mercoledì 18 dicembre 2013

Caso Boldrini, dall'invito al jet 10 cose che Letta deve spiegare

Paolo Bracalini - Mer, 18/12/2013 - 19:54

Per Palazzo Chigi il viaggio della Boldrini è una "polemica chiusa". Ma non è così: ecco cosa non torna

«Ringrazio il presidente del Consiglio, Enrico Letta, per avere definitivamente chiarito nella lettera inviata a Vittorio Feltri che: la mia partecipazione al Memorial Mandela è stata pienamente legittima, come è ovvio; non ci sono state spese aggiuntive; le polemiche sono frutto di un pregiudizio sessista» scrive Laura Boldrini per chiudere la polemica sul suo viaggio in Sudafrica, sul volo di Stato di Palazzo Chigi, insieme a collaboratori, scorta e fidanzato, per assistere alla cerimonia funebre di Nelson Mandela.


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Tutto chiarito, dice la presidente della Camera eletta deputata con Sinistra e libertà, supportata dal premier Letta che al Giornale ha scritto: «Pienamente legittima la sua presenza, nei suoi confronti resta il pregiudizio sessista, indizio di un doppiopesismo palese». Ma non tutto è chiaro. Ecco qualche domanda per il premier Letta (e per la presidente Boldrini).

ERA INVITATA O SOLTANTO COMPONENTE DELLA DELEGAZIONE?

La differenza, nel cerimoniale previsto per i voli di Stato, non è da poco. In base alle leggi in materia (decreti 2008 e 2011) il presidente della Camera rientra nelle cariche che hanno diritto al volo blu «per lo svolgimento di compiti istituzionali». Ma se il governo sudafricano ha invitato alla cerimonia il governo italiano, cioè il premier Letta, e il viaggio della Boldrini è stato dunque di propria iniziativa, allora in quel caso la Boldrini figurava come semplice componente della delegazione del premier Letta, alla stregua degli altri accompagnatori del capo del governo, nelle vesti di capo della delegazione italiana. Una presenza che, se autorizzata dalla segreteria generale di Palazzo Chigi e quindi dal sottosegretario con delega, è perfettamente legittima. Ma che, in questi termini, si può chiamare anche con un altro nome: un indimenticabile viaggio sudafricano gentilmente offerto da Palazzo Chigi.

A CHE TITOLO VIAGGIAVA IL COMPAGNO?

Se la Boldrini si è «autoinvitata» a Johannesburg, e viaggiava dunque nella delegazione del premier per propria scelta, la presenza del fidanzato (il sesso non c'entra nulla, sarebbe identico a generi invertiti) è ancora più strana. Mentre la moglie di Letta, come «first lady», è una figura istituzionale prevista nel cerimoniale, la moglie, o marito, o compagno o amico di un componente della delegazione non ci rientra affatto. È come se una collaboratrice di Letta, componente dello staff in delegazione del premier, si fosse portata dietro il proprio compagno. A che titolo viaggerebbe su un volo di Stato?

NESSUN COSTO AGGIUNTIVO?

La Boldrini precisa che non c'è stato nessun costo extra per il bilancio della Camera. Ma il volo era pagato da Palazzo Chigi, e la domanda è quindi un'altra: ci sono stati costi extra per Palazzo Chigi visto che il numero di passeggeri, dopo l'aggiunta di Boldrini&Co., è raddoppiato? Non ci sono costi assicurativi ed extra legati al numero delle persone a bordo? Quanto è costato il viaggio complessivamente?

L'AEREO BLU IMPIEGATO ERA UN AIRBUS A319?

Anche questo non è un dettaglio. La flotta di Palazzo Chigi dispone di velivoli con capacità molto differenti. Per tragitti più brevi e minor numero di passeggeri ci sono due tipi di Falcon, il 900 Easy e il 900 Ex, che portano rispettivamente 16 e 12 persone oltre l'equipaggio. Con lo staff del premier più la moglie (in 7 più scorta) sarebbero stati sufficienti. Ma con l'aggiunta della Boldrini e quattro persone al seguito più la scorta, no. Serve un aereo più grande di quelli in dotazione a Palazzo Chigi, l'Airbus A319CJ. La differenza? Il peso (almeno 50 tonnellate di differenza) e quindi il costo del carburante per Roma-Johannesburg-Roma: 30mila euro di differenza.

NON BASTAVA LA PRESENZA DEL PREMIER?

Al Mandela Memorial erano invitati capi di Stato e di governo da tutto il mondo. È vero che per alcuni Paesi, come Austria e Ungheria, c'erano i presidenti delle Camere, ma per rappresentare l'Italia non era sufficiente il premier Letta? Anche per evitare fraintendimenti e polemiche sulla presenza aggiuntiva della Boldrini con fidanzato e aiutanti?

TRE COLLABORATORI PIÙ LA SCORTA?

Era indispensabile, per la Boldrini, portarsi dietro il portavoce e anche il responsabile della comunicazione (e poi anche la consigliera per le relazioni internazionali e quindi la scorta)? Per produrre un paio di comunicati tipo «Per me che ho lavorato per 25 anni nel settore umanitario essere qui oggi vuol dire tantissimo»?

IMITARE I TEDESCHI, NO?

Quando la cancelliera Merkel si sposta con il volo di Stato, il marito Joachim Sauer, se la segue, prende voli di linea (spesso low cost) pagati da sé. Se si fa dare un passaggio dal volo blu pagato dai contribuenti tedeschi, rimborsa l'equivalente del biglietto alle casse pubbliche. Non potremmo adeguare allo standard tedesco le norme italiane sui voli di Stato e loro eventuali «ospiti»?

SE FOSSE STATO UN ALTRO?

La Boldrini accusa di sessismo chi obietta sul viaggio, Letta parla di doppiopesismo. Ma se fosse stato un ministro di un altro schieramento politico ad aggiungersi con un parente, la reazione sarebbe stata la stessa?

PERCHÉ BOLDRINI SÌ E MASTELLA NO?

Anche l'ex ministro aveva diritto all'uso dei voli di Stato. Anche lui si «imbucò» su un volo riservato ad un altro ministro (chiese un «passaggio» a Rutelli che, con volo di Stato, andava a Monza per premiare da ministro il terzetto dei primi arrivati al Gran Premio), anticipando il viaggio a Milano di un giorno (quindi risparmiando su un secondo volo blu) e portando con sé un'altra persona, il figlio, regolarmente autorizzato. Un caso analogo a quello della Boldrini. Ma fu massacrato e processato.

ALTRE METE?

La Boldrini è andata in Sudafrica perché «ci teneva tantissimo», e si è potuta portare sul volo blu compagno e staff. Significa che Boldrini&Co. possono aggiungersi ad ogni viaggio istituzionale di Palazzo Chigi, se la meta rientra negli interessi della presidente?

Islamico soffoca la figlia. Per la Cassazione merita uno sconto di pena

Luca Romano - Mer, 18/12/2013 - 17:29

Aveva tentato di uccidere la figlia perché aveva rapporti sessuali con un cristiano. Ma per le toghe non merita l’aggravante di aver agito "per futili motivi"

Aveva provato a soffocare la figlia dopo aver saputo che - violando i precetti dell’Islam - la ragazza, quasi maggiorenne, aveva rapporti sessuali con il fidanzato italiano di fede diversa dalla sua.


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Ma per la Cassazione il padre di fede islamica non merita l’aggravante di aver agito "per futili motivi". Secondo le toghe della Suprema Corte, "per quanto i motivi che hanno mosso l’imputato non siano assolutamente condivisibili nella moderna società occidentale, gli stessi non possono essere definiti futili, non potendosi definire né lieve né banale la spinta che ha mosso l’imputato ad agire".
Inoltre, anche il fatto che il padre, dopo aver saputo del disonore che il comportamento della figlia aveva gettato sulla famiglia, abbia meditato il delitto per una notte intera, - scrive la Suprema Corte nella sentenza 51059 depositata oggi - è un lasso di tempo troppo breve per parlare di "premeditazione" con la relativa aggravante.

Per queste ragione, gli "ermellini" hanno annullato con rinvio, limitatamente alle aggravanti della premeditazione e dei futili motivi, la condanna a sette anni di reclusione inflitti ad Hamed Ahamed dalla Corte di Appello di Milano, il 7 novembre del 2012, per il tentato omicidio della figlia commesso nel capoluogo lombardo la mattina del quatto settembre 2011 nell’abitazione familiare. Ora la Corte di Appello deve riesaminare il caso ed essere più clemente.

Morto «D’Artagnan», il ladro delle monetine lanciate nella Fontana di Trevi

Corriere della sera

Il cadavere di Roberto Cercelletta, trovato a casa. Numerosi i blitz arrampicato sulla fontana: si feriva con una lametta


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ROMA - Da alcuni giorni non si avevano più notizie di lui. E forse Roberto Cercelletta, 61 anni, meglio conosciuto come il D’Artagnan di Fontana di Trevi dove rubava le monetine, era gia’ morto. Il suo corpo e’ stato trovato supino nel corridoio della sua abitazione a Tor Bella Monaca, quartiere periferico della Capitale, nella mattinata di mercoledì. Non e’ chiaro se il decesso sia dovuto a un malore o ad altri motivi, sara’ l’autopsia da accertarlo.


L’ALLARME - A dare l’allarme sono stati alcuni vicini di casa. Polizia e vigili del fuoco hanno sfondato la porta trovando D’Artagnan vicino all’ingresso. Anche quest’anno il sessantenne si era presentato a Fontana di Trevi ferendosi davanti ai turisti con una lametta all’addome durante uno dei suoi show. Secondo lui le monetine lanciate nella vasca del monumento non erano di nessuno e quindi le poteva prendere.


IN MANETTE - Negli anni scorsi Cercelletta era stato più volte fermato da polizia e vigili urbani sempre mentre si trovava in acqua o sul monumento stesso dove si era arrampicato.Nel 2010, all’alba, fini’ anche in un servizio delle Iene, che mise nei guai alcuni vigili urbani accusati di non essere intervenuti mentre D’Artagnan rubava le monete. Proprio per contrastare la sua attivita’, il Comune aveva emanato un’ordinanza con la quale quei soldi venivano raccolti e devoluti in beneficienza.E nel 2011 finì anche in manette.

18 dicembre 2013

Euro, le nuove banconote da 10 saranno a prova di falsario e distributori automatici

Il Messaggero


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(Teleborsa) - Manca poco alla presentazione ufficiale della nuova banconota da 10 euro della serie Europa, che andrà progressivamente a sostituire quelle attualmente in circolazione. Il turnaround, che inizierà il 13 gennaio del nuovo anno con la presentazione all'Eurosistema, segue quello della banconota da 5 euro e continuerà con il ricambio di tutti i tagli. Qualcuno già comincia a storcere il naso all'idea che anche il nuovo biglietto, di cui si ignora il soggetto, inizialmente non sarà accettato da parte di alcuni distributori automatici di beni e servizi. Un problema, questo, di cui si è discusso anche nel seminario di Bankitalia sulla nuova banconota.

Il vice direttore generale di via Nazionale, Valeria Sannucci, ha spiegato che a Bruxelles si sta lavorando alacremente per far sì che le nuove valute siano a prova di falsari ma anche di distributori. “Sono state decise linee di azione diverse per prevenire problemi di questo tipo con l'emissione del taglio da 10”, ha spiegato. Anche Ton Roos, a capo della direzione Banconote della BCE, ha fatto sapere che l'Eurotower e le singole Banche Centrali lavoreranno “a stretto gomito con i produttori, i fornitori, i gestori e i proprietari di attrezzature per il trattamento delle banconote in vista di predisporre le apparecchiature e i dispositivi all'accettazione dei nuovi biglietti”.

 

29 Nov 2013 16:08 - Ultimo aggiornamento: 13:52

Vacanze milionarie in Montenegro: l'erede al trono degli Emirati Arabi regala 50mila euro in mance in una sola notte

Il Messaggero

di Federico Tagliacozzo


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Mance principesce da 50mila euro in una sola notte. Il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, in visita nei giorni scorsi in Montenegro, avrebbe distribuito 50mila euro di mancia al personale di Villa Gorica, l'esclusivo complesso residenziale dove ha soggiornato a Podgorica. La notizia, riportata dai media locali, sta creando scalpore e polemiche nel piccolo Paese balcanico. Prima di arrivare, lo sceicco - fermatosi a Podgorica solo una notte - avrebbe chiesto l'elenco di tutto il personale di servizio a Villa Gorica, dai camerieri ai cuochi agli addetti alla sicurezza, preparando per ognuno di loro buste regalo contenenti almeno mille euro. Villa Gorica è un complesso residenziale che risale all'epoca della Jugoslavia comunista, e ancora oggi viene utilizzato per ospitare visitatori di riguardo, organizzare ricevimenti e incontri ufficiali. Il personale impiegato riceve una paga di 500-600 euro al mese.


Mercoledì 18 Dicembre 2013 - 13:28
Ultimo aggiornamento: 14:17

Perché siamo tutti troll: modeste proposte per autoregolamentare noi forconisti del web

Corriere della sera

La ricerca della University of Texas: «L’inciviltà è impunita e rampante nei commenti online» . E diventa un problema

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Dopo tredici anni di onorato (insomma) servizio come moderatrice di forum, blogger, mammaminkia su Facebook e discussant sullo scibile umano (vabbe’, scibile) su Twitter, una (vabbe’, io) si fa delle domande e non sa darsi delle risposte. Però ormai ci si guarda intorno, per strada, sulla metro, al bar, e, perché no, al lavoro; e ci si chiede se le persone tanto ammodo o tanto medie e/o tanto ufficialmente innocue sono le stesse che vogliono far paura sul Web. Statisticamente, realisticamente, in molti casi, sì. Sono i troll che scrivono commenti orrendi sugli articoli pubblicati online e sui loro autori. Sono i forconisti da tastiera, cani sciolti o più o meno coinvolti in movimenti nascenti o morenti o X. Sono i dottor Jekyll e mister Hyde che sono una grande fetta della popolazione attiva sui social network e sui siti dei giornali. A volte siamo io e voi (quando si fanno politiche anticiclisti mascherate da iniziative pro bici ci sono pure io a delirare, mi autodenuncio; per dire).

IL DOTTOR JEKYLL E MISTER WEB-HYDE - Perché il mezzo è facile da usare, la tentazione è forte, l’anonimato è possibile. E il risultato non rispecchia più la situazione politico-economico-sociale di un Paese: “è” la situazione, la orienta, la avvelena. Le sventagliate di commenti feroci nei nostri siti di giornali prodotti da giornalisti che fanno il meglio che possono (è la frase-mantra che gli psicoterapeuti ripetono ai figli delusi dai genitori; tenetela a mente quando pensate a noi, vi prego) avvelenano davvero. E avvelenano i rapporti sociali, la politica politicata, i media stessi. Ce ne accorgiamo tutti senza elaborare le nostre sensazioni. Le ha elaborate in una poderosa ricerca l’Annette Strauss Institute for Civic Life della University of Texas a Austin. Austin è una roccaforte delle startup americane, l’università è importante, i suoi studiosi segnalano parecchi rischi.

INCIVILE E PIU’ INCIVILE - «L’inciviltà è impunita e rampante nei commenti online. Da un punto di vista democratico, l’inciviltà sui siti di notizie crea seri motivi di preoccupazione...Questa inciviltà deprime e diminuisce la fiducia nelle istituzioni...e -peggio ancora- condiziona le convinzioni e le opinioni dei lettori», sostengono gli autori della ricerca, diretta dal professor Natalie Jomini Stroud. E citano quello che altri studiosi da tempo chiamano il «nasty effect», l’effetto cattiveria (malevola, a volte violenta). Il termine l’hanno inventato due professori della University of Wisconsin, Dominique Brossard e Dietram Scheufele: analizzando le evoluzioni delle discussioni online su articoli ed editoriali, hanno mostrato come «i commenti incivili dei lettori possono cambiare le opinioni delle persone sulle notizie stesse». Brossard e Schaufele vivono nel Wisconsin, poi, stato politicamente polarizzato ma ordinato e benevolo se paragonato (per dire) all’Italia. Il resto è nostra vita quotidiana, ovvio.

I TEXANI E GLI INTASTIERADOS- In Texas hanno ulteriormente rielaborato. Le ondate di commentatori col forcone 2.0 sono un problema economico per chi pubblica siti e giornali online. Ferocia e pesantezza degli interventi a seguire possono compromettere credibilità e brand delle testate. La necessità di impiegare giornalisti-moderatori per evitare linciaggi online e altre amenità aumenta i costi. Ed è faticoso. Però i texani, gente del fare anche nell’Accademia, concludono il loro studio caldeggiando una più viva, vibrante, moderante presenza online dei giornalisti. Anche loro hanno analizzato siti di notizie. E hanno visto come gli interventi dei redattori, di spiegazione, di contro-domanda, di tentativi di dare una calmata, ri-orientano la furia degli Indignados-Intastierados e portano a dibattiti più seri, pacati, e francamente più interessanti.

MODERARE O LIBERARE I TROLL? E propongono, a noi giornalisti, di intervenire con domande banali e di buon senso. Di rispondere alle domande non feroci, complimentandosi con il lettore per l’ottima argomentazione. Aggiungere nuove informazioni, chiedendo ai lettori cosa ne pensano. In pratica, suggeriscono di rompere le righe (ulteriormente), di evitare la contrapposizione tra il giornalista verme-corrotto-sciatto-cialtrone (eccoci) e la “gente” (c’è in tutto il mondo) e ridare a chi obietta civilmente quello status che altrove non gli è più riconosciuto: quello di cittadino, con il diritto di criticare, proporre, caldeggiare, opporsi. E’ una proposta che -i texani lo sanno- costa moltissimo. Quello di moderatore è lavoro faticoso e ingrato e impedisce di lavorare a molte altre cose. Però -modesta proposta dalla University of Corriere- sarebbe un ottimo lavoro per giornalisti anziani e saggi, affiancati da giovani apprendisti per cui sarebbe un nuovo tipo di ottima scuola. A volte andrebbe affidato agli autori degli articoli, a volte no.

P.S Fare il moderatore è una cosa orribile. I colleghi illustri hanno dei collaboratori incaricati di scremargli commenti e post. Noi che facciamo tutto a mano ogni mattina (pomeriggio, sera) affrontiamo tremendi colpi all’autostima. Ma forse, per un po’ di giorni, bisognerebbe capovolgere tutto e moderare a rovescio. Censurare i post educati e stimolanti, pubblicare solo e tutti gli insulti dei troll. Soprattutto quelli deliranti. Se i grandi siti di notizie si mettessero d’accordo e mostrassero per alcuni giorni la pazzia e la ferocia sottotraccia che circola da noi e altrove, forse la maggioranza silenziosa ma scrivente online, quella mezza Jekyll mezza Hyde, ci penserebbe su; e proverebbe a discutere in modo costruttivo, o a organizzarsi, a darsi da fare alzandosi dal divano e spegnendo il pc. O forse no, i deliri online sono l’unica valvola di sfogo rimasta a molti. Ma rischiano di essere un utile contributo a peggiorare il clima, è evidente (e noi moderiamo, o almeno ci proviamo; anche se siamo tutti troll, si diceva, una volta o l’altra).

18 dicembre 2013

Gran Bretagna, via libera alle sterline di plastica dal 2016 con la foto di Churchill

Il Messaggero


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LONDRA - A partire dal 2016 la Gran Bretagna avrà le sue prime banconote di plastica. Lo ha annunciato oggi la Bank of England che ha comunicato i risultati della consultazione pubblica tenuta nel Paese: l'87% dei cittadini si sono detti favorevoli alla 'rivoluzione' delle sterline. Le nuove banconote, in uno speciale polimero, potranno resistere senza problemi a un lavaggio in lavatrice e saranno più sicure anche da un'eventuale contraffazione. Fra i primi pezzi nella nuova versione plastificata ci saranno quelli da 5 sterline, con l'effigie di Winston Churchill, e da dieci con l'effige della scrittrice Jane Austen.


Mercoledì 18 Dicembre 2013 - 12:44
Ultimo aggiornamento: 13:14

Ora di dormire

La Stampa

yoani sanchez


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Ora di dormire yoani sanchez Ancora una! Chiede mentre appoggia le spalle al guanciale e allunga le gambe verso il soffitto. La madre deve inventare rapidamente una nuova storia, ideare un racconto che sia in grado di addormentare suo figlio. Per questo decide di mescolare creature dei fratelli Grimm con altre, prese in prestito dai disegni animati nazionali, per narrare una fiaba simpatica che comprenda una morale. Il biberon cade da un lato, i piedi si fermano tranquilli e gli occhi cominciano a chiudersi. Missione compiuta, il bimbo si è addormentato. Oltre la porta, restano ancora diverse ore di lavoro domestico. I piatti da lavare, l’acqua da scaldare per il bagno del marito e i fagioli da ammorbidire nella rumorosa pentola a pressione.

Ma almeno il bambino si è addormentato. Nonostante la velocità con cui scorre la vita moderna e le ristrettezze abitative, molti genitori cubani raccontano ancora storie ai figli quando vanno a dormire. Alcuni preferiscono leggerle, mentre altri le inventano o rievocano quelle ascoltate durante la loro infanzia. I videogiochi e le pellicole di Disney hanno aggiunto situazioni e personaggi nuovi da narrare. Non è raro che in queste storie Pollicino e Buzz Lightyear siano amici o che Harry Potter cada vittima di una mela avvelenata. In tempi di contaminazione dei generi, non sorprende neppure che un pezzo di reggaetón finisca in bocca a un mago di qualche regno o della strega cattiva del racconto.

Quel che conta è riuscire a far pesare le palpebre e fare in modo che il sonno arrivi prima possibile. Alcuni giorni fa un amico mi disse che sua figlia gli aveva chiesto un nuovo racconto. “Papà ne voglio uno che non sia in nessun libro”, gli disse. Il padre, stanco dopo una dura giornata lavorativa e incapace di inventare una nuova fiction, decise di raccontare la sua routine quotidiana. “Era un uomo - cominciò - che si alzava tutti i giorni alle sei del mattino”. Mentre parlava, gli occhi della bambina attendevano con trepidazione gli eventi, in attesa di sapere se il protagonista si sarebbe trasformato in eroe o in cattivo.

“Andava a cercare il pane previsto dal razionamento - continuò - e dopo si recava al suo lavoro con l’autobus che certe volte passava e altre no”. Nel volto della piccola cominciò a formarsi una piccola smorfia d’impazienza, ma il padre andò avanti. “A fine mese riceveva un salario che bastava appena per pagare l’elettricità e per comprare pochi generi alimentari, quindi il buon signore doveva fare certe cose cattive e illegali per sopravvivere…” Un gesto d’insoddisfazione interruppe il monotono narratore. Le manine della bambina lanciarono il cuscino lontano dal letto, mentre lei gridava: “No, Papà, no, io voglio un racconto dove vincono i buoni…!”


Traduzione di Gordiano Lupi 
www.infol.it/lupi

Sartori contro Kyenge: "Lo ius soli da dementi, vuole la negritudine"

Chiara Sarra - Mar, 17/12/2013 - 19:11

Il politologo attacca di nuovo la proposta del ministro: "Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade"

 

"Lo ius soli è un errore gravissimo".Giovanni Sartori attacca di nuovo Cécile Kyenge e una delle proposte più discusse del ministro per l'Integrazione.


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"Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade", ha detto il politologo a La Zanzara su Radio 24, "La gente ormai ha paura ad uscire la sera e lei vuole favorire la negritudine come in Francia. Ma noi possiamo farne a meno". E ancora: per Sartori se lo ius soli entrasse in vigore "aggraverebbe tutti i nostri problemi". "Come idea è demente", aggiunge, "perché è dei paesi sottopopolati che vogliono nuova popolazione: sarebbe l’ultimo colpo per consentire l’accesso a tutti, migranti e clandestini".

Il politologo - che già in passato aveva duramente criticato il ministro - se la prende anche con la sinistra italiana che "ha perso la sua ideologia e ha trovato come alternativa il terzomondismo, che non ha nulla in comune con il vecchio credo comunista, ed è dannosissimo per il Paese. Io non sono mai stato di destra ma non sto con una sinistra che fa ministro la Kyenge". Poi rincara la dose: "Leggo che la Kyenge e la sua consigliera Livia Turco vogliono le quote riservate agli immigrati nella società. Siamo alla demenza. La Turco non sa niente di niente, e la Kyenge non è qualificata per questo incarico molto delicato. La Kyenge non sa cos’è l’integrazione, non sa niente di niente, vuole favorire la negritudine come in Francia, ma noi possiamo farne a meno".

All’asta le reliquie della tribù hopi Ma il magnate le acquista e le restituisce agli indiani d’Arizona

La Stampa

paolo mastrolilli

Il famoso editore e diplomatico Walter H. Annenberg e i suoi dirigenti hanno deciso che l’asta programmata a Parigi era una buona ragione per muoversi. Quindi ha stanziato fino a un milione di dollari per recuperare gli oggetti sacri



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Sarebbe ingiusto chiamarla semplicemente asta. Si è trattato in realtà di un complotto internazionale, con tutti gli ingredienti di un film alla James Bond, che però ha raggiunto l’onorevole obiettivo di salvare opere preziose per la cultura e la religione degli indiani Hopi.

Stiamo parlando di una vendita all’incanto avvenuta, il 9 dicembre scorso nella casa parigina Drouot. Il catalogo includeva un centinaio di pezzi appartenuti a diverse tribù indiane d’America, ma 27 di queste opere avevano un valore particolare. Erano infatti vere e proprie reliquie religiose, realizzate circa un secolo fa dagli Hopi e dagli Apache San Carlos. Copricapo noti come i Katsinam e altri oggetti, che secondo i membri delle due tribù non erano solo degli artifatti sacri, ma opere che contenevano ancora degli spiriti al loro interno. In altre parole, era come se qualcuno si fosse messo in testa di vendere all’asta la Sacra Sindone di Torino, o l’ampolla napoletana con dentro il sangue di San Gennaro.

Informato del possibile abuso, il governo americano era intervenuto, mobilitando la propria ambasciata a Parigi per fermare l’asta. Nello stesso tempo gli Hopi avevano fatto causa, sperando di recuperare le loro reliquie. Tutti i tentativi, però, erano risultati vani. La casa d’aste Drouot - EVE aveva risposto che i pezzi appartenevano a collezionisti legittimi, che li possedevano da molti anni ed avevano i titoli per venderli. A quel punto, quando tutto sembrava perduto, è entrata in azione la fondazione Annenberg, come ha rivelato il New York Times. L’istituzione creata a Los Angeles dal famoso editore e diplomatico Walter H. Annenberg ha lo scopo di intervenire a favore di cause sociali importanti, e i suoi dirigenti hanno deciso che l’asta programmata a Parigi era una buona ragione per muoversi. Quindi ha stanziato fino a un milione di dollari, per comprare tutti i pezzi in vendita e poi restituirli agli Hopi.

Se fosse stata rivelata in anticipo, però, l’intera operazione avrebbe rischiato di fallire: i prezzi sarebbero subito schizzati alle stelle, e forse la stessa casa Drouot avrebbe rifiutato di procedere, perché gli altri collezionisti sarebbero stati penalizzati. Perciò Leonard Aube, direttore esecutivo della fondazione, ha deciso di agire in maniera clandestina. Non ha detto nulla del suo progetto a nessuno, compresi gli stessi indiani Hopi. Ha creato un team di due persone a Los Angeles, che avevano l’incarico di seguire l’asta di notte via telefono e fare le loro offerte. Nello stesso tempo il vice presidente della fondazione Gregory Annenberg Weingarten, che vive a Parigi, ha ingaggiato l’avvocato Pierre Servan-Schreiber per seguire l’operazione all’interno della sala. L’ambasciata Usa era stata informata, affinché non creasse ostacoli.

Un volta cominciata l’asta, gli agenti segreti della fondazione hanno iniziato le loro offerte. Uno dopo l’altro, i pezzi più preziosi delle due collezioni sono finiti nelle loro mani per poco più di 500.000 dollari. I congiurati si sono permessi anche uno sfizio, facendo acquistare un’opera allo stesso Servan-Schreiber, a nome di una coppia che aveva promesso di restituirla poi agli indiani: una specie di tattica per distrarre i segugi della casa d’aste. Infatti ad un certo punto il direttore della sala, Alain Leroy, si era insospettito e aveva chiesto ai suoi collaboratori di indagare sui misteriosi acquirenti dei pezzi Hopi. La risposta, però, era stata tranquillizzante: sono clienti legittimi, che hanno già verso i soldi.

Alla fine tutti i pezzi sono finiti nelle mani di Annenberg, tranne due, che sono stati persi per un errore di comunicazione. La cosa più curiosa, però, è che gli indiani non sapevano nulla del complotto: avevano seguito con grande tristezza l’asta, vedendo la loro storia che andava perduta per sempre. Solo allora la fondazione li ha chiamati, per rivelare la verità: tutte le opere erano state acquistate per restituirle alla tribù, e in breve tempo torneranno in Arizona.

Google, video disabile picchiato. Assolto il motore di ricerca

Il Messaggero


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Nessuna responsabilità dei manager della piattaforma italiana di Google per un video, lasciato indisturbato in rete per due mesi, nel quale si vedeva un ragazzo minorenne e disabile deriso e oggetto di violenze da parte dei suoi compagni di scuola, con tanto di saluti fascisti e scritte inneggianti alle ss. A questa conclusione è giunta la Terza sezione penale della Cassazione che ha deciso di confermare l'assoluzione di tre top manager di Google responsabili per l'Italia, nel 2006 quando il video che destò tante proteste andò in rete. La Suprema Corte, infatti, ha respinto il ricorso contro il proscioglimento presentato dalla Procura di Milano che non ha condiviso l'assoluzione con la formula «perchè il fatto non sussiste» pronunciata dalla Corte d'Appello di Milano il 21 dicembre del 2012. L'accusa, per tutti e tre gli imputati, era quella di violazione delle norme sulla privacy del 2003. In primo grado, il Tribunale li aveva condannati a sei mesi di reclusione con la condizionale, il 24 febbraio del 2010.

David Drummond, ex presidente del cda di Google Italia, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e Peter Fleischer, responsabile delle strategie della privacy per l'Europa di Google, sono stati difesi dall'ex Guardasigilli Paola Severino e dall'avvocato Mario Siragusa. Il video incriminato era stato girato alla fine di maggio del 2006 ed era stato caricato in rete l'8 settembre dello stesso anno totalizzando moltissimi contatti. Le immagini mostravano un ragazzino affetto da autismo seduto su una sedia, picchiato da un compagno di classe mentre un'altra decina di ragazzi lo deridevano e gli tiravano oggetti fino a fargli cadere gli occhiali da vista costringendolo a cercarli affannosamente. Dalla diffusione di questa clip ha preso l'avvio il primo procedimento penale, a livello internazionale, che ha visto imputati manager di Google a causa di una pubblicazione sul web.


Martedì 17 Dicembre 2013 - 23:03
Ultimo aggiornamento: 23:05

Quando Giorgio l'europeista attaccava Bruxelles

Stefano Filippi

Mer, 18/12/2013 - 07:50

Nel discorso alla Camera nel '78 l'attuale presidente della Repubblica criticava l'ingresso dell'Italia nello Sme

Il presidente Giorgio Napolitano ha una macchia nel curriculum di fiero europeista. Era il 13 dicembre 1978, annus horribilis per la storia italiana, in piena stagione di solidarietà nazionale, quando l'allora responsabile della politica economica del Partito comunista annunciò alla Camera l'opposizione all'ingresso dell'Italia nel Sistema monetario, l'embrione della moneta unica.


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Al tempo Napolitano era il «pontiere» del Pci con Giulio Andreotti e il suo monocolore di solidarietà nazionale. L'euroscetticismo del futuro inquilino del Quirinale era in netto contrasto con Altiero Spinelli, suo compagno di partito e tra i fondatori della Comunità europea, il quale credeva fermamente nella bontà del percorso che avrebbe portato all'euro.

Invece Napolitano criticava le pretese egemoniche della Germania e una scelta che metteva «il carro di un accordo monetario davanti ai buoi di un accordo per le economie».Ieri se ne sono accorti i quotidiani, il Giornale lo aveva rivelato un mese fa, quel discorso è perfetto per descrivere la situazione di oggi. Con la differenza che le parti sono invertite: il vecchio «migliorista» del Pci è diventato la sentinella del potere europeo, il baluardo contro gli «europopulismi», il censore principale di chi osa avanzare interrogativi sull'Unione.

Paradossalmente Napolitano aveva visto giusto 35 anni fa. «Quello delle garanzie da conseguire affinché lo Sme possa avere successo - disse quel 13 dicembre -, favorire un sostanziale riequilibrio all'interno della Comunità europea (e non sortire l'effetto contrario), è un rilevante problema politico». Ma Andreotti non chiese tali garanzie sottomettendosi alle condizioni dettate dalla Germania. Anche verso l'egemonia tedesca Napolitano manifestò forti perplessità:

«Dal vertice europeo - aggiunse in Aula - è venuta solo la conferma di una sostanziale resistenza della Germania, e in particolare della Banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle economie dei Paesi della Comunità». La moneta unica, il potere tedesco e gli equilibri europei: dopo 35 anni siamo allo stesso punto. A ragione Napolitano denunciava «un equivoco di fondo: se cioè il nuovo sistema debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei Paesi più deboli della Comunità, o debba servire a garantire il Paese più forte. Il rischio è di vedere ristagnare la produzione, gli investimenti e l'occupazione, invece di conseguire un più alto tasso di crescita. Dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico, diciamo subito che si tratta di un calcolo irresponsabile e velleitario». Parole sante, e dimenticate.

Trovato fossile di una mano dell'Homo Erectus: già sapeva usare strumenti complessi

Il Messaggero


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Un gruppo di archeologi ha rinvenuto il fossile dell'osso di una mano umana in Kenya, risalente a 1,4 milioni di anni fa. Per gli scienziati si tratta di una scoperta che potrebbe rivoluzionare la conoscenza sull'homo erectus. La National Academy of Sciences, negli Stati Uniti, in collaborazione con il Dipartimento di Anatomia all'università del Missouri, ha tratto conclusioni importanti dalla scoperta, rendendo pubblico che dall'analisi del fossile è stato possibile individuare la presenza del processo stiloideo tra la mano ed il polso.

Proprio la presenza di questa porzione ossea è una caratteristica comune all'homo sapiens, all'uomo di Neanderthal e ad alcuni ominidi, ma non all'homo erectus, e permette di maneggiare strumenti complessi. Fino ad oggi si credeva che l'homo erectus fosse in grado di fabbricare e maneggiare solo strumenti molto rudimentali, ma gli scienziati sono certi: «Quei resti risalgono a circa 1,4 milioni di anni fa, sono di un homo erectus e indicano chiaramente che anche loro sapevano maneggiare con precisione gli oggetti».


Martedì 17 Dicembre 2013 - 22:44
Ultimo aggiornamento: 22:51

La Kyenge su Vanity Fair: "Da mio marito un colpo basso, passeremo il Natale separati"

Libero


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Cècile Kyenge e suo marito, Domenico Grispino, sarebbero ad un passo dalla separazione. Il casus belli che ha portato la coppia sull'orlo di una crisi di nervi è un'intervista pubblicata da Libero, dove suo marito Domenico Grispino parlava del Pd come una "macchina da soldi"  e della moglie come una donna che "non ha capacità gestionali". Così Cècile adesso si sente ferita e in un'intervista a Vanity Fair afferma: "Quello di mio marito è stato un colpo basso. Adesso si aprirà un momento di riflessione...Credo che alla fine Maisha, Giulia e io, quest'anno, passeremo un Natale diverso dal solito: andremo a servire il pranzo a una comunità che ospita senzatetto".

"Natale separati" - E il "colpo basso" a Grispino costerà caro: "Passeremo il Natale separati", ha affermato la Kyenge. Il ministro dell'Integrazione non risparmia stoccate al coniuge: "Non voglio definire le sue dichiarazioni menzogne: diciamo che ha una percezione della realtà, e delle mie scelte, che non coincide affatto con la mia. Dice di aver votato Lega, mai tenera con lei... E attacca il Pd di Matteo Renzi, che invece lei ha tanto sostenuto. E votato. Con mio marito abbiamo sempre avuto idee diverse, le discussioni erano all'ordine del giorno, ma erano tali, chiacchiere in famiglia. Sia chiaro: chi fa vera politica, in questa casa, sono io". Poi la bordata che suona come un de profundis per la coppia: "Credo sia una questione di ruoli e priorità: a volte, quando si scende in politica con tanta passione o si persegue un sogno, alcune parti di noi possono risentirne...".

"E' cambiato tutto" - Insomma sarà un Natale duro quello in casa Kyenge. A quanto pare la crisi della coppia è cominciata proprio da quando Cècile è stata nominata ministro: "Con la campagna elettorale e il trasferimento a Roma dopo la nomina al governo è cambiato tutto. Sono arrivate le difficoltà a conciliare politica e famiglia. Spesso stavo fuori quasi tutta la settimana, tornavo a Modena nel weekend. Si è formato un altro equilibrio, dentro e intorno a me. Tante volte, per gli schemi in cui viviamo, se l'uomo ha il controllo economico va tutto bene. Se invece, a un certo punto, la donna si trova col timone in mano, qualcosa nella coppia cambia. E chissà quante si riconosceranno in quello che dico...".

Le figlie - Insomma per ora prevale il rancore: "Con quello che ha detto, chiunque si sarebbe sentita ferita. Nel partner si cerca sostegno, ma per ogni donna è fondamentale prima di tutto riuscire a realizzarsi". A tenere unito ancora il matrimonio sono le figlie, Maisha e Giulia (21 e 18 anni): "Papà ha solo detto ciò che pensava. Certo, il modo in cui l'ha detto non può essere condiviso. Ma è nostro padre. E noi figlie per ora preferiamo non schierarci". La mamma però tira dritto enon ha paura di una probabile separazione: "È un momento difficile, ma ho sempre avuto una certa capacità di rigenerarmi".



Il ricatto del Pd a mia moglie Cécile" Parla Domenico Grispino, marito della Kyenge

Libero

 

Il marito del ministro: "Le hanno fatto firmare un impegno a restituire 34mila euro di spese elettorali, ma la campagna l’ho pagata tutta io"

06/12/2013


Cattura
«Non mi faccia separare da mia moglie. Cerchiamo di restare amici». Domenico Grispino, 59 anni, «ingegnere di campagna» dai capelli brizzolati e gli occhi azzurrissimi, è il marito del ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge. Noi, certo, non lo vogliamo allontanare dalla sua signora. Ma certo, in questa intervista, un po’ di impegno per far divorziare la consorte dal «suo» Partito democratico, ce lo mette lui, Zibi Zibrov, come è soprannominato nella sua Modena. Ex musicista (si è esibito insieme con Pierangelo Bertoli e Vasco Rossi) ed ex judoka, è un uomo dai modi diretti, quasi inaspettati.




Lei è innamorato dell’Africa e degli africani, ma dicono che sia leghista. 
«Una volta ho votato un leghista, una brava persona, alle elezioni regionali. Si chiama Menani».

Vasco Errani, il presidente Pd della regione Emilia Romagna?
«Errani no, per l’amor di Dio. ME-NA-NI. Ma non ho messo la croce sul simbolo, anche se non ho niente contro la Lega. Mi piacevano alcune cose che dicevano prima che venissero smascherate certe porcate che hanno fatto. Stimo il sindaco di Verona Flavio Tosi, gliel’ho anche detto quando l’ho conosciuto. In fondo nella Lega sono quasi tutti ex comunisti, gran parte della base del Pci è passata con loro. I democratici invece non sanno più neanche con chi fare le feste. Neppure io sto con il Pd. Io sono di sinistra-sinistra. Li ho votati solo perché hanno candidato mia moglie. Le sembra un partito di sinistra quello? Matteo Renzi le sembra un politico di sinistra? Per favore».

Non pare avere un alto concetto della politica.
«Mangiano tutti. Destra e sinistra. Non si salva nessuno. A parte mia moglie, che è una persona perbene e avrebbe fatto meglio a continuare a fare il medico, professione in cui è bravissima. Io ho scritto a Beppe Grillo sa? Gli ho detto: io, se non fossi costretto a dimezzarmi lo stipendio, sarei pronto a scendere in campo. Non mi ha neppure risposto. Così in Parlamento ci vanno quelli che guadagnano meno di 2.500 euro o i disoccupati. Delle scamorze. Ma là servono i migliori e non i somari».

Viste tutte le polemiche che accompagnano Cécile, non teme che possano chiederle di dimettersi come hanno fatto con Josefa Idem?
«Pensa davvero che la Idem l’abbiano fatta dimettere per tremila euro di Ici? Da qualche giorno parlava di Dico, unioni di fatto. E questo non è piaciuto ai cattolici del partito. Il resto lo ha fatto Enrico Letta. E comunque su mia moglie che polemiche ci sono? Quelle sul fatto che è nera?»

No, per esempio quelle sulla vostra onlus Dawa. Un argomento di cui sua moglie non vuole parlare.
«Perché è mal consigliata. Il suo addetto stampa le è stato imposto dal partito. Era quello dell’ex ministro Cesare Damiano. Il Pd piazza in giro tutti quelli che non riesce a mantenere. Nei gabinetti dei ministeri girano sempre gli stessi nomi con tutti i governi. Mi può spiegare perché un ministro non si può fare la squadra attraverso un concorso pubblico?».

Ma perché sua moglie non risponde alle domande?
«È colpa del clima che c’è nell’entourage. Sono tutti  pronti a farti lo sgambetto. E in pochi hanno festeggiato quando è stata eletta».

È la politica...
«È una politica di merda».

Dawa è stata un trampolino politico per sua moglie?
«Io non credo. La sua fortuna è che Livia Turco l’ha segnalata a Pier Luigi Bersani e Bersani ha ascoltato il suggerimento. Altrimenti non sarebbe mai stata eletta. Il partito per le primarie aveva puntato su altri tre nomi».

Quindi non avete fatto campagna elettorale?
«Sì che l’abbiamo fatta. Il partito le diceva dove andare a parlare e lei andava. Ma a spese proprie. Per i tre mesi di campagna ho investito io quasi duemila euro perché in giro non raccoglieva niente».

Beh, quei soldi adesso li avrete recuperati.
«Mia moglie oggi guadagna circa cinquemila euro netti. Poi ne ha tremila di diaria con cui affitta la casa a Roma e paga le spese di trasferta e altri tremila da rendicontare, di cui ben duemila vanno al Pd».

Perché?
«Questa è una bella domanda visto che prendono anche il finanziamento pubblico. Le hanno fatto firmare un accordo molto generico per presunte spese elettorali con cui lei si impegna, dopo l’elezione a versare al Pd 34 mila euro. Ma quali sono queste spese elettorali? Era nel listino. Il partito non le ha dato niente e sono anche stupidi perché quei contratti sono atti impugnabili».

Qualcuno in passato ha protestato perché i candidati sono costretti ad accettare, altrimenti non vengono candidati.
«Questo è chiaro. Sono stati portati come una mandria di vacche a firmare questo “accordo”. Non c’erano alternative. C’era il fumus del ricatto».

Per circa 400 eletti fa 13 milioni di euro.
«Guardi che il Pd è una macchina da soldi».

Sua moglie si aspettava di diventare ministro?
«No. Nei giorni in cui si formava il governo, gli altri parlamentari erano quasi tutti giù a Roma a leccare le scarpe di chi decideva. Cécile era in giro per Bologna con una sua amica. L’ha chiamata Letta e le ha detto che voleva nominarla ministro. Quasi sveniva».

Non sarebbe stato meglio il dicastero della Salute?
«No. Quello è un ministero con potere di spesa e mia moglie non ha capacità gestionali».

Veniamo alla Dawa. Libero ha svelato che non avete pagato le assicurazioni per i volontari, obbligatorie per legge. Di chi è la colpa?
«Mia, è solo mia. Io sono il più intelligente dell’associazione (ride, ndr) e avevo il compito di occuparmi delle questioni burocratiche».

Però la firma sui documenti è di sua moglie e le raccomandate con il sollecito di pagamento sono inviate a Cécile Kyenge.
«Che vuole che le dica? Lei quella roba non la guarda. Mettete in croce me. Si va in galera per questo?».

No, non si va in cella, ma è una grave irregolarità: i vostri volontari andavano in Africa senza assicurazione.
«Sono tornati tutti a casa. E allora dove è il problema? Purtroppo di quelle questioni non mi sono mai occupato. Se di ignoranza devo morire, morirò».

Ma questi documenti chi li ha controllati?
«Non so dirle. Io no, ma mia moglie non ha fatto errori. E poi, in realtà, i nostri volontari non facevano praticamente un casso. L’operativa era Cécile».

Guardi questi bilanci di Dawa. Ci sono delle correzioni a penna.
«Non ho mai visto neanche questi fogli, i bilanci che ho glieli mando via email».

La presidente di Dawa, Franca Capotosto, non ha risposto alle domande di Libero.
«È stato un grave errore. Per questo alla prossima assemblea mi presenterò e chiederò le sue dimissioni, anche se siamo amici. Le dirò di preparare i bagagli e se non lo farà mi dimetterò io».

Alcuni volontari hanno contestato le vostre opere in Congo. Dicono che siano fatiscenti.
«Nel 2007, quando sono scesi in Africa i vostri testimoni la situazione era come l’hanno descritta, non lo nego. Ma l’anno dopo è migliorata come posso dimostrare con le foto. La struttura oggi è dignitosa, almeno per gli standard africani. A onor del vero lo è diventata grazie al finanziamento del governatore del Katanga».

Allora voi che cosa avete fatto?
«Per esempio abbiamo inviato due container di materiale, compresa un’autoambulanza usata, e per il trasporto e lo sdoganamento abbiamo speso 14 mila euro. Noi ne avevamo raccolti 9 mila, ci siamo dovuti autotassare».

Il vostro impegno è rimasto circoscritto alla zona dove è nata sua moglie. Non le sembra ci sia un conflitto d’interessi?
«Lei conosce l’Africa? È impossibile lavorare là. È una vera jungla. In un viaggio ci hanno chiesto piccole mazzette a ogni posto di blocco. È tutto complicato. Per lo meno a casa di mia moglie riusciamo a fare qualcosa, conosciamo le persone. Ho deciso io di progettare un ospedale nel suo villaggio. È il mio grande sogno».

Ha altre idee per l’Africa?
«Stavo progettando una sorta di cooperazione con delle start-up da far partire laggiù. Purtroppo dopo il vostro articolo su Dawa mi hanno fatto sapere che non è opportuno. Almeno per il momento».

In questi giorni dal natio Congo sua moglie non riesce neppure a far rientrare in Italia 26 famiglie di nostri connazionali con i figli adottivi.
«Su quella storia ho poche informazioni. So che Cécile se ne sta occupando. Ma secondo me qualche associazione vuole farci la «pila» (i soldi, ndr)».

In che senso?
«Conosce le adozioni a distanza? Un mio amico pagava per mandare a scuola un ragazzino in Congo. Io sono andato a intervistarlo con una telecamera: quel bambino stava a casa con la nonna, i banchi non li aveva mai visti».

Dicono che sua moglie in Africa si facesse pagare le visite ambulatoriali.
«Laggiù sono delle iene, vogliono tutto gratis. Era un accordo con le autorità locali. Guardi qui».
(Grispino mostra un protocollo d’intesa con cui venivano garantite tre visite gratis al mese ad alcuni pazienti di una missione).

L’ambulatorio si trova a casa di suo suocero.
«Ha messo a disposizione un locale di proprietà, ma lui non ci guadagna niente. Una volta un belga gli ha proposto di costituire una società al 51 per cento per lo sfruttamento del sottosuolo del villaggio. Gli ho detto di non accettare. Alla fine quello straniero è sparito».

Ma che cosa c’è nel sottosuolo del villaggio Kyenge?
«Dicono diamanti».

Suo suocero sembra uno stregone. Venera le termiti.
«Custodisce le tradizioni. Quegli insetti si trovano nella casa degli avi, dove si svolge l’antico rito dell’accoglienza. Lo abbiamo fatto anche con mia moglie. Alcuni volontari però non hanno voluto bere quello che ci hanno dato. Le mando il video se vuole. (Il video ce lo ha inviato e si potrà vedere da questa sera sul nostro sito www.liberoquotidiano.it. Al termine della cerimonia, Grispino è diventato principe, in quanto marito della principessa Cécile, ndr).  Ma mia moglie è cattolica, fa pure la comunione».

A Roma si troverà bene. Da quando è ministro riuscite a vedervi?
«Praticamente mai. Io vivo con la nostra figlia più piccola, diciottenne, e con il mio pastore maremmano. Chi fa l’agenda a Cécile non le lascia libero neppure il week end. Un parlamentare per lo stesso stipendio lavora tre giorni la settimana».

Dove dimora sua moglie nella Capitale?
«Due stanze in via del Babuino a 1.200 euro al mese. Adesso sta cercando una casa un po’ più in periferia, magari più grande».

Ci sono poche foto ufficiali di voi insieme. Ce n’è una sotto alla Tour Eiffel. Mentre in un’altra il presunto marito non assomiglia a lei...
«È vero, a Venezia girava con il suo portavoce e le mie due figlie. Lui era sempre lì attaccato ed è entrato in tutte le foto. Lì ha sbagliato anche mia moglie, l’addetto stampa non deve stare sempre lì con lei».

Non sarà mica geloso?
«Io? Si figuri. Ma quello adesso lo faccio mandare via».

Come ha conosciuto sua moglie?
«Venticinque anni fa ho dovuto fare due trapianti di cornea. Cécile è una bravissima oculista e ci siamo conosciuti durante quelle visite. È strano vedere con le cornee di qualcun altro. Io ho gli occhi di due morti, una ragazza di diciotto anni deceduta in un incidente e un muratore di 42 caduto da un’impalcatura. Quando lo dico ai miei suoceri abbassano la sguardo. Sa chi ha subito il mio stesso intervento?».

Chi?
«Il buon Luigi Bisignani. Sto leggendo il suo libro L’uomo che sussurra ai potenti. È interessantissimo, rivela molte cose vere. Dice che Roma è un ventre molle che avvolge tutto. Sono riuscito a parlare con lui al telefono e ora spero di incontrarlo».

Che cosa pensa di Silvio Berlusconi?
«Trovo incredibile che l’abbiano condannato a 7 anni per la vicenda Ruby. Quella ragazza le sembra per caso una minorenne?».

Tra lei e sua moglie chi ha fatto il primo passo?
«Beh io. Non avevo mai avuto una donna di colore, ma mi sono innamorato subito. È diventata medico, facendo la badante, è una donna con due palle così. Sapevo che andava a un concerto di Claudio Baglioni e mi sono fatto trovare là pure io. Poi per un po’ mi ha invitato a bere il the a casa sua. Quando è rimasta incinta ed è nata la mia prima figlia, nel 1993, ci siamo sposati. Prima di conoscere lei non ero mai stato all’estero. Anzi sì, a Monte Carlo e a San Marino».

È stato facile introdurre Cécile nella sua famiglia?
«Per niente. Ricorda il film Indovina chi viene a cena? Mi presentai con lei dai miei genitori senza dire di che colore fosse. Fu un momento imbarazzante. Comunque papà e mamma erano più arrabbiati quando frequentavo una donna molto più grande di me».

Amici e parenti come l’hanno accolta?
«In Calabria, il paese dei miei genitori, ho trovato tanta ipocrisia. Ma io sono modenese per “ius soli” (ride, ndr). Di amici invece ne ho persi diversi. Anche se qualcuno è riapparso quando Cécile è diventata ministro».

L’intervista è finita. Grispino indossa con cura un Borsalino marrone. «L’ho comprato a Roma per l’inagurazione del Parlamento». Quindi si raccomanda: «Io ho risposto a tutto. Ma adesso lasciate stare mia moglie. Dai, chiudiamola qui».

intervista di Giacomo Amadori