mercoledì 11 dicembre 2013

S4 a fuoco, Samsung prova a nascondere l’incidente

Corriere della sera

Un utente su Youtube posta le immagini dello smartphone bruciato, il colosso propone il cambio a patto che il video venga rimosso
 
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MILANO - L’intenzione della Samsung era quella di mettere a tacere l’ennesimo caso di un telefonino incendiatosi per cause sconosciute promettendo al cliente insoddisfatto la sostituzione del Galaxy S4 che aveva preso fuoco mentre era in carica. Peccato però che la decisione di inviargli una lettera intimandogli di togliere il relativo video e tutti i link correlati alla vicenda dal suo canale Youtube quale condizione indispensabile per il cambio di cellulare si sia rivelata un vero e proprio boomerang per l’immagine del colosso sud coreano.

Il mio Galaxy S4 ha preso fuoco? (11/12/2013)
Già, perché l’utente GhostlyRich non si è solo limitato a postare il filmato del cellulare danneggiato nel quale raccontava come dal suo Galaxy S4 «avesse improvvisamente cominciato ad uscire del fuoco mentre era collegato al caricatore originale, anche se fortunatamente la batteria non è esplosa», ma ha reso anche pubblica (con secondo videomessaggio annesso) pure la lettera che gli era arrivata dalla Samsung e nella quale gli veniva intimato il segreto sui dettagli dell’accordo «come condizione per sostituire il telefono con un modello analogo».

S4 a fuoco, la lettera di Samsung (11/12/2013)
Un’imposizione che però il ragazzo non ha gradito e, pur sapendo che così facendo si sarebbe quasi sicuramente giocato un Galaxy S4 nuovo di zecca, ha comunque denunciato sul web il comportamento della Samsung. Risultato: il video che nessuno avrebbe dovuto vedere ha in realtà già toccato le 700mila visualizzazioni, mentre quello della controfferta dal tono intimidatorio è arrivato a 270mila.

Come ricorda anche il Daily Mail, l’incidente di cui è rimasto vittima GhostlyRich con un cellulare Samsung è solo l’ultimo di una serie: a giugno, infatti, un uomo di Hong Kong di nome Du sostenne che il suo appartamento fosse andato completamente distrutto a causa delle fiamme propagatesi dal suo Galaxy S4, mentre appena un mese dopo la 18enne svizzera Fanny Schlatter si era ritrovata con ustioni di secondo e terzo grado su tutto il corpo quando il Galaxy S3 che aveva nella tasca posteriore dei pantaloni aveva preso fuoco. Due anni fa, conclude il sito inglese, capitò lo stesso ad un sudcoreano con un Galaxy Note, esploso all’improvviso mentre l’uomo camminava per strada.

11 dicembre 2013

Un giorno più, un giorno meno

La Stampa

yoani sanchez


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“Ripetere è il miglior modo di insegnare” diceva riempiendosi la bocca un mio un vecchio professore liceale di Preparazione Militare. Non si riferiva, certo, alla ripetizione di una frase o di una determinata operazione matematica per cercare di memorizzarle. In realtà alludeva al castigo, alla correzione, che - secondo lui - doveva essere esemplare per generare rispetto. Per questo ci umiliava con grida e punizioni immotivate, definendoci “deboli” quando non sapevamo usare il fucile o non eravamo capaci a strisciare sull’erba. Ma tutto questo non serviva tanto a farci memorizzare le nozioni impartite, quanto a generare disprezzo e timore nei suoi confronti. 

Ogni anno, il 10 dicembre, gli organi della Sicurezza di Stato seguono questa logica improntata alla repressione. La giornata mondiale per i Diritti Umani qui da noi è vissuta come ventiquattro ore all’insegna di bastone e minacce. Ogni anno il copione è identico con l’aggiunta di piccoli correttivi che cercano di rendere innocue le vittime. Arresti, case presidiate e minacce anticipate verso i membri dei diversi movimenti civici, fanno parte di un identico “rituale del terrore”. A queste attività repressive va aggiunto il taglio dei telefoni mobili - con la complicità dell’impresa Cubacel - e l’invio di messaggi apocrifi per diffondere il caos tra gli attivisti. 

Tuttavia, la punizione reiterata da tempo non produce i suoi frutti. Il numero delle persone che manifestano per i Diritti Umani è in continuo aumento e non accenna a fermarsi. La vecchia pedagogia punitiva non sembra più in grado di servire da esempio, ma finisce per ravvivare i motivi delle proteste. Inoltre, presenziano alle manifestazioni persone non appartenenti a organizzazioni critiche e a gruppi dissidenti, che prendono nota di certi metodi repressivi. Testimoni del momento in cui vengono spinte con forza dentro un’auto alcune Damas de Blanco e di quando viene tolta una macchina fotografica dalle mani di un dissidente. Dopo aver visto cose simili, non potranno più dire di non sapere, non saranno più gli stessi. 

La ripetizione della repressione serve soltanto a produrre maggior anticonformismo, non certo ad annientarlo. Le punizioni corporali inferte con insistenza non servono a insegnare … perché non vogliamo apprendere una simile lezione di docilità. 

Se l’iPhone non riconosce più le impronte

Corriere della sera

Sempre più utenti segnalano malfunzionamenti al Touch Id del nuovo 5S. Attesa per una risposta da Cupertino

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MILANO - Una delle funzioni chiave del nuovo iPhone 5S di Apple è sicuramente l’uso del lettore di impronte per sbloccare il telefono e sostituire un gesto alla digitazione del codice Lungi dall’essere perfetto, come abbiamo già visto in passato, rappresenta un grande passo avanti nella comodità d’uso degli smartphone. Proteggere lo smartphone diventa meno laborioso e quindi la nuova funzione è utilizzata da molti. Purtroppo, non tutto fila liscio. Da quanto risulta dalla classica esperienza di amici e parenti, supportata da un lunghissimo topic di 46 pagine sul forum ufficiale di Apple, il sensore Touch ID di molti iPhone 5S perde di efficacia con il passare del tempo, fino a diventare impossibile da usare e a costringere gli utilizzatori a tornare al vecchio codice numerico di sblocco.

In realtà, molti utenti hanno scoperto che il problema si risolve ripetendo la procedura di registrazione delle proprie impronte, ma la panacea è di breve durata. Ogni mese, circa, il riconoscimento torna erratico, costringendo gli utenti a una nuova registrazione. Ma com’è possibile che la funzione più in vista dello smartphone più blasonato del mercato sia affetta da un difetto così evidente? Apple non ha ancora rilasciato dichiarazioni a riguardo, ma le ipotesi sono due. La prima riguarda la possibilità che ci sia un problema software. L’iPhone 5S, infatti, gestisce le impronte digitali tramite un sistema “intelligente” che dovrebbe migliorarne il riconoscimento con il passare del tempo. Forse, il sistema non è poi così avanzato e invece di migliorare il riconoscimento, lo degrada fino a renderlo inutilizzabile. In questo caso, un semplice aggiornamento di iOS potrebbe sistemare le cose, ma resterebbe da capire perché allora non capiti a tutti i dispositivi.

1La seconda opzione è che una partita di sensori Touch ID sia inaffidabile nel tempo e soggetta a variazioni nella registrazione del segnale, magari introdotte da variazioni ambientali come temperatura e umidità. In altre parole, le impronte son sempre le stesse, ma la risposta del sensore cambia a seconda del clima e con il cambio di stagione saltano fuori i problemi. In questo caso, una soluzione software è più complessa, anche se non da escludere a priori. Fino a quando non salterà fuori un fix “ufficiale” al problema, dovremo rassegnarci a ripetere la procedura di registrazione ogni mese circa. Un sacrificio tutto sommato accettabile pur di non tornare a digitare password ovunque…



5c, l'iPhone (non proprio) low cost: la recensione (31/10/2013)
Ecco Apple iPhone 5s: la videorecensione di P. Ottolina (30/10/2013)
11 dicembre 2013

Italiani bloccati in Congo Una delle mamme malata di malaria

Libero

La vaccinazione fatta dalle 26 coppie andate in Africa per adottare bambini durava un mese e ora sono a rischio malattia. La Kyenge: "Non so quando riusciremo a farli tornare"


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Abbandonati a se stessi, tra gastroenteriti, orticarie, casi di febbere. E ora pure un caso di malaria, accertato grazie ad esami in loco. Si fa sempre più difficile la situazione per i 52 cittadini italiani bloccati da un mese in Congo, dove si erano recati per adottare dei bambini sull'onda delle rassicurazioni che avevano ricevuto dal ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge che aveva avuto contatti con le autorità di Kinshasa. "Partite pure, mi hanno garantito che non ci saranno problemi per portare in Italia i bambini", aveva detto alle 26 coppie la prima ministra di colore della storia della Repubblica, che proprio in Congo è nata. E invece di problemi ce ne sono stati eccome, perché per i 32 bambini adottati continuano a macare i visti d'uscita dal paese africano.

Intanto, una delle mamme si è ammalata di malaria, diagnosi confermata dall'esame effettuato con il metodo dello "striscio": da ieri ha iniziato la terapia ed è sotto controllo. Ma il timore è anche per tutti gli altri genitori, perché la vaccinazione fatta in Italia dà copertura per un mese e d'ora innanzi tutti sono a rischio di ammalarsi. Mai avrebbero pensato di fermarsi tanto a lungo, viste anche le rassicurazioni ricevute nientemeno che dal ministro. Che, però, oggi dice: "Stiamo intensificando i contatti con la diplomazia, ma non è facile prevedere la tempistica". Insomma, per le 26 coppie d'italiani si prospetta lo spettro di un Natale in Congo. E non è un cinepanettone.



La Kyenge promette adozioni: 52 genitori prigionieri in Congo

Libero
03/12/2013



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Troncato sul nascere il tentativo di riformare la legge sulla cittadinanza in Italia, il ministro per l’Integrazione, Cécile Kyenge, prende una porta in faccia anche nel suo Paese di origine. In Congo, l’oculista del governo Letta ha preso a cuore le adozioni internazionali. Sulla parola, il 4 novembre scorso, aveva ottenuto il lieto fine per 26 adozioni bloccate da un cavillo burocratico; nella realtà, la Kyenge è stata presa per il naso e quelle pratiche sono a tutt’oggi prive del timbro che consenta ai bambini di lasciare l’Africa.

Quell’unico  cavillo rimasto a tenere in sospeso il sogno di 26 famiglie italiane sarebbe dovuto essere depennato «dopo un paio di giorni», le avevano garantito. Era, secondo le autorità locali, un pro-forma per il quale sarebbe stata sufficiente una verifica tra il ministero degli Interni congolese e l’ambasciata italiana a Kinshasa. Un check di verifica, per controllare  che le due liste  con i nomi dei genitori adottivi «approvati dall’iter» combaciassero. Un’operazione di poco conto e da sbrigare in una manciata di minuti.

Invece, a un mese da quella promessa, subito rimbalzata dalla Kyenge, il ministro ha semplicemente illuso molti italiani di poter vedere finalmente il figlio dormire nella cameretta rimasta da sempre vuota. Di più. Al rientro in Italia la Kyenge si è vantata di avere fatto «ripristinare tutte le pratiche di adozione che avevano già ricevuto l’approvazione definitiva delle autorità locali», queste 26, appunto. Ora, però, della situazione in stallo, preferisce non parlare più. Del resto, non è certamente una carta da giocare sotto i riflettori dei media e in un momento politico delicato.

La vicenda delle adozioni in Congo era esplosa il 25 settembre scorso, data in cui tutte le pratiche erano state congelate in attesa di più rigorosi controlli. «Sette coppie», accetta di raccontare a Libero l’ambasciatore italiano a Kinshasa, Pio Mariani, «erano rimaste intrappolate da quella data spartiacque, un limite che quelle persone ignoravano. Già in città da molti giorni, in procinto di ripartire, le sette coppie avevano avuto la sfortuna di fare i biglietti aerei dopo quel confine temporale.

Una banalità che, con impegno, sono riuscito a far inquadrare come una sfortunata fatalità per la quale sarebbe stato opportuno chiudere un occhio. Certo», assicura il diplomatico, «nel far ripartire quelle 14 persone con i loro bambini ha pesato l’incontro tra il ministro dell’Interno congolese e il nostro per l’integrazione». Ma quelle sette famiglie hanno toccato il suolo italiano prima che la Kyenge toccasse quello africano, all’inizio di novembre.

Accettando comunque di dare alla ministra il merito di queste adozioni andate in porto, elevando il fiasco delle 26 famiglie ancora bloccate in Congo a “un mezzo successo”, l’incontro del 4 novembre è stato invece sicuramente venduto per ciò che non era e, infatti, ancora non è stato. «Un ottimo risultato» privo del tassello finale, perciò ancora prematuro da essere definito come «successo». Tanto che quel tassello finale, un incontro veloce tra i delegati dei due Paesi, non trova posto nell’agenda delle autorità congolesi. Intanto, da oltre un mese, le 26 coppie di genitori sono ostaggio del loro sogno di tornare a casa come una famiglia.

Esauste dalle condizioni di disagio in cui stanno affrontando questo calvario, quelle 52 persone continuano nonostante tutto a rimanere vicino ai figli. Le condizioni sono disumane: i nostri connazionali dormono sul pavimento di una stanza dell’orfanotrofio del capoluogo, sono senza acqua corrente, si lavano con quella piovana, sono senza elettricità e alcuni hanno terminato le scorte dei medicinali salva-vita. Anche la profilassi per la malaria è al limite dell’efficacia e, colpo di grazia, chi aveva preso un paio di settimane di ferie per andare a prendere il figlio è stato licenziato. L’assenza si sarebbe protratta oltre i  limiti, secondo alcuni datori di lavoro, e l’impiego è sfumato.

Lei, Cécile Kyenge lo sa, sa tutto. L’ambasciatore italiano a Kinshasa tiene informato il ministero in Italia, riversa sul suo referente lo sconforto per il silenzio delle autorità locali. «Scrivo e telefono tutti i giorni ai vertici congolesi», si sfoga Mariani, «eppure non ottengo risposta. Adesso ho interessato direttamente il ministro dell’Interno e il direttore generale della direzione generale dell’immigrazione», ma il presidente è in viaggio da due settimane e nei prossimi giorni si sposterà in Europa. Al seguito posta con sé i vertici del governo, perciò non si prevedono tempi brevi. Dal ministero italiano dell’Integrazione, invece, Mariani riceve continue rassicurazioni, «ce ne stiamo occupando», gli ripetono, ma i segnali per adesso sono invisibili.  

Del resto il diplomatico non se la sente di dare responsabilità a nessuno. Semmai addita come incaute le associazioni che, dopo il blocco del 25 settembre, hanno messo in viaggio le coppie di genitori adottivi senza verificare se l’ambasciata a Kinshasa avesse risolto quel cavillo. «Sembrava roba di un paio di giorni», ripete Mariani, «invece è passato un mese. Certo», spiega, «è un momento delicato per il Congo. Da due settimane il presidente è nell’est del Paese, dove è stata vinta la guerra contro i ribelli dell’M23, a riprendere contatto con il suo popolo. E poi ancora viaggi, attraverso le sue terre e fino a Parigi». La Kyenge, però, conosceva bene la situazione del Congo. Tant’è che, arrivata all’incontro del mese scorso con le massime autorità del posto, si era congratulata per il successo riscosso sul campo di battaglia.

E’ la sua terra. Lei, più di altri, sapeva che i giorni seguenti sarebbero stati frenetici per il governo congolese. Eppure si è fidata di quella parola, «tra un paio di giorni faremo il check con il vostro ambasciatore e daremo il via libera alle adozioni già andate a buon fine». Parole che, in quella situazione, forse meritavano più prudenza. Forse la Kyenge avrebbe dovuto chiedere di controllare le liste dei nomi quel giorno stesso, avendo la possibilità di sedere di fronte ai ministri dell’Interno e della Famiglia. Invece si è fidata di una promessa che non aveva i presupposti per essere affidabile ed è tornata in Italia. Ha annunciato il buon esito del viaggio e ora le sta cadendo addosso il dolore di quei 52 genitori rimasti a vegliare i figli bloccati in Congo.

di Roberta Catania

Dispositivi mobili con controllo gestuale grazie a Leap Motion

La Stampa

carlo lavalle

Il sistema integrabile già nella seconda metà del 2014


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Leap Motion è pronta per portare la tecnologia di controllo gestuale nel settore mobile. Tablet e smartphone potrebbero integrare il suo sistema già nella seconda metà del 2014. Lo rivela Michael Buckwald, amministratore delegato della start-up statunitense, in una intervista concessa al sito The Next Web. 

I problemi tecnici di adattamento a dispositivi più piccoli sono stati risolti ma non c’è ancora una roadmap stabilita per l’introduzione sul mercato. I primi device potrebbero arrivare tra luglio e dicembre del prossimo anno. In attesa del prossimo debutto, il manager della società con sede a San Francisco chiarisce che l’azienda si sta muovendo per mettere a punto la strategia di utilizzo e l’esperienza d’uso per cellulari e tablet. Una delle frontiere sono i giochi ma lo spazio 3D potrebbe essere sfruttato per interagire con i tablet e con gli schermi a distanza. 

In ogni caso, le ambizioni di Leap Motion sono molto più ampie. “Abbiamo iniziato con i pc, ma vogliamo estendere la tecnologia a tablet, cellulari, head mounted display e televisori” – spiega Michael Buckwald. Un esempio di questa volontà di espandersi e della forte carica innovativa del suo progetto è rappresentata dalla partnership con HP. A settembre, a pochi mesi dalla commercializzazione della periferica controller, è uscito il notebook Envy 17 con controllo gestuale incorporato vicino al touchpad, mentre è pochi giorni fa è stato annunciato un accordo, sempre con la multinazionale di Palo Alto, che comprende anche la realizzazione e la vendita di pc all-in-one e tastiere con sistema Leap Motion integrato.

Nei piani della start-up è previsto, inoltre, un aggiornamento del software. Per gli utenti che hanno acquistato il dispositivo controller per computer desktop si sta predisponendo una nuova versione che verrà rilasciata nel mese di gennaio 2014. Lo scopo è perfezionare e rendere più accurato il rilevamento da parte del sensore del movimento delle mani, in modo da visualizzarle entrambe sullo schermo, e potenziare il controllo attraverso gesture. 

Questo sviluppo permette di avere maggiore efficacia quando si usano applicazioni come Free Form per la modellazione di oggetti in ambiente tridimensionale, i quali una volta creati possono diventare prodotti per stampanti 3D. L’app, lanciata a novembre e distribuita sul marketplace Airspace , è stata messa a disposizione, gratuitamente per i consumatori, e open-source per incoraggiare il maggior numero degli 85.000 sviluppatori che operano sulla piattaforma a realizzare nuovi progetti.

I 200mila bimbi schiavi che colgono per noi il cacao

La Stampa

federica ciavoni

L’industria dell’alimento più buono del mondo ancora oggi nasconde scenari loschi di schiavitù e sfruttamento. I bambini e i ragazzi che lavorano nelle piantagioni di cacao africane sarebbero più di 200mila. Hanno tra 5 e 15 anni, e sono vittime di una vera e propria “tratta”



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L’industria dell’alimento più buono del mondo ancora oggi nasconde scenari loschi di schiavitù e sfruttamento. I bambini e i ragazzi che lavorano nelle piantagioni di cacao africane sarebbero, secondo alcune stime, più di 200mila di età compresa tra i cinque e i quindici anni, vittime di una vera e propria “tratta”.

Lavorano sottopagati se non gratuitamente, in condizioni pessime: vengono maltrattati e tenuti rinchiusi in baracche, spesso malnutriti. Il fenomeno riguarda numerosi paesi dell’Africa occidentale, tra i principali produttori di cacao del mondo (il 70% della produzione mondiale di cacao è coltivato qui): Costa d’Avorio, Mali, Benin, Togo, Ghana, Nigeria, Camerun, Burkina Faso. I bambini lavoratori sono spesso esposti a condizioni estremamente dannose per la loro salute fisica e mentale, come afferma l’International Labor Rights Forum, una ONG statunitense. 

La Nestlé, una delle maggiori aziende alimentari del mondo, nel 2005 è stata denunciata dall’International Labor Rights Fund e dalla Global Exchange per l’uso di manodopera ridotta in schiavitù. Ma la multinazionale svizzera ha replicato dichiarando che il lavoro minorile è contro i principi della società. Nel 2001, infatti, la Nestlé, insieme ad altre grandissime aziende cioccolatiere, ha firmato il Protocollo Harkin- Engel (anche detto Protocollo sul cacao).

La convenzione internazionale nacque con l’obiettivo di “migliorare gli standard sul lavoro minorile, elaborare una certificazione del cacao e proibire le forme di schiavitù, ottenendo il sostegno dell’industria, dei governi nazionali e delle organizzazioni non governative”. Il documento fu sottoscritto tra gli altri da Hershey, Mars e World’s Finest Chocolate e sembrò, dopo non poche difficoltà e avversità, la soluzione per tenere sotto controllo il fenomeno che ha aspetti drammatici, dopo i fallimenti di un Rapporto Unicef del 1998 e di un Rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato americano del 2000; tali documenti denunciavano le condizioni assurde di lavoro nelle piantagioni di cacao in quelle aree dell’Africa, ma ebbero ben poca risonanza.

Nonostante la condanna del Parlamento europeo al lavoro minorile nelle piantagioni di cacao, l’esplicita richiesta di piena attuazione del Protocollo Harkin-Engel ed una Proposta di Risoluzione dell’anno scorso “di introdurre un sistema di tracciabilità per la catena di approvvigionamento del cacao controllato da un organismo terzo accreditato”, il protocollo non risulta ancora attuato. Interessante è il documentario di Miki Mistrati e Roberto Romano, che racconta con immagini crude ed inequivocabili il fenomeno. Il viaggio-inchiesta dei due giornalisti, che si intitola “The dark side of chocolate” (che è possibile vedere qui in basso, con sottotitoli in italiano), indaga su come il traffico di esseri umani ed il lavoro minorile in Costa d’Avorio alimentino il mercato mondiale del cioccolato. 

La questione è stata tra i temi centrali della manifestazione Altrocioccolato, organizzata da Umbria Equosolidale a Città di Castello a fine ottobre, così come di Io.Equo, una campagna di sensibilizzazione di Altromercato dedicata quest’anno al cacao. Le iniziative avevano innanzitutto lo scopo di promuovere un modo diverso di consumare, più consapevole, che abbia alle spalle la certificazione che i prodotti non provengano dal lavoro minorile; ed inoltre quello di far conoscere il commercio equo e solidale come forma di commercio sostenibile ed etico, che garantisca ai produttori e ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento economico e sociale onesto e rispettoso.

Sebbene sulla carta esistano norme internazionali per eliminare il lavoro minorile nelle piantagioni di cacao, lo sfruttamento minorile per i lavori pesanti è un fenomeno ancora globale che riguarda non solo il settore del cacao, ma è purtroppo esteso a molti altri ambiti del mercato mondiale. I numeri parlano chiaro: secondo le stime dell’OIL, nel mondo ci sono 215 milioni di bambini che lavorano in attività che andrebbero abolite; tra questi 152 milioni hanno meno di quindici anni, e 115 milioni svolgono lavori pericolosi. Dati dell’International Labor Rights Forum affermano che del numero globale di bambini lavoratori 120 milioni lavorano a tempo pieno per aiutare le famiglie sull’orlo della miseria, ma che il fenomeno non riguarda solo paesi poveri, ma tutto il pianeta. Stati Uniti compresi.

Lettera ai poliziotti, Grillo denunciato

Luca Romano - Mer, 11/12/2013 - 12:07

Il leader del M5S rischia di essere indagato da diverse procure. Una prima denuncia è stata presentata questa mattina a Roma: "Istiga i militari a disobbedire alle leggi"

Beppe Grillo denunciato in tutta Italia. La sua lettera aperta ai poliziotti (in cui invitava a non difendere più la classe politica) non è piaciuta.


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E così una serie di cittadini si stanno recando in vari commissariati per sporgere denuncia formale. La prima è stata presentata questa mattina a Roma da Luca De Vecchi e Piercamillo Falasca, candidati alle ultime elezioni con Scelta Civica.  

"Abbiamo denunciato Beppe Grillo per istigazione di militari a disobbedire alle leggi, reato previsto dall’articolo 266 del Codice Penale (punito con la reclusione fino a 5 anni) e commesso da Grillo per mezzo della lettera aperta inviata in data odierna al Comandante generale della Arma dei Carabinieri, al capo della Polizia di Stato e al Capo di Stato maggiore della esercito, pubblicata sul blog beppegrillo.it, nonché riportata su diverse testate giornalistiche nazionali, con la quale si incitano i militari a disobbedire alle leggi, a violare il giuramento dato e a disattendere i doveri inerenti al loro stato", scrivono in una nota gli autori dell’iniziativa. "La critica politica è sempre legittima, ma noi riteniamo, da cittadini, che occorra mettere un argine a questa pericolosa delegittimazione delle istituzioni, esasperata dall’incitamento ad azioni contrarie allo Stato di diritto, e così pericolosamente simile a derive anti-democratiche del passato", aggiungono i querelanti.

11.12.13: ultima data in sequenza del secolo. La prossima tra 90 anni

Il Mattino


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VENEZIA - Di certo l'attesa per l'11 dicembre 2013 non è di quelle delle grandi occasioni, eppure a un osservatore più attento non sarà sfuggito che la data di domani, scritta in numeri, è 11.12.13: tre cifre in sequenza crescente. Stavolta dietro non ci sono teorie complottistiche che promettono la fine del mondo e l'inizio di una nuova era, ma c'è chi vuole ugualmente rendere questa data un giorno speciale: si tratta di Ron Gordon, un insegnante in pensione californiano che ha messo in palio 1.112,13 dollari a chi presenterà l'idea più originale per festeggiare l'evento.Sì, perché a conti fatti, la prossima volta che si presenterà una data in sequenza numerica sarà l'1.2.3, ovvero il primo febbraio 2103, tra 89 anni.

 
mercoledì 11 dicembre 2013 - 10:17

Capua, sito internet del comune non aggiornato: utenti «depistati»

Il Mattino

di Stefano Canciello


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CAPUA - Dovrebbe essere il veicolo di informazione principale per i cittadini e non solo quelli capuani. Chi ha bisogno di informazioni oggi si affida al computer per cercare i dati di cui ha bisogno, se però cerca riferimenti istituzionali nel sito ufficiale del comune di Capua un «navigatore» corre il rischio di uscire «fuori rotta». Semplicemente perché il sito dell'ente non è aggiornato. Chi è del luogo e vive la vita politico-amministrativa della città, conosce bene questo o quel consigliere, come sicuramente saprà la composizione dell'esecutivo che in questi ultimi tempi è cambiato. Ma chi da fuori, cerca notizie sugli organi comunali e si affida al sito web, avrà notizie inesatte. Un esempio: nella civica assemblea non compaiono i gruppi politici di appartenenza dei singoli consiglieri.

 
martedì 10 dicembre 2013 - 23:21   Ultimo aggiornamento: mercoledì 11 dicembre 2013 12:47

Ora Pechino esalta lo smog "Egualitario ed esilarante"

Stefano Zurlo - Mer, 11/12/2013 - 08:57

Mentre l'inquinamento soffoca la Cina, la tv di Stato riesce a trovare cinque presunti vantaggi per il popolo

Quando è troppo è troppo. A Harbin, città situata nel Nord dell'immenso Paese, anche i cinesi hanno smesso di fare i cinesi: «Non riusciamo più a vedere il sole».


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Lo smog è troppo fitto, una nebbia compatta e malefica che porta inquinamento e distribuisce, come regali, malattie e morte. Le formiche cinesi si sono spaventate perchè anche le formiche vorrebbero avere un cielo che invece è stato confiscato nel nome del progresso. Le notizie che arrivano giorno per giorno sono spaventose: scuole chiuse a Shanghai, la metropoli più popolosa e forse vulnerabile del mondo che costringe i bambini ad una sfida quotidiana per l'esistenza, la scoperta di veri e propri «villaggi cancro», dove la concentrazione di polveri sottili, magari assortita con la devastazione della terra, è tale da garantire una malattia sicura nel futuro prossimo ai malcapitati residenti e via elencando le cifre impietose del nemico che sta strozzando il popolo più numeroso del pianeta. L'autorevole rivista britannica The Lancet va anche oltre: il 40 per cento delle morti precoci sarebbe causato in Cina dal solito smog che dunque avrebbe sulla coscienza 1,2 milioni di croci l'anno. Una strage.

Ma ora si corre ai ripari. Come? La Cina, si sa, sta cambiando e il partito comunista ha appena dato qualche colpo di piccone a vecchi tabù: per esempio è finita, almeno sulla carta, la politica del figlio unico. Chi vuole potrà cercare il secondo marmocchio. Il partito in camera da letto chiude un occhio. Figurarsi, anche con lo smog si cambia. Sorpresa, le gigantesche nubi che soffocano la vita del miliardo e passa di formichine resteranno lì a premere sulle povere teste dei sudditi, ma quello che deve essere modificato è l'approccio: sì, perché anche lo smog ha i suoi pregi. Almeno cinque, secondo un puntiglioso elenco stilato dai giornalisti ben indottrinati della tv statale Cctv.

Non è uno scherzo. Per niente, semmai è la filosofia del bicchiere mezzo pieno; qui, a nostro parere, è vuoto e basta ma la televisione statale prova a riempirlo: «La nuvola di smog ci ha portato cinque inaspettati vantaggi». Addirittura. A quanto pare ha reso il popolo più unito, più sobrio e l'ha messo di buonumore; non solo: ha regalato, ci si perdoni l'ironia, una ventata di equità e un soffio di cultura. Insomma, se le polveri sottili non sono benedette, poco ci manca.

Sembra una barzelletta, sono i frutti del turbo capitalismo rosso. «Lo smog – spiegano i telecronisti di Cctv – ha una funzione egualitaria in quanto colpisce i polmoni sia dei ricchi che dei poveri». Se è per questo anche il comunismo ha avuto nella storia una funzione egualitaria: i benestanti sono scesi a zero come quelli che già lottavano per la sussistenza. Ma andiamo avanti con le sensazionali scoperte: «Lo smog spinge alla sobrietà perché fa riflettere sul boom dei consumi. Ha fatto bene alla creatività dei cinesi che per distrarsi dai problemi ambientali e affrontarli a cuor leggero si buttano su libri e commedie televisive umoristiche».

C'è da rimanere allibiti. Ma non è finita. C'è un'altra perla da infilare nella collana che l'inquinamento ha regalato ai cinesi: «La nostra conoscenza di materie come meteorologia, chimica, fisica, storia è cresciuta. Senza la nuvola di smog, chi di noi saprebbe cosa è il Pm?». Giusto. E anche le conoscenze, dirette, dei tumori, dell'asma e di tanti altri guai dell'organismo devono essere aumentate a dismisura con milioni e milioni di persone che abitano dentro una notte avvelenata e con l'esperienza purtroppo accumulata sul campo potrebbero meritare una laurea honoris causa in medicina. È la realtà dei Paesi che non conoscono la democrazia: quando la medaglia non luccica basta rovesciarla. Intanto il cappio dello smog si fa sempre più stretto.

India, l’omosessualità è di nuovo un reato La Corte suprema annulla la svolta del 2009

Corriere della sera

I sommi giudici hanno dichiarato incostituzionale la sentenza tesa ad abrogare la misura del codice penale coloniale

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L’omosessualità è di nuovo reato in India. La Corte Suprema indiana ha emesso una sentenza con cui si dichiara che ha rovesciato a sentenza con cui nel 2009 l’Alta Corte di Delhi aveva depenalizzato i rapporti consensuali tra adulti dello stesso sesso.

«INCOSTITUZIONALE» - I sommi giudici indiani hanno dichiarato incostituzionale la sentenza tesa ad abrogare la misura del codice penale indiano, che risale a 148 anni fa ancora al periodo coloniale, che stabiliva che l’omosessualità fosse un crimine contro natura punibile con 10 anni di prigione. Secondo la Corte Suprema deve essere il governo attraverso il processo legislativo, e non una sentenza, ad abrogare questa misura.

«UNA SCONFITTA» - «E’ una terribile sconfitta per la comunità Lgbt - ha detto Ashok Row Kavi, un attivista gay indiano - questo provocherà maggiori problemi con la polizia e costringerà le persone che nascondono la loro identità sessuale a non rivolgersi alle strutture sanitarie».

11 dicembre 2013

Bonaparte Napoleone, la lettera del censimento arriva ad Ajaccio

Il Mattino


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Parigi. L'Istituto di statistica e studi economici di Francia (Insee) non guarda in faccia a nessuno. Ed ha intimato per lettera a Bonaparte Napoleone di fornire i dati personali per il censimento. L'imperatore dei francesi, salvo omonimia, è infatti il destinatario di una lettera inviata lo scorso dicembre al numero 3 della rue Saint-Charles a Ajaccio, a pochi passi dal museo della Maison Bonaparte, dedicato alla famiglia in Corsica. Il fatto è stato riportato dal quotidiano locale Corse-Matin con tanto di foto della busta. A quanto sembra si tratterebbe di un errore dell'Insee, che deve avere dimenticato di aggiornare il suo database. La persona che ha ricevuto la lettera però, prima di rinviarla al mittente, ha scritto ironica, sotto il nome di Napoleone, «morto nel 1821, preghiera di trasmettere a San Pietro». L'ufficio postale ha chiuso la vicenda apponendo un timbro con su scritto «destinatario sconosciuto».

 
martedì 10 dicembre 2013 - 19:09   Ultimo aggiornamento: 20:27

Stop ai colpi di sonno alla guida, arriva il sistema a infrarossi «salva-vita»

Il Mattino


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ROMA - Il colpo di sonno può essere una delle cause di incidenti stradali. Lo sanno benissimo autisti e autotrasportatori, spesso costretti a turni massacranti. Questa volta, però, la tecnologia arriva in loro soccorso. Una compagnia australiana, la Seeing Machines, ha realizzato, con la partnership dell'azienda di bus olandese Royal Beuk BV, un sistema ad infrarossi che monitora l'attenzione del guidatore. Tramite il sistema ad infarossi il volto del guidatore viene "mappato" ed ogni movimento degli occhi attentamente monitorato. Nel momento in cui le palpebre tendono a chiudersi, scatta immediatamente un allarme che può salvare la vita a ciascun autista. L'invenzione, considerata rivoluzionaria, sembra destinata ad essere applicata in diverse aziende di trasporti in tutto il mondo.

 
martedì 10 dicembre 2013 - 15:57   Ultimo aggiornamento: 16:00