martedì 14 gennaio 2014

Ecco l'uomo più sporco del mondo: è un eremita e non si lava da 60 anni e fuma escrementi

Il Mattino


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Conduce una vita da eremita in Iran, talmente semplice e modesta che non si lava mai. Il suo viso e il suo corpo non toccano un sapone da ben 60 anni. Una condizione che gli è valsa il primato di "uomo più sporco del mondo". I suoi tratti somatici hanno subito deformazioni, la pelle rugosa e squamosa e soprattutto il forte odore sono la conseguenza del fatto che questa persona non si lava da decenni. Si ciba di alimenti trovati in natura e fuma escrementi di animali, ma ogni tanto si concede qualche sigaretta, cinque contemporaneamente per la precisione.

La scoperta è stata fatta da un utente della community Reddit che, nel corso di un viaggio in Iran, ha immortalato il "personaggio" più sporco del mondo. I suoi scatti hanno fatto e stanno facendo ancora il giro del mondo. Sul web tantissimi i curiosi che non riescono a capire come mai questa persona goda di buona salute e non si sia ammalata.

 
martedì 14 gennaio 2014 - 16:21   Ultimo aggiornamento: 16:23

Kyenge, adozioni bloccate: Il giallo dei 50mila euro mandati in Congo da Letta

Libero


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Il decreto di nomina è arrivato alla segreteria del consiglio dei ministri già a metà della scorsa settimana, con la firma del ministro dell’Integrazione, Cecyle Kyenge. Dopo settimane di polemiche e nel pieno dello scandalo sulle adozioni in Congo era finalmente arrivata la proposta di nomina del nuovo vicepresidente operativo della Commissione adozioni internazionali. Il presidente della commissione è il ministro in carica (la Kyenge), che ha poteri di indirizzo politico ma non ha poteri operativi, né diritto di firma, che spetta al vicepresidente. Chi sedeva su quella poltrona, Daniela Bacchetta (un magistrato, qualifica di solito richiesta per l’incarico) dopo sei anni e un rinnovo, aveva terminato nel cuore della scorsa estate. Era stata prorogata per 45 giorni, lasciando inevitabilmente l’incarico vacante nella prima settimana di novembre, quando proprio stava per diventare pubblico il caso Congo. Per la sostituzione la Kyenge aveva preparato il decreto di nomina di Silvia Della Monica, anche lei magistrato (fu il capo del Pool che fece le indagini sul mostro di Firenze), ma con un recente passaggio anche nella politica, visto che la scorsa legislatura era stata eletta in Senato nelle fila del Pd.

Quando il decreto di nomina è arrivato sul tavolo del consiglio dei ministri, Enrico Letta ha preso in mano il fascicolo e chiesto di rinviare e soprassedere. A chi dopo la riunione ha chiesto le ragioni di questo inatteso stop, Letta ha spiegato allargando le braccia che purtroppo per quella carica c’erano anche altri candidati proposti all’interno del Pd, e uno di questi sembrava avere il gradimento di Matteo Renzi: «Non ho verificato la cosa», ha aggiunto Letta, «però è meglio non fare nessuno in questo momento per non creare polemiche». E se la commissione sulle adozioni si bloccherà? «Colpa delle correnti Pd», avrebbe sospirato il premier. Vera o meno che sia questa battuta (già in altre occasioni attribuita al presidente del Consiglio, che ha negato di averla mai pronunciata), è un fatto che

la poltrona resta vuota e la commissione per le adozioni internazionali azzoppata nella sua funzionalità proprio in uno die momenti più delicati dalla sua creazione. Al consiglio dei ministri si è fatto anche il punto della crisi congolese, che è ben lungi dall’avere trovato una via di soluzione. In un dossier riservato dove si ripercorrono anche le tappe meno note della vicenda, è emerso che nelle mani del governo di Kinshasa erano arrivate misteriosamente due liste assai diverse fra loro di italiani che avevano il diritto all’adozione di bambini congolesi. Una prima sembra essere arrivata alla Direzione generale delle Migrazioni del Congo dalle associazioni per l’adozione (Enzo B, Cinque pani e Abi), una seconda è quella trasmessa ufficialmente dal governo italiano con il timbro della commissione per le adozioni, dopo le verifiche di rito operate dal ministero degli Interni sui genitori adottivi. Molti nomi sono comuni alle due liste, ma in quella ufficiosa ce ne sono non inseriti in quella ufficiale.

Un vero giallo, che ha complicato non poco i rapporti con l’Italia ed è stato all’origine della sostanziale prigionia cui sono stati costretti i 52 genitori italiani in questi mesi. Nei fitti colloqui fra le parti dalla Dgm congolese è arrivata al governo italiano anche una richiesta economica per sanare l’incidente (e pagare i presunti oneri burocratici che il giallo avrebbe creato alle autorità congolesi): 250 mila dollari. Un aspetto che ha fatto diventare ancora più delicato il caso internazionale: non per l’entità della somma, ma per la difficoltà di motivarne un eventuale esborso. Siccome non ne se capivano le reali motivazioni, sia pure non in modo ufficiale, in Italia si è presa la richiesta come una sorta di ricatto per lasciare partire i genitori trattenuti là.

La struttura diplomatica non ha potuto fare a meno di coinvolgere la massima autorità politica italiana. Il caso è stato affrontato con Letta, che alla fine ha deciso di autorizzare un rimborso massimo di 50 mila euro per le spese burocratiche del caso. Dal 26 al 29 dicembre scorso sono partiti con quel piccolo gruzzolo per il Congo un dirigente del ministero della Kyenge e uno del ministero degli Esteri. La somma ufficialmente è stata messa a disposizione dell’ambasciatore italiano a Kinshasa, Pio Mariani per affrontare «gli extra-costi delle varie emergenze». La somma in ogni caso non è stata utilizzata per le spese di rientro in patria delle famiglie italiane, anche perché queste erano già comprese nelle quote versate alle varie associazioni per l’adozione prima di partire per il Congo.

Franco Bechis

Lega, la Padania pubblica l’agenda di Kyenge Il Pd: «Gravissimo, è intimidazione»

Corriere della sera

L’iniziativa del quotidiano del Carroccio. «Il ministro in nove mesi non ha prodotto nulla»

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Gli appuntamenti del ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge su «la Padania». Il quotidiano della Lega nord, a pagina 14, a fianco alle iniziative del partito sul territorio riporta anche gli interventi pubblici del ministro sotto la dicitura «Qui Cécile Kyenge». Kyenge più volte, durante le sue apparizioni pubbliche, è stata contestata da esponenti del Carroccio.

LE POLEMICHE - Ovviamente l’iniziativa ha suscitato polemiche e proteste: «La decisione del quotidiano leghista gravissima, ai limiti dell’intimidazione. Prima di verificare altre strade, chiediamo alla Lega di intervenire sul proprio giornale di partito», hanno tuonato i senatori del Pd Mauro Del Barba e Roberto Cociancich. Che poi ne hanno approfittato per affermare: «Il Pd, come ha recentemente detto il segretario Renzi, fara’ di tutto per approvare una legge sullo Ius soli».

La rubirica della Padania Qui Kyenge

INFORMAZIONE? - D’altro canto il quotidiano leghista ha giustificato così la sua iniziativa:«I nostri lettori hanno visto che in questi nove mesi Kyenge non ha prodotto alcun provvedimento in Consiglio dei ministri e in Parlamento. Sono nove mesi che fa pellegrinaggio filo-immigrazionista in lungo e in largo per l’Italia e i nostri lettori vogliono essere informati sulle sue iniziative», spiega la direttrice del quotidiano del Carroccio, Aurora Lussana. Nessuna istigazione dunque: «No, si tratta dell’elenco dei suoi appuntamenti pubblici, pubblicati sul portale del ministero: noi facciamo informazione sull’attività dei membri del governo. I nostri lettori vogliono sapere dove Kyenge si reca per ascoltare i suoi annunci e le sue chiacchiere: è giusto informarli».

14 gennaio 2014

Chiuso un Windows (Xp) se ne apre un altro (9)

Corriere della sera

Le mosse di Microsoft sul proprio sistema operativo presente in oltre l’80% dei computer nel mondo

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MILANO - Morto un Windows se ne fa un altro. Microsoft ha annunciato per l’8 aprile 2014 la definitiva dismissione di Windows XP, la versione più longeva del suo sistema operativo. Da quella data non saranno più rilasciati aggiornamenti e terminerà il supporto tecnico mandando di fatto in pensione un sistema operativo che vanta 12 anni di onorata carriera.

SUL 30% DEI COMPUTER - Nato nel 2001, XP è ancora presente sul 30 per cento dei PC di tutto il mondo, una quota troppo alta per un mondo in cui l’innovazione va alla velocità della luce. Con la sua dismissione Redmond spera di traghettare gli utenti verso sistemi più nuovi anche se il passaggio non sarà facile: i successori infatti pretendono hardware più potenti, troppo costosi per istituzioni come scuole e università o per i Paesi del Terzo mondo dove XP tutt’ora è il padrone incontrastato. A questo bisogna aggiungere il flop del suo successore, Vista, che per primo ha innescato aspre polemiche sulla necessità di aggiornarsi a tutti i costi quando un sistema tutto sommato va bene.


IL TONFO DI VISTA - Nato nel 2007 e ancora oggi riconosciuto come uno dei più clamorosi tonfi di Gates, Vista aveva tentato di rimpiazzare XP puntando soprattutto sull’interfaccia grafica Aero con i suoi colori accesi e le trasparenze, per altro già presenti in Linux e nell’OS X di Apple. Il problema però è che le novità si accompagnavano a richieste hardware esagerate, a una compatibilità ridotta con i programmi in commercio, a un consumo energetico esagerato e a una stabilità praticamente inesistente. Tutti aspetti che avevano convinto gli utenti a rimanere attaccati al vecchio sistema tanto che Vista oggi compare solo sul 5 per cento dei PC.

ARRIVA WINDOWS 9 - La morte di XP però porta con sé la nascita di un nuovo sistema operativo, già ribattezzato Windows 9, che dovrebbe essere lanciato nell’aprile del 2015. La sfida è superare le numerose critiche raccolte dal numero 8 a causa dell’interfaccia a mattonelle Metro e dall’assenza del tasto Start, ma soprattutto rimediare all’occasione persa con i tablet, dove Redmond stenta a decollare a causa dello strapotere di iOS e Android. Da ultimo poi il 9 dovrà fornire agli utenti un motivo valido per abbandonare Windows 7, la versione venuta dopo Vista nonché la più simile a XP che tutt’ora risulta come la più amata, dal momento che conta su una diffusione del 47 per cento dei PC.

RITORNO AL DESKTOP - Chiamato in codice «Treshold», dovrebbe segnare un ritorno al passato allontanandosi da quell’aspetto da tablet che non era piaciuto in Windows 8. Gli utenti infatti sembrano volere una chiara distinzione tra sistemi operativi mobile e desktop e il nuovo Windows si comporterà diversamente a seconda dei dispositivi su cui sarà installato: più leggero e touch su tablet e smartphone, più classico sui PC. Non a caso si parla già del ritorno del tasto Start. Da ultimo poi offrirà una maggiore integrazione con un altro prodotto di Microsoft, la Xbox One, e con gli store di Redmond. Lo scopo è cercare di costruire un sistema che fidelizzi l’utente come fatto egregiamente da Apple con iOS e da Google con Android. Probabilmente un primo concept sarà svelato alla BUILD, la conferenza annuale per gli sviluppatori organizzata dal 2 al 4 aprile prossimi al Moscone Center di San Francisco, storica roccaforte delle presentazioni della Mela.


Windows 8.1, ecco le novità (28/06/2013)



14 gennaio 2014

Non si sentono parole di condanna per le minacce fasciste dei No Tav

Corriere della sera


La fissità di quelle immagini è la cosa peggiore. All’inizio è tutto a posto. L’insegna di una strada, la facciata di una villetta di campagna, il suo ingresso, le auto in cortile, un uomo che porta il cane a passeggio. Poi si capisce. Quell’uomo è osservato. Da qualcuno che gli vuole male. Il messaggio è feroce. Non ci sono ripari sicuri per te, gli stanno dicendo. Non hai segreti. Se e quando succederà qualcosa a te oppure alla tua famiglia, dipende solo da noi. Quell’uomo non è un criminale e neppure un pentito di mafia. Si chiama Massimo, è un bravo giornalista. Da tempo vive sotto scorta. Lo sorvegliano, gli invadono la posta elettronica, gli mandano pacchi bomba.

Adesso passiamo a un altro caso. C’è un uomo che trascorre la settimana a Roma per lavoro e lascia la sua famiglia nella città dove è cresciuto. Tre bambini, 9 e 6 anni, tre mesi. Si chiama Stefano, fa il senatore. Gli hanno fatto trovare qualche bottiglia incendiaria sul pianerottolo di casa. Non all’esterno del palazzo, proprio dentro, sulla porta. In estate gli hanno spedito una lettera con l’indirizzo della scuola calcio dei figli, dell’asilo, gli orari di entrata e uscita. Queste cose accadono a Torino. Non da ieri. Massimo è il cronista che segue le vicende dei No Tav per La Stampa. Stefano è il primo esponente della sinistra ad aver denunciato una deriva di quel movimento oggi sotto gli occhi di tutti. Torino è la capitale degli scettici sulla Tav.

Di quelli che sostengono l’inutilità dell’opera con un fervore da crociata. Tutto legittimo. Diciamolo, essere No Tav fa anche molto figo. Il magistrato pasionario in pensione, il sociologo resistente, il meteorologo da talk show, si fanno sentire. Sui giornali, in televisione, nei salotti cittadini. Li sanno a memoria, dati, studi naturalmente di parte, e scordano sempre una parola di condanna. Per le violenze, per un minaccioso restringimento della libertà personale diventato l’unica strategia di un movimento ormai in mano a gente incapace di separare le pulsioni peggiori dalla protesta. Il fervore rende distratti. Torino è sempre stata fiera della sua tradizione antifascista. Quello che stanno subendo Massimo e Stefano si chiama fascismo.

14 gennaio 2014





Bottiglie incendiarie per il senatore Esposito

Corriere della sera
Trovate sul pianerottolo di casa. Il politico (Pd), noto per le sue posizioni a favore della Tav


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Tre molotov sul pianerottolo di casa (GUARDA). Le ha trovate, mentre stava preparando i bimbi per la scuola, la moglie di Stefano Esposito, parlamentare del Pd più volte minacciato per la sua posizione favorevole alla Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. In casa c’era anche lui. Erano le 7.15. Un vicino ha suonato il campanello dopo aver visto per terra le tre bottiglie incendiarie. E’ intervenuta la Digos. La scorta del parlamentare ha trovato nella buca delle lettere un documento anomimo. «Caselli è andato in pensione, Bersani è in rianimazione, i tuoi amichetti sono quindi fuori gioco. Chiamparino non tornerà. Ora tocca a te ritirarti o fare bum bum, la scelta è solo tua. Tornate in prefettura la scorta non ti può proteggere più». Nel testo viene chiamato in causa anche il giornalista de La Stampa, Massimo Numa, filmato nei giorni scorsi da ignoti proprio durante un incontro con Esposito in pubblico.

I BAGNI DELLA PROCURA - Esposito è stato sentito in procura a Torino, sull’episodio. Poche ore dopo il ritrovamento delle bombe, un altro allarme è scattato all’interno del Palagiustizia di Torino. I bagni che si trovano nei corridoi davanti agli uffici del pm Antonio Rinaudo e del giudice Federica Bompieri – entrambi si sono occupati di Tav – sono stati otturati con palline di polistirolo e alcune biro. Sono stati attaccati sulle porte degli adesivi con scritto: «Terrorista è chi militarizza e devasta i territori» e i nomi dei quattro No Tav arrestati il 9 dicembre scorso con l’accusa di terrorismo per aver partecipato ad alcuni scontri al cantiere della Tav. La scientifica è sul posto per i rilievi del caso.

«NON HO PAURA» - «Ormai sarà la centesima volta che mi capita una cosa del genere - si sfoga Esposito -, non ho paura, il punto non è quello. Il punto è che siamo sempre gli stessi a condurre questa battaglia. Manca la coralità. Sono stufo di dover spiegare ai miei figli cosa sta succedendo». Sabato scorso una molotov era stata trovata fuori dalla sede del Pd di Rivalta. Alcuni giorni prima un episodio analogo era avvenuto davanti alla sede di Settimo.

CARCERE CONFERMATO - Nel frattempo, proprio in mattinata, è stata depositata la decisione del tribunale del Riesame che conferma il carcere per i quattro antagonisti No Tav arrestati lo scorso 9 dicembre a Torino. Sono accusati dalla procura di Torino di attentato con finalità terroristiche. Avevano partecipato agli scontri avvenuti fuori dal cantiere della Tav di Chiomonte nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2013. Le ordinanze di custodia cautelare erano state richieste dai pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo. I fermati sono Claudio Alberto, 23enne di Ivrea, Mattia Zanotti, 29enne di Milano, Chiara Zenobi, 41enne di Teramo residente a Torino da oltre un anno e Niccolo Blasi già in carcere, marchigiano ma residente a Torino da anni.

I PRECEDENTI - Le molotov sul pianerottolo di Esposito e i bagni della procura intasati sono soltanto gli ultimi due gesti di protesta - a firma anarchica - posteriori a questi arresti. Sono più di venti in totale gli episodi collegati tra loro al vaglio della procura di Torino e di quelle di altre città italiane e non solo. Il 24 dicembre, ad esempio, a Milano era comparso in piazza Duomo uno striscione con scritto; «Per un Natale No Tav, spegni una lucina, accendi una trivella!». Il 22 dicembre a Marsiglia per una decina di minuti una quindicina di attivisti aveva bloccato le barriere del pedaggio sotterraneo del Prado, esponendo striscioni contro l’Alta Velocità e in solidarietà nei confronti con gli arrestati.

Successivamente il tunnel era stato chiuso, rimanendo bloccato per alcune ore. Il 20 dicembre di nuovo a Milano in alcune stazioni della linea 3 della metropolitana i tornelli erano stati aperti e bloccati con fascette di plastica. Dopo l’iniziativa, sulle banchine erano rimaste alcune scritte di solidarietà con i No Tav arrestati. Durante lo stesso giorno a Crema, era stato imbrattato l’ingresso della sede del Pd. Sul muro una scritta: «Mattia libero, liberi tutti - No Tav».

Tre giorni prima, il 17 dicembre, a Tolosa una quindicina di antagonisti avevano bloccano il pedaggio dell’autostrada Tolosa-Parigi (A620), mentre a Padova, davanti alla sede del Pd compariva la scritta: «Terroristi siete voi!». A Brescia il 16 dicembre era stati bloccato un convegno a cui partecipava Stefano Esposito. Altri striscioni erano comparsi il 15 dicembre a Milano, il 14 dicembre in Valpolcevera, il 13 a Piacenza, dove era stata imbrattata la sede degli alpini. A Roma, il 14 dicembre, un presidio in piazzale Tiburtino si era trasformato in corteo per le vie del quartiere San Lorenzo.

A Trento, il 13 dicembre, era stato bloccato per circa venti minuti il Frecciargento delle 17, 32. Lo striscione aperto sui binari recitava: «La lotta No Tav non si arresta. Libertà per Chiara, Claudio, Nico e Mattia» Il 12 dicembre un corteo era sfilato per le vie di Milano in occasione dell’anniversario della strage di Piazza Fontana. Si era chiuso con tafferugli fuori dall’Università Statale. Infine, a Giulianova, il 10 dicembre., erano comparse scritte sulla sede del Pd del paese, in solidarietà con i quattro arrestati: «I terroristi siete voi!».

13 gennaio 2014

Google compra i “termostati intelligenti” di Nest Labs per 3,2 miliardi di dollari

Corriere della sera

L’azienda Usa produce dispositivi ipertecnologici per la casa. Per Big G è la seconda acquisizione più costosa dopo Motorola

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Google ha raggiunto un accordo per l’acquisizione di Nest Labs per 3,2 miliardi di dollari in contanti. Lo comunica il colosso statunitense in una nota. Nest Labs ha come obiettivo quello di reinventare dispositivi per la casa che sono trascurati, come i termostati e gli allarmi per il fumo. Ha avuto grande successo uno dei suoi primi termostati, un apparecchio circolare (dal costo di 249 dollari) con un vetro con uno schermo di vetro convesso che mostra la temperatura, cambia colore in base al muro dove viene attaccato e regola automaticamente la temperatura in base ai dati che acquisisce sulle preferenze degli ospiti della casa dove viene posizionato.

FADELL - Nest Labs, fondata nel 2010 a Palo Alto (California) da Tony Fadell (che in Apple ha guidato i team che hanno lavorato ai primi 18 iPod e ai primi 3 iPhone) , continuerà a operare nel suo settore di eccellenza. L’acquisto è il secondo per importanza della storia di Google, dopo l’acquisizione, per 12miliardi e mezzo di dollari, della telefonica Motorola. Uno dei due fondatori di Google, Larry Page, ha commentato: «Google è entusiasta all’idea di portare grandi esperienze in molte altre case e molti altri Paesi e riempire i loro sogni»

14 gennaio 2014





Fadell, l’uomo dell’iPod vende i suoi sensori a Google

Corriere della sera


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Il cerchio è la sua fortuna, o meglio la sua carta di successo. Tony Fadell è l’uomo che ha disegnato il primo iPod per Apple, con la rastrelliera dei comandi rotonda. E adesso lavora per Google, con un colpo-acquisizione da 3,2 miliardi di dollari, con i suoi sensori appunto a tutto tondo. Il gruppo di Mountain View ha acquistato Nest Labs, la compagnia fondata da Fadell che produce termostati e rilevatori di fumo che possono essere controllati attraverso Internet. Il regno dei sensori si allarga e promette di diventare il regno del futuro. Il nostro.

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Fadell iniziò a lavorare con Apple come esterno mentre il colosso di Cupertino stava già sviluppando il lettore musicale. Steve Jobs fu così entusiasta del prototipo creato da Fadell che decise di assumerlo. Poi il fondatore di Nest Labs fu licenziato dopo aver perso un concorso con Scott Forstall per decidere chi avrebbe sviluppato l’iPhone. Nel contrasto interno ci fu anche lo zampino del guru del design di Apple, ossia Jony Ive, non entusiasta delle relazioni con Fadell.

L’acquisizione di inizio 2014 si inserisce in un lasso di tempo in cui Google – nell’anno in cui tutti hanno fatto grandi acquisti – ha speso miliardi di dollari in una fitta campagna acquisti, di fatto smettendo di essere una web company pura per diventare (anche) un produttore di hardware. Una ventina le acquisizioni nei soli ultimi 12 mesi, come racconta Wikipedia stessa, da Waze dello scorso giugno alla Boston Dynamics di dicembre.

Poste Mobile passa da Vodafone a Wind: "Cambiamo la sim". Coinvolti 3 mln di utenti

Il Mattino

ROMA


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Poste Mobile passa da Vodafone a Wind. I tempi non sono ancora certi ma si tratta di uno dei più grandi spostamenti mai sperimentati nel passato. Sono infatti circa 3 milioni gli utenti coinvolti, più o meno il 50% della quota del mercato, che rendono Poste Mobile il più grande operatore mobile virtuale del Paese. "Contatteremo i nostri attuali clienti per fare il cambio di sim. I nuovi clienti saranno invece direttamente su rete Wind", fanno sapere senza parlare di tempi, ma si mormora sia giugno il mese in questione. In questo modo Poste Mobile diventerà un Full Mvno, operatore virtuale completo, così come fece Lyca Mobile con il passaggio da Tre a Vodafone. Sulla scia di questi cambiamenti sembra che anche Fastweb sia prossima al cambiamento.

 
martedì 14 gennaio 2014 - 10:51   Ultimo aggiornamento: 10:56

Morto a 17 anni Sam Berns, il ragazzino che ha commosso il mondo

Il Mattino

Addio a Samuel Berns, 17enne malato di progeria, patologia che causa un invecchiamento prematuro e accelerato, diventato un personaggio molto amato negli Stati Uniti.
 

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Sam è morto venerdì sera a causa di complicazioni legate a questa patologia genetica rara. Il giovane era stato il protagonista di un cortometraggio della famosa casa di produzione Hbo 'La vita secondo Sam', che aveva documentato come si convive con la sindrome di progeria di Hutchinson-Gilford. Samuel aveva anche partecipato a una Ted conference 2013 parlando della sua malattia: «Anche se ho molti ostacoli da superare nella mia vita - aveva detto - non voglio che le persone si sentano male per me. Io non spreco energie per farlo.

Mi circondo delle persone che vogliono stare con me e continuo ad andare avanti». La progeria - ricorda la Cnn online dando la notizia, rimbalzata anche sugli altri media Usa - colpisce circa una persona ogni 4-8 milioni di nuovi nati. Attualmente al mondo ci sono solo circa 200 bambini che vivono con questa malattia. Man mano che invecchiano, questi bambini soffrono di perdita di grasso corporeo e di capelli e non riescono a riprendere peso e sono inclini a sviluppare l'osteoporosi. «Il guerriero Sam Berns è morto oggi», ha twittato un giocatore dei Boston Bruins. «Era fonte di ispirazione per tutti. Ci mancherà. Vola alto in cielo».

 
martedì 14 gennaio 2014 - 11:31   Ultimo aggiornamento: 11:35

Occhetto: "Fino all'89 non sapevo cosa fossero le foibe". È vittima della sua stessa disinformazione?

Riccardo Pelliccetti - Lun, 13/01/2014 - 18:37

L'ex leader comunista, in un'intervista al Tempo, ammette candidamente di aver scoperto gli eccidi con cinquant'anni di ritardo. È vittima della sua stessa disinformazione?

Che le foibe siano state un tabù per decenni, lo sanno tutti. Non una riga sui libri scolastici, nessun volume storico diffuso nel grande circuito editoriale, zero commemorazioni ufficiali.


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Quei massacri di migliaia di italiani a fine guerra sui confini orientali sono stati nascosti e negati talmente a lungo da apparire quasi una leggenda. Forse per questo Achille Occhetto, ex segretario del Pci, che con il suo partito ha contribuito a far credere che non esistessero, afferma candidamente in un’intervista: “Io stesso ho appreso del dramma delle foibe solo dopo la svolta della Bolognina. Prima non ne ero mai venuto a conoscenza”. D’altronde è stato l’ultimo leader dei comunisti italiani, maestri nella propaganda e nel distorcere la verità. E perciò può essere rimasto vittima della sua stessa disinformazione se ha scoperto un pezzo di storia solo nel 1989.

Oppure continua a mentire come hanno fatto i suoi compagni per quasi mezzo secolo, raccontando che gli esuli dell’Istria, Fiume e Dalmazia non erano semplici italiani in fuga dalle stragi comuniste ma fascisti che scappavano per i loro misfatti. Un messaggio che aveva già fatto presa nel 1947. C’è un episodio indimenticabile. Il 16 febbraio, un piroscafo parte da Pola con migliaia di connazionali che, dopo essere sbarcati ad Ancona, sono stipati come bestie su un treno merci diretto a La Spezia. Quel treno, il 18 febbraio, arriva alla stazione di Bologna, dove è prevista una sosta per distribuire pasti caldi agli esuli.

Ma ad attendere i disperati c’è una folla con bandiere rosse (toh, i compagni di Occhetto?) che prende a sassate il convoglio, mentre dai microfoni è diramato l’avviso “se i profughi  si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione”. Il treno è costretto a ripartire. Questo il clima. La propaganda comunista e la mistificazione della realtà, come sappiamo, hanno influenzato non poco la cultura italiana del secondo Novecento. Ma è stato impossibile seppellire la memoria: troppi profughi, troppi testimoni e quella destra che alimenta i ricordi.

E poi c’è Trieste, che Occhetto conosce bene, città decorata con la medaglia d’oro al valore militare dal capo dello Stato, nella cui motivazione c’è scritto “…subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria…”. Tutti sapevano delle foibe, anche se era scomodo e sconveniente parlarne. Per questo motivo facciamo fatica a credere che il prode Achille l’abbia saputo così tardi. Fosse stato per il Pci, probabilmente non se ne sarebbe mai parlato, ma per fortuna è stato sconfitto dalla storia. E al grande libro dei fatti è stata aggiunta quella pagina strappata.

Giornalista pedinato e filmato per 2 anni

La Stampa

claudio laugeri

Nuova intimidazione al cronista de La Stampa che da ottobre è sotto scorta per le minacce di estremisti No Tav



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Tre anni di «indagini». Pedinamenti, inseguimenti in auto, appostamenti. Ore di registrazioni, poi sintetizzate in un video di 4 minuti, inviato alle 16,22 dell’8 gennaio a una mezza dozzina di indirizzi mail di altrettanti media nazionali e sulla casella elettronica personale di Massimo Numa, il cronista de «La Stampa» preso di mira. Vive sotto scorta dal 3 ottobre, quando gli è stato recapitato in redazione un hard-disc imbottito di «nitrocellulosa». Per uccidere. 

Qualche mese prima era arrivata un’altra busta esplosiva, poi rivendicata dalla Federazione Anarchica Informale (Fai), la stessa «cellula» dell’attentato all’amministratore delegato di Ansaldo, Roberto Adinolfi. Secondo gli investigatori della Digos di Torino (coordinati dai pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo del pool antiterrorismo), questa è la sintesi di un’«istruttoria» condotta da elementi di frange estremiste-eversive vicine al movimento No Tav. Una procedura che richiama le tecniche terroristiche per l’organizzazione di un attentato. Un’analisi più approfondita delle immagini ha consentito di ricostruire anche altri dettagli. 

Ci sono «frame» che indicano un pedinamento prolungato, anche per ore. In una circostanza, è anche immortalata l’auto di un familiare del giornalista, parcheggiata vicino al luogo di lavoro. Poco prima, la stessa auto era stata seguita dall’uscita di casa per una decina di chilometri, con varie tappe, dalla spesa, alle commissioni, all’ufficio. Poi, ci sono immagini del cronista che esce di notte dal lavoro con un’altra auto.

Anche lui viene pedinato da un’auto, dall’uscita dalla redazione fino a poche decine di metri da casa, nella cintura torinese. E non solo. Il filmato mostra sopralluoghi minuziosi, l’individuazione delle vie d’accesso e di fuga dal possibile obiettivo. In un’occasione, il cronista viene «accompagnato» nella passeggiata che quasi ogni giorno fa con il cane, nella campagna vicino a casa. 

Con ogni probabilità, riprese fatte da un telefono cellulare, l’unico modo per non essere individuati. Le immagini sono state girate in tre tempi. Una parte è riferita alla seconda metà del 2011, quando il giornalista utilizzava un fuoristrada, venduto qualche mese dopo. Negli stessi mesi, c’è anche la Fiat «500» cabrio, immortalata dai pedinatori almeno in tre occasioni. E ancora, ci sono i mesi della Lancia «Ypsilon», ripresa di notte all’uscita dal lavoro, con ogni probabilità nella seconda metà del 2013. Nulla del 2012. Lo stesso periodo dell’attentato a Roberto Adinolfi.

Tutto questo poteva essere la premessa di un agguato «in via di pianificazione», come viene definito dagli inquirenti. Ma c’è anche una valenza intimidatoria, estesa nei confronti della famiglia. Accompagnata da didascalie in piemontese, con intento tra il minaccioso e il canzonatorio. Lo scopo da raggiungere è evidente: intimorire il cronista che si occupa di certi argomenti.

Le ultime immagini del video documentano il lancio di razzi e bombe carta nel vialetto di casa, che hanno lasciato ampie bruciature sulla pavimentazione in pietra. Il tutto, alle 2 della notte della Befana. Ai fotogrammi dedicati all’incursione segue la parte che gli investigatori considerano più preoccupante: è l’invito a colpire, con tanto di dati anagrafici, indirizzo completo, numeri di targa delle auto di famiglia, numero di cellulare. Il video è stato postato sul motore di ricerca «Vimeo» è stato poi diffuso dal network Indymedia e ripreso dai social legati all’area estremista del movimento valsusino.

Dispone dei propri beni con una lettera, ma non c’è la firma: niente da fare per le ultime volontà

La Stampa


Cattura
Una donna aveva adito il Tribunale per sentir dichiarare nullo il testamento olografo con il quale la figlia, deceduta, aveva istituito quale unico erede il convenuto. L’attrice aveva sostenuto di essere l’unica erede, insieme ai suoi figli, fratelli della defunta. La de cuius aveva fatto recapitare ad un avvocato, a mezzo posta, un plico - recante nello spazio riservato alle generalità del mittente la propria firma - contenente una scheda testamentaria con la quale ella disponeva dei propri beni per il periodo successivo alla propria morte, che sarebbe avvenuta, per suicidio, due giorni dopo.

L’avvocato, dunque, era andato dal notaio, il quale, data lettura del testamento, aveva constatato, però, la mancanza della sottoscrizione non solo in calce al testamento, ma in tutta la scheda testamentaria, trovandosi, l’unica sottoscrizione della defunta, sul retro del plico che conteneva il documento. Il Tribunale aveva accolto la domanda dell’attrice, perciò il convenuto aveva proposto appello chiedendo, in via principale, la integrale riforma della sentenza di primo grado e, in via subordinata, di revocare la statuizione sulle spese, disponendone la compensazione. Avendo la Corte d’Appello rigettato l’appello proposto dal soccombente, compensando le spese di secondo grado, questi ha proposto ricorso in Cassazione.

A suo dire, i giudici distrettuali avrebbero del tutto omesso di considerare la rilevanza dirimente della firma apposta dalla de cuius sul plico contenente la scheda testamentaria. Per la Suprema Corte (sentenza 22420/13) il motivo non è fondato. Gli Ermellini hanno dichiarato che sebbene il testamento olografo non sia un atto pubblico e, quindi, non sia dotato di pubblica fede, tuttavia la legge prevede l’osservanza di determinate formalità, la mancanza delle quali è sanzionata con la nullità: la autografia e la sottoscrizione.

Quindi, per Piazza Cavour, accogliere il principio – proposto dal soccombente – per cui il giudice dovrebbe andare alla ricerca degli elementi costitutivi di un testamento da qualificare come fattispecie a formazione complessa, significherebbe svilire la finalità che la sottoscrizione deve assolvere. Con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente ha lamentato omessa motivazione in ordine alla liquidazione delle spese, avendo egli chiesto in via subordinata, in appello, la rideterminazione delle spese poste a suo carico in primo grado, con conseguente compensazione.

Il Collegio ha considerato la censura di violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato fondato. Infatti, il ricorrente aveva contestato la nota spese della controparte e l’indicazione del valore della causa come indeterminabile, ma la Corte territoriale, pur rigettando l’appello principale, si era tuttavia limitata a compensare le spese del grado di appello, sussistendo giusti motivi.

Considerando la giurisprudenza di legittimità – secondo cui il vizio di omessa pronuncia su una domanda o eccezione di merito, che integra una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, ricorre quando vi sia omissione di qualsiasi decisione su di un capo di domanda, intendendosi per capo di domanda ogni richiesta delle parti diretta a ottenere l’attuazione in concreto di una volontà di legge -, il S.C. ha accolto il secondo motivo di ricorso. Ciò, poiché la Corte d’Appello non ha minimamente considerato la domanda ritualmente proposta dall’appellante in via subordinata rispetto all’eventuale rigetto dell’impugnazione. Alla luce di ciò, la sentenza impugnata è stata cassata in relazione al motivo accolto.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it