lunedì 23 dicembre 2013

E’ morto Mikhail Kalashnikov, l’inventore del famoso fucile

Corriere della sera

Il generale brevettò l’arma simbolo di guerriglieri e criminali «Ma io l’ho creata per difendere la patria» diceva


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Un nome, una leggenda. Nera o rossa, che dir si voglia, ma una leggenda: è morto alla bella età di 94 anni Mikhail Kalashnikov, inventore dell’omonimo fucile d’assalto. È morto a Izhevsk, la località della Russia Centrale, dove Mikhail era cresciuto e dove si trovava la fabbrica che costruiva le sue armi.

ECCO L’AK 47- Classica storia sovietica, Kalashnikov nacque povero nel 1919, divenne ingegnere esperto di meccanica e affinò la conoscenza delle armi sul fronte della seconda guerra mondiale,dove era carrista. Finito in ospedale e congedato, Mikhail, per far fronte alle micidiali mitragliatrici tedesche, si mise di buzzo buono per brevettare un’arma altrettanto efficace. Ma dovette terminare il conflitto perché vedesse la luce il celebre AK47 (sigla che stava per “Avtomat Kalashnikova” e l’anno di produzione, il 1947 appunto).

DA CUBA A SAVIANO— A partire da allora, il fucile, presto sinonimo di efficienza ed economicità, divenne dapprincipio l’arma simbolo dei movimenti rivoluzionari terzomondisti, che si trattasse di guerriglia cubana o di quella vietnamita. Oltreché di terrorismi di vario genere e colore. Per tracimare infine poi nella galassia della criminalità organizzata, ritrovato che chiunque si può procurare a prezzo di saldo sul mercato nero. E diventa memorabile il ritratto che ne fa Roberto Saviano in «Gomorra», con il camorrista incantato dal vecchio russo.

«NON È STATA COLPA MIA»- Lui, fedele all’Urss, generale dell’Armata Rossa, finché ci fu il Patto di Varsavia non chiese una lira, anzi un rublo, per i diritti della sua invenzione, quantunque dal regime venisse trattato con attenzione. Poi, nella selva postsovietica, decise che qualcosa ci doveva guadagnare pure lui e Kalashnikov iniziò a concedere il celebre cognome a svariati prodotti, una marca di vodka inclusa. Ma difese sempre la sua creatura: «Io l’ho inventata per difendere la patria- diceva il generale- Sono stati gli altri a diffonderla per il mondo. E’ stato come il genio della lampada, se ne è uscito e se ne è andato da tutte le parti. E non dove volevo io» .

 

FOTO : Il kalashnikov, arma simbolo di eserciti, guerriglieri e criminali



23 dicembre 2013

Groupon ingannevole», indaga l’Antitrust

Corriere della sera

Avviata istruttoria per verificare «possibili pratiche commerciali scorrette»

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Groupon, il sito che vende servizi a prezzi scontati attraverso il sistema dei coupon, finisce nel mirino dell’Antitrust. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti deciso di avviare un procedimento per verificare possibili pratiche commerciali scorrette da parte di Groupon. L’istruttoria è stata avviata alla luce delle denunce presentate da alcune associazioni dei consumatori e da oltre 600 singoli cittadini. Secondo gli uffici dell’Antitrust alcune società del gruppo internazionale Groupon potrebbero avere posto in essere pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori.

SOTTO LA LENTE - In particolare dovranno essere verificate: la diffusione, attraverso il sito internet nella fase precedente all’acquisto dei coupon, di informazioni commerciali ingannevoli, omissive e in grado di creare confusione nel consumatore, in relazione ai prezzi e alle caratteristiche delle offerte pubblicizzate; e l’incapacità del servizio di assistenza-clienti a far fronte ai reclami dei consumatori nelle diverse ipotesi di non utilizzabilità dei coupon acquistati, ostacolando così l’effettivo esercizio dei diritti contrattuali.

IL GRUPPO - Potrebbero rientrare in tale pratica, si legge in un comunicato dell’Autorità, il rimborso effettuato attraverso i buoni anziché con la restituzione dei soldi, il mancato o parziale rimborso dei coupon non utilizzati per cause addebitabili alle società del gruppo Groupon o ai loro partner (es. nei casi di overbooking), i comportamenti dilatori del call center nel rispondere o nel dare seguito alle richieste di rimborso e di recesso.

23 dicembre 2013

Falsi reduci americani dall'Iraq truffano 80mila euro vendendo smacchiante per banconote

Il Mattino


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Tre cittadini nigeriani sono stati arrestati dalla polizia ferroviaria del compartimento per il Lazio con l'accusa di reati di truffa aggravata e continuata. Una truffa che ricorda da vicino quella ai danni di Pinocchio, convinto da due falsi amici che le monete si seminano per farle moltiplicare, a patto di sapere dove piantarle. I tre promettevano di moltiplicare l'ammontare del conto in banca. Bastava - dicevano presentandosi come soldati statunitensi reduci dall'Iraq - sapere come smacchiare delle banconote annerite in un incidente di guerra. Il che equivale, praticamente, alla possibilità che da una moneta nasca un albero di zecchini d'oro.

Ma c'è ancora chi ci crede, Le indagini, in questo caso, sono state avviate in seguito ad una segnalazione della questura di Bari: una donna, alla quale era stato promesso anche il matrimonio da uno tre falsi reduci arrestati, sosteneva di avere consegnato 83mila euro per ottenere banconote da smacchiare, con il relativo smacchiante miracoloso. Aveva conosciuto tre persone che, spacciandosi per ufficiali dell'esercito americano, reduci da una missione in Iraq, le avevano confessato di avere una grossa cifra di denaro che, durante il conflitto, si era macchiata: per pulirla era necessario l'utilizzo di solventi particolari molto costosi.

La donna, spiega la nota della polizia, soggiogata da uno degli ignoti truffatori, a più riprese aveva consegnato mediante bonifici bancari e versamento di contanti la cifra di euro 83.000. Aveva anche venduto una casetta per finanziare l'operazione "campo dei miracoli". Gli incontri erano avvenuti quasi tutti nella città di Bari, mentre per l'ultimo versamento di euro 26.000 l'appuntamento era stato fissato a Roma, nei pressi dello scalo ferroviario di Roma Termini. La donna che solo in una circostanza aveva assistito alla «procedura di smacchiamento» di un'unica banconota, ricevendo un compenso di 70 euro, insospettitasi aveva deciso di rivolgersi alla questura di Bari.

Com'è generosa la Serracchiani 40mila euro al "suo" maneggio

Redazione - Lun, 23/12/2013 - 12:06

Il maneggio che ospita il purosangue della governatrice si è aggiudicato 40mila euro inseriti nella finanziaria regionale

Alla presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani piace andare a cavallo.

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Ne ha addirittura adottato uno che stava per finire al macello e quando può va con lui a farsi una passeggiata ad Arta Terme al maneggio Randis tra le verdi vallate della Carnia nel Friuli orientale. Come scrive il Fatto quotidiano il maneggio che ospita il purosangue della governatrice si è aggiudicato 40mila euro inseriti nella finanziaria regionale. Una posta puntuale entrata nel bilancio con un emendamento piovuto direttamente dalla giunta e che prevede oltre ad un contributo straordinario per il prossimo anno anche ulteriori finanziamenti, non specificati, a «sollievo» del buco di bilancio.

Del resto la cosa non era passata inosservata la scorsa settimana, quando la finanziaria regionale è stata approvata, ci sono stati interventi in aula da parte del centrosinistra per avere chiarimenti su di una posta che è sembrata troppo puntale per passare inosservata. Chiarimenti per ora non sono arrivati. A spiegare il motivo per cui è stato scelto di sostenere economicamente proprio il consorzio Carnia Welcome il suo portavoce Giancarlo Lancellotti: «La presidente Serracchiani quando trova il tempo va a fare una passeggiata a cavallo ma non lo fa gratis».

Regione Liguria, indennizzo da stress di 4mila euro annui per il dipartimento gestione del personale

Libero

Nella regione del governatore democratico Burlando un cospicuo extra ai dipendenti che trattano con i colleghi: "E' un impiego faticoso"

Andate a lavorare...

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Trattare con dipendenti e colleghi, fissare turni, dire no, insomma occuparsi della gestione del personale è un lavoro talmente usurante da richiedere una sorta di tredicesima extra da circa 4mila euro all'anno. 13,02 euro per giorno di lavoro, ad essere più precisi. Almeno così la pensano il governatore della regione Liguria, il democratico Claudio Burlando, e il suo assessore al Personale, il vendoliano Matteo Rossi, che hanno inserito la cosiddetta indennità da stress in un provvedimento varato nel gennaio 2013.

Peccato che la misura è finita (insieme ad altre 16 dello stesso tipo contenute nella medesima legge regionale) sotto la lente del Ministero dell'Economia, che ha girato le carte alla Corte dei Conti per capire se si ravvedono i contorni dello spreco di denaro pubblico. "Mi sembra inusuale che due ispettori del ministero contestino politiche del personale decise con legge regionale approvata da Roma - si difende Rossi -, con parere favorevole di Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni. Mi sembra che così facendo si riducano gli spazi di autonomia degli enti locali. Ciò detto - conclude -, stiamo mettendo mano a questo settore".

Khalid Chaouki, il ritratto del deputato marocchino del Pd barricato a Lampedusa

Libero

Nato a Casablanca, ex giornalista, fedelissimo di Livia Turco, ora attacca la Kyenge: "Non basta piangere"


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Deputato del Pd, presidente della Commissione Cultura per l'Assemblea parlamentare Unione per il Mediterraneo, giovanissimo (è nato il primo gennaio del 1983, a Casablanca, in Marocco), Khalid Chaouki sta facendo parlare di sé: si è auto-barricato nel Cie di Lampedusa. Ex giornalista (ha collaborato con il Corriere del Mezzogiorno, Repubblica, Reset, Il Riformista e Al Jazeera), eletto nel 2013 col Pd nella circoscrizione Campania 2, da domenica è barricato nel centro d'accogliernza e giura di non uscirne fino a quando non saranno trasferiti i sette sopravvissuti dell'ultima tragedia di Lampedusa, e insieme a loro il ragazzo siriano che ha girato il video che ritrae i migranti, nudi e al freddo, mentre vengono sottoposti al trattamento anti-scabbia.

Al Cie ci è arrivato con una borsa con tre cambi di biancheria. Prima di entrare un saluto al figlio. Chaouki racconta: "Mi aveva detto: papà, voglio venire con te al lavoro a Lampedusa. Gli ho risposto: è un lavoro che devo fare da solo". Il deputato, 30enne, ha varcato la soglia del centro di prima accoglienza insieme a Paola La Rosa, componente del comitato 3 ottobre, costituito dopo il più tragico dei naufragi nel Canale di Sicilia. Nei padiglioni di contrada Imbriacola ci è entrato con il permesso di parlamentare, e se non otterrà quanto richiesto, nei padiglioni di contrada Imbriacola, ci passerà anche il Natale. "Si può uscire?", ha chiesto ai responsabili degli uffici di polizia. "Sì, non è un carcere", gli hanno risposto. Quindi Chaouki ha ribadito il suo obiettivo: "Allora posso farli uscire tutti con me?". Scontata la risposta: "No".

Il deputato è un fedelissimo dell'ex ministro Livia Turco, e insieme a lei sponsorizzò la nomina di Cécile Kyenge, il ministro dell'Integrazione che, ora, finisce nel mirino del suo stesso partito. E finisce nel mirino di Chaouki: "La sua presenza nel governo - ha dichiarato - non deve essere solo un modo per ripulirsi le coscienze. Non basta piangere e condannare, deve dare risposte concrete ai migranti". Risposte che però secondo Khalid, non arrivano. Un'idea che condividono anche i clandestini del Cie: ha fatto molto rumore la protesta di sette di loro, che si sono cuciti la bocca. La protesta di Chaouki continua. "Io non esco", ribadisce. E l'autore del video-scandalo, nel frattempo, gli ha offerto una brandina accanto alla sua.

Politica, Chaouki (Pd) critica la Kyenge: "Dia risposte concrete sull'immigrazione"

Libero

Fuoco amico: Lerner, Littizzetto, Sartori. Ora anche il deputato marocchino Chaouki. Il refrain: "Cécile, fai qualcosa"


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Il ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge non va più bene neanche ai suoi compagni di partito. "La sua presenza in Parlamento non deve essere solo un modo per ripulirsi le coscienze. Non basta piangere e condananre, deve dare risposte concrete ai migranti", frecciata firmata Khalid Chaouki, deputato democratico di origine marocchina auto-rinchiusosi nel Cie di Lampedusa in protesta contro la Bossi-Fini. Bella batosta per Cecile, attaccata sull'argomento per lei più sensibile, l'immigrazione, da uno cui certo non può imputare il pregiudizio razzista.

Kyenge, datti una mossa - Non è questo il primo colpo che il ministro incassa dal fuoco amico. Appena dieci giorni fa un maître à penser rosso come Gad Lerner ha posto una domanda cruciale: Cecile ne porterà di risultati concreti? "Noi che abbiamo gioito per la sua nomina a ministra dell'Integrazione, noi che ci siamo indignati per gli attacchi razzisti di cui è stata oggetto - scriveva Gad -, avvicinandosi la fine dell’anno e dopo il passaggio della verifica in cui Letta neanche una parola ha speso sui diritti di cittadinanza, vorremmo chiedere a Cécile Kyenge: porterà a casa qualche risultato?". E poi: "In che modo Cécile Kyenge intende esercitare la sua pressione, ed eventualmente la sua protesta, per ottenere i risultati, per esempio in materia di naturalizzazione dei minori nati sul suolo nazionale, che parevano maturi e invece paiono sfumare?".

Lucianina e Sartori - Pure la sempre sinistra (e sempre velenosa) Luciana Littizzetto, abituale spalla satirica di Fabio Fazio, aveva espresso la propria perplessità sull'operato di Cecile. Durante il suo show radiofonico La Bomba su Radio Deejay ha dato voce a Mammeonline, associazione che chiede conto al ministro del perché non si sblocchi la questione delle famiglie italiane bloccate in Congo. Giovanni Sartori, editorialista del Corriere della Sera che certo non si può definire dal profilo conservatore, a più riprese si è occupato del titolare del dicastero all'Integrazione.

In estate, quando il dibattito sulla Kyenge si infiammava su questioni laterali (la definizione di orango datale dal leghista Roberto Calderoli), il columnist la demoliva dal punto di vista politico: "Cosa c'entra l'integrazione con le competenze di un'oculista? - chiedeva - A chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge?". Pochi giorni fa, l'acclamato politologo antiberlusconiano del Corsera rincarava la dose: "Lo ius soli un provvedimento da dementi, Cecile vuole la negritudine". E così tramonta l'astro di un ministro, anche tra i suoi stessi amici.

Svizzera, modifiche al reato di riciclaggio Verranno puniti anche i professionisti

Corriere della sera

Banche, fiduciarie, società finanziarie e gestori patrimoniali potrebbero incorrere in denunce

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La Svizzera si prepara a far cadere un altro caposaldo del suo segreto bancario; il governo di Berna ha infatti presentato un progetto di riforma del codice penale che tra le altre cose modifica il reato di riciclaggio: verranno ritenuti responsabili non solo gli esportatori di capitali non puliti ma anche i professionisti che collaboreranno a questi movimenti. In pratica banche, fiduciarie, società finanziarie e gestori patrimoniali, cioè l’intera filiera del credito elvetica saranno toccati da questo cambiamento e gli operatori potrebbero incorrere in denunce qualora non segnalassero alle autorità l’approdo nei loro forzieri di denaro sospetto.

LA SVOLTA - Si tratta di una svolta epocale che però non è proprio dietro l’angolo: adesso spetterà al parlamento convertire in legge le intenzioni del governo e questo potrebbe avvenire non prima di un anno; la riforma del reato di riciclaggio fa comunque parte della strategia intrapresa ormai da un paio d’anni dalla Svizzera, decisa a scrollarsi di dosso l’etichetta di paradiso fiscale e di piazza “rifugio” del denaro sporco. Con la proposta formulata in questa circostanza, la Confederazione Elvetica ha recepito le raccomandazioni emanate dall’Ocse nel giugno del 2012: l’organismo internazionale aveva invitato tutti i suoi membri a uniformare le norme di contrasto alla circolazione illecita di capitali. Una misura, in pratica, che vuole limitare il raggio d’azione dei paradisi fiscali.

IL REATO - La Svizzera, da parte sua, estenderà innanzitutto il reato di riciclaggio anche al denaro frutto di frodi fiscali (cosa che oggi non avviene) e come detto ne estende la responsabilità anche a chi agevola il trasferimento e accetta denaro “sospetto”. Da notare però che viene considerata frode fiscale grave quella che dà luogo a un beneficio tributario di almeno 200mila franchi. “Scatterà per le banche e tutti i commercialisti l’obbligo generale di denunciare alla Autorità svizzera antiriciclaggio tutti i casi sospetti che a loro volta saranno trasmessi ai Pubblici Ministeri svizzeri, con facoltà di ritrasmetterli ai loro colleghi all’estero. Sarà la fine della frode fiscale internazionale”: così si è espresso Paolo Bernasconi, ex procuratore capo di Lugano a proposito delle novità annunciate da Berna. Come detto, il progetto si inserisce in una china sulla quale l’intera comunità elvetica si è incamminata da tempo per venire incontro alle crescenti pressioni del mondo finanziario e politico internazionale.

GLI ACCORDI - Fanno parte di questo mutato atteggiamento gli accordi fiscali sottoscritti con Gran Bretagna, Austria e altri governi per la tassazione dei conti svizzeri di cittadini stranieri; ma anche il severo accordo strappato a Berna dagli Stati Uniti che consentirà al fisco americano di ottenere informazione sui clienti Usa delle banche svizzere. Gli stessi colossi del credito elvetici da tempo hanno adottato di loro iniziativa la cosiddetta “strategia del denaro pulito” e accettano denaro proveniente dall’estero solo se dichiarato al fisco del paese d’origine.

23 dicembre 2013

Apple: accordo con China Mobile, il più grande operatore del mondo

Corriere della sera

iPhone 5S e 5C per 763 milioni di abbonati

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uovo successo per Apple. Dopo mesi di trattative la casa di Cupertino ha stretto un’intesa con China Mobile, il più grande operatore di telefonia mobile del «celeste impero» e del mondo, che conta su 763 milioni di abbonati. Quest’ultimi potranno ottenere finalmente i gioielli di Apple, gli iPhone 5S and 5C, a partire dal 17 gennaio 2014. Apple si è così garantita l’accesso al più grande mercato di telefonia del mondo finora dominato dalla coreana Samsung e Nokia, acquistata recentemente da Microsoft.
Gli analisti ipotizzano che Apple, grazie all’accordo, potrebbe vendere tra i 10 e i 40 milioni di telefoni in Cina dove, negli ultimi due anni, ne ha venduti circa 50 milioni.

23 dicembre 2013 (modifica il 23 dicembre 2013)

Ecco l'eroe della sinistra. Piano fa beneficenza con i soldi degli italiani

Fabrizio De Feo - Lun, 23/12/2013 - 08:15

Il neo senatore a vita ha deciso di devolvere lo stipendio a sei giovani architetti. E "Repubblica" ne fa subito un'icona


Roma - Alla vigilia di Natale la sinistra radical-chic incorona il suo nuovo eroe. Il protagonista di quello che Repubblica definisce «il racconto di Natale della politica», è uno dei quattro senatori a vita nominati da Giorgio Napolitano il 30 agosto scorso: «l'archistar» Renzo Piano.


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Su di lui piove il plauso di Michele Serra, di Curzio Maltese e Corrado Augias, solo per citarne alcuni. Il motivo? Aver destinato il suo stipendio di senatore a vita a finanziare il lavoro di un anno di 6 giovani architetti che dovranno produrre spunti per proposte di legge per le periferie, il cosiddetto «gruppo G124» dal numero della stanza a Palazzo Giuustiniani riservata allo stesso Piano. Nel coro di «evviva» risuona, però, una nota stonata, un granello di sabbia nell'ingranaggio della celebrazione, una voce che prova a instillare il dubbio sull'opportunità di questa celebrazione. È l'ex Iena Luca Bizzarri a inserirsi nel dibattito con un tweet ironico e controcorrente che mette in dubbio la morale stessa della favola di Natale. «Ti fanno senatore a vita.

Accetti. Non ci vai mai. Ti danno dei soldi. Che sarebbero pure miei. Li devolvi a chi ti pare a te. Sei un eroe». Un ribaltamento di visione che suggerisce alcune domande di comune buon senso. Se è senz'altro vero che Piano - progettista tra i più famosi del globo e da tempo attento a promuovere con la sua Fondazione attività di studio e ricerca nel campo dell'architettura, con premi a giovani promesse - si è distinto rispetto ai colleghi e ha compiuto un gesto non scontato, siamo davvero sicuri che non ci sia un elemento paradossale nel retribuire con soldi pubblici un multimiliardario per un lavoro che sostanzialmente non svolge (vedi alla voce assenze in aula) e poi santificarlo perché con quegli stessi soldi pagati dai contribuenti, promuove iniziative filantropiche?

Una domanda che a cascata ne suscita delle altre. Il senso dell'istituto dei senatori a vita è celebrare una persona oppure metterla in qualche modo a servizio del Paese? Se si dà per buona la prima interpretazione è evidente che questi personaggi non ne hanno bisogno, anche e soprattutto in termini economici (tanto più in un momento storico in cui un aggravio di almeno un milione di euro l'anno per le casse dello Stato non passa inosservato). Se invece si opta per la seconda, quale può essere il contributo di chi come Piano è, fortunatamente per lui, nel pieno della carriera?

E ancora: si può essere senatori a vita e onorare il Paese senza retribuzione e senza diritto di voto, soltanto proponendo leggi, illustrandole e dibattendole in Senato? Nelle riforme costituzionali (da molti pensate soprattutto per allungare la vita del governo), si riuscirà finalmente a procedere all'abolizione di un istituto che rappresenta un retaggio dello Statuto albertino, di un Senato composto dai principi della famiglia reale e dai membri nominati dal re, oppure dovremo continuare ad avere quella che Umberto Terracini nei lavori dell'assemblea costituente definì una «decorazione speciale di cui né la prima né la seconda Camera necessitano»?

Maserati, cento e lode

La Stampa

piero bianco
MODENA

Il marchio celebra un secolo di vita con un record storico di vendite


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Dei sette fratelli Maserati, Alfieri più di tutti subiva un’attrazione fatale per la meccanica. Fu lui, il 1° dicembre 1914, a fondare con Ettore ed Ernesto quel marchio che è diventato un’icona mondiale e si appresta a festeggiare, per un anno intero, il primo secolo di vita. Alfieri amava la velocità e con i fratelli provava sovente l’ebbrezza delle competizioni. Non a caso era da corsa la prima vettura costruita nel 1926 dalla «Società Anonima Officine Alfieri Maserati» nella nuova sede di via Emilia Levante a Bologna, che nel ’19 aveva sostituito la prima artigianale di via de’ Pepoli. La Tipo 26 debuttò vincendo la Targa Florio. Quando nel 1932 Alfieri morì, a 44 anni, per una malattia, balzarono alla ribalta altri due fratelli: Bindo e Mario che creò il celebre logo del Tridente ispirandosi alla fontana del Nettuno di piazza Maggiore.

La storia del marchio è gloriosa e tormentata, ricca di pietre miliari. Importante quella datata 1937: i fratelli Maserati (pur mantenendo il controllo tecnico per altri 11 anni) vendettero le azioni dell’azienda alla famiglia Orsi, che la trasferì 2 anni dopo a Modena, via Ciro Menotti. Nel 1947 Maserati stupì il mondo con la sua prima vettura stradale, la A6 Granturismo e nel ’63, con la prima generazione Quattroporte, creò un segmento del mercato che non esisteva in precedenza: quello della berlina sportiva di lusso così dominante oggi sui mercati globali. 

Negli anni ’70, quelli della grande crisi economica, Maserati era proprietà della Citroën, che la abbandonò al suo destino. L’azienda si salvò grazie ai finanziamenti governativi e a nuovi investitori: nel 1975 entrarono la Benelli e Alejandro De Tomaso, che guidò in prima linea un difficile rilancio. Varò la Quattroporte III firmata da Giugiaro, seguita dalla discussa Biturbo e le vendite aumentarono, sebbene i conti fossero ancora deficitari. Nel 1993 toccò alla Fiat acquistare lo storico brand, per integrarlo 4 anni dopo con la Ferrari. «La prima volta che andai nello stabilimento - ricorda spesso Luca Montezemolo - c’era un senso di totale desolazione e i cani randagi che vagavano sperduti».

Ma con le sinergie del Cavallino, Maserati è lentamente rifiorita. Nel 2005 ha ritrovato l’autonomia nell’ambito del Gruppo Fiat, di cui è ora simbolo vincente di quel polo del lusso fortemente voluto da Sergio Marchionne. Guidato da Harald Wester, il Tridente si appresta a celebrare il centenario col vento in poppa. I nuovi Modelli, l’ammiraglia Quattroporte tutta nuova e la lussuosa berlina Ghibli registrano numeri da record, c’è grande attesa per il Suv Levante che sarà in vendita a inizio 2015 e dovrà sospingere il marchio verso il tetto delle 50 mila unità. Obiettivo ormai certo, se si pensa che solo a ottobre Maserati ha raccolto più di 5 mila ordini (quanti ne registrava in un anno) da aggiungere ai 23.800 dei primi 9 mesi. 

«A novembre - spiega Wester - abbiamo quadruplicato le consegne ai clienti Usa e sono state oltre 900 le vetture consegnate a quelli cinesi: un mese solo come l’intero 2012 che era già stato da primato». Cifre entusiasmanti: l’anno del boom chiuderà a ridosso di 30 mila unità, con una presenza attiva in 70 paesi. Scommessa vinta. Nessun marchio automobilistico al mondo, (nemmeno i top Premium) registra infatti una simile impennata. Il segreto è duplice: esclusività percepita, figlia anche di un design sportivo quanto passionale, e tecnologia sopraffina. 

Per celebrare i suoi primi 100 anni, la Maserati ha programmato una serie di eventi in tutti i principali mercati. Culmine delle celebrazioni sarà il raduno ufficiale a Modena, dal 19 al 21 settembre 2014, a cui parteciperanno 250 modelli storici e attuali provenienti da ogni continente. Previste un’esperienza di guida lungo itinerari scenografici legati alla storia del marchio e sessioni in pista. Nella seconda metà dell’anno Modena ospiterà una straordinaria esposizione di alcuni dei modelli più evocativi e il Museo Casa Enzo Ferrari ne esporrà altri, stradali e da competizione, ormai assurti a icone. Per raccontare il proprio mito, il Tridente propone inoltre un sito (www.maserati100.com) che è un’autentica enciclopedia per rivivere i grandi successi e la storia dei modelli che hanno trasportato nel futuro un pezzo importante di storia italiana.

Roma, assolto il prof che negò l’Olocausto: «Non è reato»

Il Messaggero

All'alunna 16enne disse: «Gli ebrei sono furbetti, bisogna stare attenti»


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Esprimere la propria opinione non è un reato. Nemmeno se un insegnante dice a una studentessa di origine ebraica, i cui nonni hanno vissuto la tragedia dei campi di sterminio, che l'Olocausto è tutto sommato una montatura cinematografica. Nemmeno se l'idea manifestata è «aberrante» e «lesiva della sensibilità» di una ragazzina, come scrive il giudice Maria Cristina Muccari nelle motivazioni della sentenza di assoluzione emessa nei confronti del professor Roberto Valvo, ex docente di Storia dell'arte al liceo artistico Ripetta, finito sul banco degli imputati con l'accusa di discriminazione razziale o religiosa, per aver propagandato teorie negazioniste di fronte a Sofia, 16 anni, fiera delle proprie origini. Valvo è stato assolto con formula piena: per il magistrato, nonostante «abbia fatto commenti e osservazioni certamente censurabili moralmente», non ha mai inteso «propagandare tali sue idee». La condotta di «propaganda», infatti, è tale solo quando destinata a un uditorio vasto. E quel giorno, in classe, c’erano solo tre studenti.

NEGAZIONISMO
Era il 31 ottobre 2008, e la maggior parte degli alunni del liceo aveva aderito a uno sciopero. Tre ragazzi che frequentavano la IV C, però, avevano partecipato alle lezioni. In cattedra c’era Valvo che, come in un normale giorno scolastico, aveva fatto l'appello. Pronunciando il cognome di Sofia, era rimasto incuriosito e le aveva chiesto quali fossero le sue origini. Lei aveva risposto che la sua famiglia era ebrea. «Ah, gli ebrei sono furbetti, bisogna stare attenti!», aveva replicato il docente. A quel punto, in privato, Sofia aveva chiesto a Valvo cosa ne pensasse della Shoah. E lui aveva risposto: i numeri dell'Olocausto (sei milioni di ebrei morti) non sono autentici e la tragedia della Shoah dovrebbe essere ridimensionata. Ma non è tutto: per il professore, i video dei campi di concentramento sarebbero stati girati da una sfilza di registi.

IL CONSIGLIO DI CLASSE
Le stesse tesi, il professore le aveva ribadite due settimane dopo, durante un consiglio d'istituto: «Quel campo di concentramento è una scenografia costruita dagli americani. Non c’è neanche un’appartenenza con la cultura italiana. Allora parliamo di Foibe», avrebbe detto secondo Virgilio Mollicone, un altro docente sentito come testimone al processo, che all'epoca dei fatti aveva appena accompagnato gli studenti ad Auschwitz. Anche in questo caso, per il giudice, «nel riportare le teorie negazioniste certamente aberranti e risibili sotto il profilo storico culturale, Valvo lo ha fatto però con modalità del tutto asettiche», senza manifestare sentimenti di odio o superiorità razziale. In sostanza - conclude il magistrato - «l'ipotesi di reato non sussiste», perché l'imputato ha semplicemente espresso un’opinione personale.

E, nonostante «l'adesione a dette teorie in altri paesi europei, quali l'Austria e la Francia costituisca di per sé reato, in Italia non è punita». «È una sentenza importante, perché afferma un intoccabile principio sulla libertà di opinione», ha commenta l'avvocato Giuseppe Pisauro, difensore dell'insegnante. Ma per Ruben Della Rocca, assessore alle Relazioni istituzionali della comunità ebraica di Roma, il problema va oltre la singola sentenza: «Al di là della decisione del Tribunale su questa vicenda - ha commentato Della Rocca - in Italia, sarebbero necessari confini legislativi più rigidi contro chi nega la shoah».


Lunedì 23 Dicembre 2013 - 08:59
Ultimo aggiornamento: 09:00