giovedì 19 dicembre 2013

Borghezio all'ambasciatore in Congo: "Fate qualcosa per gli italiani bloccati"

Libero

26 famiglie bloccate da oltre un mese: l'ira del leghista contro il nostro ambasciatore ("Salga sulla nave, c..."). Poi le bordate al ministro


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Un calvario, per 26 famiglie italiane che sono bloccate nella Repubblica Democratica del Congo dallo scorso 13 novembre. L'odissea di un gruppo di genitori adottivi che non riescono a lasciare il Paese. Il tutto per un "problema burocratico": non riescono ad ottenere il nulla osta del governo per lasciare l'Africa. Uno di loro, Guido Tota, spiega a Il Sole 24 Ore: "Per la legislatura congolese i bambini sono a tutti gli effetti nostri. Esiste una sentenza passata in giudicato dal tribunale che li dichiara figli nostri, i bambini hanno ora il nostro cognome. Secondo le norme del Paese, però, per l'espatrio dei minori è necessario un timbro della Direction Générale de Migration". Un timbro che non arriva. Un timbro che né la Farnesina né Cécile Kyenge, il ministro italiano di origine congolese, riescono ad ottenere.

 Borghezio sbrocca con l'ambasciatore : Ascolta la telefonata su Liberotv

Borghezio all'attacco - Così, dopo più di un mese di "prigionia", entra in scena l'europarlamentare Mario Borghezio. "Halo, buongiorno, sono Borghezio, deputato del Parlamento europeo da Bruxelles". Il vulcanico leghista raggiunge al telefono l'ambasciatore italiano a Kinshasa, Pio Mariani: l'audio della telefonata che vi proponiamo è stato trasmesso da La Zanzara di Radio 24. "Vede, siamo molto preoccupati...volevo sapere qual è la situazione. Cosa riusciamo a fare?", chiede il leghista. La telefonata inizia con toni pacati, anche quando Mariani spiega che "per il momento la situazione non ha evoluzioni positive". Il leghista lo incalza: "Mi risulta che fossero venuti con l'assicurazione del ministro dell'Integrazione che fosse risolta la questione". Ma la questione, il ministro Kyenge, non l'ha risolta.

"Salga sulla nave..." - L'ambasciatore si difende spiegando che è "una faccenda di pratiche, di burocrazia". Borghezio, a questo punto, si scalda. "Ambasciatore, qui bisogna alzare il tono della voce", e per dare il buon esempio il leghista snocciola un vecchio aneddoto, di quando trent'anni fa si trovava a Kinshasa e non volevano cambiargli le lire in valuta locale. Dopo l'aneddoto, Borghezio torna a martellare. Grida: "Batta i bugni sul tavolo, santo cielo. Mi scusi se alzo la voce, però qui è il nostro Paese che ci fa una figura di merda, mi scusi l'espressione". Quindi una citazione dell'ammiraglio De Falco, il "fustigatore" di capitan Schettino: "Ambasciatore, salga sulla nave, cavolo".

Finale pirotecnico - Nel mirino di Borghezio, poi, ci finisce anche la Kyenge: "Ma come mai il ministro non torna di persona? Parla la loro lingua, sicuramente si fa capire meglio di noi. Non possiamo farla tornare in loco, in patria? E tra l'altro - ecco l'altra stoccata - sarebbe bene se si fermasse anche a lungo". Borghezio insiste: "I bambini devono fare il Natale in Italia". L'ambasciatore tentenna. Il leghista rincara contro Cécile Kyenge: "Abbiamo un ministro che non vale un'acca, perché il ministro Kyenge in questa situazione dimostra di non valere niente". Alla fine della telefonata, dopo un nuovo urlaccio, Borghezio sbatte la cornetta in faccia all'ambasciatore, che continua a parlare, ma dall'altro capo della linea non c'è più nessuno...



Caos adozioni in Congo, le famiglie bloccate rischiano di rientrare in Italia senza i bambini
Corriere della sera
 
Visti scaduti, adozioni ferme. Bonino: «Tentiamo tutto»
 
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MILANO — Nel pantano congolese c’è un bambino di 14 mesi che potrebbe finire di nuovo in orfanotrofio, una ragazzina italiana che passerà il Natale con la mamma lontana, una famiglia di cinque persone che da un mese vive chiusa in una stanza sporca. Come se ne esce? Soprattutto: chi è disposto a sciogliere questo garbuglio? La burocrazia non aiuta. L’ultimo aggiornamento, in serata, era un allarme: ormai i visti dei genitori italiani sono scaduti e potrebbero essere a breve tutti rimpatriati. Senza i figli adottivi. «Straziante»: Francesca Bortolin ieri con il marito ha superato una prova molto dura. «Siamo andati a vedere la casafamiglia dove potremmo lasciarlo». Dietro alla sua voce affaticata, al telefono da Kinshasa, si sente il pianto di un bimbo piccolo, poco più di un anno. «A lui non riusciremo a spiegarlo, non può capire. Ma per i più grandi il trauma è enorme, non se lo meritano proprio...».

Giovane coppia di Treviso, Francesca e Marco sono partiti il 18 novembre, quando l’ente che li segue, l’Ai. Bi., ha dato a loro e ad altri 10 genitori il via libera. Una volta lì, però, la Direzione generale delle migrazioni (Dgm) non ha messo sui passaporti i visti d’uscita per i minori. E si son tutti ritrovati impantanati. È il passaggio in cui il filo, già intricato, s’arrotola. Serve un riepilogo.
Il 25 settembre il Congo decide di bloccare per un anno le adozioni internazionali per poter fare delle verifiche.

Poco dopo, però, si apre uno spiraglio per le pratiche concluse prima di quella data. Il ministro dell’Integrazione italiana Cécile Kyenge, presidente della Commissione per le Adozioni internazionali, si reca personalmente a Kinshasa e ottiene rassicurazioni. A questo punto risulta stilata una lista di 55 bambini per i quali il dossier è completo. Gli enti interessati allertano le famiglie e 26 coppie (non tutte quelle per cui i documenti sono pronti) partono.

Alessandra e Antonio, dalla provincia di Roma, assistiti da Cinque pani, sono così sicuri che tutto si concluda velocemente che lasciano a casa, affidata ai parenti, la figlia Diletta. «La nostra procedura è completa da aprile, Moise (il bimbo adottato, ndr) l’avevamo già incontrato l’anno scorso», orfano della travagliata provincia del Sud Kivu. Atterrano il 13 novembre, riabbracciano il piccolo, e con lui vanno a vivere in una casa annessa a un orfanotrofio della capitale. «Non c’è acqua corrente, per lavarci, finché dura, tiriamo su il secchio dal pozzo e disinfettiamo con l’amuchina — racconta Alessandra —. Adesso, per fortuna, due lampadine sono accesse, ma siamo rimasti per cinque giorni senza elettricità».

Tra i problemi, non il più grave: «Come possiamo abbandonare Moise? Che fine farà se ripartiamo?». L’ ipotesi per Natale è dividersi: Antonio tornerà a casa, la moglie resterà in Congo. Sempre che non siano costretti a rientrare entrambi. Alla Dgm sono stati molto gentili, raccontano i genitori, ma non hanno indicato date: prima o poi questo blocco finirà, non si sa quando. Il punto è che già adesso la situazione è insostenibile.

La famiglia di Matteo Galbiati, assistita dall’associazione Enzo B, vive stretta dal 5 novembre nella stanza di una struttura religiosa: lui, la moglie (che è assessore al Comune di Sumirago, Varese), due bambini di 10 e 7 anni, e l’ultima arrivata, la piccola congolese Sifa, tre anni appena, che adesso sta bene, ma per due volte ha preso la malaria. Manca la luce, i pasti sono indigesti, racconta Matteo, lui e gli altri uomini del gruppo a turno vanno a procurarsi cibo, «ma uscire è insicuro».

«Per noi è dura, e dal nostro Paese mi sento preso in giro: giocano allo scaricabarile. In Parlamento la Kyenge ha detto addirittura che la responsabilità è delle famiglie...». Che cosa intendeva esattamente? È uno dei punti da chiarire a Roma, perché questa incertezza, alimentata da voci e sospetti, non aiuta le 24 famiglie italiane ancora a Kinshasa. E non serve a trovare una via d’uscita. Che pure deve esserci se i francesi sono riusciti a vincere il blocco, e, soprattutto, se due coppie, seguite dal Naaa, il 5 dicembre sono rientrate in Italia.

Perché loro sì e gli altri no? «Stiamo veramente tentando tutto», assicura il ministro degli Esteri Emma Bonino. Ma le critiche arrivano bipartisan. «È tempo che intervenga il presidente del Consiglio», dice la deputata Michela Vittoria Brambilla (Forza Italia). E la collega Lia Quartapelle (Pd): «Qualcuno nel governo a livello alto deve farsi carico di questa storia».

19 dicembre 2013

Il vecchio Lazzaro

La Stampa

yoani sanchez


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Appena entrati in casa si vede una scultura a grandezza naturale che raffigura un signore con barba e stampelle. Tutti si fanno il segno di croce davanti a lui. Pure i due cani scolpiti al suo fianco sono di legno: magri, sottomesi, animali di strada. L’immagine di San Lazzaro diventa protagonista quando si avvicina il giorno della sua festa. Si tratta di uno dei santi più venerati nel nostro Paese ed è capace di scatenare molte dimostrazioni di devozione popolare. Il suo santuario, nel centro abitato de El Rincón, ogni 17 dicembre, si trasforma in un via vai di pellegrini, ex voto, venditori di fiori e poliziotti. Intorno al santo si radunano gli afflitti, i bisognosi, coloro che hanno provato a fare di tutto ma non sono riusciti a combinare niente… i diseredati, traditi da fortuna, scienza e amore. 

Quando mi avvicino a El Rincón sento la tipica energia che proviene da dolore e fede. Il lebbrosario con le sue tristi storie, gli accampamenti illegali cresciuti su entrambi i lati della linea ferroviaria e l’altare con le candele sempre accese. Non è un posto fatto per sorridere. A volte ho accompagnato qualche amico a portare l’offerta promessa in cambio di una grazia ricevuta. In altri casi, sono andata spinta solo dalla curiosità che proviene da ciò che non siamo in grado di comprendere o spiegare. Almeno in due occasioni sono giunta alla mezzanotte del sedici dicembre sotto il tetto del tempio e in quel luogo ho vissuto momenti difficili da dimenticare. Qualcuno piange, altri gridano, molti pregano, c’è un caldo tremendo, tutti sudano, si sente odore di ferite aperte e di povertà. La Chiesa è affollata in modo inverosimile. 

Oggi sono uscita di casa e poco distante ho visto coprire con un mantello viola un’immagine del vecchio Lazzaro. Un anziano che è passato davanti al santo si è abbassato per sussurrargli qualcosa in un orecchio. L’uomo aveva una barba trascurata e i suoi vestiti risalivano ai tempi del mercato razionato dei prodotti industriali e del sussidio sovietico. L’ho visto avvicinare il volto smunto a quello del santo e ho notato la grande somiglianza. Vivono entrambi la terza età, sono ridotti in maniche di camicia e non hanno molti motivi per ridere. Due persone così vicine, anche se uno è nell’altare e l’altro per strada. Uno circondato da promesse che attendono di essere compiute, l’altro consapevole che tutte quelle che gli sono state fatte sono ormai perdute. 
Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Dare del ‘cretino’ è un'offesa vera, non un'espressione semplicemente censurabile

La Stampa


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“Sei un cretino”: può sembrare, oggi più che in passato, espressione di poco peso, rispetto a epiteti ben più grevi, ma ciò non ne riduce affatto la potenzialità lesiva nei confronti della dignità di una persona. A maggior ragione quanto quella frase viene inserita all’interno di una diatriba in materia di soldi (Cassazione, sentenza 27980/13). Scenario è un confronto «non amichevole» – come definito da un testimone – tra due uomini, che discutono, con toni accesi, per alcune «questioni debitorie». Ma la scintilla è rappresentata dal ricorso ai termini ‘cretino’ e ‘stupido’, utilizzati per apostrofare la persona offesa. Questione da chiudere subito? Assolutamente no. Non a caso, la vicenda approda dinanzi al Giudice di pace, il quale, però, decide di azzerare ogni contestazione: in fondo, viene spiegato, le espressioni utilizzate sono «censurabili, dal punto di vista comportamentale» ma «non idonee», in questo caso, a «offendere onore e decoro».

Ma l’ottica ‘modernizzatrice’ adottata dal Giudice di pace viene fatta a pezzi dai giudici del Palazzaccio, i quali, accogliendo il ricorso della persona offesa, mostrano di non condividere assolutamente l’idea che «dare del ‘cretino’» a una persona «sia solo manifestazione di inurbanità». Essendo acclarata la ricostruzione dell’episodio – ossia una discussione poco amichevole tra i due uomini –, è illogico pensare, secondo i giudici, che «nei rapporti fra due soggetti in contenzioso per questioni debitorie» sia «sedimentata una sorta di sensibilizzazione ai termini offensivi, che perderebbero, per consuetudine, rilevanza penale». Basti pensare, concludono i giudici, che neanche «in sede di dialettica politica, dove il ricorso a espressioni ‘forti’ è certamente da intendere più tollerato» è in discussione la «rilevanza penale» del ricorso a espressioni offensive.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Sesso a pagamento: la punizione dei clienti salverà le donne?

Corriere della sera

di Giorgia Serughetti*


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Mentre in Italia riparte l’attacco alla Legge Merlin, con la proposta di referendum abrogativo capitanata dalla Lombardia, la Francia pronuncia il primo sì sulla legge neo-proibizionista che mira a eliminare la prostituzione scoraggiando la domanda, ovvero punendo i clienti. Mentre la prima iniziativa segna un percorso a ritroso, regressivo, sulla via tracciata dal dopoguerra in poi che, a partire dalla chiusura dei bordelli, ha messo in questione il diritto sessuale maschile, la seconda pare coronare con successo questo processo. A costo, però, di tradire i presupposti essenziali che hanno animato le legislazioni abolizioniste degli anni ’40 e ’50, in Francia e in Italia come in molti altri paesi: la salvaguardia della libertà, della salute, della piena cittadinanza delle persone che si prostituiscono.

Spostare finalmente l’attenzione sui clienti, dichiarare che la prostituzione è un «problema degli uomini», nel senso che chiama in causa la costruzione del maschile, sono ottime premesse per un rovesciamento di segno nel discorso secolare sul commercio sessuale che ha lasciato troppo a lungo in ombra l’uomo che paga, concentrando gli sguardi, le preoccupazioni morali e politiche, gli interventi pubblici sulle sole persone che si prostituiscono. Ma la nuova legge francese, come già quella svedese che ne è il modello, solleva più di un interrogativo in chi guarda al problema dalla prospettiva delle condizioni di vita e lavoro di chi si prostituisce, vittima nelle nostre società dello stigma più pesante, e perciò in vario modo già gravemente esclusa/o dai diritti e dall’esistenza civile.
Si sono levate per questo, sempre più alte, le voci contrarie delle travailleuses du sexe d’oltralpe. Lo Strass, il sindacato francese delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso, ha prodotto un dettagliato documento di critica della legge depositata in parlamento dalle deputate socialiste Maud Olivier e Catherine Coutelle, contestando la confusione di fondo tra prostituzione e sfruttamento della prostituzione, il paternalismo dell’impianto che mette sotto tutela le persone che si prostituiscono ma soprattutto il rischio di condannare queste ultime a una maggiore precarietà, povertà, marginalità, violenza. Perché quando la prostituzione si rifugia nel segreto e si allontana dagli spazi pubblici aumenta la vulnerabilità di tutti i soggetti coinvolti. E non basterà a migliorarne le condizioni il fatto di considerarli per legge tutte vittime (non perseguibili, anche grazie alla cancellazione del reato di adescamento passivo), spostando interamente lo stigma sui clienti (per cui sono previste multe da 1500 euro). Perché è proprio l’illegalità, connessa allo stigma, ad aumentarne la vittimizzazione: «Stigma kills» recita uno slogan del movimento delle sex worker.

Trasferire questo stigma dalla prostituta al cliente non affronta alle radici il nodo complesso che lega nel nostro tempo sesso e consumo, sfera dell’intimità e mercato. Un nodo che chiama in causa cultura del corpo, cultura dell’immagine, commercializzazione delle emozioni. E che interroga la costruzione della sessualità e del potere maschile ad un livello meno superficiale di quello toccato da una previsione di legge che disegna una fantomatica popolazione di “perversi” e “malati”, incapaci di aderire a una presunta norma che distingue il “buon” sesso dal “cattivo” sesso. La prostituzione ci parla non di una devianza (sociale, criminale) ma della “normalità” del maschile.

La normalità che riguarda uomini clienti e non clienti, che hanno in comune un immaginario, una cultura, una concezione della sessualità. Il desiderio maschile che si esprime attraverso lo scambio sesso-denaro non riguarda solo la prostituzione ma riguarda più in generale relazioni tra i sessi fondate su un’asimmetria di desiderio tra uomini e donne. Non due soggetti, ma un soggetto e un oggetto. Il desiderio è uno ed è maschile, alla donna restano ruoli connessi alla sua disponibilità: alla cura, al piacere altrui. «Seduzione e maternità sono due “corazze” pesantemente collocate sul corpo e sulla sessualità femminile, e non basta certo la consapevolezza nuova affiorata alla storia dopo secoli di sottomissione a scrollarseli di dosso», scriveva qualche tempo fa Lea Melandri su questo blog.
Se parliamo di norme e di diritti, io credo che un modo per affrontare questo nodo essenziale sia partire dal pieno riconoscimento delle persone che si prostituiscono come soggetti di volontà, scelte e desideri: né corpi a perdere né oggetti d’uso e di abuso verso cui esercitare la forza pubblica o al contrario una tutela paternalistica. E quando questi soggetti sono costretti a subire limitazioni della volontà, violenze o schiavitù sessuale, lo Stato deve lavorare per assicurare le possibilità di denuncia, protezione, reinserimento sociale.
La criminalizzazione della prostituzione, seppure tradotta in una legislazione di ispirazione femminista, tende a incatenare le persone che si prostituiscono a un destino di passività che ne aumenta i pericoli di abuso. E non solo: quando sposta l’attenzione sui clienti rischia di mancare il bersaglio. Il ricorso degli uomini al sesso a pagamento si fonda largamente su quella che Stefano Ciccone dell’Associazione Maschile Plurale descrive come una scissione tra «una dimensione della sessualità alta, nobile, rispettabile, compatibile con una relazione d’amore, con un progetto di genitorialità, e poi una dimensione sporca, bassa, degradante che pensiamo di mettere in gioco con la prostituta, con la donna senza onore disponibile per denaro e non per desiderio». Ciò che il neo-proibizionismo fa, mentre sottopone a critica questa costruzione, è paradossalmente di rinsaldarla, invocando una sorta di depurazione tutta volontaristica dalle zone più torbide del maschile.

La prostituzione è un fenomeno complesso da affrontare per via legislativa, particolarmente se si tiene fermo il fuoco sulla sua normalità e non si cede alla tentazione di sbarazzarsene come di una scomoda e imbarazzate perversione. Anche superando la resistenza teorica e politica che suscita l’idea di una regolamentazione normativa (e repressiva) della sessualità, nessun modello esistente – né il neo-proibizionismo di marca svedese né il regolamentismo olandese o tedesco, delle vetrine o degli eros center – appare scevro da effetti negativi né capace di garantire al tempo stesso la tutela di diritti e libertà delle persone che si prostituiscono e la protezione dai fenomeni di tratta e sfruttamento. Forse l’Italia, che si trova oggi al bivio tra questi percorsi così diversi, ha la possibilità di inventarsi qualcosa di nuovo.

La scuola che fino a ieri si chiamava Ku Klux Klan

Corriere della sera

Solo grazie a una petizione firmata da 160 mila persone l’istituto della Florida dedicato a un leader dell’organizzazione razzista ha deciso di cambiare finalmente nome

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Ogni mattina, gli studenti - per la maggioranza afroamericani - della «Scuola Superiore Nathan Bedford Forrest» di Jacksonville, Florida, si recavano a studiare in un istituto che porta il nome di un mercante di schiavi,generale delle truppe confederate e leader del Ku Klux Klan (anche se ad un certo punto avrebbe abbandonato l’organizzazione). Negli Stati del Sud alcune cose sono lente a cambiare, ma lunedì scorso dopo una petizione sul sito Change.org firmata da 160mila persone, la scuola ha deciso di modificare il nome che possedeva dagli anni Cinquanta, quando fu fondata per studenti tutti bianchi (a gennaio verrà deciso quello nuovo). Si tratta di una questione che ha diviso per anni la comunità. E non è un caso isolato: fa parte di una battaglia sui simboli e la memoria in corso negli Stati del Sud, dove fino a poco tempo fa le scuole intitolate a Forrest erano tante, ma sono sempre meno.

BATTAGLIA CONTRO I SIMBOLI DEL VECCHIO SUD - Nella città di Memphis in Tennessee, dove la maggioranza dei cittadini sono afroamericani, tre parchi (uno dei quali dedicato a Forrest) hanno recentemente cambiato nome (anche se resta una sua statua a cavallo). A Selma, in Alabama, un busto a lui dedicato, è sparito nel 2012 e non è mai stato ritrovato. A Tulsa, Oklahoma, una strada che portava invece il nome di Wyatt Tate Brady, uno dei fondatori della città e membro del KKK, continuerà ancora a chiamarsi Brady Street - in onore, però, di Matthew Brady, fotografo della guerra civile. «Il mio voto di stasera non riflette il giudizio su quest’uomo», ha commentato una dei membri della commissione scolastica Ashley Smith Juarez, favorevole al cambiamento. «Non sto qui per giudicare. Il mio voto rispetta la volontà degli studenti». Un sondaggio condotto tra gli studenti del distretto scolastico, infatti, ha rivelato che il 64% (su 1000 partecipanti) voleva un nuovo nome.

Però, tra gli ex studenti la tendenza era opposta: il 94% preferiva che la scuola restasse intitolata a Forrest. Anche ad Atlanta, in Georgia, c’è stato chi ha protestato quando - a fine novembre - la statua di bronzo del populista ed ex candidato alla vicepresidenza Tom Watson (che tra il XIX e XX secolo scrisse contro i neri, gli ebrei e i cattolici) è stata rimossa dalla piazza del municipio, con la scusa di un restauro, e poi ricollocata in modo permanente in un parco. Mentre l’associazione dei politici afroamericani ha elogiato la scelta di «spostare questi artefatti del passato razzista», un’associazione chiamata la «Lega del Sud», guidata da Michael Hill, l’ha definita «una campagna contro i bianchi del sud» e un deputato dello stato, Tommy Benton, ha commentato: «Se cominci a rimuovere i monumenti perché c’è qualcosina che non ti piace di quel personaggio, non ne resteranno più in piedi».

NON SOLO NERI: ISPANICI ALLA RISCOSSA - Ma le proteste sono anche espressione dell’ansia e dello spaesamento di una parte della popolazione per i cambiamenti profondi in corso: il Sud rurale, un tempo omogeneo, è ormai molto più multiculturale. Dei dieci stati americani in cui la popolazione ispanica è cresciuta di più tra il 2000 e il 2011, otto sono nel Sud. Combattere la battaglia contro i simboli del Vecchio Sud ha un prezzo: molti credono che l’ultimo governatore democratico della Georgia, Roy Barnes, abbia perso le elezioni nel 2002 perché favorevole a modificare la bandiera dello Stato (che aveva incorporato quella degli stati confederati). Ma chi si batte per il cambiamento sottolinea che c’è una grande differenza tra riconoscere la storia del Sud e celebrarla per opporsi alla società multiculturale. La scuola di Jacksonville, come pure i parchi di Memphis erano stati nominati così negli anni Cinquanta e Sessanta, come reazione al movimento dei diritti civili e alla desegregazione anche nelle scuole. Si tratta di simboli che sono rimasti in piedi fino a che i neri non hanno acquisito un maggiore potere politico.

19 dicembre 2013

Giustizia d’evasione

La Stampa

massimo gramellini


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Breve viaggio panoramico nella testa del magistrato di sorveglianza che ha concesso il permesso premio al serial killer di Savona da ieri alla macchia. «Dunque, Gagliano, riepiloghiamo. Lei nel 1981 uccide la prostituta con cui ha una relazione sfondandole il cranio a colpi di pietra. L’anno seguente, sfruttando una licenza, sequestra una famiglia e spara a casaccio addosso ai passanti.

Passano sette anni e durante un permesso premio ammazza una transessuale e un travestito. Il giorno successivo trapassa la gola a una prostituta, che sopravvive per miracolo. E poi? Ah, ecco… arrestato, evade di nuovo durante un altro permesso premio e spara in faccia alla sua compagna. Si costituisce, evade ancora due volte e, tra un’evasione e l’altra, prende a pistolettate un metronotte… Qui si apre il capitolo delle rapine, se non sbaglio. Nel 2005, ormai quarantaseienne, svaligia supermarket e uffici postali. Arrestato, esce per l’indulto ma torna dentro la settimana dopo: aveva estorto dei soldi a un imprenditore… In carcere, nel corso di un interrogatorio, afferra l’attaccapanni e sfascia la sala colloqui. Polizia e carabinieri la segnalano come individuo molto pericoloso. Mmm… Tutto ciò visto e considerato, ritengo che nulla ostacoli la concessione di un nuovo permesso premio. Vada pure, Gagliano. E mi raccomando, faccia il bravo».

P.S. Il monologo del giudice è immaginario (ma non troppo, temo). Mentre le parole del direttore del carcere di Genova - «Non eravamo a conoscenza del suo passato di serial killer. Credevamo fosse solo un rapinatore» - sono drammaticamente autentiche

La ruota della fortuna che umilia i supplenti

Corriere della sera

di Emiliano Sbaraglia


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Ci sono molte cose che non vanno, ma alcune in qualche modo bisognerebbe farle funzionare, altrimenti si rischia davvero il parossismo, l’imbocco di una strada senza via d’uscita.
La notizia lascia veramente attoniti: visto che non ci sono soldi per tutti, per pagare i supplenti nelle scuole si è scelto si adottare il metodo del sorteggio. Accade a Prato, città già sotto i riflettori ultimamente per la morte di sette lavoratori cinesi (di cui ci siamo già quasi dimenticati, eppure era solo il due dicembre scorso).

Stavolta la preside di un istituto comprensivo, avendo soltanto i finanziamenti di cinque stipendi sui diciotto da pagare, presa da sconforto decide di affidarsi al destino.

Così vengono estratti quattro insegnanti e un dipendente Ata, e per gli altri tredici neanche le briciole.
D’altra parte sono stipendi pagati con fondi scolastici, e non direttamente dal ministero: non arrivando i soldi alle scuole, a un certo punto i soldi finiscono. Una situazione difficile da immaginare ma amaramente reale, emblematica, che non coinvolge soltanto la città toscana ma altre zone e regioni, dal Nord al Sud del nostro Paese; e che fa il paio con un’altra notizia, arrivata pressoché nelle stesse ore, che avvertiva del mancato pagamento delle ferie maturate (tagli alla spesa), categoria coinvolta anche in questo caso gli insegnanti di terza fascia. Vale a dire i precari, i più deboli, l’ultima anello della catena didattica nel mondo della scuola. Non per questo, però, gli ultimi a presentarsi in classe la mattina a far lezione, tentando magari di colmare i vuoti lasciati dall’insegnante di ruolo sul registro del professore, in eterna lotta contro il tempo perché chiude il quadrimestre, mancano i voti, bisogna fare i compiti in classe, le ultime interrogazioni, lo scrutinio è alle porte, la fine della supplenza pure.

E domani? Domani è un altro giorno, va bene, e a questo ormai i supplenti sono abituati. Ma almeno, per affrontare quel domani, che non sarà facile, diamogli quello che gli spetta.
La Ruota della Fortuna, se qualcuno ancora ci crede, lasciamola ai quiz televisivi.

Risarcimento milionario per Tippi Hedren, interprete de “Gli Uccelli” di Hitchcock: fu vittima di un incidente causato da un volatile

Il Messaggero

di Giacomo Perra


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Ci sono gli uccelli nel destino di Tippi Hedren, attrice statunitense ultraottantenne che esordì con Hitchcock quando era solo una giovane e bellissima modella: nel 1963 diedero il titolo all’omonimo film del “maestro del brivido” che la lanciò da protagonista nel firmamento hollywoodiano, mentre oggi, a cinquant’anni di distanza, sono la causa di un risarcimento milionario tanto atteso.

Era il 2006 e alla Hedren, impegnata sul set di “Fashion House”, soap statunitense andata in onda per una sola stagione, capitò un brutto incidente: durante le prove della telenovela, infatti, sulla sua testa precipitarono circa tre litri d’acqua che, pur ferendola senza gravi conseguenze, negli anni successivi sortirono il riacutizzarsi di una dolorosa forma di emicrania a cui l'attrice non riuscì a sfuggire con nessuna delle terapie sperimentate. Per ironia della sorte, a quanto pare, a originare lo spiacevole episodio fu proprio un pennuto che, avendo nidificato e quindi otturato il tubo del condensatore dell’aria condizionata, indirettamente produsse l’accumulo d’acqua piovuto addosso alla donna.

Intrapresa una battaglia legale rivelatasi molto tortuosa, la Hedren, dopo sette anni, è riuscita almeno ad avere giustizia e la “consolazione” di 1,5 milioni di dollari come legittima ricompensa” per il danno subito. La disavventura, parzialmente alleggerita quindi dal verdetto dei giudici, oltre a produrre dei significativi cambiamenti sullo stato di salute dell'attrice, ha avuto anche l'effetto di riportarla indietro nel tempo, esattamente a cinque decenni prima, periodo del suo debutto sul grande schermo.

Mentre girava “Gli Uccelli”, infatti, l’interprete americana, che ha avuto modo di recitare anche con Charlie Chaplin, fu costretta a un breve periodo di riposo in ospedale reso necessario dall’eccessivo carico di stress a cui venne sottoposta da una scena del film, una sequenza che prevedeva che il suo personaggio venisse attaccato da un gran numero di gabbiani e corvi. Per renderla più credibile, la Hedren si dimenò così tanto da procurarsi un esaurimento nervoso e finire appunto ricoverata.

Un guaio non da poco ma comunque sempre minore rispetto ai problemi avuti con il suo mentore Alfred Hitchcock, suo regista anche in “Marnie”. Nella biografia del grande genio cinematografico scritta nel 2009 da Donald Spoto, a cui si è ispirato anche un film del 2012, “The Girl”, con Sienna Miller nei panni della Hedren, l’attrice ha raccontato di molestie verbali e fisiche perpetrate ai suoi danni da Hitchcock. Un vero e proprio incubo, a quanto sembra, forse addirittura più spaventoso dei tanto temuti uccelli.


Mercoledì 18 Dicembre 2013 - 18:56

Morto Ronnie Biggs, autore dello storico assalto al treno Glasgow-Londra del '63

Il Messaggero

di Federico Tagliacozzo

E' stato uno dei criminali ingelsi più conosciuti al mondo.
 

Cattura È morto all'età di 84 anni Ronnie Biggs, uno degli uomini che partecipò l'8 agosto 1963 alla grande rapina al treno postale Glasgow-Londra, che fruttò ai suoi autori 2,6 milioni di sterline, l'equivalente di 46 milioni di oggi. Noto per aver preso parte all'assalto al treno, Biggs lo divenne poi ancora di più per essere riuscito a sfuggire - riparando prima in Australia, poi in Brasile - alla giustizia britannica per oltre 40 anni dopo la condanna a 30 anni di reclusione e - 15 mesi più tardi - la fuga dal carcere.

L'ultima volta che è stato visto in pubblico era a marzo, ai funerali di Bruce Reynolds, il cervello della grande rapina al treno. Il convoglio venne assaltato alle 3 del mattino in aperta campagna mentre attraversava il Buckinghamshire vicino a Cheddington, il conducente venne picchiato con una spranga di ferro. Nel 1978 Biggs cantò in due canzoni del film documentario The Great Rock 'n' Roll Swindle, e nell'ominimo album sulla storia del gruppo londinese Sex Pistols. Nel 2001 annunciò di voler rientrare in Inghilterra. Al suo arrivo venne arrestato e incarcerato. Venne rilasciato per motivi di salute nel 2009.


Mercoledì 18 Dicembre 2013 - 20:31
Ultimo aggiornamento: 21:00

San Pietro, il colonnato torna a splendere: a marzo termina il restyling del capolavoro del Bernini

Il Messaggero

di Fabio Isman

«Dopo il Colosseo, è forse il monumento più identitario di Roma», dice Antonio Paolucci, già ministro e ora direttore dei Musei Vaticani.
 

Cattura «Un’impresa gigantesca», spiega Guy Devreux, a capo del laboratorio di restauro del medesimo museo: cinque anni di lavori, cento restauratori per pulire e mettere in sicurezza il colonnato di San Pietro (Devreux: «Non avveniva integralmente dall’Ottocento»), formidabile «abbraccio di pietra» (Paolucci) ideato da Gian Lorenzo Bernini, che in undici anni (fino al 1667) innalzò la selva di colonne doriche, di pilastri e statue (rispettivamente 284, 88 e 76) in un’ellissi i cui diametri fanno tremare i polsi: 196 e 148 metri. In Vaticano, non si è celebrata la conclusione delle opere, che avverrà a marzo, bensì la partecipazione delle Banche popolari italiane: ha raccolto contributi forse esigui, 200 mila euro, ma significativo, perché completa i finanziamenti, di Eni, Tim, altri ancora, garantendo all’opera i 15 milioni che le sono necessari.

IL GRAN TEATRO
Alla sistemazione dello spazio antistante al cuore della cristianità, pensa già Sisto V Peretti, che nel 1586 vi fa erigere da Domenico Fontana l’obelisco del Circo di Nerone: l’unico, nell’Urbe, a non essere crollato dal piedestallo. L’idea di spostarlo accanto alla Basilica, era già venuta a Niccolò V Parentucelli, con il parere favorevole di tanti: da Michelangelo al Sangallo. Ma è soltanto un altro grande edificatore di Roma, Alessandro VII Chigi, a realizzarlo, e completare anche la stessa basilica e la cupola. Paolo V Borghese aveva già voluto la fontana di destra (1613, di Carlo Maderno), cui seguirà l’altra, nel 1670, a cura di Carlo Fontana.

Nasce così il «gran teatro di colonnate», dal triplice scopo: di abbellire e adornare l’accesso alla basilica; di mostrare l’abbraccio della Chiesa e la spinta verso l’alto (le sculture, ideona berniniana, hanno per questo la testa più piccina dei corpi, alti tre metri); e aiutare la città in un momento di crisi: erano tempi di peste, quella del 1630 in alta Italia è raccontata da Manzoni, ma quella del 1656, dopo Napoli (600 mila morti nel Regno), colpì l’Urbe: 14.437 vittime, il 15 per cento degli abitanti. Non c’era lavoro: una «fabbrica» tanto imponente serviva. E singolare è il parallelismo con i tempi odierni di crisi: i restauri hanno dato a molti esperti, «salvaguardato la professione - dice Devreux -in tempi di immobilismo imprenditoriale non troppo difformi da quelli di allora».

LA TECNOLOGIA
L’opera è stata, ed è, complicatissima. Ripulire tutto: dal travertino di Tivoli e di Monterotondo dell’ennesimo grande teatro berniniano (a similitudine con il baldacchino, che è l’altare maggiore della basilica, e tante altre scenografie sue), alla sostituzione dei ferri che corrodevano le statue al loro interno. «Siamo partiti da un cantiere pilota, sul posto, assolutamente multidisciplinare: per capire che si doveva fare», spiega il responsabile del restauro, compiuto dalla ditta Navarra: «Adottati gli strumenti più avanzati; trovato in Australia l’inerte che non causasse polvere per le microsabbiature e non provocasse problemi a chi assiste ai riti; il georadar per esaminare l’interno delle statue». E sotto strato di scialbature, scoperto pure l’intonaco originale di Bernini:

«La colla brodata data a pennello per assomigliare al travertino», che è stata restaurata. Anche qualche diverbio con gli ingegneri: volevano usare resine epossidiche invece delle speciali malte, messe a punto dai restauratori, con in testa Devreux e Michela Gottardo. Così, è stato restituito lo splendore e il nitore ai due emicicli (due «fuochi», indicati a terra, permettono di vedere allineate le quattro colonne tuscaniche che li sorreggono in larghezza); e le statue, di santi, vergini, fondatori di ordini religiosi, confessori e dottori della chiesa. L’opera è conclusa sotto il papato di Clemente XI Albani, con le ultime statue di Jean Baptiste Théodon e Lorenzo Ottoni, quattro pontefici dopo gli otto che Bernini aveva servito nella sua lunga vita (1598 - 1680).

I FINANZIAMENTI
Il restauro è costato 15 milioni di euro. I contributi sono stati numerosi. Quello delle Banche popolari, tuttavia, è peculiare non per l’ammontare, bensì per il significato: «Molte, sono nate proprio dopo l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII Pecci», dice Giovanni De Censi, che le presiede, accanto a monsignor Paolo Nicolini, artefice della vicenda. Paolucci, che conosce bene le due sponde del Tevere, dice: per i restauri al Colosseo, «tre o quattro anni di ricorsi, per poterli iniziare: quasi il tempo occorso per compiere l’intero e immane lavoro sul colonnato in Vaticano».


Giovedì 19 Dicembre 2013 - 08:26
Ultimo aggiornamento: 08:29

A Lampedusa il "lager" delle coop rosse

Stefano Filippi - Gio, 19/12/2013 - 08:28

Il centro per immigrati di Lampedusa al centro delle polemiche dopo un video trasmesso dal Tg2. È gestito dalle coop rosse. E la Ue minaccia di togliere gli aiuti dopo averci abbandonato


Il centro della vergogna, della tortura e dell'umiliazione è targato Legacoop. «Lampedusa accoglienza», l'ente sociale che gestisce la struttura dell'isola dove i migranti vengono denudati e lavati con l'idrante, è affiliato alla holding delle coop rosse.


Cattura
Che ieri, visto il putiferio scatenato dal video del Tg2 girato in uno dei container-lager durante le procedure di disinfestazione anti-scabbia, ha intimato ai soci di «Lampedusa accoglienza» di «rimuovere e rinnovare il management attuale e avviare immediatamente una migliore organizzazione con altre professionalità». A nulla è valsa l'autodifesa di Cono Galipò, amministratore delegato della coop, secondo il quale si trattava di «getti sanitari», di «una consuetudine praticata a difesa dei migranti», di «immagini fuorvianti» e «montatura mediatica»: «Non potete metterci alla gogna per qualche sequenza che non dice nulla di ciò che facciamo, noi seguiamo una indicazione delle autorità sanitarie». È il lato oscuro dell'accoglienza, il business nascosto dietro le braccia aperte e ipocrite di tanto «buonismo» interessato.

Le brutalità del centro di detenzione di Lampedusa documentate dal Tg2 sono diventate uno scandalo internazionale che imbarazza il governo e l'intera macchina dell'accoglienza. Ma i trattamenti riservati ai sopravvissuti dei barconi svelano anche tanta ipocrisia. Come quella dell'Unione europea, che lascia l'Italia sola e squattrinata ad affrontare un'emergenza tragica, quella degli sbarchi dei clandestini e delle stragi del mare, mentre ora minaccia di togliere anche quei pochi aiuti economici destinati al nostro Paese. Capeggia questa sfilata di sepolcri imbiancati la commissaria europea Cecilia Malmstrom, che ha già ordinato un'indagine su Lampedusa dopo aver visto quelle immagini «spaventose e inaccettabili»: «Non esiteremo ad aprire una procedura di infrazione per assicurarci che gli standard europei siano rispettati.


La nostra assistenza e sostegno alle autorità italiane nella gestione dei flussi migratori può continuare solo se il Paese garantisce condizioni umane e dignitose nel ricevimento di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Contatteremo le autorità italiane per chiedere maggiori informazioni su questi eventi e chiederemo loro di fare piena luce su quanto accaduto».

Subito dietro la Malmstrom viene la ministra Cécile Kyenge, che in otto mesi da responsabile dell'integrazione e dei problemi migratori non ha mosso un dito per cambiare le cose a Lampedusa e adesso, davanti allo scandalo, non sa far altro che diffondere un comunicato un cui chiede un «monitoraggio per garantire standard dignitosi» e «nuove linee guida» per un sistema che «va assolutamente rivisto» perché «bisogna ripristinare l'immagine dell'Italia».

Chissà dov'era in questi otto mesi. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha chiesto di prendere provvedimenti contro i responsabili di «comportamenti orripilanti e inaccettabili» perché «un Paese serio non si comporta così. Dobbiamo convincere l'Europa che l'immigrazione è un problema europeo di sicurezza e di stabilizzazione della nostra frontiera sud: ma gli esseri umani vanno trattati secondo le convenzioni e con dignità».

Le polemiche però non fermano gli sbarchi. Ieri la Marina militare ha tratto in salvo 98 migranti provenienti da vari Paesi nordafricani a bordo di un gommone avvistato al largo di Lampedusa dall'elicottero di Nave San Marco. Oggi verranno sbarcati al porto di Pozzallo.