venerdì 27 dicembre 2013

De Magistris riceve la cittadinanza palestinese

Libero

Le battaglie del sindaco di Napoli, che lancia messaggi anti-Israele: "Il popolo della Palestina subisce discriminazioni"


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La cittadinanza, seppur onoraria, può esistere se lo Stato che la riconosce esiste. Sembra ovvio. Trattandosi di De Magistris, l’ovvio si restringe spalancando la porta ad una rappresentazione della realtà ai limiti della patafisica: un po’ come ai tempi delle inchieste di Catanzaro, fonte primigenia e spiegazione ultima della fenomenologia che circonda il primo cittadino della terza città italiana. Nel bene e nel male. Giggino ha infatti annunciato urbi et orbi d’esser diventato «cittadino onorario di Betlemme» la sera del 24 dicembre, cioè mentre tutti noi affamatori e sfruttatori di popoli nobili e indifesi eravamo ad impiastricciarci con struffoli e panettoni.

Ha il debole, De Magistris, per queste cose: il terzomondismo, la «questione» palestinese, l’occupante israeliano cattivo e magari col naso adunco, i camerieri della lobby ebraica, gli schiavi degli Usa, l’ambiguità dell’Ue e via elencando i cardini dell’armamentario «culturale» tipico della sinistra, italiana ed europea, cresciuta sull’onda  di una propaganda lunga almeno 40 anni. E De Magistris, si sa, a scenari del genere non riesce a resistere.

Il viaggio che si dovrebbe concludere oggi (è iniziato il 22 dicembre) è avvenuto in rappresentanza dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani. In realtà che ci andasse lui era scontato, trattandosi del sindaco che il 27 aprile scorso ha conferito la cittadinanza onoraria al presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Fu cerimonia, quella nel Maschio Angioino, che fece sfigurare - nell’immaginazione sindacale - perfino la Repubblica del 1799 dell’odiato (dai napoletani e campani in generale) Murat, dal momento che si disse che Napoli «riconosceva lo stato palestinese» quasi si trattasse di relazioni bilaterali tra soggetti-nazione definiti.

Ora il gemellaggio è completo: «Sono orgoglioso di essere cittadino tra cittadini di un popolo che esiste fiero nella sua identità. Recandomi da Betlemme a Gerusalemme, ho toccato con mano la segregazione alla quale migliaia di palestinesi sono sottoposti nell’attraversare il muro e i check-point. Mi sono mescolato ai palestinesi per vedere, prima volta nella mia vita, la discriminazione che qui viene reiterata da troppi anni. Il muro, insieme agli insediamenti di coloni che interrompono ogni possibile continuità territoriale tra le città palestinesi, sono il fallimento di tutta la comunità internazionale» ha scritto su Facebook il sindaco, ricalcando anni di articoli della stampa mainstream, soprattutto di quella italiana. Ma è ciò che ha dichiarato in un’intervista all’agenzia Nena che colpisce: «Il Mediterraneo non dev’essere intriso più di sangue come è avvenuto con Lampedusa» ha detto, tra mille altre cose.

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Come si combinino due storie diametralmente opposte lo capiranno, forse, soltanto gli amici di De Magistris di Freedom Flotilla, la nave che voleva aggirare l’embargo di Gaza, finanziata anche con una pubblica colletta in consiglio comunale. Ovviamente, nei discorsi non c’è traccia della gente squartata dalle bombe nei bus e nei bar dai kamikaze, dei razzi che piovono ogni ora sulle cittadine israeliane colpendo a casaccio, che i territori sono ancora occupati e che il muro esiste soprattutto per queste ragioni. Ma non c’è problema: Camp David, Oslo, Dayton ed altri sbiadiranno al confronto: «Noi a Napoli crediamo ad una diplomazia autonoma (sic!, ndr)- ha detto ancora a Nena - che parta dal basso ed aggiri le trattative degli stati. La pace deve venire dalla gente e non dai governi». Ecco, qualcuno ricordi all’ex pm che se davvero andasse a finire così, cioè lasciando al «popolo» il compito di pacificare l’area, ci troveremmo dinanzi ad un oceano di sangue. Nel battimani generale, per giunta.

di Peppe Rinaldi





De Magistris posa nel calendario per i senzatetto

Libero

Il sindaco di Napoli, ultima in classifica per la qualità della vita, vestito da senegalese


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La città di Napoli è all'ultimo posto per la qualità della vita secondo la classifica stilata dal Sole 24ore. Ma il sindaco si mette a fare il senegalese. E si fa fotografare mentre viene identificato da un poliziotto di colore. Luigi de Magistris ha infatti posato per il calendario realizzato dal Cad (Centro di ascolto per il disagio) per i senzatetto. Una scelta che ha fatto storcere il naso a quanti vorrebbero un sindaco che risolvesse i problemi di una città orami allo sbando e si preoccupasse un pochino meno di lanciare messaggi sulla sua campacità di accoglienza...Un'altra foto da incorniciare per Giggino.

Vigile urbano insulta la Kyenge: "Un primate scroccone", ora rischia il posto

Libero

Fulvio Riccardo Platania potrebbe pagare caro una frase pubblicata sul suo profilo social. Il Comando dei vigili di Milano ha già avviato un procedimento disciplinare


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"La Kyenge? Una primate scroccona". Un post su facebook può costare caro ad un vigile urbano di Milano. Fulvio Riccardo Platania ha definito così sul suo profilo social il ministro dell'Integrazione. Un'uscita quella del vigile che non è piaciuta al Comando della Polizia locale di Milano che ha aperto un procedimento disciplinare. Il vigile, che si definisce simpatizzante del Pd, ora rischia la sospensione dal servizio.

La sua colpa è avere insultato pesantemente il ministro per l’Integrazione in una discussione online sul fatto che Kyenge ha trascorso il Natale a servire pasti caldi in una mensa per profughi al Centro Astalli di Roma. "Si tratta di un fatto inaccettabile - riferisce un dirigente dei vigili urbani milanesi - Chi veste una divisa non può permettersi di insultare in quel modo ignobile un alto rappresentante delle istituzioni". Fra quanti hanno commentato online la vicenda con indignazione c'è anche Mirko Mazzali, presidente della commissione Sicurezza del Comune. ll comando di piazza Beccaria ha immediatamente avviato il procedimento disciplinare: si potrebbe arrivare addirittura alla sospensione dell’agente dal servizio o dallo stipendio.

Ecco la locanda di duemila anni fa con il misterioso crocifisso di Puteoli

Il Mattino

di Nello Mazzone


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POZZUOLI. Nelle viscere di una palazzina a pochi passi dall’Anfiteatro Flavio c’è una locanda romana del I secolo dopo Cristo che custodisce il «crocifisso di Pozzuoli». Un tesoro chiuso al pubblico e quasi unico al mondo: per analizzare quel graffito sono arrivati esperti e studiosi della sacra Sindone dall’Argentina, dall’Australia e dalla Germania. Il crocifisso, largo una ventina di centimetri per quaranta di altezza, è stato scolpito nel I secolo dopo Cristo sulla parete in opus reticulatum da un anonimo viandante, rimasto sotto choc dalla crocifissione - a quel tempo inusuale - di una donna. E sulle mura della locanda ci sono anche tracce di affreschi, del menù scritto in greco con le pietanze offerte, oltre a figure stilizzate che mostrano una nave triremi della flotta imperiale romana di stanza a Miseno e maschere del teatro.

L’attenzione degli studiosi si è concentrata, però, su quel crocifisso ribattezzato la «Sindone di Pozzuoli». Padre Marcelo Cano, religioso argentino dell’Istituto del Verbo Incarnato e tra i massimi esperti mondiali di sindonologia, qualche settimana fa si è recato a Pozzuoli per studiare da vicino quell’eccezionale reperto custodito nella proprietà privata di Ciro Iovinelli, che per anni ha gestito sopra la taberna un ristoratore-pizzeria. A darne notizia è stata la diocesi guidata dal vescovo Gennaro Pascarella, attraverso una copia speciale del mensile diocesano «Segni dei Tempi», distribuito la notte di Natale nelle parrocchie. Una visita eccezionale: la locanda, che si trova negli scantinati di un palazzo in via Terracciano 28, è sempre chiusa al pubblico. Si può visitarla solo prendendo appuntamento con Ciro Iovinelli.


Padre Cano è stato accompagnato nel sopralluogo da Andreina Moio, direttrice della biblioteca diocesana e presidente dell’associazione «Nemea» che da anni si batte per rendere visitabili una serie di tesori archeologici della zona. «Padre Cano ci ha contattato dall’Argentina, interessato a vedere di persona quel graffito di cui parlano tutti i testi di sindonologia del mondo – spiega Andreina Moio – secondo Cano il graffito di Pozzuoli è un disegno rozzo, ma nel contempo di grande realismo e di sommo interesse, perché ha molti elementi comuni con la Sindone conservata a Torino». Un graffito che è testimonianza storica. Secondo Amedeo Maiuri, che per primo ne parlò negli anni Quaranta del secolo scorso, era un riferimento dei protocristiani al martirio di Cristo e perciò simile alla Sindone. Secondo la storica dell’arte Margherita Guarducci, invece, la «crocifissione presenta dei collegamenti con i massacri circensi e il graffito descrive in maniera aperta l'esecuzione capitale di una donna di condizione servile». Un mistero che continua dopo duemila anni.
 
venerdì 27 dicembre 2013 - 15:07   Ultimo aggiornamento: 17:20

Il commovente addio di Mike al suo cane Rusty

La Stampa

fulvio cerutti (agb)

Il 21enne da nove anni combatte contro il cancro. Ora il suo male è giunto allo stadio terminale e ha voluto salutare il suo quattrozampe con cui è cresciuto


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Sono cresciuti insieme. Ora un brutto male separa le loro strade e la foto che immortala il loro ultimo saluto è diventata un simbolo dell’amore fra l’uomo e il suo fedele amico a quattrozampe. Lui è Mike Petrosino, 21 anni, malato terminale di cancro. 

Per anni , era alla medie quando gli venne diagnosticata la malattia, è entrato e uscito dall’ospedale nel Massachussetts, ma ora i medici gli hanno dato la notizia che non avrebbe mai voluto sentirsi dire: nonostante le cure, nonostante l’amputazione di una gamba per cercare di fermare il brutto male, la possibilità di sopravvivere è solo del 3%.

In questi momenti particolarmente duri, oltre ai suoi famigliari, Mike ha potuto fare affidamento su un amico speciale, di quelli sempre fedeli che non ti chiedono nulla, ma che ti danno tanto amore. È Rusty, un cane che gli è stato regalato quando era bambino e che è cresciuto con lui. Il quattrozampe ora ha 10 anni e negli ultimi nove ha condiviso tutto il calvario del giovane Mike, standogli sempre accanto anche quando la vita gli ha mostrato il lato più duro. 

«Rusty era visibilmente emozionato quando Mike lo ha salutato per l’ultima volta - ha raccontato il padre del ragazzo al sito The Blaze -. Ogni volta che sono tornato a casa in questi ultimi due giorni, l’ho trovato seduto vicino al divano preferito di Mike e piange». Parole che fanno male, perché il finale di questa storia sembra purtroppo già scritto. Ora la famiglia di Mike e Rusty dovranno prepararsi a trovare la forza di affrontare il peggio. 

Vogue, Nirvana, Tea e Peppa Ecco i nomi più assurdi del 2013

La Stampa

elisa barberis

Cartoni animati e celebrità influenzano la scelta dei genitori


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Se pensavate che le scelte dei genitori per i nomi dei loro bebè avessero già raggiunto le vette della stranezza, ripensateci. Nirvana, Vogue, Paradise e Pinky: ecco come si chiamano i nati nel 2013. Se prima era più che altro un vezzo delle star, desiderose di rendere unici anche nel nome i loro figli, i certificati di nascita rilasciati quest’anno rivelano non poche sorprese. E l’insolito elenco mostra fino a che punto televisione e celebrità influenzano mamme e papà nella decisione. 

Spazio alla creatività, quindi. Nel Regno Unito, patria dei Jack, Oliver, Emily e Olivia, salgono in classifica Noah, Mia e Isla, ma spuntano anche Reem (“gazzella”), Lohan (come il cognome della famosa Lindsay) e Puppy. C’è però anche chi ha avuto il coraggio di chiamare la propria bambina Peppa, come la protagonista del cartone animato britannico che racconta la vita dell’omonima maialina e della sua famiglia, o Geordie, come il reality show “Geordie Shore”.

Più raffinato Dior, in onore della maison di lusso, mentre saranno segnati da un futuro rockettaro chi è stato chiamato come l’icona grunge di Kurt Cobain o da una brillante carriera nel golf chi è stato registrato come Tiger. La mania dei Giochi ha poi contagiato anche le giovani coppie in attesa: Olympia e London sono i nomi scelti sull’onda dell’emozione per il grande evento dell’estate 2012. 

Sono state però ancora una volta le celebrità a lanciare la moda di attingere dalla geografia: se Victoria e David Beckham hanno optato per Brooklyn, Bono Vox ha preferito Memphis e Alicia Keys Egypt. Così come dalla botanica: dopo che Will Smith ha chiamato la figlia Willow (“salice”) e Geri Hallywell Bluebell (“campanula”), tra i nati del 2013 è stato boom di Sorrel (“acetosella”) e Orchidea. 

E in Italia? Mentre la cronaca rosa racconta i primi mesi di vita di Santiago De Martino, Swami Miccoli e David Lee Buffon, secondo l’ultimo atlante della natalità dell’Istat, tengono però saldi i primi posti evergreen come Giorgia, Giulia, Andrea e Alessandro. L’entusiasmo per il nuovo papa, che ha portato una ventata di freschezza ed entusiasmo nella Chiesa, fa tornare Francesco in cima alla classifica insieme a Sofia, da tre anni il nome preferito per le femmine.

L’ultimo bilancio demografico che fotografa la situazione nostrana evidenzia anche il continuo calo delle nascite dei bambini italiani – circa 12mila in meno rispetto al 2011 e addirittura 42mila se confrontati ai dati del 2008 – mentre cresce la percentuale dei bebè stranieri. Si chiamano Adam, Ryan e Mohamed, Malak, Melissa e Yasmine. E se, sempre più spesso, nella comunità cinese si scelgono nomi tradizionali italiani per i propri figli (Elena, Matteo e Angelo), un comportamento opposto si riscontra per i genitori provenienti da Tunisia, Marocco, India e Bangladesh, che preferiscono mantenere le proprie tradizioni.

Dopo tanta originalità, cosa riserverà il 2014? Secondo gli esperti sarà segnato da un ritorno dei nomi retrò: basta bimbi chiamati come calciatori, attori e personaggi televisivi, spazio a personaggi storici e letterari, come Emma, Rebecca, Lorenzo e Virginia. 

Gli italiani “amano” il cellulare al volante, lo usa il 12,4%

La Stampa

È quanto rivela l’Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale. Dei 4.048 `guidatori al telefono´, 3.057 sono risultati di sesso maschile (pari al 75,5%) e 991 (24,5%) femminile


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Agli italiani piace stare al telefono. Soprattutto quando sono al volante. È quanto rivela l’Asaps, l’Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale, che ha svolto un monitoraggio sull’uso del telefonino da parte dei conducenti di veicoli, secondo cui la media nazionale di uso è del 12,4%, con punte più alte a Torino e Palermo (14%). L’iniziativa, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione `Un messaggio a volte accorcia la vita´, ha coinvolto decine di volontari che si sono piazzati su alcuni degli incroci più trafficati delle città per contare tutti coloro che transitavano lungo la strada intenti a telefonare e messaggiare. Torino, Milano, Firenze, Bologna, Roma, Napoli e Palermo sono alcune delle principali città messe sotto la lente d’ingrandimento dall’Asaps, ma il monitoraggio ha riguardato anche centri come Arezzo, Benevento, Forlì, La Spezia, Ravenna, Reggio Emilia, Cesena e tanti altri. 

Gli automobilisti osservati sono stati complessivamente 32.650 e di questi quelli `pizzicati´ col telefonino sono stati 4.048, pari a una percentuale del 12,4%. Inoltre, dei 4.048 `guidatori al telefono´, 3.057 sono risultati di sesso maschile (pari al 75,5%) e 991 (24,5%) femminile; dato quest’ultimo che in alcune città ha sfiorato picchi del 30%. Tra i `positivi´ al telefonometro il 29% è risultato essere utilizzatore nella prima fascia oraria (dalle 8 alle 9), il 35% nella seconda (dalle 12 alle 13) e il 36% nella terza (dalle 18 alle 19). Anche le situazioni ambientali di utilizzo denotano una certa tipicità: un più frequente ricorso al telefonino è stato rilevato nei pressi delle zone maggiormente frequentate (scuole, centri commerciali, stadi, ospedali), negli ambiti cioè di maggiore «stimolo» rispetto alle normali e ordinarie situazioni di viabilità quali una via provinciale o di veloce scorrimento (tangenziali e statali).

Unica eccezione: il 22% del numero complessivo dei conducenti sorpresi al telefono (cioè oltre uno su cinque) si trovava fermo al semaforo rosso. Per quanto riguarda la ripartizione in aree geografiche e come valore assoluto, invece, l’utilizzo del cellulare alla guida è prevalente al Nord (1.710 conducenti, pari al 42,2%), seguito dal Centro con 1.186 «telefonisti» (il 29,3%) e dal Sud con 1.152 (pari al 28,5%). Notevoli anche le differenze tra le grandi città: se a Torino si è registrata una percentuale di `telefonisti´ pari al 14% (il monitoraggio Asaps è avvenuto però nei pressi dello stadio e di alcuni centri commerciali), a Milano è stata invece del 12% e `soltanto´ del 10,2% a Firenze. Più sostenuta a Verona e Forlì dove è stata superata la media nazionale con picchi fino al 16%.
A Roma la percentuale di conducenti al telefono è stata del 13,6%, ma è stato rilevato un interessante numero di telefonisti a bordo di veicoli a due ruote (42 scooteristi e motociclisti in tutto il Centro Italia, 32 dei quali a Roma ).

Alta la percentuale dei positivi anche a Napoli (13,5%) e Palermo (14%). Il presidente dell’associazione, Giordano Biserni, ha già stabilito che il prossimo monitoraggio riguarderà i conducenti di veicoli destinati al trasporto collettivo: «Una prima idea ce la siamo già fatta - ha spiegato - in quanto i nostri rilevatori, pur concentrandosi prevalentemente sul dato complessivo, hanno potuto notare una certa e frequente abitudine fra i conducenti di autobus e pullman di linea a telefonare durante il trasporto degli utenti», pratica oggi vietata dal codice stradale ma che era permessa fino a qualche anno fa. Il monitoraggio sarà sviluppato nei prossimi mesi, quando al termine della stagione invernale apparirà più facile osservare gli autisti e tracciare l’ennesimo identikit del pericoloso `telefonista della strada´.

Infine l’appello dell’Asaps per il Capodanno: «Non facciamoci prendere dalla smania di spedire o leggere i messaggini augurali alla guida - dice Biserni - visto che in una giornata normale se ne lanciano in Italia circa 260milioni. Aspettare di essere giunti a destinazione non significa certo venire meno al dovere di cortesia». 

Al Polo Sud con una bici a tre ruote La nuova Amundsen è una donna

La Stampa

monica perosino

Una gallese in testa davanti a due uomini in una delle gare più estreme del mondo


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Il primo fu l’esploratore norvegese Roald Amundsen. Il 14 dicembre 1911, con quattro compagni e 52 cani da slitta conquistò il Polo Sud. Arrivò trentacinque giorni prima della spedizione guidata dal britannico Robert Falcon Scott, che non solo si vide soffiare il record, ma perse la vita nel viaggio di ritorno. 

Da allora i ghiacci antartici sono stati il teatro di sfide estreme. Ci hanno provato in tanti, e molti sono rimasti laggiù, sconfitti da temperature irrealmente basse, ghiaccio, neve e venti fortissimi. Ci hanno provato in tanti, e con i mezzi più diversi: a piedi, aiutati dai cani, con motoslitte e aerei, da soli o in spedizioni affollatissime. In bicicletta no, non lo aveva ancora fatto nessuno, almeno fino al Polar Challenge di quest’anno, che prevede una corsa contro il tempo e il clima più brutale del pianeta in bicicletta. In queste ore si stanno contendendo il nuovo primato tre «esploratori» su ruote. Sono i più forti, quelli fisicamente più tenaci e resistenti. E a pochi giorni dall’arrivo sembra che sarà una donna la prima a coprire gli ottocento chilometri che portano ai confini del mondo. Lei si chiama Maria Leijerstam, ha 35 anni, viene dal Galles e al momento è davanti a tutti. 

Era partita il 16 dicembre e spera di arrivare al Polo Sud il 7 gennaio, prima degli altri due migliori della gara, l’americano Daniel Burton e lo spagnolo Juan Mendez Granados. Maria Leijerstam ha scelto una strada più ripida ma più corta rispetto ai suoi avversari, e viaggia su una bicicletta a tre ruote invece che a due. Dopo dieci giorni di marcia tutto quello che ora la divide dal traguardo – avendo superato il terribile ghiacciaio Leverett, con venti a 160 km/h e temperature a -40° - è la distesa dell’altopiano polare. La gallese si prepara da due anni: ha pedalato sui laghi ghiacciati della Siberia orientale, ha scalato i fiordi della Norvegia, ha attraversato le nevi islandesi, si è allenata sulle dune di sabbia Merthyr Mawr vicino alla sua casa nella Vale of Glamorgan, nel Galles meridionale. Ora è questione di resistere e mantenere l’andatura: «È il primo Natale che passo lontano da casa - ha detto -, ma non mollerò fino all’ultimo metro».

Un Paese di meteo-frignoni

Vittorio Feltri - Ven, 27/12/2013 - 12:00

La tempesta di Natale scuote l'Europa, ma solo gli italiani si lagnano

La cosiddetta «tempesta di Natale» (vento, neve e acqua a secchiate, conseguenza di un vortice ciclonico in Scozia) si è abbattuta con particolare violenza sul Nord Europa, provocando disastri, mentre ha quasi risparmiato l'Italia, se si esclude la Liguria dove, tuttavia, non si sono registrati danni irreparabili. Una volta tanto le calamità naturali, contro le quali è difficile difendersi in tutto il mondo e che, pertanto, vanno sopportate con santa rassegnazione, ci hanno graziato.


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Per fortuna. Se anche dalle nostre parti fosse accaduto ciò che ha scosso la Gran Bretagna (5 morti, migliaia di famiglie senza energia elettrica, chiuso un aeroporto vicino a Londra) e la Francia (una vittima, auto e case sommerse dalla pioggia incessante), oggi saremmo qui a smoccolare non contro Giove Pluvio, al quale ovviamente non diamo peso, ma contro il Governo, le Regioni, le Province e i Comuni. Qualsiasi disgrazia, secondo la nostra mentalità, ha un colpevole. Lo cerchiamo a ogni costo specialmente se non c'è perché non può esserci: per esempio, in caso di allagamenti dovuti a eccesso di precipitazioni.

Allora ce la prendiamo con gli addetti alle previsioni del tempo; con la Protezione civile che non ha protetto; col prefetto che non ha adottato misure preventive; col sindaco che ha sottovalutato il pericolo degli acquazzoni; col governatore regionale che se ne frega del dissesto idrogeologico; con i ministri che ci rubano tutto compresa la sicurezza. Se poi per sventura una zona viene colpita dal terremoto, si salvi chi può. Mandiamo in galera i sismologi che non hanno calcolato la forza del sisma e la dimensione della catastrofe. Se un torrente straripa, puntiamo il dito contro i contadini che hanno cambiato mestiere e non curano più né i boschi né i campi, lasciando che gli sterpi ingombrino il letto dei corsi d'acqua facilitando così le esondazioni.

Recentemente in Sardegna, un fiume è straripato rovinosamente e le case costruite nei pressi degli argini sono state travolte. Chi ha sbagliato? Non certo il fiume. Semmai chi ha concesso i permessi di costruire lungo le sue rive, e anche chi a cuor leggero ha deciso di abitare nei paraggi delle sponde. Nella fattispecie, non risulta per ora che qualcuno abbia pagato per le proprie leggerezze. Ma bisogna pur ammettere che questa vicenda è figlia di dabbenaggine collettiva ancorché circoscritta agli abitanti e agli amministratori del territorio teatro della sciagura. Tornando alla «tempesta di Natale», non si segnalano invece manifestazioni di protesta degli inglesi e dei francesi che hanno fatto i conti con tragedie non certo inferiori a quelle che periodicamente ci toccano.

Vi sarà pure un motivo per cui il nostro popolo è incline a trovare un capro espiatorio al quale addossare la responsabilità di ogni guaio, grosso o piccolo che sia. D'altronde, il detto «piove governo ladro» è nato qui. Non riusciamo a capire che la natura non ci ama e che da essa dobbiamo solo difenderci con i pochi mezzi di cui disponiamo. Probabilmente siamo talmente sospettosi nei confronti di qualunque autorità da temere che anche la furia degli elementi sia manovrata dal Palazzo allo scopo di dimostrare che siamo ancora sudditi. Cosicché siamo portati a dare una valenza politica a tutto, perfino ai fenomeni naturali, come se dipendessero dagli umani, in particolare se eletti e seduti in poltrona. Da quando non crediamo più in Dio, crediamo all'onnipotenza degli uomini. Siamo ridicoli.

Chirurgo lascia la sua firma sugli organi dei pazienti, come Zorro. Sospeso

Corriere della sera

Un collega ha scoperto le sue iniziali, SB, sul fegato della donna che stava operando. Usava come “penna” un gas cicatrizzante

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Accusa degna di un telefilm di Zorro per un chirurgo britannico: avrebbe “firmato” con le sue iniziali il fegato di un paziente durante l’intervento. Secondo quanto riporta la stampa inglese, Simon Bramhall, noto per la sua esperienza nei trapianti di fegato, sarebbe stato sospeso dall’ospedale pubblico in cui lavora, il Queen Elizabeth di Birmingham, e già sottoposto ad un’inchiesta. A scoprire il fatto sarebbe stato un suo collega, chirurgo in servizio nello stesso ospedale che , durante un’operazione di routine, ha rilevato sull’organo trapiantato le iniziali SB che hanno portato ad accusare il collega.

UN GESTO NON DANNOSO - Bramhall avrebbe “firmato” l’organo con gas argon, usato frequentemente in chirurgia per cicatrizzare i piccoli vasi sanguigni. Questo gas lascia piccole bruciature e non è, in generale, dannoso. Il chirurgo sotto accusa è attivo da oltre 10 anni e, solo qualche mese fa, i media avevano celebrato il suo trapianto numero quattromila. Il sospetto è che diversi altri fegati trapiantati siano stati “firmati” nello stesso modo dallo specialista. Le autorità sanitarie locali hanno confermato l’apertura di un’indagine che coinvolge un chirurgo dell’ospedale Queen Elizabeth, indagato per “errore medico”, e la sospensione di un professionista da parte della struttura, senza però rivelarne l’identità. Dal canto suo Bramhall smentisce di essere stato sospeso

27 dicembre 2013

Frasi a sfondo razzista twittate dalla Questura

Corriere della sera

Sull’account istituzionale:«Lo sgabuzzino dello sgabuzzino come un campo rom». Indagini e provvedimenti


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ROMA - «Ho risistemato lo sgabuzzino.. m’è sembrato lo sgombero in un campo nomadi... meno male che sono preparata!!!!!». Poche righe su Twitter con l’account della Questura. E giovedì pomeriggio sul social network è divampata la polemica: decine di contatti hanno condannato il messaggio postato forse da una poliziotta e in molti hanno chiesto spiegazioni ai vertici di San Vitale, accusando di razzismo chi ha twittato quel commento. «Con la sottile differenza che nei campi nomadi ci sono esseri umani, bambini e anziani.

Senza parole!», è stata ad esempio la risposta di Barbara Collevecchio, a sua volta ripresa da altri.
In serata la Questura ha preso posizione sulla vicenda: «In merito al tweet delle ore 18.20, non postato dalla redazione FB e TW, sono in corso le dovute verifiche e seguiranno provvedimenti». Oggi scatteranno le indagini: «Se si tratta di qualcuno interno alla Questura saranno prese le misure del caso - spiegano da San Vitale -, altrimenti, se si dovesse trattare di una violazione del nostro account, se ne occuperà la polizia postale e partiranno delle denunce».

27 dicembre 2013

Sulla nonna dei fuoristrada, la Fiat Campagnola

Corriere della sera

Niente elettronica, niente Abs e nemmeno il servosterzo


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Davanti alla piccola chiesetta di San Teodulo, qualche chilometro sopra ad Aosta, a Thouraz, c’è una panchina. Basta sedersi lì e aprire gli occhi per capire perché vale la pena uscire dalla città, mettersi in macchina per qualche ora e salire ripidi tornanti. L’arco alpino è lì davanti, le cime sono innevate e tagliate di netto da canaloni che si perdono a valle. La Dora Baltea indica la strada e si perde dietro alla montagna. È il paesaggio a suggerire il mezzo di trasporto più adatto: un veicolo a quattro ruote motrici che si mimetizza perfettamente nei boschi e nei vigneti che arrivano oltre ai mille metri di altezza. Via il tettuccio, non serve. I vetri sarebbero un ostacolo tra noi e tutto il resto.

Luigi Tura ha deciso di sposarsi con le montagne. Sono la sua casa, un buen retiro dopo una vita frenetica passata ai massimi livelli lavorando nel settore automobilistico. Prima alla Magneti Marelli, poi in Formula Uno, poi in Fiat. E proprio lì ha scoperto la «Sua» Campagnola. Verde militare, perfetta, nata nel 1952: un gioiello che sembra costruito apposta per andare alla scoperta delle vette. Sono una strana coppia che parla metà milanese (Luigi è sempre vissuto nel capoluogo lombardo), piemontese (nelle grandi fabbriche Fiat è stata assemblata la 1101) e patois, la lingua locale.


A Sarre (640 metri) la neve è solo qualche macchia bianca ai bordi delle strade. Quindi, armati di berretto, ci avventuriamo su, sempre più in alto. Un tornante dopo l’altro la Campagnola sembra essere stata creata per questo. «Guarda là a sinistra è il monte Becca France (2.312 metri), crollato a causa di una frana nel 1.564 quando si è portata via il villaggio di Thora e tutto quello che incontrava -, racconta Luigi. A destra i vigneti, ora spogli, ma così preziosi per una piccola regione che un tempo era famosa non tanto per le piste da discesa quanto - per il vino unico, perché nasceva in un microclima eccezionale: c’erano 30 varietà di vino, ora solo 18», racconta Michel Vallet un petit viticulteur di Sarre.

L’orizzonte si apre e incontriamo qualche vecchia casa e un albergo, ora chiuso. «Qui negli anni 80 si proiettavano i film in strada. Faceva freddo, ma era la nostra attrazione, quando il sole andava giù e non vedevano più le nostre montagne». La Campagnola si arrampica e trova la neve, la schiaccia, un po’ slitta, ma le quattro ruote motrici ci ricordano che la vettura era stata progetta per l’esercito, quindi è forte e non ha paura di qualche cumulo di polvere bianca fresca.

Prima, seconda, il vetro del parabrezza ripara dal vento e il sole ci regala una giornata da brivido. Troviamo indicazioni per tre laghi, quello del Falére, meta preferita per passeggiate invernali con le ciaspole, il lago delle rane e quello dei morti sul quale da centinaia di anni aleggia una leggenda. La racconta il proprietario di una moderna baita dove troviamo un menu tipico valdostano ma presentato con l’attenzione e la cura di un ristorante da città, di alto livello.

Il padrone è un cacciatore e conosce bene i suoi monti: «Al tempo due comuni limitrofi si facevano battaglia tra loro. Alla fine della loro personale guerra tutti i morti vennero buttati dentro al lago. Ecco, ora si dice che se si fa per due volte il giro dello specchio d’acqua i fantasmi dei defunti si mostrano ancora». Dal ristorante Les Fleurs d’Aquilou a Thouraz saliamo ancora orientando la bussola verso la neve che si intravede qualche centinaio di metri più in alto.

Queste strade, strette e tortuose che costeggiano la montagna erano una volta il tragitto del rally della Val d’Aosta, «ma poi si sono resi conto che erano troppo pericolose, così le hanno lasciate solo per noi che ci godiamo il panorama», racconta Luigi. La sua Campagnola è perfetta, ogni pezzo è al suo posto, ogni ingranaggio è originale. Ed è un caso (o forse è solo il frutto dell’innamoramento per la jeep) che non l’ha modificarla. «Ho sempre amato le auto - spiega Luigi che ora ha 75 anni ed è segretario del Club Italia, sodalizio tra collezionisti possessori di vetture solo made in Italy-.

Quando lavoravo accanto alle officine mi facevo aiutare dagli operai per modificarle e, a volte, inventare qualcosa di nuovo». Il suo gioiello era una 33 Alfa Romeo verde: «l’avevo fatta segare a metà, via il tetto sostituito da una copertura in materiale ignifugo con chiusura elettrica: una novità per quegli anni». Ancora qualche tornante e tappa per sorseggiare il tipico caffè alle mandorle al Vetan dove la proprietaria non manca di accoglierci con il racconto di quando lei e la figlia sono diventate campionesse nel programma culinario di Antonella Clerici. Una sosta alla piccola chiesetta di Saint Nicolaus da dove si scorge l’imponenza del Gran Paradiso e giù di nuovo in paese prima che il sole cali e la montagna diventi scura.

27 dicembre 2013

Arafat, il mistero sulla morte continua Esperti russi: “Nessun avvelenamento”

La Stampa

I risultati dei test smentiscono la presenza di polonio 210, come sostenuto da un equipe svizzera: «Decesso per cause naturali». L’Anp: «Vedremo»


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La saga del presunto avvelenamento di Yasser Arafat ha registrato oggi un ulteriore colpo di scena: un team di esperti russi ha infatti stabilito senza incertezze che il presidente palestinese morì per cause naturali.

Il rapporto degli esperti dell’Istituto forense russo (che hanno esaminato reperti prelevati nella tomba del rais a Ramallah, Cisgiordania) rafforza le conclusioni raggiunte da un team di studiosi francesi, che pure aveva escluso un avvelenamento. Ma ciò contrasta con le conclusioni di una equipe svizzera, che ha rilevato invece nei resti di Arafat e in alcuni suoi indumenti una presenza abnorme di un isotopo radioattivo, il polonio 210. L’Anp, da parte sua, fa già sapere che «con tutto il rispetto per il giudizio degli esperti russi» le indagini proseguiranno.

In merito all’inchiesta russa, «Yasser Arafat non è morto per radiazioni ma per cause naturali’’ ha affermato Vladimir Uiba, il direttore della Agenzia Medico-Biologica Federale (Fmba), citato dalla agenzia russa Interfax.

Arafat è deceduto l’11 novembre 2004 in un ospedale militare francese, un mese dopo essere stato colpito da un improvviso deperimento fisico nel suo quartier generale della Muqata di Ramallah. All’epoca la moglie Suha Tawil-Arafat (che pure nutriva sospetti verso l’entourage del leader palestinese) si oppose allo svolgimento di una autopsia. Solo nel 2012, su iniziativa della rete televisiva al-Jazira, iniziò una accesa battaglia per accertare «le reali circostanze» della morte del marito.

«Israele è il primo e unico indiziato» ha stabilito ancora di recente a Ramallah il generale Tawfiq Tirawi, ex capo dei servizi segreti di Arafat e coordinatore supremo delle tre indagini condotte in Svizzera, Francia e Russia per verificare l’attendibilità della tesi dell’avvelenamento.

Israele, da parte sua, ha sempre negato di aver avuto un ruolo nella morte del nemico storico. Scienziati israeliani, citati dalla stampa locale, hanno anche osservato che il polonio 210 si dissolve in breve tempo e che, a tanta distanza di tempo dalla morte, è pressochè impossibile rilevarne la presenza. A meno che Arafat fosse stato «irradiato» in modo massiccio, cosa che però difficilmente sarebbe passata inosservata negli ambienti angusti e affollati della Muqata.

I mesi di estenuanti analisi nei laboratori russi, francesi e svizzeri interessano comunque in maniera molto relativa l’uomo della strada nei Territori. Secondo un sondaggio di opinione curato dal “Palestinian Center for Policy and Survey Research” (PSR), pubblicato in questi giorni, il 59 per cento dei palestinesi ritengono che Arafat sia stato effettivamente avvelenato da Israele. A questo gruppo se ne aggiunge un altro (21 per cento) secondo cui egli sarebbe stato vittima in realtà di cospiratori palestinesi, o israelo-palestinesi.

Sulla base di queste risposte è possibile prevedere che, indipendentemente dai rapporti scientifici dei laboratori, la saga sulle «vere circostanze della morte di Arafat» è destinata a registrare ulteriori sviluppi. 

Letta, soldi ai partigiani per insultare Berlusconi

Libero

Il governo stanzia 2 milioni per i gruppi antifascisti e altre associazioni di ex combattenti: ecco come usano quel denaro...


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Duecentomila euro dei nostri soldi per scrivere male di Silvio Berlusconi e bene di Matteo Renzi, un milione e mezzo per finanziare l’attività  di una associazione dedita quasi esclusivamente alla speculazione finanziaria.  È  questo il regalo di Natale -costato quasi due milioni di euro - che il governo ha preparato agli italiani, specie quelli che odiano il Cavaliere. La vicenda riguarda il  «Riparto dei contributi alle associazioni combattentistiche»  per l’anno 2013,  «atto del governo 67».  Il testo, firmato dal ministro dell’Interno ed ex segretario del Pdl Angelino Alfano, prevede uno stanziamento di 1.892.961 euro. Beneficiari sono per 1.476.509 euro l’Associazione nazionale vittime civili di guerra, per 227.155 euro  l’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, per 189.296 euro l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti. L’anno scorso, il 2012, avevano ricevuto complessivamente 3.281.143 euro.

Ma cosa fanno queste associazioni, considerato che  - innanzitutto per questioni anagrafiche -   i loro  «assistiti»  sono quasi completamente scomparsi?  A chiederselo per primi sono stati i parlamentari grillini che, in Commissione Affari Costituzionali, hanno chiesto la settimana scorsa che, come prevede la legge fino a quel giorno inapplicata, le associazioni beneficiate depositassero i loro bilanci. Spediti in fretta e furia nei giorni dello shopping natalizio, esaminati dall’Ufficio studi di Montecitorio, hanno rivelato qualche bella sorpresa.

I soldi pubblici che lo Stato eroga vanno a soggetti che li usano per operazioni di patrimonializzazione e che hanno cospicui avanzi di gestione e di cassa, oltre che una florida liquidità. Prendiamo l’associazione più grande, quella per le vittime civili di guerra: nel 2012 ha speso ben 8 milioni in acquisto di valori mobiliari, costituiti essenzialmente da titoli di Stato. L’Associazione nazionale perseguitati politici mette invece a bilancio 200.000 euro di  investimenti in titoli, mentre l’Aned ne dichiara 152.800, a fronte ovviamente di un contributo che stiamo per erogare pari a 227 mila euro circa nel primo caso e 189 mila circa nel secondo.

Se andiamo a vedere  gli avanzi di gestione, le perplessità aumentano. L’Aned chiude il 2012 con un avanzo di 285.670  euro, più di quanto sta per  percepire dallo Stato. L’Associazione perseguitati antifascisti dichiara invece disponibilità liquide di 208 mila euro. L’associazione vittime civili di guerra mette a bilancio per il 2012  un avanzo di cassa, dunque disponibilità liquide di 900.000 euro. Tutte, insomma, hanno il loro tesoretto, frutto di contributi annuali -senza controllo - dalle casse dello Stato. Ma cosa se ne faranno dei soldi, a parte investirli in titoli di Stato, e  perché  il governo dovrebbe continuare a finanziarli?

A fronte di queste cifre, ed in particolare delle somme investite in titoli o patrimonializzate, le cifre dichiarate come spese per l’attività istituzionale sono molto limitate: 318 mila euro per l’associazione vittime civili di guerra, 34.000 euro l’Aned per iniziative culturali, 22 mila euro l’Associazione perseguitati politici per l’attività istituzionale, a fronte di 29 mila euro di spese dichiarate per le pulizie dei locali. Quest'ultima, in compenso, investe una cifra importante per pubblicare la rivista bimestrale intitolata  L’antifascista. Due titoli a caso sull’ultimo numero: «Berlusconi messo ko dai diversamente berlusconiani.

Il 2 ottobre Silvio Berlusconi, il padre padrone del Pdl, è stato disarcionato a sorpresa dai suoi fedelissimi e ha reagito con una piroetta da commedia dell’arte». Poi c’è l’ex ministro Livia Turco che racconta «la sua Nilde Iotti», per citare un altro articolo. Il deposito dei bilanci era stato chiesto in commissione Affari costituzionali dal deputato grillino Emanuele Cozzolino, che, nel corso dell’ultima seduta, ha interrogato il governo sull’opportunità di continuare a finanziare in questo modo le associazioni. Contemporaneamente al Senato la questione è stata sollevata dall’ex capogruppo M5s Rocco Crimi. Forza Italia e Lega, stavolta, sono andati dietro e il Pd ha rischiato di finire sotto. Il risultato è che, per prendere tempo, i democratici hanno chiesto di audire i rappresentanti delle associazioni benefiche.

di Paolo Emilio Russo

Kyenge, il giallo: alla mensa dei poveri con un orologio da 23mila euro?

Libero

Il giallo del "gingillo" della ministra al centro per gli immigrati nel giorno di Natale. Ma il marito: "E' un mio regalo, lo ho pagato 200 euro"


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Il ministro Cècile Kyenge ha trascorso il suo Natale al centro Astalli, a Roma, a servire cibo alla mensa degli immigrati ospiti della struttura, gestita dai gesuiti. Con lei le figlie Maisha e Giulia. Al suo fianco anche una selva di flash e telecamere: una bella razione di solidarietà sotto l'occhio vigile dei media. In sala c'era anche Domenico Grispino, il marito, con il quale però c'è maretta. Ma a tener banco, ora, non sono le beghe familiari della famiglia Kyenge. A tener banco, almeno in rete, è l'orologio che il ministro indossava il 25 dicembre, proprio alla mensa dei poveri.

L'occhio di qualche esperto ha notato che si tratterebbe di un Vacheron Constantin Patrimony Traditionelle Quartz, ossia un orologio che vale la bellezza di 23mila e rotti euro. A suffragare la tesi la fotografia che si sta diffondendo grazie al tam-tam su Twitter. Un orologio tutt'altro che austero, un orologio di super-lusso, anzi. Se la notizia fosse confermata, quello della Kyenge sarebbe un vero e proprio schiaffo ai poveri. Il ministro va alla loro mensa, sì, con al polso un gingillo che vale lo stipendio che la maggior parte degli italiani porta a casa in un anno. In soccorso di Cécile, però, arriva proprio il marito. Grispino ha infatti spiegato: "Si tratta di un orologio da 200 euro che le ho regalato io". Un gesto con cui il consorte ha cercato di far pace con la moglie. Attendiamo conferme...

Lampedusa, già tornato a casa il deputato marocchino del Pd che si era barricato nel Cie

Libero

Due giorni: tanto è durata la permanenza di Khalid Chouki nel Centro per immigrati. Aveva denunciato: "Qui non c'è nemmeno la mensa"


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E' durata due giorni, giusto il tempo della vigilia e del giorno di Natale, la permanenza del deputato di origini marocchine del Pd Khalid Chaouki nel Centro di accoglienza per immigrati di Lampedusa. Dopo le immagini degli immigrati che venivano disinfestati dalla scabbia con alcuni idranti, Chouki aveva colto la palla al balzo. E, a poche ore dalla passerella sull'isola del suo segretario Matteo Renzi, si era "barricato" nel Cie, denunciandone le condizioni degradanti per gli ospiti. "Non c'è nemmeno la mensa" aveva strillato pieno di orrore.

Sentiti i toni apocalittici del primo deputato maghrebino della Repubblica, sembrava che Chouki non intendesse schiodare per chissà quanto tempo. Almeno, finchè nel Cie non avessere messo la mensa, diciamo. E invece, con mossa a sorpresa, dopo poco più di 48 ore ha levato le tende, ponendo fine al suo atteggiamento barricadero. D'altra parte, passato il vuoto mediatico della vigilia di Natale, non se l'era filato più nessuno. Così, dopo il Natale a Lampedusa, Chaouki ha ora annunciato l'intenzione di far visita (chissà se si barricherà o meno) a un altro Cie, quello di Ponte Galeria nei pressi di Roma. Capodanno a Ponte Galeria? Piano, al 31 mancano ancora quattro giorni. E ora di San Silvestro, chissà dove sarà il compagno Khalid?

E' morto Angelo Ravasini dei Corvi, il «ragazzo di strada»

Corriere della sera

Era malato da tempo: con la versione del brano dei Brogues, negli anni’60 divenne la «voce» di una generazione

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Una voce inconfondibile, legata soprattutto a una canzone, quella canzone, ben piu’ di un manifesto generazionale :è morto «il ragazzo di strada» Angelo Ravasini,cantante dei Corvi, gruppo fondamentale del cosiddetto «beat all’italiana». Fu appunto «Un ragazzo di strada» con l’urlatissimo ritornello a lanciarli in orbita, dopo un Cantagiro del 1966: canzone che poi, come s’usava allora, era una cover di una band californiana, peraltro piuttosto oscura, i Brogues «(I aint’no) Miracle Worker», trascritta in italiano dal bravo paroliere Nicola Salerno.


QUANDO C’ERA SOLO LA RADIO DI STATO - E «un ragazzo di strada» fu la prima di una serie di versioni fortunate: con un immancabile corvo sulla chitarra, il gruppo si fece un nome anche con «Bang Bang» di Cher o «Bambolina» di Burt Bacharach. Finita l’esplosione delle «band dei capelloni» , di fatto, finì pure la stagione dei Corvi e di Ravasini che nelle formazioni successive, vivranno perlopiù della gloria di quella stagione . Ma se qualcuno ha imparato ad ascoltare il rock anglosassone in un’era in cui c’era solo la radiotelevisione di stato, lo dobbiamo un po’ anche a gruppi come i Corvi. E a cantanti come Ravasini.

26 dicembre 2013