lunedì 20 gennaio 2014

Marte: appare una roccia che alcuni giorni prima non c’era

Corriere della sera

«Come una caramella di gelatina a forma di ciambella». Gli scienziati: «Mai visto nulla di simile»

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Il rover Opportunity sulla superficie di Marte ha fotografato una roccia che alcuni giorni prima non c’era. Le immagini sono inequivocabili: sono state riprese a distanza di 12 giorni marziani (un giorno su Marte è un po’ più lungo del nostro: dura 24 ore e 39 minuti) nello stesso posto, con l’obiettivo indirizzato verso lo stesso affioramento roccioso. Il rover, al momento fermo a causa dell’inverno marziano, non si è spostato, ma si è solo leggermente girato.

«MAI VISTO NULLA DI SIMILE» - L’annuncio della sorprendente scoperta è stato dato da Steve Squyres, capo della sezione scientifica di Opportunity al Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa a Pasadena, in California, in occasione della festa per i dieci anni dell’arrivo delle sonde Spirit e Opportunity su Marte. Squyres ha descritto la roccia come «bianca all’esterno, al centro con una parte rosso scura: il tutto sembra una caramella di gelatina a forma di ciambella». Gli scienziati fantasiosamente l’hanno soprannominata Pinnacle Island, però confermano che si tratta di un sasso di un tipo che finora non era mai stato rinvenuto su Marte. «È molto ricco in zolfo e magnesio e possiede il doppio di manganese rispetto a quanto abbiamo visto finora», prosegue Squyres.


IPOTESI - Subito sono iniziate le ipotesi per tentare di dare una spiegazione al fenomeno. Secondo gli studiosi del Jpl le principali possibilità sono tre:

1 - Opportunity (che il 25 gennaio festeggia dieci anni su Marte), come si diceva, si è leggermente mosso e, dato che ha una ruota bloccata, potrebbe nel movimento fatto schizzare un sassetto (con la gravità ridotta di Marte è più facile) che è finito di lato proprio di fronte all’obiettivo della macchina fotografica

2 - nelle vicinanze c’è un piccolo «geyser» formato da gas che fuoriescono dalla superficie che può aver fatto spostare il sassolino, ma lo stesso Sqyures definisce questa ipotesi «poco probabile»

3 - Pinnacle Island può essere semplicemente rotolato giù da una roccia vicina


ALTRE POSSIBILITÀ - In rete sono subito apparse altre ipotesi interpretative. Tralasciando quelle più fantasiose sull’esistenza di esseri alieni, la più quotata è che il sassetto potrebbe essere un micrometeorite caduto nelle vicinanze oppure un sasso già sul terreno marziano proiettato dall’impatto del meteorite stesso.


QUALCOSA DI NUOVO - «Siamo confusi, però è proprio questo il bello della missione», conclude Squyres. «Quando pensiamo di aver finito, che non c’è più niente da scoprire in quel determinato posto, ecco che all’improvviso compare qualcosa di nuovo».

20 gennaio 2014

Mina lancia il suo canale YouTube

La Stampa

Un luogo esclusivo che raccoglierà 60 anni di successi


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Mina dialoga con il suo pubblico anche attraverso YouTube: nasce il canale MinaMazziniOfficial destinato a diventare, dopo una fase di di test, il luogo esclusivo che raccoglierà 60 anni di successi e i momenti salienti di una carriera da oltre 1400 brani e più di 150 milioni di dischi venduti. La linea editoriale sarà curata dalla stessa Mina che sceglierà performance e video da condividere con i fan. Spazio anche ai video dell'ultimo cd incluso il duetto con Fiorello Baby, It's Cold Outside.

Per lanciare e gestire MinaMazziniOfficial, l'artista si è affidata a BuzzMyVideos, il network internazionale di talenti su YouTube fondato e guidato da Paola Marinone, 35enne con un passato in Google. «Era da tempo che pensavamo di creare un luogo digitale dove passato, presente e futuro di Mina fossero riuniti e organizzati per il pubblico, non solo italiano», commenta Massimiliano Pani, figlio e collaboratore storico di Mina. «Ho incontrato Paola, con la quale abbiamo condiviso idee e sogni che speriamo diventino presto dei progetti concreti che riguardino il canale ufficiale di Mina su YouTube ma non solo».

La tradizione si fonde così con l'innovazione. Mina non tiene concerti dal vivo e non partecipa a trasmissioni tv da anni, decidendo di condividere la sua musica solo attraverso i suoi dischi. Il canale diviene così un'occasione unica per tutti i fan che, su youtube.com/minamazziniofficial, potranno non solo rivivere le interpretazioni più emozionanti, ma anche interagire grazie a iniziative che saranno lanciate in futuro.

Pezzopane (Pd): "Sterminiamo tutti quelli del centrodestra"

Libero

La presidente della Provincia dell'Aquila usa parole da "soluzione finale" parlando del centrodestra


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Una frase da brividi, che ha un po' il terribile e sconcertante sapore della soluzione finale. "Uniamoci e sterminiamoli tutti". Parole e musica della senatrice del Pd Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell'Aquila. La frase è stata gridata nel corso della manifestazione a sostegno di Massimo Cialente, il sindaco dell'Aquila costretto alle dimissioni per gli scandali sulla ricostruzione che lo hanno lambito, una manifestazione durante la quale i suoi sostenitori chiedevano all'ex sindaco di tornare sui suoi passi e in cui la Pezzopane non ha perso l'occasione per iniziare la campagna elettorale in vista delle prossime Regionali. Una frase sconcertante di cui ha dato conto Il Centro, quotidiano abruzzese, che ha sottolineato i "toni duri e melodrammatici" della senatrice. Pezzopane, la senatrice che vuole "sterminare" il centrodestra. Tutto.



Terremoto l'Aquila, l'ex assessore Lisi: "È stato un colpo di culo"

Libero


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Per l'assessore Ermanno Lisi il terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009 è stato "un colpo di culo". Parola di Ermanno Lisi, assessore comunale, che il 6 aprile del 2009 vedeva la sciagura che ha stroncato la vita di 309 persone come una possibile macchina per fare soldi.

L'intercettazione - E' il Fatto Quotidiano a raccontare della telefonata tra Lisi e Pio Ciccone, architetto aquilano: "Ormai l'Aquila si è aperta, tu non te ne stai a rende conto, ma le possibilità saranno miliardarie". "Io sto a cercà di prendere ste 160 case - continuava Lisi - se non lo pigli mo' non lo pigli più, questo è l'ultimo passaggio di vita, dopo sta botta hai finito, o le pigli mo'...". "O pigli mo' o non gli pigli più", risponde Ciccone. "Esatto", continua Lisi, "abbiamo avuto il culo di...". "Del terremoto!", interviene Ciccone. E Lisi conferma: "Il culo che, in questo frangente, con tutte ste opere che ci stanno, tu ci stai pure in mezzo, allora farsela scappà mo' è da fessi... è l'ultima battaglia della vita... o te fai gli soldi mo'...". "O hai finito", conclude Ciccone". Poi l'architetto fa notare all'assessore il pericolo di azioni giudiziare e Lisi ribatte: "Tengo paura fino a un certo punto, lo sai perché? Perché sto con la sinistra e bene o male, penso che la magistratura c'ha grossi interessi a smuove".

"Otto milioni di euro" - Ma non finisce qui. Un anno dopo Lisi parla al telefono sempre con Ciccone di un appalto concluso dall'azienda di Massimiliano Nurzia per lavori di puntellamento, sul piatto ci sono 8 milioni di euro: "Otto milioni di euro se sanno quante mazzette so'! Chi sa quanti lavori sta a fa! E chissà quante mazzette sta a piglià". Pochi giorni dopo incontrava Nurzia, e gli diceva: "Io sto in quelle amicizie, ricordatelo!". Il senso della frase lo spiega sempre a Ciccone: "Gli ho detto... in quella amicizia ci sto pure io! Io tengo all'amministrazione, mica cazzo tengo fuori, mica so' stupido! Ma non gli posso di' in maniera chiara... io so' chiaro quando parlo! Se è vero che ha fatto otto milioni di euro come dice Bolino... porco... ti devi inginocchiare! E devi andà a piagne! Otto milioni di euro, tre milioni sono netti!"



L'Aquila, indagine sulle tangenti post-terremoto: si dimette il sindaco Cialente

Libero

Scandalo sulla ricostruzione in città, dopo il vicesindaco Righi lascia anche il primo cittadino del Pd: possibile lo scioglimento dell'Assemblea e il voto il 25 maggio


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Il sindaco dell'Aquila Massimo Cialente si è dimesso: lo ha detto nel corso di una conferenza stampa indetta nel pomeriggio in via d’urgenza. E' l'ultimo capitolo di un terremoto politico diretta conseguenza del dopo-terremoto, quello vero dell'aprile 2009 che provocò 308 morti. Il sindaco del Pd aveva incassato appena un giorno fa la fiducia della propria Giunta, travolta dall'inchiesta su presunte elargizioni di tangenti da parte di alcune ditte addetta alla ricostruzione post sisma.

Al centro delle indagini il vicesindaco di Cialente, Roberto Riga, che si era subito dimesso. Lunedì inizieranno gli interrogatori di garanzia per le persone coinvolte nel ciclone giudiziario ma c'è anche l'aspetto politico da non trascurare: le dimissioni del sindaco potrebbero aprire la strada allo scioglimento anticipato dell'Assembela civica con il conseguente ricorso a nuove elezioni amministrative che potrebbero essere collocate nell’election day del 25 maggio in coincidenza con le europee e con le regionali in Abruzzo. 

"Ho dato tutto, ho perso" - "Ho riflettuto e ho deciso nell'interesse della città - è il commento a caldo di Cialente -. In fondo è stato lo stesso ministro Trigilia a dimettermi quando, in un'intervista il 9 gennaio, ha detto il Comune non chieda più soldi e, nello stesso giorno, in una riunione con il rettore dell'università aquilana, ha parlato di piano di rilancio dell'ateneo e di piano regolatore della città, senza il sindaco". A convincere al passo indietro Cialente, dunque, non sarebbero stati tanto gli scandali emersi in questi giorni quanto la sorta di "commissariamento" subito dall'alto.

"Abbandonare la nave potrebbe essere inteso come un gesto di colpevolezza - glissa il sindaco - ma non mi sento un ostacolo per la città. La lascio con un piano strategico e con la possiblità che arrivino nuove imprese, tenetevi stretta la ricostruzione e il cronoprogramma". Sulla questione giudiziaria, nessuna autocritica: "Chiedo scusa alle persone che in queste ultime ore hanno pregato di non mollare, ho retto finchè ho potuto. Sparisco per un po, mi arriveranno parecchie palate di sterco. Non sono stato tutelato neanche dall'Ordine dei giornalisti. Mi auguro che il nuovo sindaco ci metta la stessa passione e lo stesso coraggio, la stessa passione lo stesso amore, e la pietas nei confronti degli ultimi di questa città. Ho dato tutto e ho perso, chiedo scusa per aver perso".

Putin riabilita la Prima guerra mondiale E gli zaristi tornano nel Pantheon

La Stampa

anna zafesova

Con l’installazione della lapide in ricordo del generale Mikhail Drozdovsky, sull’ospedale a Rostov-sul-Don dove era morto, si apre una nuova epoca: con 100 anni di ritardo viene recuperata la memoria di quanto avvenne nel 1914-18, oggi funzionale alla tenuta politica del Cremlino


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Erano i cattivi della storia: Denikin, Kolchak e compagnia. I “bianchi”, i nemici della rivoluzione, fedeli allo zar, massacratori e traditori nei manuali scolastici e nell’immaginario della nazione. Ora, con l’installazione della lapide in ricordo del generale Mikhail Drozdovsky, sull’ospedale a Rostov-sul-Don dove era morto, si apre una nuova epoca, e in cantiere ci sono lapidi per l’ammiraglio Kolchak, il generale Denikin e Denisov. E’ una rivoluzione nel passato imprevedibile della Russia, con i nomi delle persone che figuravano sulle mappe della guerra civile accanto alle frecce in blu (quelle rosse erano ovviamente dei “buoni”, i bolscevichi) incisi nel marmo come gli eroi, patrioti che avevano combattuto valorosamente nella prima guerra mondiale, con un velo di silenzio sulla parte che avevano scelto invece nella guerra civile.

I manuali di storia sono di nuovo da riscrivere, per volere di Vladimir Putin che nel 2012 ha deciso di reintrodurre nella memoria dei russi la prima guerra mondiale. Una “grande guerra”, “cancellata immeritatamente dalla nostra memoria storica per motivi ideologici e politici”, ha detto il presidente russo, molto impegnato dopo il suo terzo ritorno al Cremlino a costruire i “pilastri spirituali” della nazione. In effetti, la prima guerra mondiale per i russi è praticamente inesistente. Per decenni gli è stata insegnata come la guerra imperialista dello zar, al massimo un preludio alla rivoluzione del 1917.

I papaveri, i memoriali in ogni città, i giorni della memoria come in molti Paesi europei, non fanno parte del sentire russo, così come lo shock della “generazione perduta” per la crudeltà del primo grande tritacarne del ’900. Per i russi la “Grande” guerra è la seconda, per la precisione solo quella sua parte, dal 1941 al 1945, che riguarda il loro scontro con Hitler, è quello il ricordo del dolore e della gloria, della paura e del sacrificio. La prima guerra mondiale è praticamente inesistente nel ricordo, anche perché fu un disastro, che la Russia pagò con un milione e mezzo di vite umane, perdita di territori e fine dell’impero, con i protagonisti del conflitto che si lanciavano in un conflitto fratricida tra “rossi” e “bianchi”.

Ora viene recuperata con 100 anni di ritardo: oltre alle lapidi ai protagonisti, viene introdotta la “Giornata della memoria”, il 1 agosto, data nella quale alla Collina degli Inchini di Mosca – luogo storico della guerra contro Napoleone del 1812 e parco monumentale finora dedicato esclusivamente alla vittoria sui nazisti del 1945 – verrà inaugurato il primo monumento ai caduti del 1914-18. Un recupero di un pezzo di storia perduta che si colloca in un caos di lapidi e statue: nel dicembre scorso è stata rimessa al suo posto la targa sul palazzo dove abitava Leonid Brezhnev, sul palazzo del Kutuzovsky prospekt 26, tolta negli anni 90. Stanno per tornare al loro posto le targhe di Cernenko, Krusciov e tutti gli altri big della storia sovietica, promossi con entusiasmo dal capo del dipartimento della cultura di Mosca Serghei Kapkov, idolo dei giovani alla moda della capitale in quanto ideatore di una serie di progetti “cool”.

Per qualcuno è il segno di un tentativo di riconciliazione nazionale di un Paese rimasto per troppo tempo spaccato, un modo per recuperare la storia senza più censure, imbarcando buoni e cattivi. Per altri la “riabilitazione” degli eroi monarchici è funzionale al nuovo corso di Putin: patrioti fedeli allo zar, conservatori con un occhio al panslavismo e alla santità ortodossa, difensori di un impero in disfacimento. Nel 2014 arriverà nelle scuole russe il nuovo manuale di storia “unico” voluto dal presidente, che smorza sia i meriti della rivoluzione di Lenin che i crimini di Stalin, mentre la tv di Stato continua a produrre fiction patinate sul passato sovietico, e il comune di Mosca intitola una via a Hugo Chavez. Gli eroi anti-comunisti andranno ad affiancarsi nel pantheon dei bronzi ai numerosi Lenin che abitano le piazze di ogni città russa, in una confusione totale dove ciascuno alla fine sarà libero di scegliersi i santi, i poeti e i condottieri da omaggiare.

La Sanità scopre di avere i conti in ordine ma curarsi adesso è diventato un lusso

La Stampa

giuseppe bottero

Rapporto Bocconi: a livello nazionale la differenza tra entrate e uscite si è azzerata


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Sorpresa numero 1: per la prima volta dopo anni la zoppicante Sanità italiana scopre di avere i conti in ordine. Nonostante i vincoli sempre più stringenti, infatti, negli ultimi mesi il disavanzo è stato sostanzialmente azzerato. Sorpresa numero 2: a fronte di una spesa pubblica che ha smesso di crescere non c’è, come ci si poteva aspettare, un balzo nei consumi privati.
Anzi, il settore chiude con il segno meno. Risultato: negli anni della crisi gli italiani sono stati costretti a tagliare sulla salute, anche sui servizi che, prima, sarebbero sembrati essenziali. Il calo è evidente soprattutto al Sud, dove per le tradizionali debolezze amministrative il sistema è più debole.

A fotografare l’Italia a due velocità è il rapporto «Oasi 2013», redatto da Cergas e Sda Bocconi che accende un faro sui consumi privati, che valgono il 20 per cento (quasi 28 miliardi di euro su 138) della spesa totale ma, spesso, sfuggono dai riflettori. In testa alla classifiche per spesa sanitaria privata pro capite c’è il Trentino Alto Adige, poi il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Seguono Emilia Romagna e Lombardia. Tutte Regioni le cui strutture pubbliche stanno nella parte alta delle pagelle dell’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

Un bene prezioso
«La spesa sanitaria delle famiglie ha un comportamento molto simile a quello dei beni di lusso», ragiona Mario Del Vecchio, direttore del Master in Management per la Sanità dell’università milanese. Chi può spende, chi non ce la fa arranca, e il divario tra le Regioni aumenta. La visita dal dentista, per esempio, rischia di trasformarsi in un miraggio, nonostante l’avanzata delle catene low cost. Un mercato che, certifica il Censis, «crescerà del 25% l’anno». Con tutti i rischi del caso. Va meglio, molto meglio, per quanto riguarda i farmaci: più della metà della spesa privata finisce in beni e non in servizi. 

Da paziente a cliente
Per capire come cambia lo scenario bisogna spogliarsi della vecchia immagine del paziente che si mette in coda per un malanno e aspetta il responso del medico. I confini del settore sono sempre più estesi, sfumati. «L’individuo - spiega Del Vecchio - viene considerato nella sua totalità». Le barriere tra sanità e benessere sono crollate, e questo spiazza l’Ssn. «Non possiamo più parlare genericamente di sistema sanitario», prosegue.

L’identikit
La spesa media pro capite, spiega il rapporto Oasi, aumenta con l’età della persona, ed è comprensibile, e diminuisce con il numero di figli. Oltre alle questioni di budget, suggeriscono gli economisti della Bocconi, il motivo della stretta va cercato nelle teste: l’investimento nella salute infatti è diventato il frutto di una decisione presa a livello familiare. A spaventare gli esperti è quello che, in gergo tecnico, si chiama «undertreatment», ovvero il taglio netto dei servizi, che rischia di esplodere nei prossimi anni. 

Il fai-da-te
Per sistemare i bilanci inoltre la scure si è abbattuta anche sulle infrastrutture e le tecnologie. «Tra 5 anni ci accorgeremo di aver accumulato un disavanzo nascosto» si legge nel rapporto. A segnalare un sistema socio-sanitario sempre più in difficoltà il rapporto accende un faro anche sul «welfare-fai-da-te» sempre più in espansione, tant’è che ormai le badanti superano di gran lunga i dipendenti di Asl e ospedali, attestandosi a circa 774mila contro 664mila.

Vaticano, l'ex capo delle Guardie Svizzere: "Lobby gay un pericolo per il Papa"

Libero

Le dichiarazioni choc di Maeder, comandante dal 2002 al 2008: "Lobby omo così potente da poter attentare al Papa. Sono una sorta di società segreta"


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Una dichiarazione choc, quella di Elmar Maeder, 51 anni, svizzero del Canton San Gallo che dal 2002 al 2008 comandò le guardie del Papa. "In Vaticano - afferma - c'è una lobby gay talmente potente da essere pericolosa per la sicurezza del Pontefice". Così in un'intervista pubblicata sul settimanale elvetico Schweiz am Sonntag. Maeder denuncia il potere degli ambienti omosessuali nella Santa Sede. "Dell'esistenza di quella lobby gay - prosegue - posso parlare per esperienza personale". L'ex comandante delle Guardie Svizzere aggiunge di aver messo in allerta i suoi uomini, intimando loro di stare attenti a certi esponenti della curia che ha definito particolarmente "lascivi". "Il problema - aggiunge Maeder - è che questa rete è composta di persone talmente fedeli, l'una all'altra, da costituire una sorta di società segreta", che sarebbe, lascia intendere, ancor più forte della stessa istituzioan vaticana.

Voci sulle molestie - L'ex capo delle Guardie Svizzere aggiunge altri particolari: "Per questi motivi, se avessi scoperto che uno dei miei uomini era gay, mai e poi mai gli avrei consentito di fare carriera. Anche se, per me, l'omosessualità non costituisce un problema, il rischio di slealtà sarebbe stato troppo elevato", sostiene. Delle frasi pesanti, pesantissimi, anticipate già due settimane fa sulla stessa rivista da una delle guardie svizzere che aveva servito ai suoi ordini. Il primo testimone, che ora ha abbandonato la divisa, ha raccontato di aver subito delle molestie da parte di un esponente della Segreteria di Stato vaticana e da parte di un Cardinale. Quest'ultimo, in particolare, lo avrebbe chiamato di notte sul cellulare per invitarlo nella sua stanzza. A far da contraltare alle dichiarazioni di Maeder, arrivano le parole dell'attuale portavoce della guardie vaticane, Urs Breitenmoser: "Le voci di una rete gay all'interno del Vaticano non sono un nostro problema. Le preoccupazioni dei nostri uomini sono, esclusivamente, di natura religiosa e militare", ha concluso. 



Vaticano, un altro scandalo: la Santa Sede nasconde gli evasori

Libero

Una deputata grillina presenta un'interrogazione a Saccomanni e lancia un appello al Papa: faccia chiarezza


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Nonostante il nuovo corso impresso da Papa Francesco, ci sono ancora molte cose cose da mettere a punto in Vaticano. Sul Fatto in edicola oggi, sabato 7 deicembre, si parla di come il Vaticano nasconde all'Italia migliaia di evasori fiscali. Secondo il quotidiano diretto da Antonio Padellaro l'autorità di informazione finanziaria della Santa Sede "si rifiuta di collaborare con l'Agenzia delle Dogane" e nega il lungo elenco di persone che hanno prelevato importi consistenti in contanti dallo Ior

I numeri dello scandalo -  Una deputata grillina, Silvia Chimenti, ha presentato un'interrogazione parlamentare firmata da una dozzina di colleghi del Movimento Cinque Stelle in cui, sostanzialmente, si chiedono chiarimenti al ministro dell'Economia Fabrizio saccomanni. Da un'indagine fatta da Marco Lillo, giornalista del Fatto, emerge che in due anni ci sono 3696 dichiarazioni non presentate per "altrettantio flussi che violano la legge dal Vaticano verso l'Italia". Nel maggio del 2013 l'Autorità d'informazione finanziaria della Città del Vaticano ha pubblicato il primo rapporto annuale 2012 sulle attività per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo in cui è stato reso noto il numero delle dichiarazioni valutarie ricevute, in ingresso e in uscita dalla Città del Vaticano negli anni 2011 e 2012". Da questi dati vieni fuotri che nel 2011 ci sono state 658 dichiarazioni in entrata (da Italia a Vaticano) e 1894 in uscita (da Vaticano a Italia) mentre nel 2012 ci sono statre 598 dichiarazioni in entrata e 1782 in uscita per l'Italia.

Ma questi dati non corrispondono con quelli resi noti dalla Dogana Italia. Invece, dovrebbero coincidere perfettamente perché ogni volta che qualcuno esce dal Vaticano con un importo superiore a 10mila euro deve dichiararlo prima alla Dogana italiana e poi all'Aif dello Stato Vaticano.- Seconmdo l'Agenzia delle Dogane ci sono state solo tre dichiarazioni in ingresso in italia nel 2011 contro le 1894 e nel 2012 quattro dicharazioni contro le 1782. I correntisti che hanno prelevato allo Ior soldi sono stati costretti a riempire il modulo della dichiarazione in uscita perché altrimenti non avrebbero avuto i soldi dalla banca vaticana. In Italia però hanno preferito rischiare piuttosto che dichiarare il contente.

L'appello al Papa - Silvia Chimenti, ricorda il Fatto, ha lanciato un appello al Papa: Il ministero dell'Economia conferma in pieno i nostri sospetti: c'è un disallineamento totatle tra il numero di dichiarazioni in entrata e in uscita traVaticano e Italia. A questo punto rivolgiamo un appello a Papa Francesco che ha già dimostrato la sua volontà di voltare pagina e di improntare il suo pontificato alla massima trasparenza.



Vaticano, confessione choc di una guardia svizzera: "Molestato da cardinali e vescovi"

Libero

 

In un'intervista ad un settimanale svizzero, il gendarme accusa i prelati: "Volevano che andassi nelle loro stanze. Mi chiamavano di notte"


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Un altro scandalo in Vaticano. Un`ex guardia svizzera ha raccontato di aver ricevuto almeno una ventina di richieste sessuali da parte di preti, cardinali e vescovi mentre era in servizio in Vaticano. L'intervista choc è stata rilasciata al domenicale di Basilea, “Schweiz am Sonntag”, ed è stata ripresa da tutti i media della Confederazione Elvetica, compreso Ticinonline. L`ex guardia ha raccontato al domenicale di una telefonata in piena notte di un alto prelato che lo invitava ad andare nella sua stanza e di un biglietto d`invito a cena di un vescovo accompagnato da una bottiglia di whisky. L`uomo ha avvertito i superiori che però non avrebbero dato seguito alle sue denunce. Intervistato dal giornale, il portavoce della Guardia Pontificia, Urs Moser non ha voluto commentare i fatti denunciati. “I pettegolezzi di una lobby gay in Vaticano non ci riguardano -ha detto- le uniche preoccupazioni delle guardie sono di natura religiosa e militare”.

Tenerife, paradiso dei pensionati: vita da ricchi con 1.000 euro

Libero

Esiste un posto dove bastano 70 euro per tutte le bollette, e dove l'Iva è al 5%: le Canarie. E così, già 400mila italiani over 60...


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Roma-Tenerife sola andata: sono molti i pensionati italiani in fuga dal loro Paese alla ricerca di un luogo dove vivere un’esistenza dignitosa. E l’arcipelago delle Canarie, dichiarato nel 1994 «zona economica speciale», è diventata una delle mete preferite per decine di migliaia di connazionali. Tasse molto più lievi rispetto alle nostre a cominciare dal 4% sugli utili d’impresa, rispetto al  25% del territorio continentale della Spagna a cui l’arcipelago appartiene, perfino nelle località turistiche più frequentate offre condizioni di vita migliori pi chi l’abbia eletto a buen retiro.
Il fenomeno va ben oltre i casi isolati. Sono quasi 400mila i  nostri connazionali pensionati che, negli ultimi anni, hanno abbandonato, dopo la vita lavorativa, anche la terra d’origine. Per ricominciare una vita nuova indossando bermuda e infradito. E spendendo fino a un terzo di quanto costerebbe la vita nel Belpaese. Così una pensione  che da noi  sarebbe appena sufficiente  per sopravvivere, in molte località tropicali, in Asia come nei Caraibi, ma pure nei possedimenti d’Oltremare dei Paesi europei, consente di  godersi quel che rimane da vivere in qualche paradiso terrestre a basso costo.

A descrivere quel che rischia di diventare un un fenomeno di massa è un'indagine di Latitudes Travel Magazine la più nota testata online dedicata ai viaggi e al turismo. Ebbene, le mete più gettonate dai pensionati italiani iscritti all'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero), sono il Marocco e la Tunisia, in cui risiedono circa tremila nostri connazionali, dove il clima è mite, la copertura sanitaria completa e con circa 400 euro mensili si conduce una vita agitata. La Tailandia e le Filippine, dove rispettivamente risiedono circa duemila e mille italiani, offrono numerose  località da sogno dove per vivere sono sufficienti 500 euro mensili. Nella lista delle mete preferite non potevano mancare i Caraibi, ad esclusione di Cuba per le difficoltà politiche e burocratiche.

Obiettivo Caraibi
Due sono i Paesi più amati dagli italiani che decidono di stabilirvisi:  la Repubblica Dominicana, scelta da oltre cinquemila pensionati italiani, e il  Costa Rica, che ne conta circa quattromila, grazie all'ottimo clima ma soprattutto i bassi costi della vita. La maggioranza degli italiani over 60 che sposta la residenza all’estero, però, sceglie comunque una località appartenente all’Unione europea. in questo senso hanno deciso ben 225mila nostri connazionali anziani. Ben 13mila ora abitano in Spagna e circa 10mila in Grecia. Escludendo le località turistiche e le grandi città dove il costo della vita è sì inferiore al nostro ma comunque elevato, In questi due Paesi con un reddito di mille euro al mese si riesce a condurre una vita agiata. E ne possono bastare anche meno per campare più che dignitosamente, senza dover accettare rinunce mortificanti.

E proprio le Canarie offrono condizioni particolarmente vantaggiose. Grazie al regime fiscale accordato con Decreto regio alla «Zona especial Canaria» un pensionato con un assegno di 1000 euro mensili ne prenderebbe 1.140. L’Iva è al 5%, un litro di benzina  si paga 1,08 euro, le Marlboro 2 euro e 30 cent e si mangia al ristorante, parliamo di un pasto completo inclusa la birra, gli antipasti e il digestivo con 10 euro e mezzo. L’importante è tenersi lontani dai locali per soli turisti dove i prezzi sono decisamente più alti. Senza contare l’azzeramento per il costo del riscaldamento: a quella latitudine (in prossimità del 28° parallelo, dunque più vicino all’equatore de Il Cairo) termosifoni, caldaie e trapunte sono del tutto sconosciute.

Per chi osa di più
Ma per chi è disposto a osare di più ci sono Paesi in cui si può stare bene anche con 500 euro. Il Venezuela ad esempio, a condizione di accettare però un alto tasso di criminalità. Lo scorso anno è assurto ai fasti delle cronache il caso di un ex agente della Polizia di Stato andato in pensione anticipata per cause di servizio con un assegno di 1600 euro. Un po’ pochino se hai moglie a carico e casa da mantenere. Così Giorgio, 56 anni, romano di origine ma pisano d’adozione decide di mollare tutto e trasferirsi a Isla Margarita, uno dei posti più belli del Venezuela dove lo stipendio medio raggiunge a fatica l’equivalente dei 200 euro. Così l’ex poliziotto si è pure comperato una barca e cena fuori con la moglie una sera sì e una no. L’auto ha deciso di non comperarla perché per gli spostamenti prende il taxi che non gli costa mai più di 3 o 4 euro a corsa. Ma se non avesse rinunciato alle quattro ruote ne avrebbe potuta fare di strada: la benzina là costa appena 11 centesimi al litro.

di Attilio Barbieri

Il «tesoretto» dei falsi poveri rom sequestrati beni e gioielli per 2 milioni

Corriere della sera

Grazie alle false attestazioni di indigenza, fruivano di alloggi e utenze a carico del Comune, senza dover pagare nulla


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ROMA - Rom con conti correnti milionari, ma che per ottenere gli aiuti comunali apparivano nullatenenti. Era già accaduto nel marzo 2013, quando la polizia municipale della Capitale aveva analizzato le posizioni reddituali di 3.500 nomadi, ora la situazione si ripete: uguale. Il comando provinciale di Roma della Guardia di Finanza ha sequestrato a 20 persone - tutte di etnia Rom, residenti presso i vari campi nomadi autorizzati della Capitale - beni per circa 2 milioni di euro. E’ il «tesoretto» dei falsi poveri

II Denaro contante, libretti di deposito, obbligazioni e numerosi gioielli preziosi custoditi in cassette di sicurezza: ufficialmente i rom risultavano indigenti, tanto che fruivano di alloggio ed utenze (acqua, elettricità e gas) gratuite a carico di Roma Capitale, oltreché dell’esenzione dalla tassa sui rifiuti. Ma la loro posizione contrastava con alcuni indizi, come la presenza di auto di lusso nei campi. Come nel marzo scorso, quando i controlli incrociati dei vigili urbani - con la collaborazione delle Poste- portarono alla scoperta di beni e contante per quasi 10 milioni di euro, ora il Campidoglio dovrà sospendere gli aiuti alle famiglie coinvolte nel caso delle false dichiarazioni di indigenza.

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PERICOLOSITA’ SOCIALE - Il patrimonio scoperto dai finanzieri era decisamente sproporzionato e non giustificato dai redditi dei rom che, invece, annoverano numerosi precedenti per gravi reati quali furto, ricettazione, armi, rapina, falsificazione di denaro, false identità. Gli elementi raccolti dalle Fiamme Gialle hanno permesso alla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma di emettere 20 provvedimenti di confisca dei beni già sottoposti a sequestro, sulla base della manifesta sproporzione fra il patrimonio posseduto ed i redditi dichiarati al Fisco, nonché, si legge in una nota «della conclamata pericolosità sociale dei proprietari, trattandosi di pregiudicati responsabili, negli anni, di numerosi episodi criminosi: furto, ricettazione, false attestazioni dell’identità personale, rapina, falsificazione di monete, porto e detenzione abusiva di armi».

20 gennaio 2014





I falsi poveri dei campi rom con i soldi alle Poste

Corriere della sera


Analizzate 3.500 posizioni: scoperti conti correnti, libretti di risparmio e titoli per quasi 10 milioni. Decine di denunce


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ROMA - Sulla carta - nelle dichiarazioni sottoscritte al momento di entrare nei campi autorizzati - sono nullatenenti, o quasi. Famiglie indigenti, senza mezzi di sostentamento. Tanto da dover chiedere - e poi ottenere - un alloggio (un modulo abitativo, un container, con luce e acqua) al Comune in uno degli insediamenti attrezzati (i Villaggi di solidarietà del Piano nomadi). Un quadro di disperazione e bisogno di assistenza immediata, come quello di centinaia di persone che vivono negli accampamenti abusivi, che tuttavia contrasta con ciò che la polizia municipale ha scoperto nei giorni scorsi, analizzando 3.500 posizioni di nomadi residenti proprio nei campi autorizzati: il controllo incrociato fatto dai vigili urbani con la collaborazione delle Poste ha portato alla scoperta di conti correnti, libretti di risparmio e deposito titoli per quasi 10 milioni di euro.

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Un tesoretto non segnalato - sulla cui provenienza sono in corso accertamenti - intestato solo a un'ottantina di persone. Sono loro (di varie nazionalità, soprattutto dalla ex Jugoslavia, ma anche molti italiani, nati proprio a Roma) al centro dell'indagine della Municipale, scattata su ordine del Comune, che ha portato a decine di denunce in procura per truffa ai danni di Roma Capitale, falso e uso di atto falso per aver indotto in errore la pubblica amministrazione nella concessione dei moduli abitativi a chi in realtà non ne aveva bisogno.

«Saranno tutti espulsi e gli alloggi ridistribuiti a chi ne ha davvero bisogno - annuncia il sindaco Gianni Alemanno -. Quest'indagine rappresenta anche un segnale per chi fino a oggi è riuscito a nascondersi e d'ora in poi, grazie all'anagrafe della comunità nomade che ci ha permesso di approfondire alcune posizioni, non potrà più farlo. Ma - conclude il sindaco - serve una legge regionale per regolare gli accessi ai servizi sociali». Nel corso dell'indagine i vigili urbani, coordinati dal comandante Carlo Buttarelli e dal vice Antonio Di Maggio, hanno setacciato i campi autorizzati alla ricerca degli intestatari di quei conti correnti non dichiarati al momento della richiesta dei container e dell'assistenza alloggiativa gratuita del XIV Dipartimento politiche sociali del Comune.

E visto che i denunciati sono decine, altrettanti sarebbero i moduli abitativi - dal campo in via di Salone al Collatino a quello della Barbuta al confine con il comune di Ciampino - che, stando ai risultati dell'indagine, sono stati assegnati sulla base di false dichiarazioni. Nullatenenti - e in alcuni casi anche nullafacenti - che tuttavia sono intestatari in media di conti postali superiori a 100-200 mila euro e di veicoli, anche di grossa cilindrata, ma che - sempre secondo i riscontri della Municipale - non hanno mai voluto saperne di lasciare l'alloggio gratuito assicurato dal Comune per loro e per i familiari. Ma ci sarebbe di più. In alcuni casi, infatti, gli stessi personaggi avrebbero presentato domanda per una casa popolare.

Rinaldo Frignani26 marzo 2013 | 8:41

Papa Francesco, la verità su Olocausto e Vaticano: «Aprirà gli archivi»

Il Mattino

di Chiara Graziani


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Roma. Nel museo della Shoah, lo Yad Vashem, c'è la foto di un papa. Nella galleria dei cattivi. Pio XII, un grande papa per la Chiesa che lo avvia alla canonizzazione ma per Israele - al contrario - il papa che avrebbe consentito, con il silenzio, il consumarsi della strage di innocenti. Giovanni Paolo II l'aveva detto: «Vedrete, quando si potranno aprire gli archivi vaticani». Quel momento, il momento della verità, pare sia arrivato. Stando almeno alle rivelazioni del Sunday Times che pubblica una conversazione con Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico di Buenos Aires. Skorka è da tempo, e sinceramente, amico di papa Bergoglio. I due hanno anche scritto un libro insieme. Skorka è, insomma, una fonte molto qualificata sul dossier archivi vaticani.

«Credo che aprirà gli archivi - ha dichiarato Skorka - la questione è molto delicata e dobbiamo continuare ad analizzarla». Va analizzata anche nei suoi aspetti pratici. Quel che accadde con la santa Sindone, altra operazione verità (seppure con risvolti e significati totalmente differenti) non deve accadere. Occorrono commissioni di studiosi, occorrono criteri di accesso, occorre stabilire dei vincoli, dei doveri, le sedi di dibattito e di sintesi. Roba lunga. Ma la volontà, dice il rabbino, c'è. A smuovere la pratica anche il processo di canonizzazione di Pio XII. Visto che scatena la reazione, se non il vero e proprio veto, di ampi settori del mondo politico e religioso israeliano e delle comunità ebraiche, il passato deve essere giudicato in maniera autorevole ed accettabile per tutti. Papa Francesco aveva già detto di desiderare la verità. E che la Chiesa non ha alcun motivo di temerla. Un altro passo avanti è stato fatto.

 
domenica 19 gennaio 2014 - 18:05   Ultimo aggiornamento: 20:47

Ritrova il suo gatto grazie a Facebook

Corriere della sera

Il micio tre anni fa era caduto dal balcone e aveva fatto perdere le sue tracce. Ha risposto al suo vecchio nome «Ciro»


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Il gatto CiroCaduto dal balcone e sparito nel nulla, un micio di nome Ciro ritrova la famiglia dopo tre anni grazie a Facebook. A raccontare la storia incredibile sono le volontarie del rifugio monzese, Gattolandia. Ciro detto Connor, questo è infatti il nome che il micione bianco e nero ha avuto per tre anni, era caduto dal balcone, in una giornata di primavera di tre anni fa. Ferito e spaventato s’era nascosto nella campagna, vicina a casa. E di lui s’erano perse le tracce, nonostante la proprietaria avesse proseguito nelle ricerche, tappezzando il quartiere con il suo ritratto, inconfondibile per i colori bianco e nero a formazione di scacchi sul musino.

Esattamente un anno dopo la scomparsa, una gattara ha soccorso un felino che stava ai margini di una colonia. L’ha curato aiutata da una veterinaria, accudito con pappe speciali. Il micio era visibilmente sofferente e malandato. Tanto malmesso che, dopo aver tentato e ritentato di farlo accettare dalla colonia di gatti selvatici, l’ha portato al rifugio. «Da solo non sarebbe sopravvissuto e la gattara ha intuito che era un gatto casalingo», spiega Manuela, volontaria di Gattolandia.

Undici mesi dopo l’arrivo nel rifugio, Connor ancora non aveva richieste di adozione. Per questo le volontarie hanno postato le sue immagini sulla pagina Facebook. «Quando la proprietaria è arrivata e l’ha chiamato, Ciro, il micione si è illuminato e s’è tirato su. Un’emozione irripetibile, per tutte noi».

20 gennaio 2014

Lavavetri ai semafori, la solidarietà più difficile

Corriere della sera

di LUCA GOLDONI

Siamo troppo nevrotizzati per aver voglia di dimenarci sul sedile alla ricerca di moneta


A volte per ottenere una gentilezza bisognerebbe saper scegliere il momento giusto. E invece (ormai è diventato un copione fisso) appena ti fermi a un semaforo spunta il lavavetri anche se c’è il bello secco, il sudanese con gli accendini, il profugo col pezzo di cartone scritto in una lingua che assomiglia vagamente all’italiano. Se hai qualche spicciolo a portata di mano abbassi il vetro, se non lo hai abbozzi un cenno di diniego senza guardarlo in faccia. Mi domando perché nei loro centri assistenza non gli spiegano che, per strappare un obolo, hanno scelto la situazione peggiore: il semaforo è la negazione della solidarietà. Ci si arresta già irritati perché spesso chi ti precede, in prossimità del verde, rallenta misteriosamente invece di darsi una mossa e consentirci di attraversare l’incrocio.

Poi ci sono i ciclisti che s’incuneano e formano una barriera davanti a tutti. Poi è uno di quei maledetti semafori che (l’hai cronometrato o almeno te ne sei convinto) ti dà una manciata di secondi per passare e concede invece il doppio alle auto che arrivano dalla via perpendicolare. Infine, quando viene il via libera, c’è sempre il tizio che si è messo a leggere il giornale o a cianciare col telefonino e bisogna dargli la classica e fastidiosa strombazzata col clacson. Insomma, siamo troppo nevrotizzati per aver voglia di dimenarci sul sedile alla ricerca di moneta.

Ripeto: perché nessuno gli suggerisce di cercare situazioni e luoghi più propizi al buon cuore? Per esempio all’uscita dei reparti maternità. Oppure all’università in tempo di lauree. O all’ufficio «oggetti ritrovati». Oppure ai depositi comunali dove ci attende l’auto rubata e recuperata. O ancora vicino ai botteghini del Lotto, dove c’è chi ha vinto e chi ha appena giocato e crede nella scaramanzia di un’elemosina. O all’uscita degli stadi, dove c’è sempre qualcuno che esulta, da una parte o dall’altra.

Insomma, studino le circostanze in cui siamo distesi, allegri, magari felici, propensi a trasformare in spiccioli il nostro buonumore. E lascino perdere i semafori dove siamo tesi e contratti come sulla griglia di un Gran Premio. Bisognerebbe poi insegnare un’altra forma di solidarietà: quella di destinare gli oboli a qualche associazione di volontariato che si occupa dei disperati che popolano gli incroci stradali. Un aiuto concreto e organizzato è certamente da incoraggiare da una parte e dall’altra: perché spesso c’è una banda di sfruttatori che lucra alle spalle degli uomini dei semafori. E una di quelle associazioni di volontariato che si dedicano al reinserimento di chi porta in giro la sua disperazione può certamente svolgere un’azione concreta che vale più di tante elemosine.

Addio all'era Berlinguer e alla superiorità morale"

Stefano Zurlo - Lun, 20/01/2014 - 08:08

Il politologo Gianfranco Pasquino sull'incontro del Nazareno: "Così la sinistra archivia la demonizzazione dell'avversario"

Il complesso di superiorità della sinistra può finalmente andare in archivio. Con l'incontro Renzi-Berlusconi finisce un'epoca lunghissima: quella che va da Togliatti a Berlinguer, fino ai nostri giorni.


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Gianfranco Pasquino, politologo illustre e dal curriculum chilometrico - professore a Bologna per quarant'anni, direttore di una rivista prestigiosa come Il Mulino, senatore della Sinistra indipendente - è appena uscito dallo stadio di Reggio Emilia dove ha seguito la vittoria del suo Torino, ma trova il tempo per rispondere alle domande del Giornale. E sottolineare il passaggio storico che l'Italia sta attraversando.

Professore, che cosa rappresenta il meeting fra il segretario del Pd e il Cavaliere?
«Certamente è il segnale che qualcosa è cambiato».

Renzi ha messo nell'armadio il complesso di superiorità?
«Renzi ragiona con altri criteri e segue altre procedure. Finisce quell'epoca, anche se, intendiamoci, certi atteggiamenti sono duri a morire e proseguiranno dentro il Pd e a sinistra».

La superiorità impediva il dialogo...
«Il complesso di superiorità aveva una lunga storia. Ed era di due tipi».

Quali?
«La superiorità era politica e non a caso Togliatti veniva chiamato il Migliore. Poi con Berlinguer arrivò anche la superiorità morale: i dirigenti del vecchio Pci pensavano di essere fatti di un'altra pasta rispetto agli avversari. Dunque il complesso era doppio».

Fu quel complesso a portare alla scomunica di Berlusconi?
«Beh sì, la sinistra diceva: Berlusconi è un parvenu. Dunque, declinava la propria differenza politica. Poi aggiungeva: Berlusconi è un affarista, dunque anche sul piano morale c'era un abisso. Però...».

Però?
«Berlusconi rispose rovesciando i concetti e attaccando i comunisti e i postcomunisti: le loro radici erano in Unione Sovietica, affondavano nella storia del totalitarismo, insomma avevano alle spalle un passato non proprio edificante».

Vent'anni di reciproche demonizzazioni?
«Non c'è dubbio. E non si può contestare il fatto che l'atteggiamento della sinistra abbia favorito il Cavaliere».

Addirittura?
«Sì, nel senso che si è andati allo scontro frontale: Berlusconi contro tutti. E l'antiberlusconismo ha tenuto in vita Berlusconi».

Risultato: l'Italia bloccata.
«Sì, ma non solo per le asprezze del confronto. Diciamo che molti difendevano lo status quo perché faceva loro comodo. Una volta ho detto che c'erano rendite di posizione e rendite di opposizione. Il sistema bloccato faceva comodo a tutti. O quasi».

Renzi?
Renzi ha altri criteri. Per Renzi il complesso, il doppio complesso, è irrilevante».

Non lo considera?
«È lui a decidere chi incontrare e chi no. Il resto, compresa la storia del partito, non gli interessa. Del resto Renzi non è un ex comunista ma semmai un ex democristiano. Ma c'è di più».

Che cosa?
«Renzi ha alcuni tratti in comune con il Cavaliere».

Ce li espliciti, professore.
«Anche lui cerca le masse, il popolo».

Renzi sta berlusconizzando la sinistra? «È una tesi che non scarterei».

Se la demonizzazione non c'è più, arriveremo presto a realizzare le ormai indilazionabili riforme?
«Un attimo. Sarei cauto. I prossimi passi non sono scontati. Dobbiamo vedere cosa accadrà alla Camera e al Senato nella pancia del Pd. Sappiamo che i gruppi parlamentari sono in buona parte a trazione bersaniana e non renziana».

Potrebbero esserci sorprese?
«Non lo sappiamo. Certi atteggiamenti, certa saggistica, certi articoli di giornale non finiranno certo con l'incontro di sabato. Però va anche detto che già le larghe intese avevano dato un colpo formidabile a questo apartheid nei confronti del Cavaliere».

È quel che Renzi ha rinfacciato a chi si metteva di traverso.
«Sì, però lì c'era la mano di Napolitano e non era ancora arrivata la condanna definitiva di Berlusconi».

In conclusione, volteremo pagina? «Non lo so. Ma è una domanda che rivolgerei anche all'elettorato berlusconiano. È finita anche la demonizzazione nei confronti della sinistra?».

La sorella di Sordi denuncia: "Quei finti parenti? Avvoltoi"

Nino Materi - Lun, 20/01/2014 - 08:50

Quaranta presunti familiari dell'attore decisi a impugnare il testamento: "Anche a noi tocca qualcosa". Ma Albertone ne ha sempre ignorato l'esistenza

Il brutto affare dell'eredità Sordi è una summa di alcuni suoi film: Un giorno in pretura (per via degli strascichi giudiziari), I magliari (per via di certi personaggi controversi che millantano «stretti rapporti» con l'attore scomparso), Io so che tu sai che io so (per via delle tante bugie e verità nascoste che faranno rigirare l'Albertone nella tomba).


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Ma, soprattutto, L'arte di arrangiarsi (per via dei tanti avvoltoi che stanno cercando di mettere le mani sull'ingente patrimonio dell'attore). Sì, «avvoltoi», lo stesso termine usato dall'anziana sorella di Sordi, Aurelia, che mai avrebbe pensato di dover far fronte a un'orda scatenata di presunti parenti - più o meno «acquisiti» - ognuno dei quali ambisce oggi a mettere le mani almeno su un pezzetto del tesoro sordiano. Chi ha avuto modo di vedere la signora Aurelia, 96 anni, giura che la sua espressione serena è ormai scomparsa da un pezzo, trasfigurata in una maschera di lacrime e dolori. Ieri l'ennesimo colpo di grazia a mezzo stampa. Trova infatti piena conferma l'indiscrezione pubblicata ieri dal Fatto Quotidiano, secondo cui sarebbero «circa 40 le persone, mai veramente considerati familiari da Albertone, che stanno tentando la via dell'impugnazione del testamento»; si tratterebbe di una «tribù che si estende da Roma a Valmontone: orde di cugini, cognati, affini di vario grado discendenti dai genitori dell'attore».

Un assalto che il quotidiano diretto da Padellaro ha efficacemente sintetizzato col titolo «Eredità Sordi, la calata dei parenti di campagna», che sembra il titolo di un film della Wertmüller. La suddetta armata Brancaleone non avrà però vita facile, considerato che per impugnare il testamento non sarà impresa facile, sia perché i tempi della giustizia civile sono quelli che sono e sia perché pare che gli aspiranti eredi non navighino nell'oro e quindi non possano permettersi avvocati di «peso». Da parte sua la signora Aurelia ha disconosciuto il questuante parentado, come dire: via, sciò, noi con questa gente non abbiamo mai avuto nulla a che fare. Muto come un pesce anche il fedele chaffeur di casa Sordi, Arturo Artadi, forse ancora scottato dal titolo che l'anno scorso La Repubblica gli dedicò in prima pagina: Le mani dell'autista sul tesoro di Alberto Sordi. Nel corso dei decenni Artadi era diventato quasi per l'attore un «figlio adottivo»: espressione che però Sordi non avrebbe mai usato, considerata la riluttanza nei confronti degli «estranei» (a chi gli chiedeva perché non avesse mai preso moglie, lui rispondeva:

E che... me metto un'estranea in casa?). Grate per i servigi dell'autista erano anche le sorelle Sordi, Aurelia e Savina, che per una vita hanno accudito il fratello nella solenne villa di famiglia sull'Appia, tra le terme di Caracalla. Poi, un brutto giorno, Savina morì e a prendersi cura di Alberto rimase solo Aurelia. Ma, a loro fianco, c'era sempre lui: l'onnipresente Arturo, autista, ma non solo. «Uomo di fiducia». Tanto di fiducia che la «signorina» Aurelia gli aveva concesso anche una procura bancaria per la movimentare di somme al di sotto di certe cifre. Apriti cielo. La banca si insospettì e segnalò la cosa in procura che poi, però, scagionò definitivamente il buon Arturo. Che infatti, ancora oggi, è al servizio della sorella dell'attore. Un patrimonio, quello dell'attore-simbolo dei cinema italiano, stimabile in varie decine di milioni tra valori mobili e immobili. Un bottino che ha scatenato appetiti famelici. Da lassù Albertone pensa forse trama di un suo vecchio film:

Arrivano i dollari. La storia di un'eredità contesa in cui lui interpretava il ruolo di «zio Arduino», nobile decaduto che al suo fido maggiordomo riservava «pappone» e «gusci di noce»; in alternativa ci sarebbe pure la mitica frase pronunciata dal Marchese del Grillo: Io so io... e voi non siete un cazzo! Ma certe cose in paradiso non si possono urlare. O no?

Cura Di Bella, malati ancora in coda e il conto lo paga la sanità pubblica

Il Mattino

di Maria Pirro

Terapia anti-tumorale bocciata nel '98 ma per alcuni tribunali è a carico dell'Asl

Ricordate la cura Di Bella, nel 1998 bocciata senz’appello? Come una calamita potente, continua ad attrarre pazienti: a volte delusi dai risultati delle terapie tradizionali, altre volte spaventati dagli effetti della chemio.


20140120_dibellat A distanza di 15 anni dalla sperimentazione, gli ammalati sono ancora in coda davanti allo studio del professore dell’ultima speranza. E affollano pure le aule dei tribunali: in prima linea nella battaglia tra scienza e coscienza, con esiti persino più paradossali ed eterogenei di quelli segnalati di recente per il metodo Stamina. S’incrociano storie diverse, che attraversano l’Italia, a giudicare dai racconti e dai dati diffusi da Giuseppe Di Bella, medico al lavoro nel nome del padre: dal 1998 a oggi soltanto i pazienti curati per sentenza sono oltre duemila che hanno avuto concesso questo metodo su ricorso presentato alla magistratura. In questo caso, curati a spese dello Stato.

Trattamenti gratuiti ottenuti in prima istanza e, spesso, bloccati nelle fasi successive del procedimento giudiziario. Com’è accaduto a Flora Nardelli, milanese, che a 50 anni si fa comprare le medicine dalla mamma anziana. Il suo lunghissimo calvario comincia nel 2000, quando si trasferisce a Bologna. «Ho dolore al braccio, vado di continuo al pronto soccorso». Più di dieci radiografie, poi la Tac. La diagnosi: mieloma multiplo. Un tumore del sangue. Segue la radioterapia, nel 2001, e il trapianto autologo, nel 2002. «Ma non ritrovo nemmeno la forza di alzare una pentola. E la pet, nel 2006, evidenzia un cancro al polmone, quindi l’operazione che riesce alla perfezione. Resta da sconfiggere il mieloma».

Aggiunge: «È un otorino di una struttura pubblica che mi consiglia di tentare una cura alternativa. In assenza di una risposta dal reparto di ematologia dell’ospedale, fisso l’appuntamento allo studio Di Bella e, nel giro di 15 giorni, inizio la terapia chiedendo un prestito di 40mila euro a mia sorella. Solo di medicine, spendo dai 5000 ai 6000 euro al mese». Costi insostenibili per Flora Nardelli, ex commessa che fa i conti con una pensione minima. «La fortuna è che, presentando ricorso in tribunale, ottengo un rimborso di 33mila euro, oltre alla garanzia della terapia. Tutto procede bene, fino a 6 mesi fa, quando mi viene sospesa la cura gratuita».

Lo dispone, per l’appunto, la sentenza d’appello, questa volta su istanza presentata dall’azienda sanitaria locale. L’ultima parola spetta alla Cassazione. «Il problema è che i giudici si sono convinti che io sia guarita con la cura tradizionale, ma non posso interrompere il metodo Di Bella. Quindi sto pagando di nuovo di tasca mia le medicine: 2000-2500 euro al mese, familiari e amici ogni tanto fanno una colletta per consentirmi di continuare a prendere la somatostatina. Ho paura di non farcela». Racconta Nardelli che «al danno si aggiunge la beffa. Dovrei restituire l’intera somma percepita in questi anni per il metodo di Bella. Oltre 100mila euro». La donna dallo sguardo mite tenta questa semplice difesa: «Abito in una casa comunale, ma devo anche mangiare e pagare le bollette».

Anche Barbara Bartorelli, 41 anni, vive in provincia di Bologna. Fa la commessa e ha due figlie. Parla della malattia al passato: «Nel 2003 ho avuto un linfoma di Hodgkin. Ho seguito la chemioterapia, 12 sedute. Dopo 3 mesi la recidiva, dal secondo al terzo stadio della patologia. E la proposta di un trapianto di cellule staminali combinato con un altro ciclo di chemio più aggressivo. Ho rifiutato, piuttosto mi sarei lasciata morire. Nel 2004 ho iniziato la terapia Di Bella, conclusa dopo due anni e mezzo. Per i primi 8 mesi ho pagato il trattamento: 15mila euro, in totale.

Con la regressione del tumore, ho presentato istanza in tribunale ottenendo gratis i farmaci, ma poi sono stata condannata a rimborsare l’Asl. 41.178,49 euro da restituire». Sospira: «Almeno sono guarita». L’oncologo Antonio Giordano afferma: «Una regressione tumorale è possibile per effetto dei singoli farmaci che compongono il protocollo Di Bella, usati da tempo nelle cure tradizionali. Per dimostrare il successo del metodo, occorre avere un campione statistico rilevante. Ma andrebbero monitorati di più e meglio anche quei trattamenti aggressivi quanto inefficaci che vengono prescritti in ospedale. Di Luigi Di Bella resta un insegnamento di grande umanità nel rapporto medico paziente».

Annuisce Bruno Zanella, 68 anni, programmatore informatico: è di Fregona, provincia di Treviso. Di mattina, se non lavora al pc, adora passeggiare e di notte, durante la terapia, dorme come un ghiro. «Un piacevole effetto dovuto anche alla melatonina». Dice: «Quattro anni fa ho scoperto di avere un carcinoma alla prostata, senza metastasi. Ho sentito i guru di Milano e Verona: uno mi ha consigliato l'intervento chirurgico, un altro mi suggerito di tentare prima una cura ormonale fatta per 6 mesi in attesa di decidere tra chirurgia o radioterapia.

Ma io ricordavo con emozione la vicenda Di Bella e ho preferito affidarmi a quel metodo che tra l'altro alcuni farmaci in comune con l'altra terapia proposta». Costi sostenuti senza mai presentare il conto allo Stato: «120 euro per la prima visita, ma per i controlli, allo studio in via Marconi a Bologna, chi se lo può permettere fa una offerta. Decisamente più alte le spese per i farmaci: 800 euro al mese, in principio e, e 350 euro, con i dosaggi ridotti a distanza di 6 mesi dalle prime verifiche e con una remissione completa del tumore».

Questa la terapia, rivista il 3 ottobre scorso, che segue un’altra ammalata, colpita da tumore al seno, che, dopo la diagnosi, ha subito scartato l'ipotesi chemioterapia, optando per il metodo Di Bella: «Retinoidi e melatonina 50 mg una volta al giorno, somatostatina 3 volte la settimana. Sandostatina Lar 20 mg ogni 28 giorni». E altri farmaci ancora. In questo caso i costi sono sostenuti dal sistema sanitario. Per effetto un dispositivo del Tribunale che il 27 ottobre 2011 ordina alla Asl di Bari di «somministrare gratuitamente in favore della ricorrente il multitrattamento Di Bella così come prescritto nella certificazione medica».

Tra gli ammalati, c’è chi paga la terapia e chi no. L’avvocato modenese Maria Cristina Bergamini chiarisce il perché: «Una pronuncia della Corte Costituzionale, depositata nel 2003, sgancia la cura Di Bella dai precedenti decreti sulla sperimentazione dichiarata fallita. In pratica il protocollo terapeutico può essere somministrato alla pari di qualsiasi altro tipo di trattamento clinico, se il paziente dimostra i benefici ottenuti con quei farmaci, presentando specifica documentazione alla magistratura».

Questo in base a una norma del 1996 che, interpretata secondo i dettami dall’articolo 32 della Costituzione, consente, «qualora non esista valida alternativa terapeutica, l’erogazione, a totale carico del servizio sanitario nazionale, dei medicinali da impiegare per una indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata dal prontuario». Ma, sul punto, prevalgono interpretazioni diverse: «Nonostante la chiara ordinanza della Consulta».

Il legale racconta la sua esperienza diretta: accade che, «quando vinco le cause in primo grado, le perdo in appello, poiché in quella sede prevale la convinzione che la cura Di Bella è già stata dichiarata fallita e inutile. Questo può comportare che gli ammalati, che hanno percepito le cure gratuite in base alla pronuncia in primo grado, debbano risarcire il servizio sanitario, ripagando l’intero ciclo di cura». Un’ipotesi che sembra, però, non frenare le istanze. Giudici in aula, scena che si ripete, confida l’avvocato: «Spesso, quando aprono il fascicolo con la richiesta, non riescono a trattenere un sospiro e un palese disappunto: “Ancora Di Bella?"».

lunedì 20 gennaio 2014 - 08:13   Ultimo aggiornamento: 09:04

Scegliere gli immigrati come fustini di detersivo al supermarket?

Corriere della sera

di Danilo De Biasio


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Ognuno ha i riferimenti culturali che si merita. Tra i miei c’è Carosello. Ricordo il famoso attore con il dolcevita bianco che cercava di strappare alla casalinga col cappottino e collo di pelliccia il suo fustino di detersivo, offrendogliene due di una marca diversa. “E’ conveniente!”, spiegava l’attore. Ma inesorabilmente la signora resisteva, dichiarando che la sua scelta era migliore, che la sua convenienza stava nel risultato, non nell’offerta quantitativa. Bei tempi quelli di Carosello: se l’erede del famoso attore andasse oggi in un discount a fare la stessa proposta, otterrebbe il risultato opposto. Da tempo siamo entrati nell’era del «3 x 2». Angelo Panebianco, sulla prima pagina del Corriere della Sera, ha proposto sull’immigrazione il criterio «della convenienza, della nostra convenienza». Sarebbe interessante stabilire chi siamo «noi», ma per il momento mi soffermo sul concetto di convenienza.

Il professore, nel suo articolo, sembrava stesse scegliendo il detersivo al supermarket: di quanti immigrati abbiamo bisogno, settori tecnici lasciati sguarniti, manodopera qualificata… Finora non ha funzionato così non solo e non tanto perché domanda e offerta non s’incrociano, ma piuttosto perché le migrazioni nascono da esigenze impellenti e sono alimentate da disuguaglianze scandalose. Sono spesso fughe da un inferno, sono ricerche di una vita migliore. E – non per ultimo – lasciare buona parte della popolazione migrante in condizioni di inferiorità genera interessi economici. Insomma Panebianco propone un criterio forse discutibile ma esclusivamente teorico.

Attenzione a parlare di convenienza economica.
Ovviamente il professor Panebianco parla di convenienza all’interno delle leggi dello Stato. Ma occorre comunque stabilire un limite, perché la migliore convenienza in questo campo è la schiavitù. Do per scontato che il professor Panebianco sia contrarissimo, che la respinga e la condanni, ma resta il fatto che nei campi di pomodori, in alcune finte cooperative di logistica, perfino in certi ristoranti che frequentiamo, la convenienza economica è massimizzata. E solo in minima parte – ammetterà il professore – dipende dal numero di migranti: la moderna schiavitù dipende da alcune leggi e dal controllo ferreo di taluni territori da parte della criminalità organizzata.
C’è poi la selezione religiosa.
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Nel suo articolo il professor Panebianco scrive «certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo. È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là, di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quelli provenienti dal mondo islamico». Sicuramente è un passo in avanti nella civiltà: ricordate quando l’allora Ministro Calderoli affermava «ci sono etnie con una maggiore propensione al lavoro e altre che ne hanno meno. Ce ne sono che hanno una maggiore predisposizione a delinquere»? Oggi siamo di fronte a una riflessione più sofisticata: si usa il condizionale e s’introduce la variante religiosa, la nazionalità non è più automaticamente uno stigma ma un indole. Il ragionamento si complica quando però si scopre che non sempre nazionalità e religione sono accoppiati: come la mettiamo con gli egiziani copti? Tutti buoni? E i romeni ortodossi? Tutti cattivi? Ogni tanto capita di incontrare uno scozzese generoso, un portoghese che paga il biglietto, un friulano astemio, un emiliano vegetariano…
Ha fatto bene il direttore del Corriere della Sera a mettere in prima pagina il ragionamento del suo corsivista. Farebbe altrettanto bene a far proseguire il dibattito, ospitando altri punti di vista. Perché forse la «nostra convenienza» (di cui scrive Panebianco) è tale solo quando si riuscirà ad abolire quel «noi» contrapposto agli «altri».

Essere gay e vivere in provincia (al Sud): meglio scappare

Corriere della sera

di MARIO MANCA


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Essere gay e vivere in provincia non è la stessa cosa che essere gay e vivere in città. Ancora oggi è così. E, ancora oggi, c’è chi decide di spostarsi dal paese in cui è nato solamente perché esausto da anni di umiliazioni e prepotenze scontate solo perché omosessuale. E’ il caso di Pasquale (nella foto), studente 25enne nato a Canosa di Puglia ma che, ormai da quattro anni, vive a Milano.

“Ho iniziato a riflettere sulla mia omosessualità più o meno quando avevo 12 anni, certo, allora non avevo le idee chiare. La domanda che mi facevo era: perché non sono come gli altri ragazzi? Sapevo di essere diverso, ma non capivo in cosa”. “Diversità” è sempre stato il termine più sfruttato per definire l’omosessualità. Lo pensavano anche i suoi parrocchiani. Pasquale racconta che, probabilmente soprattutto al Sud, “l’omosessualità è ancora un tabù, una cosa di cui è meglio non parlare. Tutti sanno cos’è, ovviamente, ma nessuno ha il coraggio di affrontare l’argomento. Senza contare che tutti credono che il gay sia l’incarnazione di una serie di stereotipi e non sia invece un individuo che vive la vita a modo suo”.

L’iniziale ritrosia può diventare così nel tempo il terrore di vivere in un paese di appena 40.000 anime, in cui regna un’imbarazzante chiusura culturale e un senso religioso antico e mal interpretato. In qeul contesto, Pasquale ha avuto le sue prime esperienze omosessuali. Sempre nella clandestinità. Poi, il primo passo: scappare da Canosa e trasferirsi a Sarzana, in provincia di La Spezia, lavorando come commesso nel negozio dello zio.

“In quel periodo della mia vita non mi andava di studiare. Il solo obiettivo era diventato quello di allontanarmi a tutti i costi dal mio paese, dove ero costretto a rispettare regole che non condividevo e non deludere le aspettative di chi mi conosceva fin da quando ero bambino”. Un’esistenza difficile in un posto dove se non parlavi di ragazze, se non eri appassionato di calcio e non prendevi di mira gli atteggiamenti dei ragazzi meno virili rischiavi di essere isolato o, peggio, vessato. Eppure, ripensando agli atti di bullismo subìti alle scuole medie, Pasquale sfodera un inatteso ottimismo: “Sono stato picchiato, così dal nulla e senza un motivo, diverse volte, eppure, se rincontrassi oggi quel ragazzo che lo faceva, lo ringrazierei perché è stato anche grazie a lui che sono quello che sono”.

Che la discriminazione possa rendere più forti non è scontato e anche Pasquale ammette che la vita in una realtà più grande – come Sarzana prima e Milano dopo - è molto più facile e semplice. A Milano è arrivato nel 2010, per frequentare il Corso di Laurea Triennale in Infermieristica all’Ospedale San Paolo, senza rimpianti per aver lasciato il posto in cui è nato: “Me ne sono andato perché non riuscivo più a mentire e speravo di trovare una vita nuova, di crearmene una nuova, di incontrare persone differenti da quelle che avevo incontrato, e con una visione più simile alla mia”.

E’ bastato trasferirsi a Milano dunque, per farcela: “Milano è sempre stata il mio sogno. Ancora oggi, quando torno giù, al Sud, non mi sento libero, a prescindere dalla mia sessualità. Vivere a Milano è diverso e posso fare quello che mi pare senza il timore di essere giudicato”. Un fatto che non cancella le sporadiche manifestazioni di omofobia che, anche a Milano, hanno purtroppo dato prova dell’ignoranza e della violenza gratuita di alcune persone. Ma, ancora oggi, nel 2014,  sembra che la città riesca ad assicurare quello che la provincia ancora non è riuscita a garantire: la libertà di vivere secondo il proprio orientamento sessuale. Pasquale conferma: “Non rinnego la mia terra, ma sono contento di essere qua adesso”. 

Quindi è proprio così? Essere gay e vivere in provincia è ancora oggi complicato? Cambieranno le cose? O se si è giovani e gay non resta che trasferirsi in una città?

I leghisti contestano il ministro Kyenge

Corriere della sera

Cartelli e striscioni a Saronno, fuori dal teatro Giuditta Pasta: «No allo ius soli, la cittadinanza si conquista»


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Un gruppo di militanti della Lega Nord, composto da una trentina di persone, si è radunato fuori dal teatro Giuditta Pasta di Saronno (Varese) dove è stato organizzato un incontro del ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge con gli studenti delle scuole cittadine, sul tema «Politiche per l'integrazione nella scuola», e una tavola rotonda su «Ruolo degli enti locali e della società civile nei percorsi di integrazione dei nuovi cittadini», con Gad Lerner e Don Virginio Colmegna.

STRISCIONI - Tra i leghisti anche un ex militare dell'esercito, che ha esposto uno striscione con la scritta «Siamo tutti marò», riferendosi alla vicenda dei marò detenuti in India. I militanti della Lega Nord si sono radunati in strada e hanno portato striscioni con scritte come «Fuori i clandestini dalla Padania», «La Padania = bancomat dei clandestini» e persino i vecchi cartelli con il volto del capo indiano con la scritta «Loro hanno subito l'immigrazione ora vivono nelle riserve, pensaci».

BIANCHI - «Rimaniamo fuori dal teatro, non chiederemo un incontro al ministro perché secondo lei la Lega Nord non esiste - ha spiegato il segretario provinciale varesino del Carroccio, Matteo Bianchi -, faremo qui la nostra protesta silenziosa e pacifica contro le politiche del governo. In particolare siamo contrari alla possibilità che venga cancellato il reato di immigrazione clandestina e allo ius soli - ha concluso - perché la cittadinanza si conquista».

A MILANO - Nel tardo pomeriggio il ministro Kyenge è attesa a Milano, alla Casa della Cultura, dove dalle 18.30 il Partito Democratico organizza l’iniziativa «Italia, Europa, Mediterraneo», con Gianni Pittella. Kyenge interverrà sul tema «L'ultima frontiera» alle 20.45.

20 gennaio 2014

Così la nuova legge elettorale aiuterà l'Italia a battere la crisi

Renato Brunetta - Lun, 20/01/2014 - 08:00

In Europa e negli Stati Uniti sistemi bipolaristi con governi stabili garantiscono tenuta dei conti e crescita. Senza i ricatti dei partitini è possibile ridurre le tasse

Ma che c'entrano la riforma della legge elettorale e le parallele riforme costituzionali con l'attuale crisi economica? Riforme costituzionali e uscita dalla crisi sono due facce della stessa medaglia.Il quadro congiunturale italiano, come emerge dall'ultimo Bollettino economico della Banca d'Italia non è rassicurante.


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Le stime di crescita del nostro Pil per il 2014 (+0,7%), divergono rispetto alle stime del governo (+1%), contenute nella legge di Stabilità. Questo scenario, si inserisce nel quadro più ampio dell'economia globale, in cui da un lato Stati Uniti e Giappone hanno imboccato la via della crescita economica, dall'altro questi ritmi di crescita risentono e sono rallentati dall'incertezza e dai problemi strutturali dell'economia Ue. A distanza di sei anni dalla crisi, solo gli Stati Uniti tra i grandi paesi avanzati hanno superato il livello di Pil pre-disastro. Grazie al mutamento di politica monetaria e di bilancio degli ultimi anni, il Giappone è tornato allo stesso livello. Mentre l'area euro è ancora molto al di sotto del livello di Pil del 2007. Il divergere di risultati tra un'area e l'altra del mondo è dipeso non solo dai diversi problemi che ciascuna doveva affrontare, ma anche dall'intensità degli errori di politica economica dei singoli governi, con un effetto nel complesso depressivo sull'economia mondiale. Di conseguenza, tutti i paesi hanno agito in condizioni più difficili e tutti si trovano di fronte a rischi più forti di quello che sarebbe stato se avessero prevalso cooperazione e coordinamento delle politiche macroeconomiche.

L'irritazione americana per la politica europea è oltretutto crescente perché mina i fondamenti economici della trattativa sulla Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), fortemente voluta dal governo americano, ma che non è credibilmente perseguibile con una asimmetria forte di poteri e di politiche tra Bce e Federal Reserve, e senza meccanismi di coordinamento delle politiche macroeconomiche tra le due aree valutarie. Non c'è dubbio, infatti, che l'Europa porta una grande responsabilità non solo per gli spillovers negativi trasmessi al mondo ma anche per essere stato l'elemento mancante fino ad oggi di una possibile cooperazione economica internazionale.

Gli effetti delle politiche europee non si limitano ai rapporti con gli Stati Uniti e alle interazioni tra i paesi occidentali. Dalla grande crisi del 2008, il sostegno alla crescita è venuto quasi esclusivamente dai tassi di crescita dei paesi emergenti come la Cina. La Germania è tra i paesi che hanno più beneficiato di questo mercato in espansione, ma l'Europa non ha certo reso un favore a questi paesi comprimendo la propria domanda ed entrando in recessione.

Il rallentamento della domanda globale determinato dalle politiche europee ha, infatti, contribuito al rallentamento anche della crescita cinese e questo rallentamento ha rappresentato uno dei problemi che, di ritorno, hanno interessato lo scorso anno l'economia globale. Il mancato coordinamento delle politiche macroeconomiche, in definitiva, rafforza in tutti i paesi la tendenza negativa di cercare di superare con politiche interne decise unilateralmente gli squilibri globali che già hanno determinato la grande crisi finanziaria ed economica dello scorso decennio. Si tratta di una tendenza negativa perché prelude a uno slittamento progressivo dalla cooperazione alla competizione e poi al conflitto.

Slittamento che non sempre è stato confinabile alla sfera economica. Da questo quadro emerge come le politiche economiche sbagliate, applicate in maniera acritica in tutti gli Stati dell'eurozona su imposizione della Germania negli anni della crisi rendano attuale il rischio non solo di disintegrazione dell'Unione monetaria e dell'Unione europea (da cui, negli anni 2011 e 2012 è derivata la tempesta finanziaria sui mercati e la grande speculazione sui debiti sovrani dei paesi dell'area euro), ma quello, più grande, di trascinare l'Unione in uno scontro frontale con gli interessi delle altre grandi economie del mondo.

Questa consapevolezza delinea anche il quadro delle alleanze importanti che possono essere raccolte sul piano internazionale, non solo quindi tra i paesi membri dell'Ue, per una battaglia vincente. Quello descritto è il quadro sintetico dell'economia globale entro cui sono maturate le scelte, sia strategiche sia di breve periodo, dei governi delle principali economie nel corso del 2013. Da esso emerge come la competizione globale richieda sistemi di governance forti, tanto a livello europeo quanto, per quel che ci riguarda, a livello italiano. In particolare, l'Italia ha bisogno di una riforma elettorale che rafforzi la stabilità dei governi.

La teoria economica, a tal proposito, è incontrovertibile. Partendo dalla considerazione che i sistemi elettorali influenzano la politica economica, e in modo particolare quella fiscale, si arriva a sostenere che i sistemi elettorali proporzionali (nelle loro infinite varianti) rendono più facile l'aumento del numero dei partiti, l'alta frammentazione politica, e per questo finiscono inevitabilmente per potenziare conflitti intragovernativi, che inducono ad una maggiore (e inefficiente) spesa pubblica e, quindi, deficit, debito e alta pressione fiscale, che nella competizione globale, abbiamo visto non ci possiamo permettere.

Di contro, i sistemi maggioritari, meglio ancora se bipolari, sono sostenuti da elettori che non possono facilmente discriminare tra differenti opzioni politiche all'interno dei governi, o tra le specificità, anche ideologiche, dei partiti all'interno di vaste coalizioni; quindi, l'unico conflitto che può nascere è quello con l'opposizione, con il risultato, di un più forte controllo sulla spesa pubblica (e, quindi, sul deficit, sul debito, sulla pressione fiscale). Il partito al governo che aumenta deficit, debito e pressione fiscale, rallentando così la crescita e il benessere, inevitabilmente alle elezioni viene sanzionato dagli elettori.

Da questo deriva che i governi eletti in democrazie con sistemi maggioritari/bipolari tendono a tagliare le tasse, ma anche la spesa pubblica, in modo particolare durante gli anni elettorali. Mentre nelle democrazie con rappresentanza proporzionale l'evidenza empirica registra tagli alle tasse meno pronunciati e non registra tagli alla spesa pubblica. Questo perché il nesso tra il potere di controllo degli elettori e la rappresentanza politica è molto più diretto nei sistemi bipolari rispetto a quelli proporzionali.

Rafforzando la propria governance interna, quindi, e presentandosi come interlocutore credibile e forte al cospetto europeo, l'Italia può dare un contributo determinante al rafforzamento della governance dell'intera Unione, consentendo così anche alla vecchia Europa, che tanto ha deluso negli anni della crisi economica e finanziaria, di riconquistare il suo ruolo da protagonista nella competizione con le altre potenze mondiali, tanto occidentali quanto emergenti.