martedì 17 dicembre 2013

Kyenge, la lettera degli italiani: "La nostra colpa è di esserci fidati di lei"

Libero

Le famiglie dei nostri connazionali bloccati in Congo: "Abbiamo creduto nel sistema di adozioni da lei presieduto. Non possiamo lasciar qui i nostri bimbi: deve aiutarci"


Pubblichiamo la lettera inviata al ministro Cécile Kyenge da alcune famiglie bloccate in Congo, dopo la risposta della stessa Kyenge all’interrogazione parlamentare di venerdì in cui, tra l’altro, diceva che «alcune famiglie italiane si sono recate nella RDC indipendentemente dalla indicazione della ambasciata italiana».


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Cara Ministra Kyenge, in merito a quanto da Lei riferito in Parlamento in data venerdì 13 us a seguito dell’interrogazione parlamentare, noi, famiglie adottive italiane in Repubblica Democratica del Congo, desideriamo fare alcune precisazioni. Può solo immaginare quale tristezza e sconforto abbiano suscitato le sue parole in merito alle modalità con cui ci troviamo in RDC. Che colpa abbiamo noi genitori, cara Sig.ra Ministra? Forse di esserci fidati del sistema di adozione italiana da Lei stessa presieduto per coronare il nostro sogno di famiglia e poter finalmente conoscere ed abbracciare i nostri figli, strappandoli ad una realtà difficile per dar loro un papà e una mamma?

Noi tutti abbiamo creduto in coloro che per istituzione avrebbero dovuto tutelare i nostri diritti di genitori, abbiamo con sofferenza atteso, dopo un lungo e sofferto percorso, che i nostri Enti autorizzati ci dessero il via libera per recarci in RDC, e non certo a seguito di una «voce» non meglio precisata come i «topolini con il pifferaio magico»! Pensi a come ci sentivamo fortunati ad avere una Ministra della Repubblica Italiana di origine congolese, la stessa dei nostri figli.

Pensi, Sig.ra Ministra, quali speranze avessimo in merito al blocco operato a settembre dalle autorità congolesi, avendo Lei a capo del Ministero dell’Integrazione e della CAI. Immagini quale gioia abbiamo provato alla notizia della sua visita nel suo Paese natale per cercare un accordo che ci permettesse di coronare il nostro sogno, nel pieno rispetto della legislatura italiana e congolese, e con quale felicità abbiamo appreso da Lei stessa che grazie al suo intervento una trentina di coppie con procedure adottive ultimate prima del 25 settembre, tra cui le nostre, avrebbero potuto abbracciare i propri figli.

Bene, Sig.ra Ministra, adesso siamo sicuri che Lei potrà meglio comprendere quale sia stata la nostra delusione nel leggere le sue parole. Noi genitori, obbligati a restare in RDC, giammai come singoli cittadini, ma indiscutibilmente come famiglia, avremmo apprezzato enormemente un suo nuovo intervento qui in RDC, di persona. Non avremmo mai preteso da Lei una risoluzione incondizionata della nostra difficile situazione, essendo consapevoli, dopo oltre un mese di permanenza in RDC, delle difficoltà intrinseche di questo Paese di cui rispettiamo senza limitazione la propria Sovranità.

Purtroppo nonostante la comprovata regolarità e completezza della nostra documentazione, la situazione sembra attualmente in una fase di stallo, che non ci consente un rientro in Patria con i nostri figli. Con che cuore si può dire a dei bambini che hanno già subito un lutto o un abbandono che mamma e papà se ne andranno senza di loro, dopo che si è finalmente creato un legame affettivo e un rapporto di fiducia indissolubile? Se siamo qui è perché siamo stati autorizzati da qualcuno in cui abbiamo riposto pienamente la nostra fiducia e non per una nostra decisione.

Se si è trattato di un errore o di un fraintendimento e di chi ne sia la colpa, a questo punto ha però poca importanza. L’unica cosa che conta è che ormai siamo delle famiglie in difficoltà e ci aspettiamo che tutti i Vostri sforzi si concentrino sulla risoluzione del problema affinché possiate richiedere al Governo e Presidenza della RDC, come atto umanitario, di consentirci di rientrare in Italia per festeggiare degnamente il Santo Natale con le nostre famiglie al completo.

Certi del suo impegno e sostegno, cordiali saluti.

Guido, Elena, Arianne e Justin Tota; Enrico, Marina, Osia e Elena Peroni; Massimo, Roberta ed Elisabeth De Toma; Simone, Barbara e Martine Vannucchi; Gabriele, Paola e Vittorio Civinini; Enrico, Chiara, David e Patrizia Floridi; Antonio, Alessandra, Diletta e Moise D’Avino; Luca, Giulia, Patrick e Princesse Aloisio

L’auto che sorride come il pesce Nemo

Corriere della sera

Uno schizzo di Giorgio Pirolo ha ispirato la «Chery QQ», tra le utilitarie più vendute

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Una matita, un disegno, un bozzetto. E da quel bozzetto ha preso forma la Chery QQ che sta spopolando sulle strade della Cina con il suo muso da Nemo, semplice, simpatico e, soprattutto, italiano. Italiano nel senso che l'idea è venuta a un giovane bellunese, un designer con un chiodo fisso nella testa: progettare carrozzerie per cambiare il volto delle quattroruote. Contro ogni crisi e contro ogni casta, il caparbio trentaquattrenne Giorgio Pirolo sta dunque stappando lo champagne insieme alla Torino Design, la società che ha firmato il progetto e per la quale lavorava fino allo scorso anno. La cosa non gli frutterà molto in termini economici ma gli sta procurando un'improvvisa popolarità «orientale».

Pirolo si è infatti ritrovato da un giorno all'altro a firmare autografi: «È successo a Torino, quando sono andato a seguire il progetto di un'automobile. In quella sala c'era un gruppo di cinesi che ha un certo punto hanno preso a farmi foto e chiedermi autografi come se fossi una star». Foto, applausi, strette di mano. «Non avrei mai immaginato che quello schizzo finisse un giorno per circolare per le strade della Cina. Una bella soddisfazione anche perché nel mondo del design è molto difficile che ti riconoscano i meriti, soprattutto in Italia dove le tue idee vengono spesso nascoste».

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Com'è nata, dunque, la sua macchina? «Semplice, il direttore della Torino Design, Giuliano Biasio, aveva chiesto di creare una vettura positiva, che portasse gioia sulle strade grigie di Pechino. Abbiamo pensato a Nemo (il pesciolino del film di d'animazione di Andrew Stanton, ndr ). Ho disegnato allora due grandi fanali come gli occhi del pesce e un cofano sorridente che ha dato alla macchina un'espressione allegra». Il progetto è piaciuto al committente e ora la macchina viene venduta a un prezzo che va dai tre ai sei mila euro sul mercato di Pechino.

Una storia, quella della cinese QQ, che parte dalle Dolomiti. «È lì, vicino alle cime, che mi ispiro». E che cresce e si sviluppa a Torino, dove il giovane designer ha trovato la sua seconda casa. «Dopo il liceo artistico, a 19 anni ho lasciato le montagne per l'istituto d'arte applicata. Torino per me era un sogno, era la mia capitale, la città dell'automobile, la Fiat. Lì ho studiato, lì ho trovato la mia prima assunzione, lì c'è anche Susanna, la mia fidanzata».

Da qualche tempo è in Costa Azzurra a progettare design legato alla Formula 1:«Sono boutique per appassionati di motori. Abbiamo già uno store a Montecarlo e uno a Panama. Nel frattempo sto disegnando una vettura supersportiva, un camion e uno scooter». Le linee sono sempre semplici, leggere, minimaliste, come quelle di Nemo: «Odio il barocco, l'enfasi, la ridondanza. A casa mia ogni cosa ha la sua importanza, ha il suo ruolo. Lascio liberi gli oggetti dagli altri oggetti per un mondo più pulito». Lui sogna, crea e immagina. Mentre Susanna, più pratica, gli tiene la contabilità e serve ora più che mai. Ora che i numeri sono cinesi.

17 dicembre 2013

I gatti sono stati addomesticati in Cina

Corriere della sera

Prove sicure di felini domestici risalenti a 7.300 anni fa nei resti di un villaggio di agricoltori cinesi

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Gatti stilizzati nei geroglifici e faraoni: nell’immaginario collettivo l’addomesticamento del nostro felino di casa arriva dall’antico Egitto. Errore: i cinesi si portarono l’animale in casa ben prima di loro. Lo rivela uno studio scientifico appena pubblicato su Pnas. L’addomesticamento cinese risale al 5.300 a. C., e avvenne nelle fattorie intorno al villaggio di Quanhucun. Il motivo? Quello rimane il classico, e ha baffi e coda lunga: il topo. Gli agricoltori dell’antica Cina cercarono l’aiuto del gatto per dare la caccia ai roditori che saccheggiavano il frutto dei raccolti nei depositi. E i gatti – che si trovavano nei paraggi proprio grazie all’attrazione fatale verso i topi - venivano nutriti dall’uomo con quei cereali che voleva proteggere dall’attacco incontrollabile degli altri animali.

MICI E UOMINI - È stato proprio questo particolare a fornire la chiave di comprensione alla squadra internazionale di ricercatori guidata da Yaowu Hu, dell’Accademia cinese delle scienze. Gli studiosi hanno analizzato le ossa di gatto – ma anche di cane e di maiale - ritrovate a Quanhucun, scoprendo che le bestie mangiavano il miglio coltivato dai contadini locali: la dimostrazione che erano nutriti dall’uomo, a differenza dei cervi, che vivevano non lontano e le cui ossa sono state ugualmente analizzate. Uno dei resti di felino rinvenuti dimostra inoltre che il micio era già un gatto anziano, che aveva dunque con tutte le probabilità vissuto nel villaggio per lungo tempo.

DA CIPRO ALL’EGITTO, PASSANDO PER LA CINA - «Il villaggio era una fonte di cibo per i gatti oltre 7 mila anni fa e la relazione tra uomini e felini era vantaggiosa per questi ultimi. E anche se i gatti non fossero ancora stati addomesticati, le prove confermano che vivevano vicino agli agricoltori e che la relazione aveva reciproci vantaggi», ha spiegato Fiona Marshall, della Washington University di St. Louis, coautrice della ricerca. Nell’antico Egitto, dove i gatti erano venerati, l’addomesticamento risale a «soli» 4 mila anni fa. In realtà – senza ancora parlare di addomesticamento – ci sono prove che il rapporto degli esseri umani con questo animale è ancora più antico: a Cipro è stata scoperta una tomba risalente al 7.500 a. C. nella quale fu seppellito un gatto selvatico accanto a un essere umano. Questo nuovo studio cinese aggiunge un nuovo importante tassello nella storia dell’addomesticamento dei gatti, che rimane comunque in gran parte oscura, dato che è raro trovare resti di felino nei siti archeologici. I gatti che abitavano a Quanhucun discendevano dal gatto selvatico del Vicino Oriente, ma i ricercatori non sanno se s’incrociarono con le specie del luogo.

FERTILITÀ FELINA INCOMPRESA - Oggi nel mondo vivono circa 600 milioni di gatti addomesticati e, nonostante il micio sia uno dei più amati tra gli animali domestici, gli errori e i falsi miti che lo riguardano sono molto diffusi. Una delle aree più soggetta a fraintendimenti da parte dei padroni è quella della loro fertilità. Cosa che – oltre all’amore per il gatto – contribuisce ulteriormente ad aumentare il loro numero sul pianeta: secondo uno studio condotto dalla Scuola di scienze veterinarie dell’Università di Bristol, e basato su un sondaggio riguardante oltre 10 mila famiglie proprietarie di gatti, nella sola Inghilterra ciò comporta 200 mila cucciolate all’anno non previste, ossia circa 850 mila micetti in più nella case o, peggio, abbandonati nelle strade o nei gattili. Niente cuccioli prima dei cinque mesi, accoppiamenti tra fratelli inesistenti ed esigenza delle gatte di avere almeno una cucciolata prima di essere sterilizzate: sono queste alcune delle false credenze più comuni identificate dai ricercatori, che sottolineano come ciò metta in pericolo la salute delle gatte e dei loro piccoli.

17 dicembre 2013

Multati” in 30 mila per aver visto video hard

Corriere della sera

La lettera di risarcimento recapitata a presunti utenti di RedTube per violazione del copyright. In barba alla loro privacy

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MILANO - Duecentocinquanta euro di risarcimento per aver infranto le leggi sul diritto d’autore guardando filmati pornografici in streaming sul portale RedTube. Il caso è scoppiato in Germania a inizio dicembre e a tremare sono migliaia di utenti Internet. E ora indaga la procura. C’è il rischio che la mossa della società svizzera The Archive crei un precedente pericoloso per la privacy dei navigatori

COPYRIGHT - RedTube è uno dei principali portali di contenuti a luci rosse. E i filmati in streaming disponibili sono cliccati ogni giorno da milioni di internauti. Tuttavia, parte di quel materiale pornografico sarebbe coperto da diritti d’autore. Nelle settimane scorse, circa 30.000 tedeschi si sono visti recapitare un’insolita lettera nella loro casella di posta. Il mittente: lo studio di avvocati Urmann e Colleghi (U+C) di Ratisbona su mandato della società svizzera The Archive. Quest’ultima, infatti, sostiene di possedere i diritti di alcuni filmati hard. Nella missiva c’era l’intimazione di pagamento di 250 euro perché gli intestatari delle lettere avrebbero visionato film porno protetti da copyright, quali «Amanda’s Secret», «Dream Trip», «Miriam’s Adventure» o «Glamour Show Girls».

INTERROGATIVI - Molti hanno pagato subito per non pensarci più, altri ci hanno pensato e deciso di sottoporre le carte ai propri legali. La questione infatti è spinosa e pone una serie di domande. Prima fra tutte: quella giuridica. Vedere filmati in streaming lede o meno il diritto d’autore? Finora, i siti di streaming hanno potuto evitare le norme sul copyright visto che non viene creata nessuna copia dell’opera originale, a differenza di quando si scarica un file. Le zone d’ombra, di fatto, sono molteplici perché non esiste un precedente. Poi c’è il problema della privacy: come sono stati determinati gli indirizzi Ip degli utenti? Lo studio di avvocati e il mandante hanno agito legalmente, ottenendo i riferimenti degli utenti di RedTube dalle autorità? Il dubbio invece è che sia stato utilizzato un software capace di individuare gli Ip degli utenti RedTube. Per i media tedeschi si tratterebbe di «GLADII 1.1.3.» della società itGuards.

«SOLO L’INIZIO» - Dopo il putiferio scatenato su giornali, blog e tv, i responsabili dei portale hard sono usciti allo scoperto e spiegato di ritenere che «le lettere siano del tutto infondate e che siano stati lesi in maniera grave i diritti di coloro che le hanno ricevute». Sottolinea Alex Taylor, vice presidente di RedTube: «Non abbiamo pubblicato alcuna informazione privata: è probabile che questi dati siano stati raccolti in maniera illegale». Nel frattempo la procura di Colonia ha aperto un’inchiesta contro i responsabili dell’affaire Redtube. Thomas Urmann dello studio U+C, però, non si scompone. Al Welt am Sonntag ha affermato: «RedTube è solamente stato un banco di prova. Nei prossimi mesi invieremo lettere anche agli utenti degli altri portali». Per il sito tecnologico Heise.de, l’intera vicenda è una grande «truffa informatica»: gli utenti coinvolti sarebbero stati reindirizzati alle clip protette da copyright a loro insaputa.

PORNO VIRTUALE, FREGATURA REALE - Come se non bastasse, l’episodio, da qualche giorno, ha ispirato pure una serie di truffatori veri e propri. Solleciti di pagamento farlocchi circolano stavolta via mail, anche in Italia, e chiedono ai presunti utenti di pagare risarcimenti ancora più onerosi (oltre 3 mila euro) per aver visto, apparentemente, qualche minuto di film a luci rosse sulla piattaforma Redtube. In questo caso, le mail contengono allegati in formato zip con pericolosi virus, spiega il Centro europeo consumatori.

17 dicembre 2013

Rottamata sull’ultima corsa L’eterna candidata Finocchiaro

Corriere della sera

Era potente e temuta. Ma non entra neanche in direzione. «Un uomo con il mio curriculum sarebbe già stato nominato capo dello Stato»

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La senatrice Anna Finocchiaro è stata esclusa dalla nuova direzione nazionale del Pd: siamo innanzi a un’esclusione che molti osservatori giudicano emblematica. Anna Finocchiaro era potente, rispettata e autorevole, temuta e, quindi, molto sicura di sé (sospettata, per questo, di alterigia): quando prendeva la parola, nell’emiciclo di Palazzo Madama calava, automatico, il silenzio. Qualcosa si può spiegare con il fascino di quella sua voce, risonanze baritonali con accento siciliano; il resto del suo grande carisma è stato però a lungo un miscuglio di tante altre cose.

Tra memoria e Wikipedia : il più corteggiato pm di Catania che a 32 anni diventa parlamentare; alla Camera nel 1987 con il Pci, nel 1992 e nel 1994 con il Pds (alla Bolognina fu Luciano Violante ad asciugarle le lacrime, «Ho visto arrivare per fax il simbolo del nuovo partito, e non ho retto»), poi ministro per le Pari opportunità nel Prodi I, quindi eletta al Senato nel 2006 con l’Ulivo e rieletta, mantenendo l’incarico di capogruppo, nel 2008 con il Pd.

Aggiungete: nell’aprile 2006 dovrebbe diventare ministro dell’Interno, sembra fatta, ma alla fine la spunta Giuliano Amato. Passa un mese e il suo nome inizia a circolare per il Quirinale (Prodi aveva detto: «Ci vorrebbe un segno di novità. Magari una donna»). Però al Quirinale sale Giorgio Napolitano (lei, stizzita: «Un uomo con il mio curriculum sarebbe già stato nominato Presidente della Repubblica da tempo»). Un anno dopo è candidata a guidare il nuovo Pd. A Firenze, all’ultimo congresso dei Ds, si esibisce in un discorso magnifico, interrotto da ventuno applausi. Ma il Pd lo fonda Walter Veltroni.
Insomma, anche qualche credito con la fortuna.
E poi?
Poi non è più stata una questione di fortuna. Poi, quando lei compie 58 anni, arriva Matteo Renzi.

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È il 15 aprile del 2013. Partita per le elezioni del nuovo Capo dello Stato. Renzi spinge per Prodi e attacca la Finocchiaro, che è tornata a essere in corsa per il Quirinale. Renzi: «Mi spiace, ma non può diventare Presidente chi ha usato la sua scorta come carrello umano per fare la spesa da Ikea». Finocchiaro: «Sai cosa sei? Sei un miserabile!».

La storia dell’Ikea risale a un anno prima, aprile 2012. Il settimanale Chi pubblica una foto che ritrae la Finocchiaro all’uscita dal grande magazzino: i tre uomini della sua scorta spingono il carrello, con dentro padelle antiaderenti. Lei prova a difendersi: «Avere la scorta non è un piacere. Nonostante ciò, cerco di fare una vita normale». La spiegazione non convince il web, su Twitter creano l’hashtag #finocchiarovergogna, il partito è in imbarazzo, Renzi si appunta l’incidente e lo ritira fuori all’improvviso, come sa fare lui, un anno dopo: freddo, lucido, tagliente.

I rapporti con Renzi, già quasi inesistenti, diventano polvere (al sindaco di Firenze era in verità parso pure terribile anche un altro incidente: quando la Finocchiaro - gennaio 2013 - ospite di «Porta a porta», aveva replicato a Mariastella Gelmini, urlando: «Siamo deputate, non bidelle!». E Crozza, velenoso, pochi giorni dopo a «Ballarò»: «Come si fa a paragonarle? Le bidelle lavorano!»).

La Finocchiaro finisce così nell’elenco renziano di coloro che devono essere «rottamati» (nella lista c’è anche, come si sa, Massimo D’Alema, al quale è legata da profonda amicizia). Il cammino politico diventa faticoso, ormai le richieste di interviste arrivano di rado, il settimanale L’Espresso pubblica un servizio in cui racconta che la senatrice non ha perso l’abitudine di farsi aiutare dagli agenti della scorta: stavolta li hanno sorpresi al supermercato mentre le prendevano le banane.

Lei replica stizzita: «Le banane me le sono scelte da sola!». Ma tace sulle vicende giudiziarie siciliane che coinvolgono il marito, il ginecologo Melchiorre Fidelbo, e su alcune telefonate intercettate mentre parla con Maria Rita Lorenzetti, l’ex presidente della regione Umbria, che la Procura di Firenze metterà poi agli arresti domiciliari (inchiesta relativa ai lavori del Tav in Toscana).

Destino segnato. Renzi ha deciso: prima le sposta la partita della nuova legge elettorale dal Senato - dove lei è presidente della Commissione Affari costituzionali - alla Camera; quindi la esclude dalla direzione nazionale.

Interpellato su questo tramonto politico così struggente, Maurizio Migliavacca, suo caro amico, ha detto: «Di Anna preferisco non parlare». Due senatori, addirittura, sono rimasti muti .



Direzione Pd, Finocchiaro: «Renzi possibile buon candidato premier» (08/08/2013)

Anna Finocchiaro e la gaffe sulle bidelle (29/01/2013)

17 dicembre 2013

Datagate, Edward Snowden già stanco della Russia chiede asilo politico al Brasile

Il Messaggero


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Edward Snowden si è gia stancato di vivere in Russia? Sembra proprio di sì perché secondo quanto scirvono i media brasiliani, La talpa dell'intelligence americana, che ha rivelato al mondo i segreti dell'attività della Nsa ed attualmente ha ottenuto asilo temporaneo in Russia, ha fatto la sua richiesta in una lettera aperta al popolo brasiliano. La richiesta di asilo è stata inviata alle autorità del paese sudamericano e , secondo quanto riferito dal quotidiano Folha de S.Paulo, sarà oggetto di una petizione online.

Nel testo Snowden afferma di essere stato colpito dalla forte condanna fatta dal governo brasiliano alle attività della Nsa, in particolare per quanto riguarda il controllo del cellulare del presidente Dilma Rousseff: "Ho espresso la mia disponibilità ad aiutare dove sia appropriato e legale - scrive Snowden riferendosi alla richiesta di aiuto avanzata da alcuni senatori brasiliani - Ma sfortunatamente il governo americano è impegnato fortemente a limitare la mia possibilità di farlo, fino a quando un paese non mi fornirà un asilo politico permanente, il governo americano continuerà ad interferire con la mia capacità di far sentire la mia voce».

Snowden, in Russia, gode di un permesso di soggiorno temporaneo. Nei mesi scorsi la talpa del caso Datagate aveva fatto sapere di aver trovato lavoro in un'azienda internet del paese. Il suo avvocato aveva spiegato alla stampa che il suo assistito si stava integrando con grande velocità facendo progressi sorprendenti anche nella capacità di comprendere e parlare la lingua russa.


Martedì 17 Dicembre 2013 - 13:35
Ultimo aggiornamento: 13:37

Se gli studenti rossi hanno licenza di devastazione

Stefano Zurlo - Mar, 17/12/2013 - 08:21

Impunita anche l'irruzione in consiglio regionale. A Milano in 500 bloccano il centro e feriscono 4 poliziotti: nessuna denuncia


Hanno un salvacondotto senza scadenza. Bloccano il traffico, invadono le sedi istituzionali, qualche volta spaccano le vetrine.


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Ma non sono come gli altri: vuoi mettere, loro sono gli studenti di sinistra, qualcuno a quanto pare bivacca sui banchi del liceo o dell'università da una ventina d'anni e promette di rimanerci ancora, tanto le regole che valgono per gli altri, per gli studenti di CasaPound e per quelli che protestano, giù giù fino agli aborriti Forconi, termine che indica una condizione quasi primitiva, per loro hanno la forma dolce dell'elastico. Lo studente di sinistra ha la licenza di fare un po' quello che gli pare, in una cornice di comprensione perché il ragazzo che pende è portatore di disagio, esprime inquietudine, vorrebbe raddrizzare il mondo malato ed egoista. Se il dirigente di CasaPound porta via una bandiera Ue gli cadono in testa tre mesi di carcere, se lo stesso copione ha per protagonisti i giovani liceali che urlano contro in tagli alla scuola pubblica c'è il rischio che ricevano pure una medaglia. Ieri a Milano si rivede il solito film. Il corteo, composto da quattrocento, cinquecento persone, attraversa il centro congestionando le strade già congestionate dal blocco del trasporto pubblico.

E così la città già al tappeto subisce un altro ko, però di stampo democratico. Allietato da lancio di uova e bottiglie di vernice, come alle prime ruggenti della Scala. Gli agenti in tenuta antisommossa devono intervenire per arginare il corteo. I creativi, forse convinti di essere gli eredi dei dadaisti, raggiungono poi il Castello e colorano di rosso l'acqua della fontana. Quindi, degno finale, raggiungono la sede della Regione e qui quattro di loro, spalleggiati da due professori, interrompono la riunione del consiglio fra urla, striscioni, slogan. Quattro poliziotti vengono medicati in ospedale. Siamo al solito armamentario della cultura progressista: alzare il volume per coprire la voce degli altri.

Una volta c'era l'eskimo, e in tasca le biglie di ferro, oggi, per fortuna, basta una felpa e magari un cappuccio. I dimostranti «emeriti» se lo possono permettere perché l'immunità è garantita, perché le loro ragioni galleggiano sul mare dolciastro della retorica, perché sono considerati antropologicamente diversi. Perché la colpa della Moratti, della Gelmini, mentre se i piccoli imprenditori strozzati dalle tasse alzano un dito allora vengono bollati, denunciati, verificati da Equitalia come cave di laboratorio. E se lo fanno gli agricoltori dei Forconi, i giornali scattano nell'ipotizzare infiltrazioni della criminalità e dell'estrema destra, i sociologi scuotono la testa, la polizia indaga, la magistratura punisce.

Due pesi e due misure: dipende dal colore del serpentone. Blocchi, scioperi, prove di forza: c'è qualcuno cui è permesso tutto e chi viene bloccato prima ancora di fare un passo. I ragionamenti degli studenti di sinistra vengono classificati come ragionevoli; gli altri vengono marchiati con un vocabolario più apocalittico: anarchia, corporazione, deriva estremista. Di qua giovinezza e generosità vanno a braccetto, anche se sfasciano e devastano; di là sono solo rigurgiti dell'egoismo di lobby ripiegate su se stesse. Arrivederci al prossimo scontro.



Forconi, sessanta denunce per i tre giorni di “rivolta”
La Stampa

Nel mirino degli investigatori del pool anti terrorismo scontri e minacce ai negozianti. Tra i reati contestati violenza privata, estorsione e saccheggio



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La settimana della protesta organizzata dal Comitato «9 dicembre», a cui sono successivamente uniti elementi dell’estrema destra, dell’area autonoma dell’estrema sinistra (centri sociali Askatasuna e Gabrio), studenti delle organizzazioni di sinistra, rischia di avere pesanti strascichi giudiziari. I primi esposti sono già nelle mani dei pm del pool Anti-terrorisimo della procura, Andrea Padalino e Antonio Rinaudo.

Gli investigatori delle sezioni di polizia giudiziaria della Digos stanno visionando le immagini registrate dagli operatori della Scientifica durante la lunga catena di incidenti, scontri, blocchi stradali e quant’altro, e sono stati già individuati i primi quaranta attivisti, tutti denunciati alla procura con diversi profili di reato, dalla resistenza, interruzione di pubblico servizio, lancio di oggetti (pietre, uova di vernice), lesioni, danneggiamento, minaccia grave e altri reati minori.

Sentiti anche molti testimoni di singoli fatti di violenza. Tra questi, i blocchi per non far entrare le persone nei centri commerciali, sotto le videocamere dei sistemi di sicurezza, sono considerati tra gli episodi più gravi. Un capitolo a parte riguarda l’assalto al palazzo della Regione in piazza Castello, quando furono lanciate pietre contro le forze dell’ordine. All’esame del pm anche una serie di episodi di estorsione, tipo «o chiudi il negozio o ti spacchiamo le vetrine». Le singole minacce a esercenti torinesi o a semplici cittadini, non si contano.

Sotto esame dei pm anche quanto è avvenuto nella mensa occupata di via Principe Amedeo; non è escluso che gli occupanti vengano denunciati anche per l’occupazione abusiva dei locali. Nessun commento dai pm torinesi ma c’è la sensazione che l’indagine sia solo all’inizio, mancano ancora all’appello decine di manifestanti che avrebbero commesso azioni violente nelle ore più calde della protesta guidata dal comitato torinese «9 dicembre».

La politica costa 757 euro. A ogni contribuente

Corriere della sera

Indagine Uil: oltre un milione di «addetti». Ogni anno sprecati (almeno) 7 miliardi

ROMA - Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, lo aveva promesso a Enrico Letta subito dopo che quest’ultimo era diventato presidente del Consiglio, lo scorso maggio: gli avrebbe dimostrato con uno «studio dettagliato» che sui costi della politica si può risparmiare molto e utilizzare queste risorse per tagliare le tasse su lavoratori e pensionati. Lo studio è arrivato ieri. Angeletti lo ha illustrato in una conferenza stampa e messo sul sito della Uil. Diciotto pagine e numerose tabelle che contengono la radiografia dei 23,2 miliardi di euro che in un anno si spendono tra funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche, consulenze, auto blu e altro ancora. Una somma che corrisponde all’1,5% del Prodotto interno lordo.

Di politica vivono direttamente o indirettamente 1 milione e 100 mila persone, pari al 5% degli occupati in Italia. E la politica costa in media a ogni cittadino 386 euro, neonati compresi, oppure come dice la Uil 757 euro a testa considerando solo la platea di chi paga effettivamente l’Irpef (circa 30 milioni di contribuenti). Secondo Angeletti i costi della politica si potrebbero tagliare di quasi un terzo, risparmiando così 7 miliardi da destinare all’alleggerimento delle imposte sul lavoro.

Ma vediamo nel dettaglio i risultati del rapporto. Per gli organi istituzionali delle amministrazioni centrali e decentrate, nel 2013, si spenderanno 6,1 miliardi, il 4,6% in meno del 2012, ma con performance molto diverse: le Regioni, infatti, hanno tagliato dell’11,5%, la presidenza del Consiglio aumenterà invece le spese dell’11,6%, passando da circa 411 milioni nel 2012 a 458 nel 2013. Per tutte le consulenze pubbliche la spesa sarà di 2,2 miliardi mentre 2,6 miliardi serviranno per i costi di funzionamento degli organi degli enti e delle società partecipate. Ben 5,2 miliardi sono invece destinati ad altre voci: auto blu, personale di nomina politica, direttori delle Asl.
Per arrivare a 23,2 miliardi restano appunto 7,1 miliardi, quelli che si potrebbero tagliare, secondo Angeletti, e che si riferiscono al «sovrabbondante sistema istituzionale», come lo definisce il rapporto curato dal segretario confederale Guglielmo Loy.

Nel dettaglio: 3,2 miliardi si potrebbero risparmiare sulle spese di funzionamento (non quelle per gli organi istituzionali) accorpando gli oltre 7.400 Comuni con meno di 15 mila abitanti, un altro miliardo e 200 milioni potrebbe arrivare da un taglio delle spese delle Province, e un altro miliardo e mezzo da un ulteriore taglio delle uscite delle Regioni. Infine, 1,2 miliardi in meno di spesa potrebbero arrivare da «una razionalizzazione del funzionamento dello Stato centrale degli uffici periferici, anche a seguito dell’avvenuto decentramento amministrativo». In tutto 7,1 miliardi di tagli che la Uil propone in un momento in cui sta entrando nel vivo il lavoro del commissario di governo per la spending review, Carlo Cottarelli, che di risparmi ne ha promessi ben 32 miliardi di euro nel triennio 2014-2016.

17 dicembre 2013

Dal Colorado la rivolta degli sceriffi “Troppe limitazioni al porto d’armi”

La Stampa

maurizio molinari


Oltre 250 agenti si ribellano i contro alcune recenti norme - statali o federali - che proibiscono il possesso di caricatori con più di 15 colpi e consentono di perquisire una persona per verificare se “nasconde un’arma”



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Sceriffi in rivolta contro le nuove leggi che limitano il porto d’armi. La protesta è iniziata in Colorado, ha avuto un seguito importante in California e ora vede oltre 250 sceriffi ribelli di più Stati ritrovarsi nella “Constitutional Sheriffs and Peace Officers Association” guidata da Richard Mack, veterano con la stella dell’Arizona.

“Non siamo tutti a disposizione della Corte Suprema - afferma Mack in un’intervista al “New York Times” - se loro affermano che qualcosa è consentito non significa che ogni sceriffo rispettoso della Costituzione lo faccia automaticamente”. Per avere idea delle ragioni che accomunano i ribelli bisogna ascoltare John Cooke, sceriffo della Weld County del Colorado, secondo il quale alcune recenti norme - statali o federali - che proibiscono il possesso di caricatori con più di 15 colpi e consentono di perquisire una persona per verificare se “nasconde un’arma” vanno ben oltre il limite indicato dal Secondo Emendamento della Costituzione per proteggere il diritto di portare armi da fuoco.

Su 62 sceriffi dell’intero Colorado appena 7 hanno scelto di non sottoscrivere le dichiarazioni di protesta diffuse da John Cooke mentre in California una delegazione di sceriffi statali ha chiesto ed ottenuto un incontro con il governatore Jerry Brown per chiedergli - senza successo - di porre il veto sulla messa al bando dei fucili semiautomatici. “Il nostro modo di vivere e i nostri interessi non sono certo garantiti dai politici di Sacramento o Washington” afferma Jon Lopey, sceriffo della contea di Siskiyou in California, secondo il quale “la protesta per la limitazione delle libertà personali cresce soprattutto nelle aree rurali” a causa di “un’abbondanza di regolamenti federali che mirano a determinare nel dettaglio le azioni permesse ai cittadini” restringendone di fatto le libertà.



L’America in coda per comprare armi in attesa del bando
La Stampa

maurizio molinari


Martedì le nuove regole della Casa Bianca. E il fucile del killer della scuola va a ruba


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Armerie prese d’assalto in Iowa, file per acquistare fucili e munizioni in California, sgomitate fra i clienti in Wisconsin: gli americani affollano i negozi che vendono armi da fuoco in una corsa collettiva contro il tempo che ha fatto registrare in dicembre oltre 2 milioni di acquisti per anticipare le misure restrittive che l’amministrazione Obama annuncerà martedì. 
A riassumere la corsa alle armi è il dato mensile con cui la «National Shooting Sports Foundation» indica il numero di controlli eseguiti su cittadini americani che acquistano qualsiasi tipo di pistola, fucile o munizione. In dicembre sono stati 2,2 milioni ovvero il 58,6% in più rispetto allo stesso mese del 2011 descrivendo una fenomeno omogeneo in tutti Stati Uniti.

Per l’Fbi il numero degli acquirenti controllati nel 2012 è stato di 19,6 milioni, con un aumento del 19% sul 2011. Se alla fine del 2008 un più contenuto aumento della vendita di armi fu dovuto all’elezione alla presidenza di Barack Obama, per il timore di una generica limitazione del diritto di portare armi, in questa occasione il boom di acquisti segue il massacro di bambini a Newtown, in Connecticut, perché molti americani ritengono verosimile che il Congresso ripristini una misura specifica: il bando delle armi d’assalto, in vigore dal 1994 al 2004. E dunque vogliono assicurarsi di averne a sufficienza in casa. Questo spiega perché gli acquisti in dicembre si sono concentrati sul fucile semiautomatico AR-15, l’arma con cui Adam Lanza ha fatto strage nella scuola elementare «Sandy Hook» di Newtown.

Andando a parlare con i titolari di armerie, si trovano conferme a pioggia. Jack Smith, che vende fucili a Des Moines in Iowa, assicura al «New York Times»: «Se avessi avuto 1000 AR-15 li avrei venduti tutti, quando ho chiuso il negozio la gente batteva sul vetro per spingermi a riaprire, mostrandomi mazzette di banconote per farmi capire che volevano fare acquisti». A Simi Valley, in California, c’è la fila di fronte all’armeria perché persone come Bob Davis, 64 anni, pensano «il governo ci vuole togliere le armi e dunque è ora di comprarle».

Alle fiere di armi in Wisconsin il costo degli AR-15 è balzato da 500 dollari - prima della strage di Sandy Hook - a 1700 mentre a Saraland in Alabama i titolari dell’armeria aspettano il 15 gennaio, quando la task force guidata dal vicepresidente Joe Biden farà l’annuncio sulle misure restrittive, convinti che «ci porterà ottimi affari». A Wausau, Wisconsin, il Frederick Prehn, titolare del «Central Wisconsin Firearms», spiega che «in genere vendiamo 50 armi al mese ma in dicembre sono state 225».

D’altra parte la «National Rifle Association», la lobby dei portatori d’armi, ha registrato 100 mila iscrizioni in più dall’indomani della strage toccando quota 4,2 milioni ed è convinta di poter raggiungere presto il traguardo di 5 milioni. E’ un pubblico che fa gola a tutti: il canale sportivo di Nbc, la tv liberal per eccellenza, ha confermato la sposorizzazione dello «Shot Show», la maggiore fiera di armi che inizia fra 48 ore a Las Vegas.

Per comprendere tale tendenza bisogna tener presente che il Secondo Emendamento alla Costituzione fu voluto dai «Padri Fondatori» per consentire ai cittadini di «portare armi» al fine di tutelarsi dal rischio di un «governo tirannico». All’epoca il riferimento era al ritorno dei colonialisti britannici ma da allora il timore ha accomunato conservatori, libertari e liberal assertori del bisogno di proteggersi dalla ipotetica minaccia di un governo che potrebbe diventare oppressivo, grazie alle armi di polizia e forze armate.

La Corte Suprema, in una sentenza del 2008, ha avvalorato tale interpretazione rifiutando di apporre limiti al Secondo Emendamento e dunque l’opera della task force di Biden è delicata. Da qui l’ipotesi che proceda su terreni dove il consenso popolare c’è: dall’aumento di controlli sugli acquirenti, per individuare criminali e malati di mente, a regole più rigide per l’industria del videogames affinché riduca messaggi violenti.

Il sindaco di New York Michael Bloomberg è invece convinto che Obama adopererà anche i poteri presidenziali per misure rigide, bando incluso. In attesa le singole comunità reagiscono in ordine sparso. Ad esempio, nel distretto rurale di Montpelier, Ohio, le scuole hanno deciso di addestrare i bidelli all’uso di revolver per trasformarli in guardie armate ai cancelli, come deterrente anti-killer.

Anche in Europa c'è chi sceglie di non far nascere le femmine

La Stampa

gianluca nicoletti

In uno studio francese si parla di aborto selettivo delle femmine in Europa orientale, la pratica  persisterebbe  tra gli immigranti in Inghilterra, in Norvegia in Grecia e in Italia.


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Mettere al mondo una figlia femmina anche in Europa può essere  considerata una circostanza da evitare. L' edizione francese del magazine Slate ha lanciato un allarme: "La mascolinizzazione dei nascituri toccherà anche la Francia?", richiamando l' attenzione sui dati dell’Istituto nazionale per studi demografici (Ined), che ha pubblicato  uno studio in cui si parla della discriminazione sessuale pre natale tra le persone di origine indiana immigrate in Inghilterra e in Norvegia.  In Italia lo stesso  avverrebbe nella comunità cinese, come tra gli immigrati albanesi, i questo caso al pari della Grecia.

Secondo l' Ined l’aborto selettivo delle femmine non è una pratica comune solo all’Asia, osservando i paesi d’origine di molti flussi immigratori si può osservare come  nei tre paesi del Caucaso (Azerbaijan, Armenia, Georgia), lo squilibrio statistico di nascite maschili rispetto a quelle femminili è aumentato nel 1990, dove arriva a superare anche le stime correnti di tutti i valori dell'India. In Azerbaigian ad esempio si registra lo squilibrio più alto (nascono 117 maschi ogni 100 femmine), che di fatto, che lo porta ad essere il secondo paese al mondo, dopo a Cina, in cui sia presente un così forte squilibrio di genere alla nascita.

In Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia occidentale, i livelli osservati sono inferiori (circa 110-111 nati maschi ogni 100 nascite femminili), ma demografi ritengono che la regolarità dello squilibrio osservata nel corso degli anni testimonia la realtà di pratiche di aborto selettivo. Geraldine Duthé, che ha condotto lo studio, spiega che la mascolinizzazione selettiva persiste anche nelle comunità di immigrati provenienti dai paesi dove è praticata, nonostante questi siano integrati in un ambiente sociale in cui il concetto della discriminazione pre-natale è praticamente inesistente. 
I genitori scelgono di abortire embrioni di femmine, anche se sul fattore sessuale dei loro figli non peserebbe affatto una futura necessità di mano d’opera maschile. La scelta drastica di non far nascere femmine persiste quindi come pratica culturale, pur non sussistendo nel paese d’ immigrazione alcuna delle necessità sia contingenti che politiche che la determinano nei paesi di provenienza. 

Una montagna di 60mila pneumatici: la Lombardia smina la bomba ecologica

Il Messaggero

di Sergio Troise

L’intervento di Ecopneus per il recupero di oltre 60.000 tonnellate di gomme fuori uso annulla il rischio di inquinamento che gravava sugli abitanti della provincia di Pavia.


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MILANO - Che fine fanno i pneumatici fuori uso delle nostre automobili? In molti, troppi casi, finiscono in cumuli fuorilegge, discariche di gomma a cielo aperto che un incendio può trasformare in vere e propriebombe ecologiche, dannose per la salute e per l’ambiente in genere. Per questo, in base a un decreto legge del 2006, è nata Ecopneus, benemerita società senza scopo di lucro che per statuto deve rintracciare, raccogliere, trattare e decidere la destinazione finale dei pneumatici fuori uso. Soci fondatori sono i sei principali produttori e importatori di pneumatici operanti in Italia (Bridgestone, Continental, Goodyear-Dunlop, Marangoni, Michelin, Pirelli) ai quali si sono aggiunte numerose aziende di produzione e importazione.

Il problema è nazionale. Ma in Lombardia è stato affrontato e avviato a soluzione uno dei casi più gravi. Nell’area ex Ecogomma di Castelletto di Branduzzo, Comune di poco più di mille anime in provincia di Pavia, sede di un piccolo autodromo, erano state accumulate oltre 60.000 tonnellate di pneumatici dismessi: la più grande discarica di gomme fuori uso d’Italia, l’equivalente di circa ottanta piscine olimpioniche o, se volete, una quantità di gomme che, se messe in fila, coprirebbe dieci volte la distanza tra Roma e Milano.

La montagna di gomma sarà rimossa entro il 2016, con l’eliminazione del rischio incendio: una calamità che avrebbe conseguenze disastrose per l’ambiente, la sicurezza e la salute dei cittadini. Nel mese di luglio è stato già compiuto il primo passo, con la firma di un protocollo d’intesa tra l’amministrazione municipale di Castelletto ed Ecopneus, e l’iniziale prelievo di 10.000 tonnellate di gomma; oggi la firma dell’accordo per il proseguimento dei lavori di “disinnesco” della bomba ecologica.

“Con la firma della convenzione per la bonifica si considera felicemente conclusa l’annosa vicenda di Ecogomma, dopo anni di preoccupazione da parte dell’amministrazione comunale e della cittadinanza” ha dichiarato il sindaco del Comune interessato, Luciano Villani, manifestando tutta la sua soddisfazione. “Siamo davvero contenti della collaborazione con Ecopneus, che ha reso possibile la risoluzione di un problema grave e particolarmente sentito dalla comunità” ha aggiunto il primo cittadino. Il direttore di Ecopneus, Giovanni Corbetta, da parte sua ha osservato:“Il prelievo dei pneumatici fuori uso accumulati nell’area Ecogomma scongiura il rischio di gravi danni per l’ambiente e la salute dei cittadini. Se, infatti, un pneumatico prende fuoco in ambiente libero sviluppa fumi e percolati di natura tossico-nociva, che possono contaminare il terreno e le falde acquifere circostanti. Siamo quindi intervenuti con grande serietà e attenzione, che manterremo alta fino a conclusione dell’operazione”.

Dal 15 luglio, giorno “zero” delle attività, presso il deposito dell’azienda Ecogomma sono state raccolte 13.878 tonnellate di pneumatici fuori uso, grazie a 561 viaggi delle aziende di trasporto partner di Ecopneus, che sta sostenendo tutti i costi delle operazioni. Entro il 2016, come detto, ne saranno raccolte più di 60.000.

Fanno pagare l’Imu anche ai bambini

L’intraprendente

di Gianluca Veneziani

Nel Trevigiano un bimbo di 6 anni si è visto recapitare una cartella esattoriale: il padre è mancato, lui è l'erede della casa, e della tassa. Siamo alla spremitura dell'infanzia


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Dalla mini Imu si è passati all’Imu per minori. A Susegana, in provincia di Treviso, un bambino di 6 anni si è infatti visto recapitare a casa una cartella esattoriale che gli chiede di versare entro oggi l’ultima rata della tassa sugli immobili. Stando al bollettino inviato dal Comune, il bimbo è tenuto a pagare 1.754 euro e a effettuare «il versamento presso qualunque banca o posta» del paese. Sembrerebbe una burla, e invece – agli uffici comunali – il bambino risulta a tutti gli effetti proprietario di immobile, in quanto orfano di padre ed erede, da parte sua, di una seconda casa situata a Susegana.

La mamma del bimbo non ha esitato a fare ricorso, tramite avvocato, contro questa ennesima follia del fisco. Ma le motivazioni addotte dal sindaco del Comune trevigiano, per giustificare questa richiesta, non fanno che aggiungere del grottesco a una vicenda già tragicomica. «Non c’è alcun errore da parte dell’amministrazione», ha detto il primo cittadino Vincenza Scarpa. «Anzi, a Susegana di casi di cartelle esattoriali intestate a minori o a disabili ce ne sono almeno altri sei. E tutti pagano regolarmente».

Aggiungendo perfino: «Se il bambino avesse soltanto due mesi, sarebbe comunque tenuto a pagare». Il bimbo, in realtà, non pagherà mai quei soldi perché, a norma di legge, dovrebbe versarli il suo tutore. La mamma del piccolo contesta però anche questo trasferimento di responsabilità. Affinché il bambino fosse tenuto a pagare, avrebbe dovuto accettare l’eredità del padre, cosa che non ha mai fatto. Così come sua madre. Né lui né lei, quindi, dovrebbero farsi carico di una tassa su un immobile di cui non sono proprietari.

Ma l’ingiunzione di pagamento da parte del Comune ignora tutto ciò e si diverte quasi a sfruculiare il piccolo e ignaro titolare di beni immobili. «Se la sua situazione immobiliare fosse cambiata», recita la lettera spedita dall’amministrazione a casa del bambino, «o se riscontrasse eventuali errori o inesattezze, non esiti a contattare il nostro ufficio tributi». E certo, ve lo vedete un bimbo di 6 anni che, forte della sua esperienza in gestione dell’economia domestica, si accorge di un’irregolarità nella cartella esattoriale e denuncia l’errore agli uffici competenti, ottenendone un risarcimento? Sarebbe divertente anche immaginarselo mentre, accortosi dell’impossibilità di fare fronte al fisco tiranno, rompe il suo porcellino di ceramica, racimola i suoi risparmi – figli di 6 anni di lavoro duro – e rinuncia a farsi il regalo di Natale, pur di non essere insolvente con il fisco.

Un tempo ai bambini di 6 anni si chiedeva soltanto di fare fronte alla paura della prima elementare. Adesso loro devono vincere il terrore della prima tassa. Una volta, a sei anni, i bimbi diventavano alunni, con tanto di grembiule. Adesso, a quell’età, dallo Stato sono già ritenuti contribuenti e titolari di immobili. Non vorremmo quindi essere nei panni della mamma quando la notte del 24, davanti all’albero e nel delirio di luci colorate che si spengono e riaccendono, dovrà spiegare al figlio che Babbo Natale non esiste, ma il Fisco sì, e quest’anno si porterà via i regali. Rubandogli perfino l’incanto della fanciullezza, quello stato beato, in cui non si sa ancora che un giorno – ahinoi – dovremo pagar le tasse.

La verità nascosta sui legami tra i sauditi e gli attentatori dell’11 settembre

Corriere della sera

Nel report sull’attentato ci sono 28 pagine censurate, ora due deputati Usa chiedono a Obama che siano rese pubbliche

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WASHINGTON - I rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita sono pessimi. Il regno non ha gradito l’apertura di Obama all’Iran e la linea morbida americana nei confronti della Siria. Gli esponenti del regime hanno criticato, apertamente, “la debolezza” della Casa Bianca. Un contrasto dove potrebbe aprirsi un altro fronte: quello delle possibili complicità saudite nell’attacco dell’11 settembre 2001. Due senatori, il repubblicano Walter Jones e il democratico Stephen Lynch, vogliono che siano rese pubbliche 28 pagine censurate del rapporto sull’assalto all’America da parte dei qaedisti. Una sezione del report che è stata “oscurata” dall’allora presidente Bush per non compromettere le relazioni con un paese alleato e importante partner commerciale. I congressisti hanno già presentato una risoluzione per costringere Obama a spezzare il cerchio del silenzio.

In passato sono emerse molte informazioni, confermate dalla Cia, sui rapporti tra funzionari sauditi e alcuni degli attentatori suicidi. In questi giorni la stampa statunitense ne ha ricordati diversi. Fahad al Thumairy, impiegato al consolato saudita di Los Angeles, ha coordinato un team che ha accolto Khalid Al Minhdhar e Nawaf al Hazmi, due dei dirottatori del 9/11. La stessa squadra, gestita da Omar al Bayoumi, ha creato un punto d’appoggio a San Diego. Non meno serie le rivelazioni su un personaggio molto amico della famiglia Bush e di casa negli Usa. Il principe Bandar, all’epoca ambasciatore a Washington e oggi capo dell’intelligence, ha inviato 130 mila dollari a Osama Bassnan, agente saudita che assisteva i due dirottatori in California. Un bonifico seguito da altri finanziamenti sempre legati a Riad.

Non meno interessanti i movimenti di altri emissari sauditi. Saleh Hussayen era nello stesso hotel di Dulles (Washington) dove alloggiavano i terroristi protagonisti dell’attacco al Pentagono. Esam Ghazzawi, consigliere di un nipote del re, ha ricevuto nella sua sontuosa residenza di Sarasota (Florida) Mohammed Atta e altri kamikaze. Due settimane prima dell’11 settembre, il funzionario saudita ha lasciato precipitosamente la residenza, abbandonando auto di lusso e costosi arredamenti. Si tratta di particolari significativi ma che probabilmente sono nulla se comparati a quelli ancora protetti dal “segreto di stato”. Vedremo se la battaglia dei senatori, sostenuti dai familiari delle vittime, avrà successo.

17 dicembre 2013

Gli italiani nelle ricerche di Google

Corriere della sera

Tornano come ogni fine anno le classifiche delle parole più cercate nel motore di ricerca. Dominano i dubbi sulla politica e la crisi, l’elezione del gesuita Bergoglio e il nuovo iPhone

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MILANO - Noi siamo ciò che cerchiamo e non c’è modo migliore per conoscere noi stessi di dare uno sguardo a Google Zeitgeist. Parola resa celebre dal filosofo tedesco Hegel e traducibile come «Spirito dei tempi», fin dal 2001 è un servizio che aggrega oltre un trilione (milioni di miliardi) di ricerche che vengono effettuate ogni anno per tastare il polso alla contemporaneità. In Italia le ricerche emergenti spaziano dalle Elezioni 2013 a Paul Walker, l’attore morto lo scorso 30 novembre, dal portale Zalando all’iPhone 5S. Ma è forse scendendo nelle classifiche stilate da Google per aree che si riesce capire ancora meglio il Paese.

PERCHÉ VOTARE - Gli argomenti più cercati vengono suddivisi in temi così da avere uno specchio che, almeno per l’Italia, sembra più preciso che mai. L’incertezza politica che stiamo vivendo è evidente dalla semplice parola «perché» che nelle nostre prime tre ricerche online si lega a «Votare Grillo», «Votare Bersani» e «Votare Berlusconi». Segno quindi che la Rete agli occhi degli italiani è diventato un media maturo, in grado di dare risposte chiare su temi così importanti. Certo, dopo la politica l’interrogativo si lega a «Piedi gonfi» e «Frodo parte», ma questa è proprio un’altra storia.

VENDERE PESCE - A livello economico ci stiamo espandendo a est visto che la parola chiave «Vendere» nelle prime due ricerche si lega «Ai cinesi» e «Ai russi». Si passa poi alle sigarette elettroniche, ai quadri online e, incredibilmente, al «pesce cucinato». Per il 2014 prepariamoci quindi a croccanti fritturine che invaderanno le nostre città. Altro giro di boa ed ecco che nella realtà come in digitale l’accoppiata pizza e mandolino vince sempre. Il «come fare» è seguito prima da «Scrocchiarella», tipica pizza tonda romana particolarmente secca (e buona), e poi da «Freestyle», il rap a ruota libera in cui si canta su una base cercando rime al volo. C’è anche chi domanda come fare «Magie», «Bracciali» (siamo pur sempre una terra di artigiani) e, bé, «Autoerotismo». Gli adolescenti hanno trovato nel web il loro nuovo «Cioè».


TEMPO DI GESUITI - Cercare è conoscere e quest’anno l’attenzione del «Cosa significa» era puntata soprattutto sui «Gesuiti» seguiti da «Swag», parola diffusa dal cantante adolescente Justin Bieber che sta per «figo» o «stiloso», e «Aski», inglese maccheronico che non c’entra nulla col povero canide ma significa «Ask», chiedere. Stranamente in pochi si domandano cosa sia il twerking, la mossetta di Miley Cirus entrata quest’anno nei dizionari, ma a livello musicale vogliono sapere l’origine di «Guantanamera». Altre parole oscure sono l’omissis, l’autismo e l’omofobia e se queste ricerche sembrano l’opera di un folle meglio mettersi l’anima in pace: siamo proprio noi.

17 dicembre 2013

Gigi Riva, ritiro di un campione «Non riesco a vedere le partite»

Corriere della sera

«Prandelli mi ha chiamato, ma per me era troppo stress». «Prima devo conoscere il risultato, poi seguo la replica»

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Riva in una foto del 1968 (Ansa)La tristezza va e viene, come la depressione che rallenta certe giornate. «Capita di tanto in tanto, è una questione di testa. Non ho avuto una grande infanzia, tutto parte da lì, e il resto me lo sono creato da solo». Nel resto, c’è la vigilia di Natale senza i due figli e le nipoti: «Il 24 lo trascorrono con la madre, noi ci vediamo la sera del 25. Non da me però, che con quattro bambine dai sette mesi ai tredici anni poi la casa bisogna rimetterla in ordine!».

Gigi Riva è un amabile chiacchierone. Se lo chiamate e sta per andare a fare una passeggiata da solo in centro, si mette comodo e rimanda di un’ora l’uscita. Se lo chiamate prima della pennica, dice che può stare solo cinque minuti e dopo quaranta è ancora lì che racconta. E se lo stuzzicate sulla volta in cui è stato iscritto nel registro degli indagati per falso ideologico (assolto), il 9 aprile scorso, non si sottrae: «Bello scherzo... Volevo andare a trovare Massimo Cellino in carcere e Mauro Pili disse che mi ci faceva entrare lui. Poi però mi ha fatto firmare come segretario. Figuriamoci, con i questurini che mi chiedevano del calcio».

La verità è che Gigi Riva è una leggenda vivente. E non soltanto in Sardegna, dove vive da cinquant’anni. «Arrivai nel 1963, orfano di entrambi i genitori. Mio padre aveva fatto tre guerre: quella del ‘15-’18 e quella d’Africa e aveva lavorato in una galleria ferroviaria durante la Seconda guerra mondiale: è morto di tumore ai polmoni; mia madre pure è morta di cancro, dopo tanti sacrifici per me e le mie tre sorelle. A Cagliari trovai una nuova famiglia». Erano i tifosi. Ricambiò l’amore incondizionato portando la squadra in serie A e regalando l’unico scudetto, nel 1970, in un campionato già segnato dalla formidabile punizione trasformata in gol ai danni del Milan con un siluro di sinistro a 130 chilometri orari. Gianni Brera lo soprannominò Rombo di tuono.

Confessa che non va più allo stadio a vedere i rossoblù. «Troppa ansia, soffro. Anche quando scendevo in campo io, se magari ero stato squalificato, non restavo mai in tribuna: prendevo la macchina e guidavo fino a Costa Rei o a Muravera. Ora ascolto il risultato finale e il giorno dopo mi guardo la partita. Faccio così anche con gli Azzurri, per vedere se Cassano ha fatto il bravo e se Balotelli ha reagito alle provocazioni». In Nazionale è ancora suo il record di reti: 35 in quarantadue partite. «Ma si giocava molto meno. Adesso mi sembra quasi che vogliano mascherare i problemi del Paese con il calcio, tenendo le persone inchiodate al televisore per non far aprire il frigo vuoto». È stato team manager azzurro per più di vent’anni, fino a maggio, quando ha motivato le dimissioni con due parole: «Sono stanco».

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Spiega: «Era diventato molto stressante per me: durante i match dovevo prendere il Lexotan per calmarmi. Prandelli mi ha chiamato un paio di volte chiedendomi di ripensarci. Il direttore generale della Figc Antonello Valentini ogni tanto ci riprova. Ma le mie ossa rotte si stanno facendo sentire. I problemi all’anca, con l’artrosi, sono peggiorati e la fisioterapia non basta. Non riesco più a fare le scale, mi devo fermare a metà. Non voglio fare il dirigente che zoppica...». Il suo favorito, oggi, è Giuseppe Rossi: «Perché è simpatico, educato, sulle labbra ha sempre il sorriso e in mano un pallone o una pallettina». Il miglior allenatore è Cesare Prandelli: «Umanamente eccezionale, la sua storia personale parla per lui. Sa prendere i giocatori nel modo giusto, sa punirli. Ed è un uomo buono».

Le giornate sono ritmate da piccole consuetudini. «Colazione nel bar sotto casa, dove c’è Eva che mi maltratta. Prendo caffè e brioche e vado nel mio studio, leggo i giornali - Corriere , Gazzetta e L’Unione Sarda - e controllo se qualcuno mi ha scritto su Internet, rispondo a tutti. Passo a salutare un amico, commentiamo le notizie. Tutte le sere ceno da Giacomo, che ha un ristorante di pesce, ma a me prepara il minestrone di verdure. Mangio da solo o, se capita, in compagnia. E faccio il nonno».

Gigi Riva non ha mai lasciato la Sardegna, malgrado potesse scegliere con quale club giocare. «Gli avversari ci gridavano “ladri, banditi e pecorai”. Gli arbitraggi con le grandi erano sempre a nostro svantaggio. Eppure vedevo questi pullman di tifosi che arrivavano a Milano o a Torino dalla Germania, dall’Olanda, dall’Inghilterra. Nei loro occhi non leggevi la gioia dello sportivo, ma del sardo: era orgoglio. Come potevo andarmene? Ricevevo tantissime lettere, pure da Graziano Mesina, latitante: le sue le bruciavo. Mi era simpatico. Ma ci sono rimasto male per l’ultimo arresto: della favola che lo avvolgeva non è rimasto niente».

La voce si incupisce quando parla dei giovani. «Qui, in particolare, sembra di essere tornati indietro di decenni, quando bisognava emigrare per le miniere del Belgio. Oggi un ragazzo non può più permettersi di scegliere di andare a Londra».

L’ultimo sgambetto gliel’ha fatto L’Unione Sarda . «Gli indipendentisti dell’Irs vorrebbero candidarmi alle Regionali. Ora, a parte il fatto che non intendo fare nulla, mi ha offeso che abbiano scritto che non potrei correre per la poltrona di governatore perché non sono sardo. Io?».


Gigi Riva lascia dopo 50 anni d'amore per la maglia azzurra (20/05/2013)


17 dicembre 2013