare anche il sistema di protezione degli alveoli, avendo più possibilità di penetrare rispetto a quelle sottili».

AZIONI MIRATE - Un problema per cui, osserva il ricercatore, andrebbero pensate azioni a 360 gradi. «È praticamente inutile», afferma Giugliano, «prendere misure su aree ridotte a tempo limitato». Ossia non basta non usare l’auto una domenica per vedere un risultato o per sperare di cambiare le cose. «Per quello», conclude il professore, «serve davvero un impegno nazionale e lo stanziamento di importanti fondi per ripensare, in una zona così climaticamente svantaggiata, ai mezzi di trasporto, alle emissioni industriali e al sistema di teleriscaldamento».

22 gennaio 2014





Il Corriere illustra le polveri ultrasottili attuali in Pianura Padana. Usando una foto del 2005 presa da Wikipedia


FONTE : 1


Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “alemarzaro” e “g.loru*” e alla segnalazione di @tyler_D1974.



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“Le polveri ultrasottili soffocano la pianura padana”, titola il Corriere. Soffocano. Tempo presente. Ma la foto, attribuita dal Corriere genericamente alla NASA, è di nove anni fa. Risale infatti al 2005, come si può scoprire in tre minuti usando semplicemente la ricerca per immagini di Google (strumento evidentemente ignoto a buona parte delle redazioni dei giornali). La foto originale è infatti qui su Nasa.gov, dove è datata 17 marzo 2005, e non mostra la Pianura Padana “sotto una cappa di nanoparticelle” come scrive il Corriere, ma genericamente la foschia prodotta da tutto l'inquinamento (compreso quello delle macroparticelle) quel giorno di nove anni fa.

Ma nella foto NASA manca l'ovale rosso. Da dove proviene? Ma da Wikipedia, dalla quale è stata prelevata dai redattori del Corriere senza neanche citare la fonte e con buona pace del copyright. Giornalismo. È giusto sensibilizzare ai problemi dell'inquinamento, ma bisogna usare dati reali, non fantasie. Perché altrimenti, quando salta fuori che l'immagine che dovrebbe documentare il pericolo è fasulla, viene sminuita la credibilità della causa che si vuole sostenere.

Etichette: copyright, giornalismo spazzatura
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Pubblicazione iniziale: 22.1.14 2 commenti Aggiungi un commento

Milionaria, ma di debiti, Napoli in dissesto tra tasse e immondizia

La Stampa

andrea malaguti

Bocciatura della Corte dei conti, De Magistris sotto accusa



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«Munastero ‘e Santa Chiara tengo ‘o core scuro scuro, ma pecché, pecché ogni sera, penzo a Napule com’era, penso a Napule com’è». Quanto è scuro il cuore di Napoli ai tempi del Re Sole Luigi De Magistris, detto Egogistris, sindaco del posto più bello e più brutto del mondo, monarca traballante di una città sull’orlo del collasso economico e forse già abbondantemente oltre, dopo che la Corte dei Conti ha bocciato il piano decennale di riequilibrio finanziario del Comune, sancendone, di fatto, il dissesto? 

Che fine ha fatto la rivoluzione arancione dell’uomo atteso come il Messia - il magistrato, l’innovatore, il profeta («Una specie di Grillo nostrano», dice amaro lo scrittore Maurizio de Giovanni) - che oggi, a due anni e mezzo dalla sua elezione, riscuote il consenso di un cittadino su due, ha avvicendato otto dei dieci compagni di viaggio che aveva scelto per gestire la metropoli da Palazzo San Giacomo ed è costretto ad appellarsi al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per non vedere il suo regno ridotto in macerie? E quanto è distante la fine di tutto?

«Se vuole sapere come stiamo glielo dico io: stiamo come questi cortili». Renato Nunziatelli, guida abusiva, le mani gonfie e tozze di un idraulico di mezza età, si limita a dire «Mi segua». Via Benedetto Croce, spaccanapoli, complesso conventuale di Santa Chiara, capolavoro voluto da Roberto D’Angiò, a poche decine di metri dalla piazza dove si fermano i pullman turistici. Le mura della basilica sono lorde di vernice azzurra e di scritte nere da innamorati di serie B. Tre scalini di fianco alla chiesa portano a due cortiletti contrapposti. Uno è chiuso da un cancello. Dentro lattine. Sacchetti. Spazzatura abbandonata nella discarica più prestigiosa della via lattea. Il puzzo d’orina è insopportabile, lo stesso che, non molto più in là, invade l’aria di vicoletto San Pietro a Majella, alle spalle del conservatorio.

Negozi di musica. Motociclisti senza casco. Ragazze che fumano nei bassi. Il secondo cortiletto di Santa Chiara è un rifugio di oleandri. Bottiglie di vino. Resti di un dvd. Siringhe. Un uomo intabarrato esce da un cespuglio. Barcolla. Impreca. Se ne va. «E’ come lo zoo di Berlino. I tossici vengono a bucarsi qui». Benvenuti in città. Piove a ondate. L’acqua impregna i materassi appoggiati sui muri, schiaccia «la zella» - la piccola immondizia da selciato - sui sanpietrini, riempie i sacchetti appoggiati sui cassonetti. L’intera zona universitaria è patrimonio dell’Unesco. «Solo che l’Unesco vuole ritirare il patrocinio, perché qui rischia di andare in malora ogni cosa. «Sarebbe il primo caso nella storia», dice il giornalista del «Mattino» Pietro Treccagnoli.

Va da sé che tutto questo - come lo sintetizzi un quadro così complesso, un tessuto sociale tanto disomogeneo, slabbrato, fatto di povertà, di aristocrazia e di bellezza assoluta, che ti insegue dalla stazione centrale fino al Vomero confondendo Giordano Bruno e la camorra? - non può essere colpa di Luigi De Magistris. Più banalmente è la sanzione che nemmeno lui, Giggino Re Sole, era Dio. E forse neppure il migliore dei sindaci possibili.

L’economista Riccardo Realfonzo, che di De Magistris è stato assessore al bilancio - ed è uscito dal cerchio d’oro sbattendo la porta - dice che la Corte dei Conti non ha fatto altro che confermare una cosa che lui racconta da oltre un anno. «Il Comune è in dissesto». Che se Palazzo San Giacomo deve pagare 10.031 dipendenti con 423 milioni e altri 350 milioni servono per gli stipendi di 8427 assunti delle partecipate, è ovvio che non può venirne a capo. Che se su cento multe riesci a riscuoterne solo tre e che se non ti bastano tremila immobili di proprietà per chiudere il bilancio in attivo, allora è chiaro che salta il banco. «Era necessario riorganizzare la macchina. Ridurre il personale. Ridefinire le priorità. Invece abbiamo le tasse sui servizi più alte d’Italia».

Perché? La risposta è feroce. «Perché De Magistris è un personaggio da operetta. Da bambino non gli hanno regalato il pallottoliere». Gli piacerebbe potersi limitare a buttare la sua storia con Re Sole nella scatola con l’etichetta «contrattempi». Non sarà così. Anche Roberto Fico, già candidato sindaco e oggi parlamentare del Movimento Cinque Stelle, infierisce sul primo cittadino. «E’ riuscito a fare la Coppa America di vela, ma un impianto di compostaggio, la vera priorità di Napoli, no. Si era presentato come il nuovo, ha finito per ricadere nei più vecchi e deteriori modelli della politica italiana. Poca trasparenza. Nessun coinvolgimento dei cittadini. Promesse mancate e la certezza di essere l’ombelico del mondo».

A Palazzo San Giacomo, intanto, De Magistris racconta che queste sono le ore più difficili da quando ha preso l’incarico. Ma giura che la città si rialzerà. Mentre i suoi collaboratori ricordano che due anni e mezzo fa per le strade c’erano 2500 tonnellate di rifiuti. Oggi non più. «Abbiamo gestito una città con un miliardo e mezzo di debiti senza licenziare nessuno. La verità è che abbiamo fatto un miracolo. Ma non possiamo farci carico noi del buco pregresso di bilancio. Cacciare tremila persone? Qualcuno lo chiede. Ma si creerebbe una tensione sociale incontrollabile. Non succederà». Magari sta qui una parte del problema. E in un piano di rientro che parlava di 850 milioni da ricavare da cessioni immobiliari senza dire quali. Alla Corte non è bastato.

A via Monteoliveto la Fontana di Carlo VI è ferita da una scritta «Forza Napoli». Gli sfregi architettonici sono ovunque, ma è a piazza Bellini che il contrasto tra l’assurdo e il sublime tocca il suo apice. Una signora in carne, con un portamento leggero e senza pretese come quello di una bambina, indica l’interno delle mura greche. Una discarica tra i resti millenari. «Il sindaco non ha coinvolto le forze sane della città. Il mondo della cultura. Ma forse questo fallimento ci farà ripartire. Siamo piegati, non finiti. Napoli è immortale ed è bene che lo si sappia», conclude De Giovanni. Un ragazzo lascia cadere una bottiglia di birra. Il rumore di vetri in frantumi fa venire la pelle d’oca. 

Lidl sfratta Coca-Cola dagli scaffali

La Stampa

tonia mastrobuoni

La bibita è la prima vittima della guerra dei prezzi stracciati tra gli ipermercati


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Nella guerra senza esclusione di colpi scoppiata tra i grandi marchi del discount tedesco, c’è una prima vittima, la Coca-Cola. È saltato l’accordo con la catena Lidl che d’ora in poi non venderà più né la rossa con le bollicine, né Sprite e Fanta e le altre bibite del gruppo.In alcune delle 3300 filiali tedesche bottiglie e lattine del marchio scarseggiavano già lunedì. Dopo l’esaurimento delle scorte i clienti si troveranno negli scaffali la storica rivale, la Pepsi, insieme ad altri marchi più economici, come Freeway.

Ieri mattina, dopo alcune indiscrezioni giornalistiche, un portavoce di Lidl ha confermato la notizia. Tra Lidl e Coca-Cola sarebbe mancata l’intesa sul prezzo. Il problema è che in Germania, nelle ultime settimane, si è molto acuita la guerra al ribasso tra gli storici ipermercati dai prezzi stracciati. Il gruppo più famoso e «antico», Aldi, ha tagliato nei giorni scorsi quelli di cerali, Muesli e yogurt di 10 centesimi, seguito a ruota da un’altra catena di discount, Norma. La stessa cosa è avvenuta nelle scorse settimane, quando Aldi – considerata con i suoi 2,7 miliardi di euro di valore la capofila, e dunque tutti tendono a seguirla – ha abbassato i prezzi di uova, caffè e tè: un’altra catena di discount, Rewe, si è accodata immediatamente.

L’esperto di commercio Matthias Queck, di Planet Retail, sdrammatizza: secondo lui è solo la tappa di una guerra tattica che si deciderà nelle prossime settimane. «Mostrano i muscoli», sostiene, convinto che i prodotti del marchio rosso torneranno sugli scaffali di Lidl molto presto. Ma un altro problema, per la Coca-Cola e gli altri brand, è la tendenza storica dei discount a fondare etichette proprie, che fanno concorrenza o a volte detronizzano i prodotti classici. D’altronde, aveva fatto notizia anche quando Aldi aveva annunciato che avrebbe fatto un’intesa per vendere un brand internazionale e famoso come Coca-Cola ma anche i prodotti del gigante dei cosmetici Nivea.

Trieste ricorda Giovanni Palatucci, salvò 5.000 ebrei dai lager nazisti

Corriere del Mezzogiorno

Era questore fascista di Fiume e mandò i deportati a Campagna: qui evitarono la morte certa


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TRIESTE - In occasione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria, lunedi' prossimo, 27 gennaio, verra' deposta presso la Casa circondariale di via del Coroneo a Trieste una corona alla lapide che ricorda la prigionia dell'ultimo questore italiano di Fiume, Giovanni Palatucci. "Giusto tra le Nazioni", "Servo di Dio" e "Medaglia d'oro al Merito Civile", Palatucci salvo' la vita a piu' di 5.000 ebrei, avviandoli a un campo di raccolta a Campagna, in provincia di Salerno. Dopo l'8 settembre 1943 fu arrestato dalla Gestapo e condannato a morte, tradotto nel campo di sterminio di Dachau mori il 10 febbraio 1945, a 36 anni. La cerimonia e' stata promossa dalla Questura di Trieste e dall'associazione Palatucci. Le manifestazioni per il Giorno della Memoria culmineranno lunedi' prossimo con una cerimonia solenne nella Risiera di San Sabba.

20 gennaio 2014 (modifica il 21 gennaio 2014)

Vera cacciata dalla scuola perché ebrea Ma la accolse un professore fascista

Corriere della sera

Angelo Bronzini, che vestiva in orbace e camicia nera, aprì classi pomeridiane per i bambini discriminati


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MILANO - «Quando avevo dieci anni mio padre, che era un avvocato, mi portò davanti al tribunale per spiegarmi cosa fosse la giustizia. Passarono pochi giorni e mi cacciarono dalla scuola. Ero piccola, ma ricordo che protestai subito: “Non è questa la giustizia che mi hai insegnato!”». Vera Vigevani Jarach, protagonista della web serie del «Corriere della Sera» Il rumore della memoria, fu tra i bambini ebrei vittime delle leggi razziali emanate in Italia dal fascismo. Frequentava le elementari «Morosini» a Milano. E ricorda ancora oggi quando, con un atto di delicatezza, la maestra («la Cassini») andò di persona a casa sua a spiegarle che, per lei, da quel giorno, la scuola sarebbe rimasta chiusa. Un trauma, quello dell’esclusione dalle aule, che rimane scolpito nella mente a distanza di anni, spesso rievocato anche dai superstiti dei lager, come il romano Piero Terracina, che pure conobbero in seguito ferite ben più profonde.


Di sicuro, fu il primo «schianto» per Vera. Che nella vita incrocerà due diverse ma entrambe tragiche vicende del Novecento: il nonno verrà ucciso in una delle camere a gas di Auschwitz-Birkenau; l’unica figlia, Franca, desaparecida in Argentina, sarà gettata viva in mare da un «volo della morte». Ma l’Italia ai tempi del fascismo non fu monolitica nel male e, dopo la cacciata dalla «Morosini», Vera bambina fu accolta, insieme con un gruppo di piccoli ebrei milanesi, in un’altra scuola del centro: le elementari di via della Spiga, che esistono ancora oggi, nello stesso angolo di Milano diventato il fulcro dell’alta moda e dello shopping di lusso.
In quell’istituto infatti, grazie all’iniziativa di un insegnante fascista, il professor Angelo Bronzini, vennero organizzate lezioni pomeridiane per i bambini ebrei, tenute da cinque maestre israelite dirette proprio dal docente in camicia nera.


Aiutato dall’allora presidente della comunità ebraica di Milano Federico Jarach, Bronzini fece di tutto, non senza correre dei rischi, per mettere in piedi il progetto. Che si reggeva su quanto scritto, almeno formalmente, nel Regio Decreto del 23 settembre 1938. Ovvero che, nelle scuole in cui gli alunni ebrei fossero stati più di dieci, sarebbe stato possibile aprire per loro delle sezioni separate. Classi-ghetto di fatto, ma che in via della Spiga – a partire dal 19 ottobre di quello stesso anno - divennero comunque un modo per garantire a tutti il diritto all’istruzione.

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«Il professor Bronzini, vestito in orbace, ci aspettava sempre all’ingresso. Poi, all’uscita, controllava che ci venissero a prendere» ricorda Guido Artom, tra gli alunni che frequentarono la scuola pomeridiana. Ottantatré anni, due meno di Vera, lo incontriamo con lei in quelle stesse aule, in occasione di un colloquio con gli studenti organizzato dall’attuale dirigente Armida Sabbatini, impegnata in prima linea nella causa della Memoria.

pt3_17-keJ «Bronzini non è mai mancato, neppure un giorno. E veniva spesso in classe a informarsi sul nostro rendimento» prosegue Artom. Che racconta: «Molto tempo dopo la guerra lo rividi e gli dissi: “Lei è un galantuomo, per noi si mise in pericolo”. E lui mi rispose: “Crede davvero che, dopo tanti anni di insegnamento, avrei potuto fare delle discriminazioni?”». Per questo, l’incontro tra gli ex alunni della scuola pomeridiana e gli studenti di oggi, si chiude proprio con un appello, commosso, di Artom: «Mi piacerebbe che, davanti alla vostra scuola, venisse posta una targa in onore del professor Bronzini». «Una placca – chiede - con su scritto che qui, negli anni bui del fascismo, non si fecero differenze tra bambino e bambino».

22 gennaio 2014

La Cina presenta Cos, il sistema operativo “di Stato”, e sfida Google e Apple

Il Messaggero


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Dopo il Datagate, la Cina lancia un sistema operativo per smartphone tutto suo, per rompere il monopolio di quelli lanciati da Google, Apple e Microsoft. Si chiama Cos (China Operating System) ed è frutto di una collaborazione tra la società Shanghai Liantong e l'Istituto di software presso l'Accademia cinese delle Scienze e ha anche il supporto del governo cinese. "Cos" è basato sulle fondamenta open source di Linux anche se, come ha detto al Global Times, quotidiano statale cinese in lingua inglese, Chen Feili manager della Liantong, il codice è stato completamente riscritto dai programmatori cinesi e potrà essere usato oltre che su smartphone, anche su tablet e pc.

Il sistema inoltre sarebbe già compatibile con oltre 100 mila applicazioni, tra le quali Angry Birds, Mozilla Firefox e WeChat, il servizio di chat come Whatsapp, sviluppato anche questo da una società cinese, la Tencent. Anche se non sono ancora noti i dispostivi che sfrutteranno questo sistema operativo, Chen sostiene che ci sono già modelli di smartphone che lo usano e tra i supporter di COS ci sarebbe già Htc (che sui propri smartphone ha adottato sia Android sia Windows Phone), anche se la società taiwanese al momento non si è ancora espressa. Secondo Chen, l'ambizione di Cos è quella di «diventare il principale sistema operativo usato in Cina», dove al momento domina Android, con il 90% degli smartphone.

Il sospetto può essere che un sistema operativo “statale”, in un Paese che di certo non brilla in materia di libertà sul web, significhi nella pratica un ulteriore modo per controllare la rete.

Martedì 21 Gennaio 2014 - 18:45
Ultimo aggiornamento: 20:03

Diagnosi dimenticata tra cumuli di lettere, uno schiaffo per tutti i malati"

Nino Materi - Mar, 21/01/2014 - 19:30

La donna veneta senza cure per un referto non recapitato: "Poste colpevoli, ma in ospedale ci sono regole assurde"

La signora protagonista di questa disavventura avrebbe tutte le ragioni per essere arrabbiata. C'è chi dice che sia pronta a denunciare le Poste. Ma a sentire la sua voce pacata, giureremmo che non la farà. Poche parole, le sue, ma di grande buon senso: «Quel referto medico "dimenticato" tra cumuli di corrispondenza inevasa è un fatto grave, ma anche gli ospedali dovrebbero mostrarsi più sensibili...».

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Non aggiunge altro Sara, 43 impiegata, e mamma di due bambini, ma si capisce che dietro quei puntini di sospensione c'è tutto un mondo. Di amore verso la propria famiglia, ma anche di dolore per una malattia che questa donna affronta con coraggio e che - ne siamo certi - alla fine riuscirà a sconfiggere. Suo malgrado Sara è finita sui giornali per una vicenda che deve farci riflettere: il mancato recapito di una diagnosi che ha comportato per lei il ritardo nell'inizio della chemioterapia. Per sbloccare la situazione è stato necessario l'intervento dei carabinieri che, il 16 gennaio scartabellando tra le buste accatastate nell'ufficio postale di Mareno di Piave (Treviso), hanno recuperato la documentazione medica spedita a Sara il 27 dicembre. Poste Italiano - dopo un lunghissimo giorno di riflessione - ha ammesso le proprie responsabilità, chiedendo scusa pubblicamente. Da parte sua, invece, l'ospedale di Castelfranco (Treviso), da cui è partito il referto, ritiene di essersi comportato nel pieno rispetto delle norme.

Già, le norme. Sono proprio queste ci lasciano perplessi. Moltissimi lettori, dopo aver letto del «disservizio» di cui è stata vittima Sara, ci hanno scritto messaggi dello stesso tenore. Uno per tutti, quello postato da Giosafat alle 10,30 di ieri sul sito del Giornale: «Dalle mie parti, di fronte a diagnosi di siffatta rilevanza, viene immediatamente informato il medico di base il quale, sempre immediatamente, contatta il paziente. Mi sembra che questa dovrebbe essere la normale prassi...». Ha poi aggiunto gippivu: «Mai sentito che qualcuno aspetti di sapere la diagnosi per posta ordinaria». E invece, in nome della privacy (ormai diventa un tabù intoccabile ndr), pare proprio che in questi casi il protocollo non preveda né comunicazioni a terzi (anche se tratta del medico di fiducia del malato), né telefonate (o sms) al diretto interessato. Non restano quindi che due possibilità: o il ritiro «personale» del referto da parte del paziente o l'invio della documentazione sanitaria al domicilio indicato dallo stesso paziente.

Esattamente ciò che è accaduto nel caso dell'impiegata di Mareno di Piave, con però tutti gli inconvenienti che abbiamo ampiamente illustrato. Inconvenienti non certo da poco, considerato che il ritardo postale (causato da «carenza di organico») ha costretto Sara - che il 19 dicembre aveva effettuato una serie di analisi all'ospedale di Castelfranco (Treviso) - a iniziare con circa un mese di ritardo la chemioterapia. Sull'episodio Poste Italiane si è detta «profondamente rammaricata» e ha fatto «le sue scuse più sincere alla signora per l'accaduto». «Ho sentito al telefono la signora - ha fatto sapere il governatore del Veneto, Luca Zaia - e ci siamo premurati affinché possa avere tutte le cure e possa recuperare il tempo perso, per la precisione 31 giorni. Ha già appuntamento il 27 gennaio coi medici. Stiamo valutando la possibilità di costituirci come parte lesa per fare causa». Ma sì, una bella costituzione di parte civile non si nega a nessuno...

Giochi di Sochi, si apre la caccia alle "vedove nere". Gli Usa inviano le navi da guerra

Ivan Francese - Mar, 21/01/2014 - 16:28

La polizia russa è alla ricerca delle "vedove nere". C'è il serio sospetto che queste possano realizzare attentati terroristici durante le Olimpiadi invernali di Sochi, in programma dal 6 al 23 febbraio 2014.


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Secondo fonti vicine all'intelligence russa, tre donne, vedove di militanti islamici uccisi dalle forze di sicurezza russe, sarebbero intenzionate a organizzare attentati durante i Giochi Olimpici. Una delle attentatrici suicide, la 22enne Ruzanna Ibragimova, si troverebbe già a Sochi. La polizia russa ha inoltre diffuso le immagini di altre due donne velate, la 26enne Zaira Aliyeva e la 34enne Dzhannet Tsakhayeva, senza specificare dove si trovino al momento. I due attentati compiuti a Volgograd negli ultimi giorni di dicembre sono stati rivendicati da un gruppo militante del Daghestan. L'emittente americana Nbc ha inoltre riferito che nella regione di Sochi sono stati diffusi alcuni manifesti recanti le fotografie di due uomini, il 21enne Ruslan Saufutdinov e il 25enne Murad Musaev, che starebbero progettando attentati suicidi in concomitanza con lo svolgimento delle gare.

Speciale preoccupazione desta l'appuntamento di mercoledì nella città di Rostov sul Don, dove la fiaccola olimpica sosterà durante la strada verso Sochi. Per contribuire alla sicurezza dei Giochi, gli Stati Uniti hanno annunciato l'invio di navi da guerra ed aerei nella regione del Mar Nero che serviranno da appoggio per eventuali evacuazioni degli americani durante le Olimpiadi. È stato inoltre resa noto l'invio di una squadra speciale di agenti dell'Fbi che lavoreranno in stretta cooperazione con i servizi russi. Le assicurazioni di Vladimir Putin in merito all'impegno delle forze dell'ordine a garantire la sicurezza dei Giochi non sembrano pertanto aver neutralizzato la minaccia del terrorismo di matrice islamica per un'Olimpiade che si preannuncia di giorno in giorno come sempre più pericolosa.

Koco, dalla Spagna a Napoli: salvato dalla morte

Il Mattino


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Continua la campagna promossa dal Mattino dedicata a quanti desiderano adottare un trovatello, intitolata: l'amore non si compra, si adotta. Ora tocca al bellissimo Koco, un cucciolone salvato da un'orrenda morte nelle perreras spagnole. Il suo appello disperato è stato raccolto da un gruppo di volontari napoletani. Solo poche ore e l'avrebbero ucciso come prevedono le leggi di quello Stato: con un'iniezione letale. Ma gli animalisti si sono fatti in quattro. Grazie ad una colletta sono riusciti a sospendere l'eutanasia per il dolce Koco e altri due cuccioloni. Il viaggio in aereo verso una nuova vita li ha portati a Napoli. In cerca di una famiglia che li ami per sempre. Koco è giovane ha un ottimo carattere, dolcissimo con tutti e molto affettuoso. Sano, vaccinato chippato e sterilizzato. Si affida anche al Centro-Nord.

Per info: 3491840478

 
martedì 21 gennaio 2014 - 02:06   Ultimo aggiornamento: 02:31

Pasta&Basta: week end di festa a Gragnano per il riconoscimento europeo ipg

Il Mattino

di Luciano Pignataro

La città che vede ogni giorno partire pasta per 10 milioni di estimatori nel mondo, ospiterà appassionati gourmet e consorzi che tutelano le migliori produzioni campane


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Sabato 25 gennaio a Gragnano si terrà un evento di celebrazione dell’ottenimento del marchio di qualità IGP europeo. L’avevamo annunciato a Bruxelles lo scorso 2 Dicembre, al Parlamento Europeo: sarà una vera e propria partita di ritorno in casa, dove la pasta di Gragnano IGP vince sempre. La città che vede ogni giorno partire pasta per 10 milioni di estimatori nel mondo, ospiterà giornalisti stranieri e italiani, appassionati gourmet e consorzi che tutelano le migliori produzioni campane. Una giornata nella quale si discuterà, nel cuore della nostra città, nella chiesa del Corpus Domini a Gragnano, del reale significato di questo marchio di qualità e delle grandi opportunità che ne discendono.

Sabato 25 gennaio gli inviati delle maggiori testate, provenienti dai quattro angoli del mondo, visiteranno la città, le aziende, il nostro patrimonio artistico e culturale e avranno l’opportunità di prendere visione della storia della città di Gragnano. Le Istituzioni che interverranno saranno la Commissione Europea, il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, l’Osservatorio Regionale della Dieta Mediterranea, la Regione Campania e il Comune di Gragnano, ognuno avendo preso parte al processo che ha portato fino all’ottenimento dell’IGP.

“Palazzo 22, in collaborazione con il Consorzio Gragnano Città della Pasta, ha organizzato quest’evento “Pasta & Basta”. Sono davvero orgoglioso che alla nostra gioia si unisca quella di operatori seri e creatori di valore per il nostro territorio che, felici, hanno risposto all’appello della Pasta di Gragnano, dimostrando ancora una volta come fare sistema possa essere l’unica risposta alle sfide che il mercato globale e le contingenze degli ultimi mesi ci hanno proposto. Abbiamo pensato insieme che mostrare al mondo questo processo virtuoso possa essere fecondo ed efficace metodo per rendere il nostro territorio sempre più attrattivo. La nostra terra è il più grande dei patrimoni che, se valorizzati in maniera unita ed efficace, potrà essere fonte di benessere, di tutela e di sostenibilità.

La pasta di Gragnano IGP unisce in numerosi piatti grandi prodotti e grandi operatori che sono la rappresentazione di quello che il mondo vuole dall’Italia. La storia italiana e della nostra terra ha un fascino irresistibile per i popoli di tutto il mondo che la vedono come un modello di gusto, qualità e saper vivere. Da sempre la nostra immagine nel mondo è migliore di quella che noi stessi percepiamo. Ciò che a noi sembra scontato, perché da sempre fa parte della nostra vita, è unico e irripetibile fuori dai nostri confini nazionali.

La Dieta Mediterranea, dal 2010 Patrimonio dell’Unesco, è l’unica possibile via per il Pianeta, sia per la sua sostenibilità che per l’alimentazione umana, è sempre più attraente per i mercati di tutto il mondo. È nostro dovere promuoverla proteggerla e renderla accessibile a un sempre più grande numero di consumatori nel mondo. Invitiamo tutti coloro che con noi vorranno gioire e gustare la pasta di Gragnano IGP con gli altri prodotti campani di qualità, a prendere parte all’evento Pasta e Basta, che si svolgerà a partire dalle ore 10.00 alla Chiesa del Corpus Domini a Gragnano, per ritornare poi in Piazza Marconi a Gragnano per lo showcooking organizzato per le ore 19.00”, conclude Giuseppe di Martino Presidente Consorzio Gragnano Città della Pasta.

 
martedì 21 gennaio 2014 - 21:40

Test su animali, si muove la Ue: Italia rischia multa di 150mila euro al giorno

Il Messaggero


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La Commissione Europa intende deferire l'Italia alla Corte di giustizia Ue per il mancato recepimento della direttiva che regolamenta lo svolgimento di test scientifici sugli animali. Secondo quanto appreso dall'Ansa, la decisione sarà presa domani e prospetta una multa da oltre 150 mila euro al giorno.

Italia a rischio multa. La sanzione, secondo la proposta messa a punto dai servizi del commissario Ue all'ambiente Janez Potocnik, dovrebbe scattare dal momento della condanna dell'Italia da parte della Corte. Lo scorso giugno l'esecutivo comunitario aveva già lanciato un primo avvertimento alle autorità italiane emettendo un cosiddetto 'parare motivato', ultimo stadio della procedura d'infrazione prima del deferimento alla Corte.

La direttiva non recepita. Il nostro Paese, secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, è rimasto oggi l'unico tra i partner Ue a non aver ancora recepito la direttiva numero 63 approvata nel settembre del 2010, una norma sulla protezione degli animali utilizzati a scopi scientifici adottata dall'Unione dopo un iter durato anni. La data limite per la sua introduzione nel diritto nazionale era fissata per il novembre del 2012, mentre il primo gennaio 2013 è scaduto il termine ultimo per la sua applicazione.

Testo fermo in Senato. In realtà, il testo del decreto legislativo destinato a recepire la direttiva europea, dopo essere passato dalla Camera, è ora fermo al Senato e tutto il suo iter è stato finora condizionato dallo scontro apertosi tra chi, con in testa Michela Brambilla, ritiene insufficienti le tutele previste per gli animali e chi sottolinea la necessità di poter utilizzare delle cavie per testare farmaci e altri prodotti potenzialmente pericolosi per la salute umana.


Martedì 21 Gennaio 2014 - 19:14
Ultimo aggiornamento: 19:18

Roger Waters ritrova il papà: eroe dello sbarco di Anzio, solo ora scopre che riposa nel cimitero inglese a Falasche

Il Messaggero

di Giovanni Del Giaccio


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Cercava da anni il luogo dov’era sepolto il padre, pensava di aver concluso il suo viaggio di fronte al monumento con i nomi dei caduti al cimitero di Cassino. Roger Waters, mito della musica, fondatore dei Pink Floyd, non immaginava di essere appena all’inizio. Del padre, Erich Fletcher, ha un’immagine in bianco e nero del 1943, prima che l’uomo partisse per la guerra. Il tenente dei fucilieri reali ha in braccio il piccolo Roger, di appena 5 mesi. Il 18 febbraio del 1944 il giovane ufficiale britannico è morto nelle campagne di Aprilia, dove 70 anni dopo - in occasione delle cerimonie per lo sbarco di Anzio - sarà inaugurata una stele che ricorda i caduti.

L’anniversario dell’operazione “Shingle” è il 22 gennaio, da lì è partita la lunga battaglia per la liberazione di Roma. E’ inevitabile, però, che il clou sarà proprio con il fondatore del gruppo che ha passato la vita a cercare il padre che non ha mai conosciuto e ha dedicato a quell’operazione anche il brano “When the tigers broke free”. Testo che ricorda come «la testa di ponte di Anzio è stata mantenuta al prezzo di poche centinaia di comuni vite». A Waters sarà conferita la cittadinanza onoraria di Anzio, al termine di una vicenda a dir poco singolare. Il chitarrista, infatti, era già stato in Italia a marzo del 2013, quando al cimitero di Cassino aveva appunto annunciato: «Il mio viaggio finisce qui». Non poteva sapere che grazie a un servizio mandato in onda dalla tv un arzillo signore di 92 anni, Harry Shindler, lo avrebbe condotto fino al luogo dove il papà è deceduto. E dove sorgerà il monumento. Shindler dopo essere sbarcato ad Anzio è rimasto in Italia - ad Ascoli - dove si è sposato.

LEGGI ANCHE: Cittadinanza onoraria di Anzio a Roger Waters
Roger Waters ad Anzio pr il 70° dello sbarco

IL CASO
Il reduce si è sentito chiamato in causa, perché lui sapeva benissimo che l’8° Royal Fusiliers non aveva combattuto sulla linea Gustav, a Cassino. Non sapeva chi fosse Waters, ma «la storia di quel signore doveva trovare una migliore conclusione» - dice. Harry è un tipo intraprendente, questa era «una delle tante storie di cui ricomporre i pezzi». Così è partito ed è andato a Londra, dove ha trovato il diario di guerra del tenente colonnello John Oliver-Bellasis con le coordinate del luogo dov’era dislocato il battaglione la mattina del 18 febbraio ’44, giorno della morte del tenente Waters e di altre decine di nomi. Shindler ha trovato poi il riferimento del manager del famoso musicista e ha spedito una mail, chiedendo «se quel signore» fosse interessato a sapere dov’era morto suo padre. Non è trascorso molto tempo ed è arrivata la risposta positiva, all’altro capo del telefono c’era proprio «quel signore», Roger Waters. E qui è entrato in gioco Emidio Giovannozzi, architetto, ricercatore, editore e - a tempo perso - musicista che suona, guarda caso, i Pink Floyd. «Ho parlato con Waters della possibilità di deporre una targa ricordo nel posto dov’era morto il padre - dice Shindler - e volevo che la progettasse Emidio».

Qui è stata d’aiuto la tecnologia, un tracciatore Gps e il motore di ricerca Google heart, ma con le coordinate inserite sul diario - 830300 - non c’erano risultati accettabili. «Ho cominciato a studiare i metodi di tracciamento delle mappe militari britanniche e sui fatti di Anzio dalla metà del febbraio 1944 in poi - è Giovannozzi a parlare - Dopo qualche settimana, sono riuscito non solo a scoprire che una coordinata di sei cifre corrisponde a un quadrato di 100 metri di lato su una mappa militare, ma anche a rintracciare una mappa britannica di Anzio del 18 febbraio ’44 con tutte le posizioni in campo dei vari reggimenti e battaglioni alleati. Individuato il punto esatto, l’ho sovrapposta a una visione satellitare di Google Earth e ho ottenuto uno spot nella campagna sotto Aprilia che corrispondeva esattamente alla descrizione geomorfologia contenuta nel diario di guerra». La zona è quella conosciuta come “Buon riposo”, nei pressi del tristemente noto Campo di Carne. Lì morirono migliaia di uomini negli scontri tra gli alleati sbarcati ad Anzio e i tedeschi che, nel frattempo, erano riusciti a organizzare la controffensiva.

LE CERIMONIE
Proprio lì sorgerà il monumento che il 18 febbraio sarà inaugurato da Roger Waters e dal sindaco, Antonio Terra. In Comune la scelta di realizzare «un obelisco alla memoria dei caduti della seconda guerra mondiale i cui resti non sono stati rinvenuti e per i quali, dunque, non è stata data sepoltura» è stata votata all’unanimità. Lo stesso giorno il leader dei Pink Floyd riceverà ad Anzio la cittadinanza onoraria. Il sindaco Luciano Bruschini, sollecitato dal presidente del Museo dello sbarco Patrizio Colantuono, ha scritto a Waters e il suo agente qualche giorno dopo ha chiamato dicendo che era «orgoglioso di accettare l’invito». I due eventi rischiano di far passare in secondo piano le cerimonie in programma il 22 gennaio, data dello sbarco, ad Anzio e Nettuno e nei giorni successivi, quando ci sarà anche una ricostruzione sulla spiaggia di quello che avvenne all’arrivo degli alleati. I giorni più difficili arrivarono dopo, compreso quel 18 febbraio.

LA RICOSTRUZIONE E a proposito di Aprilia è un altro architetto con la passione per la storia, oltre a un’invidiabile collezione di mezzi d’epoca, a raccontare. Lo studio di Diego Cancelli è in località Carano, a due passi c’è il cimitero napoleonico che era la linea di demarcazione fra gli alleati che avanzavano dal mare e i tedeschi attestati a Velletri. Padre di Nettuno, mamma di Anzio, smonta la polemica recente tra i due sindaci sul primo luogo nel quale hanno messo piede gli anglo-americani. «E’ una questione di avverbi - dice - l’intera operazione è nota come sbarco di Anzio, non è solo ad Anzio che sono arrivati gli alleati che poi hanno combattuto fino a Roma». Torniamo al 18 febbraio, allora. «Ci fu un attacco tedesco lungo la Nettunense alla cinquantaseiesima divisione inglese, la zona è alla sinistra dell’attuale via di collegamento, andando verso Roma. L’ottavo fucilieri rimase isolato, gli uomini vennero accerchiati e uccisi uno a uno. I tedeschi li lasciarono lì e quei soldati vennero dati per dispersi. A maggio - continua Cancelli - vennero rimossi i cadaveri ma erano ormai irriconoscibili. E’ per questo che a mio parere il papà di Roger Waters è sepolto ad Anzio, nel cimitero inglese in località Falasche, tra i corpi rimasti senza nome».

GLI ANEDDOTI «A ottobre ho ricevuto da Henry una telefonata che ho ancora impressa nella mente - racconta Giovannozzi - con il suo accento british-marchigiano m’ha detto se conoscevo le musiche moderne, perché l’aveva chiamato un signore che fa il cantante di questa band, i Fluidi, i Pink Floyd no? Io non stavo nella pelle». Già, Shindler non sapeva chi fosse Waters, tanto meno conosceva il suo gruppo, ma dalla sua tenacia non solo si è risaliti al luogo dov’è morto Eric Fletcher ma è nato uno scambio continuo all’interno dell’insolito terzetto. Waters ha spedito in anteprima al veterano “Only One River”, la canzone dedicata alla memoria del padre, oltre a una dedica nella quale lo ringrazia per ciò che ha fatto, mentre per i dettagli del viaggio si sono sentiti di continuo. Una ricerca quasi rocambolesca, l’unica però che dopo 70 anni ha consentito a Roger Waters di sapere con certezza dove il padre ha perso la vita e dove, da adesso in poi, potrà essere onorato.


FOTOGALLERY
Rogers Water ritrova il papà, eroe dello sbarco degli alleati in Italia

 

Martedì 21 Gennaio 2014 - 11:56
Ultimo aggiornamento: 16:14



Lo sbarco degli alleati? Avvenne a Nettuno e non ad Anzio. Il 22 la ricorrenza

Il Messaggero
Carlo Mercuri

 

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Converrà ridisegnare l’atlante storico e aggiornare le mappe. Per ristabilire la verità. Che cioè lo sbarco degli Alleati ad Anzio, il 22 gennaio 1944 (domani cade l’anniversario dei 70 anni), in realtà non fu ad Anzio ma a Nettuno. O per meglio dire, il punto X dello sbarco della Terza divisione della fanteria americana fu certamente nel tratto di spiaggia (X Ray beach) tra Nettuno e Torre Astura, all’interno dell’attuale Poligono militare.

LE TESTIMONIANZE
A Nord di Anzio, in quel tratto di litorale che sulle carte è segnato con il nome di Peter beach, sbarcò invece la Prima divisione britannica. Al centro tra i due litorali, al porto di Anzio, si diressero i Rangers Usa che avevano il compito di organizzare la logistica e che finirono successivamente massacrati sotto il fuoco tedesco (di 1.500 circa ne restarono in vita una settantina. In generale, furono 40 mila circa le vittime tra gli Alleati e 25.000 le perdite tedesche). Poi ad Anzio arrivò il generale John Lucas, comandante del V° Corpo d’armata e l’operazione Shingle si dispiegò. Ma il primo soldato americano che saltò a terra e si sporcò gli stivali con l’acqua e con la sabbia del litorale laziale, lo fece a Nettuno. I giornali dell’epoca parlarono di un «cerchio di fuoco intorno a Nettuno» e di sbarco effettuato «ai due lati di Nettuno» e un testimone oculare dello sbarco, Harry Schindler, che all’epoca era militare nelle truppe britanniche e che è rimasto a vivere a Nettuno dopo esservi arrivato via mare, riferisce: «Ricordo bene quella notte. Lo sbarco ha preso il nome di Anzio ma in verità il punto in cui avvenne fu a Nettuno».

IL LUOGO Il tratto di spiaggia X Ray beach è, per un singolare gioco del destino, rimasto uguale a quello di 70 anni fa. Stesso golfo, stesse dune, stesse piante marittime. Non un bagnante d’estate ad alterarne la filosofia, non un ombrellone a modificarne il profilo, non un chiosco, niente mai. È rimasto intatto, come dopo lo sbarco alleato. A visitarlo, sembra di entrare in una foto d’epoca. Si vedono ancora le tracce del passaggio americano. A un pelo dall’acqua riaffiorano i resti delle zattere che facevano da ponte tra la nave anfibia e la terraferma, così da permettere a camion e cingolati di toccare la terraferma senza correre il rischio di danneggiarsi. Il segreto di tanta capacità di conservazione, che rende X Ray beach una pagina viva di storia custodita sotto teca, consiste nel fatto che il litorale dello sbarco americano sta all’interno di un poligono militare. E quindi è proibito al pubblico.

I MILITARI Curioso destino, quello dei militari di oggi che si trovano ad essere custodi involontari della memoria dei militari di ieri. Involontari, perché il poligono di Nettuno non è propriamente un museo delle cere. Anzi, è molto attivo e serve a tutt’altro che a conservare. Il direttore, colonnello Antonino Affrunti, spiega che all’interno del perimetro di 1.700 ettari, dove lavorano una cinquantina di militari e 280 civili, si collaudano sistemi d’arma e si verifica l’efficienza del munizionamento stoccato nei vari magazzini della Penisola. Il poligono di Nettuno è anzi l’unica struttura italiana in cui si conducono attività di collaudo e sperimentazione di armamenti. I tecnici con le stellette operano per conto delle aziende belliche del nostro Paese, ne testano i prodotti e vengono pagati per il loro lavoro. In più, sul terreno del poligono, ci sono alcune eccellenze, come la camera climatica e la camera a irraggiamento solare.

Sono pezzi unici, in Italia. Nella camera a irraggiamento solare si studia la resistenza dei sistemi d’arma alle temperature elevate, come nel deserto. Nella camera climatica, ad esempio, sono stati effettuati i test per i tram di San Francisco, costruiti da un’azienda italiana.
Tutte queste attività devono essere condotte nel rispetto della natura circostante: ci sono leggi europee a prescriverlo. I militari non possono sparare ovunque e a caso. Sia che si esercitino nel tiro terra-terra o terra-mare (in una direzione parallela al bagnasciuga) essi devono seguire dei percorsi. E dopo aver sparato devono bonificare il terreno, recuperando i proiettili. La controprova della natura non invasiva delle attività del poligono è data da un giro dell’area selvosa alle spalle della baia: si vedono aironi cinerini e garzette a bagno nelle pozze d’acqua, poiane a volo radente, coppie di variopinti fagiani a zonzo nel sottobosco. E ci sono pure cinghiali e volpi. Tutto insomma evoca conservazione e non distruzione.

Domani il Poligono aprirà le porte per celebrare i 70 anni dello sbarco. I “custodi della memoria” faranno entrare i visitatori. Poi, a celebrazioni finite, le porte del tempio si richiuderanno. E aironi, fagiani, volpi e cinghiali continueranno a vivere la loro vita protetta.


Martedì 21 Gennaio 2014 - 11:32
Ultimo aggiornamento: 11:58



Crisi negli Usa, chiude anche il cimitero di Nettuno: non ci sono soldi per stipendi

Il Messaggero

di Antonella Mosca



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NETTUNO - Cimitero di guerra Usa a Nettuno chiuso causa shut-down. Questo il senso dei cartelli affissi al cancello del “Sicily Roma American Cemetery and Memorial”, fra lo stupore dei visitatori. «A causa del blocco dei finanziamenti pubblici da parte del Governo degli Stati Uniti – è scritto su carta intestata – questo sito resterà chiuso al pubblico. Il Cimitero riaprirà non appena il Governo approverà la necessaria legislazione. Siamo spiacenti per questo inconveniente». La Commissione federale dei monumenti di guerra, è fra gli enti Usa che ha subito il blocco dei fondi per la mancata approvazione del bilancio federale e ha chiuso i cimiteri di sua competenza. A Nettuno, con la sovrintendente Tina Young ,sono rimasti con gli stipendi bloccati anche i dipendenti italiani. Il Cimitero americano, che è territorio Usa, è un'istituzione in città: l'area fu usata per seppellire i soldati subito dopo lo sbarco del 22 gennaio 1944. Vi sono sepolti 7.861 soldati caduti negli sbarchi in Sicilia, a Salerno, ad Anzio e Nettuno, tra cui 16 donne.

A scorrere le bianche croci in marmo, si legge di una generazione perduta di giovani. E a loro si aggiungono i nomi di 3.000 dispersi, incisi nella cappella. Tanti i visitatori stranieri, tanti i nettunesi, dalle scuole in visita di istruzione a chi porta amici in tour o i bambini a passeggio, a chi usa il vasto spazio verde per lo jogging. «Chiusura assurda – dice Silvano Casaldi, ex responsabile del Museo dello sbarco a Nettuno – perché i visitatori sono molti e spesso sono parenti di caduti. In settimana arriva dagli Usa un gruppo interessato ai luoghi dello sbarco, ma non potrà visitare il Cimitero che ne conserva la memoria». Per chi viene per deporre un fiore sulla tomba di un parente c'è una possibilità. «Any visitors here to visit the grave of a loved one call 06 9880284 for further information» spiega un altro cartello. Chissà quanto durerà la chiusura, visto che a gennaio 2014 cadrà il 70° anniversario dello sbarco: data importante, per la quale qualcuno sperava anche nell'arrivo di Barack Obama, visto che il presidente Clinton come i Bush padre e figlio hanno svolto visite ufficiali al Cimitero di guerra di Nettuno.


Mercoledì 09 Ottobre 2013 - 17:22
Ultimo aggiornamento: 21:24

Distruzione continua.


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Mi sembra che l'attività principale del PD livornese sia quella di distruggere. Infatti, oltre a distruggere Livorno, distrugge anche i laureati. Ne abbiamo avuto l'esempio con gli ultimi due sindaci, entrambi medici, che dopo non aver ben figurato come amministratori di Livorno, penso (ma spero per loro che non sia così) che abbiano “perso la mano” anche a fare i medici, essendo stati a lungo lontani dalla professione. Adesso, il PD ci vorrebbe riprovare con lo scienziato Paolo Dario così, se dovesse continuare la tradizione, Livorno continuerà ad essere distrutta e, alla fine del mandato da Sindaco, avremo uno scienziato in meno.

Penso sia utile far conoscere quanto contenuto in una foto che ho rinvenuto in internet dove si vede, appeso alla porta di una ditta, un cartello con la seguente scritta: “Chiudiamo per sempre il 31 luglio. Ho visto uomini con la terza elementare mettere su un'azienda e dar lavoro a decine di persone. Poi ho visto professori con tre lauree in tasca, fa chiudere migliaia di aziende affamando milioni di persone. L'intelligenza non si studia.” Dario, ci pensi bene … e poi non ne faccia di nulla.  Meglio, per noi, continuare ad avere un bravo scienziato.

G.Ceruso - Segretario provinciale Lega Nord Livorno

Cocò

La Stampa

Pubblichiamo il testo della “Buonanotte“data domenica sera da Massimo Gramellini ai telespettatori di “Che tempo che fa” su RaiTre.
 

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La mattina di Capodanno del 1926, al comando di ottocento guardie a cavallo, il prefetto Cesare Mori cinge d’assedio Gangi, che in quel momento è la cittadella riconosciuta dei mafiosi.

Mori, non per nulla detto “il prefetto di ferro”, procede al rastrellamento casa per casa e sequestra tutte le donne e i bambini, raggruppandoli al centro della piazza principale. Concede ai mafiosi un ultimatum di 12 ore. Non sapremo mai cosa avrebbe fatto davvero di quelle donne e di quei bambini perché allo scoccare dell’undicesima ora Gaetano Ferrarello, il “capo dei capi” dell’epoca, esce a braccia alzate dal suo nascondiglio, che manco a farlo apposta si trova nel sottotetto della stazione locale dei carabinieri.

Se il prefetto Mori era arrivato a usare i bambini di un paese intero come arma di ricatto è perché sapeva che per la mafia del 1926, certo non meno crudele di quella di oggi, esistevano limiti invalicabili, legati a concetti come l’onore, che impedivano di torcere anche solo un capello a un minorenne. Questa mattina all’alba, nella campagna di Cassano allo Ionio in provincia di Cosenza, alcuni cacciatori hanno trovato nascosta dietro un casale in rovina una station wagon incendiata. Dentro c’erano i cadaveri carbonizzati di due adulti e un altro scheletro più piccolo.

Molto più piccolo. Si chiamava Nicola Campolongo, detto Cocò. Aveva tre anni e il destino di essere nato in una famiglia di spacciatori di droga. Il padre è in carcere, e così la madre. Per qualche tempo Cocò ha abitato dietro le sbarre con lei, ma poi si pensò che era una follia farlo vivere lì. Si pensò bene, intendiamoci, ma il pensiero successivo fu forse meno geniale: affidare Cocò alle cure del nonno Giuseppe Iannicelli, un sorvegliato speciale con precedenti di sequestro di persona, violenza sessuale e associazione per delinquere di stampo mafioso. 

Spacciava droga anche lui e probabilmente avrà pestato i piedi a qualche clan più potente che ha decretato, insieme con la sua, la morte della compagna di 27 anni e quella ancora più inconcepibile di Cocò. Dai primi accertamenti delle forze dell’ordine le esecuzioni sarebbero avvenute altrove. Poi, qualcuno che si arroga la pretesa di considerarsi un essere umano ha preso il corpo del bambino, lo ha adagiato accanto agli altri nell’auto del nonno, lo ha cosparso di benzina e gli ha dato fuoco.
Il nome di Cocò va ad aggiungersi a quelli di Valentina, Raffaella, Angelica e Santino, e ad altri ancora, nella lista dei piccoli uccisi dalle mafie senza altra colpa che quella di essere parenti di qualcuno o anche solo testimoni di un delitto.

Ai tempi di Mori, mafiosi camorristi e ndranghetisti avrebbero considerato questo tipo di crimine una macchia indelebile alla loro onorabilità. Ora non è più così e questa certezza, insieme con un grande dolore, ci dà anche una piccola speranza. Una mafia che ammazza impunemente i bambini non potrà mai più essere circondata da quell’alone di rispettabilità e persino di fascino che ha fatto per secoli la sua fortuna tra la gente comune. 

Chi ammazza bambini non è un eroe, un avventuriero e nemmeno un protettore credibile. Chi ammazza bambini è solo un assassino da assicurare alla giustizia. Ed è questo messaggio, per fortuna, che sta passando con forza nelle nuove generazioni. 

Ci spiace solo che Cocò se ne sia andato all’alba di un mondo che ci auguriamo migliore. Buonanotte. 

Basta bollette a parametro zero” La crisi colpisce anche il Turkmenistan

La Stampa

francesco semprini

“Responsabilizzare i cittadini turkmeni su un uso più efficiente dell’energia domestica”, ha dichiarato in televisione il presidente Berdymukhamedov, ma sullo sfondo c’è la razionalizzazione dei consumi interni e la volontà di puntare sull’esportazione


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Il Turkmenistan mette la parola fine all’era della bolletta a parametro zero. Il presidente del Paese centroasiatico, Gurbanguli Berdymukhamedov, ha annunciato che il governo provvederà a installare contatori per la lettura del gas dentro le abitazioni di tutti i cittadini, presentando a fine mese regolare bolletta misurata sulla base dei consumi di gas ed energia elettrica. 

Una decisione, come ha spiegato lo stesso Berdymukhamedov nel corso di un intervento televisivo, volta a responsabilizzare i cittadini turkmeni su un uso più efficiente dell’energia domestica. Non è chiaro da quando il provvedimento diverrà esecutivo né quale tariffa sarà applicata ai consumatori, anche perchè il Turkmenistan è il quarto Paese al mondo in termini di riserve di gas naturale, e quindi con una disponibilità pressoché enorme. Il punto è che la bolletta a costo zero agevola abitudini di consumo piuttosto “leggere” da parte dei cittadini e grava sulle casse dello Stato per circa cinque miliardi di dollari l’anno. 

Dal 1993, ovvero dall’anno di nascita della repubblica turkmena, sorta sulle rovine dell’Unione Sovietica, la fornitura di energia, acqua e gas è sempre stata completamente gratuita. E quando, nel 2006, Berdymukhamedov è salito al potere, ha deciso di rinnovare la distribuzione a costo zero sino al 2030. Una sorta di bastone e carota, dicono gli osservatori internazionali, dal momento che il Turkmenistan è di fatto una sorta di regime, e il suo presidente è una specie di padre-padrone. Pertanto garantire ai cittadini una bolletta a parametro zero in qualche modo li ingentilisce dinanzi agli atti di forza di cui si rende protagonista la leadership. 

Evidentemente però, l’onda lunga della crisi ha fatto breccia anche questa realtà asiatica, che seppur ricca di materia prima si è vista costretta a razionalizzare i consumi interni e puntare sull’esportazione per rafforzare la propria economia. A settembre, ad esempio, il Turkmenistan ha siglato un accordo che accresce la vendita di gas naturale alla Cina a 65 miliardi di metri cubi entro il 2020, dai 25 miliardi attuali. “L’installazione dei contatori - ha detto Berdymukhamedov - consentirà alle persone di consumare il gas con criterio, ma posso assicurare che la bolletta non causerà difficoltà ala popolazione e alle famiglie”.

Libia, nuovo attacco al cimitero italiano Uccisa una guardia e tombe danneggiate

La Stampa

Sabato un primo assalto. La stampa locale: gli autori sono nostalgici di Gheddafi



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Un nuovo attacco al cimitero italiano di Tripoli si è verificato nella notte tra domenica e lunedì: il bilancio, riferisce la stampa locale, è di una guardia uccisa e alcune tombe danneggiate. Il primo assalto di sabato, che secondo i media sarebbe da imputare ai nostalgici di Gheddafi, è arrivato pochi giorni dopo il rapimento di due operai italiani. 

Dieci consigli d’autore per restare felicemente connessi

Corriere della sera

di Nicola Di Turi


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Dipendenze, vere o presunte. Cali di concentrazione, che somigliano sempre più a goffe giustificazioni 2.0. Cliniche specializzate nella disintossicazione, che accolgono malati del web per aiutarli a tornare in sé. E se fosse tutta una montatura? Se invece email, chat e social network ci aiutassero a stare meglio e, quasi paradossalmente, a essere anche più socievoli? Non basterebbe comunque, e il senso di colpa ci consumerebbe ugualmente. Ma per combattere ad armi pari contro chi, digiuno da smartphone e tablet, resta strenuamente sulla sua torre d’avorio, ecco la contro-guida per rimanere intossicati ed evitare le prediche.

Dieci trucchi e consigli firmati da Lia Celi, per restare connessi ma anche, e soprattutto, incredibilmente felici. Con una postilla finale, con cui farci i conti, in ogni caso.


1. Diventate (o fingete di diventare) del Pd: con la scusa di monitorare Renzi, l’unico bipede che cinguetta h24, potrete stare su Twitter tutto il giorno (e magari seguire Rihanna).

2. Vi rimproverano di chattare troppo? Giurate di aver chiuso con Whatsapp (non mentirete, perché vi sarete trasferiti con gli amici su altre messaggerie gratuite come Viber o GroupMe).

3. La cultura è un’alibi perfetto: twittate e postate su Fb commenti su libri, concerti e conquiste della scienza. Nessuno vi chiamerà più social-patico (fra l’altro con la cultura in rete si cucca un casino).

4. Non controllate l’email più di due volte al giorno, tanto ormai è come la buchetta della posta: tutta pubblicità. E poi l’operazione ruba tempo prezioso per postare foto su Instagram.

5. Adottate la domenica come imprescindibile giorno di digital-riposo. Non tanto per rilassare sguardo e polpastrelli, quanto per non sentirvi sfigati guardando sui social le foto dei vostri amici da scatenati del sabato sera.

6. Mettete a tacere i soloni pre-digitali scegliendo come salvaschermo la foto di papa Francesco, il pontefice più connesso della storia. Se twitta lui, quando non guida la Chiesa, perché non potete farlo anche voi, quando non guidate l’auto?

7. Viziate per qualche giorno i vostri cari con manicaretti ispirati dai foodblogger di tendenza, per poi tornare alla solita fettina. Sarà la famiglia a rimettervi in mano il tablet, per riportare fantasia a tavola.

8. Se proprio volete disintossicarvi dalla Rete, ingrassate moltissimo. Non sarete più in condizione di postare selfie malandrini e stare sui social perderà metà del suo fascino.

9. Ricominciate a fare telefonate agli amici, come nel ’900. È come comunicare su Facebook, solo che ci si ascolta anziché leggersi. Potete anche non crederci, ma le inflessioni della voce possono essere espressive come gli emoticon.

10. Spegnete lo smartphone almeno un istante prima che lo smartphone spenga voi.

Sochi, le olimpiadi degli sprechi In ogni bagno ci sono perfino due wc

Corriere della sera

Li ha scoperti un corrispondente della BBC. Finora spesi 36 miliardi di euro, cinque volte il budget previsto

Bagni (Da Twitter Bbc
Mancano meno di tre settimane all’apertura della ventiduesima edizione delle Olimpiadi invernali. Tuttavia, sui Giochi di Sochi (7-23 febbraio) - che dovrebbero essere l’orgoglio della Russia di Putin - si addensano più polemiche e preoccupazioni che attese sportive.
C’è già un record, quello delle Olimpiadi più costose di sempre, 36 miliardi di euro, cinque volte il budget preventivato all’inizio. Ecco perché si presume che ogni centesimo sia stato speso bene.

DOPPIO WC - Eppure, molti giornalisti hanno storto in naso durante il loro primo tour nelle strutture che ospiteranno le gare. A far ridere (e dibattere) la Rete è stato soprattutto lo scatto dentro gli spogliatoi degli uomini nel centro di biathlon: lo scompartimento nel bagno ha due gabinetti. La foto del «doppio wc», scattata dal corrispondente della Bbc Steve Rosenberg, e condivisa su Twitter, https://twitter.com/BBCSteveR è reale ed è subito diventata virale.

IRONIE IN RETE -Forse gli architetti hanno voluto confidare sull’unità di squadra, scherza qualche utente. Magari, più semplicemente, le pareti erano troppo costose, ribadisce un altro. Altri sono più polemici: ecco il risultato delle tante tangenti spese per queste Olimpiadi.

21 gennaio 2014

Il perito: Kabobo va curato, è pericoloso Protesta leghista alla Camera

Corriere della sera

Il ghanese soffre di una «psicosi schizofrenica grave e cronica». Per questo non può rimanere in carcere


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Adam Kabobo, il giovane ghanese che nel maggio scorso uccise a picconate tre persone a Milano «soffre di una psicosi schizofrenica grave e cronica e per curarlo la collocazione più adeguata è una struttura che consenta di attenuare le conseguenze della patologia psichiatrica cronica di cui soffre». E’ quanto, in sostanza, afferma il medico legale Marco Scaglione nella sua perizia psichiatrica affidatagli dal Tribunale del Riesame di Milano per stabilire la compatibilità delle condizioni di salute del ghanese con il carcere. Tuttavia, secondo la perizia, Kabobo «continua a restare socialmente pericoloso e per questa ragione deve essere tenuto costantemente sotto controllo». La perizia di Scaglione si integra con quella dello psichiatra Ambrogio Pennati e la criminologa Isabella Merzagora che in una precedente perizia avevano ritenuto che il giovane ghanese potesse essere processato perche’ capace di intendere e di volere. A questa perizia si erano di fatto opposti i legali di Kabobo che restano ora in attesa che il 27 gennaio prossimo il caso sia discusso davanti al Tribunale del Riesame. Kabobo attualmente si trova rinchiuso nel carcere di San Vittore.


LA PROTESTA LEGHISTA - «Kabobo in galera a vita»: è il testo dei cartelli che i deputati della Lega hanno esposto nell’Aula della Camera dopo che il ministro della Giustizia ha reso il parere sulle risoluzioni relative alle comunicazioni sulla situazione della Giustizia. Il vicepresidente Roberto Giachetti ha chiesto la rimozione dei cartelli.«Fosse per me lo manderei ai lavori forzati»: lo scrive il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, che su Facebook commenta così la perizia medico-legale secondo cui Adam Mada Kabobo, l’uomo uccise a picconate tre persone a Milano, è incompatibile con il carcere e deve essere trasferito in un ospedale psichiatrico giudiziario.

Il GOVERNO - «La sicurezza dei cittadini verrà comunque garantita. Se Kabobo uscirà dal carcere per andare in un ospedale psichiatrico giudiziario, lo farà sempre in regime di custodia cautelare». A dirlo è il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, intervenuto a `Effetto Giorno´ su Radio24 a proposito della vicenda del ghanese che lo scorso maggio uccise tre passanti a Milano a colpi di piccone.Entro il 31 marzo però gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) devono chiudere. Visto che le strutture delle regioni non sono pronte, è ipotizzabile una proroga? «Io ritengo - risponde Ferri - che allo stato occorra una proroga. Bisogna fare entrare in vigore la norma quando tutte le regioni sono pronte. Ora la situazione la stiamo monitorando e penso che la proroga sia opportuna. Nel caso specifico il soggetto rimarrà ristretto in un ospedale psichiatrico giudiziario, dove ci saranno tutti i controlli del caso, ma anche l’assistenza sanitaria».

21 gennaio 2014

Atm, posti riservati alle donne incinte

Corriere della sera

L’adesivo blu invita in due lingue a cedere il posto agli anziani, alle neomamme, alle donne incinte e a chi è più in difficoltà


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Dove non arriva la buona educazione, ci penserà il segnaposto: questo seggiolino è riservato agli anziani, alle neomamme e alle donne incinte. L’invito a farsi da parte è rivolto a tutti gli altri passeggeri: siete pregati di alzarvi, fate accomodare chi ne ha davvero bisogno. Si chiama «Operazione cortesia» la campagna avviata da Atm sull’intera flotta «per sensibilizzare coloro che viaggiano su metrò, tram, bus e filobus a lasciare il posto a sedere a chi è più in difficoltà».

Priority seat , è scritto pure in inglese. L’adesivo - è un rettangolo blu su fondo bianco con un trittico di disegni stilizzati: l’uomo col bastone, la donna col pancione e un bimbo in braccio a un adulto - espliciterà la raccomandazione ai passeggeri: «La novità sta proprio nel simbolo», spiegano da Atm. Al pensionato invalido sono state affiancate due nuove figure «sensibili»: «L’auspicio - osservano dall’azienda - è che gli utenti si sentano maggiormente responsabilizzati. Un comportamento che è innanzitutto di educazione civica, per una città europea come Milano».  L’«Operazione cortesia», pronta a fine mese, è la risposta di Atm a una mozione presentata in consiglio comunale, nel settembre scorso, dal pd Alessandro Giungi. Che è pendolare e padre di due figli, non a caso.

21 gennaio 2014

L’immigrazione clandestina sarà reato soltanto se recidiva

La Stampa

L’emendamento è sintesi fra diverse posizioni in maggioranza. Espulso, ma senza procedimento penale, chi entra in Italia illegalmente la prima volta. Bonino: “Il vero problema è controllo frontiere, tra rifugiati anche cellule dormienti”


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L’immigrazione clandestina non sia più reato e torni a essere un illecito amministrativo. Ma mantenga valenza penale ogni violazione di provvedimenti amministrativi emessi in materia di immigrazione (come il fatto di rientrare in Italia una volta espulsi, ma anche l’obbligo di presentarsi in Questura). È questo il senso, di fatto, dell’emendamento del Governo al ddl sulla depenalizzazione e sulla messa alla prova, all’esame dell’Aula del Senato. Un testo che trova la sintesi fra le diverse posizioni che si sono registrate in maggioranza «Resta il testo base» e si specifica ciò che era contenuto nel secondo comma della norma. «Non è un passo indietro», ha detto in Aula il sottosegretario alla giustizia Cosimo Ferri.

Chi entrerà dunque nel nostro Paese clandestinamente per la prima volta, viene spiegato, non verrà sottoposto a procedimento penale ma sarà espulso. Se rientrasse commetterebbe reato. Recita il testo del Governo: «All’articolo 2, comma 3 sostituire la lettera b con la seguente: abrogare, trasformandolo in illecito amministrativo, il reato previsto dall’articolo 10 bis del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n 286, conservando rilievo penale alle condotte di violazione dei provvedimenti amministrativi adottati in materia». 

Sempre in tema di immigrazione, il ministro degli Esteri Emma Bonino è intervenuto in commissione al Senato. «Dobbiamo impegnarci - ha detto - perché il 2014 sia l’anno del Mediterraneo, la necessità nasce da un Mediterraneo in fiamme, con la situazione libica sempre più compromessa, senza ormai controllo del territorio», oltre alla questione siriana. «Il nostro problema non è quello di sapere quanti immigrati dobbiamo prendere in Italia, anche perché sappiamo che Germania e Bulgaria, ad esempio, ne hanno di più di noi, ma il problema vero è il controllo delle frontiere». 

Dal numero uno della Farnesina arriva anche un allarme sicurezza, in riferimento ai milioni di rifugiati che arrivano nel nostro Paese. «Tra donne e bambini trovano facile nascondiglio tutta una serie di altri signori. Si tratta di un problema europeo perché l’Italia è un Paese di transito e dove vanno a finire le cellule dormienti è una questione europea». 

«Non è più solo una questione tradizionale di peso tra quanti rifugiati prende ogni paese, a sud del mediterraneo ci sono milioni di persone in movimento: 1 milione in Libano, 500 mila in Giordania, 300mila in Turchia», ha proseguito il ministro. Ma ci sono persone che trovano nella Libia «un’autostrada senza controllo». Per questo gli sbarchi e la tragedia di Lampedusa sono solo la punta dell’ iceberg di uno sconvolgimento di masse che si muovono e non si può pensare di risolvere delegando a un Paese piuttosto che un altro.