mercoledì 15 gennaio 2014

Ferrari, 5.300 domande per 5 posti di lavoro

Corriere della sera

Hanno inviato il curriculum laureati di 23 Paesi diversi, provenienti dagli atenei più prestigiosi


LaFerrari_F150-kcT
BOLOGNA - Oltre cinquemila e trecento laureati di 23 Paesi diversi - dal Brasile all'Australia, dalla Cina alla Germania, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, oltre, ovviamente, all'Italia - hanno cercato di dimostrare di possedere l'«F-Factor», un quid che li potesse rendere tanto speciali da poter raggiungere l'opportunità di dimostrare il proprio talento in una delle aziende simbolo dell'eccellenza, la Ferrari. Nelle scorse settimane tante infatti sono state le domande di partecipazione al Ferrari Graduate Program, provenienti da atenei prestigiosi come la Oxford University, il MIT di Boston, la Stanford University, l'Imperial College e la London Business School di Londra, la Tsinghua di Pechino, i Politecnici di Parigi, Milano e Torino (nonchè quello di Modena, che ha la più lunga tradizione di rapporti con il Cavallino Rampante).

I POSTI DI LAVORO - Il programma offrirà l'opportunità a cinque giovani, laureati con il massimo dei voti, di dimostrare le proprie capacità nell'ambito dell'azienda grazie ad un contratto di assunzione a tempo indeterminato, preceduto da uno stage semestrale.

_0MENYE2R_001--140x180--140x180
LA SELEZIONE - Dopo un accurato processo di selezione siamo arrivati alla fase decisiva, che si concluderà il prossimo 22 gennaio. Sono 96 gli ammessi alle interviste individuali, che si svolgono on line. Le interviste riguardano il percorso formativo e accademico del candidato ma sono orientate anche ad individuarne le capacità di innovazione e di risolvere le sfide tecniche e manageriali che si richiedono a chi desidera lavorare in un'azienda simbolo di eccellenza e avanguardia come la Ferrari. I migliori candidati saranno invitati a Maranello per affrontare l'ultimo livello di selezione: una due giorni di valutazione che si svolgerà in quattro diverse fasi durante il prossimo mese di febbraio, con l'obiettivo di iniziare lo stage ad aprile.


(fonte: Ansa)


15 gennaio 2014

Bitcoin, come fare mining

Corriere della sera

La moneta virtuale si diffonde e necessita dei miner per verificare la correttezza delle transazioni. In cambio di cripto-monete

BITCOIN-kXoB--401x175@Corriere-Web-Sezioni
MILANO - Di BitCoin si sente parlare da un po’: si tratta di una moneta virtuale, slegata dai tradizionali circuiti bancari, che dal momento del suo lancio, il 3 Gennaio 2009, si è diffusa a livello planetario come alternativa ai tradizionali sistemi di pagamento. Per la precisione, è una “cripto-valuta”: essendo virtuale, il suo funzionamento si basa su una complessa serie di calcoli che hanno a che fare con la crittografia, in modo da garantirne la sicurezza. Un BitCoin, insomma, non è fatto né di carta né di qualche metallo, ma come suggerisce il nome è fatto di bit, numeri, operazioni matematiche.

Buona parte di questi calcoli è necessaria per un compito importante: verificare che le transazioni di denaro virtuale avvengano in modo lecito e sicuro. Per semplificare, se un utente acquista un oggetto e lo paga in BitCoin, serve che una serie di algoritmi verifichino che i BitCoin spesi siano prelevati dal suo portafoglio virtuale, evitando quel fenomeno chiamato “double spending” (doppia spesa). Se spendiamo due euro dal panettiere, siamo certi che andranno nella sua cassa, e non potremo riutilizzare gli stessi per spenderli altrove. Questa verifica, che con la diffusione del BitCoin richiede sempre più potenza di calcolo, è fatta da utenti specializzati nel “mining”. Il termine, che significa “estrazione”, è fuorviante: in pratica, i “miner” mettono a disposizione la potenza di calcolo dei loro computer, per eseguire questi maxi calcoli. In cambio, a ogni verifica andata a buon fine, ricevono dei BitCoin gratuiti.


Agli albori della storia di BitCoin anche il singolo utente, dotato di un modesto elaboratore, era in grado di svolgere molto lavoro, ma col passare del tempo si sono creati i cosiddetti “pool”, ossia dei gruppi di miner che, tramite appositi programmi, uniscono la potenza dei propri computer per effettuare più verifiche possibili. Oggi, chi intende dedicarsi al mining, non può prescindere dall’iscrizione a un pool. Nella galleria fotografica abbiamo spiegato i passaggi da fare per diventare un miner casalingo. Parliamo invece ora dell’attrezzatura necessaria.

bitcoin-miner-kXoB-U430002125668964HKE-180x140@Corriere-Web-SezioniPer i miner della prim’ora, basta un computer dotato di una discreta potenza di calcolo e una scheda grafica recente . È la soluzione più semplice ed economica, perché quasi tutti i computer di casa vanno bene. Per contro, le risorse di un singolo computer possono poco contro centri di calcolo realizzati ad hoc per il mining, quindi le prospettive di guadagno sono scarse, anche se ci si organizza in un pool. A questo, si aggiunge il problema dei consumi.

Un computer richiede una discreta quantità di energia elettrica, e se si considera che per fare il mining occorre tenerlo acceso giorno e notte, a fronte di guadagni minimi, il netto che ci si mette in tasca è esiguo, se non nullo. Senza contare che un computer, mentre è occupato col mining, diventa lentissimo per qualsiasi altra attività. È il motivo per cui sono nati degli appositi apparecchi, chiamati BitCoin ASIC Miner. Sono dei computer dotati di un processore ASIC, progettato solo per il mining. Questa specializzazione riduce al minimo i consumi, mentre la potenza è su tutto un altro livello rispetto a un computer. Giusto per fare un esempio, un BitCoin Miner da poco più di 500 euro offre una potenza di mining di 25 GH/S, contro gli appena 0,12 GH/S di un computer dotato di scheda grafica da 600 euro, mentre per i consumi si parla di circa 1140 Watt contro 500 Watt.

Considerando che il guadagno varia molto non solo in base al tipo di apparecchio utilizzato, ma anche in base al pool col quale si collabora, stimare un possibile guadagno diventa difficile. Giusto a titolo esemplificativo, da una prova fatta con un computer da 0,04 GH/S di potenza, lasciato a fare il mining per tre giorni consecutivi, il guadagno è stato di 0,00002612 BitCoin, che al tasso attuale corrispondono alla bellezza di 0,01583 euro. Certo, un’inezia, ma va considerata anche la pochezza del computer a disposizione. Con un ASIC Miner da 25 GH/S, la somma sale ad almeno una decina di euro, anche se il tipo di pool scelto può cambiare di molto la stima.

Come utilizzare i BitCoin guadagnati? Gli esercizi che adottano la moneta virtuale, tutti rigorosamente online, si stanno espandendo a macchia d’olio. Di recente, anche il famoso sito di ecommerce Overstock ha aderito all’iniziativa. Qui si fanno acquisti direttamente in BitCoin, ma all’occorrenza si converte la cripto-valuta in moneta sonante. Per questo esistono degli appositi siti, che fungono un po’ da “borsa”, il più famoso dei quali è MtGox . Il cambio di BitCoin segue regole un po’ strane, perché, sebbene esista un tasso di conversione che varia più volte al giorno, ciascuno è libero di vendere e comprare BitCoin con offerte proprie, anche con utenti privati. In questo caso, però, occhio alla truffa.

15 gennaio 2014

Non vuole videopoker nel suo locale, multato per il calcio balilla gratis

Corriere della sera

I vigili hanno comminato un'ammenda di 1.400 euro perché mancava il permesso che nessun ufficio poteva concedere. L'uomo sarà premiato per la lotta contro le slot


calcio_balilla_il_palco--180x140
VENEZIA - Ha una carriera di ristoratore segnata da iniziative culturali, incontri aperti alla città, musica e poesia. Ma Stefano Ceolin, titolare del Palco di Mestre, ricorda soprattutto una carriera segnata da multe surreali, da quella per aver servito la cena ai Momix troppo tardi a quella per aver sparato ad alto volume per pochi secondi in piazzetta Toniolo la celeberrima We Are the Champions dei Queen per accogliere le trionfanti atlete della Reyer appena premiate con la Coppa Italia. L'ultima è una multa da 1400 per aver messo un calciobalilla nel locale. Proprio a lui che è un gestore anti-slot machine e che per il suo impegno il 5 aprile sarà premiato dall'associazione Slot Mob che contrasta il gioco d'azzardo.

«Ovviamente ho formato l'associazione di questo problema e loro hanno deciso di premiarmi con maggiore convinzione- racconta Ceolin- Anzi, il 5 aprile in piazzetta Toniolo, davanti al mio locale, porteranno tutti i giochi sani. E un calciobalilla». Lo stesso che gli ha causato questo impiccio. «Volevo comprarne uno da mettere nel locale e prima di farlo avevo chiesto agli uffici comunali del Commercio se fosse necessaria una autorizzazione - riferisce - Risposta: se il gioco è gratuito, quindi senza gettoniera, non è necessario». Ma i vigili la pensano diversamente e lo multano: gettoniera o no, ci vuole l'autorizzazione. «E allora se metto un Monopoli? Un Risiko? Se disegno a terra col gesso e i clienti giocano a campanòn?». Fatto sta che il prefetto ha respinto il suo ricorso. Ceolin non si lascerà rovinare la settimana: tra pochi giorni si sposerà in municipio. A clienti ed amici raccomanda: «Non venite a lanciare riso, mi hanno già avvisato che è vietato e si rischia la multa», sorride.

15 gennaio 2014

San Valentino, nei Baci Perugina messaggi personalizzati: ecco come

Il Mattino


20140115_c4_c5_baci-perugina-perugia13
PERUGIA - Tanti baci personalizzati. La Perugina, nota fabbrica di produzione dei Baci ha deciso di far personalizzare i messaggi inseriti all'interno dei cioccolatini. A un mese esatto da San Valentino, sarà infatti possibile personalizzare le frasi contenute nei celebri cioccolatini, «per far capire il valore vero delle proprie emozioni». L'operazione si chiama «I miei baci per te»: «Da oggi - spiega Nestlè, proprietaria del marchio - per raggiungere il cuore del partner, destinare un pensiero a genitori o figli, o esprimere i propri sentimenti agli amici, basterà collegarsi a www.shop.baciperugina.it e decidere se scrivere un unico messaggio, tanti o una composizione.

Si creerà così un'esclusiva dedica per raccontare i propri sentimenti, e la propria scatola verrà confezionata a mano con cura e dedizione presso la fabbrica del cioccolato Perugina e arriverà direttamente a destinazione». Personalizzare il cartiglio contenuto nel cioccolatino, del resto, «non può che riportare all'antica tradizione dei Baci.

Era il 1922 quando Luisa Spagnoli creò il famoso Bacio Perugina. La storia narra che i bigliettini, nascosti all'interno dell'incarto argentato, fossero il modo in cui Luisa e il suo amato Giovanni Buitoni si scambiavano messaggi d'amore». Federico Seneca, direttore artistico di Perugina, «decise quindi di aggiungere i bigliettini anche nei baci Perugina destinati al pubblico. Da più di 90 anni i Baci Perugina racchiudono al loro interno aforismi e citazioni che li rendono il dono perfetto per comunicare i propri sentimenti».

 
mercoledì 15 gennaio 2014 - 12:30   Ultimo aggiornamento: 12:45

Germania, prigionieri di regime costretti a donare sangue: lo scandalo colpisce Volkswagen e la catena Aldi

La Stampa

Uno studio del Btsu, l’istituto di studi sugli archivi della Stasi, rivela che negli anni Settanta e Ottanta in Sassonia, il regime della Germania Est prelevava a forza il sangue ai carcerati - tanto che molte infermiere si rifiutarono di farlo – per venderlo in Occidente. In molti anche obbligati a lavorare per grandi gruppi


5381547-kCUE-U1
Prigionieri costretti negli anni 70 e 80 a donare sangue che poi veniva venduto dal regime della Germania Est in Occidente, persino alla Croce rossa bavarese. Ma anche obbligati a lavorare per multinazionali come Ikea, Volkswagen o a fabbricare prodotti per miriadi di centri commerciali o ipermercati come Aldi. E’ quanto emerso da uno studio del Btsu, dell’istituto di studi sugli archivi della Stasi, non ancora pubblicato, ma anticipato dall’emittente televisiva Ard. 

L’autore, Tobias Wunschnik, ha scoperto che a Graefentonna, in Turingia e a Waldheim, in Sassonia, ai carcerati veniva prelevato il sangue, spesso a forza - tanto che molte infermiere si rifiutarono di farlo – per essere venduto al di là della Cortina di ferro. Motivo: nella Germania comunista si stava spargendo la voce che il regime di Honecker stesse esportando sangue donato dai cittadini: il business continuò, dunque, in incognito, attraverso i prelievi forzosi imposti ai detenuti.

Ma nel saggio si parla anche di manodopera, sempre quella delle prigioni della Germania comunista, sfruttata da numerose imprese occidentali per produrre merci del valore di circa 200 milioni di marchi all’anno, secondo una stima che Wunschnik ha definito ”molto cauta”, parlando con il quotidiano berlinese Tagesspiegel. Aldi ha ammesso di aver approfittato dei lavoratori a bassissimo costo, ma ha aggiunto di non essere stata al corrente che si trattasse di prigionieri sfruttati dal regime. Stessa musica per Vw, accusata di essersi fatta costruire componentistica nella fabbrica di Ruhla. 

Porte aperte ai “Ben Menashe”, la tribù perduta degli ebrei d’India

La Stampa

maurizio molinari

Israele accelera l’accettazione degli ebrei degli Stati indiani di Manipur e Mizoram: parlano dialetti birmani-tibetani e sono convinti che il loro più lontano antenato, Manmasi, fosse in realtà il Menascè, figlio di Giacobbe, di cui si parla nel Vecchio Testamento


2014-01-12T164246Z_764518076_GM1EA1D01VW01_RTRMADP
Con l’arrivo all’aeroporto di 38 ebrei “Ben Menashe” Israele accelera l’accettazione degli ebrei degli Stati indiani di Manipur e Mizoram, nell’India del Nord-Est, considerati i discendenti della tribù perduta di Menascè. I “Ben Menashe” appartengono alle etnie Mizo Kuki e Chin, parlano dialetti birmani-tibetani e discendono dagli antenati che 6000 anni fa lasciarono la Birmania per insediarsi nell’India nordorientale, dove si convertirono al cristianesimo.

L’Agenzia Ebraica li individuò alla fine degli anni Novanta sulla base degli studi del rabbino Eliyahu Avichail che nel 1980 aveva creato l’organizzazione “Amishav” per dedicarsi alla ricerca delle tribù perdute di Israele. Duemila “Bnei Menache” immigrarono in Israele attorno al 2000 ma da allora gli arrivi erano stati bloccata dalle dispute rabbiniche sulla loro origine e, dunque, sulla loro ebraicità. Il Rabbinato di Israele decise poi di considerarli ebrei in base alla loro “devozione” - essendo tribù molto religiose - chiedendo però comunque una conversione. La Knesset, in Parlamento israeliano, in dicembre ne ha autorizzato l’arrivo di 900 - che dovranno essere convertiti - lasciando intendere la volontà di far arrivare tutti i 7200 ancora in India.

I “Bnei Menashe” da parte loro sono convinti che il loro più lontano antenato, Manmasi, fosse in realtà il Menascè, figlio di Giacobbe, di cui si parla nel Vecchio Testamento. In India esistono altre comunità ebraiche, a Mumbai e nel Cochin, ma si tratta in maggioranza di famiglie sefardite risalenti dall’Iraq e, più in generale, dal mondo arabo mentre i “Bnei Menache” sono al momento gli ebrei più “orientali” che immigrano. E a cui quest’anno si potrebbero aggiungere i primi arrivi dalla comunità cinese di Kaifeng, nella provincia di Hainan, anche loro discendendo forse da una delle tribù perdute.

Nokia 3310, lo storico cellulare torna con la serie Lumia: "Stesso colore, stessa resistenza"

Il Mattino


20140115_c4_nokia-lumia-3310-render-1-638x425
ROMA - Chi non risocrda il noto Nokia 3310, il cellulare più conosciuto e più resistente? Probabilmente molti ancora lo avranno, altri lo ricordano con nostalgia e per loro l'azienda propone un revival. Il desiner Bob Frenking ha immaginato il ritorno del noto cellulare, con la stessa colorazione e la stessa resistenza, nella nuova serie Lumia.Lo smartphone Windows Phone sarebbe animato dal nuovissimo processore nVidia Tegra K1 e sarebbe in grado di connettersi alle reti veloci 4G LTE. La colorazione sarebbe la tipica blu scura del vecchio cellulare, il Lumia 3310 sarebbe dotato di una fotocamera posteriore da 23 megapixel PureView e di una fotocamera anteriore da 8 megapixel. La particolarità dello smartphone rimarrebbe però la resistenza, come è stata per il suo papà.



mercoledì 15 gennaio 2014 - 11:14

Kyenge, niente scuse dalla Padania Maroni: contestare non è razzismo

La Stampa

Il giornale leghista raddoppia e pubblica anche gli appuntamenti del ministro dello Sviluppo Economico Zanonato. Salvini: invocare sequestro è fascismo



664e050c62f
Niente scuse. Anzi un nuovo attacco. La “Padania” raddoppia e, oltre agli impegni istituzionali del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge che tante polemiche hanno suscitato, pubblica oggi anche gli appuntamenti del ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato. `Qui Cecile Kyenge´ e `Qui Flavio Zanonato´ vanno così ad aggiungersi alla rubrica `Qui Lega´ dedicata agli appuntamenti del segretario federale Matteo Salvini e a quelli sul territorio. In prima pagina il quotidiano leghista mostra poi l’indirizzo web del dicastero diretto da Kyenge, sottolineando che gli appuntamenti del ministro sono diffusi pubblicamente online. 

«Mi dicono che stamattina ci sia stata una corsa alle edicole per acquistare la Padania, è la risposta della nostra gente agli attacchi e alle intimidazioni fatte contro la Lega da chi addirittura invoca il sequestro fascista», dice Matteo Salvini annunciando che sabato a Milano la Lega ignorerà il ministro Kyenge. «Il ministro Kyenge chiede che la politica si alzi a sua difesa? - prosegue Matteo Salvini - In realtà i veri democratici oggi dovrebbero schierarsi a difesa del diritto dei giornalisti della Padania di scrivere e di dire quello che pensano, mentre dalla Sinistra arriva la proposta fascista di censurare o addirittura di sequestrare preventivamente. Roba da matti». «Comunque - prosegue il segretario leghista - stiano sereni certi campioni di libertà, della ministra ci occuperemo in Parlamento tanto è vero che sabato mattina a Milano ignoreremo la sua presenza in piazza Duomo e ci troveremo invece a San Vittore a protestare contro la porcheria dello svuota-carceri».

«Ci pensino i giornali di Sinistra - conclude Salvini - a dare spazio alla ministra Kyenge e a riportare le sue riflessioni. Vedranno come crescono le vendite». «Non capisco perché contestare il ministro Kyenge sia razzismo e contestare il presidente Maroni come avviene qualche volta sia un atto di grande democrazia, questo doppiopesismo mi infastidisce molto», dice il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, a margine del Consiglio nazionale del Coni, che si svolge stamani nella sede Sky di Milano. Rispondendo a una domanda sulla nuova rubrica `Qui Kyenge´, inaugurata ieri dal quotidiano leghista `La Padania´, Maroni ha sottolineato: «Non capisco dove sia il problema, l’agenda è sul sito del ministero, non capisco il problema di diffondere gli appuntamenti».

Il governatore ha poi concluso: «Noi contestiamo le proposte assolutamente sbagliate del governo, attraverso il ministro Kyenge. Se siamo in democrazia si può fare». Intanto la Kyenge respinge l’accusa di «non sapere niente di integrazione» e di «voler favorire la negritudine come in Francia» rivoltale da Massimo Bitonci, capogruppo della Lega Nord in Senato: «Io sono un ministro della Repubblica Italiana, alla Repubblica Italiana ho giurato fedeltà, e sono ministro di tutti i cittadini», è stata la replica della titolare dell’Integrazione, intervenuta ad Agorà su RaiTre. «Solo sull’integrazione posso rispondere», ha poi tagliato corto Kyenge. 

Usa, il cocktail perfetto per morire

Orlando Sacchelli


INIEZIONE_LETALE-300x205
L’Ohio ha un problema: non sa più come giustiziare i condannati a morte. Come scrive il quotidiano inglese Independent, dopo i boicottaggi messi in atto da diverse aziende, perlopiù europee, che producono sostanze (ad esempio il pentobarbital) utilizzate per le iniezioni letali, deve trovare nuovi modi per eseguire le pene capitali. E queste nuove modalità, ancora in fase di sperimentazione, scatenano aspre polemiche. A Dennis McGuire, 53 anni, omicida e stupratore condannato a morte, potrebbe essere iniettato un cocktail di farmaci dagli effetti molto dolorosi, in grado – denunciano i suoi legali – di lasciarlo contorcere in una terribile agonia da “fame d’aria”, prima che possa perdere coscienza e morire.

Insomma, una vera e propria tortura abbinata all’esecuzione. In un altro stato dove vige la pena capitale, il Wyoming, il senatore repubblicano Bruce Burns propone la reintroduzione dei plotoni d’esecuzione,o in alternativa la camera a gas, peraltro già prevista dalla legge (ma non più utilizzata per ragioni “umanitarie”). Utilizzare un tiratore scelto, secondo Burns, sarebbe “l’opzione più economica”. Il dibattito sulle sostanze somministrate per l’iniezione letale si sta scatenando anche in Oklahoma: “Sento tutto il mio corpo bruciare”, ha detto il condannato a morte Michael Lee Wilson prima spirare. Nessun commento dalle autorità.

Alcuni numeri sulla pena capitale negli Stati Uniti: è ancora in vigore in 32 Stati. I condannati in attesa dell’esecuzione sono 3.108. Tra il 1976 e il 2005 ventidue ragazzi di età compresa tra i 16 e i 17 anni sono stati giustiziati. I “graziati” dal 1976 a oggi sono stati 273 (com’è noto a concedere la grazia è il governatore di ciascun Stato).

Churchill-Mussolini. Ecco le (nuove) prove del mitico carteggio

Matteo Sacchi - Mer, 15/01/2014 - 07:15

Le lettere tra un capo partigiano e una spia confermano l'esistenza del compromettente documento

Il carteggio Churchill-Mussolini, uno dei documenti più misteriosi della storia contemporanea italiana, torna di nuovo a far parlare di sé. La vicenda è abbastanza nota al grande pubblico.


1389773444-mussolini-churchill
Prima e durante la seconda guerra mondiale il duce del fascismo e il primo ministro britannico intrattennero quasi sicuramente una corrispondenza riservata. Mussolini aveva custodito gelosamente quelle carte, soprattutto da quando le sorti dell'Asse si erano volte inesorabilmente alla sconfitta. Cosa contenevano? Molto probabilmente aperture di Churchill verso il più fragile dei suoi nemici - l'ex primo lord dell'ammiragliato considerava la penisola italiana il ventre molle della «Fortezza europa» del nazifascismo. Il contenuto esatto di quegli scritti non è noto, ma nel marzo del '45 Mussolini confidò ad Alessandro Pavolini: «Questi documenti valgono per l'Italia più di una guerra vinta... perché documentano la malafede inglese». Probabilmente esagerava perché qualsiasi corrispondenza val ben poco a confronto con una disfatta militare. Però di certo se le tenne ben strette durante la sua fuga verso Dongo. Come ricostruito da alcuni storici, a esempio Luciano Garibaldi, il 27 aprile 1945, al momento della sua cattura, Benito Mussolini aveva con sé due borse piene di documenti contenenti - secondo le testimonianze - parte della sua corrispondenza con Churchill.

Le due borse furono subito requisite dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”. Da quel momento il destino dei documenti diventa meno chiaro. Secondo alcuni testimoni, dopo la produzione di alcune copie, il 4 maggio 1945, il materiale fu esaminato da una commissione formata, tra gli altri, dal segretario della Federazione comunista locale, Dante Gorreri, e dal nuovo prefetto di Como, Virginio Bertinelli. Era materiale scottante, ma forse i partigiani non capirono quanto. Sta di fatto che poi accadde l'incredibile: il 2 settembre 1945, a nemmeno due mesi dalla conclusione della guerra, dopo aver perso le elezioni e non più primo ministro, Winston Churchill si recò sul lago di Como, a trascorrere una breve vacanza nella Villa Apraxin di Moltrasio, dietro falso nome. Forse si trattò di una missione di recupero aiutata e gestita dai servizi segreti inglesi. Infatti dopo quel momento del famoso carteggio non si ebbe più traccia.

Ora a questo quadro si aggiunge un nuovo tassello. In una ricostruzione dello storico Roberto Festorazzi pubblicata sul nuovo numero di Oggi emerge che in questo intrigo internazionale ebbe un ruolo rilevante anche un agente dei servizi segreti italiani, Bruno Piero Puccioni (1903-1990). Puccioni era stato un fascista della prima ora e già nella Repubblica sociale in qualità di agente aveva svolto il ruoli di collegamento tra fascisti, partigiani e alleati (le parti si parlavano molto più di quanto si creda). Da una villa del borgo di Damaso, non lontano da Dongo, Puccioni era riuscito a stabilire buoni rapporti con i partigiani moderati tra i quali il nobile fiorentino Pier Luigi Bellini delle Stelle, comandante della 52ª Brigata. Puccioni cercò di elaborare un piano per salvare Mussolini e consegnarlo agli americani. Il piano fallì e Mussolini venne fucilato (non è qui il caso di riaprire la discussione annosa se per volontà partigiana o con una spintarella degli agenti inglesi).

Quel che è certo è però che Puccioni e Bellini delle Stelle cercarono anche nel dopoguerra di rimettere le mani sul carteggio. Festorazzi ha ritrovato alcune delle loro missive. Così scrive, secondo Oggi e Festorazzi, Bellini delle Stelle a Puccioni il 7 maggio del '49: «Il carteggio pare sia andato a chi già supponevamo, ma seguendo tutt'altra via da quella che ho dapprima seguito... Pare però che seguendo questa via si possa giungere ad entrare in possesso di una copia fotografica di tutti i 63 fogli...». Il piano dei due ex nemici-amici evidentemente non andò a buon fine. Secondo Festorazzi speravano con quelle carte di far tornare Trieste all'Italia. Di certo questa è un'ulteriore conferma dell'esistenza del carteggio e di quale strada probabilmente prese.

Come spiega al Giornale Francesco Perfetti, contemporaneista della LUISS Guido Carli di Roma: «Che il carteggio sia esistito ormai è un fatto che negano soltanto alcuni storici inglesi, più che altro per un non molto sensato amor di patria». E che potesse essere compromettente? «All'epoca senz'altro, chiaro che potesse imbarazzare il primo ministro inglese, anche se non va sopravvalutato. Non credo ci sia al suo interno qualcosa che possa cambiare la Storia. Al massimo le prove di quella Realpolitik che si pratica sempre in tempo di guerra e che era un tratto chiaro e noto del modo di operare di Churchill. Quanto alla simpatia umana che molti conservatori inglesi e Churchill provarono a lungo prima della guerra per Mussolini è cosa nota anche quella».

L'eurodeputato in azione può diffamare

La Stampa


WIN-113-242-993
Immunità a Lara Comi nel contenzioso con l'ex sindaco di Ferrara Soffritti. Disse che era condannato, mentre era incensurato. Per il Parlamento, si può. Strano, no? Nell’esercizio delle proprie funzioni, un eurodeputato può dire cose insultanti o diffamanti. Strano, ma vero. La plenaria del Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza per alzata di mano la richiesta di garantire l'immunità a Lara Comi, eurodeputata di Forza Italia che circa un anno fa è stata querelata dall'ex sindaco di Ferrara, Roberto Soffritti. Secondo la relatrice al dossier, l'ambientalista austriaca Eva Lichtenberger, ««il principio sotteso all'immunità parlamentare (...) è la libertà dei membri di discutere su materie di interesse pubblico senza essere obbligati a modellare le loro opinioni in modo da renderle accettabili o inoffensive per chi le ascolta, senza temere, in caso contrario, di essere citato in giudizio». 

Se valesse anche per i giornalisti, consentirebbe di dire cose inaccettabili e improponibili per chi le ascolta senza il rischio di querele. Grazie al cielo, la legge non lo consente. E’ giusto e bello così. Ecco i fatti. Durante una puntata di “Servizio Pubblico” del gennaio 2013, l’onorevole Comi, fedelissima berlusconiana, paladina degli stabilimenti balneari, ha rilasciato delle dichiarazioni ritenute diffamatorie dall'ex sindaco di Ferrara, Roberto Soffritti, candidato alle ultime elezioni nella lista Ingroia. La Comi disse che Soffritti non era presentabile poiché sarebbe stato coinvolto in vicende legate alla Mafia e aveva fatto fallire la Coopcostruttori. Soffritti venne indicato dalla Comi, come riportato nel capo di imputazione deciso dal pm Nicola Proto, come «persona poco limpida», «con un background di tipo mafioso», «che ha fatto fallire la Coopcostruzioni... imputato per questi fatti e condannato». 

Le affermazioni risultano essere del tutto infondate – si leggeva sui giornali pubblicati in quei giorni - poiché sulla vicenda ferrarese del Palaspecchi di Gaetano Graci, e il crac Coopcostruttori, Soffritti non ebbe mai nessun ruolo giudiziario, tuttalpiù di testimone. Roberto Soffritti era incensurato. Lara Comi ne parlò apertamente come condannato. In seguito si è scusata, il che può essere letto come l’ammissione di essere andata un po’ troppo in là. Davanti alla richiesta di risarcimento, tuttavia, ha chiesto l’immunità europea. L’ha avuta. Ora il Parlamento europeo stabilisce che un deputato può esprimere valutazioni azzardate o mendaci se nell’esercizio della sua attività. Stucchevole. Si legge nelle motivazioni. “La logica alla base di questo orientamento si ritrova nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo che ha esteso la tutela del discorso politico persino a discorsi offensivi o oltraggiosi, i quali possiedono molto spesso "una capacità unica di focalizzare l'attenzione, di smontare i preconcetti e di colpire il pubblico presentandogli aspetti della vita insoliti"”. 

Ancora: “L'articolo …, dunque, deve essere interpretato in modo tale da includere non soltanto dichiarazioni di opinioni e giudizi di valore su materie di interesse pubblico e/o di rilevanza politica, ma anche dichiarazioni che, per i contenuti o le modalità, possono irritare od offendere il pubblico in generale o singoli che ne siano i destinatari diretti o indiretti, se tali dichiarazioni sono funzionalmente legate all'esercizio dell'attività parlamentare”. In detto contesto, “la commissione giuridica ritiene che i fatti inerenti alla causa, come si evince dall'atto di querela e dall'audizione di Lara Comi, indicano che le dichiarazioni formulate dalla stessa non soltanto riguardano materie di autentico interesse pubblico - appalti pubblici e criminalità organizzata - ma presentano anche un nesso diretto ed evidente con l'esercizio delle sue funzioni di deputato al Parlamento europeo". 
Vanno anche tenute in “debita considerazione le scuse personali prontamente presentate dall'on. Comi nei confronti del querelante, ribadite successivamente anche in un'altra trasmissione televisiva nazionale”. Morale. Un deputato europeo può dire in televisione che un rivale politico è pregiudicato quando non lo è, poi scusarsi, e non incorrere in conseguenze perché stava esercitando il suo lavoro di politico. 

Così è, anche se non vi piace. 

Un anno di riforma migratoria… e cosa è cambiato?

La Stampa

yoani sanchez



aeropuerto_habana-kpu-
Questa volta non è potuta entrare al terminal per vederlo partire. Un cartello avverte che all’interno dell’Aeroporto José Martí possono accedere solo i viaggiatori, non i loro accompagnatori. Ha dovuto dirgli addio sulla porta. È il secondo figlio che ha deciso di partire a un anno dall’entrata in vigore delle nuove regole della Riforma Migratoria. Per lei, come per tanti cubani, è stato un anno di commiati. Nei primi dieci mesi del 2013 ben 184.787 individui hanno oltrepassato i confini di Cuba. Molti di loro per la prima volta. Anche se le dichiarazioni ufficiali non ammetteranno mai che il paese è in fuga, alla fine di novembre più della metà dei viaggiatori non aveva fatto ritorno. Neppure i numeri fanno difetto. Basta che ognuno di noi si guardi attorno per quantificare le assenze. 

Dal punto di vista personale e familiare ogni viaggio può cambiare una vita. Può accadere sia fuggendo definitivamente dal paese dove non si vuole vivere, conoscendo quel che esiste in un’altra parte del mondo, incontrando di nuovo i parenti o semplicemente allontanandosi per un certo periodo di tempo dalla routine quotidiana. Mi domando se la somma di tutte queste metamorfosi individuali può servire a cambiare una nazione. La risposta - come tante cose in questo mondo - può essere positiva o negativa. Nel caso di Cuba, le partenze sono servite anche come via di fuga per i non conformi. Gli individui più ribelli della società hanno fatto le valigie e sono usciti per un certo periodo di tempo. Tutto questo ha fatto il gioco del governo che si è approfittato dei benefici materiali dei viaggi, vale a dire maggiori rimesse inviate, più articoli di consumo importati e più imposte aeroportuali riscosse. L’industria senza ciminiere della migrazione. 

Per gli attivisti della società civile che hanno organizzato tour internazionali, si è trattato di un’opportunità straordinaria. Sono riusciti a far sentire le loro voci su palcoscenici dove prima si ascoltavano soltanto esponenti della politica ufficiale. È stato un buon passo avanti. I nostri cittadini non conformi si sono avvicinati alle tematiche che il mondo dibatte, modernizzando gli approcci, definendo meglio il loro ruolo civico e inserendosi nelle tendenze che vanno oltre le frontiere nazionali. Il risultato non è magico né immediato, ma resta positivo. Per tutto questo tempo, tuttavia, è stato negato agli ex prigionieri della Primavera Nera di uscire dal paese. Anche il numero di esiliati che si sono visti impedire l’ingresso a Cuba ha avuto una tendenza al rialzo. Purtroppo, dopo i grandi titoli che annunciavano il Decreto - Legge 302, questi drammi non hanno incontrato eco sufficiente sulla stampa e neppure negli organismi internazionali. 

Una buona parte della popolazione ancora non può permettersi un passaporto. Per tutti quei cubani, la Riforma Migratoria c’è stata solo nella vita degli altri, sugli schermi televisivi o nelle pagine dei periodici. Si tratta del solito settore di popolazione che non può ancora ottenere una linea di telefonia mobile, non è in grado di alloggiare in un hotel e non può permettersi di affacciarsi sul mercato immobiliare e automobilistico. Sono i cubani senza pesos convertibili. Per questo motivo, il 2013 è stato un insieme di valige, commiati, ritorni, nomi cancellati dalle agende telefoniche, sospiri, lunghe file all’esterno dei consolati, nuovi incontri, annunci di case in vendita per pagare biglietti di aereo… Un anno per partire e un anno per restare. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Romania Connection”: così i giovani dell’Est Europa truffavano i clienti Usa

La Stampa

francesco semprini

Si attira sul web la vittima, le si offre della merce, si chiede il pagamento e si registravano i dati della carta di credito. E nessuno ha rimorsi: “Quando la vittima è così lontana e vive in un Paese ricco è difficile avere sensi di colpa”


P40P1AUI3316-1438--U10103731364355SC-312x195
A Ramnicu Valcea è facile capire chi dei giovani di questa cittadina rumena di appena 120 mila anime è in qualche modo coinvolto nel furto di dati digitali compiuto a danno dei titolari di carte di credito americane. Riconoscerli per gli investigatori locali non è stato difficile, sono quelli che indossano vestiti alla moda rigorosamente firmati, al polso hanno orologi di lusso, e al collo hanno catene rigorosamente d’oro. Per di più in una regione dello Stato dell’Europa orientale dove gli animali da cortile girano liberamente per strada e le vie sono polverose e piene di buche. “Nel nostro liceo, quasi tutti quelli delle ultime classi hanno in qualche modo partecipato a queste attività”, spiega Alina una giovane ragazza che ha lavorato a lungo per un faccendiere regista di truffe a catena a danno di cittadini americani ai quali offriva online prodotti che non esistevano. 

Lo schema era semplice quanto efficace, si attirava sul web la vittima, le si offriva della merce si chiedeva il pagamento e si registravano i dati della carta di credito: il gioco era fatto. Alina non si è mai sentita in colpa di tutto ciò: “Quando la vittima è così lontana e vive in un Paese ricco è difficile avere sensi di colpa”. Ora però che l’attenzione degli investigatori si è polarizzata su Ramnicu Valcea e su altre realtà disagiate della Romania, i timori di chi si è reso protagonista di questi crimini crescono e con loro, gioco forza, anche i sensi di colpa.

E’ in questa parte del mondo che hanno portato le indagini dopo i fatti di Target e Neiman Marcus, due colossi americani della vendita al dettaglio online i cui clienti sono rimasti vittime del furto di dati personali. Sono 110 milioni i consumatori coinvolti, ovvero circa un terzo della popolazione americana. In realtà le gesta di cyber crimine che riconducono alla “Romania connection”, e più in generale all’Europa orientale, risalgono a ben prima delle vicende della fine dello scorso anno, tanto che Fbi e Secret Service sono stati sovente in passato coinvolti nell’arresto di pirati informatici rumeni che avevano preso di mira cittadini americani. 

Inoltre il Consiglio d’Europa ha di recente indicato Bucarest, la capitale rumena, quale sede principale per sviluppare il suo programma di lotta al crimine cibernetico. Gli esperti dell’Fbi a loro volta hanno addestrato circa 600 investigatori rumeni, e lo stesso presidente, Train Basescu, ha annunciato l’istituzione di un nuovo ufficio creato appositamente. La polizia locale ha stimato che l’80% dei furti informatici che partono dalla Romania prendono di mira cittadini e società americane, per un totale di un miliardo di dollari all’anno rubati.

Più in generale in tutto il mondo il giro d’affari criminale dovuto al furto di dati su Internet si aggira intorno ai 397 miliardi di dollari. E i protagonisti sono sempre i giovani come quelli di Ramnicu Valcea: “Più furti si facevano più era difficile smettere”, prosegue Alina. Del resto guadagnare in un giorno 4.100 dollari, in un Paese in cui il reddito medio è di 13 mila dollari l’anno non può non far gola, a giovani e meno giovani. La famiglia di Alina, ad esempio, davanti alle confessioni della figlia, ha usato i soldi per aggiustare la loro casa e sostenere alcune spese scolastiche. La ragazza oggi è una pentita, ha abbandonato il “cybercrime” e vive come dovrebbe una ragazza della sua età: “Ho capito che ero molto più serena e felice ad essere una persona normale”.

Io che ho 61 anni e non so come mi chiamo»

Corriere della sera

Le conseguenze di un doppio nome sull’atto di nascita

30lom07f3-kT3C--398x174@Corriere-Web-Sezioni
Eccomi qui: 61 anni, due figli, un matrimonio, un divorzio, una convivenza, un lavoro (il giornalista) che faccio da 30 anni con alterne fortune, un po’ di gioie e un po’ di dolori, come tutti. Però non esisto. O, per meglio dire, esisto (mi sembra almeno) ma non so chi sono e come mi chiamo. Ho sempre creduto di saperlo ma la Pubblica amministrazione italiana non ne è così sicura. Quando sono nato, il 16 febbraio del 1952 a Roma, i miei genitori hanno deciso di chiamarmi Paolo ma di aggiungere, come usava allora, anche altri due nomi: Silvio come il nonno paterno e Gualtiero come quello materno. Così nessuno si offendeva e tutti erano contenti, tanto si trattava, come si diceva, di «secondi nomi», puramente ornamentali. Ma il diavolo (che, come si sa, si annida nei particolari) ci aveva già mezzo la zampa, all’insaputa di tutti.

TRATTINO - L’ignoto ufficiale dello Stato civile capitolino che compilò il mio atto di nascita separò i due primi nomi con un trattino (quindi Paolo era il primo nome, quello «vero», e Silvio il secondo). Ma li annotò entrambi in tutte le parti dell’atto, innescando un petardo che sarebbe esploso solo 28 anni dopo, nel 1980. In quell’anno mi sono sposato, a Milano, dove ho chiesto la residenza. E il Comune di Milano, studiando i documenti, decise che il mio nome completo era Paolo Silvio. E con questo nome mi ha accolto.

IGNORANZA - A quel punto Paolo Silvio ha cominciato a vivere la sua vita: si è sposato, poi ha divorziato, ha avuto due figli, ha ottenuto un mutuo e comprato una casa, insomma ha fatto un sacco di cose, alcune importantissime, altre no. Intanto Paolo, cioè io (perché così mi sono sempre conosciuto e così mi hanno sempre chiamato) ha fatto le stesse cose. O così credeva, perché in realtà non era lui a farle. Ma, vi chiederete, non si è mai accorto di non esistere (o, per meglio dire, di non esistere più)? No, perché non si rendeva conto dell’importanza dell’anagrafe e pensava che lui e Paolo Silvio fossero in tutti i sensi la stessa persona, che il doppio nome che pure appariva sui documenti fosse un dettaglio senza conseguenze. Aiutato, in questa sua ignoranza, dal fatto che il codice fiscale chiesto nel 1978 (quando ancora la residenza non era a Milano) era stato assegnato senza problemi anche se era quello di Paolo Rastelli (RSTPLA le prime sei lettere) e non quello di Paolo Silvio Rastelli(RSTPLS): insomma, quando dialogava con lo Stato e con il fisco (a cominciare dalle dichiarazioni dei redditi), era Paolo ed esisteva, eccome. E comunque nessuno faceva problemi.

INFORMATICA - Tutto è andato bene finché l’informatica non ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite. Piano piano perfino le amministrazioni pubbliche hanno cominciato a parlarsi via computer . E si sono accorte che Paolo Silvio e Paolo non erano la stessa persona. Così, per esempio, l’Agenzia delle entrate ha fatto a Paolo una contestazione che ha prodotto una cartella esattoriale di 5.500 euro: non risultava registrato un cambio di residenza che pure Paolo Silvio aveva eseguito con diligenza. E un’agenzia di car sharing non voleva accettare l’abbonamento di Paolo Silvio perché il suo codice fiscale è quello di Paolo e non va d’accordo con la sua patente di guida.

IN COMUNE - A questo punto sia Paolo che Paolo Silvio, un po’ preoccupati e un po’ divertiti, hanno deciso di andare a fondo della questione risalendo all’atto di nascita. E hanno trovato una gentilissima signora del Comune di Roma che ha spiegato tutto l’inghippo, aggiungendo che questi casi non sono infrequenti visto che i comuni di Milano e Roma, praticamente da sempre, sono divisi nella valutazioni dei nomi sull’atto di nascita. Intanto una gentilissima funzionaria dell’Agenzia delle entrate (uno dei drammi del rapporto con la burocrazia è che si tratta di un mostro che produce orrori ma che molto spesso è impersonata da persone deliziose, per cui non si sa con chi prendersela) mi ha detto che conviene cambiare il codice fiscale, onde evitare guai futuri.

SCELTA - D’altro canto da Roma dicono che in realtà posso scegliere (ai sensi dell’articolo 36 del dpr 396 del 2000): uccidere Paolo Silvio e tenere il codice fiscale di Paolo, sapendo però che a quel punto bisogna aggiornare tutti gli atti in cui compare Paolo Silvio (tipo atto di matrimonio, atto di divorzio, acquisto della casa, e scusate se è poco). Oppure far fuori Paolo e prendere un nuovo codice fiscale: ma Paolo è quello che ho creduto di essere per tutta la vita, quello che ha riso, ha pianto, ha firmato i miei primi articoli, insomma ci sono affezionato. E comunque anche vivere con un nuovo codice fiscale, almeno agli inizi, non è comodissimo. Non so ancora cosa farò, ma so cosa vorrei fare: diventare una terza persona, con una terza vita sconosciuta a tutti, anche alla burocrazia, e un nuovo indirizzo. In zona caraibica, più o meno.

15 gennaio 2014

Datagate, tensione fra Usa e Germania: si allontana l'accordo no-spy

Il Messaggero


20140114_datagate
Il cielo fra Berlino e Washington è pieno di nubi, nessuno parla di crisi ma l'irritazione in Germania per il datagate è grande. Secondo la Sueddeutsche Zeitung (Sz), l'accordo no-spy si allontana. Dopo che nei mesi scorsi era emerso che la Nsa aveva spiato, per anni, anche il cellulare della cancelliera, il clima fra gli alleati si era raggelato. Poco dopo partivano i negoziati per un accordo 'no-spy'. Negoziati che segnano ora il passo. Gli Usa si rifiutano di rinunciare a spiare membri del governo e anche di rivelare da quando il cellulare della Merkel era spiato. Meglio allora non firmare l'accordo, avrebbe detto il capo dei servizi tedeschi (Bnd), Gerhard Schindler. Il presidente Usa Barack Obama, a giugno in visita a Berlino, aveva minimizzato ma poi, successivamente, aveva assicurato, all'indicativo, che il cellulare della cancelliera non è spiato. Sul passato glissava. Le scuse, come richiesto da più parti a Berlino, non le ha mai presentate e mai le presenterà. Adesso però, approfittando dell'incidente di sci della Merkel, Obama ha tentato il primo passo per un disgelo: l'8 gennaio l'ha chiamata per farle gli auguri di guarigione e invitandola a Washington.

Invito accettato, ma sulla data la Merkel non ha fretta. La visita si svolgerà nei prossimi mesi, e certamente non sarà la prima in agenda dopo la guarigione, si fa notare a Berlino. Dopo le rivelazioni sull'incerto destino dell'accordo - peraltro non smentite da nessuno - la cancelleria ha cercato di gettare acqua sul fuoco.«I colloqui saranno proseguiti», avrebbe detto oggi al gruppo parlamentare. La Merkel vuole aspettare venerdì quando Obama annuncerà probabilmente una riforma dell'intelligence. Secondo la Sz, il Bnd sarebbe comunque intenzionato a proseguire i negoziati: le «trattative su un accordo di cooperazione vanno avanti», ha detto un portavoce oggi alla Dpa. Alla stessa agenzia, la portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale Usa, Caitlin Hayden, ha parlato di «migliore comprensione delle richieste e preoccupazioni di ambo le parti»: tutti hanno la volontà di rafforzare la cooperazione, tenendo conto anche del «rispetto dei diritti civici e politici e dell' interesse di tutti i cittadini alla tutela della sfera privata».

Anche il Bundestag, domani, su richiesta della Linke, all' opposizione, si occuperà del caso. La capogruppo dei Verdi, pure all'opposizione, Katrin Goering-Eckard, ha sollecitato l' insediamento quanto prima della prevista commissione di inchiesta parlamentare. Per il deputato verde, Hans-Christian Stroebele, che tempo aveva incontrato a Mosca con l'ex talpa Usa Edward Snowden, l'accordo no-spy è a un punto morto: «non si avanza di un passo perchè il governo è timoroso con gli Usa». Pressioni sulla Merkel anche dall'alleato socialdemocratico: «si deve arrivare a un accordo no-spy», un fallimento sarebbe «inaccettabile, cambierebbe il carattere politico delle relazioni con gli Usa», ha detto il capogruppo Spd, Thomas Oppermann, aggiungendo di sperare che la visita della cancelliera a Washington serva a raggiungere un accordo.


Martedì 14 Gennaio 2014 - 21:53
Ultimo aggiornamento: 21:53

Gli italiani morti nella «Marzabotto» francese Clea, Lucia e i 7 ragazzi trucidati dai nazisti

Corriere della sera

Tra le vittime almeno 9 italiani, tra cui una madre con 7 dei suoi figli. Nomi dimenticati. E scovati da uno storico. La Procura militare di Roma apre un'inchiesta

combo-kP1D-U430
Italiani uccisi nel corso di un efferato eccidio nazista, a Oradour-sur-Glane, vicino Limoges, nel Sud-Ovest della Francia. Tra le vittime una donna, Lucia Zoccarato, e sette dei suoi nove figli: Bruno, Antonio, Armando, Luigi, Anna Teresa, Marcello e Giovanni. Poi un’altra donna: Clea Lusina, figlia di un antifascista fuoriuscito. Le altre due figlie di Lucia - Orfelia e Angela - si salvarono perché quella mattina del 10 giugno 1944 - quattro giorni prima gli Alleati erano sbarcati nella non lontana Normandia - stavano lavorando in campagna, fuori dal borgo. Anche il marito di Lucia, Giuseppe Antonio Miozzo, sfuggì alla morte. Era un carabiniere, venne preso prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre. Si rifiutò di aderire alla Rsi. Per questo rimase internato in Germania sino alla fine della guerra. Solo allora seppe della sorte della sua famiglia. Inghiottita in quella strage feroce - identica a decine di altre, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, via Rasella - in cui perirono 642 persone. Donne, bambini, anziani. Una mattanza. Trucidati da raffiche di mitragliatrice come stessero davanti a un plotone di esecuzione. Dilaniati da granate esplose dentro una chiesa, dove a centinaia avevano cercato la speranza di un inutile riparo.

dddd
IN FRANCIA - Per l’eccidio vennero processati in Francia, nel 1953, una ventina di imputati, tra militari tedeschi e alsaziani arruolati nelle SS: vi furono due condanne a morte, 12 ai lavori forzati, 6 condanne a pene detentive e una assoluzione, ma una successiva amnistia commutò le esecuzioni e permise la scarcerazione degli altri condannati. Le indagini sono state riaperte di recente anche in Germania e, la scorsa settimana, la procura di Dortmund ha incriminato un ex militare tedesco di 88 anni. Ma adesso c’è pure un’inchiesta avviata dalla Procura militare di Roma che vuole accertare identità e numero delle vittime italiane coinvolte nell’eccidio. Un modo - è l’obiettivo del procuratore Marco De Paolis - per ridare un nome, un cognome e giustizia a degli italiani dimenticati, vittime del nazifascismo.

LA RICERCHE DEL DOCUMENTARISTA ITALIANO - Un fascicolo aperto anche dopo il poderoso lavoro di ricostruzione storica firmato da Mario Vittorio Quattrina, scrittore, regista e autore di numerosi documentari storici per la Rai. E’ lui ad aver ripercorso - in una ricerca condotta ascoltando e filmando decine di testimonianze - la saga drammatica di questa famiglia emigrata in Francia da Padova - attorno a Limoges c’era una specie di colonia veneta, tutti muratori e falegnami - nel 1927 con i primi tre figli. E appunto: lei, Lucia, nata a Campodarsego il 25 luglio 1904. Lui, Giuseppe, ex carabiniere, poi manovale Oltralpe. Richiamato dall’Arma allo scoppio della guerra. Poi quella scelta di restare fedele al giuramento prestato al Re, di non aderire al fascismo. E la prigionia. Solo dopo il 1945 gli dissero che aveva perduto moglie e 7 figli. Ma gli fornirono una spiegazione apparentemente più sopportabile: tutti periti sotto le bombe. Tempo dopo, prima che morisse nel 1953, ebbero il coraggio di raccontargli quell’orrore come davvero si materializzò.


MUSEO A CIELO APERTO - Oradour-sur-Glane oggi è qualcosa di molto simile a un museo a cielo aperto. Dopo quell’eccidio nessuno tornò ad abitare in quel posto maledetto. Il villaggio - fu l’ordine di Charles De Gaulle che in questo modo volle farne un monumento - non venne ricostruito. Case diroccate, i segni delle pallottole sui muri pericolanti, tutto è rimasto come allora. In più, come in una specie di Spoon River che testimonia l’atrocità di quel giorno, ci sono centinaia di lapidi. Quelle toccate con mano il 4 settembre 2013 dal presidente tedesco Joachim Gauck - il primo leader tedesco a compiere un gesto del genere - che visitò il paese per rendere omaggio alle vittime, assieme a un sopravvissuto e al presidente francese Francois Holland.

LE SS INCRIMINATE - «Incriminati della strage furono le SS del reggimento «Der Fuhrer» della divisione corazzata «Das reich» che in quei giorni subì - ricorda Quattrina, autore di una ricerca sui militari italiani coinvolti nei fatti bellici in Normandia - diversi attacchi da parte dei partigiani. In uno di questi venne rapito e ucciso un ufficiale. La sua morte venne scoperta il 9 giugno e, subito, scattò la rappresaglia. Il primo paese che si trovava sulla strada delle SS era appunto Oradour-sur-Glane, vicino a Limoges, nel sudovest della Francia.

LA STRAGE - I nazisti fecero un rastrellamento, ordinarono agli abitanti di radunarsi nella piazza, parlando di un «controllo di documenti». Invece gli uomini vennero condotti in alcuni granai e trucidati a colpi di mitragliatrice, mentre donne e bambini furono arsi vivi all’interno di una chiesa che prese fuoco dopo l’esplosione di alcune bombe. «Presumibilmente Lucia morì nella chiesta - racconta Quattrina che presenterà il suo documentario « totalmente autofinanziato» il 25 aprile - abbracciata ai figli». Ma non c’è certezza. Di lei e dei suoi figli, come di Clea, restano solo quelle foto ingiallite esposte in una lapide a Oradour. Così il tempo - quasi settant’anni sono passati dalla strage - ha voluto conservare questo esile filo di memoria.

14 gennaio 2014 (modifica il 15 gennaio 2014)

In Nigeria vietato essere gay, condanne fino a 14 anni

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


phpyRV6c4PM-500x312
Essere omosessuali in Nigeria è un reato. Il presidente nigeriano, Goodluck Jonathan (nella foto con il presidente Usa Obama), ha firmato ieri una legge anti-gay, approvata all’unanimità dal Parlamento nel maggio dello scorso anno. che prevede condanne  per i gay che arrivano fino a 14 anni di carcere. La legge sanziona con pene detentive “chiunque si registri, operi o partecipi ad attività di club, società ed organizzazioni gay, chiunque abbia una relazione gay pubblica o contragga un’unione civile o un matrimonio con una persona dello stesso sesso”.

“Oltre il 90% dei nigeriani è contrario ai matrimoni gay. Questa legge è fatta per il popolo – ha detto il portavoce presidenziale Reuben Abati – ed è in linea con le credenze culturali e religiose del Paese”
Lo scorso dicembre Amnesty International si era appellata a Jonathan chiedendogli di non firmare la legge, perché “discriminatoria” e contraria ai diritti umani, prevedendo esiti “catastroficinei confronti della comunità Lgbt. Preoccupati anche gli Stati Uniti che ieri, attraverso la voce del Segretario di Stato John Kerry, hanno parlato “di una legge che limita pericolosamente la libertà di riunione, associazione ed espressione per tutti i nigeriani”. Sulla nuova normativa ha espresso la sua netta contrarietà anche la ministra degli Esteri italiana Emma Bonino:

“La promulgazione di una legge anti-omosessualitá  è un fatto gravissimo che non può essere giustificato con la presunta aderenza a credenze religiose o tradizionali”. Questa legge – ha aggiunto – rappresenta  un gravissimo attacco a  ”principi cardine di ogni societá civile, quali quello di tolleranza e di non discriminazione, sanciti da tutti i principali accordi internazionali di tutela e promozione dei diritti umani, tra i quali la Carta Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli del 1981, di cui la Nigeria è firmataria”.

Bonino ha inviato all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, una lettera chiedendo di iscrivere il tema dei diritti delle persone Lgbti all’ordine del giorno del prossimo Vertice Ue-Africa che si terrá in aprile, anche alla luce delle linee guida dell’Unione europea adottate in materia lo scorso giugno.

Le relazioni omosessuali erano già severamente contrastate in Nigeria prima della nuova legge, avendo ereditato dai colonizzatori britannici una disposizione che rendeva illegale il sesso omosessuale. Nel Paese più popoloso d’Africa e con una società particolarmente sensibile alla religione, un’importante parte della popolazione, divisa tra cristiani e musulmani, segue ancora i culti tradizionali. E nelle aree in cui vige legalmente la sharia gli omosessuali rischiano anche la lapidazione.

A pagare le conseguenze della nuova legge saranno soprattutto i membri poveri della comunità gay. “Quelli ricchi hanno già abbandonato il Paese, o si recheranno all’estero per fare sesso” ha spiegato all’Ap Olumide Makanjuola, direttore esecutivo della Initiative For Equality in Nigeria

Il figlio segreto di Domenico Modugno riconosciuto dalla Cassazione

Il Messaggero


20140114_modugno1
ROMA - Cade un altro ostacolo legale sulla strada giudiziaria che potrebbe a breve concludersi attribuendo un quarto figlio, dunque un altro erede, a Domenico Modugno, il cantante italiano più fischiettato nel mondo. Soprattutto per il successo della sua canzone più famosa, quel 'Nel blu dipinto di blu' che resiste senza invecchiare dal 1958, rifatto in tutte le salse e tradotto in tredici lingue conservando in originale l'esplosivo e liberatorio refrain 'Volare oh, oh'. Tuttora produttivo di cospicui diritti d'autore, come buona parte della fortunata produzione dell'artista pugliese nato a Polignano a Mare.

L'attore Fabio Camilli - volto noto in diverse fiction e serie tv - ha infatti vinto un importante round in Cassazione contro la vedova e i tre figli di Modugno che si oppongono alla dichiarazione giudiziale di paternità per la quale Camilli sta portando avanti una battaglia legale, dal 2002. Sostiene di essere il «figlio segreto» di Mister Volare, nato da una relazione del cantante con una coreografa del teatro Sistina di Roma, la signora Maurizia Calì. Individuata da alcuni come la «bellissima Kalì» di 'Pasqualino maragia', altra hit di Modugno rifatta anche da Mina.

La Suprema Corte, questo il cuore della sentenza 487 della Prima sezione civile, ha confermato che il padre naturale di Fabio Camilli - nato nel 1962 - non era il padre legittimo, Romano Camilli, collaboratore di Garinei e Giovannini al Sistina, e marito della Calì. In pratica, i supremi giudici hanno reso definitiva la sentenza con la quale la Corte di Appello di Roma nel 2011 aveva accolto la domanda di disconoscimento della paternità proposta da Fabio nei confronti del padre Romano Camilli aprendo così la via alla decisiva tappa successiva. Ossia la dichiarazione giudiziale di paternità che attribuirebbe un ulteriore erede - oltre a Marcello, Marco e Massimo nati dal matrimonio con Franca Gandolfi - all'uomo che ha vinto quattro volte Sanremo e che è stato anche in Parlamento. Eletto con il partito radicale.

Il deposito della sentenza sull'accertamento della paternità da parte del Tribunale di Roma è attesa a giorni, le udienze si sono già svolte nei mesi scorsi, sempre con l'opposizione dei tre figli e della vedova di Modugno. L'esame del dna sulla salma del cantante - a quanto si è appreso - avrebbe infatti dato esito positivo e i giudici di merito attendevano questa decisione della Suprema Corte per depositare, a loro volta, la sentenza tanto attesa da Camilli. Diventare a tutti gli effetti figlio di Domenico Modugno significherà, per l'attore, anche ottenere parte delle laute royalties per le tante canzoni dell'autore di 'Vecchio frac' morto per infarto, il sei agosto del 1994, nella sua casa di Lampedusa a 66 anni.

Nel giugno del 1984, mentre registrava una trasmissione per Canale5, Modugno fu colto da un ictus ma poi si riprese e portò avanti molte battaglie per i diritti dei disabili rinviando per dieci anni l'appuntamento con l'ultima ora. Fabio Camilli è stato a lungo molto amico dei suoi "presunti" fratelli e frequentava spesso casa Modugno. Ora quella consuetudine si è interrotta.


Martedì 14 Gennaio 2014 - 19:41
Ultimo aggiornamento: 20:06

Lo chef Iaccarino: «Ho i ristoranti in giro per il mondo, ma in Italia non trovo più i polli»

Il Messaggero


Cattura
Bastano piccoli segnali per capire che nel mondo c’è qualcosa che non va: Alfonso Iaccarino, il mitico Don Alfonso, fa fatica a trovare in giro dei polli ruspanti, dei tacchini buoni e delle uova come si deve. Eppure lui, celebrato chef della costiera amalfitana (Sant’Agata dei Due Golfi è la capitale del suo impero) che ha aperto un ristorante anche nella Capitale, il VivaVoce al Gran Meliá Rome Villa Agrippina, in realtà i prodotti li crea o li rilancia. L’esempio lampante è il pacchero, «la pasta che un tempo si dava ai militari» e che adesso, soprattutto grazie a lui, è diffusa in tutto il mondo «persino all’autogrill l’ho trovata, ma le dico di più: mi sono seduto a un ristorante a Ulan Bator in Mongolia e sul menu leggo “paccheri di Gragnano con pomodoro del Vesuvio”, erano veri e molto buoni».

Cosa ha pensato a quel punto?
«Che l’Italia si può salvare solo così».

Lei ha ristoranti in molte parti del mondo, è appena tornato da Macao, porta lì i suoi prodotti: verrebbe da pensare che questa globalizzazione non causa solo disastri. «Certo, ma ci sono troppe incognite».

Ce ne dica una. «Quando vedo che esistono ormai quasi solo due tipi di mela, quando prima ce n’erano venti, mi deprimo. Hanno fatto diventare le mele delle palline senza anima».

Oggi però va di moda lo slow food e non il McDonald’s: non è un buon segnale? «L’idea che sta alla base dello slow food mi piace molto. Ma bisogna stare attenti a mantenere saldi quei principi».

A quali rischi allude?
«Le multinazionali vogliono metterci le mani e questo cambia tutto».

La cucina romana è troppo semplice per i suoi gusti? «No, mi piace molto. Aprire il VivaVoce è stato un modo per rendele omaggio».

Oggi si mangia peggio o meglio rispetto a quindici anni fa?
«Si mangia meglio. È cresciuta la cultura del cibo. In cucina ci sono ragazzi laureati, è la modernità che mi piace: avere rispetto per la cultura alimentare non significa fare l’olio come cent’anni fa. A Napoli oggi ci sono almeno 20 pizzerie che fanno un prodotto eccezionale, prima trovavi mozzarella cattiva e olio pessimo». 
 È anche merito di Masterchef e dei tanti programmi tv con degli chef nelle vesti di star?
«Aiutano a diffondere la cultura culinaria, ma non mi fanno impazzire questi programmi».

A quando un reality?
«Preferisco i fornelli».

Le piacciono i piatti che vede preparare in tv? «Alcuni sì, ma sono diffidente quando vedo 50 ingredienti per fare un piatto. Per carità in cucina si può fare tutto, ma il risultato è che tutto diventa uguale».

Il cibo cambia o è un elemento immutabile?
«Cambia. Se mangiassimo un abbacchio come si cucinava trent’anni fa, ci metteremmo tre giorni per digerirlo. Oggi è tutto più leggero, anche grazie ai tanti modi per cuocere il cibo».

Quando lei apre nuovi ristoranti nel mondo usa prodotti locali o si fida solo del made in Italy?
«Non mi vergogno a dirlo: quando parto nella mia valigia porto pasta, caffè, olio e pomodori. Direte che sembro un emigrante degli anni ’50, ma quelli sono gli elementi base della mia vita».

La nostra cucina va sempre forte all’estero? «Sempre di più. E capiscono che l’importante è la materia prima. Pensi che i cinesi volevano a tutti costi coltivare i San Marzano, gli ho dovuto spiegare che i pomodori hanno delle necessità. Se lì non ci sono le quattro stagioni scandite come in Campania diventa impossibile».

Come fa senza polli ruspanti?
«Li allevo io: è l’unico modo».

Il ristorante VivaVoce di Alfonso Iaccarino si trova a Roma all'interno dell'hotel Gran Meliá Rome Villa Agrippina (via del Gianicolo, 3).

VIDEO
Intervista allo chef Don Alfonso Iaccarino

Martedì 07 Gennaio 2014 - 14:47
Ultimo aggiornamento: Lunedì 13 Gennaio - 23:50

Russia, ancora 4 milioni i soldati scomparsi nella seconda guerra mondiale

Il Messaggero

Un elmetto, un’arma, stivali, bombe a mano, un paniere, una saponetta di tritolo. A volte affioranti, a volte ricoperti da un sottile strato di fanghiglia, di terra o foglie secche.
 

20140114_armata_rossa
E lì accanto ossa, le ossa dei soldati sovietici che impedirono alle truppe di Hitler di sfondare il fronte orientale, obiettivo dell’Operazione Barbarossa lanciata il 22 giugno 1941. Dei 70 milioni di vittime che fece la Seconda Guerra mondiale, 26 milioni persero la vita sul fronte orientale e quattro milioni continuano a essere considerati dispersi. E da 30 anni c’è chi li cerca ancora; sono i volontari, chiamati i “cacciatori bianchi” (quelli “neri” se ne fregano dei corpi e vanno a caccia solo di armi, medaglie o denti d’oro) di circa 600 associazioni che nel tempo libero se ne vanno in giro per i boschi con la speranza di trovare i resti dei soldati, strapparli all’oblio, possibilmente identificarli e sicuramente offrirgli una degna sepoltura. Finora sono riusciti a trovare 500mila corpi. E non si arrendono.

Marina Koutchinskaya, una delle “cacciatrici” intervistata dalla Bbc racconta: «Ogni primavera, autunno ed estate mi scuote questa brama interiore di andare e cercare gli scomparsi. E’ il cuore che mi comanda». Sono 12 anni che Marina trascorre la maggior parte delle sue vacanze in cerca di soldati scomparsi da 70 anni. A scuotere la massa di volontari è stato però un ex ufficiale dell’esercito, Ilya Prokoviev che 30 anni fa si imbatté nel primo soldato “dimenticato” durante una passeggiata. Sempre alla Bbc ha raccontato: «Stavo attraversando una zona paludosa quando notai uno stivale sporgere dal fango. Lì vicino trovai poi un elmetto sovietico, scavai con le mani pochi centimetri e trovai il mio primo soldato». Le motivazioni di una così enorme quantità di soldati uccisi ed etichettati quali «scomparsi» sono due.

La prima, più umana, è che, a guerra finita, l’Unione Sovietica diede la priorità alla ricostruzione di un Paese dilaniato. La seconda puramente politica, fu la decisione del governo, nel 1963, di distruggere tutte le tracce della guerra. Dopo trent’anni di ricerche, Ilya Prokoviev è in grado di far capire quanto determinata sia stata quella volontà. «La maggior parte dei ritrovamenti dei soldati dimenticati avviene in zone dove a partire dal 1963 si procedette a rimboschimenti e progetti di edificazione». Trattori e scavatrici furono messi all’opera appositamente nelle zone dove più il sangue era stato versato. «Fu orribile - prosegue Ilya Prokoviev - ma operai e agricoltori non potevano rifiutare gli ordini di Mosca. Chi provava a rifiutarsi di oltraggiare i cadaveri perdeva il posto e quelli non erano i tempi per permetterselo».

Oggi però ci sono loro, i “cacciatori bianchi” a tentare di controbilanciare la sprezzante e cinica politica dell’oblio imposta dal Cremlino allora in mano a Nikita Khrushchev. E quando la “caccia”, raramente, si conclude con l’identificazione della vittima e la riconsegna a qualche familiare la festa è grande. «Purtroppo - conclude Prokoviev - non è facile perché la chiave più semplice per l’identificazione è trovare la targhetta di riconoscimento che purtroppo non è di metallo e quindi non “risponde” al detector. I soldati sovietici generalmente erano dotati di una piccola capsula di legno contenente un pezzetto di carta con il loro nome. E, per superstizione, moltissimi soldati non riempivano quel pezzetto di carta pensando che farlo portasse sfortuna».


Martedì 14 Gennaio 2014 - 18:39
Ultimo aggiornamento: 18:40