giovedì 16 gennaio 2014

Il colore delle critiche

Marcello Veneziani - Gio, 16/01/2014 - 16:57

La Kyenge è ministro solo perché è nera: non ha alcun titolo e competenza per occuparsi di immigrazione

Non so se la Kyenge sia contestata dai leghisti perché è negra. Ma so che la Kyenge è ministro solo perché è nera.

Cattura
È lì solo perché è nera. Non dico che sia l'eccezione delgoverno, anzi la pecora nera, perché mezzo governo, di oggi come quelli di ieri, è lì per meriti misteriosi. Penso che i leghisti e le destre abbiano tutto il diritto di contestare la sua politica dell'immigrazione perché lei non si pone dal punto di vista dell'Italia, ma dei migranti. Questo non c'entra un tubo col razzismo. Se il discorso si sposta sul piano personale, Cécile Kyenge è una persona gradevole, colta, anzi troppo colta per rappresentare davvero la massa degli immigrati e sicuramente più colta e civile di molti esponenti leghisti.

Reagisce in modo composto e accorto agli attacchi, sa che per lei nera funziona da dio essere contestata, meglio se in modo rozzo, e rispondere con garbo. Il nodo è qui: contestare il suo ruolo pubblico, ma rispettare la sua persona, come ogni persona, anzi nel suo caso di più e non perché nera ma perché educata. E tener fuori ogni discorso di razza, colore e zoologia. Amerei vivere in un Paese dove il colore della pelle non è motivo di discriminazione né di carriera, dove provenire dal Congo non è titolo di colpa né di merito e dove un ministro ha come priorità l'interesse generale del mio Paese e degli italiani. Non dei padani, degli italiani.

La Sicilia e quei 1.160 euro ai capigruppo Insorge il Movimento 5 Stelle

Corriere della sera

Approvata l’indennità di funzione. La decisione motivata per la diminuzione del budget dopo il decreto Monti

combo
Mentre la Guardia di Finanza passa le carte sulle «spese pazze» dell’assemblea regionale alla Corte di conti per capire se nel pasticcio dei 10 milioni di euro spesi da 97 deputati in borse e cravatte, gioielli, vini e caffè, si configuri un danno erariale, fra le pieghe della Finanziaria appena approvata, emerge uno «scandalo» denunciato dai grillini che, in tempi di spending review, accusano tutti i partiti di avere appena aumentato lo stipendio ai capigruppo di 1.160 euro lordi al mese. E in effetti questo è accaduto nell’assemblea da qualche giorno in prima pagina per il mutuo casa alle coppie gay e per la cresta sui fondi degli stessi gruppi. Echeggia ancora fra gli austeri saloni di Palazzo dei Normanni un acido battibecco fra i grillini e il loro capogruppo Giancarlo Cancellieri, da una parte, e, dall’altra, un loro ex paladino, Antonio Venturino, sganciatosi dai 5 Stelle e rimasto in sella da solo come vicepresidente dell’assemblea, senza restituire al movimento di Grillo e Casaleggio né una parte dello stipendio né la cosiddetta «indennità di funzione» da 1.800 euro al mese.


LE INDENNITA’ DI FUNZIONE - Ed è questa voce a creare nuove polemiche. Ce l’ha da sempre, ovviamente, anche il presidente Giovanni Ardizzone, più robusta, 2.700 euro. E ce l’hanno i presidenti delle commissioni parlamentari, 1.159 euro al mese, mentre i loro vice si fermano a 290 euro e i segretari non superano i 145 al mese. Un cadeau per tutti, chi più chi meno. Fatta eccezione per i capigruppo, finora a secco. Ma non più perché, dopo avere recepito il decreto Monti e ridotto sensibilmente tutti gli appannaggi a una media di circa 8 mila euro netti al mese, si è deciso per loro un «regalino» da 1.160 euro lordi, giusto per addolcire la pillola. Fuoco alle polveri e via con i tuoni di Cancelleri contro la casta: «Una decisione assurda da noi respinta al mittente perché le indennità di funzione non hanno motivo di esistere».

Ma con il contrattacco di Venturino contro questi suoi ex compagni d’avventura che «gettano fumo negli occhi e fanno disinformazione per fomentare l’opinione pubblica anche contro questo ufficio di presidenza». Poi, la spiegazione ripetuta durante il dibattito in aula con riferimento a quanto accadeva prima della spending review del decreto Monti: «Tutti i capigruppo, compreso Cancellieri, disponevano direttamente del 10 per cento di quanto veniva assegnato ad ogni gruppo, per le spese necessarie. Eseguiti i drastici tagli del decreto Monti e diminuite tutte le indennità di carica, a partire dal presidente sino ad arrivare ai segretari, per garantire comunque ai capigruppo la possibilità di espletare le proprie funzioni, in sintonia con quanto adottato in diversi consigli regionali, l’assemblea ha deciso di attribuire quei 1.160 euro lordi...».

palazzo-dorleans
SPESE DA DIMOSTRARE - Venturino non ci vede niente di male. Come quasi tutti i deputati dell’assemblea da martedì sera concentrati sullo scandalo delle «spese pazze». In qualche caso «per niente pazze», come ripete il presidente dell’assemblea Giovanni Ardizzone, ieri di buon’ora a colloquio con il procuratore della Repubblica Francesco Messineo e con l’aggiunto Leonardo Agueci, a sua volta cosciente delle difficoltà: «Siamo alla fase iniziale, complicato accertare il reato, dato che la zona grigia tra lecito e illecito è ampia...». Una visita per confermare la piena disponibilità della presidenza e «la necessità di accelerare per chiarire...». Un modo per ribadire che occorrerà distinguere caso per caso. Come chiedono tutti. Anche l’ex capogruppo del Pd Antonello Cracolici. E un altro indagato eccellente, Davide Faraone, da Matteo Renzi arruolato nella segreteria nazionale del partito, certo di potere provare che i 3 mila euro contestati sono stati utilizzati solo per attività politica. Come forse non tutti potranno dimostrare.

16 gennaio 2014

Apple rimborsa i genitori per le app acquistate dai bimbi senza consensi

La Stampa

Il colosso di Cupertino patteggia 32,5 milioni di dollari ed esce dalla disputa


2014-01-15T182746Z_184794460_TM4EA1F11DE01_RTRMADP_3_USA-APPLE-FTC-knED-U10202093289615lgH-426x240@LaStampa.it
Apple rimborsa milioni di dollari a genitori che si sono visti addebitare costi per upgrade di app e giochi su iPhone e iPad effettuati dai figli senza il loro consenso. Cupertino patteggia con la Federal Trade Commission, l’antitrust americana, che l’accusa di non aver propriamente comunicato ai clienti, soprattutto genitori, che una volta immessa la password si apre automaticamente una finestra di 15 minuti durante la quale sono ammessi acquisti senza limiti dall’App Store. Finestra della quale molti bambini hanno approfittato senza avvertite i genitori che, ignari, si sono poi visti addebitare costi non approvati. 

Un “problema”, questo, di cui - secondo la Ftc - Apple è consapevole dal 2011 ma che non ha mai risolto. «Tutelare i bambini è la priorità dell’App Store dall’inizio e Apple è orgogliosa di aver creato standard per i negozi online rendendo l’App Store un posto sicuro per i clienti di tutte le età. L’accordo di oggi estende il nostro programma di rimborsi per gli acuisti nelle app effettuati senza il permesso dei genitori» afferma Apple in una nota. Lo scorso febbraio Apple ha patteggiato una class action sullo stesso tema, pagando decine di milioni di dollari a più di 23 milioni di clienti. In una email ai dipendenti l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, critica la Ftc per aver «continuato un caso che era già stato patteggiato. Comunque quanto proposto dalla Ftc non ci richiede nulla che non stiamo già facendo per questo abbiamo deciso di accettare invece di imbarcarci in una lunga battaglia legale». 

Lussana (la Padania) contro Kyenge: "Se la sua agenda è online, perché non dovrei pubblicarla?"

Libero

Reagisce ai "professionisti dell'indignazione" e non rinuncia alla rubrica sugli impegni del ministro. Ecco chi è la leghista che sfida Cecile


Cattura
Ora la attaccano perché pubblica su la Padania l'agenda degli appuntamenti pubblici del ministro Cecile Kyenge. Ma non batte ciglio. Come quando nel giugno 2011 si prese degli sganassoni, in piazza della Loggia a Brescia, mentre assisteva da direttrice di Telepadania a una manifestazione di immigrati. Aurora Lussana, dall'ottobre 2012 direttrice del giornale di partito del Carroccio, ha messo nel mirino la titolare del dicastero per l'Integrazione, e non ha intenzione di tirarsi indietro davanti alle prime polemiche. "L'ultima cosa che mi sarei aspettata - scrive oggi sul giornale che dirige - è che i professionisti dell'indignazione scatenassero questa cosa per un'agenda pubblica".

Il senso della controrisposta a chi l'accusa di mettere in pericolo la sicurezza del ministro è: la lista dei suoi impegni si trova sul sito del ministero, e non c'è ragione perché si gridi all'attentato alla sua incolumità per la pubblicazione su la Padania. Ma la Kyenge non è un ministro qualsiasi, aggiunge: "E' una potente donna del governo che tutti i media celebrano come una santa: gode di una sorta di immunità razziale". E poi dice: "Noi siamo un piccolo giornale d'opposizione. Ma avrei voluto vedere questa indignazione per le famigli italiane bloccate in Congo e per i marò".

Direttrice di ferro - Bergamasca classe 1976, maturità classica e laurea in scienze politiche, Lussana ha fatto i suoi esordi da giornalista su Rai2. E' nell'orbita Lega Nord dal 1994, molto vicina a Roberto Maroni e da sempre maroniana di ferro. Quando è stata nominata direttrice del quotidiano di partito (alla cui guida è subentrata a Stefania Piazzo), commentò con il Fatto Quotidiano: "Non voglio raccontare l’agiografia dei santi leghisti e vorrei prendermi tutta l’autonomia che mi è stata promessa". Capelli lunghissimi e forme prosperose, vive a Milano ed è fidanzata con Nicola Molteni, deputato del Carroccio e tesoriere del gruppo a Montecitorio.

Caso Kyenge tra gaffe e insulti. "Beata lei, non deve truccarsi"

Stefano Filippi - Gio, 16/01/2014 - 08:25

Uscita della Santelli ad Agorà, poi si corregge: io fraintesa. Il Pd si scaglia sulla Padania e Buonanno in aula si tinge il viso di nero

La ministra Cécile Kyenge passerà alla storia per le polemiche create attorno a lei più che per le cose da lei fatte. La Lega Nord la tiene nel mirino da mesi: Mario Borghezio parlò di «governo del bonga bonga» (espulso dal Parlamento europeo), Dolores Valandro twittò «mai nessuno che la stupri» (espulsa dal partito), Roberto Calderoli disse che «quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango» (si scusò al telefono).

1389854766-ipad-202-0
La settimana scorsa è stata la volta delle contestazioni bresciane incendiate dalla presenza dei centri sociali. Ora la Padania ha deciso di pubblicare l'agenda della ministra ed è scoppiato il finimondo. Gli appuntamenti sono presi parola per parola dal sito internet del ministero dell'Integrazione: ieri una conferenza stampa, oggi un convegno, sabato tre eventi in Lombardia. Ma sul quotidiano leghista non si può. La ministra, dopo averla buttata sull'ironia scopiazzando Matteo Renzi («Padania chi?»), domanda di «fermare i razzisti»: «La politica si deve alzare tutta per condannare questi attacchi». E più tardi alza il tiro: «A essere minacciata è la democrazia». L'ex ministra Livia Turco vuole una manifestazione nazionale. Contro il giornale nordista sono stati chieste censure, il sequestro preventivo e interventi dell'Ordine dei giornalisti. Un'insurrezione antipadana.

Ma siccome al peggio non c'è fine, ieri la forzista Jole Santelli al programma tv Agorà, al quale partecipava in collegamento anche Cécile Kyenge, si è lasciata scappare una frase infelicissima. «Le nere? Hanno la fortuna di non doversi truccare come noi. Quindi sono più fortunate». Imbarazzo in studio, nessuno replica, ma le polemiche scoppiano dopo in un crescendo. Più tardi la Santelli preciserà che quella frase è stata «estrapolata dal contesto e di significato opposto a quanto si vuol fare apparire» e che «questa inutile strumentalizzazione è vero razzismo». Tuttavia la gaffe resta. Verso mezzogiorno si mobilitano anche le forze dell'ordine.

A Palazzo Chigi è arrivata una busta anonima indirizzata alla ministra contenente polvere bianca. Sospetti, allarmi, controlli, piazza Colonna blindata. Il deputato democratico Khalid Chaouki, nato in Marocco, che a Natale si era incatenato nel centro di accoglienza a Lampedusa, ha immediatamente parlato di «chiara e gravissima intimidazione» i cui «responsabili morali» sono i leghisti: «Salvini condanni in modo inequivocabile questa inedita minaccia». Dagli accertamenti è risultato che si trattava di bicarbonato mentre la lettera era partita da Palermo e non da una sede della Lega. Intanto la temperatura delle polemiche si è alzata ancora.

Il Carroccio non si è scusato con il ministro ribattendo colpo su colpo. «Sequestrare la Padania sarebbe fascismo - ha detto il segretario Matteo Salvini a proposito dell'agenda Kyenge -. I veri democratici dovrebbero schierarsi a difesa del diritto dei giornalisti». Maroni ha respinto l'accusa che la Lega «sia andata oltre il limite»: «Le polemiche le fate voi», ha replicato ai giornalisti. Nell'aula di Palazzo Madama sono intervenuti i commessi per bloccare i leghisti che sventolavano copie del loro quotidiano. «Non toccate la Padania o scateniamo l'inferno», ha urlato il senatore Jonny Crosio. L'ex sindaco di Varallo Sesia Gianluca Buonanno, durante il question time alla Camera, si è dipinto il volto con il cerone nero: «Gli italiani si devono fare un pò più scuri per avere di più. È razzismo al contrario».

L'unica nota leggera è venuta da Aurora Lussana, direttore del giornale: gli è stato chiesto di Clarence Seedorf, nuovo allenatore del Milan, primo «mister» di colore in Italia. «Un bellissimo calciatore», ha risposto da tifosa atalantina.

Scarsa prevendita, annullato spettacolo in omaggio a Franca Rame

Corriere della sera

La prevendita di «Il partigiano Franca» è risultata molto inferiore alle aspettative. Salta la rappresentazione prevista al Nazionale


WCCOR2_0IYF
Troppo scarsa la prevendita e così è stato annullato lo spettacolo `Il partigiano Franca´, l’omaggio a Franca Rame che doveva andare in scena al Teatro Nazionale di Milano lunedì prossimo. Diretto e interpretato da Marina De Juli su testi scritti da Dario Fo, Jacopo Fo e della stessa Franca Rame, lo spettacolo aveva ricevuto il patrocinio del Comune di Milano e domani era prevista la sua presentazione a Palazzo Marino, alla presenza di Dario Fo. Tutto cancellato però dopo che i biglietti venduti sono stati troppo pochi. `Il partigiano Franca´ è la storia di Franca Rame e della sua famiglia partendo dal 1912 raccontata da Marina De Juli, attrice che nella Compagnia di Fo-Rame ha studiato e lavorato tutta la sua carriera. Confermata, invece, la data prevista sabato 18 gennaio al Nuovo Teatro di Cuasso al Monte (Varese).

15 gennaio 2014




Addio a Franca Rame, il ricordo di Dario Fo (31/05/2013)
L'addio di Dario Fo a Franca Rame (31/05/2013)
Addio a Franca Rame, una vita tra arte e impegno (29/05/2013)

Lager e torture, le due storie di Vera «militante della Memoria»

Corriere della sera

Ebrea italiana fuggita in Argentina: il nonno ad Auschwitz, la figlia desparecida

xxxxxxxxxxx
Mi chiamo Vera e ho due storie: mio nonno fu ucciso ad Auschwitz, mia figlia morì su un volo della morte in Argentina. Per entrambi, non c’è tomba». Vera Vigevani Jarach, ebrea italiana che nel 1939 fuggì a Buenos Aires a causa delle leggi razziali, oggi ha 85 anni e dedica la sua vita a testimoniare e a lottare contro il silenzio e l’indifferenza. «Sono una militante della Memoria», dice. Mossa da questo spirito, nonostante l’età e una vista sempre più debole, ha sorvolato l’oceano dall’Argentina all’Italia e ha raccontato le due tragedie che hanno attraversato al sua vita. «Il rumore della memoria. Vera dalla Shoah ai desparecidos» è il risultato di questo percorso: una web serie di Marco Bechis, scritta dallo stesso regista con Caterina Giargia e i giornalisti del «Corriere della Sera» Antonio Ferrari e Alessia Rastelli, in cui la protagonista ripercorre i luoghi fondamentali della sua memoria personale e di quella collettiva. Incontrando anche numerosi testimoni sia della Shoah che delle detenzioni e torture messe in atto in Argentina durante la dittatura di Videla.

I LUOGHI E GLI INCONTRI - Tra i luoghi toccati da Vera nel suo viaggio, il Binario 21 di Milano, da cui partirono i convogli diretti ai campi di sterminio e la Escuela Superior de Mecánica de la Armada (Esma) a Buenos Aires, uno dei centri di detenzione clandestina attivi durante il regime di Videla. Al Binario 21 Vera incontra Lilian Segre, ebrea italiana sopravvissuta ad Auschwitz, partita proprio da quel luogo sotterraneo di Milano sullo stesso convoglio del nonno di Vera, e Marta Álvarez, la testimone che vide la figlia desaparecida nelle ultime ore di vita alla Esma e che rivelò alla madre il destino della ragazza.

16 gennaio 2014

I Lumia battono gli iPhone in Italia

Corriere della sera

Siamo l’unico Paese dove i telefoni Windows si piazzano davanti a quelli con iOs. Android al 67,9% dei telefoni nazionali

nokia-lumia-900
MILANO - Adesso non ci sono più dubbi: agli italiani piace Lumia. Piace a tal punto da snobbare gli iPhone nuovi di zecca. La conferma arriva dall’aggiornamento del Kantar Worldpanel Comtech. Eravamo rimasti al trimestre conclusosi a settembre 2013, con il sistema operativo Windows Phone presente sul 13,7% dei dispositivi venduti in Italia a fronte del 10,2% portato a casa da iOs. All’epoca, nonostante la prestazione della soluzione di Microsoft fosse già rilevante, non erano ancora disponibili l’iPhone 5S e l’iPhone 5C, lanciati in settembre e commercializzati nel nostro paese il 25 ottobre .

I nuovi dati arrivano a fine novembre e vedono nuovamente Windows superare il sistema operativo di Cupertino con una quota di mercato, relativa ai dispositivi distribuiti nel periodo in esame, pari al 16% e una crescita del 4,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Gli smartphone con iOs hanno ottenuto l’11% della torta e devono far fronte a un calo del 9%. Android svetta con il 67,9%, e cresce dell’11,6%. Blackberry è scivolato all’1,9%. Lo spaccato italiano fa ancor più impressione se confrontato con quello degli altri Paesi: siamo l’unico caso in cui un’Apple in ripresa rispetto ai mesi precedenti ha dovuto cedere il passo alla soluzione di Microsoft. Il gradimento generale per Redmond invece si conferma nel 10% ottenuto complessivamente nei cinque principali mercati europei (Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna), dove iOs è al 18% ma ha perso il 6,5%.

Android a livello comunitario sfiora il 70%. Non c’è storia, invece, negli Stati Uniti dove la Mela è impressa sul 43% degli smartphone venduti nei mesi presi in considerazione dell’analisi. Windows si sta arrampicando al 4,7% e Android ha conquistato il 50,3%. Il robottino verde detta legge in Cina con il 78,6%, dove iOs tiene Windows a distanza con il 17%, a fronte di un 2,7% invariato rispetto al 2013. Apple segna a porta (quasi) vuota in Giappone: 69%, con Android al 30 e Windows non pervenuto.

15 gennaio 2014

Non solo Google. Ragazzi, occhio alle fonti!

Corriere della sera

L’Università di Castellanza insegna agli studenti dell’ultimo anno delle superiori come si fa la tesina. E li riporta in biblioteca

CASTELLANZA-
Troppa informazione, soprattutto su Internet, con spesso quella buona poco distinta dalla cosiddetta fuffa. Così i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori, al momento di elaborare la tesina per l’esame di maturità, non sanno come muoversi: c’è chi non sa dove cercare i documenti utili, chi fa fatica a riconoscere quelli autorevoli e chi si accontenta di un copia e incolla da Wikipedia.

IMPARARE A DISTINGUERE LE FONTI - Ma dal momento che la ricerca documentale non è materia di studio scolastico, ecco che si è mossa la Liuc, l’università Carlo Cattaneo di Castellanza (Varese), con il progetto «Non solo tesine». Dal 16 gennaio, e per il terzo anno consecutivo, Laura Ballestra, responsabile dei servizi al pubblico della biblioteca Mario Rostoni dell’università e collaboratrice del Cared (il centro di ateneo per la ricerca educativo-didattica e l’aggiornamento), terrà una serie di incontri pomeridiani per i ragazzi di tutte le scuole superiori che vogliono imparare a impostare un buon lavoro di ricerca. I laboratori, gratuiti e della durata di circa tre ore ciascuno, si svolgeranno negli istituti o presso le biblioteche comunali che hanno aderito insieme alle scuole.

Nel 2013 hanno partecipato circa 800 studenti, quest’anno sono già iscritti al progetto più di mille ragazzi provenienti da scuole lombarde ma non solo. «Ormai da una decina di anni alla Liuc organizziamo corsi per insegnare agli studenti dei corsi di economia, giurisprudenza e ingegneria dell’università come si imposta e si fa una tesi di laurea», racconta Laura Ballestra. «Ma nel 2011, parlando con alcuni professori delle scuole superiori, ci siamo accorti che il problema di individuare le fonti corrette c’è, a maggior ragione, anche nei ragazzi più giovani». Non sempre però gli insegnanti sono in grado o hanno tempo per spiegare i rudimenti della ricerca documentale. «La Liuc, invece, si è data l’obiettivo di non rimanere chiusa in se stessa ma di aprirsi al mondo fuori, di essere utile anche alle scuole». Così è nato il progetto «Non solo tesine».

40-library-u43000990622389xph
NON SOLO GOOGLE: ANDATE IN BIBLIOTECA! - “Il primo concetto che spiego ai ragazzi è che fare ricerca non significa digitare una parola su Google e mettere insieme in qualche modo tutto il materiale che salta fuori. Vuol dire piuttosto svolgere un lavoro che necessita di tempo», spiega Laura. Non solo. Per ottenere un buon risultato, seppur una tesina di poche pagine, servono metodo e buone fonti: «Si parte dal tema scelto, si individuano alcuni sotto-argomenti, ci si pone una domanda a cui poi si cerca di rispondere argomentando. Per poter sostenere la propria tesi bisogna documentarsi. Ma attenzione: se le fonti sono povere, sarà tale anche il risultato finale». Ecco quindi l’importanza di riuscire a individuare fonti complesse: «Durante il laboratorio spieghiamo come si consulta la biblioteca, anche servendosi dell’aiuto dei bibliotecari o del catalogo online, e come scegliere il testo più autorevole in rete, cercando di capire per esempio chi è l’autore o l’editore.

Sembrano banalità ma, in un’epoca in cui tutto sembra facilmente reperibile su internet, diviene sempre più importante saper valutare i materiali». Durante il laboratorio i ragazzi potranno anche – ed è la novità di quest’anno – farsi certificare l’elaborato dalla Liuc attraverso il software antiplagio adottato dall’ateneo per controllare l’originalità delle tesi di laurea degli studenti. Infine l’università di Castellanza ha sviluppato un’app gratuita per smartphone Apple e Android, «Non solo tesine»: qui è possibile recuperare testi e risorse utili a impostare tesina e lavoro di ricerca mentre la collaborazione con la banca dati americana Jstor consentirà di accedere anche a riviste scientifiche in lingua inglese. Scuole e biblioteche interessate a partecipare al progetto della Liuc possono mandare una email a Laura Ballestra (lballestra@liuc.it).

16 gennaio 2014

Coglione No, siamo sicuri? Se accetti un lavoro gratis lo diventi

Corriere della sera

di Irene Soave


imgres-k08H--190x74@Corriere-Web-Sezioni
I videoclip della campagna #coglioneNO (in breve: tre clip spassosi in cui il lavoro del «creativo», cioè tutte le professioni che amici e parenti catalogano alla voce «lavorare divertendosi», viene comparato a quello dell’idraulico che nessuno si sogna di non pagare) li hanno visti, in 48 ore, 450 mila persone. Di questi, almeno 350 mila erano miei contatti su Facebook. Sono una giornalista freelance, e freelance è la maggior parte dei miei amici, che lavorano con passione e rigore come illustratori, videomaker, editor, comunicatori, designer, grafici, giornalisti e scriventi a vario titolo, per compensi spesso scarsi. Naturale, quindi, che nella nostra ristretta comunità il fenomeno virale #coglioneNO abbia avuto l’impatto di una piccola bomba.

I più lo hanno condiviso con entusiasmo: il video fa luce su un problema diffuso, è la difficoltà a farsi pagare adeguatamente per lavori immateriali, in settori dove l’offerta di lavoro è spesso più alta della domanda. Dove, cioè, ci sono più aspiranti illustratori/videomaker/giornalisti che richiesta di disegni/filmati/articoli. E così il fenomeno #coglioneNo ha dato la stura a una serie di risposte polemiche come l’hashtag #coglioneSì (che fa capo a una lista http://www.osservatoriesterni.it/speciali/coglionesi-10-motivi-per-i-quali-i-creativi-non-meritano-di-essere-pagati  di «dieci motivi per cui i creativi non meritano di essere pagati»), tutte riconducibili all’argomentazione che «non esiste il diritto costituzionale a fare l’illustratore/l’editorialista/l’artista, pertanto se non riesci a campare di quello cambia lavoro»
.
Già, ma nessuno, in realtà, ha voglia di «cambiare lavoro». Tanto che proprio lunedì 14, quando il video è uscito, ho ricevuto da una piccola rivista locale per cui lavoravo un ultimatum: «Dobbiamo tagliare i costi e il tuo compenso sarà ridotto al 25%. No, non del 25%. Al 25%. Cioè se prima prendevi 1000, da oggi prenderai 250». Negoziabile? No: «abbiamo già contattato una serie di potenziali collaboratori che si accontentano di 100». Tra questi anche un collega che conosco, e che ovviamente ha condiviso il bel video di #coglioneNo sulla sua bacheca. Io l’ultimatum l’ho rifiutato e ho perso un (piccolo) lavoro.

E il mio astio si è rivolto, per prima cosa, a lui: abbiamo un bell’aderire alle campagne, se poi siamo noi stessi freelance – una gamma che comprende di tutto, dal libero professionista navigato all’aspirante, dall’improvvisato che lo fa per hobby a chi ha appena iniziato – a farci concorrenza l’un l’altro, piuttosto di non «cambiare lavoro». Ma poi ho pensato che io stessa, soprattutto all’inizio, ho accettato qualche incarico senza sapere quanto sarei stata pagata, «per far girare la firma», perché me lo ha chiesto qualcuno che stimavo molto, perché il tema mi divertiva. Avrò danneggiato qualcuno? Potevo fare altrimenti? E, soprattutto, chi ci ha guadagnato?

Nel primo video c’è un hipster insopportabile che non paga l’idraulico chiamato per sistemare lo scarico del bagno.


Nel secondo c’è un riccastro romanaccio che al giardiniere dice: Te sto a dà l’occasione de lavorà in un giardino d’un certo tipo



Nel terzo un tizio in canotta e baffetti, con vago accento del centro Italia, dice all’antennista: “Sei giovane, hai fatto n’esperienza”


Briciola, il cagnolino morto dopo aver salvato i padroni

Corriere della sera

I suoi latrati e ululati disperati hanno svegliato una famigliola e l’hanno salvata dal rischio di morire soffocati

cane_b1-kwGH--1
Pepe, il cagnolino salvato, con il suo padrone (Sally)BOFFALORA SOPRA TICINO (Milano) - Saverio si è sdraiato sul lettone, accanto al piccolo Riccardo, 3 anni, per farlo addormentare. Pamela, la sua compagna, aveva deciso di fare una doccia. Ma all’improvviso, i loro due cagnolini, Briciola e Pepe, si sono messi a abbaiare. Latrati e ululati disperati, che hanno svegliato Saverio e salvato la famigliola dal rischio di morire soffocati. Nella cucina del loro appartamento, infatti, era divampato un incendio di cui solo i cagnolini si erano accorti. Briciola, un Pinscher, e Pepe, cucciolo di Chihuahua, hanno salvato i loro padroni, ma Briciola non ce l’ha fatta: quando i vigili del fuoco lo hanno trovato, nascosto sotto a un mobile, il Pinscher era già morto. Pepe, invece, è stato rianimato dai pompieri e ora sta bene. Il rogo è avvenuto martedì sera, attorno alle 23, in una casa di corte ristrutturata a Boffalora sopra Ticino, nel Milanese.

I cani «eroi» dell'incendioI cani «eroi» dell'incendioI cani «eroi» dell'incendioI cani «eroi» dell'incendio

«Dov’è Briciola?» chiedeva ieri pomeriggio il piccolo Ricky, ciuccio in bocca e occhioni stanchi di chi ha dormito poco. «È andato via», ripetevano con il magone papà Saverio Pasqua di Bisceglie, 24 anni, e mamma Pamela, 23. «I cani abbaiavano ed è andata via la luce. E così abbiamo visto le fiamme uscire dalla cucina», racconta Saverio. Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco di Magenta e Legnano. Quando sono entrati, hanno trovato il cucciolo sul divano. Briciola, invece, si era nascosto sotto un mobile e l’aria, satura di gas, lo ha ucciso. Anche Saverio, Pamela e Riccardo sono stati ricoverati in ospedale e sottoposti a terapia fino alle 4 di mattina. A provocare l’incendio sarebbe stato un corto circuito. Le fiamme hanno distrutto i mobili della cucina e si sarebbero estese al resto della casa se i cani non avessero dato l’allarme. «Ce li avevano regalati per Riccardo. Ci hanno salvato la vita», dice Saverio.

16 gennaio 2014

Nell’ex manicomio le «rotonde dei furiosi» e i teschi dei pazienti

Corriere della sera

La struttura, 63mila metri quadrati , arrivò ad ospitare 1029 malati psichici: la maggior parte non ne usciva più


P1060633-kUz-
Tra le siepi del giardino all’italiana sbocciavano ogni anno 5000 tulipani. Migliaia, come le persone che trascorsero una vita intera rinchiuse tra le mura del manicomio di Voghera: respinte come un corpo estraneo dalla società. Oggi che i rampicanti hanno sfondato le finestre e i tetti sono crollati, di quell’immensa sofferenza, come dei progressi scientifici che hanno messo fine alle terapie inumane e gettato le basi per la chiusura dei manicomi, non resta che un ricordo lontano. Eppure, per molto tempo, la casa dei pazzi, oltre a regalare una poco lusinghiera terza «P» alla città (dopo quelle di «peperoni» e «prostitute»), fu, assieme a quella delle ferrovie, la più importante azienda della città, arrivando ad ospitare 1029 pazienti e dando lavoro ad oltre 400 persone.


Voluto dall’amministrazione provinciale (presidente Agostino Depretis) negli anni ’70 dell’Ottocento, l’ex manicomio fu concepito come un monumento al positivismo e costituisce un pregevole esempio di architettura sanitaria dell’epoca, sviluppato secondo concetti all’avanguardia. Dai sotterranei di servizio dotati di binari che corrono lungo tutta la pianta della struttura fino alle inquietanti «rotonde dei furiosi». Esiste ancora quella del reparto maschile. Vi si accede attraverso una pesante porta con un oblò, che immette in un corridoio semicircolare su cui si aprono una serie di stanzette con i letti di contenzione. Tutto senza neanche uno spigolo. Negli anni bui, era qui che si eseguivano le pratiche di sedazione più atroci.

P1060650-kBTE-U430002027316108
Alcuni teschi di pazienti (foto E. Bidone)Tutto raccontato puntualmente da 16mila cartelle cliniche, che giacciono impolverate nella biblioteca-archivio, assieme ad alcuni teschi di pazienti «prestati» alla ricerca scientifica e agli strumenti chirurgici, tra aghi per la lobotomia e tamponi per l’elettrochoc. Gran parte di queste cartelle (9000 maschili e 6000 femminili, dal 1876 al 1998) furono riordinate e catalogate negli anni ’60 del Novecento da una paziente schizofrenica, moglie di un generale di Pavia, entrata e, come la maggior parte degli «ospiti», mai più uscita dal manicomio. Secondo Dino Sforzini, decano degli psichiatri pavesi e ultimo responsabile dell’istituto, si tratta di un «tesoro culturale, che documenta passo per passo le conquiste della psichiatria e che merita di essere salvato attraverso la digitalizzazione».

Il nodo da sciogliere, però, è sempre quello delle risorse. Lo stesso problema che riguarda il recupero dei 63mila metri quadrati dell’area su cui sorge il complesso dell’ex istituto psichiatrico. A partire dal 1978, anno della chiusura dei manicomi decretata dalla legge Basaglia, si è discusso a lungo. Tramontata l’ipotesi di trasformazione in residenza assistenziale per anziani (ne è stata costruita una nuova a fianco, l’Asp Pezzani, costata circa 12 milioni di euro), oggi non è dato sapere cosa ne sarà dell’ex manicomio, di cui viene utilizzata solo una piccola parte dall’Asl di Pavia, oltre ad alcuni locali occupati dalla direzione del dipartimento di salute mentale dell’Azienda Ospedaliera, proprietaria dell’area.

Dopo la pubblicazione, nel 2011, di «Oltre il cancello, Voghera» di Angelo Vicini e Fabio Draghi (esaurito), a cui hanno fatto seguito alcune visite guidate, l’ex istituto psichiatrico provinciale è divenuto meta di una sorta di pellegrinaggio di ricercatori, associazioni e acchiappafantasmi ed è stato scelto come set di trasmissioni televisive (una puntata di «Mistero», con Marco Berry, andrà in onda a gennaio). Mentre un istituto tecnico di Voghera, a fine maggio, vi condurrà studi botanici e architettonici, per poi sviluppare progetti di conservazione e recupero. Insomma, i buoni propositi non mancano, ma al momento non si intravedono possibilità concrete di valorizzazione. E la vecchia «casa lunatica» pavese, col suo bagaglio di storia e sofferenza, cade a pezzi.

10 gennaio 2014 (modifica il 12 gennaio 2014)

Quel pasticciaccio brutto dello sbarco di Anzio

Matteo Sacchi - Gio, 16/01/2014 - 08:40

Il 22 gennaio 1944 le prime ondate angloamericane giunsero quasi indisturbate nel Lazio. Ma finirono assediate dai tedeschi

La data ufficiale è quella del 22 gennaio del 1944. Ma in realtà l'operazione Shingle, ovvero quella che portò allo sbarco angloamericano, nella zona Anzio-Nettuno, era già, - malamente - iniziata da settimane.


Cattura
C'era voluto tempo per radunare i mezzi anfibi della task force 81 che, il 21 gennaio, salpò dal porto di Napoli. C'erano state discussioni infinite, ordini e contrordini. Agli statunitensi l'operazione, pensata per colpire alle spalle la linea Gustav dove i tedeschi (soprattutto attorno a Cassino) opponevano una feroce resistenza, non piaceva affatto: temevano interferisse con il più importante D-day in Normandia per cui stavano già radunando le forze. Churchill invece a una operazione di alleggerimento in Italia teneva tantissimo: per lui l'Italia restava il ventre molle dell'Asse. Il risultato di questo contrasto fu l'operazione militare più pasticciata della battaglia per la «fortezza Europa». Costata agli alleati, senza risultati apprezzabili, 5mila morti, 35mila feriti e dispersi e 4500 prigionieri. Ora che dell'evento ricorrono i settant'anni - e il governo americano si mobilità visto che ancora non è riuscito a recuperare tutti i suoi caduti in quella zona - in Italia arriva per l'editore Leg un bel saggio dello storico militare Steven J. Zaloga che chiarisce i risvolti di quel «pasticciaccio brutto»: Anzio 1944. La testa di ponte assediata (pagg. 150, euro 18).

Infatti, incredibile a dirsi, nonostante i tira e molla degli alleati i tedeschi all'inizio dello sbarco si fecero cogliere impreparati. Certo, l'idea di una manovra aggirante via mare Albert Kesselring e lo stato maggiore tedesco l'avevano ampiamente valutata. Ma sul dove potesse avvenire non avevano azzeccato le previsioni. Così le prime ondate di sbarco angloamericane arrivarono a riva quasi indisturbate. A parte poche incursioni diurne della Lutwaffe il problema più consistente fu la pendenza della spiaggia dello sbarco britannico che spinse il generale Lucas a reindirizzare i pontoni direttamente su Anzio (tra Anzio e Nettuno ci si litiga ancora il nome dello sbarco). Ma la parte facile finì lì. Gli alleati per sfruttare il vantaggio iniziale avrebbero dovuto buttarsi fuori dalla testa di ponte, osare un rapido attacco ai colli albani (e alle statali 6 e 7 che portavano verso Roma). Ma il generale John P. Lucas, americano classe 1890, non aveva entusiasmo per l'operazione. Già in fase organizzativa scrisse sul suo diario: «L'intera faccenda ha un forte sapore di Gallipoli, e a quanto pare lo stesso dilettante di allora siede sulla panchina dell'allenatore».

Era un chiaro riferimento allo sbarco in Turchia voluto da Churchill, allora primo lord dell'ammiragliato, durante la Prima guerra mondiale e trasformatosi in un sanguinoso disastro. Per di più anche i suoi superiori, a partire dal generale Clark, gli suggerirono in modo chiaro di andarci cauto: «Non mettere fuori la testa Johnny. Io l'ho fatto a Salerno e sono finito nei guai». E dal punto di vista degli americani abituati ad agire in forte vantaggio, numerico e di mezzi, il ragionamento non faceva una grinza. Solo che così rallentato il blitz di Churchill si rivelò un boomerang. A questo si sommarono una serie di errori tattici come sottovalutare il ruolo di alcuni incroci fondamentali come quelli di Campoleone e Cisterna. In un paio di giorni i tedeschi mobilitarono panzer, aerei con bombe telecomandate, poi arrivarono anche cannoni ferroviari di grossissimo calibro e a lunghissima gittata (soprannominati dagli alleati «Anzio Annie» e «Anzio Express»). Nel gioco di stallo i tedeschi ebbero il tempo di far convergere verso Sud gli uomini della 14esima armata che presidiava il Nord Italia. Così in appena una settimana i 61mila anglo-americani sbarcati si ritrovarono di fronte 71mila 500 tedeschi. La testa di ponte finì sotto assedio. E a salvarla furono un coraggio disperato e la superiorità aerea.

Ma la questione divenne sopravvivere, non certo sfondare. Anzi gli attacchi angloamericani, come quello dei rangers Usa del 30-31 gennaio, si trasformarono in vere mattanze. I 767 uomini che vennero mandati all'attacco di Cisterna con bazooka e armi leggere, percorrendo un tratto asciutto del Canale Mussolini, si trovarono contro i blindatissimi carri della Panzer Division «Hermann Goering». Solo 6 di loro riuscirono a tornare oltre le linee. E la macelleria continuò molto a lungo prima con dei feroci contrattacchi tedeschi pensati per dividere in due la testa di ponte (operazioni Fischfang e Seitensprung) e poi con uno stillicidio di piccole battaglie inutili e logoranti. Alla fine solo la caduta di Cassino e della linea Gustav, il 17 maggio del '44, sbloccò lentamente la situazione. Ma ancora il 26 maggio il tentativo di uscire dalla sacca con l'operazione Buffalo fallì miseramente. Così alla fine lo stesso Churchill ammise: «Avevo sperato di lanciare sulla baia di Anzio un gatto selvatico, invece mi sono ritrovato sulla riva con una balena arenata».

Contro il Giorno della Memoria

La Stampa

elena loewenthal

Un provocatorio pamphlet di Elena Loewenthal. Se solo si potesse dimenticare, la storia della Shoah...


Cattura
Come si fa a scendere a patti con una storia così? Come si fa a farci i conti? A togliersela dalla testa, a non trasformarla in un’ossessione, a evitare che ti si aggrovigli dentro? A pensare che possa lasciarti in pace anche soltanto un momento, per tutti i giorni della tua vita? Niente da fare.Te la trascini dietro. Sai che ci stai dentro e non ne esci più anche se sei nata dopo. Forse, ogni tanto speri di poterla dimenticare. È pura illusione, è un auspicio che affidi, caso mai, alle generazioni successive. Ma altro che memoria, culto della memoria, celebrazione della memoria, moralità della memoria. Per te che sei nata dopo, cioè per me, il vero sogno sarebbe poterla dimenticare, questa storia. Rimuovere la Shoah dall’universo della mia coscienza e dal mio inconscio, soprattutto. Smettere, ad esempio, di sentirmi l’intestino in gola ogni volta che vedo e sento passare un treno merci con il suo sferragliare pesante, la lentezza del moto e del suono che assorda, la parete impenetrabile dei vagoni.

Altro che GdM. Ci vorrebbe quello dell’oblio, per me. O almeno la possibilità di sistemare tutta quella memoria su una nuvola, come si fa adesso. Non perché sia vuoto, anzi. L’oblio non si fa con il vuoto, ma con il pieno, come il troppo pieno. È una forma di difesa dall’angoscia, una pulsione di vita, l’oblio: così spiega Simon Daniel Kipman in L’Oubli et ses vertus. Anche lui, che è psicoanalista, al dovere della memoria contrappone il diritto all’oblio e soprattutto il diritto alla trasformazione in tracce meno tossiche e più confortevoli dell’«iscrizione traumatica e traumatizzante del ricordo». Se solo la si potesse dimenticare, questa storia. Non i suoi morti, che poi sono miei, ma la storia in sé. Le leggi razziali, le persecuzioni, i treni con i deportati, le camere a gas, le torture, le fucilazioni di massa, le violenze assurde. Perché mai coltivarne la memoria, se non per continuare a star male? Ma l’autolesionismo non fa parte della mia identità, né del mio bagaglio morale o teologico.

L’ebraismo è una cultura della vita, ha fede nella vita. Non coltiva la morte. Pensare che gli ebrei ambiscano a celebrare questa memoria significa non provare nemmeno a mettersi nei loro panni. Quella memoria è scomoda, terribile, respingente. Ne farei tanto volentieri a meno, non finirò mai di ripeterlo. È la prima cosa da chiedere, appuntata nella mente, se mi capitasse di nascere un’altra volta, con la possibilità di opzione: grazie, questo no. Né prima né durante né dopo. Mettetemi in un mondo dove non c’è la Shoah. Anche per questa ragione, o forse in primo luogo per questa ragione, io rinnego il GdM: non mi appartiene, non gli appartengo, non riguarda me e la mia, di memoria. La mia memoria non comunica. Malgrado la mia vicinanza estrema e quotidiana, provo una frustrazione terribile che è la conseguenza di una distanza minima, ma insormontabile. A un passo di lì ci sono quel dolore, quelle paure.

Lo so, ma non posso far nulla per condividerlo, per sentirlo, per renderlo comunicabile. Non lo è né lo sarà mai. Come non è veramente condivisibile alcuna sofferenza al mondo, del resto. Ma ovviamente l’oblio non è una terapia culturale accettabile.Viviamo in un tempo che celebra la memoria come valore e l’oblio come difetto. Ricordare è un bene di per sé. Siamo portati a considerare questo come un assunto indiscutibile. Ma forse non è così. Forse anche le società hanno bisogno di dimenticare – le ferite, i torti perpetrati e quelli subiti. Come l’individuo, che per riprendersi deve rimuovere i traumi almeno in parte, almeno per un certo tempo. Al di là di questo, il GdM sta dimostrando, purtroppo, che la memoria non porta necessariamente un segno positivo, non è utile o benefica di per sé. Può rivoltarsi e diventare velenosa. Scatenare il peggio invece di una presa di coscienza. Come aiuta molti a capire, come fa opera istruttiva, così il GdM è diventato il pretesto per sfogare il peggio, per riaccanirsi contro quelle vittime, per dimostrare che sapere non rende necessariamente migliori.

Di fronte ad alcuni, diffusi fenomeni, la reazione istintiva è ormai quella di rammaricarsi della conoscenza acquisita: se circolasse meno memoria, se di Shoah non si parlasse tanto e disinvoltamente, forse si eviterebbero esternazioni verbali – e a volte non solo verbali – che sono un insulto rivolto a tutti. Ai morti, ai sopravvissuti, ma soprattutto alla società civile contemporanea. In sostanza, in questi ultimi anni la memoria non si è dimostrata particolarmente terapeutica: se di certe cose si parla molto più che in passato, è anche vero che non di rado se ne parla offendendo la memoria – sempre che abbia senso, l’espressione «offendere la memoria»: caso mai si offendono i vivi, perché i morti, purtroppo per loro, non si offendono più. È quasi come se la celebrazione della memoria avesse autorizzato la sua stessa violazione. Per questo ogni tanto il silenzio sarebbe auspicabile.

Ma la violazione peggiore, quella più grave e sicuramente più gravida di conseguenze, è quella di considerare il GdM come l’occasione di un tributo agli ebrei, un postumo e ovviamente simbolico risarcimento. Non è, non dovrebbe essere nulla di tutto questo.Il GdM riguarda tutti, fuorché gli ebrei che in questa storia hanno messo i morti. Che non l’hanno ispirata, ideata, costruita e messa in atto. Che non l’hanno neanche vista, in fondo: ci sono precipitati dentro. Era buio. Gli altri sì che hanno visto. È questo sguardo che dovrebbe celebrarsi nel GdM. Allora nel presente, oggi verso il passato. E non è uno sguardo nemmeno consolatorio. [...] Ma non certo per far sì che non accada mai più. La memoria non porta con sé alcuna speranza. La cognizione del male non è un vaccino. «Ricordare perché non accada mai più» è una frase vuota. Se anche non dovesse accadere mai più, non sarà per merito della memoria, ma del caso.

Il 27 gennaio al Circolo dei lettori di Torino Il brano che anticipiamo è tratto dalla pagine conclusive di Contro il Giorno della Memoria (sottotitolo Una riflessione sul rito del ricordo, la retorica della commemorazione, la condivisione del passato), il pamphlet di Elena Loewenthal che esce oggi per Add editore (pp. 93, € 10). Nel libro l’autrice, scrittrice e studiosa di ebraismo, dà voce ai suoi dubbi intorno alla ricorrenza che si celebra ogni 27 gennaio, anniversario della liberazione del Lager di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa nel 1945, in ricordo delle vittime della Shoah. Del volume si discuterà lunedì 27 gennaio al Circolo dei lettori di Torino (ore 18), contestualmente alla presentazione dell’altro libro della Loewenthal, il romanzo La lenta nevicata dei giorni, appena edito da Einaudi. Con l’autrice parteciperanno Mario Calabresi,  Ernesto Ferrero e Angelo Pezzana.

La solidarietà viene prima di tutto” Il caso di un figlio ripudiato dal padre e poi costretto a pagargli l’ospizio

La Stampa

tonia mastrobuoni

È successo in Germania: il giovane dovrà pagare 9 mila euro al padre che lo aveva diseredato. Secondo le leggi tedesche l’obbligo di occuparsi dei parenti cade soltanto in casi molto gravi. E il rifiuto di un genitore di avere rapporti con il proprio figlio non rientra tra questi



4bebef1e7c
Oltre quarant’anni fa buttò il figlio fuori di casa. Quando si diplomò, reagì con una scrollata di spalle. Quando il figlio si fidanzò, gli fece avere soltanto un messaggio, breve quanto efficace: ”sei pazzo”. Poi più niente, per decenni. Solo nel 1998 si ricordò un’ultima volta di lui e lo diseredò. Ma ora che è morto, lo Stato vuole che il figlio gli paghi comunque gli ultimi anni di ospizio: ben 9.000 euro. Il principio su cui insistono i servizi sociali della città di Brema, dove si è verificato il caso, è che la solidarietà in famiglia va comunque salvaguardata, anche se sei un figlio ripudiato e trattato come uno straccio per tutta la vita.

Il caso verrà esaminato oggi dalla Corte costituzionale di Karlsruhe, ma fa discutere da quando all’uomo, ripudiato e diseredato dal padre, è arrivata la richiesta di pagare l’ospizio per il padre, morto nel 2012 a quasi novant’anni. Secondo le leggi tedesche l’obbligo di occuparsi dei parenti cade soltanto in casi molto gravi. E alcuni ritengono che il rifiuto di un padre di avere rapporti con il proprio figlio non rientri tra questi.

Il Tribunale chiude il sito di Brunetta "RaiWatch danneggia viale Mazzini"

Libero


Cattura
"Io ho solo pubblicato gli atti della Commissione di Vigilanza Rai. Hanno oscurato quindi @RaiWatch. Io continuerò a fare trasparenza". E ancora: "Il mio obiettivo è Sanremo. Io voglio sapere come sono pagate le star di Sanremo. La mia colpa è voler fare trasparenza". Renato Brunetta reagisce così, su Twitter, all'ordinanza del tribunale di Bologna che ha di fatto oscurato "Raiwatch.it" in quanto utilizzava impropriamente la parola Rai. Stesso concetto ribadito nel corso della Telefonata con Maurizio Belpietro: "Voglio che siano resi pubblici i cachet degli ospiti e dei conduttori del Festival". 

Il sito di critica politica, facente capo a forzista Brunetta (il proprietario è però un fornitore di connessioni internet di Ravanna) era stato lanciato a settembre scorso con lo slogan “gli abbonati sono ‘in prima fila’ e con diritto di parola” e al momento non è più raggiungibile. A presentare un ricorso urgente (ex articolo 700 del codice di procedura civile) era stato Viale Mazzini; e il magistrato gli ha dato ragione sostenendo che Rai è un marchio meritevole di protezione totale visto che è stato creato addirittura nel 1957. Come si legge sul quotidiano La Repubblica, l’ordinanza non interviene ovviamente sul diritto di Brunetta di fare critica politica e le pulci alle reti tv pubbliche. Ma considera il sito lesivo delle prerogative industriali di Viale Mazzini visto anche che il deputato avrebbe indicato "il sito come una sua arma politica". Da parte sua il fornitore ravennate giura di aver agito su mandato del forzista.