sabato 18 gennaio 2014

2053 esplosioni, la mappa delle bombe atomiche

La Stampa


L’artista giapponese Isao Hashimoto ha creato una mappa in time-lapse delle 2.053 esplosioni nucleari che hanno avuto luogo tra il 1945 e il 1998. Il video inizia con il test del Progetto Manhattan “Trinità” vicino a Los Alamos e si conclude con i test nucleari del Pakistan nel maggio del 1998 . La mappa tralascia due presunti test nucleari della Corea del Nord avvenuti nello scorso decennio (la legittimità di entrambi non è chiara al 100%).


Per ogni ordigno nucleare esploso ogni nazione ottiene un blip e un puntino lampeggiante sulla mappa. Il conteggio è tenuto sulla barra superiore e quella inferiore dello schermo. Hashimoto, che ha iniziato il progetto nel 2003, dice che ha creato il progetto con l’obiettivo di mostrare “la paura e la follia delle armi nucleari.” Il conteggio che inizia lentamente , diventa incalzante dal 1962 in poi per finire con un aumento travolgente.

La storia dell’Alfa Romeo 75

Corriere della sera

È nata nel 1985 per festeggiare i 75 anni della Casa. È stata l’ultima vettura costruita prima dell’era Fiat

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Ci sei dentro. Il volante a tre razze, la plancia piatta, a “L” rovesciata, con l’autoradio là in fondo, davvero troppo lontana. Uno scandalo, l’Alfa Romeo 75, da subito. Perché era fatta così, un colpo di genio e un abbandono alla necessità del momento, e perché era terribilmente Alfa, l’ultima vera, giurano i più appassionati e confermano le date.

IL CONCEPIMENTO- Siamo nel 1985, e la Casa del Biscione vuole festeggiare il suo 75esimo compleanno, deve. Ma come? Prima del passaggio in orbita Fiat, avvenuto solo un anno dopo, prima di tutto, ecco l’idea: c’era la Giulietta da sostituire, c’era la meccanica dell’Alfetta, c’era un designer coraggioso e furbo come Ermmano Cressoni, a capo del centro stile. Si vede e non si vede che sotto e nel giro porta c’è proprio la Giulietta alla fine. Non importa. Motore messo davanti longitudinalmente, cambio e trazione dietro, è lo schema transaxle, che significa ottima distribuzione dei pesi, dinamica di guida divertente e, soprattutto, essere Alfa Romeo. Eccola, l’idea dunque, è la 75.

RUMORE INCONFONDIBILE- L’ultima prima delle altre. L’inizio – È il maggio del 1985. Ci sono ancora i motori benzina della Giulietta, quattro cilindri a carburatori. E finiscono inevitabilmente sotto il cofano della nuova creatura del Biscione. Le sospensione posteriore è ad assale rigido De Dion, il cambio è a cinque marce con il suo amato e odiato rumore da Ducati ferma al semaforo e i cerchi sono piccoli, da 13 pollici. La vedi ed è subito indimenticabile la 75. Perché Alfa, perché piena di contraddizioni, di punti d’orgoglio e di amare rinunce. In ogni caso, la 75 piace subito, piace a molti. E il motore 1.6, il più piccolo, in tre anni, finisce nelle mani di oltre 70.000 clienti. Arriva la Turbo – C’è bisogno di cavalli, bisogna contrastare la concorrenza, prima di tutto la BMW M3.

VOGLIA DI CORSE- Prima però, ecco la 2.5i Quadrifoglio Verde con il V6 glorioso da 156 cv, lo stesso dell’Alfa 90. È a listino sin dal lancio della 75. 210 km/h di velocità massima dichiarata, una coppia sempre pronta, che la fa entrare nei cuori di molti alfisti. Gli stessi magari se la tengono in custodia anche oggi, come Alberto, 49 anni, che di 75 ne ha 4 (vedi gallery) ed è socio « a vita» del Club 75 Alfa . Servosterzo e condizionatore sono optional. Poi, nel 1986, compare la Turbo. Motore 1.8i a iniezione elettronica da 155 cv. Prestazioni simili alla V6 e tanta voglia di corse. Ed è proprio questo il destino della 75 Turbo Evoluzione dell’anno dopo, con modifiche d’assetto, estetiche e memorabili scritte laterali.


I RICORDI DI LARINI-Cinquecento esemplari, gioia dei preparatori e dei piloti. «Era stato difficile capirla. Poi mi ci sono trovato bene», dice Nicola Larini, ex pilota Ferrari F1, tra le altre cose, che con la 75 ha vissuto stagioni di corsa felici. «Ce le davamo di santa ragione con le Bmw M3. Noi eravamo avvantaggiati sulle piste con molte accelerazioni e riprese grazie al nostro turbo. Ma su quelle veloci come Monza erano dolori! E poi la 75 non era comunque stata sviluppata per la pista, il progetto nasceva da altre esigenze. E questo era un limite quando dall’altra parte c’erano auto nate praticamente per saltare sui cordoli».

TWIN SPARK-Ma i risultati, e le vittorie, non sono mai mancate, soprattutto nel corso del 1987 e 1988 nel campionato Superturismo. Nel 1987, un anno prima del restyling, arriva la Twin Spark. È una rivoluzione. Ed è tutta Alfa Romeo. Il brevetto del motore due litri con doppia accensione, aveva due candele per cilindro, il variatore di fase, è della Casa italiana. Ecco un altro colpo epico degli ingegneri Alfa. Soluzione arrivata dalla corse e dalle esigenze di abbassare le emissioni e i consumi. Cambiano anche altri dettagli, come lo spoiler anteriore, le minigonne e, dentro, il design della strumentazione e del volante. Negli anni, si susseguono le versioni, La V6 arriva ad avere la potenza di 189 cv quando la cilindrata viene portata a 3 litri. La Turbo Quadrifoglio Verde tocca i 165 cv. Non mancano le versioni speciali, come la Le Mans e la Indy. La 75 sbarcò anche negli Stati Uniti, era il 1986, con la Milano. L’America, invece, fu pensata per l’Expo di Hannover, in Germania. Ci furono poi la SZ e la RZ, assemblate in collaborazione con Zagato, nel 1989, che sotto hanno proprio la 75 come base. Ma è già tardi, l’Alfa è della Fiat. È un’altra storia.

18 gennaio 2014

Fulmine sul Cristo Redentore, la statua «perde» un dito

Corriere della sera

Pollice destro mozzato dopo la scarica elettrica. In tre ore sulla città sono caduti oltre 40mila fulmini

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Le immagini del fulmine che giovedì scorso ha colpito la statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro sono finite sulle prime pagine di tutti i giornali. E l’icona inaugurata nel 1931 sopra la baia della città brasiliana non è uscita indenne dalla forte scarica elettrica: il fulmine ha danneggiato il pollice della mano destra della statua sulla montagna del Corcovado.


TEMPESTA - Il danno è stato definito «superficiale» da padre Omar Raposo, rettore del santuario, sebbene dalle immagini aeree si veda il pollice destro mozzato. Il Cristo Redentore, alto 38 metri, viene colpito ogni anno da tre a cinque fulmini, che provocano ogni volta dei piccoli danni. A dicembre un temporale aveva danneggiato seriamente il dito medio della stessa mano. Durante il temporale di giovedì notte, durato circa tre ore, sullo stato di Rio de Janeiro sono caduti oltre 40mila fulmini secondo l’Istituto brasiliano di ricerca spaziale. Nonostante siano installati dei parafulmini, la tempesta sulla «Cidade Maravilhosa» (città meravigliosa) ha danneggiato anche una targa ai piedi della statua. I lavori di riparazione inizieranno tra un paio di settimane. L’ammontare del danno non è stato rivelato.

18 gennaio 2014

California, la “reconquista” dei latinos

La Stampa

paolo mastrolilli

Gli ispanici hanno superato la popolazione bianca. E lo spagnolo è più parlato dell’inglese in molti stati


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Marzo 2014, la California torna ad essere ispanica. Non proprio messicana, come era a metà dell’Ottocento, ma dominata da una maggioranza di abitanti di radice latina. 
La svolta, attesa da tempo ma ormai imminente, è annunciata nei documenti che accompagnano le proposte per il bilancio dello stato avanzate dal governatore Jerry Brown. A marzo i cittadini di origine ispanica diventeranno il 39% del totale, scavalcando i bianchi che scenderanno al 38,8%. Se si pensa che 25 anni fa i bianchi erano il 57% del totale e i latini il 26%, si capisce meglio la trasformazione continua e inarrestabile, che è destinata a proseguire nel futuro.

Il mutamento demografico dipende da due fattori: l’immigrazione, che però negli anni della crisi economica ha un po’ rallentato, e il tasso di riproduzione, che nelle famiglie ispaniche è parechcio più alto. Questa tendenza forse frenerà, mano a mano che i latini verranno integrati e saliranno sulla scala sociale. Al momento, però, la differenza tra ispanici e bianchi è così ampia, che il sorpasso verrà consolidato e probabilmente si ripeterà in altri stati grandi e importanti, come il Texas e la Florida. Questa “reconquista” demografica ha almeno due effetti immediati: uno culturale, l’altro politico.

Sul primo piano, basta guardare alla lingua. In certe regioni degli Stati Uniti ormai lo spagnolo si parla più dell’inglese, e questo è solo un indicatore degli altri cambiamenti sociali in corso. Naturalmente i conservatori più contrari all’immigrazione vedono in questa tendenza la decadenza del paese, ma altri ci leggono una ricchezza che lo rafforzerà, senza far perdere i punti di forza dell’America. 

Il secondo effetto è politico, perché gli ultimi arrivati in genere tendono a votare per il Partito democratico, che difende di più i loro interessi e sta cercando di far passare la riforma dell’immigrazione. In California il risultato è già evidente, perché almeno nelle elezioni presidenziali sono decenni ormai che un repubblican non conquista lo stato. Se la stessa evoluzione avvenisse in Texas, regione saldamente nelle mani del Gop, o in Florida, più contesa e in bilico, i democratici potrebbero conservare la presa sulla Casa Bianca per almeno un’altra generazione.

Cabine telefoniche? Salve se si fanno almeno tre chiamate al giorno

Corriere della sera

In 4 anni ne sono state rimosse 2.000. La riduzione, cominciata nel 2009, proseguirà anche quest’anno: ne saranno smantellate 264


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Cabine telefoniche, ultima chiamata. Nell’era di Internet e degli smartphone sempre a portata di mano, i telefoni pubblici in strada stanno per sparire definitivamente. Smantellati dalla Telecom, che li gestisce ancora oggi, dopo il via libera dell’Agcom, l’Authority per le comunicazioni, arrivato nel 2010. Simboli di un’epoca che non esiste più, quest’anno dalle piazze e dalle vie lombarde ne verranno rimossi 264. «Sono le cabine meno utilizzate», fanno sapere dalla Telecom.
Lontanissimi i tempi in cui la Sip, alla fine degli anni Settanta, per pubblicizzare le cornette pubbliche, si era inventata lo slogan: «Non sei mai solo quando sei vicino a un telefono». E ancor più lontani gli anni in cui furono installate le prime cabine del Paese, per iniziativa della concessionaria Stipel. Era il 10 febbraio del 1952, in piazza San Babila a Milano. E se per i primi vent’anni l’installazione di telefoni all’aperto proseguì a ritmo moderato, dagli anni Settanta ci fu il vero boom: nel 1980 ne erano in funzione in tutta Italia 41 mila. E ancora fino alla metà degli anni Novanta le cabine stradali garantirono a tutti la possibilità di chiamare chiunque con i gettoni (in pensione alla fine del 2001) o con la scheda (acquistabile ancora oggi).

Con la nascita della telefonia mobile la storia cambia. «Gli italiani usano i cellulari mentre i cittadini stranieri si servono soprattutto dei phone center e degli internet points», dicono alla Telecom. Scatta dunque quella che viene chiamata «revisione dei criteri di distribuzione delle postazioni telefoniche sul territorio nazionale». In pratica, vengono smantellati i telefoni pubblici da cui partono meno di tre chiamate al giorno. Restano, invece, come deciso dall’Agcom, gli impianti installati nei luoghi di «grande rilevanza sociale»: ospedali, carceri, scuole, rifugi di montagna, stazioni ferroviarie, aeroporti, uffici della pubblica amministrazione aperti al pubblico, centri sportivi. E così se nel 2009, prima che cominciasse il piano di riduzione, i telefoni pubblici in strada in Lombardia erano quasi 7.000, a fine 2013 sono scesi a poco più di 5.000. E, come si diceva, nel 2014 il numero calerà ancora.

Chi volesse «opporsi» alla dismissione può però farlo. Sessanta giorni prima della rimozione la Telecom deve segnalare l’intenzione con un cartello, mentre cittadini, Comuni o associazioni dei consumatori possono far presente all’Agcom (cabinatelefonica@agcom.it) il proprio parere contrario. L’impressione è che non saranno in tanti a muoversi. Fino a oggi in Lombardia le contestazioni sono solo 53, e 32 sono state rigettate. «Da noi hanno già tolto alcune cabine», dice Damiano Bormolini, sindaco di Livigno (Sondrio), dove oggi ne restano attive ancora otto, «ma se ne sente poco la mancanza». E pure a Vione, in Alta Valle Camonica (Brescia), zona per altro coperta male dalla rete cellulare: «Hanno rimosso una cabina lo scorso anno, era poco utilizzata», racconta il sindaco Mauro Testini. «Finalmente, piuttosto, hanno appena posato da Edolo a Temù la linea in fibra ottica. Così speriamo che i nostri problemi di comunicazione siano risolti». Un’altra epoca, insomma.

18 gennaio 2014

India, una festa e molti imbarazzi

Corriere della sera

Il rischio di una rottura delle relazioni è nulla di fronte all’obiettivo di riportare a casa i nostri soldati


Eleonora Cantamessa era una ginecologa di 44 anni. Una sera di settembre aveva visto un ragazzo a terra in una pozza di sangue. Si era fermata per soccorrerlo. Era un giovane indiano tramortito a colpi di spranga da un connazionale. Ma proprio mentre era china sul ferito, l’aggressore l’aveva investita con l’auto uccidendo lei e il ragazzo. Un atto di generosità pagato con la vita. Una generosità non occasionale che non poteva lasciare spazio a sentimenti di odio o di vendetta, spiegò sua madre in un’indimenticabile lettera al Corriere: «Chissà se qualcuno in India, leggendo la storia di mia figlia che è un intreccio di tragedia e di umanità - scrisse - non pensi anche ai familiari dei nostri cari marò». Quell’interrogativo è rimasto senza risposta, ma di fronte alle polemiche sollevate sulla partecipazione o meno delle autorità locali alla festa della Repubblica d’India che sarà celebrata anche a Milano con un serata di gala a palazzo Clerici, quell’argomentare pacato appare ancora di più una lezione di sobrietà.

Il sindaco Pisapia ha declinato l’invito del consolato parlando di «impegni precedentemente assunti» senza legare il rifiuto alla vicenda dei due marò. Anche i presidenti della Regione e della Provincia, Maroni e Podestà, non si presenteranno al ricevimento mentre il consigliere regionale del Pd Onofrio Rosati, non si sa se a titolo personale o in rappresentanza del suo partito, sarà presente perché, ha spiegato, «bisogna evitare di aprire conflitti diplomatici e di interrompere relazioni con l’India». Con New Delhi la Lombardia ha stabilito collegamenti importanti. Nel 2002 l’allora presidente Formigoni guidò una delegazione di imprenditori interessati sia a trovare nuovi sbocchi di mercato, sia a realizzare partnership per produzioni in loco.

Formigoni incontrò anche Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso e allora capo dell’opposizione. Si capì subito che da lei non sarebbe venuto nessun aiuto: era così preoccupata di mostrarsi più indiana degli indiani che anche in un incontro riservato come quello la conversazione avvenne in inglese. La missione si interruppe drammaticamente al sopraggiungere della notizia che a Milano un aereo da turismo era andato a sbattere contro il Pirellone: incontri annullati e rientro immediato. Nuova missione nel 2007 per consolidare i vecchi accordi e stipularne di nuovi. Ed ecco ancora imprenditori, rappresentanti delle università, della Fiera, persino della Triennale e del Piccolo Teatro. Insomma, una tradizione di buoni rapporti.

I nostri due marò sono trattenuti in India per ragioni indubitabilmente politiche e non di giustizia: c’è sempre una tornata elettorale alle porte, un partito nazionalista pronto alle barricate e una signora di Orbassano, vedova di Rajiv Gandhi, figlio di Indira e nipote di Nehru, la quale da quasi mezzo secolo cerca di farsi perdonare dagli indiani per aver fatto entrare sangue straniero nella discendenza dei padri della patria. Non saranno certo né l’assenza di Pisapia, né la presenza di Rosati alla festa del consolato a riportare a casa i nostri marò. Ma non sarà neppure una rottura delle relazioni a spiegare con ferma pacatezza che non abbiamo nulla da festeggiare.

18 gennaio 2014

Cuoche, colf e maggiordomi al Consolato Usa: «Così Moore ci ha distrutto vita e lavoro»

Corriere del Mezzogiorno

I racconti: «Un via vai di escort. E guai a contraddirlo»


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NAPOLI - Non c’è astio nelle accuse che gli ormai ex dipendenti del Consolato americano di Napoli rivolgono all’ex console Donald Moore. L’ex cuoca Silvana Colucci, l’ex maggiordomo Pietro Cotena (licenziato da Moore dopo 22 anni di servizio in piazza della Repubblica), il suo successore, il giovanissimo Santino Trotta raccontano quasi esclusivamente la delusione umana e professionale che hanno ricevuto dal loro ex datore di lavoro che ha lasciato Napoli ed ora vive e lavora in Alabama. Una stagione si è conclusa al Consolato. L’ultimo colpo alla gestione Moore diventata in questi giorni «Moore Gate» per il via vai di escort nella sede diplomatica, l’ha data la nuova console Colomba Barrosse che ha licenziato l’unica superstite dell’azzeramento praticato da Moore: la cameriera Matilde.

La «tolleranza zero» si è compiuta in un ambiente che fino a qualche mese fa avrebbe invece tollerato cose che con una sede diplomatica hanno poco a che fare. E non dovrebbe essere più così, visto che in piazza della Repubblica attendono l’arrivo di sette marines ai quali sarà affidato il compito di aumentare il livello di sicurezza di una sede che negli ultimi anni sarebbe stata frequentata dalle amiche del console Moore in grado di accedervi senza rispettare le pur severe misure di controllo che proteggono il Consolato.

VICENDE - Silvana Colucci e i maggiordomi si ritrovano al quartiere Vomero nello studio legale di Silvana Romeo, l’avvocato napoletano che segue un’altra ex cuoca, Maria Rosaria Aveta, che ha fatto causa all’ambasciata Usa per una differenza salariale. Silvana aveva preso il suo posto. E’ stata licenziata in tronco per aver servito una porzione troppo grande di roast beef al console inglese, ospite a cena del collega statunitense: «E sapesse come era stato cucinato quel roast beef - aggiunge -. Feci vedere a Moore un pezzo di carne ammuffito. Gli dissi che era da buttare. Lui mi ordinò di sciacquarlo e cucinarlo.

Lo mangiò anche lui. Lui mangiava senza problemi i cibi scaduti». In altre occasioni mentre Silvana cucinava, dalla stanza da letto di Moore arrivava ogni genere di rumori: «Sentivamo tutto. Grida comprese. Una volta dopo l’amplesso il console si mise a suonare la tromba. Ci scappò da ridere». «A me - aggiunge Santino Trotta il giovane maggiordomo - in più di un’occasione è capitato di servire la colazione a queste ragazze che uscivano dalla camera da letto affamate chiedendomi qualcosa da mangiare mentre lui (il console, NDR) era già andato nel salone dei ricevimenti ufficiali a parlare con gli ospiti del Consolato».

IL PERSONAGGIO - Un tipo strano Moore per gli ex dipendenti. «Che si faceva lavare le camicie con il detersivo per le stoviglie, che spesso gridava da solo in ascensore, che mi faceva preparare cene con piatti tipici napoletani e poi faceva servire solo hot dog». E anche sui salsicciotti tipici da fast food americano la cuoca ha altri aneddoti: «Quando scadono, le buste si gonfiano. Lui mi ordinava di congelarli. Una volta mi rifiutai e senza farmi scoprire chiamai il console Conrad (addetto alla sicurezza alimentare della sede consolare, ndr) che dopo aver visto la condizione di quelle buste e del loro contenuto, mi ordinò immediatamente di buttare via tutto». Poi il ricordo della cuoca va a una mousse di cioccolato: «L’ho scongelata e ricongelata sette volte». Nello studio dell’avvocato Romeo si ride anche un po’ pensando agli ignari ospiti dei ricevimenti consolari alle prese con quella mousse. Ma la lotteria del cibo non ha risparmiato gli stessi dipendenti della rappresentanza statunitense a Napoli: «Quando c’erano occasioni in cui il pranzo era servito al personale interno - ricorda la cuoca Silvana - tutti cercavano di chiedermi con lo sguardo cosa potevano mangiare e cosa invece dovevano lasciar perdere. E io facevo dei segni sperando di non essere vista: questo sì, quello no».

Ma lo sdegno torna forte quando la pattuglia degli ormai ex dipendenti parla delle amiche del console: «Molte erano prostitute - aggiunge Silvana Colucci - alcune delle quali uscivano dalla camera da letto in condizioni pietose. Altro che donne eleganti. Fatto salvo il caso di qualcuna, le altre erano davvero imbarazzanti». Di umanità - dichiarano tutti - pare che Moore ne avesse pochissima: «Gli scrissi una lettera a cuore aperto - dice Santino Trotta il maggiordomo giovane - per provare a stabilire una relazione umana tra me e lui. Ero il suo maggiordomo. Gli raccontai di mia madre malata e della voglia che avevo di conservare quel lavoro. Mi chiamò e mi chiese: «ma siamo parenti? Io sono americano, tu napoletano e mio dipendente».

VICENDE - Pietro Cotena, il maggiordomo messo alla porta dopo 22 anni di servizio al Consolato Usa di Napoli, ricorda un altro episodio: «Una domenica ci convocò d’urgenza. Arrivammo a Napoli e stemmo mezz’ora davanti al cancello del Consolato senza entrare. Lui non voleva farci vedere qualche ragazza e così diede ordine che potevamo tornarcene a casa. Ma si fa così?». Tutte queste testimonianze sono state rese per contribuire alla causa che Kerry Howard, un tempo addetta alla organizzazione degli eventi del Consolato americano a Napoli, ha intentato contro la Segreteria di Stato degli Usa chiedendo trecentomila dollari per i danni subiti dalla gestione Moore della sede diplomatica. Howard ha denunciato di aver subìto pressioni, maltrattamenti e di aver lavorato in un clima impossibile che Moore avrebbe determinato:

«Un giorno gli ho sentito dire - ricorda ancora Silvana Colucci - ma lo sapete che io sono l’uomo più potente in tutto il Sud d’Italia? Eh, lo sapete?». E siamo al giorno del licenziamento della cuoca Silvana Colucci. Il console dopo averle cambiato il contratto da full time a part time (passandolo dunque da 1200 a 700 euro al mese per dieci mesi) decide di licenziarla. «Di fronte a lui mi venne solo da dire: che Dio la benedica. Non lo avessi mai fatto. Moore mi rispose: questa non è una chiesa e a me del suo Dio non me ne importa niente. Se ne vada». E uno alla volta se ne sono andati tutti: cuoche, cameriere e maggiordomi. Ora stanno riflettendo sulla possibilità di citare in giudizio l’ambasciata per il trattamenti ricevuto a Napoli. Aspettando la replica di Donald Moore, l’unica voce fuori dal coro è quella di una sua amica. Che nonostante l’amicizia finita chiede l’anonimato e sussurra: «Sono tutte calunnie, qualcuno vuole molto male a Donald».

18 gennaio 2014

Una poltrona per Simoncini?


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Questa mattina ho letto che Gianfranco Simoncini, Assessore regionale al lavoro, ha dichiarato: “ho presentato alla giunta gli orientamenti per la costituzione dell'Agenzia regionale per il lavoro”. Poiché non sta bene pensare male, non voglio pensare che si stia preparando la poltrona per il dopo-assessore anche se, tra i politici, questa non sarebbe una novità. Quindi, pensando che “la poltrona” non sia l'obiettivo personale di Simoncini, mi permetto solo di suggerirgli di non crearla neppure per altri perché sarebbe solo l'ennesimo carrozzone con pochi pregi e molti difetti.

Il lavoro si crea snellendo la burocrazia, abbassando le tasse, favorendo l'imprenditoria, valorizzando il nostro territorio a fini turistici e contrastando l'immigrazione incontrollata che è causa di forti problemi sociali e non solo. Forza Simoncini, si candidi pure a Sindaco di Livorno e, per dimostrarle che quanto le ho detto non è un tentativo di metterlo in cattiva luce, le prometto che se sarà eletto Sindaco e vorrà veramente salvare Livorno, non avrò problemi a darle qualche buon suggerimento.

G. Ceruso - Segretario provinciale Lega Nord - Livorno

Brescia, clochard ai domiciliari, arrestato perché evade dalla panchinaia.

Il Mesaggero

di Federico Tagliacozzo

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Senza fissa dimora arrestato perché evade dalla panchina. Era agli arresti domiciliari. Ma non avendo una casa, aveva eletto come domicilio una panchina del parco di Borgosatollo, un paese alla porte di Brescia. E il giudice aveva dato parere favorevole. Ma quando i carabinieri hanno effettuato il solito controllo, non vedendolo sulla panchina, lo hanno considerato alla stregua di un evaso. E così, per il 43enne Ilario Bonazzoli, questo il nome del clochard, nel 2009 è arrivata la condanna in primo grado a 10 mesi di carcere: la motivazione suona come una beffa recitando che l'imputato è colpevole "per non essersi fatto trovare a casa nonostante fosse agli arresti domiciliari".

Il 12 gennaio scorso la sentenza d'appello ha ribaltato il primo grado e sancisce che Bonazzoli dovrà lasciare il penitenziario di Ivrea dove e' attualmente detenuto. Ma la questione del domicilio - come sottolinea l'agenzia Dire - si riproporrà inevitabilmente. Il problema, a questo punto, ricade sui servizi sociali di Borgosatollo, dove il senza fissa dimora dovrà risiedere: «Oggi come oggi, non saprei nemmeno dove alloggiarlo, non abbiamo strutture da offrirgli - commenta il sindaco di Borgosatollo Francesco Zanardini - L'unico aiuto che gli possiamo dare e' trovare una residenza fittizia». Per quanto assurdo sia condannare chi non ha una una casa, a stare in un domicilio, la sentenza potrebbe marcare un cambio culturale.

La curiosa storia di Ilario Bonazzoli è stata commentata da chi da 13 anni si occupa di difendere i diritti dei senza dimora: «Non ho visto le carte - spiega il presidente di Avvocati di strada Antonio Mumolo - e il mio giudizio non può essere molto approfondito, ma di primo impatto non la giudico negativa di per sé». Ai senza dimora infatti di norma viene comminata una pena da scontare in carcere anche quando la sentenza prevederebbe una misura cautelare minore. Ma come si fa a sorvegliare una persona che non ha un domicilio? La risposta, per l'avvocato Mumolo, c'è: attraverso il braccialetto elettronico annunciato dal Governo Letta a dicembre.

Una misura al centro delle polemiche proprio in questi giorni: il 15 gennaio il capo della Polizia Alessandro Pansa ha dichiarato alla Commissione giustizia della Camera in relazione al decreto Cancellieri che al momento ne sono utilizzati 90, anche se il costo complessivo e' di 5 milioni di euro.
Eppure lo strumento, potenzialmente, potrebbe aiutare il sistema carcerario a risparmiare soldi e celle. Di cifre esatte sui detenuti senza dimora non ne esistono, ma esistono altri numeri che possono dare un'idea dell'entità del fenomeno. Secondo l'ultima ricerca FioPSD - Istat il 13 per cento dei 50-60 mila senza dimora d'Italia ha avuto esperienze con il carcere.

Non per tutti la cella era necessaria. A questo si aggiungono le esperienze di associazioni per i diritti e le garanzie nel sistema penale come Antigone e Ristretti orizzonti, che segnalano moltissimi casi di senza dimora costretti a stare in carcere. «L'introduzione del braccialetto unito all'obbligo di firma ogni giorno potrebbe contribuire ad evitare la sperequazione di trattamento tra chi ha una casa e chi no - e' la conclusione di Mumolo - Permetterebbe di seguire i senza dimora senza obbligarli a stare in carcere. L'evasione ci sarebbe solo nel caso in cui qualcuno si strappasse il braccialetto».


Giovedì 16 Gennaio 2014 - 14:59
Ultimo aggiornamento: 20:59

Morto il soldato giapponese che ignorò la fine della Seconda Guerra Mondiale

La Stampa

Hiroo Onoda si è spento a 91 anni in un ospedale di Tokyo. Ha trascorso quasi tre decenni nella giungla delle Filippine in totale isolamento


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È morto a 91 anni Hiroo Onoda, tenente a riposo dell’ex Esercito Imperiale nipponico, divenuto suo malgrado il simbolo del militarismo del Sol Levante dopo aver trascorso quasi tre decenni nella giungla delle Filippine in totale isolamento, eccettuati tre commilitoni che però sarebbero stati via via uccisi o arrestati, ignorando che la II Guerra Mondiale era finita da un pezzo e che il suo Paese aveva firmato la resa. Onoda si è spento ieri in un ospedale di Tokyo, dove era ricoverato dall’inizio del mese dopo aver accusato problemi cardiaci. Inviato nel 1944 sull’isola occidentale filippina di Lubang, un centinaio di chilometri al largo di Manila, l’allora 22enne tenente aveva ricevuto l’ordine d’infiltrarsi al di là delle linee nemiche per compiere operazioni di ricognizione e sabotaggio, senza alcun aiuto o sostegno dall’esterno, e quindi sopravvivendo in maniera totalmente indipendente fino a quando non avesse ricevuto nuove istruzioni.

Un anno dopo il Giappone fu sconfitto, ma Onoda non lo sapeva e continuò pertanto a compiere il proprio dovere al servizio del suo Paese, nascondendosi nel folto della foresta tropicale. Visse così per 29 anni consecutivi, nutrendosi di frutta, radici e delle rare prede che riusciva a catturare, sfuggendo sistematicamente alle pattuglie della polizia locale e persino alle spedizioni giapponesi mandate a cercarlo, che scambiava per nemiche. Alla fine però fu escogitato l’espediente di farlo avvicinare da un suo antico superiore, il maggiore Yoshimi Taniguchi, il quale gli annunciò che l’ordine originario era revocato e che pertanto non aveva più alcuna responsabilità da adempiere: era il 9 marzo 1974, e Onoda aveva 52 anni.

Rientrato in patria, vi restò pochi mesi: nel ’75 si trasferì in Brasile, dove si sposò e gestì con successo una piantagione. Nell’89 tornò a casa, e si dimostrò ancora una volta non solo un fedele soldato, ma anche un abile manager di se stesso: creò infatti una sorta di accampamento itinerante, dove insegnava a giovani e meno giovani le tecniche di sopravvivenza in natura. Nel frattempo aveva pubblicato un’autobiografia di successo, dal titolo `Nessuna capitolazione: la mia guerra trentennale´. Nel 96 tornò a Lubang, dove donò 10.000 dollari per finanziarne la scuola. Lascia la moglie Machia. 

La radio anti-rottamatore perseguitata dai giudici

Fabrizio Boschi - Sab, 18/01/2014 - 08:08

Il caso della fiorentina Radio Studio 54 querelata dal sindaco e punti dalle toghe

Chi critica le malefatte del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, al meglio finisce condannato. È un assioma. Ma se ci fosse bisogno di un'ulteriore prova basta ripercorrere l'esperienza vissuta da Guido Gheri, «I' Gheri», come lo chiamano a Scandicci, alle porte di Firenze, fondatore, proprietario e speaker di punta della storica Radio Studio54, aperta nel 1975, un'oasi blu nel deserto rosso della Toscana.


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Ed è proprio questo il punto. «I' Gheri» sta sulle balle. E anche questo è un assioma. I suoi pensieri in libertà durante il programma Voce del Popolo ascoltato ogni mattina da quasi mezzo milione di persone vanno di traverso ai rossi politici locali. Soprattutto al sindaco di Firenze. Ecco perché la sinistra e i giudici di sinistra non la vogliono più tra i piedi. Radio Studio54 è l'unica radio in Toscana che non è di sinistra e che non vive, come le altre, di soldi pubblici. E così per mettergli il bavaglio si è ricorso prima ai sigilli e poi alle condanne penali.

Nel 2012 vennero sequestrati gli impianti e interrotte le trasmissioni. E qualche giorno fa per Gheri e un suo collaboratore è arrivata una sentenza di condanna. Le accuse sono diffamazione e incitamento all'odio razziale per certe frasi pronunciate in diretta. Il giudice Marco Bouchard, manco a dirlo membro di Magistratura democratica, ha inflitto 9 mesi di condanna a Gheri e 6 mesi al suo «aiuto» Salvatore Buono. I due sono stati anche condannati a risarcire il Comune di Firenze con una multa di 5mila euro. Il tutto ascoltando solo due dei 18 testimoni che i legali di Gheri avevano iscritto a ruolo, tra i quali figuravano anche tanti extracomunitari amici e collaboratori della radio.

La presunta istigazione all'odio razziale deriva dai commenti del Gheri sulla gestione del maxi-parcheggio a pagamento dell'ospedale Careggi di Firenze, da dove alcuni ascoltatori avevano segnalato atti vandalici e aggressioni da parte di extracomunitari e di zingari. Ovviamente venne tirato in causa anche il Comune di Firenze accusato di non risolvere quella grave situazione di ordine pubblico. Una critica che evidentemente colpì la delicata sensibilità del sindaco-segretario, ritenutosi offeso insieme alla sua amministrazione, e che decise per questo di querelare Gheri e Buono e di costituire il Comune di Firenze parte civile.

«Ma quale razzismo? - si difende Gheri - sono l'unico che ha sempre avuto stranieri a lavorare nella mia radio. Quando parlavo di Careggi lo facevo perché ricevevo ogni giorno centinaia di messaggi di donne e madri impaurite per quello che accadeva da anni nei parcheggi dell'ospedale. Senza che il Comune muovesse un dito. La verità è che qui è stato messo in piedi un preciso disegno volto a rovinare me e la mia famiglia. Radio Studio54 è l'unica spina nel fianco che hanno per cui avvalendosi dei loro amici magistrati cercano di distruggermi. Un danno di immagine e di salute incalcolabile».

In Toscana funziona così. Chi osa mettersi contro lo strapotere delle coop e dei poteri forti rischia pesante. Gheri per anni ha attaccato il sistema di sprechi regionale e provinciale nonché la giunta del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, il quale, indispettito per essere stato definito in un dossier «Renzino Spendaccino», lo ha querelato. «Altro che Cuba, qui è peggio, una cosa impressionante. Chi la pensa diversamente in Toscana prima o poi la paga. Loro hanno il potere di distruggerti». Il senatore fiorentino di Fratelli d'Italia e candidato a sindaco di Firenze, Achille Totaro, ha preannunciato che presenterà un'interrogazione parlamentare in merito.

L'avvocato Paolo Florio, difensore di Gheri, ha parlato di «sentenza sorprendente, date le miti richieste della procura» che, per l'istigazione, proponeva al giudice solo una multa e non il carcere. Ma se parli male del sindaco Renzi...

L'Italia voleva un posto al sole? Il risultato fu la Grande guerra"

Matteo Sacchi - Sab, 18/01/2014 - 08:32

Il saggio La scintilla di Franco Cardini e Sergio Valzania spiega come, con l'invasione della Libia, il nostro Paese favorì il conflitto

Avvicinandosi il centenario dell'inizio della Prima guerra mondiale, l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando venne ucciso a Sarajevo il 28 giugno 1914, sono molti i libri che si interrogano sulla genesi del conflitto.


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Quello appena pubblicato da Franco Cardini e Sergio Valzania suggerisce una chiave d'analisi piuttosto particolare e inusuale. Che si capisce già dal titolo: La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l'Italia provocò la Prima guerra mondiale (Mondadori, pagg. 208, euro 19). Anche per l'ingresso in ritardo nel conflitto (l'Italia si dichiarò belligerante solo il 23 maggio 1915) raramente si attribuiscono grandi responsabilità iniziali al nostro Paese nello scatenarsi della tempesta d'acciaio che distrusse per sempre le radiose speranze da Ballo Excelsior dell'Europa. Eppure nel libro, Cardini, che insegna storia medievale alle università di Firenze e di Bari, e Valzania, autore di molti testi di storia militare, argomentano con molta chiarezza come i governi Italiani, da Crispi in poi, abbiano fatto abbondantemente la propria parte per provocare il conflitto. Ne abbiamo parlato col professor Cardini discutendo del volume che mette sotto accusa soprattutto l'intervento militare italiano in Libia.

Professor Cardini come fa una nazione entrata in guerra, e faticosamente, un anno dopo ad essere tra i responsabili del conflitto?
«Ovviamente quello che ha portato alla Prima guerra mondiale è un percorso molto complesso e non si può identificare dei responsabili in maniera univoca - sarebbe persino un modo di procedere un po'cretino - però è certo che l'Italia fece la sua parte per far precipitare la situazione».

E come?
«L'iniziativa più nefasta fu la guerra di Libia. Gli Italiani aggredirono l'agonizzante Impero turco nelle sue province africane, bombardarono i forti dei Dardanelli e poi forzarono lo stretto dimostrando che “il grande malato d'Oriente” era allo stremo. Dopo di che, anche a causa della disfatta militare, i turchi non ebbero più la capacità di intervenire nell'area balcanica. Gli austriaci di cui sia noi che i turchi eravamo alleati protestarono più volte ma non servì».

Quindi senza i turchi attivi nei Balcani si arriva ai fatti di Sarajevo?
«I Turchi erano alleati dell'Impero Austroungarico nel contenere il panslavismo fomentato dagli zar che volevano avere un'area di influenza nel Mediterraneo. Senza di loro la situazione balcanica era destinata a degenerare. A Vienna in molti pensarono di risolvere la cosa con una guerra locale. Senza tener conto del pericolo di diffusione del conflitto... Uno dei pochi fermamente contrari a soluzioni di questo tipo era proprio l'arciduca Francesco Ferdinando. Quando venne ucciso il processo divenne inarrestabile».

Insomma le scelte coloniali italiane furono miopi.
«L'Italia voleva diventare una potenza autonoma. Questo rese la sua politica estera molto ondivaga. Ammiravamo i tedeschi come modello culturale, la sinistra storica a partire da Crispi ne era invaghita, dipendevamo dagli inglesi per lo sviluppo economico, eravamo in rotta con i francesi dal famoso schiaffo di Tunisi del 1881, consideravamo l'Austria un nemico storico ma dovevamo prendercela come alleata se volevamo la protezione tedesca... A questo si sommava la voglia di avere anche noi una colonia. Il risultato di tutte queste pulsioni contrapposte sfociò nella faccenda libica e non solo».

Gli storici italiani sugli effetti della guerra di Libia sugli equilibri internazionali non hanno mai insistito, al massimo citano la nota espressione di Salvemini, «scatolone di sabbia», per spiegarne l'inutilità...
«In Italia la vulgata di sinistra non ama parlare di questa guerra in quanto “sporca e colonialista”. Ergo l'ha raccontata solo in quella chiave. A destra invece la Patria è la Patria e ha sempre ragione e quindi questo tipo di questione comunque non piace. Ma la realtà è che la nostra guerra d'aggressione fece da preludio ad una molto più micidiale danza macabra».

Ci sono altre cose che non vogliamo vedere?
«Nel centocinquantenario dell'Unità quante volte ha sentito citare il canale di Suez? Se gli inglesi non avessero avuto paura del canale in costruzione e dell'influenza francese nel Mediterraneo non avrebbero aiutato il Piemonte contro i Borboni. L'Italia come nazione esiste anche per quello, certo rovina la retorica risorgimentale... E se Bismarck non avesse fatto fuori Napoleone III non avremmo mai avuto Roma... Siamo una nazione che nel sistema di potere e di tensioni che ha portato alle guerre mondiali ha giocato le sue carte, anche coloniali. A volte bene, a volte male, di certo con delle responsabilità sugli esiti finali».

Pedofilia, spretati 400 sacerdoti in due anni

Corriere della sera

Il giro di vite voluto da Papa Benedetto XVI, che introdusse il reato di pedopornografia nel 2010

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Sono centinaia i sacerdoti pedofili spretati da Benedetto XVI nel suo pontificato. Il giro di vite voluto da Ratzinger, specie dopo le norme più severe del 2010, ha avuto come effetto dati impressionanti, dei quali si è discusso a Ginevra durante l’audizione della Santa Sede al Comitato Onu sui diritti del fanciullo. L’agenzia Associated Press parlava ieri di circa 400 casi di sacerdoti spretati tra il 2011 e il 2012. La Santa Sede, peraltro, precisano che si tratta di una elaborazione non del tutto esatta dei dati riportati nel volume delle «attività della Sede». Dai quali risulta che nel 2011 la Congregazione per la dottrina della fede sottopose al Papa la richiesta di laicizzazione «ex officio» di 125 «soggetti» e per altri 135 la richiesta di «dispensa dagli obblighi sacerdotali». Nel 2012 sono stati rispettivamente 57 e 67. In totale, quindi, risultano 182 richieste di «dismissione dallo stato clericale» e 202 «dispense».

Numeri che si riferiscono «ordinariamente a casi avvenuti negli anni precedenti», chiarisce padre Lombardi. Non è che gli abusi si riferiscano a quel biennio. Si tratta piuttosto dell’effetto delle norme del 2010. L’ex Sant’Uffizio, per volontà di Ratzinger, introdusse il reato di pedopornografia, la possibilità di procedere per «via extragiudiziale» nei casi più clamorosi, il potere del Papa di spretare direttamente i colpevoli quando le prove sono schiaccianti, l’abuso su disabili psichici equiparato a quello sui minorenni. E soprattutto allungò la prescrizione da 10 a 20 anni, a partire dal diciottesimo compleanno della vittima. Il che permise di punire anche i casi più antichi. Il testo firmato da Benedetto XVI il 21 maggio 2010 segnò il punto di non ritorno della Chiesa nella lotta agli abusi.

18 gennaio 2014

Michele e i 22 centesimi al mese per l'Inps

La Stampa

di Giuseppe Miretto


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MADDALONI - Funziona la lotta alla lotta alle spese folli per le pensioni facili. «Brillante» operazione contro le frodi pensionistiche: contro gli sprechi previdenziali, l’Inps chiede la «restituzione di 21 euro e 64 centesimi per eccesso di pensione percepita, dal novembre 1996 al 30 aprile 2005» ad un 75enne di Maddaloni. L’uomo ha scoperto, con ironica sorpresa, di aver «frodato» suo malgrado l’Inps, per circa dieci anni. Michele Santo, ex minatore della Cementir in pensione, che abita con la moglie nella modesta ma dignitosa casa di via Fabio Massimo (l’ombelico panoramico del centro storico pedemontano), non perde lo humor.

venerdì 17 gennaio 2014 - 00:19   Ultimo aggiornamento: 13:31