martedì 24 dicembre 2013

Segnaletica a zig-zag: la striscia gialla che fa ridere gli automobilisti di Varese

Corriere della sera

La striscia è applicata a pressione sull’asfalto: la pioggia o uno scherzo hanno modificato il tracciato


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Gli automobilisti non ci credono. Inchiodano, sorridono, fanno i fari in segno di sorpresa e divertimento. Qualcuno scende a guardare, e scatta una foto. Sembra che quella striscia gialla, che indica la presenza di un cantiere nella carreggiata, sia stata disegnata da un ubriaco. Non procede dritta, ma avanza ondulata, sembra quasi che sbandi, e infine torna dritta. Ma quella striscia è vera, e l’ha posizionata il comune di Varese in una strada del centro, via Sant’Imerio, in posizione strategica: è la direttrice che conduce a Milano, poco prima dell’inizio dell’autostrada A8.


LA STRISCIA STORTA - L’imbarazzante segnaletica orizzontale è comparsa due giorni fa. Probabilmente la colpa è della pioggia, ma non si esclude uno scherzo o un vandalismo. La striscia gialla è manipolabile, non è stata infatti disegnata ma è praticamente attaccata a pressione sull’asfalto, come fosse un adesivo. Solo che, dopo poche ore, si è spostata. Ha cominciato a zigzagare senza un senso apparente. La strada sta diventando una barzelletta a Varese. In quel punto è stato aperto un cantiere, la scorsa estate, per sistemare un muro pericolante. La ditta che doveva eseguire i lavori, tuttavia, a settembre ha abbandonato tutto a metà dell’opera perché il comune non aveva saldato la prima fattura dell’avanzamento lavori. Il comune si è giustificato dicendo che non poteva pagare subito, a causa del patto di stabilità che bloccava le uscite di cassa per le opere pubbliche. A inizio dicembre ha saldato la fattura ma i lavori non sono ripresi. Poi sono comparse le strisce gialle della zona cantiere, ma tutte storte. Come spesso accade in Italia, la situazione è grave, ma non seria.

24 dicembre 2013

Il cantore irriverente Trilussa La satira romana del poeta di strada

Il Messaggero


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Trilussa iniziò a scrivere sulle nostre colonne nel 1893, la collaborazione proseguì in diverse fasi fino al periodo della Grande Guerra. Il poeta romano continuò negli anni a lanciare i suoi inediti e ne verificava la presa sul pubblico, suscitando dibattiti e anche polemiche talora molto forti. Sul Messaggero si consolidò il suo ruolo di poeta-commentatore del fatto del giorno, in presa diretta sulla vita della città, l’attualità politica e sociale. Quasi sempre i testi confluirono poi nelle raccolte, che hanno costruito la sua immagine in versi grottesca, arguta e irriverente.




L’ISTRUZIONE Loreto, pappagallo ammaestrato,
doppo trent’anni ritornò ner bosco
proprio dov’era nato.
Er padre disse: - Come sei cambiato!
La madre disse: - Nun te riconosco!
- So’ diventato ’na celebbrità!
- rispose er Pappagallo co’ la boria
d’un professore d’università. -
- Ho imparato a memoria
una dozzina de parole belle...
- Dodici sole?... - Sì, però so’ quelle
che l’ommini ce formeno la Storia,
e che so’, su per giù, le litanie
de li discorsi e de le poesie:
Iddio, Patria, Famija, Fratellanza,
Onore, Gloria, Libertà, Doveri,
Fede, Giustizzia, Civirtà, Uguaglianza...
La madre disse: - Fijo, parla piano,nojantri nun volemo dispiaceri...

L’INGEGNO
L’Aquila disse ar Gatto: - Ormai so’ celebre.
Cor nome e co’ la fama che ciò io
me ne frego der monno: tutti l’ommini
so’ ammiratori dell’ingegno mio!
Er Gatto je rispose: - Nun ne dubbito:
io, però, che frequento la cucina,
te posso di' che l’Omo ammira l’Aquila
ma in fonno preferisce la Gallina.

ER MULO NEUTRALISTA So' coraggioso e forte!
- disse un Cavallo ar Mulo - e vado ar campo,
pieno de fede, sverto come un lampo,
tutto contento de sfidà' la morte!
Se ariva quarche palla che m’ammazza
sacrifico la vita volentieri
pe’ la conservazzione de la razza...
- Capisco, - disse er Mulo -
ma, su per giù, pur’io,
che davanti ar pericolo rinculo,
nun conservo la razza a modo mio?...

LO SPAURACCHIO Un povero villano,
pe’ spaventà' l’ucelli
che magnaveno er grano,
fece un pupazzo e lo piantò ner prato
ch’aveva seminato.
Lo spauracchio, brutto quanto mai,
ciaveva in mano una bandiera rossa,
cor braccio teso, dritto, ne la mossa
d’uno che dice: — A chi s’accosta, guai!
Un Tordo, impensierito de la cosa,
sur primo s’imbruttì, ma ner vedello
che rimaneva sempre in una posa
capì che c’era sotto un macchiavello.
- Questo è un pupazzo - disse. - E una matina
je fece quell’affare sur cappello.

GIORDANO BRUNO
Fece la fine dell’abbacchio ar forno
Perchè credeva ar libbero pensiero,
Perchè se un prete je diceva: - È vero
Lui risponneva: - Nun è vero un corno!
Co’ quell’idee, s’intenne, l’abbruciorno
Per via ch’er Papa allora era severo:
Mannava le scommuniche davero
E er boja stava all’ordine der giorno.
Adesso... so’ antri tempi! Co’ l’affare
Ch’er libbero pensiero sta a cavallo
Nessuno po’ fa’ più quer che je pare:
In oggi co’ lo spirito moderno
Se a un Papa je criccasse d’abbruciallo
S’accorderebbe prima cor Governo...


LA LOGICA DEL PIZZARDONE
Co’ la cosa ch’er vicolo era scuro
Stavo aspettanno Nina sur cantone,
Quann’ecchete che viddi un pizzardone
Che piano piano se staccò dar muro.
Bravo! - me disse lui - seguiti puro
Che intanto je farò contravenzione...
Dico: - E perché? me spieghi la raggione:
Io nun facevo gnente... je lo giuro...
— Lo so - rispose lui - ma in tutto agosto
Ce n’ho acchiappati quattro solamente,
Pretenne forse che me giochi er posto?
M’ajuti lei, ch’è tanto compiacente.
Che ce rimette? E se nun è disposto
Passi parola a quarche conoscente...

ER BATTESIMO CIVILE
Pe’ nun faje er battesimo davero
Ho battezzato la Pupetta mia
Cor vino de Frascati, all'osteria,
Davanti a ’no stennardo rosso e nero.
Zi’ Pippo, l’oste, come un prete vero,
Pijò la pupa, la chiamò Anarchia,
E biastimò la Verginemmaria
Per un riguardo ar libbero pensiero;
Doppo du’ o tre bevute, er comparetto
A cavallo a ’na botte de Frascati,
Ce fece un...verso e recitò un sonetto
Mentre la pupa ner vede’ ’ste scene
Pareva che guardasse l’invitati
Come pe’ dije: — Cominciamo bene!

LA POLITICA ITALIANA
Ner modo de pensa’ c'è un gran divario;
Mi’ padre è democratico cristiano
E siccome è impiegato ar Vaticano
Tutte le sere recita er rosario;
De tre fratelli, Giggi eh’è er più anziano
È socialista rivoluzionario,
Io invece so’ monarchico, ar contrario
De Ludovico eh’è repubblicano.
Prima de cena liticamo spesso
Pe’ via de ’sti principii benedetti:
Chi vò qua, chi vò là...Pare un congresso!
Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
Ce dice che so’ cotti li spaghetti
Semo tutti d’accordo ner programma.

L’ONESTÀ DE MI’ NONNA
Quanno che nonna mia pijò marito,
Nun fece mica come tante e tante
Che doppo un po’ se troveno l’amante...
Lei, in cinquant’anni, nun l’ha mai tradito!
Dice che un giorno un vecchio impreciuttito
Che je voleva fa’ lo spasimante
je disse: — V’arigalo sto’ brillante
Se venite a pijavvelo in un sito. —
Un’antra, ar posto suo, come succede,
j’avrebbe detto subbito: - So’ pronta:
- Ma nonna, ch’era onesta, nun ciagnede:
Anzi je disse: - Stattene lontano... -
Tanto ch’adesso, quanno l’aricconta,
Ancora ce se mozzica le mano!

POPOLI E GOVERNI
Appena j’ebbe fatto l'iniezzioni
pe’ fa’ veni’ l’istinto sanguinario,
er Pastorello disse: - È necessario
che l’Agnelli diventino Leoni
per esse forti e dichiarà’ la guerra
contro tutti li Lupi de la terra.
Er motivo era giusto e lo dimostra
che l’Agnelli risposero a l’invito;
ogni belato diventò un ruggito:
- Morte a li lupi! Via da casa nostra! -
Pe’ falla corta, in quella stessa notte,
li lupi se n’agnedero a fa’ fotte.
Vinta che fu la guerra er Pastorello,
doppo d’ave’ sonato la zampogna,
strillò co’ tutta l’anima: - Bisogna
ch’ogni leone ridiventi agnello
e ritorni tranquillo a casa mia
ne l’interesse de la fattoria.
Ma quelli j’arisposero: - Stai grasso!
oramai, caro mio, se semo accorti
d’esse’ animali coraggiosi e forti
e no bestiole da portasse a spasso!
Dunque sta’ attent’a te, che d’ora in poi
li padroni der campo semo noi!

A CHI TANTO E A CHI GNENTE!
Da quanno che dà segni de pazzia,
Povero Meo! Fa pena! È diventato
Pallido, secco secco, allampanato,
Robba che se lo vedi scappi via!
Er dottore m’ha detto: - È ’na mania
Che nun se pò guari’: lui s’è affissato
D’esse un poeta, d’esse un letterato
Ch’é la cosa più peggio che ce sia! -
Dice ch’er gran talento è stato quello
Che j’ha scombussolato un po’ la mente
Pe’ via de lo sviluppo der cervello...
Povero Meo! Se invece d’esse matto
Fusse rimasto scemo solamente
Chi sa che nome se sarebbe fatto!...



Venerdì 20 Dicembre 2013 - 16:01
Ultimo aggiornamento: Martedì 24 Dicembre - 10:00

Se siamo cattivi gli immigrati stiano a casa loro

Vittorio Feltri - Mar, 24/12/2013 - 14:31

Non è facile ospitare a Lampedusa centinaia di persone che quotidianamente vi sbarcano in condizioni pietose. Se una quantità sterminata di persone lascia il Terzo mondo per venire qui, ci sarà pure una ragione. Più che una ragione è una speranza. Quando tale speranza si rivela poi un abbaglio, c'è un solo rimedio: non la ribellione, ma la rinuncia a raggiungere la nostra terra


Siamo maestri di autodenigrazione, salvo lamentarci se la stampa straniera, prendendo spunto da quella nazionale, ci piglia sul serio e ci reputa straccioni, corrotti e corruttori.
 

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Qualche tempo fa una delle famigerate carrette del mare colò a picco e noi - in particolare vari politici - ci flagellammo: dovevamo essere più pronti nei soccorsi, siamo colpevoli, che Dio ci perdoni. Si trascurò di considerare un fatto che dimostrava la nostra innocenza: il barcone, quando cominciò a essere in balia delle onde, si trovava nelle acque territoriali di Malta. Le autorità della Valletta si guardarono bene dall'intervenire. Nonostante questo, ci siamo addossati responsabilità che non avevamo. Recentemente - alcuni giorni fa - nuove polemiche a causa degli immigrati. A Lampedusa, un gruppo di poveracci arrivati nella nostra patria, spinti dall'illusione di abbandonare l'inferno e di conquistare il paradiso, sono stati denudati, condotti in un cortile delle strutture cosiddette di prima accoglienza e irrorati con un potente disinfettante. Sadismo degli inservienti?

Disprezzo per i diseredati? Figuriamoci. Questa gente aveva la scabbia, malattia parassitaria caratterizzata da eritemi, che provoca un prurito irresistibile alle mani e ai polsi ed è assai contagiosa, basta un contatto superficiale per beccarsela. L'unico modo per debellarla è quello adottato dai «torturatori» dell'isola a sud della Sicilia. Via ogni indumento e avanti con gli spruzzi di sostanze idonee a neutralizzare il maledetto acaro. Non si poteva agire diversamente. L'episodio però ha suscitato scandalo e indignazione, incomprensibilmente.

Nell'immediato dopoguerra dilagava la scabbia anche in Italia. Eravamo in miseria, malnutriti e forse sporchi: nel 60 per cento delle case non c'erano neppure i servizi igienici. Chi era stato infestato dal parassita veniva sottoposto allo stesso trattamento subito dagli extracomunitari in questione. Obbligato a sbiottarsi, offriva il suo corpo piagato all'infermiere affinché questi provvedesse a cospargerlo di un liquido acconcio. I malati non erano contenti di simile terapia, ma ben felici di poter guarire.

Perché allora tanto chiasso attorno agli immigrati curati a Lampedusa con i sistemi descritti? Siamo in inverno, fa freddo, come si fa a trascinare all'esterno tanta gente e annaffiarla? Ciò effettivamente fa impressione, ma solo se non si tiene conto che nell'isola c'erano 18-19 gradi. Tant'è che non risultano casi di polmonite, bronchite o roba simile. D'altronde la scelta era fra tenersi la scabbia - con quel che comportava, compresa una diffusione incontrollabile della malattia - e l'accettazione di qualche spruzzo provvidenziale sull'epidermide. Chiunque sa che conviene patire un brivido per alcuni minuti che il tormento persistente cagionato dall'acaro.

Non fosse stata sufficiente questa gratuita polemica, subito dopo ne è scoppiata una seconda altrettanto gratuita. L'accoglienza riservata ai migranti, secondo alcuni di essi e non pochi commentatori nostrani, merita di essere censurata e giustifica proteste clamorose. Anche qui abbiamo da obiettare. Non è facile ospitare a Lampedusa centinaia di persone che quotidianamente vi sbarcano in condizioni pietose. Si fa quel che si può. Ci si arrangia. Se una quantità sterminata di persone lascia il Terzo mondo per venire qui, ci sarà pure una ragione. Probabilmente, più che una ragione è una speranza. Quando tale speranza si rivela poi un abbaglio, c'è un solo rimedio: non la ribellione, ma la rinuncia a raggiungere la nostra terra. Se meno disperati optassero per l'Italia, meglio sarebbe per loro e per noi. Siamo brutti e cattivi? Stateci alla larga.

Grazia postuma ad Alan Turing, punito perché omosessuale

Corriere della sera

Costretto alla castrazione chimica, si suicidò a 41 anni


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Graziato definitivamente 59 anni dopo il suo suicidio. Accade al pioniere britannico dell’informatica Alan Turing. La regina Elisabetta II ha firmato la «grazia reale postuma» allo scienziato, che contribuì a fare vincere la Seconda guerra mondiale agli alleati ma fu in seguito perseguito con l’accusa di omosessualità.

SUICIDA CON IL CIANURO - Durante la guerra, Turing lavorò a Bletchley Park, il centro in cui erano decifrati i codici segreti dei nazisti. Dopo la guerra, però, nel 1952 fu condannato in via penale per «grave indecenza», si vide ritirato il nulla osta di sicurezza, che gli garantiva l’accesso a dati sensibili, e fu costretto ad assumere ormoni femminili, sottoposto alla cosiddetta castrazione chimica. Nel 1954, all’età di 41 anni, si suicidò mangiando una mela avvelenata con il cianuro. L’omosessualità fu decriminalizzata nel Regno Unito nel 1967.

LE SCUSE E LA GRAZIA - Nel 2009 arrivarono le scuse postume dall’allora premier Gordon Brown, che parlò di trattamento «disumano», mentre a dicembre dell’anno scorso undici scienziati tra cui Stephen Hawking fecero appello per la grazia postuma. «Turing era un uomo eccezionale con una mente brillante», ha dichiarato il segretario alla Giustizia britannico, Chris Grayling, in una nota. Definendo ingiusto il modo in cui fu trattato, ha aggiunto che «merita di essere ricordato e riconosciuto per il suo fantastico contributo agli sforzi di guerra e per la sua eredità alla scienza».


Grazia postuma al matematico gay che decifrò i nazisti (24/12/2013)


24 dicembre 2013

Kyenge scarica il barile dei Cie: "La responsabilità è di Alfano"

Stefano Filippi - Mar, 24/12/2013 - 08:16

Nel mirino per la vicenda immigrazione e attaccata dai suoi stessi compagni di partito, la titolare dell'Integrazione si chiama fuori: io do solo linee guida

Lo scaricabarile è un vizio molto italiano che la ministra Cécile Kyenge ha imparato presto. In crescente difficoltà all'interno del suo stesso partito, immobile davanti alle emergenze degli sbarchi e alle vergogne dei centri di accoglienza (gestiti da cooperative aderenti a Legacoop), la signora non trova di meglio che ripulirsi la coscienza con un'intervista all'Unità, giornale amico.


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Una chiacchierata il cui senso è evidente: come responsabile delle politiche di integrazione non ha colpa di niente, e nulla può fare per migliorare le condizioni di chi si trova chiuso nei Cie. «Il mio impegno è definire le linee guida per adeguare il nostro sistema dell'accoglienza all'Europa», dice. Fissare criteri di intervento, spiegare cosa fare, ma non intervenire. «Ci vuole un monitoraggio costante, non quello una tantum che serve solo a dire che tutto è perfetto»: altro auspicio senza entrare nel dettaglio. «Intervenire sulla qualità della vita è un impegno che riguarda tutti, ciascuno con le sue competenze, e io mi occupo di integrazione»: così dice Kyenge.

Integrazione, non accoglienza. Che tocca al Viminale, cioè ad Angelino Alfano. Ed eccoci allo scaricabarile. «La competenza sui Cie è del ministero dell'Interno. Però il Parlamento è sovrano e può fare un percorso». Quale? La ministra non lo specifica, non le compete. Se ancora non fosse chiaro, Cécile Kyenge avverte che da lei è meglio non aspettarsi granché: «Il mio incarico all'Integrazione rischia di creare aspettative che vengono deluse», confessa ancora all'Unità. Lo sfogo è in parte comprensibile.

Nel Pd non ne possono più. Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha impugnato la bandiera dello ius soli (la cittadinanza a chiunque nasca in Italia indipendentemente dall'origine della famiglia): ne aveva parlato anche Kyenge, ma il suo timido intervento non è ritenuto adeguato. Il neosegretario Matteo Renzi si è fatto un viaggetto a Lampedusa, dove è stato registrato il video con i maltrattamenti. Il nuovo presidente del partito, Gianni Cuperlo, ha passato la mattinata di domenica al centro di espulsione di Ponte Galeria, alle porte di Roma, in condizioni disumane. E il deputato Khalid Chaouki si è autorecluso nel centro di Lampedusa per protesta.

Molti, nel Pd, premono perché Chaouki prenda il posto dell'inconcludente ministra nel caso di un rimpasto di governo: è giovane, intraprendente, tessera Pd e origini africane. Il nervosismo di Cécile Kyenge è tangibile. A Ponte Galeria gli immigrati fanno lo sciopero della fame e si sono cuciti la bocca per manifestare contro le condizioni del centro di accoglienza. Due di essi, con altri due migranti, sono stati espulsi verso Tunisia e Marocco. Ma la protesta non accenna a diminuire, altri immigrati hanno deciso di cucirsi le labbra: al momento sono in 10. A Lampedusa sono trattenute da mesi persone che, avendo chiesto asilo politico, dovrebbero essere trasferite altrove. L'Europa minaccia di tagliarci i fondi per affrontare l'emergenza sbarchi.

Un coro crescente di voci, dalla Cgil all'Osservatorio carceri dell'Unione delle camere penali passando per le associazioni umanitarie e il partito di Vendola, chiedono la chiusura dei centri di identificazione. In questo drammatico contesto la ministra fa sapere, tramite l'Unità, di essere andata «alla stazione Termini a vedere ma anche a servire». E non trova di meglio che scaricare il barile su Alfano. Operazione agevole, visto che l'uomo del Viminale non appartiene al Pd. Ma anche in questo goffo tentativo di riacquisire autorevolezza la titolare dell'Integrazione è inciampata in una gaffe. Perché parte delle deleghe sull'immigrazione (oltre a quelle sul Dipartimento della pubblica sicurezza) sono in mano al viceministro Filippo Bubbico. Un suo compagno di partito.

Sui marò il Colle ha dimenticato l'orgoglio nazionale"

Alberto Fi­cuciello - Mar, 24/12/2013 - 08:20

La lettera di un ufficiale al presidente della Repubblica in merito al suo colloquio con i due marò


Classe 1940, carrista e lagu­nare, il generale Alberto Fi­cuciello è sempre stato un uf­ficiale con la «U» maiusco­la. 

Nato nella Venezia Giulia che non c’è più,è stato addet­to militare a Londra e ha co­ordinato le missioni italia­ne in Albania, nell’ex Jugo­slavia e in Afghanistan. Amante della scherma ha ri­coperto il ruolo di coman­dante Nato per il Sud Euro­pa. Il 12 novembre 2003 ha perso il figlio Massimo nella strage di Nassiriya reagen­do con grande dignità. Non è più in servizio, ma sui marò ha scritto quello che molti al­ti ufficiali sotto le armi pen­sano e non possono dire.
FBil



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Illustre direttore,

mi riferisco all'articolo di Fausto Biloslavo su il Giornale di sabato 21 dicembre. Non credo che siamo pochi pazzi sognatori a voler credere nell'Italia in maiuscolo, quindi la vergogna per la vicenda dei marò dovrebbe essere una triste condizione diffusa, sulla quale doveva (e dovrà) ben riflettere chi ha consigliato quel collegamento certamente imbarazzante per il presidente della Repubblica (quello di Napolitano in teleconferenza con Massimiliano Latorre e Salvatore Girone per gli auguri di Natale, ndr), per la manifesta umiliante ammissione di impotenza nazionale.

Sarebbe stato un rigurgito di orgoglio troppo ardito suggerire, invece, di apostrofare l'ambasciatore indiano magari durante l'incontro con il corpo diplomatico? Senza infrangere troppo pesantemente l'etichetta si sarebbe potuto dire, per esempio, che se si riesce a trattare con i peggiori terroristi il rilascio di connazionali rapiti, non dovrebbe risultare tanto difficile convincere una nazione dalla civiltà millenaria paladina della non violenza ad applicare il diritto internazionale... Ma forse i valorosi fucilieri del San Marco sentiranno invece propria la colpa principale, nel fatto di non essere temerari giornalisti o turisti irrispettosi degli avvisi di sicurezza, bensì soldati disciplinati e leali, difensori ammirevoli dell'onore residuo di uno Stato imbelle.

Il nostro Natale da prigionieri in Congo”

La Stampa

grazia longo

Le autorità continuano a impedire l’uscita dal Paese a 24 coppie di italiani e ai bambini che hanno adottato


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Chi ha disegnato insieme ai bambini un Babbo Natale sul cartoncino rosso. Chi intrattiene i bambini cercando nel web video con abeti illuminati e strenne natalizie. Ma pochi, per non dire nessuno, festeggerà la festa più attesa dell’anno intorno a un albero di Natale decorato. 
«Al supermercato ce n’è uno piccolino, ma costa troppo caro e sinceramente con tutte le spese che stiamo sostenendo, non ce lo possiamo permettere». 

C’è Natale e Natale, e quello delle 24 coppie di italiani trattenuti nella Repubblica democratica del Congo insieme ai loro figli adottati non prevede né cenoni, né panettoni e spumanti. «Solo tanta ansia e tanta paura che ci facciano tornare a casa senza i nostri i figli», prosegue Francesca Morandin, 33 anni, ricercatrice «precaria» di Biologia all’Università di Padova, che con una mano tiene il telefonino e con l’altra accarezza il suo bimbo «che ha 14 mesi ma pesa quanto uno di 7 tanto è denutrito. E come non bastasse fatichiamo a fargli scendere la febbre e a farlo guarire dalla scabbia».
Un Natale povero di tradizione e di regali ma ricco di amore. «Cercheremo di organizzarci con le altre famiglie, ma non saremo in tanti perché non viviamo tutti nello stesso posto.

Noi che siamo venuti in Congo con l’associazione Aibi siamo sistemati in un residence: 6 coppie in tutto, le altre stanno in altri piccoli appartamenti o in albergo. Incontrarsi non è facile, tanto più che tre giorni dopo l’arrivo ci hanno ritirato il passaporto e il visto è scaduto». Unica cosa positiva è che negli alloggi del residence c’è la cucina e «così possiamo preparare noi, ma non sarà certo un pranzo di Natale sontuoso. Siamo felici lo stesso, anzi per certi versi più dell’anno scorso perché allora io e mio marito Marco eravamo soli, senza nostro figlio. Certo avevamo sperato per lui un Natale diverso e anche i nostri genitori avrebbero tanto desiderato coccolarsi il nipotino a casa nostra, a Treviso». 

Natale sarà «un giorno come un altro» anche per Paola e Corrado Nota, torinesi, arrivati a Kinshasa insieme all’altro figlio, di 9 anni. «Qui ci aspettava il nostro bimbo africano di 7 anni - spiega Paola - , adesso mentre io sto parlando con lei al telefono sono entrambi fuori a giocare insieme al papà. Ma quanto potrà durare? Il nostro bambino più grande deve comunque rientrare in Italia per la scuola: qui sta facendo i compiti e le sue maestre sono deliziose, le abbiamo sentite più volte al telefono e non vedono l’ora che il loro alunno torni a scuola. Qui intanto dobbiamo fare i conti con le paure dei piccini: non creda che non capiscano, sono bambini ma percepiscono le nostre apprensioni.

Avevamo immaginato un Natale sotto la neve e soprattutto con la gioia di essere tutti uniti e sereni. E invece io e mio marito siamo ancora qui ignari di quando e come avverrà il rimpatrio». Per motivi di lavoro e per riportare a scuola il figlio più grande, Corrado Nota partirà subito dopo Natale. Ma non ha il passaporto, dovrà usufruire di un’autorizzazione speciale del nostro ambasciatore in Congo. 
Anche Paola racconta dell’inopportunità di acquistare l’albero di Natale in Congo: «Costa troppo e noi certo non ci eravamo portati gli addobbi natalizi, convinti di ripartire al più presto con i nostri figli».

E infine, di nuovo Marco e Francesca Morandin che concludono con una richiesta: «Si parla tanto del Natale come occasione per compiere una buona azione. Speriamo che dall’Italia arrivi una soluzione definitiva per noi e le altre coppie adottive. Ecco, questo sarebbe sicuramente il regalo di Natale più bello per i nostri figli».

Che gogna che fa

La Stampa

massimo gramellini


Cattura
Dopo ben più illustri colleghi, ieri è toccato persino a me. II sito di Grillo mi ha inquadrato come giornalista del giorno, scatenandomi addosso i consueti cinque minuti d’odio. Vaffa qui, vaffa là, servo su, verme giù. Sono rimasto sconvolto. Non dagli insulti, ma dagli attestati di solidarietà. Un collega francese mi ha scritto: «E’ come ricevere la Légion d’honneur. Ti invidio!». Ma cosa ho mai fatto per meritarmi questa medaglia? Poco, purtroppo. Nel raccontare a «Che tempo che fa» lo svarione del Pd sul folle emendamento che puniva gli enti locali ostili al gioco d’azzardo, ho ricordato la parata di Renzi per sventare l’autogol. Secondo Grillo avrei invece dovuto sottolineare che l’emendamento era stato osteggiato dai Cinquestelle. Verissimo. Però è Renzi, non Grillo, che ha costretto il Pd a cambiare idea.

Ed era quello il tema del mio intervento, tutt’altro che elogiativo nei confronti dei democratici. 
L’Italia naviga intorno al cinquantasettesimo posto nella classifica della libertà di stampa, ma se i politici continueranno a mettere i giornalisti alla gogna rischiamo di farla scendere ancora più in basso, meritandoci così una severa reprimenda da parte dello stesso Grillo. Sempre a «Che tempo che fa» ho parlato delle famiglie italiane intrappolate in Congo con i bambini appena adottati. Avrei preferito che Grillo si occupasse di loro e non di me. Se gli riuscisse di riportarli in Italia, garantisco che canterò in diretta l’inno dei Cinquestelle, ai quali estendo con piacere i miei auguri per un Natale senza più vaffa. 

Anche i ladri hanno un cuore Restituito il cane rubato

La Stampa

MASSIMO MASSENZIO

Dopo l’appello della bimba disperata per il rapimento della sua Gaia



 CatturaAnche i ladri hanno un cuore e la scorsa notte, con largo anticipo, hanno deciso di fare un regalo di Natale a Paola, 5 anni, la bimba disperata per la scomparsa del suo cucciolo. 
Domenica la piccola aveva lanciato un appello dalle colonne de «La Stampa» per cercare di riavere la sua Gaia, deliziosa e affettuosa meticcia di quattro mesi sparita dopo un misterioso furto in casa. Evidentemente la bimba è riuscita a commuovere persino i malviventi che, la scorsa notte, hanno bussato al citofono della villetta di famiglia, a Sangano. Una voce adulta, nessun accento e pochissime parole: «Scendete a vedere, Gaia si trova nel cortile».

La sorpresa
Quando Marilena Piazzolla, la mamma di Paola, si è ripresa dallo stupore era ormai troppo tardi. Ha aperto la porta di casa, ma in strada non c’era più nessuno. Poi ha abbassato lo sguardo, e sul ciottolato ha intravisto la sagoma della cagnolina, tremante per il freddo. Il rombo di un motore che si allontanava non ha coperto i guaiti di felicità, ma Gaia è rimasta in paziente attesa fino a quando non ha visto comparire sulla soglia la sua padroncina. Poi solo feste, abbracci e lacrime di gioia per tutta la famiglia. «Beh, sembra davvero incredibile, eppure questa è la dimostrazione che ogni tanto succede. È davvero un miracolo di Natale», esulta Marilena, che nelle ultime 24 ore è stata subissata da numerosissime chiamate di solidarietà: «Mi hanno telefonato amici, parenti e tanti sconosciuti. Volevano sapere se Gaia era tornata a casa, e qualcuno mi aveva addirittura offerto un altro cucciolo per cercare di consolare mia figlia». 

«Voglio solo Gaia»
Ma Paola non voleva sostituti e nemmeno per un attimo ha perso la speranza di poter riabbracciare la sua cagnetta. Probabilmente i ladri l’avevano scambiata per un pregiato Jack Russel, facilmente rivendibile sul mercato nero: «Non so davvero cosa pensare – continua Marilena - Prima di lanciarla attraverso le sbarre l’hanno lavata e profumata. È stata trattata bene». Adesso Gaia, diventata la star del paese grazie alle sue foto affisse su tutti i muri, si gode le coccole della famiglia ritrovata. Angela, la sorellina di Paola, non la lascia un istante e ieri è stata tutto il giorno nel salone da parrucchiera di mamma Marilena: «Adesso rimarrà sempre con qualcuno, non vogliamo rischiare di perderla di nuovo. Comunque siano andate le cose, devo ringraziare chi ce l’ha riportata. Ha fatto una buona azione e ci farà passare un Natale migliore».