venerdì 31 gennaio 2014

Che capolavoro quel volo su Vienna

Vittorio Sgarbi - Ven, 31/01/2014 - 08:30

La mostra "Gabriele d'Annunzio aviatore" racconta la passione del poeta per le avventure in aereo

Ci sono coincidenze nella storia che è utile riscontrare perché indicano sensibilità, gusto e visioni che caratterizzano un'epoca. Gabriele d'Annunzio aviatore, che in questa occasione - la mostra «Gabriele d'Annunzio aviatore» Trento, Museo dell'Aeronautica Gianni Caproni, sini al 30 marzo 2014 - si illustra e si documenta, inizia la sua carriera sui velivoli, come egli stesso li avrebbe chiamati, salendo per la prima volta sull'aereo dell'amico Mario Calderara, nel settembre del 1909.


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Lo vediamo sul biplano di Glenn Curtiss seduto a fianco dell'amico pilota, durante il «Circuito aereo di Brescia». Osservo che l'anno della sua nuova passione è lo stesso del primo manifesto futurista, quando entra nella letteratura il culto per l'automobile, che lo stesso d'Annunzio battezzerà al femminile. Ma, nel manifesto futurista, l'automobile è un sostantivo neutro, che si declina quindi al maschile, ma già in rapporto con uno dei grandi capolavori dell'arte antica, Donna e Allegoria: «Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia». Marinetti esalta la bellezza della velocità: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità». D'Annunzio non è Marinetti, ma è stato parimenti attratto dall'energia nuova e viva espressa dall'automobile: per entrambi, nel volo, sembrano coincidere letteratura e avventura. È il sogno dell'uomo nel mito, ma anche nella scienza, da Icaro a Leonardo.

D'improvviso la conquista del cielo, l'infinito pensato diventano realtà: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa... le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne... il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri... le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano... le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi... i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi... i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, e le locomotive dall'ampio petto... e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera...».

«Noi canteremo» scrive Marinetti nel Manifesto e, in tempo reale, «noi voleremo», sembra rispondergli d'Annunzio. E la foto del 1909 lo documenta aviatore, con grande naturalezza, ma non pilota. D'Annunzio vola come scrive. Anzi, scrive volando. È il primo scrittore che sale nel cielo non soltanto col pensiero, ma con il corpo leggero. Lo si vede in quella storica fotografia accoccolato, a destra, in una posizione che sembra abituale, con grande naturalezza. Molto più spontaneo dell'amico che lo accompagna, tenendo il volante in un atteggiamento quasi scolastico.

D'Annunzio ha già volato prima di volare. Lo vedremo ancora su aerei più elaborati qualche anno dopo con il suo pilota Natale Palli, in un aereo biposto preparato per lui. Ma volare non gli basta. D'Annunzio, come un eroe antico, vuole entrare, con il volo, nel Mito. E pensa all'impresa. L'amico Caproni gli prepara lo strumento. D'Annunzio lo annuncia ne La Leda senza cigno: «Si sogna e si disegna un velivolo di forza triplice, robusto, rapido, armato a prua e a poppa: una squadriglia formidabile, capace di gettare su Schoenbrunn diecimila chilogrammi di tritolo».

È l'annuncio, drammatizzato in chiave bellicosa, del pacifico e provocatorio volo su Vienna: «Donec ad metam, Vienna!», aveva annunciato Gabriele il 20 settembre 1915 scendendo da un Farman MF 1914, prodigio di contemporanea tecnologia, sul campo di Asiago, dopo una incursione su Trento con il pilota capitano Beltramo. Li vediamo insieme a Campoformido, in una fotografia gravida di futuro. Il 17 ottobre 1915 d'Annunzio spiega meglio nel suo Taccuino di guerra: «Siamo ora seduti tutti e due sul banco. Si parla di apparecchi, di camerati, di capi, di fortuna, di sfortuna.

Si guarda sulla carta la distanza tra Campoformido e Vienna: il nostro sogno. Ier l'altro, il colonnello Barbieri a Pordenone, dimostrava l'impossibilità di compiere l'impresa con un Caproni da 300 cavalli. Si discute, si persiste, si vuole, si spera». Caproni perfezionerà lo strumento nell'arco di due anni. Tecnici, ingegneri, piloti, aviatori, concorrono all'impresa; ma l'idea è sua, di d'Annunzio. È poesia realizzata in una nuova lingua. La tecnologia, la scienza, la sperimentazione, non bastano.

Occorre lo spirito in cui si coniugano letteratura e avventura. Anche altri potevano volare su Vienna, ma il volo di d'Annunzio è leggenda. Lo spirito anima l'azione. Ricorda il colonnello La Polla, descrivendo l'animo di d'Annunzio: «Gli splendeva negli occhi la luminosa fiamma di cui si illuminava sempre il suo viso quando lo spirito era in tumulto... Mi prese a braccio, mi portò lontano, verso il centro del campo; poi con voce che mal dissimulava l'interna emozione, mi disse: sono trent'anni che io predico la guerra contro l'Austria. Ho dato a questa impresa terribile e grande tutto ciò che di meglio è in me».


Alla fine di agosto del 1917 due Caproni 450 HP furono attrezzati per il volo su Vienna con serbatoi supplementari che ne potenziarono l'autonomia per circa 900 chilometri. Il Caproni, con lo stesso equipaggio che avrebbe dovuto portare d'Annunzio su Vienna (Capitano Pagliano e tenenti Gori e Pratesi) superò la prova del 4 settembre percorrendo circa mille chilometri in nove ore, in condizioni atmosferiche difficili.

Ma la prova non bastò a dissipare i dubbi sull'audace impresa che, per ragioni tecniche, sembrava non poter essere più affidata a d'Annunzio, aviatore ma non pilota. D'Annunzio, indomito, ottenne che l'aereo più adatto all'escursione, il monoposto S.V.A. 5 fosse trasformato in biposto. D'Annunzio, a dispetto di altri letterati come Ugo Ojetti e Ferdinando Martini, che non poterono volare, pur desiderandolo, partì il 9 agosto 1918, carico di volantini che esaltavano l'Italia, in una prosa che accese l'ironia di Ferdinando Martini: «Quando D'Annunzio fece le sue prime prove come soldato la gente, poco fidando nel suo valore o nella bellica sua attività, disse: “scriva e non faccia”.

Ora io dico a lui, dopo molte altre prove: “Faccia e non scriva”». In realtà d'Annunzio con il volo su Vienna aveva compiuto una delle sue più alte imprese letterarie, riuscendo a fondere nell'azione lo spirito avanguardistico di Marinetti con quello romantico di Lauro De Bosis, in una prospettiva storica e patriottica. Con il suo fare aveva scritto una pagina di avventura, essendo protagonista con la forza del sogno. La gratuità del volo e la sua forza simbolica, ben oltre i limiti della Grande Guerra, rappresentarono per lui una sfida e il superamento di un limite. Con il suo volo d'Annunzio ha conquistato l'infinito che Leopardi aveva solo descritto.
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Così funziona la moneta lumbard

Giannino della Frattina - Ven, 31/01/2014 - 07:13

C'è anche la firma dei «grillini» del Movimento 5 stelle sul progetto di legge sulla competitività delle aziende, votato ieri dalla commissione Attività produttive della Regione e che prevede l'introduzione del «Lombard».
 

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La moneta alternativa su cui da mesi lavorano i leghisti e che faceva parte, tra mille sberleffi, del programma elettorale del governatore Roberto Maroni. Un'utopia da principe rinascimentale quella di battere moneta lombarda, ma che diventerà realtà con un voto già fissato per l'11 febbraio in consiglio regionale. «Nessun pregiudizio per la moneta complementare, uno strumento già in uso in altre regioni - assicura il consigliere pentastellato Dario Violi.

Certo qualcuno la vorrà strumentalizzare, ma non stiamo parlando di “lumbard”, bensì di uno strumento utile per semplificare la riscossione di crediti e che va nella direzione del rilancio della competitività e di sostegno al mercato del lavoro». Gli fa eco il collega del Nuovo centrodestra Carlo Malvezzi assicurando che «non conieremo la moneta con la rosa camuna, si tratta di una forma di compensazione per le imprese». La moneta lombarda aggiunge Angelo Ciocca, il presidente leghista della commissione, sarà uno strumento elettronico che consentirà «lo scambio di debiti e crediti tra cliente e fornitore». Con il Pd che con il consigliere Enrico Brambilla sottolinea come «una limitata sperimentazione si può fare, ma attenzione a non presentarla in chiave anti euro».

Di fatto gli uffici del Pirellone sottolineano come la Regione non possa disciplinare la materia monetaria che spetta unicamente allo Stato. Ma è sua facoltà incentivare un accordo tra privati che si possono associare in un circuito territoriale che utilizza denaro alternativo. Una soluzione pensata «per aiutare le imprese paralizzate dal blocco del credito, il credit crunch, operato proprio dagli stessi istituti di credito» aveva spiegato una delle anime del progetto, l'allora vice presidente leghista della Regione Andre Gibelli oggi diventato segretario generale nell'era Maroni. I vantaggi? È una moneta, dicono, che costa di meno perché è indipendente dai mercati finanziari, non ha interessi bancari, incentiva gli scambi perché essendo svalutabile non si ha interesse ad accumularla e così fa emergere l'economia locale. Solo fantaeconomia?

Il meccanismo funziona come un baratto. Per avere accesso ai «Lombard» imprese o soggetti singoli, privati o pubblici, devono iscriversi al «circuito di credito» nel quale ci sarà un istituto di garanzia (che potrebbe essere Finlombarda) predisposto per l'emissione. Il «Lombard» non sarebbe carta né moneta sonante, ma denaro «virtuale» che verrebbe caricato su un «borsellino digitale», una sorta di conto collegato con la Carta regionale dei servizi. Il principio poi è quello dello scambio: ne prendi tanto quanto ne devi spendere. Si crea e si distrugge nella transazione, dunque non si accumula, non si converte in euro, non fa ricchezza. È una camera di compensazione tra debiti e crediti tra imprese, non in moneta corrente e che riduce l'esposizione bancaria. Viene emessa senza interessi bancari e favorisce il pagamento a breve termine.

Sgomberi farsa» È battaglia politica sui campi rom

ChiCa - Ven, 31/01/2014 - 07:12


Il primo atto dello sgombero risale a novembre scorso. Il Comune aveva allontanato da via Selvanesco 48 rom che vivevano lì da anni, bruciando di tutto, dalle gomme alle lastre di eternit il tutto in aree che nel tempo sono diventate di loro proprietà. 


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Nessuno ha accettato l'offerta di un posto letto nei container della protezione civile, nei mesi hanno cominciato a piazzarsi con i camper sempre in zona, diventando l'incubo del Gratosoglio, qualcuno tornava di notte nelle vecchie roulotte. Due giorni fa sono state portate via anche quelle. Con l'assessore alla Sicurezza Marco Granelli che ha annunciato in serata su Facebook: «Da oggi in via Selvanesco non ci sono più i due insediamenti di rom che da anni gestivano rifiuti e avevano realizzato un insediamento in pieno parco Sud con problemi ambientali, di sicurezza e di illegalità. Nonostante fossero proprietari delle aree il Comune è riuscito a smantellare gli insediamenti con due ordinanze e un lavoro iniziato a giugno scorso. Ora la Polizia Locale presidia l'area giorno e notte. Altri hanno fatto proclami per anni, noi stiamo incominciando a fare i fatti». Solo due famiglie con minori hanno accettato di essere accolte nelle strutture. Tradotto: gli altri continuano a dormire abusivamente nel quartiere.

Intanto, se quegli «altri» (il centrodestra) hanno fatto proclami per anni, dall'altra parte della barricata il Pd li accusa di linea dura, di spostare il problema da una zona all'altra se ai nomadi non veniva offerto un percorso di accoglienza. Bene. In altri anni alle famiglie con minori sgomberate veniva offerto un posto letto, e opponevano un niet. Le dichiarazioni di Granelli hanno acceso lo scontro politico. Da una parte il coordinatore cittadino di Forza Italia, Giulio Gallera, ha parlato di uno «sgombero farsa». «Tralasciamo la bugia sui proclami “degli altri - premette - visto che fino al 2010, rpima che arrivasse la giunta Pisapia, gli allontanamento di rom sono stati continui. Concentriamoci sul metodo, ormai consolidato. Abbiamo visto lo stesso film ovunque: via Brunetti, Montefeltro, ex Italmondo, tanto per citare. Manca completamente un piano di integrazione vera tra politiche per la sicurezza (inesistenti) e politiche sociali».

Anche il consigliere di Fdi Riccardo De Corato, ex vicesindacoo e assessore alla Sicurezza, ridimensiona l'entusiasmo di Granelli: «Mentre l'assessore Granelli sbandiera in pompa magna di aver sgomberato i nomadi di via Selvanesco, i residenti del Gratosoglio svelano che i rom si sono solo spostati di una manciata di chilometri, da mesi stazionano sotto le loro case». Ricorda che in tre anni, tra 2007 e 2010, l'ex giunta aveva ridotto da 8mila a 1.500 il numero degli abusivi in città, «Pisapia invece li ha rimpiti di agevolazioni e benefit». Il leghista Massimiliano Bastoni rammenta alla sinistra che «in passato rinfacciava alla vecchia amministrazione di procedere agli sgomberi senza trovare sistemazioni alternative ai rom. Ma è proprio ciè che stanno facendo loro adesso». Per il consigliere di Sel Mirko Mazzali invece criticano per una «comprensibile invidia, abbiamo risolto un annoso problema, ora l'area sarà bonificata. Anche in Gratosoglio il Comune già adottato barriere per limitare gli accessi ai camper».

Attacco hacker a Yahoo, password rubate

La Stampa

L’annuncio della compagnia di Sunnyvale agli utenti: «Ora cambiate accessi»


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Yahoo! Mail, il servizio di posta elettronica della compagnia di Sunnyvale, è sotto attacco degli hacker. Lo ammette la stessa società tramite comunicazione su Tumblr non specificando però quanti account sono stati compromessi. Gli utenti sono stati invitati a modificare le proprie password. Yahoo! sottolinea che le credenziali potrebbero essere state rubate non direttamente dai suoi server, ma da un database terzo. Gli internauti spesso utilizzano le stesse parole chiave per accedere a servizi diversi, quindi gli hacker tentano di utilizzare le password rubate su una piattaforma per violare altri account. A dicembre scorso l’amministratore delegato di Yahoo! Marissa Mayer già si era dovuta scusare per un “blackout” di alcuni giorni del servizio di posta, seguito tra l’altro a un problema simile che aveva interessato Flickr, la piattaforma per condividere foto.

«Non abbiamo prove - spiega la compagnia - che le password siano state ottenute direttamente dai nostri sistemi». A novembre la stessa Mayer aveva annunciato che Yahoo! Mail avrebbe adottato protocolli di sicurezza più avanzati e un sistema per criptare le informazioni degli utenti in transito sui suoi data center. Novità pensata non solo in chiave anti-Datagate, ma in primis per mettersi al riparo da intrusioni degli hacker. Yahoo! Mail è uno dei servizi di posta elettronica più diffusi al mondo insieme a Gmail e Hotmail. Secondo dati comScore riferiti a fine 2012 conta circa 280 milioni di utenti. 

(Ansa)

Cane poliziotto soppresso dopo 9 anni di servizio. La straziante lettera del collega

Il Mattino

di Simone Pierini


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BOSTON - “Mentre scrivo sono assalito da tanti ricordi, pensieri e da tanta angoscia”. Dante per 9 anni è stato il cane poliziotto del sergente del Massachussets Christopher Coscia. Malato, è stato portato dal collega per essere soppresso. Soffriva di crisi epilettiche provocate da una ipertensione polmonare e a causa della perdita di flusso di sangue. Nel viaggio verso la clinica l'agente si è fermato con il suo amico in macchina e, guardandolo negli occhi, ha scritto una lettera straziante per ricordarlo. “Mi siedo qui a scrivere questo necrologio in un parcheggio a due chilometri dalla nostra destinazione finale e scrivo questa storia con le lacrime agli occhi. Dante è seduto in piedi vicino a me a guardare me mentre scrivo di lui”. Le parole dell'agente hanno commosso il web che ha seguito la vicenda.Il suo ricordo prosegue nei racconti di vita insieme. “Ogni mattina appena mi vedeva mi saltava addosso, avvolgeva le sue zampe intorno alla mia vita e si dirigeva verso la porta, pronto per una nuova giornata di lavoro”

venerdì 31 gennaio 2014 - 11:56

Operazione Pulizia

La Stampa

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Calle Infanta y Vapor, otto di sera. Un’impalcatura scricchiola sotto il peso dei suoi occupanti. La zona è oscura, nonostante tutto due pittori passano i pennelli sopra sudici balconi, facciate e lunghe colonne che danno sul viale. Il tempo incalza, il II Vertice CELAC (Conferenza degli Stati Latinoamericani e Caraibici, ndt) comincerà tra poche ore e tutto deve essere pronto per ricevere gli ospiti. Le strade dove transiteranno le carovane presidenziali saranno ritoccate, l’asfalto rinnovato, le buche tappate e la povertà occultata. La vera Avana si nasconderà sotto un’altra città in costruzione, come se sulla polvere - accumulata per secoli - fosse sistemato un vistoso ed effimero arazzo. 

Dopo sarà la volta della “pulizia umana”. I primi segnali che si sta armando un’altra scenografia giungono dai telefoni mobili. Le chiamate si perdono nel niente, i messaggi di testo non raggiungono la destinazione, ogni volta che si tenta di comunicare con un attivista rispondono irritanti squilli di occupato. Inoltre sta per arrivare la seconda fase, quella fisica. Agli angoli di certe strade proliferano persone silenziose, uomini vestiti con camicie a quadri che toccano nervosamente un auricolare nascosto in un orecchio, vicini che fanno la guardia davanti alle porte di persone alle quali fino al giorno prima avevano chiesto un po’ di sale. L’intera società ribolle di sussurri, occhi attenti e paura, una grande dose di paura. La città è tesa, tremante, in allarme: è cominciato il Vertice CELAC.

L’ultima fase porta con sé detenzioni, minacce e arresti domiciliari. Sugli schermi della televisione ufficiale gli annunciatori sorridono, commentano le conferenze stampa e trasferiscono le telecamere verso le scalette di decine di aerei. Il panorama si completa con tappeti rossi, pavimenti puliti, felci verdeggianti nel Palazzo della Rivoluzione, brindisi, foto di famiglia, traffico deviato, poliziotti ogni cento metri, guardie del corpo, stampa accreditata, discorsi di apertura, persone minacciate, prigioni piene e amici trasferiti in dimore sconosciute. Neppure la raffineria Ñico López può esibire il fumo nero che esce dalla ciminiera. La cartolina ritoccata è pronta… quel che manca è la vita. 

Finita la festa, tutto passa. Presidenti e cancellieri tornano ai loro paesi. Umidità e muffa fanno capolino dall’esigua copertura di vernice delle facciate. I vicini che parteciparono all’azione di polizia tornano alla noia consueta e gli ufficiali che hanno gestito l’Operazione Pulizia vengono premiati con soggiorni in alberghi dove tutto è compreso. Le piante seminate per l’inaugurazione seccano per mancanza d’acqua. Tutto torna alla normalità e all’assoluta mancanza di normalità che caratterizza la vita cubana. La falsa istantanea è finita. Addio II Vertice CELAC.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

La Nasa sbaglia, su Marte c'è vita»: scienziato fa causa all'agenzia spaziale

Il Mattino

di Anna Guaita


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NEW YORK – E’ un fungo, non una roccia. E dunque testimonia dell’esistenza di una forma di vita sul pianeta Marte. Con questa certezza, lo scienziato Rhawn Joseph ha fatto causa alla Nasa, accusandola di non aver voluto studiare in modo appropriato la misteriosa forma comparsa dal nulla nelle foto prese da uno dei due rover attualmente al lavoro sul pianeta Rosso.

La forma è stata fotografata da Opportunity, la più “anziana” dei due piccoli laboratori mobili che viaggiano sul pianeta. La Nasa l’ha illustrata e presentata al pubblico proprio nella cerimonia in cui si festeggiavano i dieci anni di Opportunity. E’ stato spiegato che quella roccia, di forma tondeggiante, non era mai stata fotografata in quel luogo. Il responsabile della missione, Steve Squyres, ha detto: “E’ stupefacente, prima non c’era lì”. L’ha descritta come una “ciambella”, e ha spiegato che forse era il resto di una meteorite caduta dopo il passaggio precedente di Opportunity, o forse proprio una pietra smossa da Opportunity stessa.

L’astrobiologo Rahwn Joseph non è affatto convinto di questa spiegazione: “Il rifiuto di fare fotografie ravvicinate da vari punti di vista, il rifiuto di produrre immagini microscopiche dell’oggetto, il rifiuto stesso di rendere pubbliche immagini microscopiche di questo oggetto sono un comportamento bizzarro e negligente”, ha scritto nel ricorso ai tribunali.

Joseph, che ha studiato a lungo le immagini fornite dalla Nasa, sostiene che esse fanno pensare a un apothecium, una specie di lichene. Scrivendo sul sito Journal of Cosmology, l’astrobiologo non trattiene il sarcasmo: “Qualsiasi adulto intelligente, o anche adolescente, o bambino, o scimpanzè, o pure un cane o perfino un topo con un minimo di curiosità si avvicinerebbe e investigherebbe da vicino una struttura a forma di disco che comparisse a pochi centimetri davanti a loro, se dodici giorni prima non c’era”. La Nasa risponde asciutta: “Trovare forme di vita in mondi oltre la terra è ovviamente un impegno importante per la Nasa. Ma ci devono essere prove convincenti”.

 
giovedì 30 gennaio 2014 - 21:53   Ultimo aggiornamento: 22:09

Pizza, bordello o funerale? Ecco i profumi più pazzi del mondo

Il Messaggero


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Pasta, pomodoro, mozzarella e origano. La ricetta della pizza? Sì, ma adesso anche gli odori di un bizzarro profumo appena lanciato sul mercato. La trovata è dell'azienda Demeter, non nuova a questo genere di prodotti. La fragranza alla pizza (chi l'ha annusata assicura che ha anche una forte "punta" di aglio) non è certo quello che ci si aspetta di sentire sulla pelle di una donna. Ma che dire del profumo "di funerale". Anche in questo caso l'idea è di Demeter che vende le sue boccette di liquido inindossabile (accanto a profumi più ordinari) online sul proprio sito web. Ma non è l'unica azienda a dedicarsi ad essenze quantomeno strane: c'è chi ha creato un profumo all'aragosta, alla vulva, alle secrezioni, al bordello, alla marijuana, alla grigliata e al pongo, la famosa pasta modellabile.


Giovedì 30 Gennaio 2014 - 18:08
Ultimo aggiornamento: 22:06

Clochard disseppellisce il cane morto e lo porta con sé

Il Mattino

di Giulia Mancinelli


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SENIGALLIA - Ha disseppellito il cane morto da quasi un mese e dal quale lo avevano dovuto separare a forza. La storia del giovane clochard e del suo inseparabile cane che ha suscitato la commozione di tutta la comunità senigalliese assume ora toni diversi. Il senzatetto, un albanese da molti anni residente in città, subito dopo Capodanno era stato visto per alcuni giorni aggirarsi per le vie del centro stringendo a sé quel cane che era tutta la sua famiglia.

Pur di non separarsi da lui il giovane aveva più volte rifiutato di trovare riparo notturno alla Caritas, dove gli animali non sono ammessi. Quando l'animale è morto sono dovuti intervenire i servizi sociali del comune e il servizio di igiene dell'Asur per togliere a forza il cane morto dal suo padrone. Ora però una brutta agghiacciante. Ieri mattina i servizi sociali del comune sono dovuti nuovamente intervenire perché il clochard ha disseppellito il cane, ormai in avanzato stato di decomposizione, e dopo averlo rinchiuso in un borsone, è tornato a girare per le vie della città. Un'azione che ovviamente mette a rischio l'incolumità del ragazzo e la salute pubblica. Per questo il Comune ha dato disposizione di prelevare nuovamente il cane morto per dargli sepoltura e lasciarlo, finalmente, sotto terra.

venerdì 31 gennaio 2014 - 12:59   Ultimo aggiornamento: 14:22

Indagata a Roma Ilaria Cucchi: «Per la Procura avrei diffamato la polizia»

Corriere della sera

Denunciata dal sindacato Coisp. «Ma io non mi fermo». Iscritte anche Lucia Uva e Domenica Ferrulli


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ROMA - Ilaria Cucchi indagata dalla Procura di Roma per diffamazione degli agenti di polizia. A chiederlo con una denuncia presentata in giugno è stato Franco Maccari, segretario di quel sindacato di polizia Coisp che a Ferrara è andato a manifestare sotto l’ufficio comunale di Patrizia Aldrovandi, la madre del giovane Federico morto durante un controllo di polizia. Il pm Luigi Fede ha dato seguito ora con un’istruttoria che vede indagata la sorella di Stefano Cucchi, per la cui morte sono stati condannati solo i medici e non gli agenti della penitenziaria.

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LA CONVOCAZIONE - Ilaria Cucchi è stata convocata, come da prassi, per eleggere il domicilio. Ne è uscita con una determinazione ancor più rafforzata nella sua lunga battaglia. Anche perché con lei sono indagate Lucia Uva e Domenica Ferrulli, congiunte di altri giovani morti in circostanze simili a quello di suo fratello Stefano, che oggi hanno eletto domicilio rispettivamente a Varese e a Milano. Ilaria Cucchi ha appena affidato a Facebook alcune considerazioni, la cui sostanza ripete volentieri al telefono. Dice: «Ebbene si! Sono sono sottoposta ad indagini dalla Procura della Repubblica di Roma. Ho appena eletto domicilio, naturalmente non so neanche a che cosa devo questa querela. So solo che mi ha querelato il signor Maccari del sindacato della polizia di Stato Coisip». Domani, venerdì 31, l’avvocato di Ilaria, Fabio Anselmo, andrà in Procura.

«INDAGATA PER ESSERMI RIBELLATA ALLE MENZOGNE» - «Sarei indagata - prosegue Ilaria Cucchi - per aver offeso l’onore della polizia di Stato e di tutti i poliziotti che ne fanno parte. Sono indagata per aver reclamato verità e giustizia per la morte di Federico, di Michele, di Giuseppe, di Dino e di tanti altri morti di Stato. Sono indagata per essermi ribellata alla mistificazione ed alle infamanti menzogne sulla morte di mio fratello. Io non mi fermerò, mai. Non avrò pace fino a quando non avrò ottenuto giustizia. Io voglio confessare tutto, ogni cosa. Queste morti offendono la polizia, questo è sicuro. Offendono lo Stato. Questo è altrettanto sicuro. Offendono tutti».



«Non parlo di soldi», Ilaria Cucchi su risarcimento per morte Stefano (22/10/2013)
Ilaria Cucchi: «Caso ridotto a storia di malasanità» (03/09/2013)
Ilaria Cucchi, «Giovanardi indegno di stare in parlamento» (01/02/2013)
30 gennaio 2014

Quando le dimensioni contano: l'evoluzione dei cellulari, da giganti a minuscoli e viceversa

Il Messaggero

di Andrea Andrei


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Il primo costava quattromila dollari e per trasportarlo c'era bisogno di una borsa apposita. Era il 1984, e sul mercato esordiva il Motorola DynaTAC 8000X, il primo telefono cellulare destinato al consumo "di massa". O almeno si fa per dire, visto che il prezzo altissimo lo rendeva un lusso per pochi.

Il telefono diventa davvero portatile Fu la stessa Motorola a produrre il primo telefono dalle dimensioni più ridotte, rendendolo veramente "tascabile": era il MicroTAC, che aveva uno sportellino che copriva i tasti e un display da sole due righe. Era il 1989, e da allora c'è stata una continua rincorsa a produrre telefonini sempre più piccoli. Si pensava che la vera sfida del futuro fosse creare dispositivi minuscoli, quasi invisibili. Ma come spesso è accaduto nella storia del progresso tecnologico, si era fatto un fondamentale errore di valutazione. O meglio, semplicemente non si poteva prevedere che il cellulare sarebbe diventato molte cose, e solo in un secondo momento un telefono. Insomma, all'inizio degli anni '90 non esisteva il concetto di smartphone, internet non era diffuso, i display erano molto limitati, il touchscreen era qualcosa di futuristico.

I palmari Nel 1996, mentre al predominio di Motorola si sostituìva gradualmente quello della finlandese Nokia, uscì il primo palmare, il Nokia 9000 Communicator, con uno schermo più ampio e una tastiera Qwerty. Ma è all'inizio degli anni Duemila che il mercato dei cellulari subì una svolta: uscì il Nokia 3310, uno dei telefoni portatili più venduti di sempre, che entrò nelle tasche degli adulti ma, per la prima volta, anche in quelle degli adolescenti. Era l'epoca dei cellulari "compatti": niente sportelletti scomodi e fragili, tasti abbastanza maneggevoli per inviare i primi SMS alla velocità della luce e display adatti per giocare a "Snake" e altri videogame tanto semplici quanto immortali.

Arriva Internet Per vedere i colori e i display più grandi e dinamici negli Stati Uniti si dovette aspettare il 2002, quando BlackBerry produsse il 5810, in grado di connettersi facilmente a internet e ricevere le e-mail. E fu forse quello l'inizio dell'inversione di tendenza: il display rubò sempre più spazio ai tasti, fino a sostituirli completamente nel 2007, quando la Apple di Steve Jobs presentò il primo iPhone.

I tablet e i phablet Da allora in poi il telefonino fu utilizzato soprattutto per navigare su internet, sui social network, per mandare e-mail e per usare applicazione sempre più complesse, per cui la corsa a ridurre le dimensioni dei dispositivi si è capovolta. I cellulari hanno schermi sempre più grandi, sono nati i tablet e addirittura i phablet come il Samsung Galaxy Note, ibrido fra uno smartphone e un tablet. Oggi semmai la sfida è nel produrre dispositivi sottili o leggeri, ma la grandezza sembra non essere più un problema, anzi. I display larghi sono una delle caratteristiche più apprezzate degli smartphone di alta gamma Samsung, tanto che a confronto anche gli schermi degli iPhone sembrano sfigurare. Solo che adesso nessuno si sognerebbe di chiamare un Galaxy S4 "cabinone" o termini ironici affini. Il progresso è bello anche per questo.


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Giovedì 30 Gennaio 2014 - 19:12
Ultimo aggiornamento: 20:02

Titanic, all'asta il violino del direttore dell'orchestra che suonava mentre la nave affondava

Il Messaggero

Uno dei più significativi reperti del Titanic è stato venduto all'asta per una cifra record. Si tratta del violino di uno dei componenti dell'orchesra che suonò fino alla fine morendo sulla celebre nave.


20131019_violino_titanicÈ stato venduto all'asta per l'incredibile cifra di 900.000 sterline (oltre un milione di euro) il leggendario violino di Wallace Hartley, direttore d'orchestra del Titanic, quella che continuò a suonare mentre il transatlantico si inabissava nelle gelide acque dell'Atlantico la notte del 15 aprile del 1912. Lo ha annunciato la casa d'aste Henry Aldridge & Son, che ha curato la vendita oggi a Londra spiegando che lo strumento è stato acquistato da «un collezionista britannico» che ha fatto la sua offerta per telefono. Lo strumento, stimato tra le 200.000 e le 300.000 sterline, è stato definito dalla casa d'aste uno strumento «modesto, di origine tedesca, probabilmente della scuola di Berlino o di Dresda, risalente al 1880».

Le sue condizioni riflettono la sua vita movimentata: «sullo strumento restano solo due corde, e si notano i segni di ripetuti restauri, e due crepe». Il violino, ritrovato in un granaio e identificato oltre 100 anni dopo il naufragio, apparteneva al direttore dell'orchestra del Titanic, Wallace Hartley. Quando il Titanic naufragò, il corpo di Hartley restò in acqua per giorni e il violino fu ritrovato in una valigia di cuoio attaccato al suo corpo. Sul violino c'era una targa d'argento, con su scritto «Per Wally, in occasione del nostro fidanzamento. Maria». Un elemento che è stato determinante per l'autenticazione


Sabato 19 Ottobre 2013 - 20:52

Fermo: Giornata della memoria torna a suonare violino di sottufficiale internato a Servigliano

Il Messaggero

E' quello appartenuto all'ex sindaco di Fermo Annio Giostra e donato al musicista Luca Marziali


SERVIGLIANO - Il violino di un sottufficiale internato in un campo di prigionia nazista tornerà a suonare nei pressi della Casa della Memoria, l'ex campo di raccolta di Servigliano, in provincia di Fermo, da dove tra il 1943 e 1944 partirono decine di ebrei diretti ad Auschwitz.


20140125_annio_giostraL'iniziativa è in programma in occasione della Giornata della Memoria il 27 gennaio nel Teatro Comunale di Servigliano alle 21. Protagonisti sono il violinista Luca Marziali e il pianista Fausto Bongelli. Il violino è appartenuto ad Annio Giostra, ex sindaco di Fermo, che si salvò dai lager nazisti grazie allo strumento, realizzato da liutai bolognesi e acquistato dalla famiglia Giostra nel 1939. Giostra, giovane sottufficiale prigioniero in Germania, con la sua musica allietava gli internati e spesso le guardie lo conducevano per concerti improvvisati nella mensa dove a volte riusciva ad avere un pasto in più. Tornato a Fermo, ha avviato centinaia di giovani alla musica, tra cui lo stesso Marziali, che è stato uno degli allievi prediletti di Giostra da cui ha ricevuto in dono il violino. In programma pagine di Williams (Schindler's List), Glass, Rzewski, Ramirez, Elgar.


Sabato 25 Gennaio 2014 - 18:11
Ultimo aggiornamento: 18:12

Usa, rapina a mano armata per rubare uno Stradivari da 6 milioni. La vittima è il primo violino della Milwaukee Orchestra

Il Messaggero

di Anna Guaita

Una rapina a mano armata,per impossessarsi di un prezioso violino Stradivari. 




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Non era mai successo finora che i ladri ricorressero a maniere così estreme per rubare uno strumento musicale. Certo, lo Stradivari in questione vale un minimo di 6 milioni di dollari, ma potrebbe anche raggiungere cifre più alte. Era sottobraccio a Frank Almond, primo violino della Milwaukee Symphony Orchestra. L’artista aveva concluso un concerto e stava raggiungendo la propria automobile nel parcheggio, quando è stato avvicinato da un uomo e una donna. L’uomo ha tirato fuori un taser, una pistola elettrica, e he colpito Almond, il quale per il dolore è crollato a terra, lasciando andare la cassa con il violino. La coppia ha tolto lo strumento dalla custodia ed è corsa verso un furgone, prendendo il largo.

E’ chiaro cioé che i rapitori puntavano proprio allo strumento, non al portafogli di Almond. E questo fa pensare che si sia trattato di un furto “su commissione”. Come spiega il capo della polizia Edward Flynn: “Questo violino ha un altissimo valore, ma solo per un gruppo molto ristretto di persone: non può essere suonato in pubblico o mostrato”. Nell’inchiesta sono state già coinvolte l’Interpol e l’Fbi.
Il violino è noto nel mondo dell’arte e dei collezionisti come l’esemplare “Lipinski”. E’ considerato uno degli strumenti migliori fra i circa 700 costruiti dal cremonese. Stradivari lo aveva prodotto per il compositore e violinista Giuseppe Tartini. Il nome deriva dal terzo proprietario dello strumento, il polacco Karol Lipinski.

Nel 1962, il violino era arrivato a New York, per la violinista di origine estone Evi Liivak, e dalla sua morte, nel 1996, è rimasto di proprietà della sua famiglia, conservato nella cassaforte di una banca. Nel 2006 però, gli eredi hanno deciso che lo strumento “per vivere” doveva essere suonato, e così lo hanno dato in concessione ad Almond. Lo strumento è riconoscibile per le striature della cassa. Il suo suono è giudicato impareggiabile, difatti è uno degli strumenti dell’”epoca d’oro” di Stradivari, e risale al 1715. Per capirne il valore, basti ricordare che nel 2011 uno Stradivari che era appartenuto al poeta inglese Lord Byron è stato messo all’asta per quasi 16 milioni di dollari, e l’intero ricavato fu devoluto al disastro del terremoto giapponese di Fukushima.


Mercoledì 29 Gennaio 2014 - 18:08
Ultimo aggiornamento: 18:23

Tregua a sette anni dalla morte Ora la tomba di Funari ha una lapide

Corriere della sera

Era in stato di abbandono al cimitero Monumentale. Il motivo? La lite tra la moglie del conduttore tv e la figlia

tomba funari
A sette anni dalla morte Gianfranco Funari ha una lapide. La sua tomba, al cimitero Monumentale di Milano era incompleta e parzialmente in stato di abbandono con la foto del conduttore tv attaccata con lo scotch e nessuna copertura del colombaio. Il motivo , spiega un’inchiesta del settimanale Oggi? L’agenzia che si era occupata dei funerali avvenuti nel 2008 non era stata pagata: il saldo ammontava a 18 mila euro.

LA LITE — Anni di abbandono della tomba causati dalla lite tra la moglie di Funari, Morena Zapparoli, e la figlia Carlotta. La signora Zapparoli ha sempre sostenuto di aver versato la sua quota, mentre la figlia ribatteva che lei aveva proposto di completare la lapide a sue spese ma non gli era stato dato il permesso di farlo proprio dal cimitero Monumentale al quale risultava che la concessione della tomba di Funari era in concessione solo della moglie .

ANNI DI INCURIA - Ora la lapide alla tomba di Funari è arrivata (non è ancora dato sapere chi ha pagato) con le due scritte che il conduttore aveva espressamente chiesto di far stampare sul marmo: «Ho smesso di fumare» e «Manco da qui taccio». Mentre la lite in famiglia tra Morena Zapparoli e Carlotta Funari continua ancora.

30 gennaio 2014

L’olio, il New York Times, la frenata di Tom

Corriere della sera



Il fumetto contestato del Nyt

«Perché non rispettiamo i grandi oli  come rispettiamo i grandi vini? ». È la domanda con cui Tom Mueller, giornalista e blogger, chiude il suo libro «Extraverginità», presentato ieri alla Camera dei deputati. Dal 2007 l’americano Mueller, che abita in Liguria, indaga sulle frodi di uno dei prodotti più noti del made in Italy. Al suo lavoro ha dichiarato di  essersi ispirato il «New York Times» per realizzare 15 tavole grafiche intitolate «Il suicidio dell’extravergine».


La tavola finale della serie, con Mueller citato come fonte

Un attacco che è sembrato fuori misura, generico e in alcuni punti impreciso all’industria olearia italiana. Per esempio quando sostiene che i test dei nostri carabinieri per scoprire le frodi si basano soprattutto sul semplice odorato. Oppure quando si aggiunge che è legale importare  olio d’oliva  da Spagna, Marocco e Tunisia e marchiare le etichette delle bottiglie con il simbolo «Made in Italy». La legge impone invece di indicare la provenienza delle olive estere e di parti di olio non estratto in Italia. È vero che alcune aziende di olio d’oliva commerciale, vendute agli spagnoli, miscelano prodotti non solo europei, ma ciò viene riportato nelle confezioni.

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Imprecisioni che hanno convinto lo stesso Mueller, ieri alla Camera, a prendere le distanze dalle 15 tavole grafiche spiegando che  «non hanno alcun legame con me, nè con il mio lavoro. Si tratta di immagini spiritose, che contengono anche verità, ma soprattutto clamorosi errori e scontano un approccio tendenziosissimo che ignora la qualità e si concentra solo sulle frodi». Il giornalista ha detto di aspettarsi, dopo un colloquio con il quotidiano di New York, la pubblicazione di una rettifica.

Un caso che, al di là della rappresentazione distorta, può diventare una spinta ad aumentare i controlli e a puntare su una migliore comunicazione ai consumatori. Perché le frodi, i falsi e gli inganni, esistono davvero, anche se non come sono stati descritti dal quotidiano americano. Lo hanno dimostrato inchieste giornalistiche e  giudiziarie.  Bisogna quindi colpire i disonesti, senza sparare sul mucchio dei produttori italiani. E spiegare a chi acquista, come fa Mueller nel suo libro, che è bene sospettare dei prezzi stracciati: «Sotto i 4-5 euro al litro l’olio extravergine può essere di bassa qualità».

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Anche perché, spiega Mueller nel libro edito da Edt  con la prefazione di Milena Gabanelli, “gli effetti del vino su di noi sono chiari e repentini, mentre l’olio lavora sul corpo per vie nascoste, lente, e indugia nelle cellule e nella mente come i miti. Il vino è l’allegro Dioniso; l’olio è Atena, solenne, saggia e irriconoscibile. Il vino incarna la vita che vorremmo, ma l’olio rappresenta la vita così com’è: fruttata, pungente e con una sfumatura d’amarezza complessa – la triade sfuggente dell’extravergine”.






L’edizione americana di Extraverginità

Rapporto del Pentagono: “F-35 fragile e inaffidabile, crepe durante i test”

La Stampa

I dati diffusi quest’anno verranno valutati con particolare attenzione perché il Congresso proporrà di far salire a 42 i modelli da acquistare nel 2015


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Durante i test di resistenza condotti lo scorso anno sui caccia F35 si sono prodotte alcune crepe. A rivelarlo è stato il Pentagono, spiegando come i velivoli della Lockheed Martin Corp che sono prodotti in Italia nello stabilimento di Cameri (Novara). non si siano dimostrati sufficientemente affidabili nei voli di addestramento effettuati. I test condotti sui modelli Air Force e Marine Corps dei caccia hanno permesso di individuare «significative tracce» di crepe in cinque diverse occasioni in corrispondenza delle paratie della fusoliera, delle flange, dei rinforzi e supporti motori, tali da richiedere forse una nuova progettazione per alcune parti, stando ad un rapporto annuale messo a punto da Michael Gilmore, direttore del settore test operativi del Pentagono. 

Il rapporto diffuso quest’anno verrà valutato con particolare attenzione - si legge su Bloomberg - perché il Congresso proporrà di far salire a 42 il numero dei modelli da acquistare nell’anno fiscale 2015, contro i 29 di cui ha autorizzato l’acquisto quest’anno. 

Eurispes 2014: quattro italiani su dieci vivono con un animale, Fido vince su Micio

La Stampa

Scende il numero di persone che hanno uno o più animali, si fa più attenzione alle spese veterinarie e crescono le richieste di affido


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Gli italiani continuano ad amare i “quattrozampe”: quattro persone (il 39,4%) su 10 ne ospitano almeno uno a casa loro, mentre il 60,6% non ne possiede. In particolare, il 27,5% ha accolto in casa propria un animale e l’11,9% più di uno. Il migliore amico dell’uomo occupa la testa della classifica degli animali che si possono trovare nelle case degli italiani, infatti il è 53,7% ad avere almeno un «Fido» in famiglia. Segue nella lista degli animali preferiti come compagnia domestica il gatto (45,8%). 

Rispetto alla rilevazione dell’anno scorso, però, i dati raccolti mostrano un fenomeno particolare: la presenza di almeno un animale in casa è scesa rispetto a quella dell’anno scorso che si assestava al 55,3%. Difficile dare una spiegazione precisa di una tale riduzione: da un lato la crisi economica, così come dimostrano anche i dati sulle spese veterinarie, potrebbe aver inciso sulla decisione di condividere la propria vita con un animale, così come gli italiani potrebbero aver preso una maggiore consapevolezza sull’impegno e sui bisogni legati all’avere in casa un “quattrozampe” evitando di aprire le porte della propria vita a chi non può essere considerato un supplemento d’arredo da regalare sotto Natale. Una diminuzione che solo con un’analisi effettuata su un periodo più lungo potrà avere una spiegazione adeguata. 

Ma quanto ci costano i nostri amici? La metà di chi ha un animale (52,1%) spende in media meno di 30 euro al mese per il suo fabbisogno nutrizionale, igienico e sanitario, il 32,8% fino a 50 euro mensili, mentre la restante parte si divide tra il 10,9% di quanti spendono una cifra che va dai 51 ai 100 euro, il 2,1% di chi spende da 101 a 200 euro, l’1,4% di coloro che spendono un importo compreso tra 201 e 300 euro e un’esigua minoranza, lo 0,2%, che non bada a spese, andando oltre i 300 euro al mese. Più della metà di chi ha un animale domestico (55,1%) afferma di riuscire a nutrirlo con meno di 30 euro al mese, mentre il 29,8% spende da 31 a 50 euro, il 10,9% da 51 a 100 euro, il 2,6% da 101 a 200 euro.

Per quanto riguarda le visite dal veterinario. La maggior parte dei padroni (il 69,1%) spende per visite dal veterinario ed eventuali medicine una cifra contenuta entro i 100 euro l’anno. Circa un quinto (18,8%) spende dai 101 ai 200 euro, mentre si assottiglia la quota di quanti mettono mano al portafogli in maniera più consistente: il 6,7% spende dai 201 ai 300 euro e il 2,6% oltre 300 euro l’anno. L’Eurispes inoltre quest’anno ha deciso di ampliare il suo raggio d’indagine sul tema animali dando voce anche ai veterinari.

L’indagine è stata realizzata col prezioso contributo della Federazione Nazionale Ordine Veterinari Italiani (Fnovi) che ha coinvolto i propri associati nella compilazione del questionario. L’82,8% dei veterinari riscontra spesso una cura adeguata degli animali, il 2,2% sempre, mentre un 14,8% si dimostra più critico rispondendo «raramente». La crisi colpisce pesantemente anche i nostri piccoli amici: la larga maggioranza del campione riferisce che i proprietari di animali hanno ridotto le spese veterinarie, per il 52,1% abbastanza, per il 34,7% (oltre un terzo) addirittura molto. Solo il 12,9% parla di una lieve riduzione. (AGI) Eli (Segue) 301105 GEN 14

Tra le diverse voci relative alle spese veterinarie quelle su cui, secondo i veterinari, sono stati fatti più tagli sono le cure e gli interventi chirurgici costosi (49,3%) e i controlli medici periodici (48%); solo il 2,7% parla dei medicinali. Un’altra conferma della difficoltà della situazione del Paese arriva dal fatto che per quasi la metà dei veterinari (48,2%) sono aumentati negli ultimi anni i clienti che chiedono il loro aiuto per affidare ad altri i propri animali, non riuscendo a sostenere le spese per mantenerli. Per il 50,2% sono rimasti stabili, solo per l’1,6% sono diminuiti. 

Il 47,2% dei veterinari dichiara che la disponibilità dei clienti ad adottare animali, rispetto a qualche anno fa, è rimasta stabile, ma un rilevante 44,3% sostiene che è diminuita; solo per l’8,5% è invece aumentata. Per quanto riguarda l’abbandono degli animali, più della metà dei veterinari (59,5%) afferma che il numero di animali feriti o in difficoltà in seguito ad abbandono portati nel suo ambulatorio è sostanzialmente stabile rispetto al passato. È però degno di nota il fatto che un veterinario su 4 (25,7%) abbia notato un aumento degli abbandoni rispetto a qualche anno fa; il 14,8% parla invece di una diminuzione. Alla maggioranza dei veterinari (66,3%) è capitato di ricevere in ambulatorio un animale selvatico in difficoltà. Sono soprattutto i privati cittadini a portare gli animali selvatici in difficoltà dai veterinari (57,3%).

Al 13% dei veterinari sono stati portati animali selvatici dalle Forze dell’ordine, al 10,1% da Associazioni di volontariato (LAV, Legambiente, ecc.). Gli animali selvatici portati con maggior frequenza negli ambulatori veterinari sono i volatili (è capitato di occuparsene al 52,5% dei veterinari), seguiti dai mammiferi (37%) e dai rettili (8,3%). Alla maggioranza dei veterinari (1,4% spesso, 22,5% qualche volta e 51,7% raramente) inoltre è capitato di curare animali maltrattati. Per quanto riguarda l’anagrafe canina, a quasi tutti i veterinari è capitato di visitare cani privi di microchip o non iscritti all’anagrafe canina (solo al 9,2% non è mai successo). Per la maggioranza dei soggetti (69%) ciò accade qualche volta, per il 21,3% spesso. Infine il 40,1% dei veterinari afferma che nel corso dell’ultimo anno sono aumentate le richieste di eutanasia a seguito di diagnosi di malattia cronica/non curabile.

Quello che Travaglio non dice di Riina

Vittorio Sgarbi - Gio, 30/01/2014 - 08:47

Mi sembra che un ottantenne sottoposto al 41 bis possa più parlare che fare, e che ai suoi non si capisce bene chi possa, dopo vent'anni, dare soddisfazione

«Oro colato» era il nome d'arte di un imprenditore, accusato di mafia, di San Mauro Castelverde, di cui si riconoscevano più della la bontà delle cose dette, la preziosità delle cose fatte.


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L'ottimo Marco Travaglio ritiene «oro colato» le parole di Riina intercettato in carcere. Sarà. Ma mi sembra che un ottantenne sottoposto al 41 bis possa, al contrario di «oro colato», più parlare che fare, e che ai suoi malumori, alle sue invettive, ai suoi sfoghi, non si capisce bene chi possa, dopo vent'anni, dare soddisfazione. È evidente che alcune cose possono essere utili, ma chissà perché sempre e soltanto quelle che riguardano le minacce a Nino Di Matteo. Non mi sembrano né le più interessanti né le più inquietanti. Che Di Matteo faccia «impazzire» Riina può allarmare e indurre a maggior prudenza, ma non può corrispondere alla certezza di una cospirazione o di un attentato.

Converrà, Travaglio, che perfino Riina ha diritto a sfogarsi, ma non per questo Di Matteo ad agitarsi, sentendosi nel mirino di una mafia che ha altri capi. Non è senza rilievo, infatti, che nelle intercettazioni Riina prende le distanze da Matteo Messina Denaro.Osservo anche, per esperienza diretta, che nessuno pensò che Federico Zeri corresse rischi quando io dichiarai pubblicamente: «Lo voglio vedere morto!». Non basta, né a me libero, né a Riina in galera, una invettiva per trasformare i desideri in minacce o fatti. Ma io, perfino Travaglio converrà, non sono Riina. E lui resta molto più pericoloso, anche se controllato a vista.

Posso pensare che Travaglio abbia un particolare trasporto per Di Matteo, bello e aitante, ma non riesco a capire perché se Riina è credibile per quel che dice nelle intercettazioni su Di Matteo, non lo debba essere per quello che dice su Mancino e che, stranamente, il giornale di Travaglio non riporta. Proprio entrando nel merito della trattativa, Riina dice: «Ma che vogliono sperimentare che questo... Mancino tratta, trattò con me, così... loro vorrebbero, così vorrebbero, ma se questo non è avvenuto mai... questo!». Se mette in discussione la trattativa non è più credibile? E perché tanta considerazione per Riina e nessuna considerazione per la Boccassini? La quale, a proposito delle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, denuncia le omissioni e gli errori dei pm rispetto alle sue dichiarazioni.

Appare grave, forse non a Travaglio che si fida di Riina, che della relazione Boccassini sulla inaffidabilità di Scarantino alla Procura di Caltanissetta non sia stata trovata traccia. E proprio sulla base del «sacco di fregnacce» del falso pentito, che Carmelo Petralia, Annamaria Palma e Nino Di Matteo, siano andati avanti nella direzione sbagliata.Travaglio li direbbe, a ragion veduta, «acchiappa fantasmi». Ma la Boccassini è ancora più dura perché non accetta che si voglia scaricare sulle indagini della polizia l'errore del pubblico ministero, anche se amatissimo da Travaglio: «Il dominus dell'indagine resta sempre il pubblico ministero. Sono i pm che devono aver deciso di andare avanti con Scarantino.

Non possiamo immaginare un paese dove un investigatore può far soccombere l'autorità giudiziaria. Se così fosse, sarebbe grave». Come la mettiamo, Travaglio? Dunque, se anche per Riina, rispetto a Di Matteo, tra il dire e il fare, c'è di mezzo il mare, altro valore hanno le considerazioni su Matteo Messina Denaro, che indicano una ben precisa sfera di interessi della nuova mafia. Anche in questo Travaglio si comporta come i suoi amati magistrati, i quali, a partire da Alberto di Pisa, hanno dimenticato e ignorato le mie reiterate denunce, che hanno poi trovato, solo recentemente, conferma.

Abbagliato dalla «trattativa» gli interessa poco che Riina, in dialogo con Angelo Lo Russo, affermi, senza ragione di mentire o maramaldeggiare: «A me dispiace dirlo questo... questo signor Messina (Matteo Messina Denaro, ndr) questo che fa il latitante che fa questi pali eolici, i pali della luce, se la potrebbe mettere nel c... la luce. Ci farebbe più figura se la mettesse nel c... la luce e se lo illuminasse, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque, fa luce, fa pali per prendere soldi ma non si interessa...». Non è abbastanza eloquente?

E perché nessun Travaglio e nessun magistrato ha mai scritto o pensato che io sia stato costretto a dimettermi da sindaco di Salemi con una strumentale indagine sulle infiltrazioni mafiose per impedirmi di continuare a denunciare, con non meno rischio di Di Matteo, gli affari della mafia nella finta energia pulita? Non ce ne dà indiretta conferma l'affidabilissimo Riina, le cui minacce a Di Matteo sono credibili? E il resto? Il resto Travaglio non lo legge.

press@vittoriosgarbi.it

Clicca “mi piace” su Facebook rischia condanna per diffamazione

La Stampa

Il “like” su un commento ritenuto offensivo durante una lite virtuale


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Per un “like” su Facebook rischia una condanna da sei mesi a tre anni, o una multa di 516 euro. La procura di Parma ha infatti chiesto il rinvio a giudizio di un uomo per concorso in diffamazione aggravata. Lo racconta la “Gazzetta di Parma”. La sua colpa sarebbe stata quella di aver espresso il proprio gradimento, con un semplice clic, su una bacheca altrui, ad un commento ritenuto offensivo nell’ambito di una accesa discussione scoppiata fra due donne.

Le due, a quanto ricostruisce il giornale parmigiano, avevano collaborato ad un progetto, che aveva coinvolto anche l’uomo. Poi fra loro era scoppiata una profonda lite, resa pubblica sulle pagine del più popolare social network. Durante una di queste liti una delle due contendenti si è ritenuta diffamata da un commento postato dall’altra. E si è rivolta al giudice per perseguire non solo l’autrice del commento in questione, ma anche chi, con un semplice “mi piace”, aveva dimostrato di essere d’accordo.

giovedì 30 gennaio 2014

Lo svizzero De Bendetti: "Ora la Fiat è apolide, la patria è importante"

Sergio Rame - Gio, 30/01/2014 - 19:19

L'Ingegnere: "Un giorno la Fiat si ritroverà senza patria e si accorgerà che la patria è importante". Detto dalla Svizzera fa, perlomeno, sorridere

"La Fiat è ora apolide: non è statunitense, non è più italiana, non è olandese e nemmeno britannica".

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A descrivere il nuovo "stato giuridico" della Fiat Chrysler Automobiles è, nientemeno, Carlo De Benedetti, l'ingegnere svizzero tessera numero uno del Partito democratico. Fiat ha deciso di lasciare l'Italia. Si chiamerà Fiat Chrysler Automobiles, avrà sede legale in Olanda e fiscale a Londra. Una scelta che non piace allo svizzero De Bendetti. Che da Berna, in occasione del Forum per il dialogo Italia Svizzera, spara a zero contro i vertici del Lingotto. "Premesso che si tratta di un’azienda privata e che fa le scelte in termini di convenienza - ha detto l’imprenditore sollecitato dai giornalisti sulla sede fiscale del nuovo gruppo - un giorno si ritroverà senza patria e si accorgerà che la patria è importante".

Detto dalla Svizzera fa, perlomeno, sorridere.

Onorevoli deputati: 65 anni di risse in Aula

Libero

Sia a Montecitorio che a Palazzo Madama sono diversi gli episodi che hanno portato senatori e deputati alle mani. Eccoli


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La rissa scoppiata in Aula ieri può aver fatto dire a molti frasi del tipo: "Cose mai viste". In realtà non è così. Da quando si è insiediato il Parlamento ad oggi, sia la Camera che il Senato si sono trasformate in un ring. Ecco una lista degli episodi più significativi raccolti dall'archivio di Repubblica (fino al 2007): si va dagli occhiali rotti di Sgarbi alla sospensione per dieci sedute di 14 deputati della Lega, dalla litigata per la partita Juve-Inter ai documenti bruciati nell'emiciclo.

18 marzo 1949 - Alla Camera si vota l'adesione dell'Italia alla Nato. Quando il presidente dell'assemblea Giovanni Gronchi proclama l'esito del voto, il deputato del Pci Giuliano Pajetta (fratello del più noto Giancarlo) si lancia "a catapulta" (come si legge nel resoconto parlamentare) contro un collega, dando inizio a una rissa che vede anche un cassetto volare nell'emiciclo.

1 aprile 1952 - Il deputato Dc Albino Stella, coltivatore diretto, si getta contro il monarchico popolare Ettore Viola, agricoltore, colpendolo con un pugno.

29 marzo 1953 - La "legge truffa" viene approvata dal Senato ma in aula succede di tutto. In una rissa senza precedenti volano cassetti e banchi, il ministro Randolfo Pacciardi rimane ferito e l'opposizione abbandona compatta l'aula.

4 dicembre 1981 - Durante la discussione sullo scioglimento delle associazioni segrete (P2) il radicale Tessari attacca un questore del Pci e scoppia una rissa tra parlamentari dei due gruppi. Vola qualche calcio e i commessi intervengono per separare i contendenti. Il radicale Cicciomessere spicca un salto sul banco del governo ma cade a terra e i commessi riescono a respingere alcuni deputati del Pci, che volevano aggredirlo.

20 novembre 1991 - Mentre la Camera discute i provvedimenti di attuazione del pacchetto per l' Alto Adige, il missino Giuseppe Tatarella si alza e si avvicina all'esponente della Svp Johann Benedikter, che sta parlando, strappandogli di mano i fogli del suo intervento e gettandoli in aria.

16 marzo 1993 - Durante il dibattito sulla questione morale, il leghista Luca Leoni Orsenigo espone in aula un cappio da forca, agitandolo verso i banchi del governo. Alcuni deputati cercano di raggiungere i banchi della Lega Nord e solo un fitto cordone di commessi impedisce il contatto fisico.

19 maggio 1993 - Durante la discussione della riforma Rai, il deputato missino Teodoro Buontempo cerca di parlare in aula con un megafono e, all'ordine di consegnarlo, scappa per le scale dell'emiciclo rincorso dai commessi. Il vicepresidente lo richiama e poi lo espelle insieme al collega di partito Marenco che ha urlato "ladri-ladri" e altro.

21 settembre 1994 - Il progressista Mauro Paissan, relatore del decreto "salva-Rai", è interrotto da un boato di proteste provenienti soprattutto dai banchi di Alleanza Nazionale. Un gruppo di deputati di An travolge il muro di commessi piazzati nell'emiciclo e ad avere la peggio è Francesco Voccoli, Prc, messo ko da un pugno mentre faceva scudo a Paissan. Anche un commesso deve ricorrere alle cure dell'infermeria.

2 agosto 1996 - Scambi di insulti e strattoni tra deputati di Polo e Lega nella discussione sul finanziamento dei partiti. Il leghista Cavaliere salta un banco e cerca di raggiungere il deputato Giovine e altri esponenti di Forza Italia. Rotti gli occhiali a Vittorio Sgarbi.

17 novembre 1997 - Rissa alla Camera con fascicoli bruciati, portaceneri rotti, insulti, urla e scontro fisico evitato per pochissimo. Gli incidenti avvengono in Transatlantico tra Enrico Cavaliere, Mario Borghezio e Luciano Dussin della Lega da un lato e Famiano Crucianelli (Comunisti Unitari), Ugo Boghetta e Ramon Mantovani di Prc dall'altro.

29 aprile 1998 - Uno scontro verbale su Juventus-Inter tra il deputato di An Gramazio e l'ex calciatore e deputato Ds Massimo Mauro si trasforma in scontro fisico. Gramazio scatta verso i banchi della maggioranza, Mauro cerca di allontanare con un calcio l'avversario, che intanto lo strattona e cerca di colpirlo. Gran lavoro dei commessi per sedare la rissa.

9 luglio 2003 - Durante la seduta della Camera, alcuni leghisti mostrano t-shirt con la scritta "io non sto con Abele" e "Caino sconti la pena". Il presidente Casini richiama due volte il capogruppo Alessandro Cè, Dario Galli, Luciano Dussin, Andrea Gibelli, Sergio Rossi e Luciano Polledri e poi li espelle. Un esponente del Carroccio si strattona da solo fingendo una sorta di colluttazione con uno dei commessi: "Sì, sto facendo anch'io resistenza. Da qui non mi sposto...".

31 luglio 2004 - Dopo un alterco per alcune battute su Tangentopoli e "nani e ballerine" con alcuni socialisti dei due schieramenti, Davide Caparini (Lega) tenta di sfondare il cordone dei commessi e di avvicinarsi a Roberto Giachetti (Margherita). Per Caparini scatta l'espulsione. Renzo Lusetti (Margherita) finisce in infermeria.

14 giugno 2007 - I deputati leghisti si siedono nei banchi del governo sventolando il titolo della Padania: "Governo fuori dalle balle". Seduta sospesa, poi l'occupazione, per circa un'ora, con i leghisti che urlano slogan e insulti alla maggioranza e quindi la rissa con i deputati del centrosinistra. L'ufficio di presidenza sospende 14 deputati della Lega per dieci sedute. Un record per Montecitorio.

15 novembre 2007 - Un senatore di Forza Italia cerca di prendere a testate un parlamentare del centrosinistra che viene circondato dai colleghi e portato in salvo fuori dall'emiciclo dal presidente della commissione Giustizia Cesare Salvi. Dai banchi di Forza Italia parte anche un sonoro "vaffanculo".

26 ottobre 2011 - La seduta è stata sospesa dal Presidente di turno, On.Bindi, a seguito di scontri “fisici” tra parlamentari leghisti  e parlamentari di Futuro e liberà, il tutto di fronte alle scolaresche in visita a Montecitorio che dalle balconate hanno assistito incredule all’accaduto.

15 Dicembre 2011 - Seduta sospesa alla Camera per le proteste della Lega che hanno esposto alcuni cartelli contro la manovra. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha espulso Gianluca Bonanno e Fabio Rainieri, che li hanno alzati davanti al banco del Governo.

Dal 6 giugno fattura elettronica obbligatoria verso la P.A.

La Stampa


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Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ufficializza l'obbligo per la fatturazione elettronica verso la Pubblica Amministrazione: partirà il prossimo 6 giugno. L'obbligo rientra nelle politiche di attuazione dell'Agenda Digitale e coinvolge tutte le imprese, incluse le più piccole, che hanno rapporti con la P.A.. Tutte dovranno organizzarsi e digitalizzare il processo di emissione fattura. Il Commissario per l'Agenda Digitale, Francesco Caio, stima in un miliardo di euro il risparmio per lo Stato derivante da tale digitalizzazzione. Sarà necessario produrre le fatture attraverso un file in formato XML, che dovrà essere trasmesso seguendo determinate specifiche tecniche. I ministeri utilizzeranno i prossimi mesi per mettere a punto tutti i meccanismi necessari per essere pronti il prossimo 6 giugno.

Il Governo rimarca i benefici connessi alla nuova procedura di fatturazione, primo fra tutti la capacità per la P.A. di gestire con certezza l’ammontare ed i tempi dei pagamenti verso i fornitori, visti i notevoli ritardi nei pagamenti che costeranno all'Italia una procedura di infrazione da parte dell'UE. La fatturazione elettronica sarà poi utile per il controllo della spesa, garantirà la possibilità di guidare analiticamente la spending review e rappresenterà un fattore di ammodernamento nei rapporti fra pubblico e privato.

Fonte: http://fiscopiu.it/news/dal-6-giugno-fattura-elettronica-obbligatoria-verso-la-pa