lunedì 16 dicembre 2013

Boccia vuole tassare Google, ma il suo sito se lo fa in Canada

Libero

Il deputato Pd impone ai giganti del web di aprire partita Iva in Italia per ragioni fiscali, ma il suo portale è registrato a Toronto


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Il paladino del protezionismo del web italico ha il sito registrato presso una società canadese. Già, Francesco Boccia, il deputato democratico padre morale della "Google Tax" (provvedimento che impone alle multinazionali del web che operano in Italia di aprire nel Belpaese partita Iva per pagare qui le tasse), è titolare di un dominio depositato a Toronto dalla Tucows, gigante da 200 dipendenti e 80 miliardi di fatturato con stabili basi in Nord America. Esattamente il prototipo di azienda virtuale che oggi Boccia vuole sottoporre a tassazione.

Gli equivoci - La web tax congegnata dal parlamentare pugliese non è piaciuta neanche a molti dei suoi compagni di partito. A partire dal neosegretario Matteo Renzi che, secondo quanto riporta Tempi, è molto scettico sulle possibilità di successo di una norma solo italiana su una questione sulla quale dovrebbe legiferare la Comunità Europea. Ma a mettere il dito nella piaga è la testata online l'Intraprendente. Stando a quanto riportano il servizio di Matteo Borghi e le prime rettifiche registrate tra i commenti, Boccia avrebbe affidato l'hosting del proprio sito istituzionale ad Aruba, società italiana di Internet Service Provider. La quale ha poi affidato la registrazione del dominio alla canadese Tucows.

La banda della Magliana E i signori della mala divennero re di Roma

Il Messaggero

di Giancarlo De Cataldo


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Nella malavita romana, agli inizi degli anni Settanta, si crea un vuoto di potere. I marsigliesi di Bergamelli, Berenguer e Bellicini, gangster spavaldi che amavano spendere e spandere e che avevano dominato la scena mettendo a segno clamorose rapine e sequestri di persona, escono di scena decimati da arresti e condanne. In questo vuoto di potere s’inserisce un gruppo di giovanissimi delinquenti spietati e determinati. Il loro modello è la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che, nello stesso periodo, sta muovendo guerra ai clan tradizionali del napoletano.

Ragazzi che hanno già conosciuto il carcere e si sono fatti le ossa sulla strada decidono di discostarsi dalla tradizione romana delle “batterie” e di costituirsi in associazione criminale stabile e duratura. Mentre la “batteria” mette insieme un pugno di rapinatori che, portato a termine un “colpo”, se ne vanno ciascuno per la propria strada, la “banda” si impone la regola della “stecca para per tutti”. L’atto fondante della banda della Magliana è il sequestro del duca Massimiliano Grazioli, che si conclude tragicamente con l’uccisione dell’ostaggio. L’ingente riscatto costituisce il primo capitale sociale.

Gran parte della somma estorta alla famiglia del sequestrato viene reinvestita nel traffico di droga, i profitti e le perdite sono messi in comune, capi e gregari percepiscono una quota degli utili, le famiglie degli arrestati vengono sostenute con regolari elargizioni di denaro. Gli “uomini della Magliana” non fanno sconti a nessuno: chi non è con loro, è contro di loro. Chi si oppone alla banda viene eliminato, con chirurgica determinazione.

In breve, i “ragazzi della Magliana” assurgono al rango di signori incontrastati della malavita romana: controllano in regime monopolistico il mercato degli stupefacenti, reinvestono in attività imprenditoriali, riciclano abilmente l’oceanico flusso di denaro che la crescente domanda di eroina scaraventa nelle loro tasche. Le forze dell’ordine e la magistratura, impegnate nella lotta al terrorismo rosso e nero che insanguina l’Italia nella stagione nota come “gli anni di piombo”, sottovalutano inizialmente il pericolo rappresentato da questa nuova forza criminale.

Quelli della Magliana non hanno paura di niente e di nessuno e se ne infischiano delle regole della malavita tradizionale. La banda agisce con spregiudicato stile mafioso, ma solo in pochi sono disposti ad ammettere che anche a Roma può esistere un fenomeno assai simile alla mafia. Gli ambiziosissimi capi della banda approfittano della situazione per tentare uno spericolato salto di qualità. Intessono relazioni con la mafia e con la camorra, con settori deviati dei servizi segreti, con logge massoniche, con terroristi neofascisti. In pochi mesi la banda, da associazione di criminali “puri”, diviene una sorta di holding a cavallo fra delinquenza e politica, restando invischiata in alcuni dei più intricati misteri italiani del tempo.

Quando il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, tramite il boss camorrista Raffele Cutolo, autorevoli personalità politiche chiedono alla banda di attivarsi per trovare la prigione dello statista. Danilo Abbruciati, uno degli elementi di spicco della banda, viene ucciso mentre, in trasferta a Milano, attenta alla vita di Roberto Rosone, il “vice” di Roberto Calvi al Banco Ambrosiano.

L’apice del successo è anche, per la banda, l’inizio della fine. Franco Giuseppucci, capo storico e leader capace di tenere insieme le varie anime del gruppo, viene assassinato da un clan rivale. Con la sua scomparsa, i contrasti latenti esplodono. C’è chi ha saputo mettere a frutto i guadagni, e sogna un futuro rispettabile: abbandonare la pistola, accantonare la droga, diventare un imprenditore rispettato. E chi è rimasto, in fondo, un delinquente di strada arricchito. L’odio divora la banda e la porta alla rovina. I regolamenti di conti seminano una scia di sangue.

La banda non esiste già più a partire dalla metà degli anni Ottanta. Esistono, ancora, pochi banditi, l’un contro l’altro armati. Negli anni Novanta, infine, il pentimento di alcuni superstiti consentirà, attraverso i processi, di far luce su gran parte delle imprese della banda. Finale obbligato per un’epopea delinquenziale che, in fondo, ricalcava uno schema classico nella storia del crimine: non c’è delinquente che non aspiri a diventare “normale”. Per riuscirci, deve essere sempre meno delinquente e sempre più “normale”. Ma se smetti di essere delinquente, perdi il tuo potere sulla strada. E dalla strada verrà qualcuno, più feroce e cattivo di te, e ti leverà di mezzo.


Venerdì 06 Dicembre 2013 - 14:37
Ultimo aggiornamento: Lunedì 16 Dicembre - 10:42

Ministeri, società pubbliche, organi di controllo: con le tasse manteniamo un milione di persone

Sergio Rame - Lun, 16/12/2013 - 12:49

La sovrabbondanza del sistema istituzionale ci costa 23,2 miliardi all'anno. Ecco l'esercito pubblico legato alla politica

I costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a 23,2 miliardi di euro tra funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche, consulenze e costi "derivanti dalla sovrabbondanza del sistema istituzionale".


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Una somma che, stando alle stime della Uil contenute nel terzo rapporto I costi della politica, costa 757 euro medi annui per contribuenti, circa l’1,5% sul prodotto interno lordo. "Un milione di persone vivono di politica, quasi il 5% della forza lavoro - ha detto il segretario del sindacato, Luigi Angeletti - ridurre questo numero si può anche attraverso una riforma della Costituzione". "Le entrate che finanziano i costi della politica sono obbligatorie - ha denunciato Angeletti - sono tasse che ogni cittadino deve versare".

Come spiega bene il rapporto della Uil, per il funzionamento degli organi istituzionali (Stato centrale e autonomie) nel 2013 si spendono oltre 6,1 miliardi di euro, in diminuzione del 4,6% rispetto al 2012. Per le consulenze, invece, vengono sborsati 2,2 miliardi di euro, mentre per il funzionamento degli organi delle società partecipate escono 2,6 miliardi di euro. Per coprire le spese di auto blu, personale di "fiducia politico" e direzione Asl vanno in fumo 5,2 miliardi di euro. Il sovrabbondante sistema istituzionale ci costa 7,1 miliardi di euro. "Una somma pari a 757 euro medi annui per contribuente, che pesa l’1,5% sul pil", chiosa lo studio.

"Ci sono oltre 1,1 milioni di persone che vivono di politica, non ce lo possiamo più permettere - ha spiegato Angeletti - abbiamo perso un milione di posti di lavoro ma neanche un assessore". L'esercito di parlamentari, ministri, amministratori locali è di 144mila persone. A questi si aggiungono gli oltre 24mila consiglieri di amministrazione delle società pubbliche, oltre 45mila persone negli organi di controllo e 39mila persone di supporto degli uffici politici. Infine, ci sono 324mila impiegati cosiddetti di "apparato" (portaborse, collaboratori di gruppi parlamentari e consiliari, segreterie) e 524mila persone che hanno contratti di consulenze e incarichi.

Volo di Stato in Sudafrica, Boldrini denunciata

Luca Romano - Lun, 16/12/2013 - 14:03

Per l’associazione dei consumatori "non si comprende a che titolo la Boldrini abbia usufruito con il proprio compagno di un volo pagato dai cittadini e diretto ad un evento riservato a leader mondiali e capi di Stato"

E alla fine arrivò la denuncia. Il Codacons ha inviato questa mattina un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte dei Conti contro il Presidente della Camera, Laura Boldrini, in merito al volo di Stato in Sudafrica sul quale ha viaggiato anche il suo compagno.


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Per il Codacons, "è necessario accertare se vi siano stati sperperi di risorse pubbliche a danno della collettività. Certo non si comprende cosa ci facesse il compagno della Boldrini su un volo di Stato per una cerimonia cui erano stati invitati esclusivamente capi di Stato e di Governo. Ma soprattutto a spese di chi". "Le risposte sul presunto sessismo fornite dal Presidente della Camera a chi in queste ore l’ha criticata appaiono obiettivamente inaccettabili, soprattutto se si considera che in passato altri esponenti istituzionali di sesso maschile furono denunciati per situazioni assolutamente identiche, ora si dovrà verificare se vi siano stati costi a carico della collettività legati alla presenza su un volo di Stato del compagno della Boldrini e, in tal caso, il Presidente della Camera e il suo fidanzato saranno chiamati a risarcire personalmente i cittadini", ha spiegato il presidente Carlo Rienzi.



Parenti in volo? Alla Boldrini è permesso, a Mastella no

Vittorio Feltri - Lun, 16/12/2013 - 10:54


Chi ha una discreta memoria ricorderà lo scandalo che suscitò alcuni anni orsono, ai tempi del secondo governo Romano Prodi (2006-2008), il viaggio di Clemente Mastella, allora ministro della Giustizia, da Roma a Milano.


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L'uomo di governo, leader dell'Udeur, considerato indispensabile per tenere in piedi la maggioranza di centrosinistra, aveva diritto ad usufruire dell'aereo di Stato per le sue trasferte istituzionali. Poiché egli aveva un impegno di lavoro nel capoluogo lombardo, approfittò della circostanza per seguire con il figlio il Gran premio automobilistico (Formula 1) a Monza. E portò con sé sul jet il familiare senza oneri aggiuntivi a carico delle casse pubbliche. Ovvio, il velivolo, che avesse o no a bordo l'erede del ministro, sarebbe comunque decollato da Roma e atterrato a Linate. Per cui Mastella non ebbe alcuna remora a farsi accompagnare dal figlio nella consapevolezza che ciò non avrebbe implicato una spesa extrabudget. Una scelta, la sua, pienamente legittima.

Nonostante ciò, come si venne a sapere che l'ex democristiano aveva ospitato sull'aereo una persona a lui cara, non facente parte del proprio staff, scoppiò una polemica di fuoco, che divampò per giorni e giorni, finché la grana non fu archiviata perché il fatto non fu giudicato scorretto. Dopodiché non se ne parlò più. Ma ancora adesso Mastella è guardato storto per quella vicenda, benché rivelatasi assolutamente regolare. In Italia per rovinarsi la reputazione non è necessario commettere un peccato; basta che i giornali ti accusino di averlo commesso. Una eventuale assoluzione con «formula piena» non è sufficiente a cancellare la macchia nera.

Cosicché sor Clemente, innocente o no, non importa, presenta una reputazione non del tutto pulita. È assurdo, lo so, ma non c'è nulla da fare. Sarà che lui è un vecchio democristiano, sarà che è stato addirittura il braccio destro di Ciriaco De Mita, sarà che non si è mai nettamente schierato a sinistra, gli avversari non gli perdonano nemmeno gli sgarri che non possono essergli attribuiti per manifesta infondatezza delle accuse.

Ben altro trattamento è stato riservato dai media alla presidente della Camera Laura Boldrini. La quale recentemente si è recata in Sud Africa, allo scopo di partecipare alle esequie di Nelson Mandela, insieme con il fidanzato o compagno o come lo volete chiamare. Va da sé che nessuno ha avuto niente da ridire sul fatto che il giovin signore fosse ospite sull'aereo di Stato diretto laggiù, in fondo al Continente nero. Egli non ha pagato un centesimo per volare? Il problema non è stato nemmeno posto, se non da qualche fogliaccio di destra definito «macchina del fango». La signora Boldrini non è manco stata sfiorata dal sospetto di aver agevolato il moroso, magari pagandogli anche vitto, alloggio e generi di conforto con i soldi degli italiani.

Figuriamoci. Può addirittura darsi che sia stato lui a saldare ogni conto della missione. Non è questo il punto. Vorremmo solo sapere perché i giornali progressisti, gli stessi che massacrarono Mastella per la capatina a Milano col suo «bambino», nel caso analogo alla Boldrini non abbiano sprecato una goccia di inchiostro. Perché lei è una donna e può fare ciò che vuole? Fosse così si tratterebbe di sessismo al contrario. Fossimo in Mastella invocheremmo le quote azzurre. Lo strapotere femminile sta diventando intollerabile. O è solo una questione di doppiopesismo paracomunista o paraculo?

Voli di Stato, campagne d’odio e moralismo troppo facile

Corriere della sera

Gentile direttore,


Catturaaccendere una polemica o, peggio, elevare l’episodio della «gita» in Sudafrica della presidente della Camera Boldrini a questione ideologico-sessuale, mi pare un’idea goffa che stride con la realtà. Capitò anche a me, da ministro della Giustizia, di essere sottoposto ad una campagna di aggressione mediatico-moralistica per essermi fatto accompagnare da mio figlio - solo da lui e, peraltro, regolarmente autorizzato- in un volo per Milano e poi Monza. Le denunce non furono solo giornalistiche. Ce ne fu una reale da parte di un’associazione di consumatori. Finii davanti al Tribunale del ministri e alla Corte dei Conti con l’accusa di utilizzo indebito di un volo di Stato. In entrambi i casi sono stato prosciolto.
La realtà, quella vera, è semplice: invece di utilizzare il volo di Stato per andare a Brescia il lunedì (cosa che mi sarebbe toccata in ragione del mio stato e per motivi di sicurezza) anticipai il volo alla domenica, usufruendo del passaggio da Napoli per Milano dell’allora ministro Francesco Rutelli (che si recava a Monza per premiare il terzetto dei primi arrivati al Gran Premio automobilistico). A Brescia sono andato

il giorno dopo, da Milano, per dirimere una vertenza che vedeva bloccata l’attività giudiziaria del Tribunale a seguito di contrasti sindacali. Quindi non solo non ci fu alcun aggravio per lo Stato ma, invece, ci fu un risparmio, visto che dei due voli previsti ce ne fu uno solo. Tornando alla presenza del compagno della presidente Boldrini e dei suoi collaboratori alle esequie di Mandela, è stato chiarito che non c’è stato alcun costo aggiuntivo. Esattamente come era stato assicurato per mio figlio. Allora, però, zelanti catoniani giornalisti non ne tennero assolutamente conto.

Se questa, oggi, è una scusante, avrebbe dovuto esserla anche per me. Ci fu persino chi chiese le mie dimissioni da ministro... «Non solum, sed etiam»! Leggo che chi allora mi attaccò oggi si profonde in perdoni ideologici per la presidente della Camera. Un atteggiamento da doppiopesismo eticamente ripugnante. Ritengo che Laura Boldrini faccia bene a difendere il suo compagno. Così io, a distanza di tempo, so di essere nel giusto nel ribadire la difesa della mia dignità. E, nel contempo, non posso non essere ancora più arrabbiato per il modo con cui io, e soprattutto mio figlio, fummo trattati. In tutta onestà, mi sento di dire che il viaggio in Sudafrica è stato molto diverso dal mio viaggio a Milano-Monza.

Ps. C’era davvero bisogno che la presidente della Camera e i suoi cari andassero in Sudafrica? Non bastava il presidente del Consiglio Enrico Letta a rappresentare l’Italia ed a rendere omaggio alla figura di un eroe della storia mondiale?

16 dicembre 2013

Kyenge, petizione di 10.000 mamme per mandarla a casa

Libero


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Il caso delle 26 famiglie italiane tenute in ostaggio in Congo da settimane diventa uno scandalo radio-digitale di portata internazionale. A fare da megafono al dramma delle coppie che un mese fa si sono recate nella Repubblica democratica congolese per adottare 32 bambini e sono bloccate dalle autorità locali che le hanno private del visto di uscita per i piccoli, è stata ieri mattina Radio Deejay, uno dei più grandi network nazionali di ispirazione progressista seguitissimo anche dagli italiani nel mondo. La bastonata al ministro del Pd Cecile Kyenge, o meglio “La Bomba” sulla ministra dell’Integrazione l’ha sganciata niente meno che Luciana Littizzetto, celeberrima anchorwoman notoriamente schierata a sinistra. La Kyenge è finita nel mirino della Lucianona nazionale, che stavolta non ha usato la satira colpire il Palazzo, ma un dibattito serio e ben documentato, andato in onda ieri nel suo programma settimanale, appunto “La Bomba”, dove la Littizzetto ha invitato Debora Cingano, la rappresentante di “Mammeonline”.

È una web-community italiana di «madri e madri in divenire, da sempre di grande aiuto alle famiglie adottive che quotidianamente si incontrano nei suoi forum e discutono, si confrontano, si sostengono e scambiano informazioni utili», recita l’homepage. Il portale specializzato in adozioni ha lanciato una petizione, che ha già raccolto 10mila firme, perché le famiglie sequestrate in Congo «possano tornare a casa con i loro figli». Nel ricostruire l’odissea di queste famiglie, si sottolinea come «alcuni tra di loro hanno perso il lavoro, a causa delle assenze prolungate, altri hanno a casa, in Italia, altri figli ad aspettarli, altri ancora sono messi a dura prova in quanto necessitano di farmaci salvavita che in Congo è impossibile reperire». E ora c’è un aggravante: la malaria. Una mamma l’ha già contratta e altri rischiano di essere contagiati. Una conseguenza prevedibile: man mano che passa il tempo vengono meno gli effetti della profilassi eseguita prima della partenza.

Sul loro sito, le mamme italiane se la prendono con il governo e la Farnesina, sottolineandoli in neretto nel comunicato stampa che correda la raccolta firme: «Nonostante la situazione sia critica, il Governo Italiano e il suo Ministro per gli Affari Esteri ad oggi hanno fatto ben poco, oltre ad emettere scarni comunicati stampa riguardanti il proprio impegno, o persino proporre alle famiglie di abbandonare i propri figli in Congo e rientrare in Italia a causa dei tempi che si stanno allungando così imprevedibilmente». Per questo, secondo “Mammeonline”, «il Governo Italiano è due volte colpevole: verso i propri cittadini e verso i bambini, i veri protagonisti di questa vicenda, trascurati da entrambe le parti».

Ma se nel portale è finita Emma Bonino nell’occhio del ciclone, ieri alla radio la portavoce delle mamme italiane, spalleggiata dalla Littizzetto, ha puntato il dito contro la Kyenge. In effetti, è lei la responsabile, essendo, oltre che ministro dell’Integrazione, anche presidente della Commissione per le adozioni internazionali. «È gravissimo, le sue dichiarazioni sono inaccettabili», ha attaccato Debora Cingano, «la Kyenge ha detto che le famiglie non erano in regola perché la loro lista non era riconosciuta dagli enti e dalle autorità italiane. Assolutamente falso. Quelle adozioni sono del tutto regolari». Oggetto delle accuse è l’intervento della ministra dell’Integrazione, che venerdì ha risposto alla Camera a un’interrogazione sulle 26 coppie bloccate in Congo. Dichiarazioni che, «non sono piaciute per niente, anzi, hanno creato ancora più malcontento tra le famiglie», ha rincarato la rappresentante di “Mammeonline” ai microfoni di Radio Deejay.

Tra le frasi incriminate, quella in cui la ministra in aula ha tenuto a precisare che «non si può però parlare di sequestro delle famiglie italiane, come riportato su alcuni organi di stampa, perché i passaporti verrebbero subito riconsegnati ai titolari qualora ciò fosse richiesto». «Ma lì ci sono madri e padri disperati che non riescono a tornare a casa con i bambini: sono i loro figli! Cos’altro è se non un sequesto!», ha sbottato la Cingano, ricordando come la Kyenge si sia anche recata personalmente in Congo poco tempo fa. «A fare che non s’è capito, se questi sono i risultati», è la chiosa al vetriolo della Littizzetto. Ma se persino lei, che fa da spalla tv a Fabio Fazio, s’è arresa all’evidente responsabilità della Kyenge, il Pd invece è in preda all’imbarazzo.  Non bastasse la Littizzetto, infatti, sulla Kyenge piove anche la scomunica di Gad Lerner, uno che a sinistra qualche autorità ce l’ha: la Kyenge, si chiede il giornalista, «porterà a casa qualche risultato?».

E pur di non scaricare le colpe sulla sua ministra, che fa il Pd? Se la prende con le uniche due famiglie che sono riuscite miracolosamente a fare ritorno in Italia. «Siamo lieti che alcune delle famiglie siano tornate a casa insieme ai loro figli», commentano i senatori Roberto Cociancich e Andrea Marcucci, «ma non possiamo però non evidenziare che lascia perplessi la notizia che l'Ambasciatore italiano, Pio Mariani, non fosse stato informato della loro partenza».In poche parole, i democratici pretendono pure che, dopo averne subite di tutti i colori, essere stati abbandonati dalla diplomazia italiana e dalla Kyenge, i genitori sequestrati in Congo, prima di mettere in salvo i figli, andassero a rendere omaggio all’ambasciatore. Cosa non si fa per difendere la casta.

di Barbara Romano

Nella fabbrica segreta dei super droni di Israele

Gian Micalessin - Lun, 16/12/2013 - 08:22

In capannoni sorvegliatissimi vicino a Tel Aviv si producono aerei senza pilota. Compreso Eitan, il velivolo gigante che potrebbe distruggere le batterie iraniane

«I soldati italiani soffrivano in passato di cattiva fama. Le vostre Forze Armate dispiegate in Libano sono, invece, un condensato di alta qualità e geniale creatività.


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Quel che fate lì, parola di soldato israeliano, è un capolavoro». Il «soldato» israeliano in questione si chiama Amos Gilad e non è l'ultimo dei marmittoni. L'ufficio all'ultimo piano del ministero della Difesa di Tel Aviv dove lo incontriamo è proprio accanto a quello del ministro. E non a caso. Dalla scrivania del generale Gilad, direttore dell'Ufficio Affari Politico-militari del ministero passano le decisioni più importanti. Come quella per l'acquisto di 30 aerei italiani M 346 Alenia Aermacchi al costo di 850 milioni di dollari per l'addestramento dei piloti israeliani. Un super contratto analogo a quello sottoscritto dall'Italia per l'acquisto dell'avanzatissimo satellite spia OptSat3000, il grande occhio con cui seguiremo le missioni delle nostre forze armate impegnate a livello globale. Per capire l'importanza di questo secondo contratto bisogna scendere verso i sorvegliatissimi capannoni dell'«Israel Aerospace Industries» disseminati attorno all'aeroporto Ben Gurion.

Lì, dietro posti di blocco, sensori e nugoli di guardie pronte a bloccare visitatori indesiderati, si celano alcuni dei più importanti segreti militari d'Israele. Tra questi l'OptSat 3000. Il satellite, come spiega Ofer Doron, responsabile commerciale del settore Missili e Spazio, è un piccolo condensato della strategia economica e militare d'Israele. «Quello che costruiamo qui è un prodotto di elevate qualità tecnologiche dai costi contenuti», spiega Doron che - dopo averci obbligato a vestire camice bianco, cuffietta e soprascarpe - ci accompagna nella sala sterile dove prende forma il primo satellite per usi militari acquistato dall'Italia. «Vi costa 182 milioni di dollari, ma per voi è un buon affare perché la vostra agenzia spaziale ne sviluppa il sistema radar a visione spettrografica da 250 colori che l'Italia potrà vendere separatamente a noi e altri Paesi».

Il padiglione delle meraviglie di quest'area industriale supersorvegliata è però quello dove si progettano e realizzano i «droni», gli aerei senza pilota. «Vedi questo? Si chiama Ghost (fantasma) vola senza fare il minimo rumore, s'infila ovunque e con il buio è praticamente invisibile. È studiato per le forze speciali. Con lui cambieremo le regole del combattimento nelle aree urbane. Grazie a lui il nemico non avrà più nascondigli», spiega Nir Salomon, il responsabile commerciale dei droni israeliani di ultima generazione. «Ghost», un elicotterino nero da un metro e mezzo pesante quattro chili, è la versione bonsai del Ch47 Chinook, l'elicottero da trasporto a due rotori usato da Stati Uniti e paesi Nato. A differenza del fratellone maggiore questo silenzioso calabrone può volare tutto solo, infiltrarsi dentro un edificio, attraversare - grazie ad un programma computerizzato - scale, porte e finestre, trasmettere le immagini sullo schermo di un computer e al caso anche abbattere un soldato nemico.

Per chi ama far le cose in grande Nir Salomon ha invece pronto Eitan, ovvero il «risoluto», un gigante da quattro tonnellate e mezzo di peso, 14 metri di lunghezza e 26 di apertura alare, capace di volare per 36 ore portandosi dietro mille chili di attrezzature fra bombe, missili e sistemi d'osservazione. Grazie a questo gigante «risoluto» già utilizzato cinque anni fa per distruggere un convoglio di missili partiti dal Sudan e destinati ai militanti di Hamas a Gaza, Israele potrebbe cambiare le regole della partita con l'Iran. Oggi una flotta di Eitan sarebbe già dispiegata in due basi segrete affittate dall'Azerbaigian. Da lì, in caso di raid sulle infrastrutture nucleari di Teheran, i droni israeliani potrebbero colpire le batterie missilistiche iraniane annullando ogni possibilità di rappresaglia. In attesa di una nuova guerra i Ghost, gli Eitan e gli altri droni restano comunque una potentissima arma commerciale. Un'arma richiestissima in tutto il mondo e capace di garantire, da qui al 2020, fatturati per decine di miliardi.

Gesù, la superstar di Internet. È il più moderno della Storia

Maurizio Caverzan - Lun, 16/12/2013 - 08:20

Due ricercatori americani misurano la notorietà nel tempo di migliaia di personaggi. E Cristo batte imperatori, rockstar, filosofi e condottieri

Gesù Cristo superstar del web. Il personaggio più noto, la figura più contemporanea. Son passati oltre duemila anni dal suo Natale, ma la fama del Nazareno oltrepassa i confini del tempo.


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Secondo due ricercatori americani, autori di Who's Bigger: Where Historical Figures Really Rank, un volume che misura l'indice di notorietà nel presente dei personaggi della storia, è lui il più grande. Più di Napoleone e Maometto. Gesù è la maggiore presenza per l'uomo d'oggi anche su internet, il più trasversale e indistinto degli strumenti moderni. Ne sarà felice Papa Francesco: questa ricerca in qualche modo suffraga la sua insistenza della necessità della Chiesa di aprirsi per annunciare il vangelo a tutti. Nelle posizioni di rincalzo di questa originale classifica troviamo, nell'ordine, William Shakespeare, Abramo Lincoln, George Washington, Adolf Hitler, Aristotele, Alessandro Magno e Thomas Jefferson. Il primo italiano è Cristoforo Colombo, in ventesima posizione. I maggiori leader attuali si devono invece accontentare delle retrovie. Barack Obama si ferma al centoundicesimo posto, Nelson Mandela al 356esimo.

Tra i musicisti il più famoso risulta Mozart, ventiquattresimo, mentre Elvis Presley conquista la sessantanovesima piazza. Il software creato dai due studiosi si basa sui risultati di Wikipedia, le opinioni sul web e i libri scritti su ogni singolo personaggio. La lista è lunghissima: imperatori, rockstar, icone del passato, politici, artisti, condottieri, scrittori, musicisti, filosofi, profeti. Il sistema in grado di calcolarne la fama nel tempo funziona un po' come il motore di ricerca di Google. E non a caso Charles Ward, uno dei due autori, è un ingegnere del colosso americano; l'altro è Steven Skiena della Stony Brook University. Ward ha ideato anche un algoritmo che può stabilire se una figura sarà ricordata duecento anni dopo la morte o se è destinata all'oblio. Britney Spears, per dire, titolare della ventisettesima posizione, dopo il trattamento del software sulla durata della fama precipita al 689esimo posto.

Non così il Figlio del falegname di Nazareth, che supera di slancio i due millenni che ci separano dal suo avvento e sembra cavalcare l'onda delle nuove tecnologie. Da «Principe della pace» a «Figlio di Dio» a «Pastore di anime», sono innumerevoli le definizioni con cui compare nel grande mare di internet. Gli storici, tuttavia, si dimostrano scettici. «L'idea che un algoritmo possa fornire un approccio scientifico alla storia è piuttosto assurdo», ha osservato Antony Beevor. Secondo lo studioso britannico, i personaggi non possono essere analizzati soltanto attraverso calcoli al computer, perché rimangono aperte molte «incognite». E, in effetti, è difficile attribuire una patente di scientificità a questo genere di ricerche. Ma nell'epoca dei sondaggi e delle indagini di mercato, la frequenza e l'insistenza con cui si interroga Wikipedia e più in generale il web sulla figura di Cristo qualche significato dovranno pur averlo. Il fatto che Gesù risulti campione di popolarità misurata con i parametri delle nuove tecnologie è quanto meno una dimostrazione di grande contemporaneità.

Lui cieco, lei sorda: due cani diventano inseparabili

Il Mattino

di Alessandra Chello


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Dillon non vede mentre Eve è completamente sorda e priva di un occhio. Due creature condannate dal triste destino dell'abbandono, finiscono nello stesso canile. Il loro incontro però segnerà l'inizio di una nuova vita. Sì perché i due, fin dal primo istante in cui vengono messi in gabbia insieme, diventano inseparabili. Il primo, un mix Dalmata di due anni viene abbandonato appena cucciolo. La femmina, una meticcia di Catahoula Leopard di nove mesi, è stata salvata da un postino mentre vagava disperata sulla neve. Ospiti del Mutts Dog Rescue, un rifugio canadese, i cani diventano immediatamente i protagonisti di una storia che va al di là di ogni possibile immaginazione. Iniziano ad aiutarsi l'un l'altra, tanto che i loro handicap si trasformano in un sodalizio vincente. Si sostengono a vicenda, si aiutano durante i pasti, dormono l'uno accanto all'altra. Insomma, diventano una cosa sola.

La storia viaggia veloce su Facebook. Nessuno del rifugio osava sperare in un'adozione di coppia. E così i profili dei due cani erano proposti separatamente. Finché un giorno la signora Shelley Scudder va al canile per conoscere Eve, ma non aveva davvero considerato la forte dipendenza dei due. Con quattro cani, un fidanzato, un figlio unidicenne non si era sentita pronta per accogliere entrambi. Ma una volta tornata a casa ha subito provato un gran senso di vuoto: Eve e Dillon già le mancavano. E così è risalita in auto. Destinazione, il Rescue. Ora i due cani vivono amatissimi nella loro numerosa famiglia. Ancora un esempio di come le disabilità siano insormontabili solo per chi non riesce a guardarvi attraverso. Eve, Dillon e Shelley hanno avuto occhi, orecchie e cuore per andare ben oltre. Sia i cani che l'essere umano hanno saputo mettersi in gioco. I primi scambiandosi quel che gli era stato risparmiato dalla reciproche sventure. L'altra aprendo generosamente le braccia e la porta di casa.

 
lunedì 16 dicembre 2013 - 01:44   Ultimo aggiornamento: 03:11

Patente, per il rinnovo addio bollino verrà emesso nuovo documento

Il Mattino

Dal 9 gennaio 2014 non basterà più l'apposizione dell'etichetta adesiva. Lo ha stabilito il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti


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Cambia la procedura per il rinnovo della patente di guida.Dal 9 gennaio 2014 non basterà più infatti l'apposizione dell'etichetta adesiva con la nuova scadenza sul vecchio documento ma occorrerà la stampa di una nuova patente. Lo ha stabilito il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con un decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 dicembre che entrerà in vigore dopo 30 giorni, il 9 gennaio appunto. Sono previsti però 20 giorni di tolleranza per permettere alle strutture mediche di aggiornarsi, utilizzando nel frattempo il vecchio sistema.

La conferma di validità del nuovo documento di guida verrà effettuata in maniera telematica, dopodichè la patente rinnovata, con la foto del titolare aggiornata, sarà inviata all'indirizzo di residenza. La nuova procedura prevede che i medici accedano, attraverso il sito web «Il Portale dell'Automobilista», al sistema informatico del Dipartimento per i Trasporti inserendo le proprie credenziali e un PIN. Dopo aver indicato eventuali prescrizioni mediche riguardanti il conducente o adattamenti al veicolo, dovranno inserire gli estremi del pagamento e allegare, infine, foto e firma del titolare. A questo punto il sistema informatico rilascerà una ricevuta che attesta l'avvenuta conferma di validità, il medico dovrà stamparla, firmarla e consegnarla al richiedente. Questa ricevuta vale fino all'arrivo della nuova patente e, in ogni caso, non più di 60 giorni.

Nello stesso momento sarà inoltrato l'ordine di stampa del documento rinnovato che, secondo il Ministero, sarà recapitato entro una settimana all'indirizzo del titolare. Il costo della procedura è invariato (25 euro) e comprende i 16 euro della marca da bollo e i 9 euro dei diritti di Motorizzazione. Entrambi vanno pagati col bollettino postale dedicato, da consegnare poi al medico, insieme alla fotografia in formato cartaceo. A questi costi vanno aggiunti quello della visita medica e i 6,80 euro di posta assicurata, da saldare al momento della consegna o del ritiro presso l'ufficio posale.



Ecco come cambia il rinnovo della patente: dal 2014 tessera e foto nuove

Libero


Addio effetto vintage dell'avere sempre sul documento il proprio ritratto da 18enni. Ma il Codacons sente puzza di bruciato: costerà al cittadino 15 euro in più


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Cambia il procedimento di rinnovo della patente: niente più adesivo da applicare sulla vecchia tessera, ma stampa di una nuova con aggiornamento della foto. Lo ha stabilito il ministero delle Infrastrutture con un decreto che entra in vigore dal 9 gennaio 2014 (e che prevede 20 giorni di tolleranza per permettere alle strutture mediche di mettersi al passo). La nuova procedura di rinnovo avverrà via internet: i medici accederanno, tramite il sito il Portale dell’Automobilista, al sistema informatico del Dipartimento per i Trasporti, inserendo credenziali e pin. Il sistema informatico rilascerà una ricevuta che il medico consegnerà al richiedente, in attesa dell’arrivo del nuovo documento (che dovrebbe arrivare entro una settimana). La ricevuta comunque sostituirà la patente vera e propria fino a un massimo di 60 giorni. Il costo della  procedura è di 25 euro, più i costi della visita medica, mentre la nuova patente verrà spedita a casa del titolare. Addio all'effetto vintage che vedeva persone mature conservare la foto da 18enne sul titolo di guida: al momento del rinnovo, cambia anche la fototessera.

Chi paga? - Dal ministero assicurano che i costi del rinnovo, per i cittadini, rimarranno invariati. Il Codacons, però, sente puzza di bruciato: "Attualmente il costo medio di un rinnovo con il solo bollino, fatto presso le scuole guida, è di 80 euro contro i 130 euro di quando si chiede la stampa della nuova patente - si legge nel comunicato diramato dall'associazione dei consumatori -, ben 50 euro in più. La differenza di prezzo dipende anche dalla diversa procedura e dalle maggiori complicazioni che ne derivano per chi gestisce la pratica, che implicano un servizio differente". Insomma, Codacons stima che dalla stampa di una nuova tessera al momento del rinnovo comporterà una maggiorazione del costo dell'operazione di 15 euro. "La visita medica avrà un costo decisamente maggiore per il fatto che i medici dovranno accedere al sistema informatico - si legge ancora - del Dipartimento per i trasporti,  richiedere le credenziali, verificare la rinnovabilità della patente, inserire i dati nell'apposita maschera che proporrà il sistema informatico e così via".

Io che azzannai il Cinghialone e non vidi gli orrori dei giudici

Vittorio Feltri - Lun, 16/12/2013 - 08:42

Vittorio Feltri ricorda la caduta dell'uomo politico socialista. Confessa la propria disillusione e smaschera le inchieste a senso unico


Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo uno stralcio della prefazione di Vittorio Feltri al libro di Nicolò Amato Bettino Craxi, dunque colpevole (Rubbettino, pagg. 346, euro 16) che rievoca la vicenda giudiziaria del leader socialista, ma - come scrive l'autore (magistrato, ex direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) - «senza riaprire le vecchie polemiche, bensì proponendo una riflessione serena: ora che i Tribunali degli uomini hanno esaurito il loro compito, sia il Tribunale della Storia a esprimere un giudizio obiettivo».



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Dico subito grazie a Nicolò Amato. È uno che ha rischiato la pelle da magistrato, con le sue indagini sul terrorismo, poi come campo del Dap (Direzione amministrazione penitenziaria); quindi ha rischiato la pelle e le palle quando da avvocato ha assunto la difesa del nemico Numero 1 (lui: Bettino), senza mai smettere di palesarsi anzitutto suo amico. E perciò pagando il prezzo dell'isolamento e dell'esclusione da quei mondi cui apparteneva: la magistratura e la sinistra. Memorabile e istruttivo l'episodio di fine 1993 rievocato nel libro, allorché Francesco Rutelli, candidato vincente a sindaco di Roma, gli pose l'aut aut: se difendi ancora Craxi, non farai l'assessore a Roma. C'est la vie. Soprattutto: c'est l'Italie. Poteva dire, italianissimamente: tengo famiglia. Scelse l'amico. Per fortuna c'è chi interpreta vita e Italia come Amato (Nicolò, non Giuliano, che apprendo essere stato oggetto di un'opera d'arte di Craxi dal titolo Becchino. E non penso fosse satira).

Uno dice: ma Feltri come può c'entrare con un libro che sin dal titolo mostra la convinzione dell'autore? E cioè: Craxi era un colpevole predestinato, odiato e dunque condannato in partenza non per dei fatti criminali o perché si fosse accertato un reato, ma perché sì, perché era lui, era Bettino, aveva messo in crisi l'apparato di potere della sinistra e della magistratura, per di più pretendeva che la vera sinistra fosse il suo socialismo autonomista e non quella orfana dell'Urss, un attrezzo occidentale di tipo socialdemocratico. Era Bettino e dunque colpevole, non solo perché aveva idee diverse e pericolose per le caste rosse, ma perché era semplicemente Bettino, una cosa unica come unici sono tutti gli uomini, ma lui di più.

Era fatto di una pasta da capro espiatorio ideale, gigantesco, un ariete perfetto da veder ruzzolare a terra dopo la sua inutile carica, e sgozzarlo felici. Esagero con le immagini truculente, ed è un modo anche questo per espiare il fio, introducendomi a meditare in che razza di compagnia mi fossi infilato dandogli addosso, diventando uno della banda di babbuini digrignanti e ridenti intorno al Bestione. È arcinoto. Ho partecipato alla battuta di caccia al Cinghialone. Nel 1992 stavo a fianco di Antonio Di Pietro e di altre toghe. A Bettino Craxi ho dedicato i titoli più carogna della mia vita professionale al tempo dell'Indipendente.

Del resto Bettino non fece nulla per sottrarsi ai colpi. Incurante di essere considerato il simbolo della politica ladra e corrotta, circondato da ometti che non facevano nemmeno lo sforzo di togliersi la giacca da gangster, non smetteva di ergersi senza ripararsi. Non schivava i colpi, e io pensavo fosse alterigia: quindi via con le ironie, le indignazioni e i sarcasmi. Ho sbagliato. Non scriverei più festosamente davanti alla «rivolta popolare» che accolse Bettino la sera del 30 aprile del 1993 fuori dall'hotel Raphaël a un passo da piazza Navona. Mi sento definito da quanto scrive Nicolò Amato a proposito dei magistrati di Milano: «Hanno fatto errori, ma in buona fede».

I giudici non so, di certo alcuni non sono stati in buona fede quando hanno salvato i compagni del Pci e della sinistra Dc. Io sì, ero convinto di quanto scrivevo e dicevo, ero in buona fede, ma peggio mi sento. Non sono stato cinico, ma cieco. Perché avrei dovuto alzare lo sguardo. Mettere a frutto l'esperienza acquisita quando seguendo il processo contro Enzo Tortora mi accorsi della parzialità dei Pm e delle loro trombe giornalistiche e denunciai l'infamia. Nel caso di Craxi non vidi. Non avrei dovuto fidarmi di chi, con la scusa di ripulire il mondo dai mascalzoni, prenotava la propria statua del condottiero a cavallo.

Se avessi fatto lavorare come si deve i miei cronisti, o anche solo applicato l'intuito, avrei accertato che il «popolo» delle monetine a Craxi era in gran parte costituito da militanti i quali stavano un attimo prima al comizio di Occhetto a piazza Navona. Avrei dovuto sospettare e denunciare subito come sarebbe finita. Un repulisti che salvava i peggiori, che oltre alle tangenti si erano divorati i rubli. Quando finivano in carcere i tesorieri sconosciuti e le mani lunghe del Pci, ma i capi mai, ci limitavamo a credere che fosse per la razza dei compagni, usi obbedir tacendo e tacendo morir, eroici come Salvo D'Acquisto.

A tal punto funziona la sudditanza psicologica in questa provincia dell'Impero. Balle. Craxi non poteva non sapere, mentre per i compagni vigeva un'altra legge, fu applicata loro l'immunità della Santa Ignoranza, i leader rossi sono immacolati avendo lo sguardo perso verso il sol dell'avvenir. Altro che uguaglianza e imparzialità della giustizia. Gli Occhetto, i D'Alema furono solo sfiorati a Milano da una Pm, Tiziana Parenti, subito trattata da colleghi e stampa come una scema. Risultato: Craxi, Forlani, Gava, Darida, Pomicino, De Lorenzo, De Michelis, persino Sterpa, La Malfa e Bossi conobbero l'onta o del carcere o dei processi. I compagni di grosso calibro, mai, solo i manutengoli. Mi fidai delle promesse di Di Pietro, il quale assicurò che avrebbe provveduto anche a sinistra.

Non feci bene tutto il mio mestiere. Ne interpretai solo una parte: il fiuto. Percepivo nell'aria il crollo del sistema, la voglia della gente comune di allestire tante belle pire in tante piazze per eliminare tra fiamme purificatrici una classe politica che allegramente aveva caricato l'Italia di un enorme debito pubblico, e invece di rimediare rubava non solo per i partiti ma anche ai partiti medesimi. Colpa grave di un politico è non capire cosa agita il sentimento dei cittadini. Questo non significa che per forza si debba massaggiare la pancia della marmaglia, ma prendere le contromisure sì. Invece anche Craxi non capì. Si arroccò.

Questo ti rimprovero tuttora Bettino, se mi ascolti, ma non credo (a differenza tua, che sul finire della vita, tra le palme da dattero scrivesti preghiere anche in arabo a Dio, io resto per ora ateo). Un grande politico come te, come fece a non capire? Stavi troppo lontano dalla gente, frequentavi solo la tua corte. Hai fatto grandi cose, mettendo alla frusta i democristiani delle Magna Grecia, impedendo il compromesso storico, abbattendo la scala mobile che ci avrebbe condotto a un fallimento argentino già negli anni Ottanta, ti sei agitato come un leone ferito quanto i comunisti ti hanno ucciso l'amico Walter Tobagi e gli assassini comunisti dopo un battere di ciglia sono stati mandati in libertà. Ma non hai capito niente delle forche che si stavano preparando per te.

E ti chi hanno appeso. Un po' per colpa di una magistratura strabica e pervenuta, ma anche per l'indignazione popolare mossa dai latrocini e dall'illegalità diffusa. Quando si sentiva odore di politica somigliava a quello della fogna, e il fiore che vi galleggiava pasciuto era il garofano. Come hai potuto lasciar fare? Il tuo discorso potente del luglio del 1992, quanto chiamasti a correi tutti i deputati presenti a Montecitorio per il finanziamento illecito alla politica, e insaponasti così la corda della tua impiccagione, nasconde un'imperdonabile colpa di omissione. Bettino, sei stato presidente del Consiglio.

Non avevi da far altro che proporre norme per dare trasparenza ai finanziamenti, legalizzandoli. Invece ti sei limitato ad acconsentire a un'amnistia sul tema, in data 1989, con risultato di rendere candido come la neve il torrente insanguinato dei rubli del gulag, finito nei forzieri comunisti. Complimenti. Sono sarcastico anche se sei defunto. Ma te lo devo, per l'affetto che col tempo ho maturato per te, Bettino. Come scrive Nicolò Amato citando Voltaire: «Ai vivi si devono riguardi; ai morti di deve soltanto la verità». Non ho rispettato ai tempi la prima parte di questa massima liberale. È anche questa una verità che devo al morto.

Come si sarà notato, mi sono battuto il petto, senza esagerare, sono vecchio, per il mea culpa. Questo non mi risparmierà l'esibizione dei campioni dello sport più facile e stupido dopo il curling: quello di mettere in paragone i giudizi di ieri con quelli di oggi, deducendo l'incoerenza dell'autore. La quale incoerenza viene attribuita alla vendita se non della propria anima, almeno del deretano. Amen. Non citerò la solita frase secondo cui solo i cretini non cambiano idea. Io non ho cambiato idea.

Ho semplicemente aperto gli occhi. Detesto come e più di prima i ladri di ogni provenienza, destra o sinistra o centro. Non che mi ritenga superiore, semplicemente più che la forza dei precetti morali in funzione la paura dei carabinieri. Un attimo dopo però, quanto Bettino rimase ferito, costretto alla latitanza, che per uomini come lui giustamente si chiama esilio, e fu consegnato al dileggio da gente che aveva tasche e coscienze grondanti di moneta sovietica, rinunziai a bastonare lo sconfitto.

Nel 1999, gli ultimi mesi della sua vita, cercai di muovere la politica italiana perché gli concedesse la grazia, o almeno la possibilità di curarsi in Italia. Chiesi a Giulio Andreotti di scrivere sul tema per il Quotidiano Nazionale che allora dirigevo. Lo fece di buon grado. Chiese la grazia e usò parole nobili per l'antico avversario, che di lui aveva sentenziato: le volpi finiscono in pellicceria. Non arrivò nulla di nulla dal Quirinale, solo ipocrisia.