lunedì 31 marzo 2014

Laura Boldrini: "Offriamo turismo di lusso, ma coi migranti..."

Libero


laura_boldrini
Lotta dura. Lotta di classe. Lotta tutta da ridere, quella di Lady Montecitorio, la "pasionaria" dei migranti, che parlando proprio di migranti si esibisce in una delle sue sparate - e sono tante - più incredibili e grottesche di sempre. Detto in soldoni, potremmo affermare che Laura Boldrini ha chiesto l'abolizione degli hotel a 5 stelle fino a quando non offriremo un trattamento adeguato ai migranti (magari potremmo offrire a loro i lussuosi alberghi). Difficile crederlo? Lasciamo parlare il virgolettato della presidentessa di Montecitorio: "Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte inaccettabile, i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate".

Insomma, Lady Montecitorio vede una profonda contraddizione nel fatto che per esempio un magnate russo, pagando fior di quattrini, possa godersi resort, relax e lusso-deluxe in Italia quando, nella stessa Italia, i migranti che riescono a raggiungere le nostre coste finiscono nei Cie, tutt'altro che accoglienti. Una super-sparata molto radical, altrettanto chic e ancor più sgangherata, quella di Laura, che questa volta si è davvero superata. E' un po' come affermare che la Formula 1 debba essere abolita perché un esercito di comuni mortali ancora guida una vecchia Panda. Illuminante il commento del leghista Paolo Grimoldi, che commentando la dichiarazione di Lady Montecitorio ha scandito: "Qualcuno chiami un'ambulanza...".

Boldrini e la ramanzina classista: "Offrire servizi di lusso ai turisti inaccettabile per gli immigrati"

Andrea Indini - Lun, 31/03/2014 - 13:41

La paladina degli immigrati critica i "servizi di lusso" offerti ai turisti: "Vanno ripensati con le politiche rivolte all’accoglienza degli stranieri"

 

Laura Boldrini torna a fare la lotta di classe. In un accrocchio vetero comunista che mixa le bordate contro la ricchezza, che per la sinistra è sempre una colpa da demonizzare, con la difesa buonista e incondizionata degli ultimi, che sempre per la sinistra hanno il volto degli immigrati che ogni giorno prendono d'assalto le coste del nostro Paese.

1379155310-boldrini
La presidente della Camera è salita in cattedra intervenendo alla presentazione del rapporto 2014 Italiadecide. E, come al solito, si è lasciata prendere la mano col moralismo radical chic: "Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate".

Non è certo la prima volta - e purtroppo non sarà nemmeno l'ultima - che la Boldrini si lascia prendere la mano. I cavalli di battaglia sono sempre gli stessi. E l'immigrazione è sicuramente al primissimo posto. Perché vede l'Italia come un'appendice che lega l'Europa al Nord Africa, una sorta di passerella che deve accogliere i "migranti" in cerca di fortuna. Quando l'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni strinse accordi con l'ex raìs Muammar Gheddafi per frenare le ondate migratorie dalla Libia, la Boldrini era funzionario dell'Onu e fece di tutto per far passare le misure del Viminale come "contrarie al diritto di asilo". Adesso che da deputata del Sel di Nichi Vendola siede sullo scranno più alto di Montecitorio continua la sua battaglia. Facendo sponda con Cecile Kyenge all'Integrazione - ministero inventato ad arte dall'ex premier Enrico Letta per ingolosire la sinistra radicale - ha lanciato promesse a tutto spiano: cittadinanza facile, ius soli, flussi migratori più ampi.
Con l'arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi la musica non è certo cambiata. Così, eccola colpire a testa bassa la ricchezza e il lusso. "Anche i ricchi piangano" cantava un brutto slogan della sinistra. "Le politiche per il turismo andrebbero pensate in modo integrato con le altre politiche rivolte all’accoglienza degli stranieri che vengono da noi per ragioni di lavoro, di studio, di cura o semplicemente alla ricerca di pace, di diritti e di sicurezza - ha tuonato alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti e poi trattare in modo a volte inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni precarie". A sentire la Boldrini il Paese dovrebbe dare "l’esempio concreto di una cultura dell’accoglienza che sia integrale, a 360 gradi, e che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione, quella sfida che porta con sé, come è ovvio, anche maggiori opportunità di circolazione delle persone, e non soltanto delle merci, dei capitali delle informazioni".

Dichiarazioni che hanno subito spinto alcuni leghisti a sbottare: "Chiamate l'ambulanza". Eppure la Boldrini ci ha abituati a sparate ben peggiori. Come quando, sfilando al Gay Pride di Palermo, si era messa a caldeggiare matrimoni omosessuali e adozioni. Come quando, invitata da Sergio Marchionne a visitare uno stabilimento della Fiat, si era proclamata paladina degli operai in cassa integrazione. O come quando si era scagliata contro Miss Italia accusando gli organizzatori della kermesse di bellezza di mercificare le curve delle donne. Dai diritti alle coppie gay all'accoglienza incondizionata, la Boldrini è un cliché terzomondista per eccellenza.

Palazzo Marini, 32,5 mln di euro l’anno di affitto ma dentro non c’è nessuno

Corriere della sera

di Jacopo Storni
 

Viaggio nella sede degli uffici dei parlamentari


palazzo-marin
C’è un silenzio sepolcrale dentro Palazzo Marini. Stanze vuote, immacolate. Corridoi deserti. Riecheggiano i passi. Se suona il telefono, rimbombano gli squilli. È la sede degli uffici dei parlamentari, che però qui non vengono quasi mai. Oltre 300 stanze per 400 deputati. E poi sale conferenze, sale riunioni, segreterie, librerie, decine di bagni, volte affrescate, colonne marmoree. Diecimila metri quadrati suddivisi in tre prestigiosi complessi immobiliari. Computer in ogni stanza, televisione anche, poltrona in pelle, scrivania, telefono, stampante, fax. Buona parte inutilizzati.

NON VOLA UNA MOSCA - Solenni porte in legno, sontuose finestre con vista. Fuori scorre Roma. Via del Tritone, Piazza San Silvestro, via Poli. C’è la Fontana di Trevi a due passi. Scorrono i turisti e scorre il traffico. Qui dentro invece è tutto immobile. Non vola una mosca. Raro imbattersi in qualche parlamentare. Raro trovare anche qualche loro assistente. Soltanto a volte, una voce in lontananza squarcia il silenzio. Scenario simile in quasi tutti i giorni della settimana. Vigilanza e metal detector al piano terra, due custodi ad ognuno dei cinque piani. Passano il tempo a fare i cruciverba. Addetti alle pulizie alla fine della giornata, ma non c’è molto da pulire dentro questo lindo e deserto Palazzo Marini.

VIDEO : Palazzo Marini, 32,5 mln di euro l’anno di affitto ma dentro non c’è nessuno

I COSTI - Eppure costa, e parecchio: 32,5 milioni di euro l’anno di affitto, compreso lo stipendio dei circa 300 addetti ai servizi. Affitto d’oro, pagato dallo Stato alla società Milano 90 dell’imprenditore romano Sergio Scarpellini. Circa 500 milioni di euro per quasi vent’anni, 80mila euro annui per ogni deputato. Che però qui non ci viene mai, o ci viene raramente. Eppure lo Stato continua a pagare. Sborsa denaro pubblico dal 1997, da quando l’allora presidente della Camera Luciano Violante firmò con Scarpellini un affitto ventennale senza clausole di recesso (e senza gara pubblica). Ecco perché tutt’oggi, nonostante la conclamata lotta allo spreco e le battaglie di alcuni politici, resta complicato interrompere il contratto che arriva fino al 2018.

C’è il rischio che il locatario, in questo caso lo Stato, vada incontro a sanzioni e che, conseguentemente, il costo dell’affitto lieviti ulteriormente. Eppure per uno dei quattro complessi di Palazzo Marini (il cosiddetto Marini 1) è stato possibile recedere il contratto, tre anni fa. Niente da fare, almeno per ora, per Marini 2, 3 e 4. E pensare che, originariamente, i contratti d’affitto arrivavano fino al 2036, poi però a settembre la Camera ha fatto dietrofront e ha deciso di interrompere gli affitti nel 2018. Ma c’è chi, in merito al recesso dei contratti, avanza perplessità di altro tipo, preoccupandosi del fatto che i parlamentari rimarranno senza ufficio. Dicono che Montecitorio sia troppo piccolo per ospitare tutti gli onorevoli. Dicono che gli uffici di Palazzo Marini servono. Ma allora, perché sono sempre mezzi vuoti?

31 marzo 2014 | 11:38

Ecco la app per politici e candidati: mai più muri imbrattati dai manifesti elettorali

Il Mattino
di Gerardo Ausiello


20140331_app
NAPOLI - Per comunicare con i politici basterà un clic. È nata a Napoli la app che punta a rivoluzionare la comunicazione politica. Si chiama My-Politic, è gratuita e verrà presentata il 14 aprile alle 17 a Città della Scienza. Ma in cosa consiste e come si usa? In pratica il cittadino, attraverso il suo smartphone, potrà con semplici gesti interagire con i contenuti offerti dal Candidato (video, pdf, contatti social e quant'altro), esprimere la propria opinione su temi di attualità e persino contribuire alla campagna elettorale con offerte e donazioni.

Il politico invece avrà una visione completa di interventi, suggerimenti e lamentele attraverso dati statistici e grafici di tutte le interazioni. In tempo reale, insomma, il politico sarà a conoscenza dell'interesse che la sua comunicazione sta suscitando sul territorio Italiano e potrà inviare messaggi solo premendo un tasto. Tra le novità più significative della app c'è lo strumento dei manifesti elettorali virtuali: candidati ed aspiranti amministratori o parlamentari potranno, sempre mediante la app, comporre manifesti con slogan e messaggi che verranno inviati direttamente ai cittadini-elettori. Risparmiando tempo e denaro ma soprattutto evitando lo scempio dei muri imbrattati.

A brevettarla il consigliere comunale del centrodestra Stanislao Lanzotti e la società spagnola Around, che ha materialmente realizzato l'applicazione per iphone e tablet.

lunedì 31 marzo 2014 - 12:28   Ultimo agg.: 13:05

Copyright online, il regolamento AGCOM alla prova dei fatti.

Corriere della sera


pirateria-digit
Dopo vari anni di dibattiti, il regolamento AGCOM sul diritto d’autore entra in vigore oggi, lunedì 31 marzo 2014. E il primo provvedimento in Italia destinato ad affrontare in via amministrativa la pirateria online (e radiotelevisiva) cioè a contrastare la messa a disposizione del pubblico di opere digitali in violazione del diritto d’autore dei titolari. Il regolamento, salutato con favore dalla maggior parte dei titolari dei diritti e dalle associazioni di categoria, si propone di essere uno strumento agile, snello, gratuito e veloce. La procedura, tutta online, sarà svolta tramite il sito www.ddaonline.it. Tutti i riflettori sono puntati sull’AGCOM, in un misto – a seconda degli occhi di chi osserva – di scetticismo, curiosità e aspettativa.

Vista la novità del provvedimento e le polemiche di metodo e di merito che si trascina, è probabile che AGCOM sarà molto attenta a esercitare i poteri derivanti dalla nuova procedura: l’ordine di rimozione selettiva dei contenuti in violazione dei diritti d’autore e l’ordine di disabilitazione dell’accesso a tali contenuti. In questo senso, sarà molto interessante osservare come saranno tradotti in pratica i principi di gradualità, proporzionalità e adeguatezza. La rapidità e soprattutto la gratuità della procedura offrono il fianco a un utilizzo pretestuoso di questo strumento e, ove ciò accadesse, andrebbe a detrimento degli interessi dei titolari dei diritti.

Sarà anche interessante vedere in che misura verrà lasciato spazio alla procedura d’urgenza abbreviata (il procedimento si conclude in 12 giorni in luogo dei 35 della procedura standard) alla quale, è ragionevole immaginare, il soggetto istante insisterà per accedere. La violazione relativa a un film in proiezione nelle sale, per esempio, potrebbe essere considerata meritevole di maggior tutela rispetto a quella concernente un film oramai di catalogo.

Un altro dubbio riguarda la messa a disposizione di contenuti seriali (serie o programmi tv uploadate online subito dopo la loro messa in onda in televisione, per esempio). L’ordine dell’AGCOM potrà valere anche per il futuro? In tal caso, ciò si tradurrebbe per gli hosting provider in un obbligo di monitoraggio dei contenuti, in espressa antitesi con quanto previsto dalla normativa comunitaria e recepita in Italia (d. lgs. 70/2003).

Agcom1-250x125
Da un punto di vista strettamente procedurale, vi sono semplificazioni di non poco conto, soprattutto se comparate con i maggiori formalismi richiesti in un procedimento avanti l’autorità giudiziaria. Per esempio, le comunicazioni ai soggetti interpellati – i destinatari dei provvedimenti richiesti – sono fatte dall’AGCOM e non dal soggetto istante (normalmente nei procedimenti giudiziari civili le attività di notifica sono onere di chi promuove l’azione). Queste possono essere fatte anche tramite email semplice (nemmeno posta certificata).

Un altro esempio riguarda la documentazione obbligatoria da allegare all’istanza online per identificare la condotta illecita: “screenshot, ovvero l’immagine che cattura l’istantanea di ciò che viene visualizzato su un dispositivo video (monitor del pc, televisore, eccetera)”. Di solito questi mezzi sono contestati avanti l’autorità giudiziaria e sono valutati come elementi di prova che, unitamente ad altre prove e allegazioni, possono concorrere a formare il convincimento del giudice. In questo caso è l’unico documento richiesto obbligatoriamente e senza particolari accorgimenti tecnologici.

In ogni caso, se i dubbi sulla concreta ed efficace applicazione sono vari e dovuti sia a una generale prudenza che alla forte complessità della materia, vi è altresì una grande aspettativa sul fatto che questo strumento possa essere un buon compromesso per contemperare i diritti di tutti i soggetti in gioco.

Vedremo se e in che misura questa procedura avrà ottenuto risultati. E ancora più interessante, laddove questa soluzione si sarà dimostrata efficace, sarà osservare se e come la pirateria online si riorganizzerà, almeno in Italia. Da Napster in poi, abbiamo potuto osservare le alterne vicende e le vittorie di Pirro dei titolari dei diritti e comprendere che la messa a disposizione di contenuti protetti e in violazione del diritto d’autore assume via via molteplici forme. Come un batterio divenuto resistente ad un antibiotico.

Gianluigi Marino

Via alla stretta sulla Rete Pene più severe per i pirati

La Stampa
giuseppe bottero

Oggi il debutto delle nuove norme. Sul regolamento Agcom incombono i ricorsi


11364225-k7UE
Non sarà la norma ammazza-blog contro cui hanno tuonato schiere di cyber-attivisti, ma la stretta contro la pirateria on line che entra in vigore da oggi, qualche problema rischia di causarlo. L’Agcom assicura che il giro di vite non colpirà gli utenti: nel mirino infatti ci sono le «violazioni di grande entità». Eppure, il meccanismo che tutela il copyright rischia di complicare la vita a chiunque carichi file in Rete. 

Che siano la canzone da dedicare alla fidanzata o il filmato del figlio accompagnato da una musica protetta dal diritto d’autore. L’obiettivo è spingere la crescita dei servizi legali: Spotify e simili hanno consentito alla musica di registrare nel 2013 dati positivi dopo molti anni. Lo stesso vale per i film, con iTunes e le nuove app «on the demand» a guidare l’offerta. E infatti imprese, Fmi, Fieg e Siae plaudono all’iniziativa. La delibera Agcom funziona così: chiunque, autore o proprietario di un’opera, da oggi ha la possibilità di segnalare gli abusi all’Autorità che, di volta in volta, può decidere se e come intervenire. Qui sorge il primo problema: come faranno gli operatori ad orientarsi nel mare di segnalazioni?

Soprattutto, come riusciranno a muoversi su siti che cambiano in continuazione? Nel caso l’Autorità decida di partire con il provvedimento (ha 35 giorni di tempo dalla segnalazione per farlo), questo coinvolgerà sia i provider che garantiscono l’accesso a Internet sia quelli che ospitano il sito f nel mirino. Se uno dei due si muove, e recepisce le indicazioni, il caso si chiude. Altrimenti, via al dibattimento. Una volta stabilita la violazione, ci sono tre giorni per la rimozione del contenuto. Pochi, denunciano gli esperti di cyber-diritto. Se il file è caricato su un provider con sede all’estero l’Agcom imporrà un filtro per impedirne l’accesso. La sanzione per i colossi rischia di essere parecchio salata: fino a 250 mila euro. 

Identificare i responsabili, però, è parecchio complesso. «Chi gestisce i commenti su un sito, chi un intervento su un forum o un post su un blog, chi un video su Youtube o un link diffuso su Facebook?», si chiedono gli specialisti del magazine Wired. Le nuove misure - messe a punto in partnership con la Fondazione Ugo Bordoni - debuttano dopo anni di polemiche e tra molte difficoltà. Sulla delibera pendono i ricorsi delle associazioni di media indipendenti e di alcune associazioni di consumatori, ma anche i big - Wind in testa - sono alla finestra. «Lo scopo dell’Autorità è andare a colpire fenomeni di pirateria di massa», garantisce il commissario dell’Agcom Antonio Nicita. Non basta per convincere gli scettici, che vedono uno spostamento di competenza: l’Autorità assume poteri che, in precedenza, erano di competenza della magistratura. «Per noi - dice l’avvocato Fulvio Sarzana - l’Agcom non ha le competenze in merito. Non c’è stata nemmeno un’analisi d’impatto né una verifica dei costi».

Fotocamere, ecco le migliori per i selfie

La Stampa
bruno ruffilli

Le strategie delle fotocamere per sopravvivere agli smartphone

selfie-kDqE-
Nel 2013 «selfie» è stata la parola dell’anno: una moda, un fenomeno culturale, una mania che ha contagiato tutti. Anche il mercato delle fotocamere: schiacciate dagli smartphone, per competere si sono trasformate in strumenti perfetti per il selfie.  Così, se gli autoscatti fatti con cellulari e tablet sono di qualità non eccelsa perché di solito viene usata la fotocamera anteriore, i produttori di macchine fotografiche hanno introdotto schermi ruotanti di 180 gradi, per potersi vedere mentre si scatta.

Altri, evitando lo scontro diretto, hanno scelto la strada dell’alleanza: quasi tutte le fotocamere attuali sono dotate di connessione wi-fi e si possono connettere con uno smartphone per copiare le foto e condividerle. Basta un’app e il telefono o il tablet diventano un secondo mirino e un telecomando. Una volta sistemata la fotocamera alla giusta distanza, si controlla l’inquadratura a distanza e con un tocco la fotografia è pronta. Altre fotocamere hanno un sensore intelligente che rileva i movimenti: così per scattare una foto con la Nikon Coolpix S6600, è sufficiente passare la mano davanti alla lente, mettersi in posa e aspettare qualche secondo; con la Samsung Nx mini addirittura basta una strizzatina d’occhio e parte lo scatto.

La nuovissima Canon Powershot N100 di sensori ne ha due, proprio come uno smartphone: può scattare due foto contemporaneamente, avanti e dietro l’obbiettivo, ad esempio per mostrare un panorama e l’espressione di chi lo sta contemplando. Il risultato è una immagine dentro l’immagine, un po’ come quando si chatta in video, dove nella schermata si vedono i due interlocutori insieme.



Le fotocamere che sopravvivono agli smartphone


La stessa funzione è disponibile anche su qualche smartphone (l’Htc One, ad esempio), e in generale aumentano i modelli ottimizzati per i selfie, con fotocamere anteriori sempre più evolute o software apposta per gli autoscatti. Perché il selfie è una rappresentazione di sé, un modo per presentarsi agli altri. E bisogna farlo al meglio: non è un caso se il tweet più condiviso della storia è un selfie, quello di Ellen DeGeneres e degli altri divi alla cerimonia di premiazione degli Oscar, il mese scorso: quasi tre milioni e mezzo di retweet.

Vicenza, la lotta per l'eredità: "vuole" essere figlio del milionario

Libero


ouioiuoio
A quasi cinquant’anni ha deciso di disconoscere l’uomo che l’aveva cresciuto e che non gli aveva mai fatto mancare nulla: affetto, infanzia felice, e ottima istruzione. Il motivo?

Questione di soldi, di schei, come si dice in Veneto.
Nonostante una vita soddisfacente, una posizione lavorativa di tutto rispetto e una moglie amorevole, un ingegnere vicentino, dopo aver saputo dall’anziana madre che in realtà quel signore premuroso - defunto poco tempo fa - non era il padre naturale, ha deciso di adire le vie legali per annullare il vincolo di parentela. Di fatto, per il professionista, questo è l’unico modo per puntare alla milionaria eredità del vero papà, anche lui morto di recente, e della cui esistenza l’ingegnere non aveva mai saputo nulla. Al diavolo la riconoscenza, i ricordi, i momenti felici passati insieme a quel signore che fino alla rivelazione della mamma aveva sempre considerato suo padre.

Di fronte agli schei tutto è passato in secondo piano. Il lutto, le giornate trascorse a piangere, il dolore e la disperazione ormai appartengono al passato. Per l’ingegnere vicentino ora l’unico obiettivo è quello di impossessarsi del ricco lascito. E intende pure farlo in fretta. É disposto a tutto. La situazione però, di per sé già complicata, si fa ancora più ingarbugliata. Perché il padre naturale, poco prima di passare a miglior vita, aveva intestato buona parte dei suoi beni ai due figli avuti con un’altra donna. Questi, chiaramente, non ci pensano nemmeno di vedersi sfilare da sotto il naso quella montagna di soldi e di proprietà. Si dicono dispiaciuti della situazione, rispettano le rimostranze del fratellastro, ma alla fine se ne fregano, perché il pensiero di rinunciare alla loro vita agiata non li sfiora neanche alla lontana.

Loro, dell’ombra di questo fratellastro comparso tutto d’un tratto, vogliono liberarsi quanto prima. Hanno troppo da perdere. Sembra la trama di un film. Il professionista, dato che il corpo del padre naturale è stato cremato, per dimostrare il vincolo di parentela coi presunti fratellastri (e quindi la legittimità delle sue rivendicazioni) chiede la comparazione del proprio dna con il loro. Ma la richiesta viene respinta puntualmente. Pressati, per chiudere la parentesi il più velocemente possibile e per non rischiare in futuro di vedersi sottrarre una parte ingente dell’eredità, i due hanno proposto un accordo extragiudiziale, una somma di denaro che possa concludere quello che viceversa potrebbe diventare un infinito duello legale. L’offerta però è stata rifiutata.

Il professionista vicentino non si accontenta. Ora, il primo passo che l’ingegnere intende compiere è la riesumazione del corpo del finto genitore perché venga prelevato un frammento osseo e riconosciuta l’incompatibilità del dna, passaggio obbligatorio per procedere al disconoscimento legale e per tentare il colpaccio. Soltanto poche settimane fa, sempre nel Vicentino, una madre dopo 23 anni aveva confessato al figlio l’identità del vero padre, un ricco imprenditore. Che non solo ha saputo dall’oggi al domani dell’esistenza del ragazzo, ma che ora - secondo la sentenza del tribunale - deve anche provvedere ai suoi studi universitari staccando un assegno di mille euro al mese, oltre ad accollarsi le spese di iscrizione all’ateneo e il costo dei libri di testo.

L’uomo, stando alla ricostruzione dei suoi avvocati, sarebbe stato contattato dal ragazzo solo dopo la fine del matrimonio tra la mamma del giovane e l’ultimo compagno. I problemi economici della donna l’avrebbero spinta a raccontare tutto al figlio, che - pure lui - ha avviato una causa di disconoscimento del presunto genitore. La somma che il padre deve sborsare è più bassa rispetto alle richieste del figlio e della madre, ma la propria disponibilità economica ha permesso che si giungesse a un accordo. Anche in questo caso, insomma, si è trattato di una questione di schei.

di Alessandro Gonzato

Tutti alle urne», la propaganda di Eduardo: in mostra a Roma lo spot inedito

Il Mattino


20140331_eduardo
Uno spot politico di sei minuti realizzato da Edoardo De Filippo in occasione delle elezioni politiche del 1948, nell'ambito delle iniziative di propaganda della Democrazia Cristiana. L'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa e la Cineteca Nazionale presenteranno venerdì prossimo il video, nell'ambito della rassegna "I giorni e le notti: l'Arte di Eduardo" organizzata per celebrare i trenta anni dalla morte di Eduardo De Filippo, che si svolge al Cinema Trevi di Roma da domani al 5 aprile.

Sogno o realtà. Il filmato si intitola Sogno o realtà ed è un inedito assoluto. Nel filmato De Filippo, visibilmente ubriaco, sta festeggiando la vittoria elettorale, non si capisce di quale parte politica; è in piedi davanti a un tavolo insieme ad altre persone di cui però si vedono solo le ombre proiettate sul muro. Eduardo finisce sotto il tavolo dove comincia a ricordare il momento in cui è andato a votare: volendo mostrare la sua scheda elettorale si accorge di non trovarla. Il montaggio stacca ed Eduardo si risveglia nel suo letto: stava sognando e subito capisce che deve ancora andare a votare, si alza e di corsa comincia a vestirsi. Intanto si sente la voce di uno speaker che invita tutti i cittadini a recarsi alle urne perché anche un voto può risultare decisivo per l'esito elettorale, dicendo fra l'altro che «un solo voto può decidere tra il bel tempo e la pioggia». Mentre Eduardo, agitatissimo, cerca ancora la scheda si sente l'inno nazionale.

Il film all'epoca non viene utilizzato, forse perchè prospettava una situazione narrativa troppo poco istituzionale, con un elettore ubriaco, distratto, potenzialmente ritardatario. Sogno o realtà non figura infatti in alcuna filmografia di Eduardo, ed è stato ritrovato tra i materiali recentemente donati all'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa del Csc dalla famiglia dell'onorevole Guido Gonella, segretario della Democrazia Cristiana dal 1950 al 1953, più volte ministro della Giustizia e dell'Istruzione e primo presidente dell'ordine dei giornalisti.

Realizzato con lo scopo di invitare gli italiani a non disertare le urne, "Sogno o realtà" sembra essere stato girato insieme a "Considerazioni" di Eduardo, film di propaganda prodotto dai Comitati Civici per le consultazioni che si rivelarono determinanti per l'assetto politico dell'Italia. Ritrovato all'inizio del 2014, "Sogno o realtà" per la sua importanza sul piano sia storico che cinematografico, è stato immediatamente restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia (Archivio Nazionale del Cinema d'Impresa-Cineteca Nazionale) in collaborazione con la Fondazione Eduardo De Filippo.

lunedì 31 marzo 2014 - 13:55   Ultimo agg.: 13:57

Apple-Samsung, round in tribunale La “Mela” chiede 40 dollari per ogni smartphone venduto

La Stampa


Via al nuovo processo: la posta in gioco vale almeno 1,28 miliardi di dollari

b2d95ab0b450f
Nuova pagina nella «guerra» dei brevetti fra Apple e Samsung. Cupertino e la società sud coreana tornano in tribunale: il nuovo processo si apre domani e la posta in gioco è più alta del precedente round, quando la giustizia americana aveva riconosciuto ad Apple danni per 930 milioni di dollari. Lo scontro, infatti, questa volta ruota sui modelli più nuovi dei dispositivi Samsung, incluso il Galaxy S III. E quindi se Samsung fosse riconosciuta colpevole, gli analisti ritengono che il giudice potrebbe infliggerle il pagamento di danni ancora maggiori rispetto ai precedenti in quanto i prodotti, oltre a essere più nuovi, hanno avuto successo in termini di vendite.

Al centro del confronto ci sono cinque brevetti, fra i quali la sincronizzazione dei dati e quella dello «slide-to-unlock», scorrere per sbloccare. Apple rivendica - secondo indiscrezioni - 40 dollari per ogni dispositivo venduto da Samsung che infringe i cinque brevetti, una cifra molto elevata rispetto alla media dell’industria e che si tradurrebbe per Samsung in miliardi di dollari da pagare nel caso fosse riconosciuta colpevole. La società sud coreana, infatti, ha venduto circa 320 milioni di smartphone lo scorso anno e dovesse pagare la cifra chiesta da Apple solo sul 10% delle vendite dovrebbe staccare un assegno da 1,28 miliardi di dollari.

All’appuntamento si è arrivati in seguito al mancato accordo fra le due società: gli amministratori delegati di Apple e Samsung si sono incontrati a febbraio insieme a un mediatore nel tentativo di raggiungere un accordo sui brevetti, ma «la proposta di patteggiamento del mediatore non ha avuto successo». I legali dei due colossi affilano così le armi e si preparano al nuovo scontro, consapevoli che la partita in gioco è più elevata. La battaglia mondiale per i brevetti fra Apple e Samsung è iniziata nel 2011, quando Apple ha fatto causa alla società accusandola di aver copiato il design dell’iPhone e dell’iPad. Le varie corti dove la denuncia è stata presentata si sono espresse diversamente. In gioco c’è il mercato degli smartphone che vale miliardi di dollari. Samsung non potrà fare affidamento sul recente accordo con Google per i brevetti, che pur ampliando la collaborazione con Mountain View non prevede il trasferimento di proprietà dei brevetti e quindi impedisca a Samsung di poterci fare affidamento nelle battaglie per la proprietà intellettuale

Consumatori, arrivano i nuovi diritti Contratti al telefono solo con la firma

La Stampa
giuseppe bottero

La stretta Antitrust: dai tempi per il recesso ai costi aggiuntivi, ecco cosa cambia



5B
La stretta contro i furbi passa anche dalla burocrazia. Maledetta, contrastata, forse fuori moda. Eppure, a quanto pare, indispensabile per evitare truffe e fregature sul Web e al telefono. L’Antitrust spiega nei dettagli le novità per i consumatori dopo il recepimento della direttiva europea, che entrerà in vigore il 14 giugno. E, sorpresa, anche per mettere ordine nella cyber-giungla bisogna inserire qualche cavillo in più. È un esempio, ma esplicativo: affinché un contratto concluso alla cornetta sia valido, occorre la firma. Fisica o elettronica. Che si parli di offerte telefoniche, app, biglietti aerei poco cambia. Niente firma, niente acquisto.

Spiegano dall’Autorità che, da questo pacchetto di misure, «il cittadino uscirà rafforzato». Sicuramente avrà più chiaro il panorama delle offerte, visto che il venditore deve chiarire - da subito - il costo totale del prodotto, comprensivo di tutti gli extra. Mai più sorprese anche per quanto riguarda le tariffe di gas e luce: le pratiche scorrette diventano competenza dell’Antitrust che può stangare chi sgarra con multe fino a 5 milioni di euro. Ma è sull’e-commerce che si concentra la stretta. Il settore è in crescita costante (l’incremento annuo nel nostro Paese è stato del 17-19% dal 2009 al 2013) ma i sospetti degli italiani non sono ancora stati superati.

Gli ultimi dati di Netcomm, il consorzio che riunisce gli operatori del commercio elettronico, dimostrano che gli ostacoli sono soprattutto legati a una scarsa fiducia nei siti che offrono i servizi. All’origine della diffidenza - spiega l’ultimo report del centro studi - ci sono il bisogno di toccare la merce (per il 40% degli utenti), l’attaccamento al contate (31%), le remore verso il pagamento online (31%), e, infine, il timore di non ricevere il prodotto (27%) e la paura che il recesso sia complicato (26%). Adesso alcune di queste ansie possono essere accantonate. I beni comprati in Rete, infatti, dovranno essere consegnati senza ritardi ingiustificati ed entro 30 giorni o il consumatore può recedere dal contratto.

Non saranno più necessari i pellegrinaggi agli sportelli dei consumatori per chiedere lumi sui rimborsi: per esercitare il diritto, da giugno, arriva un modulo standard universale. Contemporaneamente, si allunga (da 10 a 14 giorni) il tempo a disposizione per cambiare idea nelle vendite a distanza. Il cliente deve ricevere il rimborso di quanto pagato entro 14 giorni. Attenti, però: la nuova normativa non si applica ai contratti a distanza se il prezzo non supera i 200 euro. 
Il giro di vite riguarderà anche i call center: le telefonate al servizio per l’assistenza non possono avere un costo superiore alla tariffa base della linea telefonica. In tempi di beni virtuali (dagli mp3 agli ebook) e di guerre tra formati, le protezioni tradizionali non bastano più: e allora ecco spuntare una norma che prevede informazioni più trasparenti per i clienti che scelgono i «servizi liquidi».

Chi vende infatti dovrà chiarire eventuali limiti di compatibilità con i dispositivi hardware e software e gli eventuali limiti di riproducibilità. Infine, spariscono i format pre-compilati per i servizi aggiuntivi: chi propone, per esempio, assicurazioni facoltative nel caso dei biglietti aerei, dovrà richiedere il consenso esplicito. Non basta permettere di rifiutarle, spiegano dall’Antitrust, va capovolto il meccanismo. Una questione di buonsenso? Forse. Ma dopo anni di Far West, è stato necessario mettere la norma nero su bianco. 



Porta a porta con il trucco. Il contratto è a tua insaputa
La Stampa
fabrizio assandri

Il nostro cronista tra i piazzisti di gas e luce: ecco come funzionano i raggiri



5B
Ti piacciono i soldi? Ti piace l’odore che hanno? Ti vengono i brividi soltanto a pensarci? Allora sei nel posto giusto. Qui ne facciamo a palate, quattromila euro al mese. Per mille non ci alziamo neanche dal letto…». Marco ha 25 anni ed è il mio formatore. Lavora alla J.A.R., un’agenzia al servizio dell’Iren, la compagnia fornitrice di gas ed energia. Il suo lavoro è passare di casa in casa a offrire nuovi contratti ai cittadini. Per un giorno è stato anche il mio lavoro: ho risposto a un annuncio e ora eccomi qui, in prova, a suonare campanelli a persone che non ci aspettano. L’obiettivo è uno solo: strappare una firma.

Le istruzioni di Marco sono semplicissime: «Guarda me e stai sempre zitto. Memorizza ogni mossa: impara il metodo e andrà tutto bene». Cominciamo alle 9 e mezzo, siamo in sette compreso il selezionatore. Il traguardo minimo da raggiungere è dieci «pezzi» a testa. Gli altri hanno la giacca rossa con il logo del fornitore di energia. Io dovrò guadagnarmela. I compagni mi parlano del «mitico Ivan», che una volta ha fatto firmare anche un foglio in bianco, e di qualche cliente con cui sono venuti alle mani. Il corso non ha teoria, solo pratica. Marco suona ai campanelli, io lo seguo. «Dobbiamo aggiornare il contatore» dice. Aggiornare? Mi spiega che è una frase che non vuol dire nulla, detta perché le persone ci scambino per personale autorizzato a leggere i contatori.

Si parte dall’ultimo piano a scendere. Suoniamo alla prima porta. Finora Marco è stato gentile e scherzoso. Ora diventa una macchina, il volto serio, la voce sicura. I primi ad aprire sono due anziani. Bugia numero 1: «C’era l’avviso, non l’avete letto?». Mi spiega che va detto a chi si mostra sorpreso di vederci. Gli anziani ci fanno entrare, e lui gli fa cambiare compagnia telefonica, con la bugia numero 2. «È un premio-fedeltà dell’Iren», dice. In realtà Iren non c’entra nulla con i telefoni, il contratto è con Teletu, un’altra compagnia. Marco mi dà il primo insegnamento sottovoce: «Prima regola: divagare». E lui divaga alla grande: racconta alla coppia di lavorare per pagarsi gli studi in Legge. E intanto si muove in fretta: una foto con lo smartphone ai documenti, una firma per «presa visione» e il contratto è fatto. Ci sarà tempo, in ufficio alla sera, per compilarlo. Guardo l’orologio: siamo stati in casa quattro minuti.

La pesca continua. Maria, l’anziana del piano di sotto, non è «liscia per niente». Dopo una firma le vengono i dubbi: «Sarà una truffa? Mi avete stordita di parole». «Finisca di firmare», intima Marco, e usa la carta della gelosia: «I suoi vicini l’hanno fatto, e ora hanno lo sconto». Poi applica la regola del divagare. Al muro c’è una foto della Sardegna: «Che bella, ha la seconda casa? L’aggiornamento va fatto anche lì». E i contratti diventano due. Una volta dentro casa, tanti anziani ci confidano che «di solito non fanno entrare nessuno». Eppure c’è chi ci offre il caffè, chi un dolce, chi il rum. A un campanello nessuno risponde. Ad alta voce, in modo che si senta dall’interno dell’appartamento, Marco legge il cognome sul campanello e finge di appuntarlo su un foglio. «È una strategia – mi spiega dopo –. Se sono in casa e non vogliono aprire, si allarmano e magari ci cascano».

Funziona: «Aspetti», dice una signora. E ci apre. Seconda regola: distrarre la vittima. Fanno domande? Cambi argomento, fai complimenti, se trovi uno con Facebook aperto fatti aggiungere agli amici. Cerca di convincermi che non si tratta di una truffa: «Siamo sul filo del rasoio», sorride. Alle persone che non vogliono farci entrare dice che dovranno andare «in sede, entro giovedì». Un giovane ci ringrazia: è convinto di essersi evitato la coda. Le frottole vengono una dopo l’altra. «Il tg ha detto che saremmo passati». «Lavoriamo alla sede di Iren». «Stanno per scattare gli aumenti». A un pensionato che vuole restare cliente dell’Enel dice: «Deve firmare, perché Iren è il fornitore base». E quello firma.

Il copione ha poche varianti. Mi dice che in questo lavoro «non si vendono contratti, ma se stessi». E che non si guarda in faccia a nessuno. La giornata finisce quando si è soddisfatti del numero di contratti. Noi chiudiamo alle 16. Avremo suonato a sessanta porte, una ventina ci hanno aperto, Marco ha fatto dieci contratti per luce e gas e uno per il telefono. Ha guadagnato 300 euro.

La replica dell’azienda
Iren Mercato: un codice tutela i consumatori e c’è una penale per gli agenti scorretti
Con riferimento alle vendite porta a porta delle offerte Iren Mercato, l’azienda precisa che tali azioni vengono svolte da agenzie professionali esterne sulla base di specifici contratti d’agenzia. Il contratto prevede che ciascun agente si attenga al codice di comportamento dell’Autorità per l’Energia. Iren Mercato ha inoltre sottoscritto con alcune associazioni di consumatori un protocollo di buone pratiche commerciali. Iren Mercato forma tutti gli agenti e per assicurarsi che il nuovo potenziale cliente abbia siglato consapevolmente il contratto procede con una check call e invia una lettera di conferma al domicilio. Il cliente ha la possibilità di verificare le condizioni contrattuali e, qualora lo ritenga, di recedere dal contratto. Qualora un agente assuma un comportamento scorretto, è prevista una penale. Iren Mercato ha una black list di agenti che hanno tenuto comportamenti non congrui e che non possono più svolgere tale funzione per Iren Mercato.

Mai firmare in bianco”: lo diceva il proverbio, ora lo dice anche la legge

La Stampa


busta
Con 300 voti favorevoli, 101 contrari e 21 astenuti, è stata approvata, alla Camera dei Deputati, la proposta di legge che mette fine all’usuale pratica di richiedere al lavoratore, ma soprattutto alla lavoratrice, di firmare una lettera di dimissioni al momento dell’assunzione. La decisione finale toccherà, ora, al Senato. Una maggioranza insolita, composta da Partito Democratico e Sel, ha approvato, martedì 25 marzo, una proposta di legge, che renderà impossibile l’orribile consuetudine delle “dimissioni in bianco”. Tale strumento, in passato e fino ad ora, ha permesso ai datori di lavoro di disfarsi facilmente di lavoratori, considerati “scomodi”. Pratica usuale. La pratica è stata utilizzata soprattutto contro le donne, che spesso non sono state viste di buon occhio nel momento in cui erano in gravidanza. In base a questo testo, la lettera di dimissioni volontarie andrà firmata su moduli specifici, con una durata limitata di 15 giorni dal momento dell’emissione, che dovranno essere messi a disposizione dagli uffici territoriali del lavoro, dai funzionari comunali e dai centri dell’impiego. Nessuno è escluso.

Non ci saranno eccezioni, tutti i contratti (dai rapporti di lavoro subordinato a quelli di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, ai contratti di collaborazione di natura occasionale, alle associazioni in partecipazione, ed al contratto di lavoro instaurato dalle cooperative con i propri soci) saranno sottoposti alla nuova normativa. In più, sarà previsto uno snellimento dell’onere amministrativo, connessi alla risoluzione del contratto. Se il lavoratore sparisce nel nulla... Tuttavia, anche il datore di lavoro viene, in parte, tutelato: nel caso in cui la lavoratrice o il lavoratore si assentino dal lavoro, senza fornire comunicazioni, per oltre sette giorni, il rapporto verrà considerato risolto per dimissioni volontarie, anche senza la preventiva sottoscrizione di questi moduli. Le reazioni. La Camera dei Deputati si è, però, spaccata in due: mentre PD e Sel hanno espresso grande soddisfazione, sottolineando la questione di civiltà alla base del provvedimento, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica hanno criticato l’indebolimento imprenditoriale che si verrebbe a creare. Non è ancora finita, però. Il testo passa, ora, in Senato e, al momento, i numeri non ci sono.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Se i politici decidono pure che cosa dobbiamo bere

Carlo Lottieri - Lun, 31/03/2014 - 08:19

Tra Roma e Bruxelles è in atto la battaglia per aumentare la percentuale di frutta nelle bibite. Per i burocrati, siamo così stupidi da non riconoscere una spremuta..

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri.

1396246679-bibita
Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta.

Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, ma le cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi. Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle.

Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità. Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si è in presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adulti vengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti.

Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Sniffare gas, il nuovo sballo low cost: beccati due 14enni

Il Mattino
di Andrea Zambenedetti


uuuu
TREVISO - È in una bomboletta spray l'ultima frontiera dello sballo che ha contagiato anche Treviso. Costa poco più di 5 euro al negozio di ferramenta o in quello specializzato in accessori per computer e ha effetti sul sistema percettivo sensoriale del tutto simili a quelli provocati dagli stupefacenti.Venerdì mattina due 14enni sono stati sorpresi lungo le Mura in città, mentre stavano per inalare il contenuto di una bomboletta che serve a pulire le tastiere dei computer. All'interno un mix di gas propellenti che servono a far uscire l'aria e che provocherebbero euforia e arriverebbero addirittura ad alterare i sensi di chi li inala.

Si tratta di uno sorta di droga low cost, uno sballo da pochi euro, senza la necessità di rivolgersi a uno spacciatore o di sconfinare nell’illegalità. Una moda che, nelle ultime settimane, si va diffondendo tra i ragazzi ma che, pur non essendo illegale, secondo i medici, ha conseguenze del tutto analoghe a quelle degli stupefacenti.

Stati Uniti, veterani di guerra: 22 suicidi al giorno

Libero


Upk
Nel National Mall di Washington, giovedì scorso, c’è stata una mesta manifestazione dei veterani del gruppo IAVA (Iraq and Afghanistan Veterans of America). Sul pratone, si sono presto formate diverse file a perdita d’occhio di bandiere a stelle e strisce piantate dai convenuti. Difficile definire il raduno, a metà tra la solidarietà per i colleghi morti e la rabbia per non aver potuto fare di più per salvare le loro vite. Gli attivisti dello IAVA ne avevano portate migliaia di bandiere, e 1892 ne hanno allineate: sapevano che tanti erano stati fino a quella mattina, dal primo gennaio dell’anno, i loro ex colleghi che si erano tolti la vita per il «male oscuro» della guerra personale con la memoria, con lo stress, con se stessi. Una media di 22 suicidi al giorno, o uno ogni 65 minuti.

Ma sapevano anche che, mentre loro osservavano lo sventolio di quelle 1892 bandiere commemorative, in qualche parte d’America altri veterani stavano caricando la pistola per farla finita. «È un’epidemia», aveva detto il presidente Obama parlando alla Convention dei Veterani l’estate scorsa, quando annunciò un ordine esecutivo per ampliare il finanziamento dei programmi di assistenza e prevenzione. Ma questo è un conflitto più micidiale, ormai, della vera guerra che il governo sta liquidando in Afghanistan, dopo aver chiuso in malo modo la presenza militare in Iraq. Di fatto il Paese è oggi abbandonato alle «rivincite» di Al Qaeda e del risorgente estremismo sunnita-sciita, e non vi muoiono più soldati Usa. Tra le migliaia che vi sono passati, però, centinaia crepano in patria, suicidi.

I morti tra i militari in combattimento in Afghanistan nel corso del 2013 sono stati 119, molto meno dei soldati in servizio attivo che si sono ammazzati: 301 in tutto tra membri dell’esercito (150), della Guardia nazionale (98) e dei Riservisti (53). Per anni gli uomini e le donne in divisa sono stati sottoposti alla tensione sfibrante contro i nemici veri, contro le bombe sotto il manto stradale, nei pattugliamenti per le strade di Bagdad o di Falluja o della provincia afghana di Kandahar. Poi, a casa, hanno dovuto affrontare il vuoto scavato dai loro atti di coraggio e dagli attacchi della paura per l’esperienza traumatica mai superata.

Le cifre del Pentagono parlano di circa 8000 suicidi all’anno nell’ultimo decennio, per una media quotidiana fluttuante tra i 20 e i 22 morti, confermati con agghiacciante regolarità dalla statistica del primo trimestre 2014, «fotografata» dalla esposizione delle bandiere al National Mall. Il ministero dei veterani ha analizzato recentemente anche i dati dei suicidi sulla base dell’età delle vittime: il 69% è di persone con altre 50 anni di età, il 31% di ex militari ancora giovani, sotto i 50 anni. E il numero di chi si toglie la vita tra i soldati è maggiore nell’esercito rispetto ai marines: dal 2001 al 2012 i suicidi tra i fanti sono balzati da circa 50 a 200 all’anno, mentre tra i marines si sono mantenuti sotto le 50 unità.

Da tempo il ministero dei Veterani ha cercato di correre ai ripari, affrontando la crisi dei suicidi con iniziative concrete, come le linee verdi e un sito web che è aperto al dialogo per i reduci in preda allo sconforto. Gli sforzi si spingono a promuovere presso le famiglie dei veterani trasmissioni di informazioni sanitarie e per combattere la depressione. Il primo avversario da battere in questa battaglia è il senso di vergogna che gli ex soldati provano nel dover ammettere di avere bisogno di assistenza psicologica: «eroi» sul campo, non sono portati a riconoscere la fragilità della propria personalità. Eppure, come per i «depressi» civili, anche quelli in divisa possono salvarsi di solito solo se fanno il difficile passo di chiedere l’aiuto professionale degli psicologi e degli psichiatri specializzati nel loro «disordine».

Da quando il comandante in capo è Barack il fenomeno è riconosciuto nella sua gravità «clinica», come una malattia sociale da curare. Prima, con Bush, quando i militari erano più numerosi perché non erano oggetto delle riduzioni di investimenti bellici in uomini e armamenti che caratterizzano l’amministrazione democratica, i morti tra i reduci erano dipinti dai media come «aggressori», vittime della mentalita’ guerrafondaia del loro comandante texano. Il «suicidio» era l’autopunizione per una vita sbagliata, al servizio di un’America colpevole. Con Obama il numero totale dei morti tra i soldati in Afghanistan ha superato da tempo le 2000 unità (erano stati attorno a 550 sotto Bush) e il «male invisibile» che affligge i veterani suicidi si espande, anziché ridursi. Ma adesso la «questione» non è più «nel manico», come con George W. E per curarla c’è un governo «responsabile», che usa medici, consultori e pillole.

di Glauco Maggi

La Svezia come Hitler: "Zingari discriminati e sterilizzati"

Libero


rodolf_hitler
Il governo svedese chiede scusa agli zingari per un secolo di discriminazioni, vessazioni e abusi che sono arrivati fino all'estremo delle sterilizzazioni di massa, per impedire che crescesse troppo una minoranza classificata come «incapacitati sociali». Non solo è una bella botta allo stereotipo sulla multiculturalità e sulla tolleranza scandinava: anche se probabilmente cose anche peggiori sono accadute e accadono in tanti altri Paesi, senza che nessuno chieda scusa allo stesso modo. Il dato ancora più spiazzante, appunto dando retta agli stereotipi, e che è il governo di centrodestra del premier Fredrik Reinfeldt a chiedere scusa per abusi che furono compiuti soprattutto dai governi socialdemocratici, secondo i quali l’intervento eugenetico per ridurre il peso degli elementi «parassitari» era una condicio sine qua non irrinunciabile dello Stato sociale, per abbatterne i costi. «La situazione che vivono gli zingari oggi ha a che vedere con la discriminazione storica cui sono stati sottomessi», afferma il Libro Bianco sulle violazioni dei diritti di questa minoranza dal 1900 in poi che è stato presentato a Stoccolma.

«Un periodo oscuro e vergognoso della storia svedese», è stato definito dal ministro dell’Integrazione, il liberale Erik Ullenhag. Forse non conclusosi del tutto, visto che una delle testimoni rom invitata a dare testimonianza si è vista negare l’ingresso dal personale di quell’Hotel Sheraton dove il rapporto veniva presentato. E lo scorso settembre ci fu lo scandalo della polizia della Scania che aveva schedato una lista di 4000 rom. Ma il clou fu tra 1934 e il 1974: cioè, quasi l’intero periodo di quel lungo predominio socialdemocratico al governo che durò dal 1932 al 1976. Non ci sono cifre ufficiali, ma secondo le testimonianze almeno una famiglia consultata su quattro era a conoscenza di casi di sterilizzazione o aborto forzato. Inoltre i bambini venivano spesso sottratti alle famiglie: neanche qui ci sono cifre ufficiali, ma secondo il Ministero durante i freddi inverni svedesi la pratica era sistematica, con il pretesto di sottrarre i piccoli ai rigori del clima.

Sempre durante i governi socialdemocratici, fino al 1964 fu proibito agli zingari di entrare in Svezia. Anche durante quegli anni della Seconda Guerra Mondiale in cui rom e sinti nell’Europa occupata dai nazisti venivano sistematicamente mandati nei campi di sterminio. Porajmos, «devastazione», è chiamata quella versione zingara della Shoà in cui morirono oltre 600.000 persone. Anche per chi risiedeva in Svezia in molti municipi era inoltre proibito agli zingari insediarsi in modo permanente, nelle scuole i bambini erano segretati in aule speciali e in generale i servizi sociali erano loro preclusi. Come ha spiegato il Ministero, «l’idea era di rendere loro la vita impossibile perché se ne andassero dal Paese». Per il momento, il Libro Bianco non contempla la possibilità di risarcimenti agli zingari, che in Svezia sono 50.000 su una popolazione di 9 milioni e mezzo di persone. Però l’apertura degli archivi e le scuse ufficiali ne pongono probabilmente le premesse.

di Maurizio Stefanini

domenica 30 marzo 2014

Lo chiamavano Terence Hill

La Stampa

La star di Trinità compie settantacinque anni: ne ricordiamo i ruoli più leggendari


Lo chiamavano Trinità

Per tutti è Terence Hill, ma l'idolo di generazioni di italiani nasce il 29 marzo 1939 a Venezia, con il nome di Mario Girotti. Le sue origini non tradiscano, però: la sua prima lingua è il tedesco, perché il piccolo Mario (figlio di un italiano, originario di Amelia, in Umbria, e di una madre tedesca) si trasferisce subito dai nonni materni in Sassonia, sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1944 torna in Italia, ma l'imprinting è teutonico – e infatti i suoi primi successi nel western li avrebbe ottenuti in Germania. Il 29 marzo, Terence Hill compie settantacinque anni: una vita dedicata interamente al cinema e, negli ultimi anni, alla TV, con l'enorme successo di Don Matteo. Per l'occasione, ne abbiamo voluto ricordare i ruoli più leggendari.



Dio perdona... io no! (1967)
Il ruolo spartiacque, quello che ne lanciò la stella in Italia, nonché il primo incontro con il futuro compagno inseparabile di avventure Bud Spencer. Dio perdona... io no! è anche il primo episodio di una trilogia western firmata da Giuseppe Colizzi (gli altri due sono I quattro dell'Ave Maria e La collina degli stivali). Spaghetti western tutti d'un pezzo e molto più seri dell'era Trinità, ma comunque indimenticabili, soprattutto grazie alla regia del compianto Colizzi, morto troppo presto nel 1978. Curiosità: Hill interpreta un personaggio chiamato Cat Stevens!



Lo chiamavano Trinità (1970)
Dopo i film di Colizzi, la coppia ormai rodata Spencer-Hill abbandona la serietà e, sotto l'accorta regia di Enzo Barboni (in arte E.B. Clucher), mescola western e commedia con enorme successo (uno dei rari casi nella storia del cinema) in Lo chiamavano Trinità. È l'inizio di un'era: la comicità del duo, molto improntata sul fisico e meno sui dialoghi, nasce qui e si svilupperà poi nei film successivi, compreso il sequel ...continuavano a chiamarlo Trinità.



Il mio nome è Nessuno (1973)
Prodotto da Sergio Leone e diretto da Tonino Valerii (anche se Leone ha diretto alcune sequenze), Il mio nome è Nessuno è un interessante ibrido tra lo stile dei western di Leone e quello della saga di Trinità. Ma c'è di più: Hill recita accanto all'icona Henry Fonda, viene messo nel mezzo anche il Mucchio Selvaggio, si cita Sam Peckinpah e in generale tira aria da crepuscolo del West. Tutto ciò fa di Il mio nome è Nessuno un piccolo capolavoro dell'ultima epoca spaghetti western.



...altrimenti ci arrabbiamo! (1974)
Il coro, il killer Paganini (che non ripete), le Dune Buggy, la musica dei fratelli De Angelis, la gara a birra e salsicce, la rissa finale tra i palloncini. Le idee visive e di sceneggiatura di ...altrimenti ci arrabbiamo! sarebbero bastate per due film, ma sono tutte mescolate ad arte in quello che, dopo Trinità, è forse il film più noto della coppia Spencer-Hill. E a ragione.



Mister Miliardo (1977)
Primo tentativo di Terence Hill di sfondare in USA, Mister Miliardo di Jonathan Kaplan vede l'attore nei panni dell'erede italiano di un miliardario americano, in corsa contro il tempo per arrivare in California prima che il denaro finisca nelle mani dell'esecutore testamentario. Un'avventura divertente, in cui Hill dimostra di avere carisma anche al di fuori dell'Italia. Peccato che la sua carriera in America non sarebbe mai decollata.



La bandera – Marcia o muori (1977)
Circondato da un cast che include Gene Hackman, Catherine Deneuve, Max Von Sydow e Ian Holm, in La bandera – Marcia o muori Hill interpreta Marco Segrain, soldato della Legione Straniera guidato dal Maggiore Foster (Hackman) in una battaglia campale contro una tribù araba, offesa perché un gruppo di archeologi, difesi dalla Legione, ne hanno violato un antico luogo di sepoltura. Secondo tentativo dell'attore di sfondare sul mercato internazionale, stavolta prodotto da Jerry Bruckheimer.



I due superpiedi quasi piatti (1977)
Un altro classico assoluto della filmografia Spencer-Hill: I due superpiedi quasi piatti, diretto ancora da Enzo Barboni, racconta di due ex ladruncoli che, per un equivoco, si arruolano nel corpo di polizia di Miami. Indimenticabili: la rapina all'ufficio di reclutamento, le portiere dell'auto di pattuglia, la gag del sordo e dello storpio, le turiste russe. Il film fu quasi completamente girato a Miami e, durante le riprese, per poco i due attori non furono arrestati. La polizia di Miami li aveva scambiati per falsi poliziotti, perché la produzione non aveva specificato quando e dove si sarebbe girato il film...



Poliziotto superpiù (1980)
Erroneamente scambiato per un altro episodio americano della carriera solista di Hill, Poliziotto superpiù è in realtà italianissimo: è diretto dal grande Sergio Corbucci, girato ancora a Miami, e vede Hill affiancato da una leggenda come Ernest Borgnine. La storia mescola la collaudata ricetta della filmografia di Terence Hill con i fumetti dei supereroi americani. Nello stesso periodo, anche Bud Spencer si era affacciato al fantastico con Uno sceriffo extraterrestre... poco extra e molto terrestre.



Non c'è due senza quattro (1984)
La fase crepuscolare dell'era Spencer-Hill si sarebbe conclusa nel 1985 con il blando Miami Supercops. L'anno prima, però, ebbe un ultimo picco con Non c'è due senza quattro, in cui gli attori interpretano i sosia di due fratelli miliardari brasiliani, ingaggiati per scoprire chi li voglia morti. Nel gran finale, i quattro sono costretti a lavorare insieme per fermare i cattivi e Bud e Terence hanno di che divertirsi, giocando con il contrasto tra le due coppie di personaggi.



Renegade, un osso troppo duro (1987)
Fuori tempo massimo, ma con grande convinzione e voglia di spaccare ancora, Enzo Barboni e Terence Hill si alleano un'ultima volta in Renegade, un osso troppo duro. Hill recita accanto al figlio adottivo Ross, scomparso tragicamente tre anni dopo in un incidente d'auto. La trama vede Luke (Hill) accorrere per aiutare Matt (Ross Hill), figlio di un amico, a prendere possesso di un terreno di sua proprietà. A ostacolarli c'è Henry Lawson (il grande Robert Vaughn), losco affarista che vorrebbe il terreno per sé. Non manca una comunità di mormoni che omaggia apertamente quella di Trinità, chiudendo di fatto il cerchio e un'era prolifica nella carriera dell'attore.

Pimpinelli, medico e tifoso doc «Io nerazzurro prima dell’Inter»

Corriere della sera

di Giacomo Valtolina

«Nel 1938 la prima volta allo stadio quando la squadra si chiamava Ambrosiana. Mi portò mio zio, avevo 8 anni. Avversario la Lazio, vincemmo 3 a 1»


1224x916@Corriere
«Sali sul tram, il 6, e poi scendi all’Arco della Pace. Lì, vengo a prenderti io: andiamo a vedere vincere l’Ambrosiana». Anno 1938, destinazione Arena Civica, partita Ambrosiana-Lazio. Chi parla è un bersagliere, rivolto al nipotino Ezio. «I miei genitori non s’interessavano al pallone, e così ci pensò lo zio a portarmi per la prima volta allo stadio...» ricorda il ragazzino, allora otto anni oggi 84 . Un interista self-made, che all’epoca abitava al Musocco dove ancora oggi c’è la farmacia del padre a ricordare al quartiere che la famiglia Pimpinelli, lì, ci visse. Era il 20 marzo del ‘38, quando il piccolo Ezio, su quel tram, ci salì davvero. Tutto il percorso del 6, rimasto immutato, viale Certosa e poi corso Sempione, per «vedere vincere l’Ambrosiana»: 3-1, reti di Frossi, Meazza e Ferrari su rigore. Erano i tempi del quarto scudetto, l’allenatore Armando Castellazzi.
Abbonato per 53 anni
Da quella partita in poi, ci furono pochissime assenze dalle tribune. Cinquantatré anni di abbonamento, dal ‘57 al 2011, le tessere conservate con cura, i biglietti delle trasferte in tutta Europa e poi la maledetta età, implacabile, a sommare anno su anno, fino a cancellare dall’agenda del Pimpinelli il rito dello stadio alla domenica pomeriggio. «L’Inter è stata la mia compagna di vita». Gli occhi lucidi che parlano di gioie passate, rivincite recenti e, in mezzo, un’interminabile era di sconfitte. «Ma sono ormai troppo vecchio per San Siro. Tra scale e posteggi, ho detto basta. Vorrei tornarci solo un’altra volta: l’ultima». Anche perché lo stadio nuovo, dice, che sia il Meazza ristrutturato o l’impianto al Gratosoglio di cui si vociferava mesi fa, «arriverà troppo tardi per me». Chissà.
A bordo campo
Ezio Pimpinelli, leva calcistica 1930, centravanti di sostanza nelle giovanili del quartiere, dopo gli studi all’Università di Pavia scelse d’intraprendere una «rigorosa carriera» da medico dello sport. Ciclismo («seguivo la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia e la Sei giorni di Milano»),il pugilato («Ho fatto campionati mondiali ed europei») e il pallone. «Mi offrivo sempre per fare i test antidoping negli spogliatoi - spiega -. Così non pagavo il biglietto e vedevo la partita da vicino. Per me era un doppio divertimento. Ma di doping nemmeno l’ombra, non come nel ciclismo...».
Anni a bordo campo, incontrando i campioni, da Facchetti a Bergomi, da Beccalossi a Suarez e Jair. «Con qualcuno di loro si chiacchierava, si scambiavano due parole, ma il mio ruolo era quello del medico e l’ho sempre fatto alla milanese: con professionalità e discrezione. Non c’erano grandi confidenze». I più educati? «Mazzola e capitan Facchetti», mentre «con altri c’era più distacco». I più amati? «I centravanti. Da Suarez a Eto’o e Ibrahimovic». Ma il preferito è il regista Corso, «che in campo stava all’ombra ma poteva risolvere le partite con una magia o un calcio da fermo».
L’amarcord
Cinque finali di Coppa Campioni viste, quattro tra il 1964 e il ‘72, roba da far invidia ai milanisti degli anni Novanta. Pimpinelli tira fuori i biglietti originali, amarcord delle partite viste con gli amici: Vienna, San Siro, Lisbona, Rotterdam. Vittorie e sconfitte. I caroselli moderati, la grande gioia, e le disfatte da accettare. «Fu terribile, ne abbiamo viste di ogni». Per la quinta finale ha dovuto aspettare 38 anni, fino a Madrid 2010, la sola delle cinque vista in tv. Meglio Mourinho o Herrera? «Nessun dubbio, Herrera». Altri tempi: «In campo, se le davano ma c’era più anima. Oggi sono tutti più attenti anche se bisogna sempre adeguarsi alla modernità».  L’Inter intesa come una «seconda moglie». La prima, Clementina, l’ha fatta abbonare con lui, nel ‘57-’58. Prima, si era innamorato dei suoi capelli lunghi lunghi: «E quando si ammalò, le donai il mio sangue». Così anche il suocero si convinse al matrimonio. E, infatti, le nozze d’oro, Ezio e Clem le hanno festeggiate nel 2007.

29 marzo 2014 | 11:06

Svolta a Cuba: l’Avana dice sì ai capitali stranieri

Corriere della sera

Spariranno i controlli sugli investimenti, tranne che nella sanità e nella scuola. Il provvedimento votato con una procedura d’urgenza


Sezioni
Un altro passo di Cuba verso un’apertura stile Cina o Vietnam. Il parlamento dell’Avana ha approvato oggi una nuova normativa che punta ad aprire le porte, con qualche limitazione, ai capitali stranieri. La legge viene considerata dal governo una svolta di assoluta importanza. L’ultima parola è spettata alla Asamblea nacional del Poder Popular (il Parlamento monocamerale del paese) che ha tenuto oggi una sessione speciale a porte chiuse per approvare la legge. Erano quattro anni che nell’isola non si ricorreva a tale procedura d’urgenza.
Tranne nella sanità e nella scuola
In sostanza, grazie alla nuova normativa la presenza dei capitali stranieri è ammessa nei diversi settori dell’economia, ad eccezione della salute e l’educazione. Uno dei punti qualificanti del provvedimento, che sostituisce una legge risalente al 1995, riguarda «i contratti di associazione economica internazionale o di imprese controllate da capitali completamente esteri». Un altro aspetto fondamentale è quello tributario, visto che sono previste riduzioni fino al 50% delle tasse sui benefici raggiunti dalle società miste.
Lo sforzo per valorizzare le risorse interne
«Puntiamo all’efficienza e ad associazioni che permettano la nascita di filiere orientate all’export e alla sostituzione delle nostre importazioni», ha precisato il ministro al Commercio e gli investimenti, Rodrigo Malmierca. «Vogliamo favorire - ha aggiunto - i cambiamenti tecnologici e l’ammodernamento delle infrastrutture, oltre a definire i settori fondamentali per gli investimenti, senza abbandonare il programma socialista cubano». L’Avana ha quindi in sostanza deciso di aprire ai capitali stranieri proprio per cercare di sostituire le importazioni in alcuni settori chiave e per rimettersi in carreggiata sul fronte del miglioramento delle tecnologie. Fattori che a loro volta dovrebbero a medio termine rafforzare la crescita dell’economia. La nuova legge rafforza quindi la strada intrapresa ormai da tempo dal presidente Raul Castro, e cioè quella di un’apertura economico-commerciale orientata verso il privato, lasciando intatto il fronte della politica.
Cina, Russia e Brasile in prima fila
Per capire quali saranno gli effetti di questo cambiamento bisognerà attendere, si sottolinea all’Avana, la reazione appunto delle società e dei grandi gruppi stranieri: in particolare quelli di Brasile, che ha già forti investimenti nell’isola, Cina e Russia. Nuovi, poderosi partner, destinati probabilmente a sostituire nel tempo la presenza e gli aiuti, soprattutto petroliferi, del Venezuela.

29 marzo 2014 | 20:33

Don Mazzi insiste: «Non perdonerò mai chi ha condannato Berlusconi»

Il Messaggero


don_mazzi
«Non perdonerò mai chi ha condannato Berlusconi». Lo ha detto don Antonio Mazzi durante la consegnata della nona «Fionda di Legno» di Albenga per il trentennale della fondazione della Comunità Exodus. «Chi ha condannato Berlusconi - ha detto don Mazzi - si deve fare un serio esame di coscienza perchè un magistrato che ha in mano un potere così forte e che lo usa solo per suo interesse, commette un peccato grave. È una magistratura che ha giocato sull'uomo, come anche in altri casi, diciamocelo». La cerimonia si è svolta al cinema teatro Ambra. Il premio «Fionda di Legno» di Albenga viene assegnato annualmente dal gruppo Fieui di Caruggi a personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo italiano che hanno voluto e saputo tirare fiondate «contro il malcostume, le ipocrisie, le truffe, le speculazioni ed il falso perbenismo della nostra epoca».

«Abbiamo deciso di premiare don Mazzi - ha detto Gino Rapa, portavoce dei Fieui di Caruggi - perchè è un visionario e un sognatore come noi e di fiondate ne ha tirate parecchie in questi anni. Ci piacerebbe premiare in futuro Papa Francesco».


Sabato 29 Marzo 2014 - 21:48
Ultimo aggiornamento: 21:49

Una viola Stradivari da 33 milioni, il prezioso strumento va all'asta con una valutazione record

Il Messaggero


23m
Uno strumento musicale può valere oltre 33 milioni di euro, e probabilmente molto di più una volta conclusa l'asta? Sì, se si tratta di una viola di Stradivari, che Sotheby's e Ingles & Hayday metteranno in vendita in giugno a New York con offerte a buste chiuse che partono da una base d'asta di 45 milioni di dollari. Quello della viola Macdonald, dal nome di un barone tra i primi acquirenti del pregiatissimo 'legno', è di gran lunga il record assoluto per uno strumento musicale: il precedente primato era del violino Lady Blunt, sempre del liutaio cremonese, venduto nel 2011 per 15,9 milioni di dollari. Un prezzo determinato anche dal fatto che nel mondo sono rimaste solo 10 viole Stradivari, a fronte di 600 violini e 50 violoncelli prodotti nel laboratorio di Stradivari. E solo due vengono dal cosiddetto 'periodo d'oro': questa è del 1719.

«Questa viola rappresenta l'acme della sapienza umana nella creazione di strumenti musicali, ed è ottimamente conservata: è come se una viola commissionata direttamente a Stradivari ti fosse consegnata 300 anni più tardi», commenta David Aaron Carpenter, il violinista che suonerà lo strumento da Sotheby's a New York. «In ogni settore esistono capolavori che esercitano la loro influenza oltre i confini del loro ambito. Gli strumenti di Stradivari appartengono a una classe di capolavori artigiani di cui la viola Macdonald rappresenta l'apice indiscusso», aggiunge David Redden, vice presidente di Sotheby's.

A partire dalla fine del XVIII secolo, quando la fama di Stradivari iniziò a crescere, i collezionisti cominciarono a ricercare quartetti d'archi (due violini, una viola e un violoncello) prodotti da Stradivari. Oggi è praticamente impossibile riuscire ad assemblare un quartetto simile e il valore degli strumenti usciti dal laboratorio del liutaio cremonese hanno assunto prezzi stratosferici. La viola Macdonald fu acquistata per Peter Schidlof del Quartetto Amadeus nel 1964 e proviene dalla famiglia del musicista, scomparso nel 1987. In genere questi strumenti vengono acquistati da un collezionista milionario o da una ricca fondazione, che a volte li affidano a un fortunato esecutore per tutta la carriera. Nel caso accadesse, l'altra domanda è: anche se si tratta di beni ampiamente assicurati, chi se la sente di portare una cinquantina di milioni nella custodia?


Venerdì 28 Marzo 2014 - 17:15
Ultimo aggiornamento: 17:18

Se l’ideologia del datore di lavoro limita le scelte (riproduttive) delle dipendenti

Corriere della sera
di Viviana Mazza


large-471x250
Se un datore di lavoro, per motivi religiosi, è contrario ai contraccettivi usati dalle sue impiegate sotto assicurazione sanitaria, quale dei due diritti dovrebbe prevalere per legge? La libertà religiosa del primo? Oppure i diritti riproduttivi delle donne? La Corte Suprema degli Stati Uniti si ritrova – spaccata – a discutere proprio di questo, in un caso avanzato da una cinquantina di aziende americane (in nome appunto della libertà religiosa).

Una di queste aziende si chiama Hobby Lobby, vende materiali per l’artigianato fai-da-te il suo quartier generale si trova in Oklahoma, nel cuore dell’America conservatrice, nella cosiddetta “Bible Belt”. Per tanti aspetti, è una azienda  da elogiare perché, in un momento di crisi economica, fornisce ai suoi 16 mila dipendenti (in 600 negozi distribuiti in 41 Stati) il doppio del salario minimo di 7,25 dollari l’ora, più un’assicurazione sanitaria che copre anche le spese odontoiatriche, e un orario di chiusura (spesso) alle 8 di sera che consente ai lavoratori di passare tempo in famiglia. Sono cose che corporation come McDonald’s e Wal-Mart non fanno per gli impiegati regolari, e che Hobby Lobby garantisce perché il proprietario, il miliardario David Green, cristiano evangelico, cresciuto in una famiglia estremamente povera, crede sia suo dovere religioso.

Il problema è che le stesse convinzioni lo portano a voler controllare i tipi di contraccettivi di cui le sue dipendenti possono usufruire: non ha niente contro i preservativi e il diaframma, ma non vuole pagare per la pillola del giorno dopo e per spirali intrauterine che possono interferire dopo che l’ovulo è stato fecondato, il che per lui è una forma di aborto. Perciò ha contestato in tribunale l’Affordable Care Act, cioè la riforma sanitaria di Obama, perché prevede che i datori di lavoro che forniscono l’assistenza sanitaria ai dipendenti debbano anche coprire tutti i contraccettivi riconosciuti a livello federale (oppure pagare una tassa salata).

L’azienda accusa il governo di violare la libertà religiosa dei titolari. E la Corte Suprema, che ha ascoltato il caso martedì scorso, dovrà prendere una decisione entro fine giugno. Uno degli aspetti più discussi è se anche le corporation (o perlomeno alcune corporation, a controllo familiare e con un numero limitato di azionisti) possano fare appello alla libertà religiosa oppure se questo sia un diritto esclusivo degli individui. Un precedente c’è: nel 2010 la sentenza “Citizens United” ha riconosciuto il diritto delle corporation alla libertà di espressione (provocando una valanga di pubblicità politiche nelle ultime elezioni presidenziali).

E poi c’è il fatto che Obamacare prevede già delle esenzioni nella copertura dei contraccettivi per chiese e altre istituzioni esplicitamente religiose; mentre gruppi no-profit con affiliazione religiosa come ospedali gestiti dalle chiese, scuole parrocchiali e organizzazioni caritatevoli devono fornire il servizio oppure delegare il compito a terzi evitando così il proprio diretto coinvolgimento. Ma Hobby Lobby rientra in un’altra categoria: aziende a scopo di lucro che cercano esenzioni simili a quelle delle organizzazioni religiose.

Alcuni commentatori hanno notato però che la Corte Suprema ha preso in considerazione soprattutto le preoccupazioni dei datori di lavoro, mentre la voce delle dipendenti non è stata ugualmente ascoltata. La rivista New Yorker ha elogiato la presenza di tre giudici donne (sui nove membri) della Corte suprema perché sono state loro a soffermarsi in particolare sui diritti riproduttivi delle donne: tra loro Elena Kagan si è chiesta anche se le aziende, per motivi religiosi, potranno dunque limitare pure le vaccinazioni o le trasfusioni, e in generale scegliere quali leggi federali rispettare e quali no.

Ma la questione, in realtà, va al di là dei diritti delle donne. Sono molto preoccupati, per esempio, gli attivisti per i diritti LGBT: dopo le nozze gay, una loro priorità è la fine delle discriminazioni sul luogo di lavoro, e temono che sulla base della libertà religiosa possano incontrare enormi ostacoli. Hanno guardato con grande preoccupazione l’iniziale approvazione in Arizona di una legge (poi bloccata dalla governatrice dello Stato) che avrebbe permesso alle aziende di rifiutare di servire le coppie gay per motivi religiosi; simili proposte di legge sono apparse in Kansas, Mississippi, Georgia.

Mentre oggi la maggioranza degli americani approva le nozze gay, e secondo un recente sondaggio due terzi delle donne (incluse molte che votano per il partito repubblicano) sono contrarie alle interferenze dei datori di lavoro nelle proprie scelte riproduttive, il conservatorismo sociale rimane una forza politica da prendere in considerazione.

*L’immagine è un disegno dell’artista iraniana Avish Khebrehzadeh

Tessera o passaporto?

La Stampa
yoani sanchez


rojo_
Tutto il quartiere lo chiama con il singolare cognome ereditato dal nonno basco. Ben inquadrato nelle questioni ideologiche, ha sempre lasciato intendere chiaramente d’essere “un uomo votato alla causa”. Riunione dopo riunione, rapporto dopo rapporto, denuncia dopo denuncia, erano pochi a superarlo in prove di fede nei confronti del sistema. Una sua caratteristica era lo sguardo severo verso i non conformi e l’abbraccio sempre pronto per chi condivideva la sua ideologia.

È sempre stato così, fino a una settimana fa. Adesso l’albero genealogico ha dato i suoi frutti. Quel personaggio combattivo ha appena ottenuto il passaporto spagnolo. La sua sezione del Partito Comunista l’ha messo a scelta tra la nazionalità straniera e la militanza in quella organizzazione. Fedele, ma non sciocco, ha scelto la prima opzione. Da alcuni giorni ha cominciato una nuova vita senza tessera rossa e ordinamenti. Si è già messo a simpatizzare con i dissidenti del vicinato. “Tu sai che potrai sempre contare su di me”, ha detto ieri a uno che fino a poco tempo fa controllava.

Il Partito Comunista Cubano è una curiosa organizzazione che si vanta di promuovere la solidarietà internazionalità, ma che non vuole tra le sue fila iscritti con due nazionalità. C’è di buono che una tale ristrettezza di vedute favorisce la trasformazione di certi estremisti in “docili stranieri”. Vista la rapidità con cui cambiano idea, viene spontaneo chiedersi se prima avevano creduto davvero in quel che facevano o se erano semplici opportunisti. Forse mentre scelgono un passaporto comunitario stanno solo indossando un’altra maschera, una nuova tonalità per la loro pelle da camaleonti.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi