martedì 21 gennaio 2014

Kyenge a Pisapia:coinvolgere figli migranti per accoglienza agli ospiti dell’Expo

Corriere della sera

Il ministro e il sindaco d’accordo su alcuni progetti mirati a favorire l’integrazione


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Coinvolgere i giovani figli di migranti che si trovano a Milano in vista dell’Expo. Per l’accoglienza alle persone che arriveranno da tutto il mondo in città. È uno dei progetti di cui hanno parlato il ministro dell’integrazione Cecile Kyenge e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia durante un incontro riservato che si è tenuto questo pomeriggio a palazzo Marino.«Con il sindaco - ha spiegato Kyenge - abbiamo parlato di una serie di progetti su un tema molto importante, quello delle politiche per l’integrazione, che prevede un percorso che deve coinvolgere i territori e le amministrazioni locali per l’elaborazione di questa rete per le buone pratiche. Abbiamo parlato anche delle politiche giovanili, del servizio civile anche in vista di Expo e delle seconde generazioni». I giovani figli di migranti nati in Italia possono rappresentare un valore aggiunto proprio perché parlano tutti più di una lingua. Per questo motivo potranno essere utili nel servizio di interpretariato. Andranno ad affiancarsi ai mediatori e agli interpreti professionisti.

20 gennaio 2014





dolly420 Gennaio 2014 | 23.48
Ci sono un sacco di giovani italiani disoccupati che conoscono più di una lingua che hanno certamente più diritto dei figli dei "migranti" di ottenere questi posti di lavoro. La Sinistra come sempre mette al primo posto gli stranieri nei diritti, gli italiani nei doveri. Che vergogna.


Lettore_364783620 Gennaio 2014 | 23.04
Se non si assumono gli immigrati perchè immigrati è razzismo. Se non si assumono gli italiani perché non sono immigrati...allora è integrazione! Beh...complimenti...non fa una piega! E questa è ministro dell'integrazione????
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mikelino66620 Gennaio 2014 | 22.11
No non c'è paura ma quello che tutti vorremmo è mettere sullo stesso piano un giovane che sa parlare 2 o 3 lingue ma che è ITALIANO e un giovane che sa parlare 2 o 3 lingue ma che NON E' ITALIANO e NON DARE LA PRIORITA' A CHI E FIGLIO DI MIGRANTE SOLO PERCHE' MIGRANTE.
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Lettore_923293320 Gennaio 2014 | 22.08
...... il valore aggiunto devono essere le competenze, non il solo fatto di essere figli di immigrati!! Altrimenti sarebbe discriminazione verso i cittadini e giovani italiani o comunque europei dell'area schengen (che aldilà di tutta la demagogia che si può fare giustamente devono essere la priorità per le istituzioni italiane e europee)
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Lettore_216094320 Gennaio 2014 | 21.49
Abbiamo IMPORTATO un altro "genio" furbissima e scaltra..ce ne mancava giusto un'altra da mantenere


keysteal20 Gennaio 2014 | 21.41
di far vedere al Mondo uno stato che non si occupa del 41 % di giovani italiani disoccupati, uno stato che non si occupa di milioni di italiani che sono in stato di povertà..
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lem3120 Gennaio 2014 | 21.38
Sa cos'è ? È che gli italiani, figli di italiani etc vedono continue attenzioni e iniziative per l'integrazione ed è giusto che sia così. Poi vedono metà delle carceri o poco meno piene di stranieri, vedono le case popolari costruite d italiani date a immigrati, vedono tutte queste cose e si chiedono ma per gli italiani, che non hanno bisogno di essere integrati perchè le loro radici sono qui e non hanno altro posto al mondo dove potrebbero e vorrebbero andare, queste persone si chiedono ma per noi cosa c'è? Per i nostri figli quali iniziative ci sono? Perchè questa ministra parla solo di immigrati e integrazione ma non parla mai di italiani.
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Guille20 Gennaio 2014 | 21.21
Mi scusi ,mia figlia ,una ragazza liceale 17 enne è figlia d'un immigrato (non clandestino ,ma immigrato ) Parla perfettamente inglese ,spagnolo ,italiano e abbastanza bene il tedesco .Sta studiando anche il coreano . Lei pensa che non sarebbe un valore aggiunto ? Lei pensa che non sia una risorsa ? Mia figlia lo farebbe anche come volontaria se venisse coinvolta ...ma di cosa avete paura ? di fare vedere al resto del mondo che l'italia attuale si compone anche di veri ,asiatici ,sudamericani ,islamici ...???
Risposta a: Lettore_9385533 Vedi la discussione

Guille20 Gennaio 2014 | 21.21
Mi scusi ,mia figlia ,una ragazza liceale 17 enne è figlia d'un immigrato (non clandestino ,ma immigrato ) Parla perfettamente inglese ,spagnolo ,italiano e abbastanza bene il tedesco .Sta studiando anche il coreano . Lei pensa che non sarebbe un valore aggiunto ? Lei pensa che non sia una risorsa ? Mia figlia lo farebbe anche come volontaria se venisse coinvolta ...ma di cosa avete paura ? di fare vedere al resto del mondo che l'italia attuale si compone anche di veri ,asiatici ,sudamericani ,islamici ...???
Risposta a: Lettore_8678800 Vedi la discussione


Lettore_867880020 Gennaio 2014 | 20.34
Pazzesco.....pure il valore aggiunto.... Proprio nel giorno in cui il criminale clandestino Kabobo viene dichiarato non idoneo al carcere...questa continua con gli spot pro clandestini!! Naturalmente con la benedizione di Pisapia!
Risposta a: Lettore_9385533 Vedi la discussione


Emilio20 Gennaio 2014 | 20.34
ma una cosa sensata, una sola la vuole dire????


Lettore_278857320 Gennaio 2014 | 20.27
Mandarla a casa no eh!


lem3120 Gennaio 2014 | 20.03
Ma coinvolgere i figli degli italiani? No? Questa sta ghettizzando gli immigrati. Da figlio di migrante dico che è una totale incapace.


keysteal20 Gennaio 2014 | 20.02
l'unico modo e' far cadere sto governo di inciucioni e far cadere la giunta Pisapia.
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ombrarossa20 Gennaio 2014 | 19.59
A parte le reazioni di pancia, la logica dell'assumere o del non assumere qualcuno in base all'etnia è puro razzismo. Si assumano i più meritevoli. Mi appello a Letta e Renzi perchè la dimissionino, se tengono a noi italiani.

Quando il Kgb diffamava il vescovo di Solidarnosc

La Stampa

Giacomo Galeazzi - Francesco Grignetti

Dagli archivi polacchi emerge l’operazione preparata a tavolino per infangare a colpi di dossier la figura di Ignacy Tokarczuk, oppositore del regime sovietico


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Avevano unito le forze, il Kgb e i servizi segreti polacchi in una diabolica alleanza per colpire gli oppositori politici, infangarli, diffamarli. Dagli archivi polacchi è emersa un'operazione "sporca" per macchiare la reputazione del vescovo Ignacy Tokarczuk. Un vescovo dalla schiena d'acciaio che era conosciuto all'epoca come "cappellano di Solidarnosc". I servizi segreti comunisti produssero un finto dossier che lo mise in grave imbarazzo. Ma era pura diffamazione. Ben confezionata, però. Quel dossier, per acquistare credibilità, fece un largo giro: fu pubblicato in Italia, da "Sette Giorni", una rivistina pubblicata a Catania. E oggi sappiamo, grazie a Mitrokhin, che quella testata era teleguidata dal Kgb. I fondi per stamparla venivano da Mosca. Negli archivi sovietici la testata era coperta dalla sigla "Beta" e il suo direttore Carlo Longo, nome in codice "Kirill", era considerato un rapporto confidenziale del servizio segreto.

"Sette Giorni" (da non confondere con "Sette giorni in Italia e nel mondo", direttore Ruggero Orfei) aveva già avuto un suo momento di gloria, se così si può dire. Fu quando pubblicò in esclusiva mondiale un presunto dossier particolarmente infamante (e ugualmente falso) a carico di Elena Bonner Sacharov, nell'aprile 1980, accusata addirittura di avere organizzato diversi omicidi. La storia di quel dossier è ormai abbastanza nota. Fu fabbricato a tavolino dal Kgb per fiaccare la resistenza dei coniugi Sacharov, che in quel periodo erano diventati particolarmente scomodi per il Cremlino. Si sa ben poco, invece, del tentativo di distruggere l'immagine del vescovo Tokarczuk. Del prelato, del suo ruolo di guida spirituale dei militanti di Solidarnosc, aveva cominciato a occuparsi il temibile Gruppo D del IV dipartimento del ministero dell'Interno di Varsavia.

Racconta Piotr Litka - autore dei libri "Padre Popieluszko. I giorni che sconvolsero la Polonia: materiali sconosciuti dagli archivi della Stasi" e "Screditare il Papa. Fatti e documenti sconosciuti su Giovanni Paolo II" - che il Gruppo D, di cui si scoprirono le malefatte soltanto dopo l'omicidio del sacerdote martire Popieluszko, fu responsabile di "perquisizioni illegali, minacce punitive, pestaggi, rapimenti, incendi dolosi, torture e omicidi. Padre Bardecki,il principale collaboratore dell'allora vescovo Wojtyla, subì un pestaggio da parte di due persone sconosciute nel centro di Cracovia nell'autunno 1977. Qualche mese prima era morto lo studente Stanislaw Pyjas, appassionato militante del dissenso cattolico a Cracovia".

Litka ha sintetizzato le sue scoperte, inedite finora in Italia, in un libro-intervista appena pubblicato a cura di Agnieszka Zakrzewicz ("I labirinti oscuri del Vaticano", Newton Compton Saggistica). Nel libro ricostruisce l'operazione Triangolo che il Gruppo D portò avanti per ricattare, e eventualmente distruggere l'immagine di Papa Wojtyla. Operazione che fallì solo per un soffio. Poi racconta: "Nel caso Tokarczuk, produssero a tavolino un dossier che infangava il vescovo".

Il dossier era in effetti composto di tre documenti falsi, scritti in lingua inglese, che venivano presentati con il marchio di Radio Free Europe, cioè la Cia. Si sosteneva che tra 1943 e 1944 l'allora giovane sacerdote Tokarczuk avrebbe cooperato con la Gestapo per individuare alcune decine di partigiani comunisti, poi effettivamente arrestati, torturati e fucilati. I fatti erano descritti in una presunta lettera dell'allora vescovo di Lvov, Boleslaw Twardowski, al metropolita di Cracovia, Adam Sapieha, il predecessore di Wojtyla.

La finta lettera portava la data dell'8 marzo 1944. E il dossier era particolarmente insidioso perché si poteva ipotizzare un comportamento omissivo anche da parte del nuovo vescovo poi divenuto Papa. "Questi documenti ci sono giunti in forma anonima, dentro una busta chiusa", esordiva l'articolo di "Sette Giorni", pubblicato nel novembre 1983. E figurarsi. Dalle scoperte di Litka veniamo a sapere che furono prodotti in una stanza del ministero dell'Interno, a Varsavia. In tutta evidenza, poi, i servizi segreti polacchi chiesero aiuto ai fratelli maggiori del Kgb. E per loro si aprì il canale misterioso della rivista di Catania.

Il presunto scoop fece grandissimo scalpore in Polonia. E ovviamente le autorità comuniste in Polonia si preoccuparono di dare ampio risalto alle "rivelazioni" italiane, facendole tradurre e riprendere sui giornali locali, e alimentando campagne di discredito. Furono pubblicate lettere di famigliari delle vittime che chiedevano conto al vescovo Tokarczuk del suo passato. Si paventò un'inchiesta della magistratura. La chiesa polacca denunciò la provocazione, negando con fermezza i fatti, ma in affanno. Il caso saltò fuori di nuovo due anni dopo, nel 1985, durante il processo ai membri del Gruppo D che poi saranno condannati per l'omicidio Popieluszko. Le "rivelazioni" italiane furono cavalcate dal procuratore e dalla stampa (controllata dal ministero della Propaganda). Di nuovo, una provocazione.

Alla morte del vescovo Tokarczuk, nel 2006, l'Osservatore romano pubblicò le seguenti note di necrologio: "Era il più anziano vescovo polacco: ordinato sacerdote nel 1942 a Leopoli, ora in Ucraina, è riuscito a salvarsi durante la guerra nonostante fosse stato condannato alla morte. Avendo conosciuto di persona il terrore sia del regime nazista sia quello comunista ha sempre lottato a favore della libertà di espressione e di religione. Nominato nel 1965 da Paolo VI responsabile della diocesi di Przemysl dei Latini, fu consacrato vescovo dal primate polacco cardinale Stefan Wyszynski. Come vescovo fondò 220 nuove parrocchie, e nonostante i divieti, fra il 1965 e il 1993, sorsero nella sua diocesi 430 nuove chiese, spesso costruite grazie a stratagemmi, come ristrutturazioni, rapide e fatte di notte, di case o anche di fienili. Monsignor  Tokarczuk ha poi assistito l'opposizione democratica in Polonia ed è stato cappellano del sindacato Solidarnosc".

Addio pellicola, negli Usa Paramount distribuirà solo film in digitale

La Stampa

luca castelli

Secondo un’indiscrezione del Los Angeles Times, lo studio della montagna stellata sarà la prima grande casa di produzione di Hollywood a congedarsi definitivamente dalle storiche «pizze». Accelerando una transizione che in Italia procede con qualche difficoltà.


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La pizza è finita. Paramount Pictures è il primo major studio di Hollywood a cessare la distribuzione di film in pellicola. Dal 2014, a cominciare da “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese, tutti i titoli della storica casa di produzione raggiungeranno i cinema nordamericani solo in formato digitale: addio alle storiche “pizze”, sostituite definitivamente dalle più economiche memorie digitali portatili e dalle trasmissioni via satellite. Riportato dal Los Angeles Times e non ancora confermato da Paramount, il cambio di rotta sarebbe sottinteso in un messaggio inviato lo scorso dicembre dallo studio ai gestori delle sale cinematografiche, in occasione della distribuzione di “Anchorman 2: The Legend Continues”: nel comunicato si avvertiva che quello sarebbe stato l’ultimo film disponibile anche in pellicola. 

Molti addetti ai lavori prevedono che la mossa di Paramount possa scatenare un effetto domino a Hollywood, accelerando una transizione che è ormai in corso da tempo e che negli Stati Uniti ha quasi completato il suo percorso. Il 92% dei quarantamila schermi sul territorio americano sono convertiti al digitale e già operano nel nuovo formato, da tempo si vocifera di altre importanti case pronte al grande passo (tra le maggiori indiziate, 20th Century Fox e Disney), mentre anche studi di dimensioni più piccole sperimentano distribuzioni only-digital (dopo “Dark Skies”, Weinstein & Co. ci riprova con “Vampire Academy”, proposto solo in digitale . Fino a oggi, nessuno aveva però ancora avuto il coraggio di tagliare del tutto i ponti con il passato: un po’ per non ammettere l’isolamento (e la rinuncia agli incassi) degli schermi non ancora abilitati al digitale, un po’ per timore di ripercussioni da parte di quei registi, addetti ai lavori e opinione pubblica ancora molto affezionati alla pellicola. Una titubanza che spiega forse anche la mancata conferma da parte di Paramount dell’indiscrezione del Los Angeles Times. 

La decisione di Paramount, almeno per ora, dovrebbe riguardare solo gli Stati Uniti e quei mercati dove il passaggio delle sale cinematografiche dall’analogico a digitale è stato completato con simile capillarità. In altri territori si procede ancora a rilento e una percentuale troppo alta di sale non è ancora abilitata al digitale. L’Italia è uno di questi. Anche nel nostro paese il 2014 era atteso come l’anno dello switch off tra vecchio e nuovo formato. Tuttavia, secondo un censimento effettuato a ottobre dall’Anec (Associazione nazionale esercenti cinematografici), solo il 61,8% delle sale italiane è pronto a proiettare film digitali. A frenare la conversione sono gli alti costi richiesti per l’adeguamento delle strutture: una cifra stimata tra i cinquantamila e i settantamila euro, difficile da sostenere – nonostante i possibili contributi pubblici – per le realtà più piccole, spesso già impegnate in una durissima battaglia contro la crisi e la concorrenza di multiplex e altre forme d’intrattenimento.
Probabile dunque che in Italia i tempi di un simile passaggio si dilateranno e che per alcuni mesi i produttori/distributori -

Paramount compresa - saranno ancora obbligati a garantire i film in doppia versione, su pellicola e su digitale. Il processo sembra però irreversibile e attorno alla pellicola si addensano ripetuti segnali di un circolo vizioso: se ne produce meno, i costi aumentano, inizia a scarseggiare. Sia per la distribuzione che per la realizzazione di film. A fine ottobre ha fatto notizia la richiesta d’aiuto del regista britannico Ken Loach, rimasto a corto di pellicola in fase di montaggio di “Jimmy’s Hall” e soccorso da diciannove rulli arrivati in regalo – paradossalmente – dal magazzino di uno degli studi simbolo della rivoluzione tecnologica del nuovo millennio, la Pixar. Mentre la maggioranza dei registi pian piano sta adattandosi alla nuova realtà, inevitabilmente il cambiamento comporterà sollecitazioni di carattere sociale ed emozionale, come la riduzione di posti di lavoro e la scomparsa di una figura professionale romantica, spesso immortalata proprio sul grande schermo in film come “Nuovo Cinema Paradiso” o “Bastardi senza gloria”: quella del proiezionista. Per gestire i film digitali, basta saper premere qualche bottone.

Per l’industria e l’immaginario del cinema, sono le ultime fasi di un passaggio storico: l’abbandono del formato che ha accompagnato più di un secolo di proiezioni, fin dalle origini alla fine dell’Ottocento. “Il significato è enorme”, spiega Jan-Christopher Horak, responsabile dell’archivio cinematografico e televisivo dell’università UCLA di Los Angeles. “Per 120 anni, la pellicola e i 35 millimetri sono stati il formato prediletto delle proiezioni cinematografiche. Stiamo assistendo al loro tramonto e non è tanto sorprendente che ciò accada, ma che lo faccia in tempi così rapidi”. Secondo qualcuno, avrebbero persino dovuto essere più rapidi. Nell’estate del 2012, l’istituto di ricerca IHS Screen Digest ipotizzò la fine della distribuzione di film in pellicola negli USA e nei mercati più avanzati già entro la fine del 2013, seguita nel giro di un paio d’anni da tutto il mondo. Con qualche mese di ritardo, grazie all’accelerata impressa da Paramount, quella previsione sembra ora destinata ad avverarsi. 

Milioni di medicinali vengono buttati via

Corriere della sera

Molte confezioni vengono scartate già in fase di produzione. Buone pratiche cercano di rimediare alla carenza di risorse

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Farmaci che restano inutilizzati nell’armadietto di casa, destinati a finire prima o poi nella spazzatura. Sprechi, che avvengono in ambiente domestico e pure nei luoghi di cura, nonché in fase di produzione e distribuzione. Secondo le stime, sarebbero decine di milioni i medicinali distrutti ogni anno. «Lo spreco di farmaci ancora utilizzabili priva dell’opportunità di curarsi chi non può permettersi di acquistarli - sottolinea Giancarlo Rovati, ordinario di sociologia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore dell’Osservatorio nazionale sulla donazione dei farmaci -. Le medicine non impiegate possono essere donate alle organizzazioni no profit, che le distribuiscono a chi ne ha bisogno».

Stefano Brovelli, presidente di Assosalute, Associazione nazionale dei produttori dei farmaci di automedicazione, ci spiega come svariati milioni di confezioni finiscano distrutte ogni anno durante il ciclo di produzione e distribuzione. «Le cause sono molte - dice -: difetti nel packaging per cui le scatole non sono messe in commercio, farmaci ritirati perché prossimi alla scadenza, ma soprattutto migliaia di confezioni ritirate ogni anno dal mercato per difetti di stampa dei foglietti illustrativi o perché occorrerebbe modificare il “bugiardino”, aggiungendo per esempio qualche specifica sulle precauzioni o le indicazioni d’uso». Lo smaltimento di tutte queste confezioni ha anche costi elevati, poiché si tratta di rifiuti speciali. Nel 2013 le aziende produttrici hanno donato al Banco farmaceutico più di 800mila confezioni di medicine, ma potrebbero fare di più.

«Se si riuscisse a donare tutti i medicinali che per i motivi citati finiscono sprecati - aggiunge Brovelli - si potrebbe risolvere il gap tra bisogni degli indigenti e quanto ora si raccoglie». Un divario che si allarga, perché aumentano le donazioni ma anche, e molto, le richieste (GUARDA). Una proposta di legge per regolamentare e facilitare le donazioni di farmaci inutilizzati giace da due anni in Parlamento: oltre ad agevolare la loro ridistribuzione anche da parte di “organizzazioni non lucrative di utilità sociale”, garantirebbe un percorso tracciato dei medicinali, aumentando le garanzie per chi li riceve.

E le donazioni dai privati? I farmaci si possono consegnare in una delle circa 3.500 farmacie che aderiscono alla Giornata organizzata ogni anno dalla “Fondazione banco farmaceutico onlus” (quest’anno è l’8 febbraio). «Devono essere validi e in confezioni integre - precisa Annarosa Racca, presidente di Federfarma -. Raccogliamo farmaci di automedicazione e ora, grazie a progetti pilota a Roma e Milano, anche quelli che necessitano della ricetta medica (fascia A): le confezioni prescritte ma non usate possono essere donate tutto l’anno presso le farmacie che aderiscono alla raccolta. Dopo il controllo del farmacista, vengono consegnate alla Fondazione».

21 gennaio 2014

Riina intercettato e gli attentati ai magistrati «La scorta? Paparelle e anatroccoli»

Corriere della sera

Il racconto del boss al compagno di carcere a Opera: «L’ultimo se mi riesce sarà più grosso, di loro non ho pietà»

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PALERMO - Parla del passato e parla del presente, Salvatore Riina, nel chiuso del cortile del carcere milanese di Opera. Ad agosto come a novembre, col caldo a 40 gradi o incappottato, con uno zuccotto in testa per proteggersi dal freddo. Dieci passi e dietrofront, dieci passi e dietrofront al fianco del detenuto pugliese Alberto Lorusso, che diventa il depositario (e a tratti persino l’istigatore) degli sfoghi e dei propositi di morte del boss corleonese col vizio delle stragi. Quelle che ha organizzato da uomo libero, negli anni Ottanta e inizio Novanta, e quelle che medita da ergastolano recluso al «41 bis». Con un obiettivo fisso: i magistrati.

Ieri Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; oggi Nino Di Matteo e gli altri pm antimafia. E quasi si lamenta, Riina, che gli italiani non condividano i suoi propositi: «Mi viene una rabbia a me... ma perché questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato?». Ma c’è anche un passaggio sull’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, del quale il boss e il suo interlocutore parlano la mattina del 6 agosto, pochi giorni dopo la condanna definitiva in Cassazione. «Noi su Berlusconi abbiamo un diritto - dice Riina - sapete quando? Quando siamo fuori lo ammazziamo... Non l’ammazziamo, però. Perché noi stessi non abbiamo il coraggio di prenderci il diritto... Io lo dico con la rabbia del cuore... Io faccio il malavitoso e basta».

Il disprezzo per le vittime
Nelle registrazioni dei colloqui con il compagno di ora d’aria (ora trasferito in un altro carcere, che gli inquirenti palermitani sospettano possa ricevere e mandare informazioni all’esterno e addirittura conoscere notizie interne alla Procura mai uscite sui giornali) il «capo dei capi» di Cosa nostra esplicita i suoi progetti di strage, chissà quanto realizzabili. Dai ricordi del passato, invece, emerge un uomo che si vanta di aver colpito gli obiettivi più importanti e più protetti; come se - davanti al piccolo criminale pugliese - recitasse la parte del grande boss che, anche dopo vent’anni di carcere duro, si piega ma non si spezza. E rivendica quasi con orgoglio quegli attentati, senza risparmiare disprezzo per le vittime. La strage di Capaci in cui morirono Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta, per Riina fu «una mangiata di pasta», una scorpacciata di cui racconta con soddisfazione: «Era imprevedibile, disgraziato... (...)

Perciò quando ci siamo messi appresso alla macchina che parte, ci siamo andati appresso... lo seguivamo... (...) Il suo cervello ci ha portato il nostro alla pari... Fu una mangiata di pasta... Poi dice: come avete fatto? Come facevate? Niente, semplice!... (...) È andato a vedere la mattanza dei tonni. E meschino, è morto per andare a vedere la mattanza». Il boss ricorda i minuti di apprensione davanti alle prime notizie trasmesse dalla tv: «Sono feriti lui, la moglie. Minchia, feriti, porca madosca. Nel mentre il telegiornale: è morto Falcone, la moglie... (ride)». Con Borsellino, due mesi più tardi, vollero andare sul sicuro: «Domenica deve andare da sua madre... ah, gli ho detto, allora preparati, aspettiamolo lì... Devono essere tutte le cose pronte... logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettetegli qualche cento chili in più».

I progetti sanguinari
Sul consigliere istruttore Rocco Chinnici, saltato in aria con un’autobomba fatta esplodere mentre usciva di casa, la mattina del 29 luglio 1983, Riina fa ironia: «Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia!... Per un paio d’anni mi sono divertito, sono stato grande... Minchia che gli ho combinato... Se io restavo sempre fuori, continuavo a fare un macello, al massimo livello...». In un’altra conversazione il boss ride ricordando che «quello scappava, volava subito in aria», e poi aggiunge: «Se ne è salito sul tetto. Ma che volete, allora ancora ne volete? Io vorrei incominciare di nuovo». E continua a ridere.

A sentire lui, il capomafia ripartirebbe da Nino Di Matteo, il pubblico ministero che più di ogni altro s’è dedicato all’inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e Cosa nostra, il processo che «fa uscire pazzo» Riina, come ammette lo stesso boss. Che torna a parlare della mattanza dei tonni: «Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono... Ancora ci insisti? Perché, me lo sono tolto il vizio? Inizierei domani mattina... Minchia ho una rabbia... Sono un uomo e so quello che devo fare, pure che ho cento anni».
Il nome del pm viene fuori riferito alle polemiche seguite alla citazione come testimone del capo dello Stato («Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblica»), a cui Riina immagina di fargli fare la fine del procuratore Scaglione, assassinato nel 1971: «A questo ci finisce lo stesso».

I commenti su Messina Denaro
Il problema pare quello di trovare qualcuno fuori dal carcere che si muova. Ma Matteo Messina Denaro, il «padrino» stragista ancora in libertà, sembra pensare ad altro; per esempio gli investimenti nell’energia alternative e nelle pale eoliche. «A me dispiace dirlo - commenta il Corleonese -, questo signor Messina che fa il latitante, che fa questi pali (...) Questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque, per prendere soldi, ma non si interessa di... (...) E a noi ci tengono sempre in galera. Però quando siamo liberi li dobbiamo ammazzare... Io ho fatto il mio dovere, ma continuate, continuate. Qualcuno, non dico magari tutti, ma qualcuno, divertitevi...». Invece non succede niente. «Una papera non sono capaci a pigliare, neanche una...». Lui invece garantisce che potrebbe ammazzare magistrati e uomini di scorta: «L’ultimo se mi riesce sarà più grosso... Se mi ci metto (ride e gesticola, annotano gli investigatori della Dia) con una bella compagnia di anatroccoli “pa...pa...pa... patampiti” (gesticola con la mano e fa il gesto di un botto) così a chi peschiamo peschiamo.... Non devo avere pietà di questi, come loro non hanno pietà».

In un altro colloquio, sempre passeggiando avanti e indietro, il boss insiste: «Questo Di Matteo non lo possiamo dimenticare più...». E dopo che sui giornali sono cominciate a uscire indiscrezioni sulle minacce di Riina al pm del processo sulla trattativa, il 16 novembre Lorusso dice al boss che si stratta di «strumentalizzazioni» di chi «vuole mantenere sempre viva la lotta alla mafia». Il boss reagisce così: «E allora organizziamola questa cosa! Facciamola grossa e non ne parliamo più (gli investigatori riferiscono che Riina tira fuori la mano sinistra dal cappotto e gesticolando mima il gesto di fare in fretta)... Perché questo Di Matteo non se ne va... gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile... ad ucciderlo... una esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari». Ma la condizione che brucia di più è quella del «carcere duro» sancito dal 41 bis: «Se io verrò fra altri mille anni, verrò a fargli guerra per questa legge».

20 gennaio 2014 (modifica il 21 gennaio 2014)

Gli affari d'oro della spia amata dai grillini

Stefano Zurlo - Mar, 21/01/2014 - 08:31

Per il blog di Grillo è un paladino della legalità. In realtà ha trattato la vendita degli evasori a mille dollari l’uno

Proprio come nelle trame degli 007. Sembra di essere in un romanzo di Gerard de Villiers, il prolifico autore di tantissime spy-story. Dunque, si scopre ora che Hervé Falciani, l'informatico che nel 2008 mise in crisi gli evasori di mezzo mondo e scardinò i segreti di quella cassaforte chiamata Svizzera, non era un disinteressato benefattore.


Cattura
Né un cavaliere bianco. O un Robin Hood che toglie lo scudo del segreto bancario ai ricchi e li consegna all'implacabile spremitura del fisco. Non che ci avessimo creduto più di tanto, anche se ora la famosa supertalpa globale trova a sorpresa generosa ospitalità e rilancia la propria voce sul sito di Beppe Grillo.

Un abile makeup, mentre la controinvestigazione di un giornale elvetico, Agefi, approda a una conclusione clamorosa: i 127mila nomi della lista Falciani (o meglio una sua parte) furono pagati a peso d'oro. Qualcosa come mille dollari l'uno. Mille dollari per rivelare i titolari dei conti cifrati della filiale ginevrina della Hsbc, colosso britannico del credito. Falciani si era impadronito di quell'elenco e lo rivendette a un prezzo stratosferico. Il totale farebbe 127 milioni di dollari. Una cifra colossale. Altro che operazione di moralità internazionale al servizio della trasparenza e di altri nobilissimi valori. Panzane.

Agefi avrebbe fra le mani anche i nomi dei mediatori con cui trattò. «Sicuramente - nota il foglio economico dopo aver visionato un voluminoso rapporto della polizia federale svizzera - riuscì ad agganciare i servizi segreti della Germania». E dai tedeschi dovrebbe aver ricevuto un compenso di quattro milioni di dollari. Falciani, dunque, come l'informatico di Vaduz, capitale del Liechtenstein, che offre a caro prezzo alla Cia e al principe delle spie Malko Linge, protagonista di tante storie di de Villiers, gli impenetrabili segreti a nove cifre di un oligarca russo invischiato in un pericolosissimo traffico di missili con l'Iran degli ayatollah.

La notizia è ancora più affilata perché nelle stesse ore in cui il quotidiano svizzero svela le conclusioni cui sono giunti gli investigatori, Falciani prende carta e penna scrivendo, nientemeno, al blog di Beppe Grillo: «Un saluto agli amici del blog di Beppe Grillo...» E lì si smacchia, anzi si accredita nuovamente come una sorta di alfiere nella lotta all'evasione fiscale e al riciclaggio su scala planetaria. «Ho lavorato per diversi anni - fa sapere Falciani - per una delle più grandi banche del mondo, a Montecarlo, in Svizzera e in altri posti, li dovreste conoscere... sono i paradisi fiscali».

E ancora: «Da cinque anni collaboro con la giustizia nel mondo intero... ho potuto recuperare prove a sufficienza perché agissero... Già permettere la condivisione di un'informazione significa lottare contro l'impunità e far retrocedere l'ombra. Per una volta non saremo noi cittadini ad essere sorvegliati, ma le banche». Un tema, come si vede, allettante per il Movimento 5 stelle e, più in generale, di grande presa sull'opinione pubblica.

Insomma, Falciani parla di sé come di un crociato in guerra contro gli gnomi senza scrupoli della finanza, ma a pensare male si rischia di centrare meglio il punto: quanto ha incassato il quarantunenne tecnico franco-italiano per aprire una falla nel fortino rossocrociato e portarsi via quell'elenco interminabile di 400mila evasori? «Non ho mai voluto trarre alcun profitto», è stata la sua candida risposta alle domande della stampa francese. Forse non è andata così e gli svizzeri, col dente avvelenato, avrebbero scoperto che il traffico di notizie fu profumatamente remunerato.

Per la cronaca la parte italiana del dossier, arrivata nel nostro Paese fra squilli di tromba e grandi aspettative, si è rivelata un clamoroso flop. «Noi - spiega al Giornale un alto ufficiale delle Fiamme gialle - abbiamo ricevuto settemila nominativi di probabili correntisti dell'istituto di credito ginevrino e abbiamo cominciato a sentirli. Ma quelli in generale negavano e a quel punto la lista è diventata un esercizio di stile». Senza futuro. L'unica via d'uscita sarebbe rappresentata dall'invio di rogatorie a Berna. «Le autorità svizzere, piccolo dettaglio, ritengono però che quell'elenco sia stato trafugato illegalmente e dunque non ci trasmetteranno mai alcuna informazione».

La crociata di Falciani in ogni caso va avanti e cerca una sponda nei movimenti antisistema della politica europea. E se gli svizzeri, in cerca di vendetta per i «buchi» nei loro caveau, vorrebbero arrestarlo, i francesi gli hanno dato un contratto di consulenza con il fisco. Così Falciani resta un personaggio double face. Come tanti 007.

Roma sporca, caotica, insicura: la caduta di una capitale senza governo

Corriere della sera

di  PAOLO CONTI e SERGIO RIZZO

Ogni 100 abitanti 67 auto, 56 pedoni uccisi l’anno. Un residente produce 660 kg di rifiuti, 113 più di Napoli. Dipendenti comunali: il doppio della Fiat. Perché la città non è vivibile


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ROMA - Il crepitio delle fiamme che divorano rabbiose una Smart squarcia il silenzio della notte. L’aria è irrespirabile, il calore tremendo. Il vetro blindato della posta che sta dirimpetto, sul marciapiede, cede di schianto. Le finestre degli uffici del Senato, a venti passi di distanza. Siamo dietro Palazzo Madama, nella zona più controllata della capitale d’Italia, con una garitta dei carabinieri ogni dieci metri. In 2.767 anni di storia a Roma si è visto certamente di peggio. Soprattutto di notte. «Un incosciente sei, uno che non considera l’imprevedibilità degli eventi se vai fuori a cena senza aver fatto testamento: in ogni finestra aperta, dove di notte si spiano i tuoi passi, sta in agguato la morte», ammoniva nelle sue Satire diciannove secoli orsono il poeta Giovenale.

Anche a piazza dei Caprettari, il posto dove alle tre del mattino di venerdì 17 gennaio i coatti hanno dato fuoco a quella Smart, sono accaduti fatti ben più gravi. E non serve andare tanto indietro nel tempo. Basterebbe ricordare la rapina che nel febbraio 1975, in quello stesso ufficio postale davanti al quale è bruciata la piccola utilitaria, si concluse con l’assassinio del poliziotto Giuseppe Marchisella: prima tragica impresa romana del Clan dei marsigliesi, antesignani della Banda della Magliana. Ma quel gesto sfrontato nel cuore del potere, in faccia a telecamere disseminate ovunque, dice tutto del degrado anche sociale nel quale è ripiombata Roma. Specchio di un Paese mai come oggi identificabile con quel lapidario aforisma regalatoci un secolo e mezzo fa da Mark Twain: «Così come noi americani non abbiamo passato, l’Italia sembra non avere futuro».

Tanto da far tornare alla mente l’equazione della prima squassante inchiesta sulla speculazione edilizia e i rapporti fra affari e politica condotta dall’Espresso cinquantotto anni fa: «Capitale corrotta = Nazione infetta». Rilievi sul luogo di una sparatoria a Roma (Proto) La classifica dei capoluoghi. Nel 2008 il futuro sindaco Gianni Alemanno aveva promesso in campagna elettorale tolleranza zero verso la criminalità, dopo l’omicidio a Tor di Quinto di una signora, Giovanna Reggiani, per mano del rumeno Nicolae Mailat. Cinque anni e mezzo dopo il suo successore Ignazio Marino si ritrova a guidare una città che la classifica della sicurezza stilata proprio dall’università romana La Sapienza per Italia Oggi Sette colloca al posto numero 101 sui 110 capoluoghi. Due posizioni dietro Napoli, che occupa la casella 99.

E non può consolare il fatto che Milano sia ritenuta ancora meno sicura, la peggiore d’Italia. Perché la graduatoria della qualità complessiva della vita piazza il capoluogo lombardo ben 27 posti sopra Roma, precipitata negli ultimi due anni dalla cinquantunesima alla sessantaquattresima posizione. E gli incidenti? Anche attraversare la strada può essere statisticamente un bel rischio. Nel 2012 sono stati travolti e uccisi dalle auto 56 pedoni, contro 24 a Milano, 9 a Napoli, 8 a Torino, Firenze e Palermo. Perché mai proprio a Roma il 37,8 per cento dei 148 investimenti mortali registrati in tutta Italia? Forse perché c’è l’abitudine di attraversare fuori dalle strisce o con il semaforo rosso. Ma pure chi al Comune ha il compito di studiare come far passare i pedoni da un lato all’altro della strada deve avere le sue responsabilità.

Secondo i test degli attraversamenti pedonali realizzati dall’Epca, l’European pedestrian crossing assessment, Roma è al trentesimo posto su 31 città europee esaminate. Poi c’è il traffico: un girone dantesco. Se si eccettua Catania, nel Paese (l’Italia) che ha il record mondiale di veicoli a motore in rapporto agli abitanti, Roma è la città in assoluto con più automobili: 67 ogni cento residenti. Contro 53 di Milano, 50 di Madrid, 45 di Parigi, 43 di Bruxelles, 41 di Barcellona, 40 di Vienna, 32 di Londra e Berlino. Senza considerare il numero enorme di moto, motorini, furgoni e pullman turistici che stringono il fragile centro storico della capitale in una morsa d’acciaio. È stato calcolato che il 20 per cento della superficie urbana della città sia coperta da veicoli. Ogni cittadino romano trascorre mediamente in auto 227 ore l’anno.

Conseguenza di uno sviluppo urbano folle e insensato, con quartieri periferici cresciuti senza alcun criterio intorno a strade del tutto insufficienti e un trasporto pubblico inesistente o allo sbando. Anche se i dipendenti dell’azienda di trasporto comunale sono quasi 12 mila, uno ogni 229 abitanti. Il risultato di decenni di gestione sconsiderata della città, in assenza di qualunque visione strategica, si può condensare nei 37 chilometri di linee metropolitane di cui è dotato il Comune territorialmente più vasto d’Europa, con quasi tre milioni di residenti e un’area urbana di cinque milioni: due chilometri in meno dei 39 della città spagnola di Bilbao, un sesto di Parigi, meno di un decimo di Londra. Commenta la scrittrice Dacia Maraini, che vive nella capitale da sessant’anni: «A Roma tutto ciò che appartiene alla mano pubblica è difficile, quasi nemico. Penso al sistema viario.

Al traffico privato infernale. Ai tram e agli autobus strapieni, alle file alle fermate...». Il tutto in un clima di arbitrio assoluto, nel quale nessuno sente il dovere di far rispettare le più elementari regole di convivenza civile. La prova è in piccoli episodi, come quello avvenuto in una sera di novembre davanti a una famosa pasticceria in via Albalonga, nel quartiere Appio. Da mesi gli abitanti protestavano inutilmente per le auto in sosta selvaggia in seconda e terza fila, con esposti al sindaco, ai vigili, al questore e al prefetto. Quella sera c’erano tante macchine a ostruire il traffico che il bus 87 non riusciva a passare. È finita che anziché rimuovere le auto hanno deviato il bus, dopo aver chiamato senza successo la polizia municipale.

Il traffico in tilt . Tante automobili, in una struttura urbana in larghissima misura inadatta al traffico veicolare, per di più nel caos assoluto, significa tanti incidenti. Nel 2012, ben 43 al giorno per un totale di 15.782. E tanti morti. Secondo l’Istat le vittime nella sola Roma sono state 154, contro 61 a Milano, 26 a Torino, 34 a Napoli e 932 nell’intero Paese. Con meno del 5 per cento della popolazione, la capitale è responsabile del 16,5 per cento degli incidenti mortali. La manutenzione delle strade è ai minimi termini. Al punto che una importante casa motociclistica ha deciso di collaudare la resistenza delle carrozzerie dei suoi scooter facendogli percorrere piazza Venezia.
Negli ultimi due anni il numero delle voragini è quasi raddoppiato, da 44 nel 2011 a 84 nel 2013.

Smottamenti del terreno, pessima qualità dei lavori stradali, scavi per condutture chiusi maldestramente, perdite idriche: le cause sono tante. Può perfino succedere, com’è accaduto il 16 luglio scorso, che un camion dei Vigili del fuoco, chiamato per l’apertura di una voragine sprofondi a sua volta in un’altra voragine. Come può anche accadere che nel pieno centro della città, fra piazza Venezia e il Pantheon, i telefoni restino isolati quattro giorni perché un cavo dell’alta tensione dell’Acea è andato a fuoco, bruciando tutte le linee. O che, tre mesi più tardi, l’illuminazione pubblica intorno al Senato rimanga misteriosamente spenta per giorni. Questo per dire come il livello dei servizi pubblici in una grande città sia essenziale per determinare la qualità della vita.

I rifiuti, per esempio. Roma da anni è pericolosamente sull’orlo di una colossale emergenza ambientale, con la discarica più grande d’Europa che periodicamente viene considerata esaurita per essere di nuovo prorogata. La produzione di spazzatura è mastodontica: 660 chili l’anno ad abitante. Per capirci, 113 chili più di Napoli, 127 più di Milano, 155 più di Messina, 200 più di Trieste.
Ufficialmente, la raccolta differenziata è al 25,1 per cento, percentuale fra le grandi città superiore solo a Bari, Napoli, Catania e Palermo. Ufficialmente... Per quanto riguarda poi l’igiene urbana, basta guardare in quali condizioni indecenti è tenuto uno dei monumenti più importanti dell’Italia intera: la Breccia di Porta Pia, attraverso cui i bersaglieri guidati da Giacomo Pagliari entrarono nella Roma papalina il 20 settembre del 1870.

Assediata dalla spazzatura, senza nemmeno un cartello che spieghi dove ci si trova: le aiuole circostanti infestate dalle erbacce, sono un ricovero di senzatetto. A 300 metri da una sede dell’Ama, l’azienda municipale ambiente che conta poco meno di 8 mila dipendenti. Compreso un discreto numero di spalatori di foglie: 164 assunti in un colpo solo dalla giunta di Gianni Alemanno nel 2011. Eppure molte strade alberate, da mesi, sono in condizioni pietose. Non sono cose di oggi, intendiamoci. Nel centro si incontrano praticamente a ogni angolo le targhe di marmo che nel Settecento ammonivano gli abitanti a non gettare l’immondizia per strada, al prezzo di severe pene corporali. Minacce che però non dovevano incutere tanto timore, se all’inizio dell’Ottocento Stendhal raccontava: «Regna nelle strade di Roma un odore di cavoli marci».

Il problema è non avvertire che siano passati due secoli. L’incuria è totale, in linea con la reputazione dei servizi pubblici. C’è un sito internet con centinaia di fotografie, scattate in ogni via e strada, dal centro alla periferie, che testimoniano lo stato pietoso del capitolo rifiuti. Tra queste, lo scatto formidabile che ha immortalato alcuni maiali grufolare tra i sacchetti di immondizia in via Boccea, appena dopo le feste natalizie. Grazie a quella foto si è scoperto che a fine anno l’Ama aveva il personale a ranghi ridottissimi: erano tutti in ferie. Per non parlare del campo profughi abusivo che da anni resiste indisturbato sul Colle Oppio, a due passi dalla Domus Aurea neroniana, con inferriate del parco ridotte a stendini per la biancheria e i vestiti lavati nelle fontane a cento metri dal Colosseo. L’indirizzo di quel sito è tutto un programma: www.romafaschifo.com.

In questo scenario non poteva mancare una piaga che sta affliggendo tante città, soprattutto al Sud: il furto dei cavi di rame. Ma non solo. Nel Cimitero monumentale del Verano, progettato da Giuseppe Valadier tra il 1807 e il 1812, continuano a sparire croci di bronzo e suppellettili delle tombe che alimentano il traffico clandestino dei metalli, in mano a molte famiglie di nomadi. Intorno ai sepolcri, e in alcune cappelle, la notte dormono disperati senza casa. Ha scritto un giorno al Corriere il lettore Gordon Tanzarella: «Ho visto un cartello che diceva: “In questa tomba ci sono i nostri cari, vi preghiamo di averne rispetto e di non usarla come dormitorio”». La conclusione non può che essere una. La città che è la più grande azienda italiana per stipendi pagati, con un numero di dipendenti comunali pari a oltre il doppio degli occupati negli stabilimenti italiani della Fiat, non è governata.

Certo, governarla non è semplice. Pensando soltanto al delirio delle 600 manifestazioni che l’attraversano ogni anno, con un impatto terrificante sui servizi. E a chi, come il Financial times gli ha messo il dito in un occhio, parlando di una città «depressa», Marino replica serafico: «Roma non fu fatta in un giorno. Stiamo facendo progressi». Auguri. Dice lo storico Vittorio Vidotto, autore del saggio Roma contemporanea : «Il problema principale di Roma è la sua incapacità di diventare una moderna capitale. Non si è modellato lo sviluppo della città sulla base dei trasporti. L’antica struttura radiale di Roma sarebbe potuta essere la base per linee logiche di espansione ma così non è stato. Poi c’è la sua triplice identità: grande città storica, capitale della Repubblica e centro del cristianesimo.

E troppo spesso l’amministrazione comunale si è trovata in aperto conflitto col governo nazionale e con le altre città italiane, assai poco disposte ad assicurare finanziamenti a Roma per la sua condizione di capitale. E poi c’è la pochezza degli ultimi sindaci. Infine un male diffuso: l’assenza di qualsiasi cultura legata alle regole condivise e rispettate da tutti». Le domande di condono. Colpa dei cittadini, dunque. Ma anche di una classe dirigente che ha privilegiato gli interessi privati a quelli collettivi. Non c’è altra capitale occidentale la cui crescita urbana sia stata così disordinata e di scarsa qualità. Fra il 1951 e il 2013 i residenti nella città sono aumentati da un milione 651 mila a 2 milioni 753 mila. Il consumo del suolo è risultato vertiginoso, con il 20 per cento del territorio ormai non più naturale.

Frutto di una espansione assurda, che non si è mai arrestata, anche dopo l’edificazione degli immensi quartieri dormitorio degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Ha solo cambiato pelle.Fra il 1993 e il 2008 altri 4.800 ettari di terreno agricolo sono stati resi edificabili e coperti di cemento ben oltre la domanda di case. Con il risultato che oggi abbiamo nel solo Comune di Roma 245 mila abitazioni vuote, spesso in zone senza servizi, prive di collegamenti e di strutture decenti. E se adesso nella città dei 600 mila lavoratori edili degli anni d’oro le costruzioni incidono appena il 5,4 per cento sul valore aggiunto totale, contro l’86,5 dei servizi, continuano a girare molti soldi.
Il mattone ha lasciato segni profondissimi nella geografia del potere.

Non per nulla il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone controlla un rilevante pacchetto azionario dell’Acea, la più grande municipalizzata italiana tuttora guidata da uomini a lui non sgraditi, e possiede il Messaggero , maggiore quotidiano della capitale. Mentre il secondo giornale, il Tempo , è nelle mani di un altro costruttore: Domenico Bonifaci, il quale tanti anni fa l’ha comprato dallo stesso Caltagirone. E segni fisici profondissimi ha lasciato l’abusivismo edilizio, abbattutosi sulla città come una piaga biblica. Lo dimostrano le 597.000 (cinquecentonovantasettemila) domande di condono presentate dal 1985. Per dare un’idea del tasso di illegalità, è come se un cittadino su quattro o poco più avesse commesso un abuso, senza considerare quanti non hanno compilato il modulo.

La piaga ha attraversato tutte le amministrazioni: emblematica la storia delle Terrazze del Presidente nella zona di Acilia, oltre 1.300 appartamenti sanati in un colpo solo durante la giunta di sinistra al termine di un’offensiva speculativa nata vent’anni prima su terreni un tempo agricoli grazie a un accordo fra i costruttori Antonio Pulcini e Salvatore Ligresti. Il bello è che di quelle domande di condono, con l’ultima sanatoria chiusa ormai dieci anni fa, ne devono essere ancora esaminate almeno 150 mila. Non sarà perché, come dice Toni Servillo, alias Jep Gambardella in quel meraviglioso e sconcertante affresco del potere che è La grande bellezza , «a Roma si perde un sacco di tempo»?

21 gennaio 2014

Le password da evitare su internet: ecco la classifica

Il Mattino

di Alessio Caprodossi


ROMA - 123456 conquista il primo posto ai danni di "password", mentre 12345678 conquista l'ultimo gradino del podio. Non sono errori di battitura, neppure messaggi riservati, ma la questione è molto grave poiché le tre sopra elencate sono le combinazioni più utilizzate dagli internauti e se anche la vostra parola segreta è inclusa tra queste allora siete messi molto male.


20140120_c4_password_nonSarebbe in teoria superfluo, infatti, sottolineare che una tale scelta è altamente sconsigliata, in quanto anche gli scolari dell'asilo digitano i primi numeri o il termine password dinanzi a un dispositivo mobile munito di blocco tasti. A stilare la preoccupante classifica è stata SplashData, società di consulenza per la gestione di password che per il terzo anno consecutivo ha fornito la classifica delle venticinque combinazioni più usate online. Premesso che si nota l'influenza dell'attacco sferrato ai server di Adobe con il furto di quasi tre milioni di password, con la conseguente presenza in graduatoria di sigle come "adobe123" in decima posizione e "photoshop" alla quindicesima, basta scorrere l'elenco per capire che il problema resta la mente umana.

Nonostante l'esponenziale crescita di siti che rifiutano combinazioni troppo semplici, la scarsa attenzione prestata unita alla necessità di inserire una sigla facile da ricordare, dimostrano come i tentativi di sensibilizzare gli utenti siano stati finora fallimentari. Detto del podio, al quarto posto c'è "qwerty", che rappresenta i primi sei tasti della tastiera (quelli che in automatico si cliccano prima di tutti gli altri quando si inizia a scrivere), seguita da "abc123" e da 123456789. Non mancano ovviamente sigle come "password1", 1234, 12345, 123123, 000000 e 111111, mentre fa sorridere la popolarità di "i love you" che conquista la nona piazza superando la nuova entrata "admin" che chiude la top ten.

Qui trovate l'intera classifica con le 25 password più banali e utilizzate:

1. 123456
2. password
3. 12345678
4. qwerty
5. abc123
6. 123456789
7. 111111
8. 1234567
9. iloveyou
10. adobe123
11. 123123
12. admin
13. 1234567890
14. letmein
(Fammi entrare)
15. photoshop
16. 1234
17. monkey
18. shadow
19. sunshine
20. 12345
21. password1
22. princess
23. azerty
(le lettere nella prima riga della tastiera AZERTY, variante della QWERTY)
24. trustno1 (trust no one, non fidarti di nessuno)
25. 000000

lunedì 20 gennaio 2014 - 20:51   Ultimo aggiornamento: 20:52

Arrangiarsi a vent'anni senza lavoro ma con il pc: l'arte di guadagnare con 5 euro a tweet

Il Messaggero

di Francesca Siciliano


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Pochi, maledetti e subito. In tempi di crisi anche qualche euro aiuta a sbarcare il lunario. E Roma, come tutte le grandi metropoli, offre innumerevoli possibilità a chi riesce ad ingegnarsi per raggranellare qualcosa. Più o meno legalmente, più o meno alla luce del sole. I romani de Romaincarnano alla perfezione l'arte del sopravvivere. Primi tra tutti gli stornellisti di Trastevere, che per qualche spicciolo, un sorriso e un applauso, ti improvvisano uno stornello su misura, tra un fior de' limone e uno d'arancio.

CINGUETTII 2.0 Ma nello sterminato panorama del 2.0 è tutto un fioccar di prestazioni occasionali, sempre per pochi euro: c'è chi aumenta i tuoi follower su Twitter, chi i pollici alzati di Facebook e chi le visite sui profili YouTube. Ci sono quelli che offrono la propria professionalità di traduttori un tot a parola, chi trova e segnala le migliori offerte per lo shopping online su e-Bay e chi fotografa i tuoi vecchi oggetti per venderli nelle aste online. Chi si spoglia in cam e chi insegna la spigliatezza per farlo, chi vende collant e autoreggenti usati e chi dà un imparziale giudizio sul tuo look. Chi è disposto ad ascoltare i tuoi sfoghi telefonici post discussione con mogli o capoufficio, chi ti aiuta se sei giù di corda e chi può diventare il tuo migliore amico per un giorno.

Chi scrive lettere d'amore alla tua fidanzata e chi la molla, se a te manca il coraggio. Chi si offre di fare recensioni a 5Stelle per ristoranti e alberghi sui siti di informazione turistica, chi ti organizza un viaggio dall'altra parte del mondo e chi, se sei disposto a pagargli anche «un pranzetto frugale», visita al tuo posto una cittadina, un parco, un castello e prepara una breve ma completa recensione. Si offrono di insegnare ad attaccare un quadro, a preparare una torta e di andare a far la spesa o pagare le bollette al tuo posto. Si scrivono curricula, correggono compiti di matematica dei figli e chi scrive la bibliografia per la tesi di laurea.

NERD A SERVIZIO
Chi ti svela i trucchi dei videogiochi, chi ti insegna a giocare a briscola, a poker o a ping pong. E c'è chi viene con te a fare spese per indurre il negoziante allo sconto. Categoria a parte quella dei salta-fila appostati all'entrata degli uffici. Agli uffici postali che per un euro offrono al frettoloso di turno il numeretto che consente di risparmiare un'ora di coda allo sportello. Alle prime luci dell'alba i salta-fila si schierano davanti all'ufficio del Giudice di Pace per tenere il posto ai giovani avvocati alle prese con le istanze di ricorso.

O quelli addetti alla Prefettura dove le file per il rinnovo dei permessi di soggiorno sono interminabili. Sono sempre lì, pazienti e super-efficienti, a consentirti di risparmiare tempo. La fantasia sembra ormai non avere più limiti. Al punto che alcuni tra i più bizzarri pensatori di servizi si son dati appuntamento da ogni parte dello Stivale sul sito cinquee.it., dove chiunque può mettere a disposizione le proprie capacità creative. E chi non le ha le inventa: per cinque euro infatti, sul web, puoi trovare persino chi ti insegna a fare soldi.


Lunedì 20 Gennaio 2014 - 08:58
Ultimo aggiornamento: 14:14

In mano a 85 Paperoni metà della ricchezza del mondo

Il Mattino


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(Teleborsa) - Metà della ricchezza mondiale è in mano agli 85 uomini più ricchi del pianeta. Lo rivela una ricerca della Ong inglese, Oxfam, alla vigilia al World Economic Forum, il consueto appuntamento nella città di Davos che riunisce i leader mondiali della finanza e della politica. Che la forbice tra ricchi e poveri del nostro pianeta stia diventando sempre più larga non è una novità, e questo è uno dei temi caldi che sarà discusso nella città svizzera.

Secondo la ricerca, da sole, le 85 persone più ricche in assoluto, detengono quanto detenuto dalla metà più povera della popolazione mondiale, ovvero da oltre 3 miliardi di persone. L'organizzazione non governativa denuncia come l'estrema distanza tra ricchi e poveri possa “indebolire i processi democratici” e, in un periodo non lontano, alimentare disordini sociali. Dai sondaggi condotti da Oxfam in India, Sud Africa, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, emerge che la maggior parte dell'opinione pubblica, è convinta che le leggi siano scritte e concepite per favorire i più ricchi.

lunedì 20 gennaio 2014 - 16:53   Ultimo aggiornamento: 17:46

Chiampa" risorto grazie ai pm ma da sindaco indebitò Torino

Giancarlo Perna - Lun, 20/01/2014 - 07:38

Dopo l'era Chiamparino la città era in rosso di 5 miliardi. Eppure l'esponente Pd vuole la Regione E la Procura che ha inguaiato Cota lo ha scagionato da un'inchiesta, spalancandogli la strada

In una manciata di ore, un golpe politico-giudiziario ha riportato il pd Sergio Chiamparino al centro della scena politica piemontese da cui era fuori da alcuni anni. Una manovra, puntuale come un meccanismo a orologeria, ha sbalzato di sella il centrodestra, rappresentato dal governatore leghista, Roberto Cota, consegnando a Chiamparino le chiavi per succedergli alla guida della Regione.


Cattura
La sequenza, da prontuario sull'arte dello scippo, è stata la seguente. Mercoledì 9 gennaio, verso sera, Matteo Renzi ha detto che gli sarebbe piaciuto l'ex sindaco di Torino, Chiamparino, detto Chiampa, alla guida del Piemonte dopo i guai di Cota per il rimborso della culotte verde. L'indomani a mezzogiorno - dopo oltre tre anni di sonno - il Tar del Piemonte si sveglia e annuncia che le Regionali del 2010 sono nulle e vanno ripetute. Ergo: Cota deve lasciare il posto. Tutti collegano la sentenza alla candidatura di Chiamparino fatta il giorno prima dal segretario del Pd. A conferma, si fa vivo dal suo ufficio di presidente della Compagnia San Paolo (Fondazione della Banca Imi-San Paolo), il Chiampa in persona.

«Se il Pd lo vuole, sono disponibile a candidarmi alla presidenza del Piemonte», annuncia con understatement sabaudo. Il centrodestra, già sul nervoso per la pronuncia del Tar che aveva messo in brache di tela Cota, comincia a stilare comunicati al veleno il cui senso è questo: invece di agitarsi, Chiampa ricordi che la Procura lo sta indagando per abuso di ufficio nella faccenda dei Murazzi.

Trattasi di inchiesta dell'ottobre 2013 ma che riguarda i tempi di Chiamparino sindaco (2001-2011) e coinvolge, oltre a lui, trentatré alti dirigenti comunali, tutti accusati di avere favorito dei commercianti esonerandoli dall'affitto di locali lungo il Po (i Murazzi, appunto). Neanche il tempo per gli assatanati del centrodestra di diffondere i loro comunicati che la Procura - siamo alle quattro del pomeriggio - fa sapere che, unico tra gli imputati, Chiamparino è innocente e che la sua posizione sarà archiviata. Ergo: nihil obstat alla sua candidatura.

Per riassumere: da che Renzi ha aperto bocca, nelle successive venti ore - molte meno se si tolgono i sopori notturni - il Tribunale amministrativo ha mandato Cota gambe all'aria, la Procura ha promosso Chiamparino e, insieme, hanno tolto il Piemonte al centrodestra, offrendolo al Pd e al nostro Chiampa. L'epilogo una settimana dopo, il 15 gennaio, quando il neo candidato ha annunciato le dimissioni dalla poltrona dorata della Fondazione San Paolo, per candidarsi (quando sarà) evitando (fin d'ora) «di coinvolgere la Compagnia in vicende politiche rispetto alle quali deve restare estranea».

Tutto molto virtuoso, com'è nello stile del Chiampa, che è, sì uomo di mondo, ma soprattutto un furbacchione. Infatti non perde occasione per avvantaggiarsi, velando però i suoi appetiti con piroette e dinieghi di maniera. Per esempio, scaduto da sindaco di Torino, l'amico e successore, Piero Fassino, lo sondò per la presidenza della Compagnia San Paolo. Chiampa declinò, dicendo: «Il mondo è pieno di banchieri che non sanno fare il mestiere». Sembrava un'onesta ammissione di incompetenza. Invece, in capo a qualche mese, «cedendo alle insistenze» accettò l'incarico «per spirito di servizio», diventando tra le massime e remunerate eminenze grigie peninsulari.

Anche adesso, che dopo due anni se ne va, motiva nobilmente la sua uscita col desiderio di preservare la Compagnia dalla politica. Ma non si chiede se non strida la sua attuale presidenza bancaria con la prossima candidatura alla Regione senza metterci in mezzo un congruo intervallo, che fughi ogni sospetto di intrecci. Compito principale della Compagnia è, infatti, finanziare benevolmente attività culturali, istituzioni artistiche, teatri e musei. Quanti enti e persone beneficate in questi anni dal presidente Chiamparino saranno, per ciò stesso, indotte a votarlo Governatore? Ed è solo uno degli interrogativi che si potrebbero porre sul conflitto di interesse.

Ma col Chiampa i torinesi sono di manica larga per i suoi passati meriti di sindaco. Un mito coltivato dalla Stampa, prediletto quotidiano cittadino, che lo ha coccolato come un puttino sapendolo un protegé dei proprietari, gli Agnelli. Ascoltate il tono turiferario col quale giorni fa ha accolto la sua discesa nella lizza regionale: «Squillino le trombe, rullino i tamburi:... è tornato... l'ex sindaco oggetto di culto a Torino e per una piccola pattuglia di buongustai della politica nazionale... lancia la sfida... il dado è tratto». Ave Caesar. La foto a corredo mostra la faccia del Chiampa col mento sul pugno, tipo pensatore di Rodin, e la didascalia: «Ha legato la storia del suo mandato alla rinascita della città».

Sviolinata che fa il paio con le foto che per un decennio La Stampa ha pubblicato mostrando il sindaco che raccoglieva la carta gettandola nel cestino, carezzava bambini e altri miracoli. Se invece accantoniamo i pifferi, il sessantacinquenne Chiampa - famiglia operaia, laurea in Scienze politiche, una vita nel Pci-Pds-Ds-Pd da moderato - è stato un sindaco a più facce. Suo maggiore successo sono state le Olimpiadi invernali del 2006 e connessa modernizzazione di Torino con la costruzione della Metro. L'imperdonabile delitto è la voragine di debiti in cui ha sprofondato la città, che gli è valsa il nomignolo di Indebitetor. Nonostante avesse ricevuto dallo Stato 1,2 miliardi per i Giochi invernali e 0,5 miliardi per il centocinquantenario dell'unità d'Italia, ha lasciato buffi per cinque miliardi (il triplo dell'1,7 che aveva trovato). Si calcola non basteranno due generazioni per pagarli (2040 circa).

Nel resto, è stato un sindaco come altri. Forse più amato, perché perbene. Fu però odiatissimo per la raccapricciante esumazione di massa nel Cimitero generale. Era il 2004 e il Comune, a corto di dané, dette lo sfratto a 24mila morti interrati, per costringere le famiglie ad acquistare loculi. Nella furia di incassare, si triplicarono i disseppellimenti, da 36 a 108 salme il giorno. Fu il caos. Le bare furono aperte e le ossa disseminate senza criterio, tanto che i parenti non poterono più riconoscere i propri cari. L'orrore divenne di dominio pubblico quando Rita Pavone trovò la tomba (che non rientrava nel programma di esumazioni) distrutta per errore dalle scavatrici e i resti del padre dispersi. Un corteo sfilò sotto gli uffici del sindaco con un cartello e una scritta da Giorno del Giudizio: «Ricordati che Dio ti vede dentro». Il mitico Chiampa è stato anche questo.

Ruba i dati di 20 milioni di carte di credito: tecnico informatico sotto accusa

Il Messaggero


I dati trafugati riguardano i nomi, i numeri di previdenza sociale e di carta di credito di circa 20 milioni di cittadini sudcoreani. SEUL - Brutta sorpresa per quasi metà della popolazione sudcoreana: i dati di 20 milioni di carte di credito sono stati rubati e venduti ad aziende specializzate in campagne di marketing.


20140120_creditoSecondo quanto riporta la Bbc, i dati sono stati trafugati da un tecnico informatico che lavorava per la Korea Credit Bureau, azienda che fornisce informazioni creditizie a tre delle maggiori compagnie di carte di credito del Paese e che ha a sua volta accesso alle loro banche dati. Il ladro, che è riuscito a rubare l'ingente mole di dati trasferendoli su una pennetta Usb, è stato arrestato insieme ai dirigenti delle aziende di marketing che avevano acquistato i dati.

RIMBORSI Le autorità sudcoreane stanno ora verificando le misure di sicurezza delle tre compagnie di carte di credito coinvolte, mentre è stata istituita una task force per stabilire la effettiva portata e le conseguenze della colossale fuga di dati. Le tre compagnie, la KB Kookmin Card, la Lotte Card, e la NH Nonghyup Card si sono scusate pubblicamente con i propri clienti, ai quali è stato assicurato il rimborso degli eventuali danni finanziari dovuti al furto dei dati.


Lunedì 20 Gennaio 2014 - 21:39
Ultimo aggiornamento: 21:40

Il falsario di Gelli e i torturatori

Corriere della sera

Di ANTONIO FERRARI



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Il giornalista Lanfranco Vaccari, che dalle pagine dell’Europeo fu tra i primi a raccontare in Italia la tragedia dei desaparecidos argentini (illuminante il reportage del 10 settembre 1976, dal titolo «L’Argentina verso la guerra civile. Caccia all’uomo»), ne è convintissimo. La tragedia dei 30.000 oppositori, o presunti tali, fatti scomparire dal regime, esplose nel nostro Paese soltanto dopo la scoperta e la pubblicazione dei 962 nomi degli iscritti alla loggia massonica P2. Tutto questo nonostante l’impegno e gli sforzi di un vero eroe della nostra professione: il collega Giangiacomo Foà, corrispondente del Corriere della Sera da Buenos Aires; poco ascoltato al giornale, dove già stava penetrando la P2; minacciato e intimidito in Argentina, al punto da spingerlo (o costringerlo) a trasferirsi in Brasile.


Seguendo i mefitici percorsi della loggia segreta, che la Commissione parlamentare di Tina Anselmi definirà un’«organizzazione criminale ed eversiva», si giunse subito in Argentina. Due dei responsabili militari della giunta golpista, guidata da Videla, e cioè l’ammiraglio Massera e il generale Mason, erano infatti iscritti alla P2. Licio Gelli era ben conosciuto da tempo. Era diventato consulente di Isabelita Perón e di López Rega, ed era il principale consigliere economico-finanziario dell’ambasciata argentina di Roma. Con i suoi contatti, aveva creato una filiera assai ramificata: a Buenos Aires la frequentazione del potere; nel confinante Uruguay, possedimenti, giri d’affari, e i fascicoli segreti su tutte le attività della P2 (compreso l’elenco dei 962 iscritti, identico a quello trovato dai giudici Colombo e Turone a Castiglion Fibocchi), nascosti in una cassaforte murata dietro il letto.

Prima dell’esplosione dello scandalo, Gelli aveva persino dato preziosi suggerimenti «sportivi», non solo all’Argentina (per il Mundial 1978, poi vinto dai padroni di casa), ma anche all’Uruguay, che organizzò l’inutile e assai sospetto Mundialito 1980: cioè un torneo con le squadre che avevano vinto almeno un mondiale. Un’iniziativa, favorita da ombre P2 anche nel vertice del calcio internazionale, per oscurare le brutali repressioni del regime. L’obiettivo del Mundialito 1980 era ovvio: far vincere l’Uruguay, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo.

Così accadde, con arbitraggi alla Moreno, intimidazioni, gioco durissimo, rigori facili. Mentre in Italia la politica, i vertici militari, i capi dei servizi, la dirigenza del gruppo Corriere della Sera , banchieri ed economisti erano stati travolti dalla pubblicazione della lista, che spiegava molti dei misteri d’Italia, un desaparecido, Victor Basterra, venne avvicinato nella Esma, dove era detenuto, da quattro ufficiali, inviati direttamente dell’ammiraglio Massera. I quattro gli diedero quattro documenti da «preparare».

Il desaparecido Basterra, un oppositore del regime che lavorava per la Zecca di stato argentina come «operaio grafico», sapeva infatti disegnare banconote e produrre passaporti praticamente perfetti. Gliene consegnarono appunto quattro, con nomi di italiani naturalizzati argentini, da falsificare. Però gli diedero una sola foto, in quattro esemplari, che Basterra identificò subito, senza alcun dubbio. La foto era quella del «maestro venerabile», che a Buenos Aires era più noto che in Italia.

I passaporti falsificati furono consegnati a Gelli, che in quel momento era ricercato dalla giustizia italiana e pare si trovasse a Montevideo, in uno dei suoi innumerevoli appartamenti. Gelli tentò di utilizzare uno dei passaporti nella Confederazione elvetica, per prelevare denaro da uno dei suoi conti svizzeri. Basterra, incontrato all’Esma, proprio nel sotterraneo delle torture, ci ha detto: «Sì, quel passaporto era uno di quelli che avevo falsificato. Perché avevo accettato di falsificarlo?

Vi ero costretto. Sono stato prigioniero per quattro anni e mezzo e quello era l’unico modo che avevo per sperare di ottenere la libertà. Il loro era un sistema perverso: potevi trovare uno che ti dava una pacca sulla spalla e poi ti offriva un whisky, e qualche ora dopo finire nella camera della tortura, sottoposto alla scarica elettrica fra i testicoli. Comprende? » L’uomo, con meticolosa precisione, solleva così un altro lembo del sipario che nascondeva le più torbide storie di un recente e oscuro passato.

21 gennaio 2014

Riina: «Facciamola grossa. Napolitano non deve testimoniare». Depositate conversazioni del boss

Il Messaggero


PALERMO - «Non gliene capiteranno più di nemici così, gliene è capitato uno e gli è bastato, se ne devono ricordare per sempre»: Totò Riina lo ribadisce spesso. Nessuno è stato più come lui. Deliri di onnipotenza di un vecchio indomito, al carcere duro da 20 anni, che si sfoga rabbioso con un altro padrino, Alberto Lorusso, boss della sacra Corona Unita con cui per mesi ha condiviso la socialità nel carcere milanese di Opera. «Ancora ne volete? - grida come se avesse di fronte i nemici di sempre, i magistrati - .Io vorrei incominciare di nuovo». Col sangue, con le stragi, con i morti: «e allora organizziamo questa cosa! Facciamola grossa e dico non ne parliamo più», dice a Lorusso.


20140120_riina1Le spietate parole del boss di Corleone, intercettate per mesi dalla Dia, sono state trascritte e depositate agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. Nelle ore di conversazione col co-detenuto un nome ricorre più frequentemente di altri: quello del pubblico ministero Nino Di Matteo, magistrato del pool che sostiene l'accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia in cui Riina è imputato insieme ad ex ufficiali dell'Arma, politici e capimafia. «Il pm che mi fa impazzire», così lo descrive. «Come non ti verrei ad ammazzare a te... - sussurra - ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono... minchia ho una rabbia, mi sento ancora in forma, mi sento ancora in forma porca miseria».

«Di Matteo - continua - questo disonorato questo prende pure il presidente della Repubblica» (il riferimento è allo scontro tra la Procura di Palermo e il Quirinale sulle intercettazioni tra il capo dello Stato e l'ex ministro Nicola Mancino n.d.r.). «Lo sapete come gli finisce a questo la carriera? - dice a Lorusso - come gliel' hanno fatta finire a quello palermitano, a Scaglione (l'ex procuratore di Palermo ucciso dalla mafia». Parole dette a novembre scorso che hanno fatto saltare sulla sedia gli investigatori che, allarmati, hanno consegnato il video del colloquio intercettato al ministro dell'Interno Angelino Alfano, precipitosamente arrivato in Sicilia per una riunione del Comitato per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica in cui sono state potenziate le misure di sicurezza per Di Matteo.

Riina sa dai giornali dell'innalzamento dei livelli della scorta per il pm e commenta: «chissà quanti miliardi sui dispositivi di sicurezza». Poi un cenno alla strage di Capaci, in cui venne ucciso il giudice Giovanni Falcone. «Loro pensavano che ero un analfabeticchio - dice - così la cosa è stata dolorante, veramente fu tremenda quando non se l'immaginavano». Nelle lunghe conversazioni Riina si compiace per le stragi fatte. Cita quella in cui fu ucciso il capo dell'ufficio istruzione Rocco Chinnici, saltato in aria con un'autobomba davanti casa il 29 luglio del 1983. «Prima fanno i carrieristi a spese dei detenuti... poi saltano in aria quando gli succede quello che gli è successo», dice. Il boss accusa i magistrati di volere fare carriera sulle spalle dei detenuti e tuona contro il carcere duro. «Se venissi tra 1000 anni, verrei a fargli la guerra a quella legge», dice alludendo all'istituzione del 41 bis.

E mostra di sapere particolari riservati sulle iniziative in solidarietà di Di Matteo che stanno per prendere i pm della Procura pronti ad andare in udienza al processo sulla trattativa per manifestare sostegno al collega: notizia, dicono gli inquirenti, mai pubblicata sulla stampa ma presente solo nella mailing-list dell'ufficio. Poi sfoga la sua rabbia contro Matteo Messina Denaro, l'ultimo superboss latitante di Cosa nostra. Riina ricorda a Lorusso di averlo cresciuto, di avergli insegnato tutto. Ma il padrino trapanese, accusa il boss, pensa solo agli affari e si disinteressa di Cosa nostra.

Le conversazioni - ne sono state depositate solo una parte - sono attentamente analizzate dagli inquirenti che stanno cercando di comprendere anche quale sia il vero ruolo di Lorusso, abile nel provocare e far parlare Riina. Il pugliese ha dato prova di sapere portare all'esterno messaggi a dispetto del 41 bis. Nella sua cella sono state trovate strane lettere criptate. «È possibile che Riina cerchi di ordinare a soggetti criminali estranei a Cosa nostra, organizzazione che non ritiene più in grado di agire come prima, ordini di morte?», si chiedono gli investigatori.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «non deve testimoniare al processo per la trattativa tra Stato e mafia». Ne è convinto il boss mafioso Totò Riina, che ne parla in carcere con il suo vicino di cella Alberto Lo Russo, che quasi quotidianamente, nell'ora di 'socialità', lo aggiorna su quanto accade al'esterno, soprattutto sul processo per la trattativa, in corso davanti alla Corte d'assise di Palermo e che lo vede tra gli imputati. Lo Russo spiega a Riina che in televisione sono in tanti i politici a stigmatizzare la richiesta della Procura di ascoltare in aula il Presidente Napolitano.

Lo Russo cita anche il vice presidente del Csm Michele Vietti e altri politici, conocrdi nel ritenere inopportuna la testimonianza di Napoltano. Riina dice: «fanno bene, fanno bene... ci danno una mazzata... ci vuole una mazzata nelle corna... a questo pubblico ministero di Palermo». E Lo Russo ribatte: «sono tutti con Napolitano dice che non ci deve andare. Lui è il presidente della Repubblica e non ci deve andare». Riina dice: «Io penso che qualcosa si è rotto...». E parlando del pm Nino Di Matteo: «Di più per questo, per questo signore che era a Caltanissetta, questo che non sa che cosa deve fare prima. È un disgraziato... minchia è intrigante, minchia, questo vorrebbe mettere a tutti, a tutti, vorrebbe mettere mani... ci mette la parola in bocca a tutti, ma non prende niente, non prende...».


Lunedì 20 Gennaio 2014 - 18:03
Ultimo aggiornamento: Martedì 21 Gennaio - 08:15

Il bancomat solo per i pagamenti negli studi» La crociata dei professionisti e il rischio evasione

Corriere della sera

Il governo animato dalla lotta all’elusione aveva stabilito che tutti gli studi si dotassero di Pos. Ora il passo indietro...

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Il vincolo c’è (ancora), ma solo «per i pagamenti effettuati all’interno dei locali destinati allo svolgimento dell’attività di vendita o di prestazione di servizio». Fuori, ad esempio nei cantieri edili, no. Se il Diavolo sta nel dettaglio questa frase appena introdotta in uno schema di decreto del ministero dello Sviluppo Economico e inviato alla Banca d’Italia per il parere finale, introduce una deroga importante all’uso del bancomat negli studi professionali, subordinandolo al luogo dove avviene il pagamento. Soddisfa così le richieste delle professioni e attenua di molto l’impianto di legge originario. Ma andiamo con ordine.

IL TESTO INIZIALE - Il governo in un decreto convertito in legge aveva stabilito l’obbligatorietà del Pos negli studi professionali dal primo gennaio di quest’anno. La disposizione aveva finito per suscitare più di qualche mal di pancia nella categorie dei professionisti. Sia il Cup (coordinamento unitario professioni), sia Confprofessioni, sia il consiglio Nazionale degli Ingegneri, si erano espressi a più riprese contro questa misura che giudicavano totalmente inutile perché dimostrerebbe la presunta «incomprensione verso il mondo delle professioni» che già utilizza strumenti tracciabili come bonifici e assegni. Ecco perché in questi giorni di incertezza normativa c’è stata un’intensa attività di lobby da parte delle categorie per far sì che quest’obbligo fosse di fatto annullato. Eppure il testo del governo recepito dal Parlamento traeva spunto dalla volontà di contrastare l’evasione fiscale. Quante volte dal dentista o dal commercialisti il richiamo al contante (in nero) è stato troppo forte, soprattutto se c’è uno sconto sulla parcella o sul compenso?

I COSTI - Eppure - come sempre - le posizioni in campo sono molteplici. Secondo Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni, il rischio è di un eventuale aggravio dei costi per i professionisti e di rendere loro la vita ancora più difficile in un momento di crisi. D’altronde il contante era già sparito sopra i mille euro, visto l’obbligo della tracciabilità sopra quella soglia introdotto dal governo Monti. Inoltre i pochi ad averne effettivo beneficio non sarebbero i clienti finali ma «i grossi circuiti internazionali (come Visa) e in maniera minore le banche con le loro carte di debito» (appunto i bancomat). Così il ministero dello Sviluppo guidato da Flavio Zanonato ha tentato un compromesso a metà: introduce l’obbligo di Pos solo nei locali e ne dispone l’effettiva installazione solo per gli studi con un fatturato superiore ai 300mila euro all’anno (per cui è presumibile solo per i dentisti, i chirurghi estetici e i notai). Per il resto nessun vincolo. A voi il giudizio.

20 gennaio 2014

Il Washington Post contro Google e i doodle «Cultura sfruttata»

Corriere della sera


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Il Washington Post in un articolo dello scrittore e giornalista Justin Moyer pubblicato il 17 gennaio ha criticato l'abitudine di Google di lanciare doodle (immagini o gif animate pubblicate sull'homepage del motore di ricerca) per celebrare personaggi storici, scrittori, compositori, scienziati e letterati. Secondo Moyer, Google sfrutta la cultura per fare soldi e per farsi pubblicità. E non solo. Sceglie in modo del tutto arbitrario gli esponenti culturali da ricordare a scapito di altri. Qui il doodle per celebrare la nascita della scrittrice Simone de Beauvoir's


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(immagini da Google)

Proprietaria di 1.243 immobili non paga le tasse

Corriere della sera

Angiola Armellini, figlia del costruttore, è indagata per aver nascosto all’erario più di 2,1 miliardi


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ROMA - Proprietaria di 1.243 immobili, quasi tutti nella Capitale, ha «nascosto» al Fisco oltre due miliardi di euro, un tesoro sparso in numerosi conti esteri. Per questo Angiola Armellini, figli del noto costruttore romano, è stata denunciata dalla Guardia di Finanza insieme con altre 11 persone, tutte accusate di associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale. figlia del noto costruttore romano Renato Armellini rapito dalla ‘ndrangheta.

IN LUSSEMBURGO - L’indagine, ha spiegato il colonnello del Nucleo tributario Paolo Borrelli, è durata un anno e mezzo. I fabbricati si trovano soprattutto nel Comune di Roma (1239) e , sulla carta, sono di proprietà di «varie società di diritto estero con sede legale in Lussemburgo».

DENARO ALL’ESTERO - I numeri dell’operazione «All Blacks» sono emersi in occasione della firma del protocollo di intesa tra il Campidoglio e il comando provinciale delle Fiamme gialle per contrastare l’illegalità economico-finanziaria. dal 2003 l’imprenditrice avrebbe trasferito all’estero più di 2,1 miliardi di euro, in modo da nasconderli al fisco.

Angela Armellini. proprietaria degli Hotel ArAn (il cui nome nasce dalle iniziali della costruttrice), uno costruito in zona a vincolo ambientale, l’altro riutilizzando un edificio iniziato a costruire negli anni 70 ma con soffitti molto più bassi rispetto alle normative, e quindi bloccato. Con la famiglia è anche proprietaria degli edifici ex abusivi attorno alla fermata della Metro Laurentina iniziati negli anni ’70 e completati solo dopo un accordo con la giunta Rutelli, contro le leggi e contro il parere della cittadinanza. Negli anni Novanta l’ex marito, Alessandro Mei, fu accusato di aver fatto sparire 200 miliardi di lire e di aver provocato la bancarotta della società Fincom, di proprietà del suocero.In quell’inchiesta anche la signora Angiola Mei fu accusata di essersi appropriata di denaro e beni sociali in danno dei creditori, e di aver permesso che venissero redatti bilanci falsi e false scritture contabili della Fincom finanziaria e della Fincom commissionaria.

20 gennaio 2014