domenica 30 novembre 2014

Al freddo per colpa degli stranieri”. Reggio, tensione nel quartiere ghetto

La Stampa
franco giubilei

Gli italiani della zona Turri: “Ci tagliano le forniture perché loro non pagano”

1
A un passo dalla stazione di Reggio c’è un quartiere-ghetto dove vivono 5mila persone: almeno per il 60% sono stranieri - quelli regolari, perché se si contano anche i clandestini si arriva all’80% -, perlopiù cinesi, romeni, maghrebini, albanesi e, in aumento negli ultimi anni, pakistani e dal Bangladesh. Gli italiani rimasti, secondo uno studio della Cisl, in otto casi su dieci sono pensionati ultra 65enni. Succede che in una decina di palazzi concentrati fra via Turri e le strade vicine, una parte consistente dei condomini non paga le bollette da anni, e così Iren, l’azienda erogatrice, ha drasticamente ridotto le forniture di riscaldamento a fronte di un debito complessivo di un milione e mezzo: da 16 ore al giorno a 8 in una decina di caseggiati, il che significa che già ora si battono i denti. Se l’insolvenza non sarà risolta, da gennaio le forniture saranno tagliate del tutto. 

Ma il sistema del teleriscaldamento prevede che i contratti siano stipulati fra Iren e le amministrazioni di condominio, e non coi singoli proprietari, quindi resterà al freddo sia chi ha sempre pagato, sia i morosi. Potenzialmente è una bomba pronta a esplodere, anche perché quelli che non pagano spesso sono stranieri: c’è chi non ce la fa a star dietro alle bollette e chi, con l’appartamento già pignorato o con sistemi di riscaldamento di fortuna, semplicemente se ne frega. O c’è chi sparisce lasciando un mare di debiti. E poi ci sono proprietari senza scrupoli che riempiono gli alloggi con 10-15 persone, o le prostitute cinesi che lavorano negli appartamenti. 

A rimetterci sono persone come Nello Vezzani, 72 anni, pensionato, o i suoi vicini di casa marocchini che ora hanno i figli a letto con la febbre: loro sono in regola con la bolletta, eppure l’acqua calda nei termosifoni arriva razionata, per non parlare dell’eventualità che gli importi inevasi siano accollati ai condomini regolari rimasti. Un salasso che le trattative fra Iren, Comune e amministrazioni, con l’intervento della Cisl, cercano di scongiurare. «L’anno scorso ci hanno tolto l’acqua calda per due giorni ed è stato un assaggio – racconta Vezzani –.

Quest’anno, da una settimana, spengono il riscaldamento dalle 9 alle 16 e dalle 21 alle 6 del mattino, abbassando anche la potenza. La mia bronchite si è aggravata, e sono anche cardiopatico: chiederò un prestito in banca per sistemare un boiler e un impianto di condizionamento in casa». Solo nel palazzo di Vezzani, al 29 di via Turri, dove al pian terreno abbondano i negozi chiusi fra una rosticceria araba e un parrucchiere cinese, su 52 appartamenti 14 appartengono a “grandi debitori”. «Complessivamente sono interessate dal problema almeno 500 famiglie - spiega Loris Cavalletti, segretario regionale Cisl pensionati –.

Siamo intervenuti come sindacato perché Iren voleva staccare riscaldamento e acqua a tutti, così si è creato un tavolo col Comune e l’azienda. Noi avevamo proposto di individualizzare i contratti: si era prospettata una spesa di 3-5.000 euro a famiglia per modificare l’impianto, dilazionando il pagamento in bolletta negli anni, ma la proposta non è stata accettata». 

Adesso che il riscaldamento è stato ridotto indiscriminatamente, la grana è riscoppiata, ma le conseguenze potrebbero essere ancora peggiori: «Se si lasciano andare le cose, c’è il rischio che si inneschino tensioni e che tutto degeneri com’è successo altrove, che arrivi il Salvini di turno a strumentalizzare e a soffiare sul fuoco», dice Margherita Salvioli, segretaria provinciale Cisl. Eppure qui non mancano esempi di buona integrazione, come il progetto Abaco, con i volontari che fanno lezioni di recupero ai bambini figli di immigrati. «Servirebbe un progetto complessivo di cui dovrebbe farsi carico il Comune», aggiunge Salvioli. Possibilmente, prima che il quartiere Turri si trasformi in una nuova Tor Sapienza. 

Se Francesco legittima l'islam

Magdi Cristiano Allam - Dom, 30/11/2014 - 10:06

Le dichiarazioni rese dal pontefice in Turchia raffigurano una Chiesa cattolica irrimediabilmente persa nel relativismo religioso

Le dichiarazioni rese da Papa Francesco in Turchia raffigurano una Chiesa cattolica irrimediabilmente persa nel relativismo religioso che la porta a concepire che l'amore per il prossimo, il comandamento nuovo portatoci da Gesù, debba obbligatoriamente tradursi nella legittimazione della religione del prossimo, a prescindere dalla valutazione razionale e critica dei suoi contenuti, incorrendo nell'errore di accomunare e sovrapporre persone e religioni, peccatori e peccato.
1

Quando il Papa ha giustamente detto «la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l'Onnipotente è Dio della vita e della pace», dimentica però che il Dio Padre che concepisce gli uomini come figli, che per amore degli uomini si è incarnato in Gesù, il quale ha scelto la croce per redimere l'umanità, non ha nulla a che fare con Allah che considera gli uomini come servi a lui sottomessi, legittimando l'uccisione degli ebrei, dei cristiani, degli apostati, degli infedeli, degli adulteri e degli omosessuali («Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita... I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! ...

Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8:12-17). Quando il Papa all'interno della Moschea Blu si è messo a pregare in direzione della Mecca congiuntamente con il Gran Mufti, la massima autorità religiosa islamica turca che gli ha descritto la bontà di alcuni versetti coranici, una preghiera che il Papa ha definito una «adorazione silenziosa», affermando due volte «dobbiamo adorare Dio», ha legittimato la moschea come luogo di culto dove si condividerebbe lo stesso Dio e ha legittimato l'islam come religione di pari valenza del cristianesimo.

Perché il Papa non si fida dei propri vescovi che patiscono sulla loro pelle le atrocità dell'islam, come l'arcivescovo di Mosul, Emil Nona, che in un'intervista all' Avvenire del 12 agosto ha detto «l'islam è una religione diversa da tutte le altre religioni», chiarendo che l'ideologia dei terroristi islamici «è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli», e sostenendo senza mezzi termini che i terroristi islamici «rappresentano la vera visione dell'islam»?

Quando il Papa intervenendo al «Dipartimento islamico per gli Affari religiosi» ha detto «noi, musulmani e cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l'adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l'elemosina, il digiuno...», ha reiterato la tesi del tutto ideologica e infondata delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche e del Libro, che di fatto legittima l'islam come religione di pari valore dell'ebraismo e del cristianesimo e, di conseguenza, finisce per delegittimare il cristianesimo dato che l'islam si concepisce come l'unica vera religione, il sigillo della profezia e il compimento della rivelazione.

Così come quando il Papa ha aggiunto che «riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà», ha riproposto sia una concezione errata del dialogo, perché concepisce un dialogo tra le religioni mentre il dialogo avviene solo tra le persone e va pertanto contestualizzato nel tempo e nello spazio, sia una visione suicida del dialogo dal momento che il nostro interlocutore, i militanti islamici dediti all'islamizzazione dell'insieme dell'umanità, non riconosce né i valori fondanti della nostra comune umanità né il traguardo della pacifica convivenza tra persone di fedi diverse dall'islam.
Anche quando il Papa ha detto «è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani - tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione -, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri», ci trova assolutamente d'accordo. A condizione che l'assoluta parità di diritti e doveri concerne le persone, ma non le religioni. Perché se questa assoluta parità dovesse tradursi nella legittimazione aprioristica e acritica dell'islam, di Allah, del Corano, di Maometto, della sharia, delle moschee, delle scuole coraniche e dei tribunali sharaitici, significherebbe che la Chiesa ha legittimato il proprio carnefice che, sia che vesta il doppiopetto di Erdogan sia che si celi dietro il cappuccio del boia, non vede l'ora di sottometterci all'islam.
magdicristianoallam.it



I "fratelli" islamici di Papa Francesco uccidono i cristiani

Magdi Cristiano Allam - Lun, 12/08/2013 - 07:43


L'islam pretende di "superare" il cristianesimo e continua a massacrare gli "infedeli". Dimenticarlo è una manifestazione di relativismo religioso

Dopo Giovanni Paolo II che abbatté il muro di un millenario pregiudizio definendo gli ebrei «nostri fratelli maggiori» nel corso della sua storica visita alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, ieri Papa Francesco ha definito i musulmani «nostri fratelli» nell'Angelus a Piazza San Pietro rivolgendo loro un messaggio in occasione della festa della fine del Ramadan, il mese del digiuno islamico.
1
Ebbene, se è indubbio il legame teologico tra ebraismo e cristianesimo dato che Gesù era ebreo e il cristianesimo fa proprio l'Antico Testamento, all'opposto l'islam - affermatosi 7 secoli dopo - si fonda sulla negazione della verità divina dell'ebraismo e del cristianesimo concependosi come la religione che rettificherebbe le loro devianze, completando la rivelazione e suggellando la profezia.

Se «nostri fratelli» fosse usato in senso lato riferito alla nostra comune umanità le parole del Papa sarebbero ineccepibili. Ma se «nostri fratelli» è calato in un contesto teologico allora si scade nel relativismo religioso che annacqua l'assolutezza della verità cristiana mettendola sullo stesso piano dell'ideologia islamica che è fisiologicamente violenta al punto da non concepire Allah come «padre» e i fedeli come «figli», bensì come un'entità talmente trascendente da non poter neppure essere rappresentata e nei cui confronti dobbiamo esclusivamente totale sottomissione.

Solo nell'ebraismo e soprattutto nel cristianesimo, la religione del Dio che si è fatto uomo e dell'uomo concepito a immagine e somiglianza di Dio, Dio è padre, noi tutti siamo suoi figli e tra noi siamo fratelli. Papa Francesco all'Angelus dopo aver sostenuto che il cristiano «è uno che porta dentro di sé un desiderio grande, profondo: quello di incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli, ai compagni di strada», ha rivolto «un saluto ai musulmani del mondo intero, nostri fratelli, che da poco hanno celebrato la conclusione del mese di Ramadan, dedicato in modo particolare al digiuno, alla preghiera e all'elemosina». Se i musulmani sono «nostri fratelli» e se la missione del cristiano è «incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli», ci troviamo di fronte a un quadro teologico che mette sullo stesso piano cristianesimo e islam, considerandoli come due percorsi diversi ma che conducono entrambi allo stesso Dio.

Nel suo messaggio ai «musulmani del mondo intero» del 10 luglio, il Papa ha scritto: «Venendo ora al mutuo rispetto nei rapporti interreligiosi, specialmente tra cristiani e musulmani, siamo chiamati a rispettare la religione dell'altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori», specificando «senza fare riferimento al contenuto delle loro convinzioni religiose». Francesco aggiunge: «Uno speciale rispetto è dovuto ai capi religiosi e ai luoghi di culto. Quanto dolore arrecano gli attacchi all'uno o all'altro di questi!».

Ebbene se si mette sullo stesso piano cristianesimo e islam concependole come religioni di pari valenza e dignità senza però entrare nel merito dei loro contenuti, così come se si denuncia la violenza che si abbatte contro i capi religiosi e i luoghi di culto senza specificare che si tratta della violenza islamica ai danni dei cristiani, il risultato è che il Papa da un lato legittima l'islam che si concepisce come l'unica vera religione e, dall'altro, mostra arrendevolezza nei confronti del terrorismo e dell'invasione islamica che dopo aver sottomesso all'islam le sponde meridionale e orientale del Mediterraneo stanno ora aggredendo la nostra sponda settentrionale.

Il relativismo religioso è evidente anche nel messaggio rivolto dal cardinale Angelo Scola ai musulmani lo scorso 8 agosto in cui si legge: «La fedeltà ai precetti delle nostre rispettive tradizioni religiose, quali la preghiera e specialmente il digiuno da voi osservato nel mese di Ramadan, ci infonda fiducia e coraggio nel promuovere il dialogo e la collaborazione intesi come frutto necessario dell'amore di Dio e del prossimo, i due pilastri biblici e coranici di ogni autentica spiritualità». Concepire una continuità e un raccordo teologico tra ebraismo, cristianesimo e islam fondato sull'amore di Dio e del prossimo, è solo un auspicio contraddetto giorno dopo giorno dai fatti.

Il caso di padre Paolo Dall'Oglio, gesuita come il Papa, acceso relativista che ha a tal punto sostenuto la causa dell'islamizzazione della Siria da essere stato cacciato dal governo di Assad ma che ciononostante è stato sequestrato dai terroristi islamici siriani, ci conferma che gli islamici non rinunceranno mai a sottomettere i cristiani, gli ebrei, gli infedeli all'islam così come impongono loro Allah nel Corano e Maometto. Proprio ieri, mentre il Papa a Roma definiva i musulmani «nostri fratelli», i musulmani in Egitto hanno bruciato una chiesa e 17 case di cristiani.

Mentre la fine del Ramadan in Irak è stata festeggiata dai terroristi islamici sunniti con 10 autobombe causando la morte di 70 persone. Certamente il cristianesimo e la nostra comune umanità ci portano ad amare il prossimo a prescindere dalla sua fede, ideologia, cultura o etnia, ma l'adozione del relativismo religioso si traduce nel suicidio del cristianesimo e della nostra civiltà che ha generato i diritti fondamentali della persona e la democrazia.

twitter@magdicristiano



Minacce ai cristiani, ma il prete incolpa gli italiani

Andrea Zambrano - Mar, 26/08/2014 - 07:01

Reggio Emilia «Ragazzi, siate bravi musulmani e fate il Ramadan». Dopo la stagione degli auguri agli islamici per il mese sacro di penitenza, adesso l'asticella si alza con gli inviti.
 
1
E poco importa se la raccomandazione arriva da un sacerdote ed educatore. Don Giordano Goccini è responsabile della Pastorale giovanile della Diocesi di Reggio Emilia e direttore dell'oratorio cittadino Don Bosco. Il quartiere è la popolosa via Adua, una delle zone a più alta concentrazione di immigrati della città del Tricolore. Nei giorni scorsi lungo la recinzione del campo da calcio della diocesi è comparsa una scritta inquietante: «Cristiani buoni solo da morti».

Vandalismo? Stupidità? O un messaggio di odio religioso ben studiato? Difficile dirlo, anche perché la struttura non è dotata di telecamere, ma la Digos, allertata da un cittadino, ha sequestrato lo striscione e ha iniziato le indagini per vilipendio alla religione.

Tutte le piste sono aperte. Anche quella che potrebbe eventualmente portare alla vicina moschea di via Gioia. Per lo meno è una delle direzioni verso cui si muoverà la Polizia che ha manifestato l'intenzione di indagare a 360 gradi. La cosa però non convince don Goccini, che, intervistato dal Resto del Carlino , sembra aver già risolto il caso: «No, non possono essere gli islamici che vivono qui, il cartello è scritto bene. Semmai è un gesto di odio che vuole alimentare la tensione tra cristiani e islamici. Penso a un italiano». Paradossale caso di discriminazione al contrario, dove per difendere a spada tratta una categoria si getta fango sull'altra.

Ma il sacerdote non è nuovo a fughe in avanti, come quando invitò in parrocchia Beppino Englaro, costringendo il vescovo di allora a fare retromarcia. Però il caso sembra stargli a cuore più che l'apostolato, oggi parola tabù confusa con inculturazione. Così, invece di insistere per portare in chiesa i ragazzi della zona, don Goccini è arrivato anche a invitarli alle buone pratiche islamiche. «Da noi ci sono ragazzi che praticano un islam moderato. A volte sono io che gli dico di fare il Ramadan». Una resa buonista? O un sincretismo religioso decisamente inattuale visto quello che succede ai cristiani in Irak? Detta così di sicuro una gaffe perché sembra suonare come un invito a non essere moderati, ma a mettere in pratica tutte le prescrizioni dell'islam. Speriamo non il jihad, anch'esso imposto dal Corano al pari del mese di digiuno.



Il predicatore del jihad scelto per il giorno più importante

Redazione - Sab, 10/08/2013 - 07:05

Il caso è scoppiato giovedì: alla fine di un mese di Ramadan tranquillo, con 10mila persone alla festa di rottura del digiuno all'Arena civica, il Coordinamento dei centri islamici milanesi ha invitato a condurre la preghiera un personaggio dal profilo ideologico quantomeno discutibile. L'imam invitato dal Caim è stato lo Sheykh Riyad Al Bustanji. Il giordano-palestinese, presentato come un «sapiente» noto per avere concluso a 24 anni l'apprendimento mnemonico di tutto il Corano, era stato protagonista presso una tv satellitare mediorientale di un'intervista (tuttora in rete) in cui parla del «martirio» religioso e confessa di aver portato sua figlia a Gaza per imparare dalle donne palestinesi come si allevano i figli al «jihad» e al martirio. Ovviamente la circostanza che un tale personaggio abbia avuto il posto di «ospite d'onore» alla principale celebrazione del Ramadan di Milano, con 10mila persone e l'assessore comunale all'Educazione Francesco Cappelli, ha suscitato reazioni indignate



A Milano l'imam dei martiri. Gli ebrei: "Pisapia si dissoci"

Alberto Giannoni - Ven, 09/08/2013 - 08:49

I centri islamici invitano il predicatore del jihad all'Arena. Omaggio dell'assessore. L'opposizione: "Follia"

Sembra proprio che l'Islam milanese non riesca a tenersi fuori dalle polemiche. Il caso che accende di nuovo i riflettori sulle «moschee» cittadine - alla fine di un mese di Ramadan filato via liscio come l'olio - è la partecipazione, ieri, alla festa di rottura del digiuno all'Arena civica, di un personaggio dal profilo ideologico quantomeno discutibile.

1
L'imam invitato dal Coordinamento dei centri islamici milanesi a condurre la preghiera è lo Sheykh Riyad Al Bustanji. Il giordano, presentato come un sapiente noto per avere concluso a 24 anni l'apprendimento mnemonico di tutto il Corano era stato protagonista presso una tv satellitare mediorientale - l'ha raccontato Andrea Morigi su «Libero» - di un'intervista (tuttora in rete) in cui parla del «martirio» religioso e confessa di aver portato sua figlia a Gaza per imparare dalle donne palestinesi come si allevano i figli al «jihad» e al martirio.

Ovviamente la circostanza che un tale personaggio abbia avuto il posto di «ospite d'onore» alla principale celebrazione del Ramadan di Milano, con 10mila persone e l'assessore comunale all'Educazione Francesco Cappelli, ha suscitato reazioni indignate. L'assessore ha preferito non commentare. «Non so quale sia la notizia più clamorosa - ha detto Riccardo De Corato, vicepresidente del Consiglio comunale per Fratelli d'Italia - se quella del predicatore pro-jihad accolto a braccia aperte o di un assessore che presenzia senza battere ciglio al suo sermone. Siamo davvero alla follia». De Corato fra l'altro ha chiesto le dimissioni del coordinatore del Caim Davide Piccardo, sottolineando come sia stato candidato in passato in Sel, il partito del sindaco.
Da parte sua Piccardo si compiace del messaggio della Curia e della presenza dell'assessore, che a sua volta ha portato una lettera del sindaco, Giuliano Pisapia. Quanto all'imam, dice: «È molto bravo e molto noto per la sua scienza del Corano. Ha dedicato il suo discorso soprattutto a indicazioni etiche, ricordando che il musulmano deve essere un testimone di fede e mai elemento di disturbo». «Ha la sua posizione sulla Palestina, per la libertà e contro l'occupazione, ma ha sempre rispettato la legalità e non ha mai preso posizioni che contraddicano la nostra visione delle cose, che esclude il ricorso alla violenza come strumento di proselitismo o affermazione dei principi religiosi».

La Comunità ebraica di Milano, tuttavia, è allarmata. Il presidente, Walker Meghnagi si dice «stupito che un personaggio del genere possa essere ricevuto dall'assessore». «É un autogol del Comune - aggiunge - mi auguro che il sindaco, che è un nostro amico e una persona di valore, voglia prendere le distanze». Anche il portavoce della sinagoga del centro, Davide Romano, è molto netto: «Da anni difendiamo i diritti dei musulmani ad avere una moschea, ma se hanno in mente di aprirla a chi istiga al suicidio dei bambini proprio non ci siamo». Le domande rivolte a Piccardo: «Sapeva di queste posizioni dell'imam? Le condanna?». «E l'assessore, che è delegato all'Educazione - conclude - era informato su chi aveva davanti? Conosceva le sue idee? Spero non abbia problemi a condannarle».



Caro Papa, accogli in Vaticano i musulmani convertiti a Gesù

Redazione - Lun, 15/10/2012 - 07:12

Chiedo al Papa che ha avuto il coraggio di darmi il battesimo, vincendo sia la paura della vendetta islamica sia la resistenza interna alla Chiesa, di accogliermi con una delegazione di musulmani convertiti al cristianesimo in Europa e nel mondo. L'idea, che ho subito accolto con entusiasmo, è di Mohammed Christophe Bilek, franco-algerino che ha fondato l'associazione Notre Dame de Kabylie. Attraverso il sito www.notredamedekabylie.net promuove la missione della conversione dei musulmani al cristianesimo attraverso un dialogo fondato sulla certezza della nostra fede e sull'ottemperanza dell'esortazione di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15-18).

Per quanto il fenomeno sia avvolto dalla segretezza e diventa pertanto difficile attestare delle certezze, da varie fonti si rileva che sarebbero tantissimi i musulmani che abbracciano la fede in Cristo. Nel 2006 lo sheikh Ahmad al-Qataani, intervistato da Al Jazeera, diede queste cifre: «Ogni ora 667 musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni giorno 16mila musulmani si convertono al cristianesimo. Ogni anno 6 milioni di musulmani si convertono al cristianesimo».

Parlando ieri a Parigi, Bilek ha detto che persino in Arabia Saudita, la culla dell'islam e custode dei due principali luoghi di culto islamici, ci sarebbero 120mila musulmani convertiti al cristianesimo. Dati del 2008 indicavano che i musulmani convertiti erano 5 milioni nel Sudan, 250mila in Malesia, oltre 50mila in Egitto, dai 25 ai 40mila in Marocco, 50mila in Iran, 5mila in Irak, 10mila in India, 10mila in Afghanistan, 15mila in Kazakistan, 30mila in Uzbekistan.

Sono stato a Parigi nel fine settimana per tenere una conferenza dal titolo «L'Europa e le sue radici di fronte all'incalzare della cristianofobia», organizzata dalle associazioni Tradizione Famiglia Proprietà, presieduta da Xavier Da Silveira, e Cristianità-Solidarietà fondata da Bernard Antony. Era il giorno dopo l'annuncio del conferimento del Premio Nobel della Pace all'Unione europea. Che scandalo nel momento in cui l'Unione europea in Siria è schierata dalla parte degli estremisti islamici che stanno perpetrando un vero e proprio genocidio nei confronti dei cristiani! In serata, nella piazza antistante la Chiesa di Sant'Agostino, un berbero algerino anch'egli convertito, ho partecipato a una veglia di solidarietà e preghiera con i cristiani perseguitati.

Nel mio intervento ho azzardato questa previsione: «Più vado avanti, più mi guardo attorno, più valuto il tutto, più mi convinco che il futuro della civiltà laica e liberale, democratica e dello stato di diritto, dipenderà dalla sua capacità di prendere le distanze dall'islam come religione senza discriminare i musulmani come persone. Così come sono sempre più consapevole che ci salveranno i cristiani fuggiti dalla persecuzione islamica. Solo chi ha vissuto sulla propria pelle la tirannia dell'islam saprà convincere l'Occidente sulla verità dell'islam. Coloro che hanno tenuta salda la fede in Gesù sconfiggeranno l'islam, salveranno il cristianesimo in quest'Occidente scristianizzato e salveranno la nostra civiltà. Grazie Gesù!».

È stato subito dopo la mia conferenza di fronte a 500 persone che confortano sulla tenuta del cristianesimo, che Bilek mi ha rivolto l'invito a promuovere un'associazione che aggreghi i musulmani convertiti al cristianesimo in tutt'Europa. A me l'idea di essere qualificato come «ex musulmano» non piace affatto, mi sento e voglio essere considerato esclusivamente cristiano così come sono orgogliosamente italiano anche se di origine egiziana. Ma afferro il senso del messaggio: bisogna dar vita a un'istituzione che incoraggi i musulmani a vincere la paura, a battezzarsi pubblicamente, a vivere apertamente la loro nuova fede.

Entrambi siamo consapevoli che il vero problema sono i cristiani autoctoni, perché sono innanzitutto loro ad avere paura. Innumerevoli sono le denunce fatte da musulmani che vorrebbero ricevere il battesimo ma si trovano di fronte al rifiuto di sacerdoti cattolici perché non vogliono violare le leggi dei Paesi islamici che vietano e sanzionano con il carcere e talvolta con la morte sia chi fa opera di proselitismo sia chi incorre nel «reato» di apostasia.

Ed è paradossale che mentre le chiese si svuotano sempre più al punto che vengono messe in vendita e finiscono per trasformarsi in moschee, la Chiesa blocchi la conversione dei musulmani al cristianesimo. Ecco perché rivolgo un appello al Santo Padre: accolga in Vaticano i convertiti al cristianesimo per lanciare un messaggio chiaro e forte a tutti i pastori della Chiesa a favore dell'evangelizzazione dei musulmani. Saranno loro ad affrancarci dalla dittatura del relativismo religioso che ci costringe a legittimare l'islam, a restituirci la fede solida nella verità in Cristo e a salvare la nostra civiltà laica e liberale che, piaccia o meno, si fonda sul cristianesimo.

twitter@magdicristiano



Intrigo islamico contro la bimba cristiana

Magdi Cristiano Allam - Lun, 03/09/2012 - 09:14

Arrestato l’imam che aveva accusato falsamente la ragazzina down di aver bruciato il Corano

La buona notizia è che Ri­msha Masih, una bambina cristiana pachistana undi­cenne disabile con problemi men­tali, che dallo scorso agosto è in car­cere con l'accusa di blasfemia che comporta la condanna a morte, potrebbe forse oggi stesso essere ri­lasciata dietro cauzione dopo l'ar­resto del suo principale accusato­re, l'imam Khalid Jadoon, denun­ciato dal religioso islamico Hafiz Mohammad Zubair perché ha fal­sificato le prove.

1
La cattiva notizia è che si tratta dell'ennesimo caso che evidenzia sembra ombra di dubbio che negli Stati a maggioranza islamica è in atto un vero e proprio sterminio dei cristiani, istituzionalizzato da leggi discriminatorie, legittimato da innumerevoli versetti del Cora­no e dall'esempio di Maometto che ordinano di uccidere i «trinita­ri », i «crociati» e tutti i non musul­mani accumulati come «infedeli», trasmesso di generazione in gene­razione attraverso una cultura dell'intolleranza che esalta l'islam come l'unica «vera» religione, pra­ticato dagli estremisti islamici che ormai sono al potere pressoché ovunque dal Marocco al Pakistan.

Chiariamo subito che né il reli­gioso islamico che ha denunciato l'imam di aver aggiunto pagine del Corano a quelle che sarebbero sta­te bruciate dalla bambina cristia­na, né il giudice che ha disposto il fermo dell'imam per 14 giorni di carcere giudiziario, hanno formal­mente scagionato Rimsha dall'ac­cusa di blasfemia. Per entrambi il reato di blasfemia sussiste ma s'im­pone un'indagine collaterale per­ché l'imam ha manipolato le pro­ve. Il suo comportamento si spie­gherebbe perché il testo che sareb­be stato bruciato dalla bambina è il Noorani Qaida, un manuale uti­lizzato per imparare le basi dell' arabo e del Corano, che è stato ri­trovato nella spazzatura avvolto in un sacchetto di plastica.

L'oggetto dell'oltraggio sarebbero quindi dei versetti del Corano menziona­ti in un manuale scolastico, che non è però qualificabile come te­sto sacro qual è il Corano che per i musulmani è della stessa sostanza di Allah, il loro dio «incartato». Il presidente del Consiglio degli ulema del Pakistan, Tahir Ashrafi, ha chiesto a tutti gli ulema (giure­consulti islamici) di collaborare per una giusta punizione dell' imam. Al tempo stesso, e qui sta la novità che ci fa sperare bene, ha sollecitato il capo dello Stato Asif Ali Zardari affinché faccia liberare subito Rimsha e ne garantisca la si­curezza. Per oggi è attesa la senten­za del tribunale.

Ci auguriamo che la piccola Ri­msha venga liberata e le sia restitui­to il diritto inalienabile alla vita. Ma non possiamo non prendere atto che anche questo eventuale atto riparatorio avviene nel conte­sto di una barbarie islamica che condanna i cristiani ad essere pe­rennemente passibili della con­danna a morte. Così non possia­mo dimenticare che tutte le fami­glie cristiane nel villaggio di Mehrabadi, dove risiede Rimsha alle porte di Islamabad, sono già state costrette ad abbandonare le loro case per prevenire le rappresa­glie violente degli islamici che si abbattono indistintamente su tut­ti i cristiani. Viene del tutto meno il principio della responsabilità sog­gettiva, il cardine dello stato di di­ritto, sostituito dall'arbitrio della responsabilità collettiva: si viene discriminati, perseguitati e uccisi per il semplice fatto di essere cri­stiani.

È quanto sta accadendo a Rable, l'ultima cittadina siriana prima del confine libanese, dove 12 mila abitanti cristiani sono da settima­ne assediati da migliaia di terrori­sti islamici pachistani, afghani, egi­ziani, tunisini e libici, rischiando di morire di fame. La denuncia ci è stata fatta da padre Nader Joubail, un coraggioso sacerdote libanese impegnato nel salvare centinaia di migliaia di cristiani che stanno fuggendo dalla Siria dalla cosid­detta «rivolta popolare» che do­vrebbe tradursi nella democrazia. Padre Nader, come tutti coloro che vivono nei Paesi a maggioran­za islamica, ha le idee molto chia­re: «Democrazia e islam sono in­compatibili. Nel Corano non vi è traccia né di democrazia né di li­bertà. Gli islamici al potere impon­gono la sharia, che è l'opposto del­la democrazia e della libertà». Ep­pure Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia sosten­gono pubblicamente e militar­mente questi terroristi islamici, af­fiancati da Turchia, Arabia Saudi­ta e Qatar.

Siamo di fronte ad una strategia che deliberatamente persegue lo sterminio dei cristiani sopravvis­suti all'islamizzazione forzata ini­ziata nel settimo secolo. E noi cri­stiani sulla sponda europea del Mediterraneo sosteniamo i carne­fici islamici che contemporanea­mente ci stanno invadendo diffon­dendo a macchia d'olio le mo­schee, le scuole coraniche, gli enti assistenziali, le banche islamiche, i tribunali shariatici. Siamo ciechi, sordi, pavidi, ignoranti, folli, suici­di, criminali. Se oggi, come auspi­chiamo, sarà rilasciata dietro cau­zione Rimsha, non esultiamo co­me se si trattasse di una vittoria cal­cistica.

Salviamo i cristiani!



Toh, sui giornali i terroristi non sono più «islamici»

Magdi Cristiano Allam - Lun, 27/10/2014 - 07:00

I «terroristi islamici» non esistono. Oggi vengono occultati dai mezzi di comunicazione di massa con l'eufemismo «jihadisti». Ma quanti italiani sanno che cosa significhi «jihadisti» o «jihad»? Il motto dei Fratelli musulmani evidenzia il significato più genuino del jihad : «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro leader. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è il nostro sentiero. Morire lungo il sentiero di Allah è la nostra aspirazione massima».

Il divieto di usare il termine «terrorismo islamico» fu formalizzato nel 2006 (...)

(...) dall'Unione europea. È sconvolgente il fatto che mentre i terroristi islamici sgozzano, decapitano e massacrano in ottemperanza ai versetti coranici e ai detti e fatti attribuiti a Maometto, l'Occidente - pur di negare l'evidenza - si sia spinto fino a «scomunicare» i terroristi islamici. Lo scorso 14 settembre, dopo la decapitazione dell'ostaggio britannico David Haines, il premier Cameron ha detto che i terroristi islamici dell'Isis «non sono musulmani ma mostri», «dicono di fare questo in nome dell'islam. È assurdo, l'islam è una religione di pace». Anche il presidente americano Obama, intervenendo all'Assemblea generale dell'Onu lo scorso 24 settembre, ha scagionato l'islam: «Gli Stati Uniti non saranno mai in guerra contro l'islam. L'islam insegna la pace».

Ma lo sanno Obama e Cameron che il capo supremo del sedicente «Stato islamico», l'autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi, oltre ad essere musulmano ha un dottorato di ricerca in Scienze islamiche? Secondo loro questi tagliatori di teste se non sono musulmani che cosa sarebbero? Di quale islam parlano? Il Corano è unico e di Maometto ce n'è solo uno. Il vescovo di Mosul, Emile Nona, intervistato da l'Avvenire lo scorso 12 agosto, ha detto che l'ideologia dei terroristi islamici «è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli», e che i terroristi islamici «rappresentano la vera visione dell'islam».

Eppure il 23 ottobre, sotto l'egida della presidente della Camera Laura Boldrini, la stampa cattolica ( L'Avvenire , Famiglia Cristiana e la Fisc), hanno promosso la campagna «Anche le parole possono uccidere», in cui si denuncia anche l'uso della parola «terrorista» in rapporto ai musulmani. Sempre la Boldrini aveva sponsorizzato nel 2007, da portavoce dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, con l'Ordine nazionale dei giornalisti e la Federazione nazionale della stampa, la «Carta di Roma», in cui si chiede di sostituire la parola «clandestino» con «migrante». Ebbene, dopo che nessun mezzo di comunicazione di massa usa più la parola «clandestino», ci ritroviamo in un'Italia in cui la clandestinità non solo non è più reato ma in cui risorse nazionali sono spese per favorire l'auto-invasione.

Inevitabilmente accadrà lo stesso con l'abolizione della parola «terrorista islamico». Già oggi i terroristi islamici con cittadinanza europea, che rientrano dopo aver ucciso, sgozzato e decapitato in Siria e Irak, vengono accolti con la disponibilità riservata al figliol prodigo della parabola evangelica. Consentiamo che nelle moschee e sui siti Internet si predichi l'odio e la violenza nei nostri confronti, concependolo come libertà d'espressione fintantoché non si traduce concretamente nella nostra morte. Di questo passo finiremo per giustificare i terroristi islamici fino a legittimarli, sottoscrivendo noi stessi il nostro suicidio e la fine della nostra civiltà.

Facebook.com/ MagdiCristianoAllam

sabato 29 novembre 2014

Buon compleanno Emma, la nonna d’Europa ha 115 anni

La Stampa
carlo bologna

Verbania, è in pensione dal 1954, ha visto 11 Papi, perse un figlio e scappò dal marito “La mia dieta? Due uova al giorno. Renzi? Non lo conosco, non guardo più la tv”



Emma Morano fotografata ieri nella sua casa di Verbania


Stringe tra le mani la moneta rosa di Expo 2015, avvolta nello scialle di lana. Emma Morano oggi compie 115 anni e non ha bisogno di fare testa o croce per sapere cosa le riserverà il destino. È la donna più anziana d’Europa, la sesta al mondo. La più longeva di sempre in Italia. Carla Fracci, ambasciatrice dell’evento mondiale milanese, le ha fatto recapitare nella casa di Verbania un messaggio d’auguri, invitandola.

Di sicuro quel tema «nutrire il pianeta, energia per la vita» che da maggio a ottobre animerà il dibattito su cibo, risorse e alimentazione sembra un abito cucito su misura per Emma. Nella sua cavalcata attraverso i secoli questa ragazza del 1899 ci ricorda l’importanza della semplicità. A partire proprio dalla dieta che l’ha portata a raggiungere questo traguardo speciale: colazione con un uovo e fette biscottate, a pranzo pastina con un etto di carne cruda macinata e un vasetto di frutta; alle 15 il secondo uovo e qualche biscotto. Alle 18 ancora pastina, a mezzanotte un po’ di banana liofilizzata.

«Come sto? Bene, tranquilla - risponde -. Come un Papa». Con la differenza che lei è in poltrona a raccontare, mentre dal giorno della sua nascita ad oggi sulla cattedra di Pietro si sono avvicendati undici pontefici. Da Leone XIII a Francesco. Inutile indagare, però, sul Papa argentino. L’espressione è la stessa quando sente il nome del premier di oggi, Matteo Renzi: «No, non li conosco. La televisione è da tanto che non la guardo più, guardavo Rete4 ora mi stanco. Il re? Sì, di lui mi ricordo e anche della regina».

L’omaggio della memoria è per Vittorio Emanuele III, salito al trono un anno dopo la nascita di Emma, il 29 novembre di quel 1899 nel paesino vercellese di Civiasco. Certo, oggi c’è la repubblica e Emma lo sa bene: il prefetto Francesco Russo anche quest’anno le consegnerà gli auguri del presidente Napolitano che l’ha insignita, con premier Monti, del titolo di cavaliere. Il diploma è in bella mostra sulla credenza in cucina, accanto all’unica scatola di medicinali.

«Il medico - sorride vicino al calorifero - viene una volta al mese per i controlli, ho appena ricevuto i risultati delle analisi, va tutto bene». Il vaccino antinfluenzale? Mai fatto, conferma il dottor Carlo Bava. Il mondo di Emma oggi è chiuso in una stanza. I giorni indimenticabili? Non ha dubbi: «Quando andavo a ballare, da giovane. Da Civiasco mi ero trasferita a Villadossola, nelle case operaie dietro l’acciaieria. Avevo molti corteggiatori, quando non tornavo a casa in tempo arrivava mia madre e mi prendeva a bacchettate sulle gambe». 

A 13 anni aveva iniziato a lavorare allo Jutificio Ossolano, confezionava sacchi. «Poi ho iniziato a stare male e per guarire mi sono trasferita a Pallanza, dove c’era l’aria migliore, anche se ho continuato a fare lo stesso lavoro». Fino al 1954 quando è andata in pensione, giusto sessant’anni fa. 
Nel frattempo la vita l’ha messa duramente alla prova: «Augusto, il mio fidanzato di Villadossola, era partito per la guerra. Non è mai più tornato». In realtà l’Associazione nazionale Alpini ha scoperto che Augusto Barilati, classe 1894, al rientro dal fronte fu assegnato alle acciaierie Breda di Milano e non si fece più vedere. Ma alla signora Emma non abbiamo avuto il coraggio di dirlo. Perché un marito poi lo trovò, anche se non durò a lungo.

La nonna d’Europa infatti è stata capace di gesti moderni: «Mi picchiava - racconta - e dopo l’ennesima umiliazione decisi di separarmi nel 1938». Un anno prima era nato un bimbo, morto a pochi mesi. Nulla la teneva legata a quella catena di sofferenze. Di quei giorni Emma ricorda anche le continue sfilate delle camicie nere di Mussolini. Eppure, dopo tanto dolore, era tornata a riassaporare la sua libertà. Sarebbe arrivata una nuova guerra, il mondo sarebbe cambiato ad una velocità supersonica. Ci sarebbe stato tempo per imparare nuove canzoni, Nilla Pizzi e Claudio Villa tra i preferiti, e sognare senza spostarsi troppo da casa. In fondo la lezione è semplice: il tempo non si sfida, si vive.

Qualsiasi cosa ti riservi. Ma non raccontate a Emma, che aveva settant’anni quando l’uomo ha messo piede sulla Luna, che oggi c’è una donna, Samantha Cristoforetti, su un’astronave in viaggio nello spazio. Non ditelo soprattutto a lei, che timidamente ci ha confidato: «Roma? No, non ci sono mai stata. Nemmeno all’estero. Il mare l’ho visto a Genova ma il mio mondo era tra Pallanza e Varallo Sesia, dove avevo i parenti». Il suo piccolo mondo antico.

Alieni, la rivelazione dell'ex Nasa: "Ho visto due uomini correre su Marte"

Libero

EGao=--
Una ex dipendente della Nasa ha rivelato, in un'intervista radiofonica, di aver visto due esseri viventi camminare su Marte. La donna, che non ha svelato la propria identità (si fa chiamare Jackie), ha spiegato che i fatti sarebbero avvenuti nel 1979, in occasione dello sbarco del Lander Viking su Marte. Jackie ha affermato che anche gli altri colleghi avrebbero visto la scena.

I filmati - La scena è stata immortalata, e i filmati sono stati inviati sulla Terra: dalle immagini si possono vedere le due figure mentre indossano tute spaziali particolari, più leggere e meno ingombranti, in modo tale da permettere una migliore mobilità. Ma poco dopo le immagini sparirono, e la sala video fu chiusa ermeticamente con del nastro adesivo. Jackie ora chiede di riaprire il caso, ma la Nasa non ha ancora risposto

Case occupate, così lo Stato aiuta il racket

Enrico Silvestri - Sab, 29/11/2014 - 08:44

Gli sgomberi stavano funzionando ma ora scompare il reato

1
Milano - Caduti sul traguardo come Dorando Pietri alle Olimpiadi di Londra: appena gli sgomberi sembrava stessero dando risultati pratici, drastica diminuzione delle occupazioni abusive, arriva la legge delega che depenalizza il reato. In pratica invadere «terreni o edifici» diventerà un semplice illecito amministrativo. E ora il ministro dell'Interno Angelino Alfano si appresta a varare i decreti attuativi che spunteranno definitivamente ogni arma contro il racket delle case pubbliche.

Perché deve essere chiaro che nella maggior parte dei casi, dietro le occupazioni di case pubbliche ci sono vere e proprie organizzazioni che gestiscono l'«assegnazione» clandestina degli alloggi. Piccoli e grandi «racket» in grado di offrire l'appartamento «chiavi in mano» e con tutti i vari accessori. Vale a dire con cifre oscillanti tra i 1.000 e i 2.000 euro l'«assegnatario» viene accompagnato sino alla porta, sfondata e sostituita con una nuova. Spesso sono appartamenti sfitti, spesso di anziani ricoverati in ospedale. E all'abbisogna ci sono anche i «figuranti», appunto donne incinte e bambini da esibire all'arrivo della polizia.

In questo modo a Milano si era arrivati a punte di una decina di occupazioni al giorno. Con gli inquilini sempre più spesso minacciati affinché non denuncino l'occupazione. La situazione è via via degenerata, portando a poco meno di 7mila il numero delle case, con interi condomini in mano alla criminalità. Spesso infatti gli occupanti sono delinquenti comuni che usano il palazzo come covo e le cantine come deposito di refurtiva. E senza nemmeno pagare le utenze, perché si allacciano ai contatori condominiali.

Ai primi di novembre dopo un tavolo congiunto in Prefettura, sono iniziati gli sfratti, trovando però una forte resistenza negli antagonisti, «utili idioti» che fanno inconsapevolmente il gioco dei racket. E in almeno cinque occasioni lo sgombero si è trasformato in corrida. Però alla fine l'operazione ha portato a qualche risultato: la diminuzione delle occupazioni. Così già a metà mese il primo segnale: dalle dieci occupazioni al giorno, tra lunedì 17 a giovedì 20 scendiamo a quattro complessivamente, una sola riuscita. Ancora meno negli ultimi otto giorni: sei in tutto. Un indizio in più sull'esistenza delle organizzazioni che, spaventate per il clamore attorno al fenomeno, sembra abbiano deciso di ridurre gli assalti.

Assalti che potrebbero riprendere non appena passeranno i decreti attuativi della legge delega del 28 aprile che trasformerà il reato di «invasione di terreni ed edifici»» in illecito amministrativo. Praticamente occupare un alloggio equivarrà a un divieto di sosta. Mentre la Regione stanzia oltre mezzo milione per contrastare il fenomeno. Il piano prevede la messa in sicurezza l'alloggio 24 ore dopo l'occupazione, interventi di riqualificazione e individuazione del nuovo assegnatario entro un mese e il suo ingresso entro dieci giorni.



"Ignorante, fai schifo, sei un servo". Così l'immigrata rispetta il poliziotto

Paola Fucilieri - Ven, 28/11/2014 - 18:04

La giovane provoca un agente durante lo sgombero a Milano: "Fai schifo servo del potere". E le immagini infiammano il web. Intanto una legge aiuta gli abusivi

Una legge delega il governo a depenalizzare una parte delle occupazioni abusive, proprio mentre accade questo sconcertante episodio.



San Siro, via Tracia 7, mercoledì. La ragazza di colore è giovane, carina, parla un italiano fluente e in quel momento sa di avere un pubblico compiacente di «compagni» dei centri sociali. Conscia della telecamera che la riprende e che più alzerà i toni, più quel filmato online arriverà a tutti. Quale miglior occasione per mostrare le sue doti da oratrice (offensiva), davanti a chi sa benissimo che non può reagire? Vittima suo malgrado un poliziotto del reparto mobile, spesso chiamato celerino.

Casco azzurro, scudo trasparente, manganello rivolto verso il basso l'uomo resta immobile e abbozza un sorriso rassegnato: sta facendo il suo lavoro, sgomberare una famiglia che occupa abusivamente uno stabile Aler. È uno di quei tutori della legge per cui, negli anni Settanta, nel Regno Unito, è stato coniato l'acronimo Acab (All cops are bastards, tutti i poliziotti sono bastardi) e in Italia, qualche anno fa, su questi agenti e ispettori che si beccano il peggio di un lavoro malpagato e difficile, ci abbiamo anche fatto un film. La ragazza, però, ci va giù duro, il ciak non c'è e il celerino non è l'attore Pierfrancesco Favino.

«Quando andrai a fare una roba sensata nella vita? - gli grida in faccia la ragazza avvolta in un giubbotto nero, agitando enfatica le mani coperte dai guanti marroni -. Mi dispiace perché non capisci, non ci arrivi e non ci arriverai mai e morirai infelice, ma tu nel mondo sei servo del potere. C'è della gente che ti mangia in testa e te sei qua a sgomberare una famiglia con quattro bambini, hai capito? Hai capito perché fai schifo?».

Il poliziotto non risponde, tutto sembra, deve scivolargli addosso. Nessuno lo consola. Qualcuno, però, cerca di confortare la ragazza che, poverella, con tutta quella prosopopea demagogica da due soldi, ne ha proprio bisogno.

 Un compagno, dopo la prima frase, infatti, la interrompe comprensivo: «Non capisce un c... - dice rivolto a lei ma indicandole il poliziotto -. È ignorante. Fa 'sto mestiere perché non ha studiato nella vita, lascialo stare». Un altro aggiunge: «Ha tolto gli specchi in casa perché non si può guardare la mattina». E il dialogo si fa sempre più strutturato, concettuale e impegnato quando, al termine del soliloquio della ragazza, l'amico con la maglia a righe e i capelli alla Caparezza che sta vicino a lei, sempre rivolto al poliziotto, aggiunge truce: «Chi ve l'ha insegnato a fare 'sto lavoro? Il Grande Puffo. Mah, veramente...».

Il capo della polizia, prefetto Alessandro Pansa, persona illuminata, dovrebbe capire che «'sti ragazzi», che svolgono «'sto lavoro» dove, tanto per restare in tema, la saggezza del Grande Puffo latita ma l'ignoranza dei troppi Gargamella impera, vanno premiati. Glielo ricorda il Sap, con il suo segretario generale, Gianni Tonelli. «Abbiamo bisogno, concretamente, di sentire i vertici del Dipartimento della pubblica sicurezza dalla nostra parte: nel 2012 il comandante generale dell'Arma conferì l'encomio solenne al carabiniere insultato da un manifestante No Tav per il lodevole comportamento tenuto a fronte della grave provocazione subita.

Ci auguriamo che il prefetto Pansa faccia la stessa cosa con il poliziotto insultato a San Siro durante gli sgomberi. In questo caso, addirittura, a essere riempito di improperi e offese è stato un intero contingente di operatori. «Possibile - chiede il segretario del Sap - che un poliziotto o un carabiniere siano considerati bravi solo si espongono a rischi fisici, se vengono insultati, aggrediti, se sono oggetto di lanci di pietre? A questo gioco al massacro noi non ci stiamo più».

Del resto se il governo attuerà la legge delega in Gazzetta ufficiale già da maggio scorso, saranno depenalizzate le occupazioni abusive, a meno che non abbiano a oggetto edifici pubblici o siano compiute armi alla mano o in gruppi numerosi. Un bel segnale.

I conti di Grillo tornano: ecco come fa soldi in Rete

Clarissa Gigante - Sab, 29/11/2014 - 08:13

Al comico interessano soltanto i clic: è un giro d'affari da centinaia di migliaia di euro ogni anno. Altro che crisi: la pubblicità abbonda anche sui siti gestiti da Casaleggio associati

1
Quanto vale un partito? Vale i voti che riesce a prendere alle urne. Ma anche il numero delle tessere dà un'idea della base. Nell'era della digitalizzazione però qualcosa è cambiato: contano anche gli iscritti alla pagina Facebook , quanti « likano », commentano o condividono un post, il numero dei « retweet ».

Contano i clic.

Lo sanno bene le concessionarie di pubblicità. Lo sanno bene i blog e i siti web che ospitano tra le proprie pagine banner e inserzioni. Lo sa bene anche la Casaleggio Associati srl, che gestisce uno dei portali più visitati in Italia, quello di Beppe Grillo. Un tema, quello dell'importanza dei clic, tornato alla ribalta con l'ennesima crisi interna al Movimento 5 Stelle. «Beppe Grillo ci ha detto che il Movimento va bene così, portando come prova i contatti avuti sul sito», rivela oggi il deputato grillino Samuele Segoni, aggiungendo che secondo il suo leader «è un modo per contare quanto seguito abbiamo, perché giornali e tv sono morti». Insomma, Grillo fa un passo indietro, ma il blog non si tocca.

Del resto è la sua fonte principale di guadagni. Ogni giorno dal sito passano infatti almeno 500mila persone (parola dello stesso Grillo tempo fa). Stando a un test effettuato qualche mese fa da Repubblica , in poche ore uno spot sul portale ha raccolto oltre 125mila clic. Fare i conti è facile: quell'annuncio è stato pagato da Google circa 64 cent ogni mille clic. La società di Mountain View sostiene poi di piazzare tra i 50 e i 100 milioni di inserzioni al mese sul blog di Grillo. Questo significa che ogni anno il portale frutta almeno 384mila euro (ma probabilmente molto di più), anche se sia il comico genovese che Gianroberto Casaleggio hanno sempre smentito qualsiasi cifra ipotizzata in questi anni.

Quel che è certo è che tra l'altro nemmeno la Casaleggio Associati rinuncia ai «trucchetti» (perfettamente legali) per far sì che arrivino sui propri siti - che, ricordiamo, sono anche una serie di portali satellite, come Tzetze.it e Lafucina.it - il maggior numero di persone. Va da sé, infatti, che aumentando le visite si alzino anche le probabilità che qualcuno clicchi i banner presenti.
Uno dei più famosi è il cosiddetto « clic baiting »: sui social e nei rimandi sugli altri siti della «galassia» gestita da Casaleggio vengono spesso pubblicate le notizie con frasi che dicono tutto e nulla, ambigue o volutamente criptiche per stimolare la curiosità di chi le legge e invogliarlo così a cliccare sul link .

Un altro metodo, di cui avevamo parlato qualche anno fa sul sito de ilGiornale.it , è quello di tirare il lettore dentro un dedalo di link : si parte ad esempio da un tweet in cui si annuncia una notizia clamorosa, cliccando si finisce su una pagina (ovviamente piena di banner ) in cui c'è solo una foto, un breve sommario e un altro link che rimanda ad un altro sito (con altre inserzioni pubblicitarie) dove finalmente si trova la notizia clamorosa (che spesso così clamorosa non è).
Lo ripetiamo: nulla di illegale o di originale. Ma che sicuramente lascia qualche dubbio sulla reale importanza per Grillo dei clic. Altro che sapere cosa vuole la base o quanto seguito abbia il movimento: in ballo ci sono migliaia di euro all'anno che finiscono nelle tasche degli ideologi pentastellati.

No alla Turchia nell’UE

Livio Caputo



Non so quanti italiani sappiano che a Bruxelles sono in corso da ben sette anni negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione Europea. Questi negoziati si sono incagliati, per nostra fortuna, su alcuni punti e non stanno facendo progressi, ma a mio avviso dovrebbero essere addirittura interrotti, perché la Turchia di oggi non ha più nulla a che fare con noi.  Nei dodici anni di governo da parte di Erdogan e del suo partito AKP, a suo tempo definito “islamico moderato”, il Paese si è progressivamente allontanato culturalmente e politicamente dall’Europa e ha assunto caratteristiche inaccettabili. 

Erdogan, per undici anni primo ministro e ora presidente (in teoria con poteri limitatissimi, ma in pratica padrone del Paese perché il primo ministro Davotoglu è solo un passacarte e fa tutto quello che gli viene ordinato), ha sistematicamente demolito la struttura laica imposta dal grande Kemal Ataturk, ha reintrodotto l’uso del velo per le donne, ha dichiarato pubblicamente (pochi giorni fa) che la donna è inferiore all’uomo e destinata essenzialmente a fare figli e, se non ha ancora introdotto la Sharia, ha comunque fatto passi giganti per islamizzare nuovamente il Paese.

Tra le altre sue imprese, Erdogan si è fatto costruire un palazzo costato 800 milioni di dollari, è stato implicato in uno scandalo per corruzione messo a tacere rimuovendo i giudici e i poliziotti che lo hanno portato alla luce, ha soffocato la libertà di stampa mettendo in galera più giornalisti della Cina. Continua a vincere le elezioni, ma solo per l’appoggio degli ambienti più retrogradi e conservatori del Paese e di quella classe di imprenditori dell’Anataolia profonda che ha aiutato ad arricchirsi.

Ma la città più moderna e aperta all’influenza occidentale, Smirne, gli ha sempre votato contro ed è ancora amministrata dall’opposizione kemalista (infatti, per le strade, non si vedono quasi donne velate). La costituzione garantisce la libertà religiosa, ma in realtà che non è musulmano viene discriminato e i pochi cristiani hanno la vita difficile (ogni tanto, un prete viene anche assassinato). La maggioranza dei professionisti, degli imprenditori, degli intellettuali ritiene che,se Erdogan, come ha intenzione di fare forzando una modifica della Costituzione, rimarrà al potere per i prossimi dieci anni, l’eredità kemalista verrà completamente cancellata e la Turchia tornerà ad essere un Paese islamico come gli altri.

In politica estera, la Turchia, che durante la guerra fredda è stata l’efficiente e fedele bastione orientale della NATO, opera ora in maniera del tutto indipendente dal blocco occidentale. Da principale alleata di Israele nel Medio Oriente, sotto Erdogna Israele è diventata il nemico numero uno, tanto che dalla Turchia è partitala famigerata spedizione navale per forzare il blocco di Gaza.

Dopo la cosiddetta primavera araba, Erdogan ha sognato una specie di Unione islamica a egemonia turca, ha sposato la causa dei Fratelli Musulmanipoi messi al bando in Egitto,in Giordania e nei Paesi del Golfo, ma ha finito con il rimanere isolato, con il Qatar e Hamas (!) come unici amici. Quando ha visitato il Sudan, il cui presidente Oman al Bashir è stato deferito alla Corte internazionale dell’Aja per genocidio, ha detto: “Non ho v isto alcuna traccia di questo: i musulmani non ricorrono mai al genocidio”.

Formalmente, è schierato con noi nella lotta contro l’ISIS, ma nega che esista un terrorismo islamico, ha lasciato passare attraverso la Turchia migliaia di jihadisti che andavano a combattere con il Califfato e a Kobane si è comportato come i russi nel 1944, quando si fermarono sulle rive orientali della Vistola lasciando ai tedeschi il tempo di soffocare la rivolta dei nazionalisti polacchi a Varsavia: una divisione corazzata turca schierata sul confine non ha mosso un dito per impedire che l’ISIS annientasse l’ultima sacca di resistenza dei Curdi,  e c’è voluto l’intervento massiccio dell’aviazione americana per evitare un massacro come quello degli yazidi.

Con tutto ciò, il Papa si appresta ad andare in visita in Turchia. Che cosa si proponga  da questi viaggio non lo so, salvo un incontro con il Patriarca ortodossso che ancora ha sede a Istanbul. Comunque, dopo l’indirizzo che ha preso, la Turchia non ha più nulla a che fare con l’Unione Europea che, anche se non si è voluto inserire nella Costituzione, ha radici giudaico-cristiane e non deve prendersi in casa 75 milioni di musulmani.

Facciamo pure tutti gli accordi commerciali possibili, ma non lasciamo che i deputati di Erdogan diventino il gruppo più numeroso nel Parlamento europeo e che i cittadini turchi possano girare liberamente per l’Europa. Se anche i potenziali jihadisti fossero solo uno su mille, ci tireremmo in casa 75.000 nemici, oltre a quelli che abbiamo già.

Oltre un miliardo alla Chiesa. La Corte dei Conti: “Sono troppi, l’8x1000 va rinegoziato”

La Stampa
paolo baroni

Incassato l’82,3% del fondo con solo il 38% delle preferenze. I giudici contabili allo Stato: “Poca informazione sul meccanismo di redistribuzione, l’8X1000 va rinegoziato”

1
Nonostante «la fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo» c’è una voce tra le uscite dello Stato che continua a lievitare: sono i fondi erogati attraverso il meccanismo dell’8 per mille. Erano 209 milioni di euro nel 1990, hanno sfondato quota 1 miliardo nel 2003 e quest’anno sono arrivati toccare quota 1 miliardo e 280 milioni. Per questo la Corte dei Conti, in una delibera pubblicata ieri, chiede al governo di «rinegoziare» il sostegno finanziario destinato alle confessioni religiose e di modificare entro 6 mesi la legge. Perché non rispetta i «principi di proporzionalità, volontarietà e uguaglianza».

I beneficiari - spiega la Corte dei Conti - ricevono più dalla quota non espressa dai contribuenti che da quella optata. Un punto, questo, su cui «non vi è un’adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati». In soldoni: alla Chiesa Cattolica, in virtù di opzioni dei contribuenti che arrivano al 37,93% nel 2011 ha ricevuto ben l’82,28% dei fondi totali, per un ammontare complessivo di un miliardo e 118 milioni, che quest’anno per effetto delle riduzione dei redditi degli italiani scenderanno a un miliardo e 54 milioni. Lo Stato, scelto dal 6,14% dei contribuenti, ha invece incassato il 13,3% (170,3 milioni di euro), le Chiese avventiste lo 0,18% (2,1 milioni), le Assemblee di Dio in Italia lo 0,25 (1,1), i Valdesi il 3,22 pari a 12,1 milioni (ma quest’anno sono 40,8), la Chiesa luterana lo 0,32 pari a 3,1 milioni, l’Unione delle comunità ebraiche lo 0,43 (4,7 milioni , 5,4 quest’anno). 

I contributi alle confessioni «risultano ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee, avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno – segnala così la Corte dei Conti -. Nonostante ciò, la possibilità di accesso ai fondi per molte confessioni è oggi esclusa per l’assenza di intese, essendosi affermato un pluralismo confessionale imperfetto». Inoltre «manca trasparenza sulle erogazioni»: sul sito web di Palazzo Chigi, infatti, «non vengono riportate le attribuzioni alle confessioni, né la destinazione che queste danno alle somme ricevute». E non ci sono nemmeno «verifiche sull’utilizzo dei fondi, nonostante i dubbi sollevati dalla parte governativa della Commissione paritetica Italia-Cei su alcune poste e sulla ancora non soddisfacente quantità di risorse destinate agli interventi caritativi». Nel 2012 appena il 23,2% per la Cei (225 milioni), mentre il resto va a spese di culto e sostentamento dei sacerdoti), contro una quota del 76-89% di avventisti e valdesi.

Non solo la legge va riscritta, ma anche il comportamento dello Stato è censurabile. «Mostra disinteresse per la quota di propria competenza - scrive la Corte - cosa che ha determinato la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato solo a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni». Tant’è che in oltre 20 anni, al contrario degli altri «competitor», non ha mai promosso le proprie iniziative. E quello che poi raccoglie lo distribuisce a pioggia tra enti privati e religiosi oppure lo spende in altro modo.

Twitter @paoloxbaroni

Grillo, il patrimonio dilapidato

Corriere della sera

di Gian Antonio Stella

Crisi di un leader che si era illuso di poter avere il Paese in pugno

1
«Sono un po’ stanchino», ha scritto sul suo blog citando Forrest Gump. C’è da credergli: come Tom Hanks nel film di Robert Zemeckis era partito così, senza una meta precisa («Quel giorno, non so proprio perché decisi di andare a correre un po’») e si era ritrovato con l’illusione di avere in pugno il Paese. Dove abbia cominciato, Beppe Grillo, a sprecare l’immenso patrimonio che di colpo si era ritrovato in dote alle elezioni del 2013 non si sa. Forse il giorno in cui apparve sulla spiaggia davanti alla sua villa con quella specie di scafandro, misterioso e inaccessibile come un’afghana sotto il burka.

Forse quando, avvinazzato dai titoli dei giornali di tutto il mondo, rifiutò per settimane ogni contatto con la «vil razza dannata» dei giornalisti nostrani compresi quelli corteggiati nei tempi di vacche magre. Forse quando, scartando a priori ogni accordo, plaudì ai suoi che rifiutavano perfino di dire buongiorno agli appestati della vecchia politica o si disinfettavano se per sbaglio avevano allungato la mano a Rosy Bindi. O piuttosto la sera in cui strillò al golpe e si precipitò verso Roma invocando onde oceaniche di «indignados»: «Sarò davanti a Montecitorio stasera. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Qui si fa la democrazia o si muore!». Dopo di che, avuta notizia di un’atmosfera tiepidina, pubblicò un post scriptum immortale: «P.s. Arriverò a Roma durante la notte e non potrò essere presente in piazza. Domattina organizzeremo un incontro...». E le barricate contro i golpisti? Uffa...

M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo
M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo 
M5s, ecco i cinque «vice» di Grillo 
Certo è che mai ora, dopo aver perso tra abbandoni ed espulsioni 15 senatori e 7 deputati con la prospettiva di perderne altri ed essere uscito a pezzi dalle ultime regionali che aveva solennemente annunciato di stravincere («Ci dobbiamo prendere Calabria ed Emilia-Romagna. Sarà un successo, mai stato così sicuro») Grillo si ritrova a fare i conti con un dubbio: non avrà perso il biglietto della lotteria? Non sarebbe il primo. Smarrì il suo biglietto vincente Guglielmo Giannini, dopo aver portato con l’Uomo Qualunque trenta deputati (tantissimi: il quadruplo degli azionisti) all’Assemblea costituente. Lo smarrì Mario Segni, che dopo il referendum pareva destinato a raccogliere l’eredità della Dc. Lo ha smarrito Antonio Di Pietro, del quale Romano Prodi disse «quello si porta dietro i voti come la lumaca il guscio».
I voti perduti
Il guaio è che lui stesso sembra sempre meno convinto di esser ineluttabilmente destinato a vincere. E fa sempre più fatica a spacciare per vittorie certe batoste. E in ogni caso, ecco il problema principale, sono sempre meno convinti di vincere quanti avevano visto in lui l’occasione per ribaltare tutto. Non ripassano, certi autobus. Una volta andati, ciao. Prendete la Calabria: conquistò 233 mila voti (quasi il 25%), alle politiche del 2013. Ne ha persi l’altra settimana duecentomila.

E quando mai li recupererà più? Con questa strategia, poi! «Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5 Stelle», ha scritto ieri Marco Travaglio, che pure non faceva mistero di averlo votato. «Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta Tempio del Popolo, che nel 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella giungla della Guyana».

Citazione curiosamente appropriata. Basti riprendere un numero di «Sette» del 1995. Il titolo di un’intervista all’allora comico diceva tutto: «Quasi quasi mi faccio una setta». Beppe Grillo non era già più «soltanto» un istrione da teatro. Girava l’Italia in 60 tappe con lo show «Energia e informazione», irrompeva all’assemblea della Stet rinfacciando all’azienda telefonica i numeri hot a pagamento, attaccava le multinazionali, incitava ad «accelerare la catastrofe economica. Per l’esplosione del consumismo. Potremmo comprare cose inesistenti: elettroseghe per il burro, spazzolini da due chili monouso che dopo esserti lavato una volta li butti in mare per ammazzare i pesci...». Faceva ridere. E spiegava che proprio per quello gli andavano dietro: «Perché sono un comico.

Perché non fabbrico niente. Perché chi parla contro i gas fabbrica le maschere antigas. Invece io, non vendendo né gas né maschere antigas, sono credibile. Che ci guadagno?». Ed è su questa domanda che è andato a sbattere. Brutta bestia, il potere. Guadagnato quello, il bottino più ambito di chi fa politica, è andato avanti sparandola sempre più grossa. Nella convinzione che ogni urlo, ogni invettiva, ogni insulto portasse ancora voti, voti, voti...«Ogni voto un calcio in culo ai parassiti che hanno distrutto il Paese». «Facendo a modo nostro saremo più poveri per i prossimi 4-5 anni, ma senza dubbio più felici». «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno». «Il Parlamento potrebbe chiudere domani. È un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica». «Bisogna ripulire l’Italia come fece Ercole con le stalle di Augia, enormi depositi di letame spazzati via da due fiumi deviati dall’eroe».
Parole pesanti
E via così. Anche sui temi più ustionanti, dove non è lecito esercitare il battutismo: «La mafia è emigrata dalla Sicilia, è andata al Nord, qui è rimasta qualche sparatoria, qualche pizzo e qualche picciotto». «Hanno impedito a Riina e Bagarella di andare al Colle per la deposizione di Napolitano per proteggerli: hanno già avuto il 41 bis, un Napolitano bis sarebbe stato troppo». «La mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua condotta morale e non scioglieva i bambini nell’acido. Non c’è differenza tra un uomo d’affari e un mafioso, fanno entrambi affari: ma il mafioso si condanna e un uomo d’affari no».

Una cavalcata pazza. Perdendo uno dopo l’altro amici, simpatizzanti, osservatori incuriositi. Di nemico in nemico. «Adesso Schulz dice che io sono come Stalin. Ma un tedesco Stalin dovrebbe ringraziarlo, altrimenti Schulz sarebbe in Parlamento con una svastica sulla fronte. Schulz, siamo un venticello, lo senti? Arriva un tornado, comincia a zavorrarti attaccato alla Merkel perché ti spazzeremo via». «Noi non siamo in guerra con l’Isis o con la Russia, ma con la Bce!». «Faremo i conti con i Floris e i “Ballarò”... Io non dimentico niente. Siamo gandhiani ma gli faremo un culo così...».

E poi barriti contro le tasse: «Siete sicuri che se pagassimo tutti le tasse questo Paese sarebbe governato meglio? Ruberebbero il doppio». Contro l’ultimo espulso: «Un pezzo di merda». Contro Equitalia: «È un rapporto criminogeno tra Stato e cittadini». Contro l’inceneritore di Parma: «Chi mangerà il parmigiano e i prosciutti imbottiti di diossina?» Contro gli immigrati: «Portano la tubercolosi». Sempre nella convinzione che il «suo» movimento potesse prendere voti a destra e a sinistra, tra i padani e i terroni, tra i qualunquisti e i politicizzati al cubo. Un «partito-tutto» contro tutto e tutti. Finché, di sconfitta in sconfitta, non si è accorto che qualcosa, nel rapporto col «suo» popolo, si stava incrinando.

Che lui stesso stava smarrendo l’arte superba di saper mischiare insieme la potenza della denuncia e la leggerezza dei toni. Finché arrivò il momento che, in una piazza qualsiasi, si accorse che la solita battuta non tirava più. Capita anche ai clown più ricchi di genio. Ma loro, se vogliono, possono inventarsi un altro numero.

29 novembre 2014 | 07:40



Dal complottista al democristiano: storie (e gaffes) dei nuovi leader
La Stampa
mattia feltri

Sibilia non crede allo sbarco sulla Luna, Fico vuole Grillo patrimonio dell’umanità

1
Beppe Grillo se ne è reso conto: così non funziona. Affidare la vita del partito a intermittenti consultazioni on line, a eventuali assemblee di parlamentari, a interpretazioni del regolamento o all’umore del giorno rischia di consegnare l’immagine di un movimento rapsodico, non sempre razionale, prossimo della bizzarria. Per scongiurare il pericolo, Grillo ha avanzato la proposta di un direttorio composto da cinque eletti, e ne suggerisce i nomi: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia. Vediamo i profili dei giovani incaricati di irrobustire il lato pensante dei cinque stelle.
Partire da Sibilia non è atto da maramaldi. Anzi. Sibilia (avellinese, 28 anni) è uno che prima di entrare alla Camera si offrì al dibattito politico con una proposta di legge che, oltre ai matrimoni gay, consentisse di «sposarsi in più di due persone» e «anche tra specie diverse purché consenzienti». Il mistero che ancora avvolge quest’ultima affermazione è stato dimenticato grazie alla maturazione politica che ha condotto Sibilia ad affrontare vari temi di grande rilievo.

Il giorno del 45° anniversario della sbarco sulla Luna, Sibilia si è chiesto, nella sua personalissima contabilità, come mai «dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa». L’uomo non andò mai sulla Luna, sostiene Sibilia, che insiste sulla politica estera quando, lo scorso ottobre, c’è una sparatoria nel Parlamento canadese: «Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?». A chi «attribuire le colpe», si chiede arguto Sibilia non prima di avere offerto «solidarietà a chi ha perso la vita», disgraziatamente non più in grado apprezzare il gentile pensiero. Ecco, partire da qui potrebbe sembrare un po’ da farabutti. Ma l’idea è di andare in crescendo. Infatti ha ben altra caratura Di Battista (romano, 36 anni), detto Dibba, forse il più osannato dei grillini.

Dibba è uno che ha l’aria di quello cui non la si dà a bere. «Diamo fastidio», dice, e sa i rischi che corrono rivoluzionari della sua stoffa: «Prevedo attacchi sempre più mirati, magari a qualcuno di noi un po’ più in vista. Ti mandano qualche ragazza consenziente che poi ti denuncia per stupro, ti nascondono una dose di cocaina nella giacca...». E chi? «Pezzi di Stato deviati. Il sistema fa questo». Lui ha girato il mondo, è stato in Guatemala, in Congo, nel Nepal, conosce i narcos e sa che le decapitazioni dell’Isis sono figlie di Guantanamo come Guantanamo fu figlia dell’11 settembre e così via, fino ad Annibale. È stato sorpreso in aula mentre guardava una partita in streaming ma la sua passione non si discute: celebre il tentativo (poi si trattenne) di entrare in una Commissione abbattendone la porta col busto marmoreo di Giovanni Giolitti.

Roberto Fico (napoletano, 40 anni), poi, è uomo titolato, è il presidente della Commissione di vigilanza Rai, ruolo interpretato in forme innovative: partecipa all’occupazione della Rai con Grillo, non ha niente da dire quando il suo capo dice di evadere il canone, fa interrogazioni sul direttore di Rainews che è andato al Bilderberg, propone la chiusura di Porta a Porta. Per Fico, Grillo è «patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti e la Costiera Amalfitana».

Come è evidente, il calibro del direttorio si dilata. Infatti Carla Ruocco (napoletana, 41 anni) è madre e donna moderata, ogni tanto si alza in aula e dice che Renato Brunetta è il gran capo del malaffare - ma è il minimo per restare nei Cinque stelle. Appena entrata a Montecitorio disse che suo desiderio era di favorire un’adeguata «redistribuzione della ricchezza», e come non essere d’accordo? Già meno solida, ma interessante, l’affermazione secondo cui «le Borse calano e lo spread cresce per colpa della legge elettorale». E così, piano piano, siamo arrivati sino a Luigi Di Maio (avellinese, 28 anni), vicepresidente della Camera, di gran lunga il più elegante dei cinque stelle, e uno che spicca perché, quando si sbilancia, dice: «Adesso vediamo». E qui siamo a livelli di saggezza quasi democristiana.

venerdì 28 novembre 2014

L’ultimo taxi giallo di Milano Viaggio sulla macchina del tempo

Corriere della sera

di Alice Dutto

La Fiat Tipo è il simbolo di un passato che continua ad affascinare. Le soste da Eataly al film di Buzzanca

Nella lotta contro l’incedere del tempo, lui resiste. Arriva ogni giorno puntuale, alle quattro del pomeriggio, e si mette in fila alla fermata di piazza Napoli, in paziente attesa dietro i suoi colleghi. Poi rimane in turno fino alle due di notte: sempre così, da 38 anni. In tutto questo tempo Ferdinando Porcu, sardo d’origine, ha cambiato solo due vetture. La prima era una Ford Granada, la seconda – quella con cui ancora percorre le strade di Milano – è una Fiat Tipo ed è l’ultimo taxi giallo ancora in servizio in città. Per trovarlo c’è voluto più di un anno. Schivo di natura, preferisce lavorare in autonomia, slegato dai radiotaxi. Qualche appostamento a Lanza, dove alcuni dicevano di averlo visto, poi una foto, scattata da un amico di fronte a Eataly. Infine, dopo tanto tempo, l’appuntamento. Perché le interviste, quelle no, non le vuole fare, ma una corsa – si sa – non si nega a nessuno.

L’ultimo taxi giallo di Milano 
L’ultimo taxi giallo di Milano 
L’ultimo taxi giallo di Milano 
L’ultimo taxi giallo di Milano
Il profumo di vaniglia
Nell’abitacolo, l’odore forte è di Arbre Magique alla vaniglia. I sedili di pelle nera sono impeccabili, lucidi e puliti. Nel portaoggetti, vicino al freno a mano, ci sono le monete per il cambio. Attaccato al poggiatesta del sedile, un adesivo riporta un motto in croato. Ogni cosa è al suo posto, in perfetto stato: sembra quasi di essere saliti su una macchina del tempo. Al prossimo incrocio forse incontreremo Jerry Calà o Renato Pozzetto, ancora quarantenni. Per mantenerla così è lui stesso a occuparsi della manutenzione: «Sono capace di farlo», dice asciutto. Intanto, il tassametro ha già cominciato a scandire i minuti. A ogni metro percorso, l’atmosfera si fa più rilassata, mentre gli sguardi dei curiosi si appiccicano ai vetri: un taxi giallo non passa certo inosservato. «Una volta mi avevano contattato perché una coppia di sposi voleva il mio tassì al loro matrimonio. Ma ho dovuto dire di no» racconta, «perché non ero in servizio».
Lando Buzzanca
Un problema che non si è posto quando l’attore Lando Buzzanca lo ha voluto per girare le scene di un suo film: «Hanno smontato il sedile per mettere la telecamera in posizione, ma lì non c’è stato alcun problema: per me potevano fare tutto, tanto il tassametro andava» ironizza. Ma guidare un taxi non è sempre una passeggiata e, spesso, può essere rischioso: «Come quella volta in cui ho dovuto accompagnare a Piacenza una donna incinta perché voleva vedere dov’era il suo amante: non mi ha mai pagato. E quando ho dovuto rincorrere due ragazze per avere i soldi della corsa, perché mi stavano lasciando del denaro falso» ricorda, «Viaggiare di notte è pericoloso, ma io so come difendermi». Comunque, non durerà ancora molto. La stanchezza gli si legge negli occhi, e nel tono di voce. «Milano non è più quella di una volta» ammette commosso, una volta arrivati al termine della corsa. «Quando smetterò di girare, e smetterò tra poco, andrò al mare. Tornerò da dove vengo, per riposare». Appena scesi, si rimette in fila, come sempre, in attesa di una nuova corsa.

28 novembre 2014 | 16:20

giovedì 27 novembre 2014

Polenta e osei» vietata per legge Il caso finisce in Parlamento

Corriere della sera
di Matteo Trebeschi e redazione online Brescia

Interrogazione di Borghesi (Lega). L’Ira della Beccalossi (FdI): Romele (Forza Italia): «Una tradizione degna di Expo, gravi danni economici al territorio». Esulta il Wwf: «così si tutela la fauna»

1
La legge che vieta l’import di uccellini anche da paesi extraeuropei nel Bresciano è già stata ribattezzata legge anti «polenta e osei». Dando vita ad una sollevazione popolare. I ristoratori (mille le trattorie che servono il piatto tipico) sono sul piede di guerra. E diversi parlamentari si stanno muovendo per chiedere una tardiva modifica alla normativa (approvata a settembre). La modifica all’ articolo 21 della legge sulla Caccia (la 157/1992) ha recepito una normativa europea: da un mese passeri e altri piccoli volatili non sono acquistabili, né commercializzabili, nemmeno se provengono da Cina, Thailandia o Nord Africa. Sono esclusi dai divieti il germano reale, pernice rossa, pernice di Sardegna, starna, fagiano, colombaccio, specie che non appartengono alla tradizione culinaria bresciana e bergamasca. Le conseguenze? I cacciatori potranno mangiare le loro prede solo in casa propria, nei pranzi con amici e famigliari. E se un ristorante venisse pizzicato a servire polenta e osei, rischia multe salatissime.
Interrogazione della Lega al ministro Galletti
«La legge così scritta mette di fatto a rischio di chiusura l’attività commerciale di moltissimi esercenti e di conseguenza il licenziamento di migliaia di dipendenti — scrive al ministro per l’Ambiente Galletti il deputato bresciano della Lega Stefano Borghesi—.Tenuto conto che le modifiche alla legge sono state effettuate senza che nessuna sentenza o normativa europea o internazionale lo chiedesse» e constatando il momento di crisi economica, si chiedono «soluzioni a breve per ovviare al problema». Il deputato di Forza Italia Giuseppe Romele annuncia un emendamento alla legge 157 e parla di un «grave danno all’economia agroalimentare bresciana». Accusa lo stesso Matteo Renzi di non aver «considerato una tradizione» della provincia lombarda «che rientra a pieno titolo tra le eccellenze enogastronomiche da presentare in occasione di Expo 2015».
La Beccalossi: «ci vietano Polenta e osei e trionfa il kebab»
Viva “polenta e osei”. Con questo slogan Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale di Brescia inizia una raccolta di firme per modificare la legge nazionale sulla caccia. Viviana Beccalossi, assessore regionale della Lombardia e dirigente FdI, non usa mezzi termini: «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il via libera, da parte del nostro Paese, a norme che, recependo le indicazioni di Bruxelles, vietano di vendere e acquistare uccelli vivi o morti appartenenti alle specie viventi naturalmente allo stato selvatico, tranne alcune eccezioni. Il tutto mentre nelle nostre città proliferano kebab e ristoranti cinesi spesso al limite del decoro urbano e del rispetto delle condizioni igienico-sanitarie».
Galperti: fare chiarezza sul divieto all’import di uccellini
Il deputato democratico Guido Galperti invita a fare alcune distinzioni. «Di fatto la norma, che nulla ha a che vedere con la caccia, aggiunge ai divieti già esistenti l’interdizione all’acquisto del passero cinese piuttosto che thailandese. Specie - spiega - che nulla hanno a che fare con prodotti a denominazione locale e tradizionale meritevoli di tutela». Galperti suggerisce a Regione Lombardia e al ministero dell’Agricoltura di fare chiarezza su una legge che già oggi, di fatto, vieta ai ristoratori di comprare uccellini dai cacciatori del posto. L’escamotage, infatti, era quello di importare i passeri dall’estero - in primis dalla Tunisia - ma oggi le nuove regole vietano di comprare piccoli uccelli anche con paesi extra-Ue.

Cavalli a dondolo e banane storte: i falsi miti che imbarazzano l’Ue FOTO

Na Bce

La Stampa
massimo gramellini

La notizia è di quelle che massaggiano il cuore: il novanta per cento della produzione mondiale di euro fasulli è fabbricato in Italia, per la precisione in una stamperia di Napoli e in una zecca nei pressi di Roma. Perché sulle cose serie il Made in Italy non delocalizza. Anzi, si appoggia a una manodopera altamente specializzata, nel solco di una tradizione manifatturiera che discende da Totò e Peppino. Novanta per cento. Un monopolio conquistato sul campo che restituisce al nostro Paese quel ruolo di guida continentale che ci era stato ingiustamente scippato dai tedeschi.

Ci davano per spacciati, loro. E invece siamo stati noi a spacciare in Germania una banconota da trecento euro, mai esistita prima. Abbiamo saputo costruire una Bce alternativa, molto più creativa e ramificata dell’originale, grazie all’apertura di filiali in tutta Europa. Una sorta di Erasmus parallelo in cui i migliori esperti del settore vanno a tenere lezioni di contraffazione.

I soliti gufi che amano parlare male dell’Italia rimarranno stupiti dall’efficienza della filiera produttiva, composta da undici associazioni a delinquere, ciascuna delle quali dedita armonicamente a un singolo aspetto della lavorazione: lo stoccaggio, il trasporto, la vendita al dettaglio. Anche noi, quando serve, sappiamo fare squadra. La nobile funzione sociale dell’impresa - aumentare le dosi di denaro in circolazione per stimolare la crescita - ha lasciato insensibili i carabinieri, che ieri hanno arrestato cinquantasei liberi professionisti. Il patriota Salvini potrebbe liberarli al più presto per riconvertire la produzione dai falsi euro alle false lire. 

La città degli abusivi

Paola Fucilieri - Gio, 27/11/2014 - 07:00

«Ma a chi la vanno a raccontare quelli dell'Aler? Vogliono far credere di essere tutti dei santarelli? Per 1.200 euro o anche per mille c'è non solo chi ti segnala l'appartamento libero e tira giù la porta in lamiera con la quale i vertici Aler fanno credere di aver sigillato l'alloggio popolare rendendolo a prova di abusivo, ma ti arreda persino la casa!

Non scopriamo l'acqua calda quando diciamo che è scandalosa la connivenza tra certi personaggi che sostengono di essere lì a “controllare” gli stabili di edilizia popolare e alcuni portinai. Fanno business con la povera gente! Poi a pagarne le spese sono solo gli abusivi. Questa divisione mi fa schifo. Ed è per questo che non riesco a schierarmi dalla parte delle istituzioni o di chi sgombera, soprattutto chi manda via abusivi solo di religione musulmana. Gli anarchici? Non posso odiarli. Anzi, sì, li odio, ma solo perché sporcano questo quartiere rendendolo più letamaio di quello che è già».

Il ragazzo si chiama Abu, è somalo, ha una trentina d'anni e il sorriso della persona perbene, perfettamente integrata e infatti non solo ha modi ineccepibili ma parla perfettamente l'italiano. Ha un lavoro e 4 figli Abu, è nato qui e non occupa abusivamente, ma paga un regolare affitto in zona. Cammina per via Odazio al Lorenteggio insieme alla cugina Haua, una 40enne sorridente dall'aspetto di una ragazzina, musulmana con il velo. Sempre con la felicità stampata sul volto la signora ammette senza problemi di occupare una casa Aler poco distante, in via Segneri.

Guardano sconsolati le strade del quartiere dove sono nati, a Milano, reduce dall'assalto degli anarchici che l'altra mattina si sono scontrati con la polizia per impedire lo sgombero di una famiglia di tre adulti e un bimbo marocchino in via degli Apuli 6 e poi si sono allungati verso gli estremi confini di questa area a Sud ovest della città che non sembra nemmeno Milano, in piazza Tirana, per creare un gazebo di protesta, un presidio di rabbia. Alla fine lo sgombero è riuscito, nonostante lanci d'immondizia, sassi, pietre, uova e schegge di vetro. Nonostante un poliziotto del reparto mobile sia rimasto contuso al viso per il lancio di qualcosa, di un oggetto che, sembra, nessuno abbia ancora capito cosa sia.

Nel delirio totale di gente che fuggiva, riparandosi in casa o correva a nascondere la macchina perché non facesse la fine di quella a cui gli anarchici avevano spaccato i vetri in via Odazio, il traffico nelle zone limitrofe è stato bloccato, le strade si sono svuotate di colpo e l'atmosfera tesa ha reso la giornata ancora più plumbea e tetra di quel che era in partenza, il quartiere più sporco e degradato, gli odori fetidi miasmi.

«Tutti occupano abusivamente qui e a peggiorare la situazione sono arrivati gli zingari - continua Abu - Lo so che non è giusto, ma allora perché Aler non assegna gli alloggi sfitti?». «Sì - gli fa eco Haua - ce ne sono centinaia vuoti. E poi perché sgomberare solo noi musulmani? O tutti dentro o tutti fuori. Anche perché basta pagare e qualcuno che ti butta giù una porta e ti fa entrare, com'è successo a me, lo trovi sempre».

Le portinaie in via Segneri negano tutte. Nella vicina via dei Giaggioli, invece, un'inquilina di origini orientali, anche lei residente in uno stabile Aler dove sono in molti a non pagare l'affitto, ammette che, quando era andata a vivere lì, qualche anno fa, si erano fatti avanti non solo per farla entrare in casa buttando giù la porta di un appartamento libero, ma procurarle i mobili e rinfrescarle le pareti. «Sì, il portinaio dell'epoca era disponibile per 200mila lire - spiega la donna -. Io, però, i soldi per l'affitto li ho e lo pago. Punto».