sabato 4 gennaio 2014

La Rai fa sessant'anni, Tito Stagno: «Che disputa con Ruggero Orlando per l'allunaggio»

Il Messaggero

di Marco Molendini


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Sessanta e li dimostra. La tv, quella che abbiamo conosciuto, è in vorticosa trasformazione, si confonde nel cambiamento tecnologico fino a trovare nuova vitalità. Sono passati sessant'anni da quel 3 gennaio '54 in cui Fulvia Colombo accese la Rai e di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. Viale Mazzini festeggia, anche se la concorrenza si è fatta larga (non solo Mediaset, anche Sky e l'web nelle sue infinite forme), se il rosario delle lamentazioni invoca la qualità perduta. E se ci sono scadenze importanti, come ieri hanno ricordato, la presidente Tarantola e il direttore generale Gubitosi, ovvero la firma del nuovo contratto di servizio e, fra due anni, il rinnovo della concessione, promettendo una consultazione aperta a tutti su come dovrà essere il servizio pubblico nel futuro, processo di rinnovamento tecnologico compreso.

La grande festa sarà delegata al Festivalone di Sanremo, ma comunque è inevitabile la liturgia del ricordo: ecco, stasera, uno specialone taglia e cuci di Techetechete e poi un Tv7 (sigla storica, sinonimo dell'antica qualità), Uno mattina, Rai 3 con Raistoria e Rainews. Fra i testimoni di quelle glorie c'è un veterano come Tito Stagno, l'astronauta ad honorem come l'aveva battezzato Mariano Rumor, il ciuffo biondo alla Robert Redford del tg, un sardo tosto, un gran rompiscatole sul lavoro (si definisce così), un perfezionista, orgogliosissimo della sua professionalità fino a non perdonare alla Rai di averlo messo a riposo forzatamente, quando mancavano solo dieci giorni alla pensione: «Ci siamo lasciati male - dice subito -. Era il 94, al tempo dei professori».

Quando era entrato in Rai?
«Ho vinto un concorso nel '53. Con me c'erano Paolo Rosi, Adriano De Zan, Furio Colombo, Gianni Vattimo, Umberto Eco. Lo vinsi e la Rai mi fece fare un corso per studiare fonetica».

Che Rai era?
«C'erano altri uomini. È stato così almeno fino all'arrivo dei socialisti. E dire che io sono stato sempre socialista. Ma la politica è una cosa e la professione un'altra. Quando arrivarono, stracciai la tessera. Con la dc e Bernabei c'era ancora rispetto, non mi conosceva, non si fidava, eppure mi mandarono a seguire il papa a Loreto e poi mi lesse i complimenti della Segreteria di Stato perché ero stato obiettivo. Ricordo che andai anche ai funerali di Togliatti».

Era il 64...
«Non ci voleva andare nessuno, neppure Granzotto e Zatterin, temevano che qualsiasi cosa avessero fatto gli avrebbero sparato contro. Fui obiettivo e andò benissimo. Ricordo ancora come lo chiusi: e la bara si allontana nell'ombra...»

La politica contava...
«Nel 76, dopo la riforma, venni indicato nei giornali come possibile direttore di una testata radio. Accanto al mio nome mettevano psdi, ma io non sono mai stato socialdemocratico. Poi alla fine si scoprì l'arcano, il candidato era un altro, sponsorizzato da Tanassi. Io andai alla Domenica sportiva. Ma niente padrinati politici e mai prebende, non ho mai accettato neppure un mandarino».

Il suo nome è legato fondamentalmente alle imprese spaziali. «Cominciò per caso, quando le telescriventi lanciarono la notizia che l'Urss aveva messo in orbita il primo satellite, lo Sputnik. Il giorno prima, dal dentista, avevo letto un articolo che si dilungava sulle prospettive delle avventure nello spazio, così feci al volo un servizio dettagliato. Poi vennero Gagarin, i voli americani Gemini, poi l'Apollo».

E ci fu la celebre telecronaca dell'allunaggio...
«Con Aldrin siamo rimasti amici, ogni volta che viene ci vediamo». E ci fu l'altrettanto celebre disputa ("ha toccato non ha toccato") con Ruggero Orlando. «Era un super-professionista. Ricordo un suo commento dopo una decina di whisky: esemplare».

Professionisti d'altri tempi..
«Come Sergio Telmon, Piero Angela, Paternostro prima che andasse per la tangente».

Rimase vittima della sindrome da video. Lei non l'ha mai avuta?
«Io ho cominciato a 26 anni e quando vai in video presto non hai quest'ansia. Succede se ci vai dopo i 40 anni, allora diventi gigione come certi personaggi di oggi».

Lei, invece, ha chiuso da un giorno all'altro.
«Uscito dalla Rai ho fatto un altro mestiere, insegnando comunicazione verbale. E ho potuto permettermi cose che il misero stipendio Rai non mi permetteva».


Venerdì 03 Gennaio 2014 - 22:33
Ultimo aggiornamento: 22:57

Altro che Europa: ora a Est rimpiangono il comunismo

Fausto Biloslavo - Sab, 04/01/2014 - 09:27

Grande successo a Belgrado di una mostra di oggetti della defunta Jugoslavia. Ma anche in altri Paesi orientali c'è chi ricorda volentieri quando si stava peggio

La mitica Zastava, il glorioso passaporto rosso scuro della Federativa, una banconota da 5mila dinari con il faccione di Tito occhialuto sono alcune chicche della Yugonostalgia, in mostra a Belgrado.

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Alla faccia dell'Europa unita e della globalizzazione i serbi si sono messi in coda, nella centralissima Kneza Mihailova, per rivivere i quarant'anni di socialismo dal 1950 al 1990. Nostalgia canaglia che sta emergendo anche in altri paesi dell'ex Cortina di ferro dalla Romania che sembra rimpiangere il «Conducator» Ceausescu, all'Ostalgia della Germania Est fino al rilancio del marchio «made in Cecoslovacchia». Per non parlare del successo delle serie televisive sugli anni Ottanta del comunismo che vanno di moda a Mosca, ma pure in Bulgaria e addirittura nei Paesi baltici.Crisi economica, disoccupazione galoppante e pensioni da fame spingono molti nell'Europa dell'Est a rimpiangere i tempi andati. La mostra Yugonostalgica di Belgrado, che ha aperto i battenti prima di Natale, si intitola «Ziveo zivot», «viva la vita». Titolo discutibile, che ti riporta ai tempi di Tito e della bandiera nazionale con la stella rossa in mezzo.

Un'utilitaria Zastava, la 600 del socialismo, è esposta assieme ad una confezione di biscotti Plazma, i Plasmon jugoslavi. Un visitatore ha commentato: «Faccio parte dei fortunati nati nel 1953, quando il nostro passaporto rosso ci permetteva di viaggiare ovunque». Altri pezzi forti sono le magliette ed i ricordi dei campioni di basket della Federativa socialista ai vertici della pallacanestro mondiale.Non mancano i sedili azzurrini della Jat, la compagnia aerea di Stato, da poco defunta, che volava «su 22 rotte interne e 256 internazionali». I prodotti alimentari dei «Paesi non allineati» si mescolano alle riviste dell'epoca. In copertina sorridono le donnine socialiste, ma con la permanente all'occidentale. Gli hot dog autarchici vengono serviti ad un vero chiosco dell'epoca e si può gustare un caffè socialista al bar spartano del socialismo.

La nostalgia canaglia del passato si sta espandendo a macchia d'olio in molti Paesi dell'Europa orientale. Il 44,7% dei romeni, secondo un recente sondaggio, pensa che il comunismo non era poi così male. Il palazzo più visitato dai turisti a Bucarest è la marmorea «casa del popolo», reggia di Nicolae Ceausescu e signora. Addirittura l'ex caserma di Targoviste, dove il Conducator è stato sbrigativamente fucilato con la moglie, sta diventando un'attrazione turistica. A Praga e Bratislava si riesuma il marchio di esportazione della Cecoslovacchia, preferito dai Paesi africani e asiatici. Lo scorso anno il 32% dei cechi si sono detti convinti che il regime comunista fosse meglio dell'attuale democrazia. In Slovacchia le percentuali sono ancora più alte.

Ostalgie è un neologismo tedesco che indica il rimpianto per la Germania Est e la sua memorabilia. Molte imprese ripropongono marchi obsoleti del periodo comunista come la bevanda Vita-Cola e l'automobile Trabant.In Ungheria sono tornati di moda l'aperitivo socialista Bambi e i sandali del passato regime. Film come «Goodbye Lenin» sono stati surclassati da serie nostalgiche, che vanno forte grazie al boom delle pay tv nell'Europa dell'Est.

In Russia ha grande successo «Gli Ottanta», una commedia sull'ultimo decennio sovietico con la musica occidentale proibita, le lavanderie a vapore ed il mercato nero dei jeans. La serie viene trasmessa anche in Ucraina, Lettonia ed Estonia. In Bulgaria va in onda «Sette ore di differenza», una serie su un ex agente segreto comunista. La nostalgia del comunismo è alimentata dalla delusione dell'Europa unita e dei governi democratici spesso corrotti o malfunzionamenti come nel passato. Il settimanale Economist lancia l'allarme: il rischio di disordini sociali e rivolte nell'Europa dell'Est, nel 2014, non ha mai raggiunto livelli così alti dalla caduta del comunismo.

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I maiali vanno a ruba, un’escalation di furti

Corriere della sera

Sette colpi tra Brescia, Cremona e Lodi


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C’è una banda del maiale in azione nella bassa padana. In grado di svuotare interi allevamenti intensivi in meno di un’ora. Di caricare centinaia di suini su un camion che poi sembra sparire nel nulla.
Sette colpi in meno di due mesi tra le province di Brescia, Cremona, Lodi e Milano; cinque dei quali andati a segno. Tutti con modalità simili. Troppo simili. La banda entra in azione dall’una alle tre di notte in capannoni isolati, distanti almeno un chilometro dai centri abitati. Senza guardiani, senza vicini che possano sentire i rumorosi grugniti delle bestie da 170 chili, pronte per essere consegnate alla filiera del Crudo di Parma. Sanno come muoversi, che manovre fare con il camion. Come se quei cortili li conoscessero bene. Insomma, come se lì ci fossero già stati. Fanno uscire i maiali dai box, li fanno salire su una apposita passerella, stipano all’inverosimile il cassone del tir e fuggono.

Che si tratti degli stessi malviventi è soltanto un’ipotesi per gli inquirenti. Quasi una certezza per le vittime di quei furti: allevatori già alle prese con una delle crisi più nere della suinicoltura nazionale, messa alle corde dal boom di importazioni di carni a basso costo da Olanda e Germania. Assicurare quei capi costa troppo: migliaia di euro l’anno. Costi incompatibili con i risicati bilanci aziendali.
I furti sono però vere e proprie mazzate in termini economici. Ne sa qualcosa Alberto Fappani di Motella di Borgo San Giacomo, che la mattina del 7 novembre ha trovato il lucchetto dell’azienda divelto e nei capannoni 96 suini in meno. Suini da 172 chili ciascuno, allevati a solo mais e quindi con carne di qualità. Infatti di lì a quattro giorni sarebbero diventati prosciutti di Parma, con tanto di certificato di provenienza. E sarebbero valsi un assegno da 30mila euro all’allevatore. La banda è entrata in azione una seconda volta nel bresciano il 14 dicembre a Meano di Corzano, razziando 180 capi (un danno da 60mila euro).

Ci sono anche i colpi nel Cremonese, come quello del 28 novembre a Vescovato dove sono stati rubati 209 suini, del primo dicembre a Sesto e Uniti (15 scrofe). Il 17 dicembre le cronache segnalano un colpo nel Milanese, a San Zenone (20 suini) mentre nelle ultime due settimane si registrano due colpi falliti: uno a Mulazzano (Lodi) e uno a Farfengo di Borgo San Giacomo, nel Bresciano.
Pochi gli elementi su cui stanno lavorando i carabinieri. Si parte da un tir Scania di colore bianco, immortalato dalle telecamere della scuola agraria Dandolo di Corzano la sera del 14 dicembre. Poco prima del colpo da 180 suini.

04 gennaio 2014

Corte dei diritti europea: "Il canone Rai è illegittimo"

Libero

La Corte europea dei diritti dà ragione al ricorso di un cittadino italiano: "Non è giusto obbligare all'abbonamento del canone come fosse una tassa, è contro la libertà"


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"Si può non pagare il canone". Adesso lo dice anche l'Europa. La Corte europea dei diritti ha infatti accolto il ricorso di un cittadino italiano di Maglie (Lecce) che contestava il pagamento dell'odioso balzello per foraggiare il servizio pubblico. Secondo l'Alta Corte infatti il canone Rai sarebbe illegittimo "in quanto non attiene alla materia fiscale" e in quanto "l'obbligo all'abbonamento del canone come tassa sul possesso di uno o più apparecchi atti o adattabili a ricevere trasmissioni compromette la libertà di informazione". Così arriva un'altra sentenza che mina il balzello di viale Mazzini. Infatti già qualche mese fa c'aveva pensato il tribunale tributario del Lazio a mettere in discussione il canone. Come ha raccontato Libero,

La sentenza 597/2013 ha, infatti, accolto l’istanza di un contribuente che si era opposto alla cartella esattoriale di riscossione del canone tv, producendo la domanda di richiesta di oscuramento inviata alla Rai. In quel caso l’amministrazione televisiva non aveva risposto e il fisco aveva proceduto all’emissione della relativa cartella, impugnata poi dal contribuente. Questi, dopo la soccombenza innanzi alla commissione provinciale, non si è dato per vinto e ha proposto opposizione in secondo grado, trovando finalmente ragione. Secondo i magistrati laziali la cartella è nulla, anche se il cittadino ha continuato a usufruire dei servizi tv. È sufficiente, infatti, che egli abbia fatto denuncia di oscuramento alla Rai e questa non abbia risposto. Ora toccherà al Parlamento prendere atto della sentenza dell'Alta Corte e del tribunale del Lazio e dare finalmente agli italiani la possibilità di scegliere cosa vedere e cosa "pagare" in tv.

Camera dei deputati, bando da 450 mila euro per servizi fotografici

Libero

Un bando di gara per un appalto per le agenzie fotografiche. Alla faccia della spending review nel silenzio dell feste Montecitorio piazza l'ennesimo spreco...


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La vanità non ha prezzo. Nemmeno a Montecitorio. In tempi di spending review si taglia tutto...ma non i servizi fotografici. A Monetcitorio si bada molto all'immagine e al vezzo di posare davanti ad una macchina fotografica non si sottrae nemmeno la Presidente della Camera Laura Boldrini. Così, durante le feste natalizie, la Camera dei deputati, in silenzio, si prepara a sopendere 450 mila euro per i "servizi fotografici". Un bel regalo di Natale, dunque, per le agenzie fotografiche che certamente non si lasceranno scappare l’occasione. Secondo la documentazione ufficiale, come racconta LaNotizia, il guadagno annuo stimato è di 150 mila euro per un appalto della durata di tre anni.

L'ennesimo spreco - E il conto (salato) è presto fatto: 450 mila euro. Un bando quello della Camera che di certo farà discutere, dato che la Boldrini da tempo parla di tagli agli sprechi e di una forte spending review anche a Montecitorio. Parole alle quali puntualmente non seguono i fatti. Il bando inoltre a quanto pare è blindato. La procedura sarà ristretta e non aperta. Secondo quanto specificato nel bando potranno partecipare soltanto coloro che già hanno realizzato “servizi fotografici per corrispettivi complessivamente non inferiori a € 240.000 nel corso del triennio 2010-2012 per eventi di rappresentanza per amministrazioni aggiudicatrici ai sensi del Codice dei contratti pubblici, regolarmente eseguiti”.

Procedura ristretta -  Insomma, una procedura a cui parteciperanno soltanto i “vecchi clienti” delle amministrazioni pubbliche. Insomma col "bando di Natale", Montecitorio ha chiuso l'anno come lo aveva cominciato, sprecando i soldi dei contribuenti. Solo nel primo semestre 2013 – come si evince dal rapporto della Camera sulle spese per lavori, servizi, beni e consulenze – se ne sono andati 176 mila euro per cerimoniale. Una valanga di euro finiti tutti nelle tasche delle società fotografiche. Così adesso il conto nei prossimi tre anni salirà a 450 mila euro. Alla faccia dei tagli agli sprechi.

Ecco quanto ci è costato Napolitano in otto anni

Libero

La sceneggiata delle lettere di fine anno è servita a Re Giorgio per nascondere che in 8 anni ha firmato manovre zeppe di tasse e orrori (vedi gli esodati). E il record è dei «suoi» governi


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C’è la firma di Giorgio Napolitano in calce alle manovre finanziarie degli ultimi otto anni. Una firma grazie a cui sono diventati ormai legge 442 miliardi e 79 milioni di euro di nuove tasse lorde in 14 anni (gli effetti si prolungano infatti fino al 2020). Nuove tasse a tutti gli effetti. Potevano essere di più, poi sia la legge di stabilità del 2013 che quella per il 2014 (con la riduzione del cuneo fiscale) hanno corretto un po’ il tiro.

Nonostante questo gli anni 2016, 2015 e 2014 nell’ordine saranno quelli di massimo incremento di nuove tasse grazie a manovre di anni passati: secondo i dati della ragioneria generale dello Stato le nuove entrate provocate dalle manovre che si sono susseguite dal 2011 ad oggi saranno 58,3 miliardi nel 2016, 55,1 miliardi di euro nel 2015 e 50,6 miliardi di euro nel 2014. Questo triennio è il record assoluto per le nuove tasse nella storia della Repubblica italiana. Ma non scherzano le cifre già subìte negli ultimi due anni né quelle degli anni che devono ancora venire, fino al 2020. Più della metà delle nuove entrate lorde (tasse e tagli alle agevolazioni fiscali) sono state stabilite dagli unici due governi che sono stati decisi direttamente dal presidente della Repubblica e non indicati dal voto popolare: quello di Mario Monti e quello di Enrico Letta.

I due governi hanno scritto norme che valgono fino al 2020 circa 240 di quei 442 miliardi di nuove tasse. Ma non hanno scherzato nemmeno le due manovre estive firmate da Silvio Berlusconi e dal suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti nel 2011: hanno comportato ben 96 miliardi di nuove entrate future (solo le briciole però nel 2011). Anche in questo caso la firma di Napolitano è stata più che complice (certo, su pressing di Germania, Francia e Unione europea). Fu il presidente della Repubblica a spingere da lì in poi sull’acceleratore delle tasse, ritenendo che questa fosse la via più breve ed efficace per “salvare l’Italia”. Nei tre anni precedenti invece il governo Berlusconi aveva varato 15 miliardi di nuove entrate lorde, con un ritmo fra i più bassi in assoluto.  Erano state quasi 29 miliardi le nuove tasse lorde varate nel biennio precedente dal governo di Romano Prodi con la prima controfirma di Napolitano presidente della Repubblica.

Napolitano è quindi il presidente che nella storia di Italia ha controfirmato più tasse in assoluto. Per questo ha sorpreso la contrizione mostrata dal Capo dello Stato in tv martedì scorso nel messaggio di fine anno. L’apice è stato toccato leggendo un’anonima (e poco credibile) lettera di un dipendente pubblico: «un padre di famiglia, titolare di un modesto stipendio pubblico», che avrebbe scritto al Capo dello Stato : «Questo mese devo decidere se pagare alcune tasse o comprare il minimo per la sopravvivenza dei miei due figli...».  Napolitano ha chiosato: «E mi dice di vergognarsi per questo angoscioso dilemma, pensando al patto sottoscritto con le istituzioni, al giuramento di pagare le tasse sempre e comunque». Dilemma commovente, ma falso: un dipendente pubblico non ha alcuna possibilità di compiere quella scelta, visto che lo Stato si prende le tasse dalla sua stessa busta paga senza chiedere alcun permesso o gradimento, o giuramento.

La raffica di lettere è servita a sceneggiare il messaggio di fine anno, facendo apparire Napolitano estraneo, anzi, compartecipe alle sofferenze del popolo italiano. Eppure quelle sofferenze portano sempre la sua firma. Si tratti di Veronica da Empoli, laureata e disoccupata da 3 anni (la disoccupazione giovanile è esplosa sotto i governi Monti e Letta grazie alle politiche economiche controfirmate dal presidente della Repubblica). O si tratti di Marco della provincia di Torino, che al Capo dello stato ha chiesto di citare “la gravità” della condizione degli esodati. Grave sì, ma provocata dalla legge di Elsa Fornero sulle pensioni. Sollecitata e controfirmata anche con tutte le sue pecche proprio dal presidente della Repubblica che pecca e poi si nasconde dietro la sceneggiata del “gobbo” del 31 dicembre…

Franco Bechis

Ecco l'integrazione di Letta: nel 2013 triplicati gli sbarchi

Fausto Biloslavo - Ven, 03/01/2014 - 10:29

Nell'ultimo anno sono arrivati oltre 42mila clandestini. Il premier aveva esultato per la promessa di aiuti della Ue: ma ancora non s'è visto nulla

Boom di sbarchi nel 2013 sulle coste italiane. Al 31 dicembre, secondo i dati del ministero dell'Interno erano arrivati sui barconi 42.925 migranti, compresi i 6.322 che le navi della Marina militare hanno salvato in alto mare negli ultimi due mesi e mezzo.


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Una botta economica non indifferente se consideriamo che la spesa media giornaliera di un clandestino trattenuto nei Centri di identificazione si aggira sui 45 euro. La Libia nel caos dopo la caduta di Gheddafi, favorita dalle bombe della Nato, si conferma l'Eldorado dei trafficanti di uomini. Oltre la metà degli arrivi, ben 27.314 migranti, si sono imbarcati sulle coste libiche per raggiungere l'Italia. E l'ondata di clandestini non si ferma neppure nei primi giorni dell'anno nuovo.

Mercoledì sera la nave Zeffiro, che fa parte della missione Mare nostrum, ha tratto in salvo 233 persone su una tinozza di 10 metri, senza salvagente. Provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Pakistan, Zambia e Mali sono stati trasportati ad Augusta. Ieri la Urania ha soccorso 127 migranti africani e altre due unità dello schieramento, San Marco e Sirio, si stavano dirigendo in serata verso tre nuovi barconi in alto mare. Neppure l'inverno e le condizioni meteo sembrano bloccare i trafficanti libici, che guadagnano 1.000-1.500 dollari a clandestino. Li lanciano verso Lampedusa sapendo bene che la nostro flotta di 5 navi è in mezzo al mare pronta a salvarli.

Dall'Egitto sono partiti quasi in 10mila raggiungendo l'Italia. Dalla Turchia oltre duemila e poi i numeri degli arrivi si abbassano dalla Grecia e dalla Tunisia. In 1.480 hanno affrontato la traversata imbarcandosi dalla Siria in fiamme. Non a caso i siriani (11.300) sono in testa nella classifica degli sbarchi per nazionalità. A causa della guerra civile che dilania il loro paese hanno diritto all'asilo politico. In gran parte vogliono raggiungere altri paesi europei, ma le pratiche burocratiche, i ritardi e le complicazioni sono comunque un costo. Ad ottobre erano già 24mila i richiedenti asilo giunti in Italia. Dopo i siriani sono gli eritrei (9.834) i secondi nella classifica degli sbarchi seguiti da somali (3.263) egiziani, nigeriani ed altre nazionalità.

Se andiamo avanti di questo passo arriveremo al picco del 2011, di oltre 62mila arrivi, causato dallo scoppio della primavera araba. La missione navale Mare nostrum ha salvato dal 18 ottobre, quando è stata lanciata, 6.322 migranti. Un dovere soccorrerli in balia delle onde, ma che andrebbe condiviso con altri paesi europei, almeno quelli che si affacciano sul Mediterraneo come Spagna e Francia. Le promesse comunitarie strappate dal governo Letta di dividere il peso economico ed il numero di clandestini sono rimaste lettera morta.

I disperati tratti in salvo nel Mediterraneo da Mare nostrum sono stati sbarcati a Catania, Augusta, Siracusa, Pozzallo, Porto Empedocle e Lampedusa. In dicembre doveva entrare in gioco la Ue con uomini, unità navali ed Eurosur, il mitico «sistema pan-europeo di sorveglianza delle frontiere». A fianco della flotta italiana è arrivata solo nave Triglav della piccola Slovenia. Ed i nostri vicini non si portano certo i migranti soccorsi a Lubiana. Il 9 novembre Mare Nostrum ha pizzicato una nave madre facendo arrestare 16 scafisti, ma un'azione incisiva nei confronti dei trafficanti di uomini al momento è una chimera.

E Pantalone si sobbarca i costi della missione, che si aggirano sui 12 milioni di euro al mese. Frontex, prima che partisse l'operazione, aveva stanziato la miseria di 2 milioni di euro in più nel budget 2013 per l'emergenza Lampedusa. Nel complesso dal 2005 al 2012 l'Italia ha speso 1 miliardo e 300 milioni di euro per il contrasto all'immigrazione clandestina. I fondi arrivati dall'Europa ammontano a 280 milioni. Ogni clandestino costa una media giornaliera di 45 euro, ma considerata la permanenza nei Centri di identificazione (Cie) e altre voci collegate si arriva a 10mila euro di spesa a testa. Per di più dai Cie, che ci costano 55 milioni all'anno, sono stati espulsi solo il 46,2% dei trattenuti dal 1998. E nonostante tutti i soldi che sborsiamo per contrastare il fenomeno gli sbarchi nel 2013 sono triplicati.

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Spaghetti e viagra. La vita borghese dei killer di Al Qaida

Luigi Guelpa - Ven, 03/01/2014 - 08:17

In un covo dei terroristi islamici in Africa la prova dei loro peccati di gola e non solo. E in Egitto ritrovate scorte di senape e preservativi

Ve lo immaginate Abdelmalek Droukdel, uno dei leader di Aqmi, la temutissima cellula di Al Qaida per il «maghreb libero», intento a tirar su dal piatto una forchettata di spaghetti grondanti sugo di pomodoro? In un istante verrebbe cancellata la sacralità (seppur a rovescio) di un personaggio che appartiene al mondo del terrore.

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Eppure l'Aqmi, almeno dai «pizzini» sequestrati nel corso dei rastrellamenti dell'esercito francese nel nord del Mali, considera la pasta italiana un'autentica prelibatezza. Esaminando il contenuto di foglietti e ricevute salta all'occhio la pasta, le scatole di pomodoro per il sugo e le cipolle, ingredienti della cucina di tradizione mediterranea. Assassini a sangue freddo, ma anche amanti di un piatto caldo. Terroristi con animo e gusti borghesi, disposti a firmare la tregua non certo con il nemico, ma attorno a una tavola imbandita.

Quello dell'Aqmi è soltanto un antipasto, nonostante la pummarola. Ansar Beit al Maqdess, la falange che sta mettendo a ferro e fuoco il Sinai, e che si professa vicina al deposto presidente Morsi, colloca assieme nella borsa della spesa pallottole, senape e preservativi. Il morale della truppa va tenuto alto in qualsiasi modo, anche con il sostegno e le prestazioni di qualche signorina devota alla causa jiadhista. Scatole (vuote) di condom e di viagra furono rinvenute lo scorso settembre ad Aleppo durante un rastrellamento dell'esercito regolare nel covo di una katiba (brigata) ribelle.

In quel caso venne alla luce anche un giro di prostituzione di fanciulle arabe e maghrebine che si concedevano agli uomini dell'Esercito della Siria Libera. Lussi, capricci e comodità sembrano appartenere ai tanti figli e figliastri di Bin Laden sparsi per il globo. Persino la cellula Al Quds di Amburgo (Mohamed Atta, Said Bahaji, Ziyad Jarrah e Ramzi Al Shibh) il commando suicida che dirottò il volo American Airlines 11, riusciva a ricavarsi i suoi momenti di svago. Tutti e quattro sottoscrissero nell'estate del 1998 l'abbonamento all'Hamburger SV. Sostenevano i calciatori dagli spalti dell'Imtech Arena e al ritorno dalla partita mettevano a punto l'assalto al World Trade Center.

Lo stadio non era invece il luogo più sicuro per gli uomini della Rwandan Defence Forces, tra gli autori del massacro tribale del 1994, e così i miliziani si accontentavano del calcio in scatola, il subbuteo. Confezioni di omini in miniatura, con tanto di porte e l'immancabile panno verde, furono rinvenute in una caserma perlustrata dal Rwandan Patriotic Front. Tra gli inventari più bizzarri non poteva mancare la minuziosa tabella degli oggetti rinvenuti nel covo di Bin Laden, dove gli uomini dell'Operation Neptune Spear recuperarono dvd a luci rosse di provenienza americana (ironia della sorte), ma anche video amatoriali di produzione egiziana. Un po' come i giornaletti e i fumetti porno sequestrati dai carabinieri nei vari covi delle Brigate Rosse. Altro che comunicati numerati con la stella a cinque punte o documenti e materiale di propaganda e lotta armata.

Il lusso è una tentazione irresistibile un po' per tutti, persino per chi aveva iniziato un percorso che sarebbe poi sfociato in un'esistenza in clandestinità. Alvaro Lojacono, personaggio di spicco delle Brigate Rosse, e coinvolto tra l'altro nella strage di via Fani, venne arrestato nel giugno del 2000 mentre si trovava sull'esclusiva spiaggia dell'Isola Rossa, vicino Bastia, in Corsica. Alla faccia della vita spartana, come insegna Cesare Battisti, l'ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo. Talmente proletario da soggiornare a Brasilia all'Hotel Manhattan Plaza. Categoria cinque stelle. Prezzo di una doppia 200 euro a notte. Anche Che Guevara potrebbe rivoltarsi nella tomba.

Perché siamo tutti sudditi della burocrazia assoluta

Luca Negri - Ven, 03/01/2014 - 08:59

La vera casta onnipotente non è quella dei politici, ma quella dei funzionari. Che resistono a ogni stagione politica. Fin dai tempi della rivoluzione francese

Sarebbe ora di fare una vera rivoluzione, di dar retta ai veri rivoluzionari. Ad esempio Robespierre, che nel progetto di dichiarazione dei diritti proposto alla Convenzione scrisse: «In ogni Stato la legge deve soprattutto difendere la libertà pubblica e individuale contro l'abuso dell'autorità di coloro che governano.


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Ogni istituzione che non consideri il popolo come buono e il magistrato come corruttibile è difettosa». Gli fece eco Saint-Just: «Il ministero è un mondo di carta... gli uffici hanno preso il posto della monarchia». Rincarò la dose Karl Marx: «La burocrazia è, secondo la sua essenza, lo Stato come formalismo, essa lo è anche secondo il suo scopo». Insomma, una vera rivoluzione andava fatta, e va ancor più urgentemente fatta oggi, contro la burocrazia governativa che, come intuirono gli affossatori del regime feudale, tende a prendere il posto del sovrano assoluto.

Esiste un nome ben preciso, stranamente trascurato dai vocabolari ma non da acuti pensatori politici, per definire questa invadenza dei poteri pubblici: funzionarismo. Ed è il nome che Teodoro Klitsche de la Grange (fra gli storici fondatori del trimestrale di cultura politica Behemoth) ha scelto per il suo pamphlet in uscita per Liberilibri. Dunque la rivoluzione andrebbe fatta contro questo potere burocratico che fu il peccato originale delle democrazie borghesi e poi nerbo dei totalitarismi novecenteschi, riuscendo però a sopravvivere alla loro caduta, soprattutto in Italia, patria d'elezione del «mondo visto dalla scrivania».

Il termine «funzionarismo» nei primi decenni del secolo scorso, ci ricorda Klitsche de la Grange, comparve nelle opere di un giurista come Antonio Salandra, di un economista come Giustino Fortunato e di un altro rivoluzionario come Antonio Gramsci. Per Salandra «funzionarismo denotava la situazione dell'ordinamento dello Stato moderno per cui s'incrementava la funzione amministrativa e, correlativamente, il personale addetto; ciò era provato dai dati quantitativi costituiti dall'aumento delle spese» (ovvero del carico fiscale sulle spalle del cittadino).

Per Fortunato si trattava di «proliferazione d'impieghi pubblici di dubbia (o inesistente) utilità». Gramsci coglieva acutamente la contraddizione insita nello Stato liberale che prometteva autonomia alla società civile ma la soffocava con «l'espansione dei poteri burocratici». Punto centrale, questo: gli interessi di coloro che vivono non per la politica ma di politica non sempre combaciano con l'interesse generale del Paese, con la vita reale dei cittadini.

La vera casta non sarebbe tanto quella dei politici eletti democraticamente, ovvero sottoposti, più o meno, al controllo della pubblica opinione, responsabili delle loro scelte di fronte all'elettorato ed eventualmente non rieleggibili ma pensionabili. Sono gli oscuri funzionari pubblici, la fauna ministeriale, gli inamovibili impiegati statali, protetti e garantiti dalle leggi e da stipendi sicuri, i veri potenti. I governi vanno e vengono, loro rimangono e fanno funzionare la macchina statale, macchina che «adopera tutta l'energia consumata per far muovere i propri ingranaggi e cioè a rendimento zero.

Quanto più si avvicina al rendimento suddetto, tanto più è apprezzato dai burocrati (ovviamente il contrario è per gli utenti)». Insomma, l'efficienza auspicata dell'amministrazione «è quella della macchina che non rende nulla» eccetto la propria conservazione e il proprio reddito. I funzionari rappresentano la vera élite che si autonomizza rispetto al corpo sociale, in loro troviamo, per citare Gaetano Mosca, la «naturale tendenza che hanno coloro che stanno a capo della gerarchia sociale ad abusare dei loro poteri».

Tendenza rafforzata dal sapere specializzato (quello, per intenderci, dei tecnici invocati per ovviare all'incapacità dei politici), dai salti di carriera automatici, dalla selezione per cooptazione, dal «normativismo» («ideologia giuridica dei ceti dei funzionari e degli operatori giuridici, la negazione che il rapporto giuridico sia rapporto tra uomini, ma piuttosto tra uomo e norma»). Allora la vera rivoluzione va fatta contro il funzionarismo, e va fatta riducendo lo Stato al minimo, decentrando il più possibile (come consigliava Gianfranco Miglio, non a caso citato abbondantemente da Klitsche de la Grange), puntando sull'organizzazione comunitaria e non sulla statalizzazione. In sintesi, il pensiero autonomista e libertario può riuscire dove fallirono i rivoluzionari dei secoli passati.

A proposito dei propositi

La Stampa

yoani sanchez



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Ogni giorno è buono per cominciare un progetto, per concretizzare un sogno. Tuttavia, all’inizio di ogni anno ripetiamo il rituale di prefissarci delle mete da raggiungere nei successivi dodici mesi. Alcuni obiettivi li realizzeremo, altri resteranno incompiuti e li inseriremo nell’agenda del prossimo gennaio. Alcune persone mettono in primo piano i problemi personali, come avere più tempo per la famiglia, fare sport, andare finalmente a farsi visitare dal dentista… ma l’elenco può includere anche aspirazioni professionali come cambiare lavoro, terminare una ricerca, laurearsi in una nuova materia. 

Ho chiesto ad alcuni amici e conoscenti i loro desideri per questo 2014 e le risposte sono state un caleidoscopio di intenzioni. Da “migliorare il fisico nella palestra del quartiere”, “vendere il bicitaxi per comprare una moto”, “impermeabilizzare il tetto” … fino a “terminare gli studi universitari”, “riunire tutta la famiglia a Miami”, “girare un videoclip” o “aprire una caffetteria privata”. I visti per emigrare sono ancora tra i desideri più condivisi, specialmente tra la gente giovane. Fino al punto che molti progetti professionali hanno lo scopo principale di mettere da parte risorse per poi abbandonare il paese. Le cosiddette riforme rauliste sono cominciate da quasi sei anni, ma non sono riuscite a migliorare significativamente l’economia domestica e quella nazionale. 

Da un punto di vista personale, dopo un 2013 che mi ha cambiato la vita, la mia sequenza di progetti è così variopinta quanto impossibile da realizzare in tutta la sua estensione. Continuerò a impartire lezioni per insegnare alle persone come usare le nuove tecnologie. Quest’anno vedrà la luce anche il mio sogno di realizzare un media digitale indipendente, che nelle ultime settimane mi ha fatto correre da un luogo all’altro. Come ogni nascita porterà crisi, dolore, allegria e sacrifici. Nelle prossime settimane pubblicherò il cronogramma del “parto”. Seguitemi.

Nella mia casa ci sono moltissimi di libri che mi piacerebbe leggere per la prima volta o rileggere ancora. Sono proprio un’illusa se credo di aver tempo libero anche per fare questo! Voglio tornare a sfogliare le pagine del maestro Kapuściński, incontrare di nuovo Truman Capote e scoprire alcuni testi di Javier Cercas che mancano nella mia biblioteca. Continuerò a divorare riviste di apps, gadget, softwares… perché ogni anno sono un poco più geek, lo confesso.

Gli amici e i lettori occupano un posto importante nei miei propositi annuali. Magari potessi coccolarli un po’ di più, dedicando più tempo a una buona conversazione davanti a un caffè. A coloro che vivono lontani, spero solo che “le divinità della tecnologia” siano misericordiose e mi concedano un maggiore accesso a Internet per poter rispondere ai loro messaggi elettronici. Ma ormai lo sapete, l’Olimpo è capriccioso e Zeus non vuole liberare il fulmine della connessione. 

La mia casa, la mia piccola famiglia, le mie piante e gli animali che mi rendono la vita complessa e felice, sono anche loro tra le priorità. Non mi posso lamentare, è vero, perché non pretendono molto e mi danno tutto. Spero di poter ripassare insieme a mio figlio le sue prime lezioni di filosofia e di portare con me Reinaldo verso quello “sporco pezzo di mare” che è diventato nostro da oltre vent’anni. Mi concentrerò su questo obiettivo. Perché nei momenti di maggior pressione, è stata la gente che amo che mi ha aiutato a continuare a sorridere. 

Al centro di tutti i piani c’è il mio paese. Senza di lui non avrei casa, famiglia, amici, argomenti per scrivere, piani da compiere… neppure una pianta in un vaso da accudire. Anche se so che una casa può essere ovunque, ho deciso che il mio posto - a mio rischio e pericolo - può essere soltanto su questa Isola. Resto, nonostante tanti conoscenti partano e anche se il grande potenziale nazionale continua a essere frenato da un potere caduco e intollerante. Resto anche per aiutare dal mio posto nel giornalismo e nell’informazione a realizzare una Cuba libera, democratica, prospera e pluralista.
Come vedete l’elenco dei propositi per il 2014 mi ha preso la mano. Sono sicura che dovrò depennarne alcuni durante il percorso. Quali? Non lo so. Per ora voglio credere che siano tutti possibili.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La burocrazia spezza il sogno della ragazzina parsimoniosa

La Stampa

anna martellato

Ci aveva messo due anni per mettere insieme 260 euro e aprire un libretto postale. Ma l’addetto le rifiuta le monete: «Non possiamo ricevere più di 50 pezzi alla volta».



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I suoi risparmi erano tutti lì, racchiusi in quel salvadanaio rotto con il fiato sospeso prima di Natale. Accumulati pazientemente in due lunghi anni di mance e mancette, compleanni e premi, c’erano 260 euro, sia in banconote che monete. Un bel malloppo, se la risparmiatrice è una ragazzina di 12 anni. Con un sogno nel cassetto: comprare con quei soldi una chitarra per poi, in estate, frequentare un corso di musica. Ma burocrazia e regolamenti annessi e connessi hanno l’infallibile potere di disperdere in un bicchier d’acqua anche le cose più semplici.

Giusto prima di Natale infatti questa meticolosa ragazzina di Sacile, in provincia di Pordenone, ha varcato accompagnata dalla mamma le porte dell’ufficio postale del paese, in via Cavour, portando con sé i suoi risparmi ordinatamente suddivisi per pezzatura, quantità, taglia: banconote già contate e arrotolate, e 90 euro in monetine. L’idea era aprire un libretto postale, ma al momento della richiesta mamma e figlia si sono sentite dire: niente da fare. Per il contante nessun problema, ma la moneta non potevano accettarla. “Ci hanno detto che non potevano accettarle: solo 50 monetine per volta”, racconta Daniela Manfé, madre della ragazzina.

Impossibile esaudire quindi la richiesta della 12enne: è il regolamento, prima di tutto quello europeo prima che nazionale (e aziendale), che detta le regole. E che, stando a quanto si è attenuto l’addetto all’ufficio postale, vieta di accettare più di 50 pezzi in moneta. Nemmeno con l’alternativa di rateizzare il pagamento, stando a quanto riferisce la madre della ragazzina.

“Mi hanno detto di suddividere le monete in speciali contenitori di plastica, ma non sapevo dove trovarli, ne ignoravo persino l’esistenza - spiega Daniela Manfé -. Ho domandato dove potevo recuperare questi contenitori, ma non me l’hanno detto. A un certo punto, dopo mezz’ora, quando ho visto che la situazione non si sbloccava, mi sono irritata e ce ne siamo andate. Mia figlia? Non aveva capito perché non avessero accettato i suoi risparmi, ho dovuto spiegarglielo”. 

Altro che lezione di chitarra, è una bella lezione di burocrazia, come l’ha già ribattezzata il locale Gazzettino Nordest, che ha portato alla luce la vicenda. Chissà se in banca le monete accumulate in due anni di risparmi varranno un libretto. “Abbiamo ancora noi il ‘bottino’: proverò a chiedere alla mia banca, mi informerò, speriamo vada meglio - conclude Daniela Manfé -. Intanto stiamo domandando ad amici e parenti se hanno bisogno di monetine. Qui non mancano!”

La Thatcher era pronta a mandare l’esercito contro i minatori in sciopero

La Stampa

Escono i documenti segreti: «Nel 1984 a Lady di Ferro temeva di soccombere»



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Era tutto pronto a Londra nel 1984 per un risolutivo e drammatico intervento dell’esercito durante il duro braccio di ferro tra l’allora primo ministro conservatore Margaret Thatcher e i minatori

Era tutto pronto a Londra nel 1984 per un risolutivo e drammatico intervento dell’esercito durante il duro braccio di ferro tra l’allora primo ministro conservatore Margaret Thatcher e i minatori mobilitati in sciopero, in quello che si ricorda come un momento cruciale nella storia recente del Regno Unito.

Al contrario di quanto ufficialmente dichiarato dal governo infatti, la Thatcher aveva contemplato la possibilità di dichiarare lo stato di emergenza, ordinando ai militari di fare irruzione nelle miniere e prelevare il carbone necessario per il Paese sull’orlo della crisi energetica. È quanto risulta dai documenti ufficiali rimasti riservati per trent’anni e adesso resi pubblici.

Dagli archivi emerge inoltre come in quell’anno in più di un’occasione il governo e la Lady di Ferro - al contrario di quanto dichiarato pubblicamente - ebbero il reale timore di dover soccombere davanti alla determinazione dei minatori. La prima volta accadde a luglio, quando alla protesta si aggiunsero i lavoratori portuali: «Il tempo non è dalla nostra parte», ammise l’allora ministro del Lavoro Norman Tebbit in una nota riservatissima diretta alla Thatcher. Risale poi ad ottobre una lista delle «opzioni da scenario peggiore», che comprendeva «interventi-limite», redatta dopo che era ormai chiara l’intenzione dei minatori di non cedere di un millimetro minacciando di fatto la «chiusura totale» del Paese.