domenica 5 gennaio 2014

Esselunga, Violetta Caprotti: io e mio padre «L’ho sempre amato, non sono un’ingrata»

Corriere della sera

«Un grande imprenditore, ma io sognavo che mi portasse a sciare» Non voglio mettere le mani sul patrimonio ma i figli sono tutti uguali

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MILANO - «Ho amato mio padre con tutta me stessa e ho sempre cercato di assecondarlo in ogni modo pur di avere un po’ del suo affetto, questo padre che mi è sempre mancato». A parlare è Violetta Caprotti, la figlia cinquantunenne di Bernardo, il patron di Esselunga, profondamente addolorata per i contrasti che sono esplosi tra il padre, lei e suo fratello Giuseppe (nati dal primo matrimonio con Giorgina Venosta), per la proprietà fiduciaria delle quote del gruppo della grande distribuzione, vicenda finita in tribunale. «Fino a oggi sono rimasta in un rigoroso silenzio per stile personale.

Non penso di essere una figlia ingrata; anzi sono la figlia che gli è sempre stata più vicina; certo nel ‘99 mi sono sposata con un uomo americano ma ogni sera ci parlavamo al telefono e una volta tornata in Italia andavo a trovarlo di continuo in azienda per pranzare con lui in mensa, insieme con gli altri dirigenti, con alcuni dei quali sono rimasta sempre in contatto, sottolinea Violetta «io che sognavo anche un padre normale, oltreché un grande imprenditore, con cui fare i compiti e andare a sciare» (i genitori si sono separati quando lei aveva un anno e Giuseppe due, scuole medie in collegio sotto la giurisdizione del capofamiglia che ne ha ottenuto da subito l’affido ).

Suo padre l’accusa di aver fatto parte di una «congiura» contro di lui, l’amministratore delegato Carlo Salza e Germana Chiodi, la sua segretaria personale . «Congiura? È una parola che non esiste nel mio vocabolario. Come potevo pensare di voler mandar via mio padre: io che lo adoravo, io che l’ho sempre rispettato e stimato anche e soprattutto per le sue capacità imprenditoriali. Per quale scopo avrei voluto danneggiarlo con l’affetto che provavo per lui? Piuttosto il contrario: sono stata allontanata dall’amore di mio padre» .

Si dice che lei tramasse con la centralinista per cambiare gli equilibri nell’azienda.
«Le pare possibile? È forse disdicevole avere come migliore amica una centralinista? Una persona di buon senso che mi vuole bene da sempre in modo sincero e senza alcun interesse? Anche lei dopo 40 anni di lavoro in Esselunga, se ne è andata con grande amarezza e dispiacere. Sa che in azienda ormai non c’è più nessun Caprotti, mentre mi risulta che ci siano, anche in ruoli importanti, molti parenti della signora Chiodi. È vero, mio padre nel 2009 mi disse che l’azienda sarebbe stata manageriale. Ma, come in tante altre società di famiglia, si può essere proprietari senza aver incarichi di gestione diretta. E allora perché mio padre mi ha portato via le mie azioni, senza proferire parola? »

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Ma suo padre ha sottolineato come lei a vario titolo abbia incassato ben 72 milioni di euro... «Una cifra che non mi risulta e mi imbarazza parlare di soldi; comunque io sono sempre sua figlia. In quanto azionista e proprietaria, ho ricevuto dividendi assolutamente identici a quelli di mia sorella di 16 anni più giovane di me, lei che non ha lavorato un solo giorno in azienda (Marina Sylvia, figlia di secondo letto, ndr). Mio padre inoltre godeva di un usufrutto su più della metà delle nostre quote. Ci tengo poi a sottolineare che, dopo la laurea alla Bocconi e un’esperienza in banca, ho lavorato in azienda per molti anni, partendo dal basso, dall’ufficio commerciale all’ufficio acquisti; per poi costituire l’ufficio comunicazione reinventando tutta l’immagine dell’azienda con le famose campagne del topolino e del rapanello. Ho creato da zero la Fidaty card, la carta di fidelizzazione che oggi rappresenta circa il 96% del fatturato di Esselunga. Essendomi poi sposata all’estero, sono comunque rimasta in consiglio di amministrazione della holding Supermarkets italiani, di Esselunga commerciale, di Villata e di Fidaty fino a maggio 2012 quando ne sono stata estromessa» .

Però, parole di suo padre lei «non ha voluto neppure considerare l’opportunità miliardaria di ricevere 84 immobili dal reddito ingente e sicuro e mettersi tranquilla»?
«Mio padre mi chiedeva di restituirgli il 29% delle quote del gruppo donatemi nel ‘96 (così come a Giuseppe e a Marina Sylvia, ndr.) gestite attraverso l’Unione fiduciaria, in cambio di una partecipazione di maggioranza nell’immobiliare Villata. Io non capivo: le mie quote nel gruppo valevano molto di più e poi perché avrei dovuto rinunciare a Esselunga commerciale, dove sono cresciuta? E inoltre l’aspetto che ha pesato di più, non volevo lasciare mio fratello in minoranza, non potevo fare questo né a lui né ai miei nipoti. Già un’altra volta, nel 2004, mio padre mi suggerì di tenerlo lontano ».

E lei cosa fece? «Io gli ubbidii, per sette lunghi anni non rividi più Giuseppe, neanche i miei nipoti, uno dei quali nacque nel 2004 e il nonno non l’ha mai visto né conosciuto. Ero succube di mio padre e mio malgrado ho sempre seguito le sue indicazioni: sento ancora oggi le sue urla che mi strappano l’anima. Con il risultato che ancora una volta mi sono trovata sola, senza mio fratello e di fatto senza mio padre che comunque ha un’altra famiglia» .

Perché secondo lei suo padre nel febbraio 2011 ha estinto il contratto fiduciario sul 100% di Supermarkets italiani e ne ha ripreso il pieno controllo ?
«Ha sempre considerato l’azienda una sua creatura esclusiva e con noi ha sempre fatto quello che voleva. Io figlia ingrata? Ha rivalutato l’azienda a mio nome, ha impegnato le mie azioni e poi me le ha portate via senza dire nulla. Quando l’ho scoperto, mesi dopo, ero sconvolta. Mi disse: “Violetta, l’amore non va con gli interessi”. Poteva farlo? Vedremo cosa diranno i giudici ma umanamente non è quello che ci si aspetta da un padre. Questa battaglia - e vorrei che non lo fosse - non è meramente una questione di soldi: le nostre, con tutto il rispetto per le persone di questo Paese che soffrono per condizioni economiche disagiate, sono famiglie molto benestanti da generazioni. Questa è una vicenda che ha a che fare con la dignità, la lealtà e ancor di più con l’affetto. È una battaglia per l’amore, quello rubato. Io non voglio mettere le mani sul suo patrimonio ma i figli sono tutti uguali, dovrebbero essere amati nello stesso modo, senza distinzioni. Esattamente come io ho sempre amato mio padre» .

05 gennaio 2014

Antonia Jacchia

Napoli, consigliere comunale trova 850mila euro in assegni circolari e li riconsegna

Il Mattino

NAPOLI - Davanti alla sede del consiglio comunale una persona particolarmente distratta perde un borsello con la zip. Lo raccoglie Antonio Luongo, consigliere comunale dell'Idv che lo apre. Sorpresa. 850mila euro, in assegni circolari, ossia denaro contante. Luongo che - come dice confermando di fatti - ha imparato dal padre che i soldi vanno guadagnati e basta, cerca di capire chi possa essere il proprietario.

CatturaIl borsello porta il nome di una banca. E Luongo si presenta negli uffici. E' successo giovedì pomeriggio in via Verdi a Napoli. “Stavo parlando con il segretario della commissione edilizia integrata Gennaro Sena, all’esterno della sede del consiglio comunale quando mi sono accorto della presenza di una borsa per terra nei pressi di una delle panchine di via Verdi. Una specie di borsello con cerniera, di circa 30 centimetri d’altezza per 15 di larghezza, con scritto su un lato "Valori assegni". Quando l’ho raccolto e l’ho voltato, ho notato, sull’altro lato, la scritta Banca Popolare di Sviluppo”. E lì Luongo si presenta. "All’inizio, il dipendente mi ha scambiato per il portavalori e mi ha fatto entrare. Mi sono subito presentato come consigliere comunale e gli ho consegnato la lettera, ricevendo il ringraziamento del direttore della filiale”.

 
sabato 4 gennaio 2014 - 20:08   Ultimo aggiornamento: 23:38

Le copertine scandalo e i dischi introvabili: l'America dei Baronetti

Jacopo Granzotto - Dom, 05/01/2014 - 10:39

A cinquant'anni dallo sbarco dei Beatles Oltreoceano rimasterizzati i tredici album realizzati per gli Usa

Lotta contro l'estinzione il collezionista, quello che compra ancora dischi. In genere ha superato la quarantina, disturba il vicino con i potenti bassi delle sue Jbl e neutralizza la musica liquida grazie al deumidificatore.

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Versioni definitive che definitive non sono mai, neanche in edicola. Stavolta l'acquisto ha un senso. Il 21 gennaio esce l'atteso cofanetto integrale dei Beatles americani, una rarità, materiale atteso una vita dagli appassionati, molti dei quali delusi dal box Capitol del 2006. The Beatles U.S. Albums Box Set contiene, infatti, la ristampa rimasterizzata di tutti e 13 gli album pubblicati negli Usa in doppia versione stereo e mono, opere strategicamente appetibili e praticamente introvabili (per 5 album è la prima uscita in cd!) se non in versione pirata o usata in vinile. E tre giorni dopo i Beatles riceveranno anche un Grammy alla carriera.

Di carne al fuoco ce n'è pure troppa. Nel cofanetto ci sono le versioni americane di Help!, Rubber Soul e Revolver. C'è Hey Jude, il disco dei Beatles (più venduto in Italia) con tutti i singoli (e molti lati B) che non furono inclusi negli album ufficiali (Lady Madonna tanto per gradire). E c'è soprattutto Yesterday and Today, l'infame compilation famosa più che altro per la copertina dei Beatles-macellai che massacrano un paio di neonati e se la ridono pure. Manichini, per carità, ma la Capitol dopo tre settimane fu costretta a cambiare foto e scegliere lo sfondo del valigione da emigrante.

Disco che ora sul mercato degli lp vale un duemila euro. Ma questa è solo la prima mossa dei festeggiamenti per il primo tour dei Fab Four negli Stati Uniti, un viaggio avvenuto mezzo secolo fa. Come noto, le versioni statunitensi differiscono nella scaletta rispetto alla versione inglese. La collezione nel cofanetto inizia con Meet the Beatles! del 1964 e si chiude appunto con Hey Jude del 1970. Anche qui celebre la copertina (l'ultima foto scattata insieme) con i barbuti baronetti in nero davanti alla nuova casa di Lennon con l'aria depressa.

I Beatles sbarcarono dall'altra parte dell'Atlantico il 7 febbraio 1964, vennero accolti da 300 fotografi, 5000 ragazzine urlanti e una limousine a testa. Due sere dopo l'atterraggio al JFK, la band (o, come si diceva allora, il complesso) partecipò all'Ed Sullivan show. Il bravo presentatore era scocciato, detestava la loro musica e li trattò con sufficienza. Poco importò, gli ascolti furono favolosi: 73 milioni di spettatori, record assoluto. Che dire, il loro arrivo in America, i loro coretti beat, cambiarono di colpo l'attitudine all'ascolto della musica pop, fino a quei giorni ancorata al suono di Memphis, ad Elvis e alla scuderia Motown.

È l'inizio della Beatlemania. L'enorme popolarità dei Beatles negli Stati Uniti comincia nel gennaio 1964 con il singolo I Wanna Hold Your Hand, un milione e mezzo di copie in 3 settimane. Si decise per lo sbarco il mese successivo. La visita, pubblicizzato con cinque milioni di manifesti, divenne una svolta nella storia del quartetto di Liverpool e il punto di partenza della cosidetta «British Invasion». I Beatles tornarono negli Stati Uniti nell'agosto 1964 e nell'agosto del 1965. In quell'occasione Lennon fu contestato per la sua personale visione del Cristianesimo. Il tour 1966 segnò, invece, la fine dell'attività dal vivo. Da lì in poi i Beatles pensarono solo agli lp, con l'unica eccezione del concerto lampo (non autorizzato) di mezzogiorno sul tetto della Apple Record.

Quanto al Box, intorno ai 150 euro, si presenta simile all'altro cofanetto The Beatles in Mono del 2009. Anche qui grandi foto di John, Paul, George e Ringo con sfondo a stelle e strisce e cd dalla custodia in vinyl replica stile giapponese. Tutto è maniacalmente accurato, a cominciare dall'interno dove compare la pubblicità dell'epoca. C'è da dire che gli album americani continuano ad essere questione di disputa tra i fan. Gli integralisti sostengono che gli album inglesi sono da preferire perché riflettono la sequenza delle canzoni e la qualità del suono così come era stata intesa in studio da Epstein prima e da Martin dopo. Inoltre le versioni americane sono più brevi (in genere 12 canzoni rispetto alle 14 inglesi). Fino a marzo i cd potranno essere acquistati singolarmente e - pare - a prezzo speciale. In caso sapete già quali comprare.

Candy Crush? Lo ha inventato un italiano. Guadagna 600mila dollari al giorno

Il Mattino

di Niki Barbati


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Sono le caramelle più dispettose in circolazione, creano una forte dipendenza ma non fanno ingrassare e non minacciano il sorriso. Di sicuro hanno rivoluzionato la vita di milioni di persone: non è raro sentirsi chiedere “a che livello sei?” invece di “ciao, come stai?”. Parliamo di Candy Crush Saga, il gioco online dell’anno, con oltre 500 milioni di download e 150 miliardi di partite giocate. Numeri che crescono in maniera esponenziale a ritmo quotidiano. Figlio dell’antesignano Tetris e del più moderno Bejeweled, Candy Crush è un puzzle, volendo abbastanza banale, con un obiettivo: allineare tre caramelle dello stesso colore.

Abbinamenti più complicati danno vita a combinazioni di supercaramelle che facilitano, ma non sempre, il passaggio al livello successivo. Detta così sembra la cosa più semplice del mondo, come rubare le caramelle a un bambino, tanto per restare in tema. Però poi sul video, a tradimento, arrivano la cioccolata che si mangia i confetti, le bombe che ti fanno sprecare le vite, la gelatina che non va via, il cronometro che scorre inesorabile e quelle maledette candys ingabbiate che non c’è verso di rimettere in libertà... giusto il tempo di riprovarci di nuovo e ti rendi conto di essere diventato anche tu un Candy Crush dipendente.

Il papà del giochino è un romano, Riccardo Zacconi, 46 anni, emigrato negli anni Novanta in Germania e quindi a Londra dove è tra i fondatori della Kings.com della quale è amministratore delegato. «L’idea è molto semplice - spiega Zacconi - testiamo sul nostro sito, RoyalGames.com, una serie di giochi e i più divertenti li spostiamo su Facebook. La differenza tra la versione online e quella social è che la prima ha un solo livello e genera un vincitore e un perdente, la seconda ha svariati livelli (Candy Crush è arrivata a 550) e crea una continua competizione tra amici.

Io non vado mai molto avanti perché li gioco tutti, poi decido quale promuovere sui social network, a quel punto spetta ai programmatori ideare gli sviluppi successivi». Laureato alla Luiss, Riccardo Zacconi ha scalato la classifica delle persone più potenti nel settore dei media inglesi arrivando al cinquantesimo posto, dietro Rupert Murdoch e Larry Page di Google ma davanti a David Bowie e Marissa Mayer di Yahoo! ma non nasconde di sentire la nostalgia di Roma: «L’Italia mi manca tanto e mi piacerebbe ritornare prima o poi».

Il fenomeno Candy Crush è esploso su Facebook portando così i primi guadagni. Sulla piattaforma di Zuckerberg sono 100 milioni i giocatori che si sfidano e si rincorrono regalandosi vite a vicenda. Volendo è possibile comprare aiuti: si parte dai 22 centesimi per una vita aggiuntiva fino a svariati euro per richieste più consistenti, e così il lavoro per i contabili è diventato deliziosamente faticoso: Candy Crush genera introiti pari a 600 mila dollari al giorno, abbastanza per decidere di togliere anche la pubblicità.

«Le cifre non posso confermarle - dice Zacconi - quanto alla pubblicità l’ho abolita perché distrae l’utente, anche se, ovviamente, è stata una scelta che ci è costata in termini di fatturato». Parliamo di cifre che sanno solo crescere: in autunno la mania è esplosa in Asia e soltanto ad Hong Kong attira quotidianamente un milione di utenti. Otto le sedi sparse in tutto il mondo della RoyalGames.com, ma al momento lo sbarco in borsa «è solo una delle possibili opzioni» dice Zacconi.

Pagare però, non è l’unica strada per averla vinta su queste caramelle dispettose: in rete ci sono decine di siti che indicano trucchi e scorciatoie. Il più famoso è Cheat Engine, un’utility per modificare i videogiochi, ma utilizzarla è decisamente frustrante, è un po’ come barare al solitario o alle parole crociate. Moralmente più accettabile il trucchetto di alternare computer, tablet e cellulari: sprecate le cinque vite sul pc si passa sulle altre piattaforme per continuare a mischiare caramelle senza attendere i 30 minuti necessari a ricaricare le vite.

Oppure basta spostare in avanti l’orologio del cellulare. Che ne sarà dei milioni di giocatori quando finirà la mania delle caramelle? Nessun problema, agli stessi ritmi vertiginosi avanza un’altra creatura di Zacconi, Farm Heroes Saga, in cui bisogna sconfiggere un maledetto procione che minaccia le colture di cipolle, fragole e carote mettendo a rischio anche la nascita dei pulcini. «A proposito di Farm Heroes - conclude Zacconi - proprio ieri abbiamo festeggiato il suo arrivo come app dopo mesi di prova sui social network».

 
domenica 5 gennaio 2014 - 11:52   Ultimo aggiornamento: 11:56

Poliziotto a processo: la procura lo archivia, ma il ministero non gli riconosce il rimborso delle spese legali

Libero

Woodcock lo tira in ballo in un procedimento per corruzione. Impiega 6 anni a dimostrare la propria innocenza, ma l'Avvocatura di Stato lo abbandona...


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Rovinato dal pm Henry John Woodcock, che dalla Procura di Potenza l'ha tirato in ballo in un processo lungo sei anni e poi finito con un'archiviazione. E poi abbandonato dal ministero dell'Interno, che non gli ha riconosciuto alcun rimborso per i 143mila euro spesi per pagare avvocati e carte bollate nella sua odissea giudiziaria. E' la storia di Vincenzo Puliafito, ispettore superiore di Polizia e comandante a Courmayeur del Nucleo binazionale alla frontiera del traforo del Monte Bianco, iscritto al registro degli indagati nel giugno 2006 con l'accusa di aver intascato una mazzetta da Vittorio Emanuele di Savoia per chiudere in occhio in un controllo di frontiera e permettere l'ingresso dalla Francia di un fucile. "Dimostrerò che è un errore", diceva all'inizio della vicenda. E l'ha fatto: dopo nove udienze preliminari e un ping pong tra rinvii e convocazioni, nel 2011 il Palazzo di Giustizia di Aosta (nel frattempo Potenza aveva riconosciuto di non avere competenza territoriale) ha archiviato il fascicolo. Ora che il Ministero dell'Interno, dopo altri due anni, gli rifiuta il rimborso, Puliafito si arrende: niente ricorso al Tar. "Costerebbe altre migliaia di euro, chi me li dà?", dice a la Stampa.

La storia - Tirato in ballo da Woodcock per via di un'intercettazione, il poliziotto (nel frattempo andato in pensione) non dimostrava grande sbandamento. Nel giorno della contestata corruzione (il 3 novembre 2005), lui era in servizio a Bardonecchia come responsabile di un sito olimpico. "Altro che chiudere un occhio a Courmayeur - sbotta con il quotidiano torinese -, ero a 200 chilometri di distanza". Per prendere atto dell'incongruenza geografica il sistema giustizia ha impiegato anni. A proposito di burocrazia, non se la cava meglio l'Avvocatura di Stato. La risposta alla sua richiesta di rimborso delle spese legali è che "la mansione di Puliafito non ha alcuna connessione con la condotta contestata in sede penale". Vale a dire: dal momento che nelle sue funzioni di poliziotto non era disposto che si occupasse di controlli stradali, non è competenza del ministero la contestazione in sede penale per un rpesunto reato commesso nella funzione di controllo delle strade.

E’ morto Eusebio, la leggendaria “Pantera nera” del calcio portoghese

La Stampa

L’ex giocatore del Benfica, originario del Mozambico fu eletto. Pallone d’oro nel 1965 e Scarpa d’oro due volte (1968, 1973)




AFP


Dai fantasmi del ’44 riemerge il “Treno degli italiani”

La Stampa

umberto gentiloni

Il 4 gennaio di 70 anni fa partiva da Roma un convoglio diretto a Mauthausen: a bordo trecento deportati politici, rastrellati dai loro connazionali


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Un convoglio speciale si muove dalla stazione Tiburtina di Roma nel tardo pom eriggio di 70 anni fa, il 4 gennaio 1944. La destinazione ignota ai più prevede il passaggio da San Giovanni in Persiceto, l’attraversamento del confine al Brennero, una sosta di un paio di giorni a Dachau e l’approdo a Mauthausen all’alba del decimo giorno.

Un treno come tanti che si muovono sui binari di mezza Europa durante il secondo conflitto mondiale, carico di centinaia di passeggeri stipati nei vagoni: mezzi di trasporto che spostano vite, storie, famiglie, lacerando comunità e falcidiando intere generazioni. Una ferita che non si rimargina e che colpisce parti del tessuto della capitale provata dai primi mesi di occupazione a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dalla guerra civile che divide la popolazione. Particolari tuttavia le ragioni e il contesto che portano alla composizione del gruppo dei viaggiatori: un progetto che punta ad allontanare in modo forzato presenze indesiderate o potenziali oppositori del regime fascista e dell’occupante nazista. Una sorta di biglietto da visita di chi si batte indefesso a fianco della Germania nazista anche dopo le nuove alleanze maturate nell’estate cruciale del 1943

Se ne sa poco, anzi per molto tempo non affiorano notizie o documenti in grado di supportare gli interrogativi di nuove indagini conoscitive. Poi, a fatica, qualche messaggio raccolto nelle frenetiche ore di preparazione del viaggio, un passaparola e alcuni biglietti passati di mano in mano, lettere consegnate a famiglie rimaste incredule, in attesa di un segno plausibile dopo giorni di angoscia e lunghe peripezie. Consegnare un messaggio a chi è in cerca di notizie, di speranze sui propri cari rappresenta una buona occasione di un baratto: tessere annonarie, regalie e qualche spiccio in cambio di preziose parole e di una firma su piccoli fogli di carta.

La sorte di chi scrive è quella di tanti, quasi 300 prelevati in pochi giorni e avviati verso un incerto destino. Un insieme variegato che è uno spaccato per seguire le dinamiche dell’occupante nazista e le connivenze di chi ne asseconda strategie e obiettivi. Le premesse sono semplici e ben definite; della storia si sa poco fino a quando alcune ricerche pionieristiche cominciano a squarciare un velo fatto di omissioni e oblio (promossi dall’Associazione Nazionale Ex Deportati, i lavori di Italo Tibaldi e da ultimo Eugenio Iafrate http://www.deportati4gennaio1944.it).

A fine 1943 Roma è segnata dall’occupazione nazista, sul suo territorio sono in vigore le leggi di guerra del Terzo Reich. Come segno di buona volontà nei confronti del governo di Berlino agenti di pubblica sicurezza italiana iniziano a rastrellare e rinchiudere nel carcere di Regina Coeli alcune centinaia di prigionieri. La questura si muove su indicazione del ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana e mira a gestire l’intera operazione: deve essere un segno inequivocabile di efficienza, un modello e un colpo alle forme di resistenza che si erano espresse nella capitale. Il bilancio è inquietante: la gestione della polizia fa sì che italiani in divisa accompagnino propri connazionali fino al Konzentrazionlager di Mauthausen. Una collaborazione proficua nel quadro del sistema della deportazione che i nazisti sperimentano in mezza Europa.

I trasferimenti erano iniziati la mattina di settanta anni fa, centro di raccolta la stazione Tiburtina in un tragitto che diventa l’ultima possibilità di fuga. Alla fine arrivano a destinazione in 257, solo 59 riusciranno a vedere l’alba della liberazione e l’arrivo degli americani nel maggio 1945. Il treno è uno strano universo: ragazzi, giovani sbandati, soldati fermati nel fronte Sud durante la battaglia di Cassino, renitenti alla leva, cittadini di religione ebraica e circa 70 antifascisti di varia natura e provenienza (anarchici, comunisti, socialisti, liberali). Per tutti la strada è irreversibile: campi di concentramento, inserimento nel sistema di lavoro coatto, controllo sui destini individuali e sulla sorte dei nuclei familiari.

Con la fine del viaggio il «Treno degli italiani» scompare dalla trasmissione della memoria collettiva nel lungo dopoguerra, anche dalle vicende più tormentate dell’occupazione nazista di Roma. Poi si accende una luce e quel lungo tragitto sui binari viene riproposto come pagina di un passato che ci interroga e ci interessa; la sua ombra sembra spingersi dal 1945 fino a un tempo a noi più vicino. Sono le lettere, le immagini, le biografie dei prigionieri, le storie nei documenti d’immatricolazione del carcere, nelle carte dell’Ovra o nell’archivio della Croce Rossa a Bad Arolsen che aiutano a dare un volto a chi non l’aveva, un’identità a chi l’aveva perduta, un indirizzo a chi era stato sradicato e travolto dall’odio della guerra. Tra i sopravvissuti a Mauthausen, due (Mario Limentani e Antonio Fragapane) sono ancora in vita; degli altri solo le tracce come piccole schegge di una memoria che merita di non andare dispersa.