martedì 10 dicembre 2013

La Cgil: «Lo sciopero generale non è più il modo di difendere i diritti»

Corriere della sera

Camusso: “Di scioperi generali ne abbiamo già fatti molti, ora bisogna sperimentare forme di protesta non esclusive”

1
Lo sciopero generale non basta più. E’ la stessa leader della Cgil Susanna Camusso ad affermarlo: «In una situazione di crisi come questa si tratta di uno strumento non più sufficiente a esprimere la protesta dei lavoratori». Da una parte bisogna fare i conti con le difficoltà economiche di chi il posto ce l’ha, ma spesso non può più contare su bonus e straordinari. Senza contare che in una situazione di domanda ridotta al lumicino fare danno all’azienda vuol dire mettere a rischio i posti di lavoro più di quanto non lo siano già. Dall’altra c’è il fatto che molti semplicemente non possono scioperare perché il posto non ce l’hanno in quanto disoccupati.

IL QUADRO – Nell’attuale quadro economico e sociale «non è più sufficiente evocare lo sciopero generale come unica modalità in cui si determina il conflitto sul tema del lavoro», ha così constatato Camusso in un passaggio di un intervento a un convegno sulla rappresentanza nel lavoro e in politica. «L’idea di una forma di protesta che riguarda solo una parte del mondo del lavoro non è più sufficiente – ha argomentato ancora la segretaria generale della Cgil –. Oggi bisogna fare i conti con la difficoltà economica dei lavoratori, con le tante differenze tra chi ha lavoro, chi è in cassa integrazione e chi è disoccupato».

Cattura
I FRONTI - In realtà i fronti di tensione che stanno per esprimersi attraverso lo sciopero sono numerosi. Imminente la protesta del settore edile, in contemporanea in diverse città venerdì prossimo. Il 16 dicembre toccherà al trasporto pubblico locale. Ma la Cgil a questo punto si interroga su forme alternative di protesta “di scioperi generali ne abbiamo fatti molti – ha concluso Camusso – ora bisogna verificare la possibilità di sperimentare forme altrettanto efficaci ma non esclusive, che abbiano la capacità di unificare il mondo del lavoro».



10 dicembre 2013

Primarie Pd, il servizio di Striscia: bucati i controlli, votano due volte nello stesso seggio

Libero

Antonio Ricci scatena i suoi inviati nei seggi di tutta Italia. Regole aggirate su tessera elettorale e residenza, tutti nelle urne più di una volta


Cattura
L'apice si è raggiunto quando la stessa persona ha votato due volte nel proprio seggio Pd, a Napoli. Primo voto al Gabibbo,  il secondo al Gabibbo bis. Se si volesse saggiare la tenuta delle primarie democratiche appena svolte, bisognerebbe contare i voti raccolti dal pupazzo rosso ideato da Antonio Ricci (scommettiamo non molti di meno di quelli presi da Gianni Cuperlo). Striscia la Notizia ha sguinzagliato nei seggi di tutta Italia (in quelli di Milano, Roma e Napoli su tutti) i propri inviati. Scopo? Testare la tenuta delle primarie facendo votare ai propri uomini il Gabibbo.

Per i risultati basta dare un occhio al servizio andato in onda lunedì sera. "Non hai la tessera elettorale? Non fa niente". "Non sei residente qui? E noi cambiamo l'indirizzo". I controlli alla registrazione al voto sono così laschi, che le stesse persone riescono a votare senza grossi problemi quattro, cinque o sei volte. Fino al capolavoro: la stessa persona vota due volte nello stesso seggio, che per di più è il suo. Renzi ci dovrebbe pensare: con tutte queste preferenze, un posto alla segreteria lo meriterebbe pure il Gabibbo...

Che cosa accade in Ucraina?

La Stampa

yoani sanchez


Cattura
I media ufficiali cubani rendono immediatamente noto quando nelle imperfette democrazie del mondo i cittadini scendono a protestare per strada. In certi casi 

i notiziari locali utilizzano parole come “ingiustizia”, “capitalismo” e “sfruttamento” per spiegare il motivo di tali proteste sociali. Le cose cambiano se i manifestanti si sollevano contro un regime autoritario o contro qualche “governo amico” di Piazza della Rivoluzione. In questo caso il copione delle notizie contempla una serie di aggettivi come “mercenari”, “finanziati dall’estero”... “insorti” o “presunti ribelli”. Il popolo non è uguale in ogni luogo... sembrano dire certe analisi semplicistiche. 

Di tanto in tanto, tuttavia, capita che qualcosa non rientri negli stretti schematismi della stampa nazionale. Questa settimana, per esempio, gli eventi che si sono verificati in Ucraina, hanno disorientato la politica informativa del Partito Comunista. I telespettatori cubani hanno dovuto ascoltare equilibrismi verbali, cautela, veri e propri balbettii, pronunciati da giornalisti molto combattivi quando affrontano altri temi. Perché gli eventi della ex repubblica sovietica mettono così in crisi la nostra stampa?

In primo luogo perché con la Russia è ancora in piedi il vecchio accordo informativo, firmato ai tempi dell’URSS, in base al quale non va messa in discussione la sua politica estera e di non si devono riferire i problemi interni. Per questo è materia molto spinosa raccontare il rifiuto popolare nei confronti del presidente Viktor Yanukovich, reo di aver preferito l’avvicinamento al Cremlino piuttosto che a Bruxelles. Nello schema disegnato dal Dipartimento di Orientamento Rivoluzionario, l’Unione Europea può essere vilipesa e criticata ogni volta che sia possibile. Per questo, adesso diventa difficile spiegare da parte dei nostri media il motivo per cui tanti ucraini pretendano di entrare a far parte di quella comunità politica. 

Di fronte all’evidente contraddizione, i notiziari hanno scelto di nascondere la notizia e di minimizzare le immagini delle affollate piazze di Kiev. Al loro posto sono state passate a corredo delle notizie immagini di repertorio girate all’interno del Cremlino, mentre i giornalisti parlavano della presenza di qualche potenza straniera a spalleggiare la rivolta. Ventiquattro ore dopo la prima notizia già non sapevamo più niente. Immagino che molti spettatori - come me - prima di quella sequenza incoerente si siano chiesti: “Che cosa accade in Ucraina?”. La stampa ufficiale non potrà certo dare una risposta, perché non è in grado di svolgere neppure il suo ruolo di raccontare quel che accade a Cuba.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Berlino 1989, i documenti segreti C’era l’ordine di sparare sulla folla

Corriere della sera

I sette giorni che cambiarono la Germania negli archivi della Stasi

Cattura
BERLINO - Più di quanto abbiamo mai pensato, molto più di quanto abbiamo mai temuto, il dottor Stranamore stava a cavalcioni del Muro di Berlino, 24 anni fa. E ci spingeva verso una guerra europea, forse mondiale. Telegramma cifrato numero 091189, diramato il 9 novembre 1989, a poche ore dall’apertura del Muro, dal vertice del ministero della difesa della Germania Est, l’«Esercito del popolo»: «Dall’8 novembre pende sull’Esercito nazionale del popolo una spada di Damocle, a causa del presunto ordine di intervento contro i dimostranti di Lipsia che avrebbe comportato l’azione armata. La conseguenza di ciò sarebbe stata la guerra in Europa. Si chiede ora che venga reso pubblico il contenuto di quest’ordine: ma la risposta è negativa».

A Lipsia sfilavano tutte le settimane centinaia di migliaia di persone. Da chi veniva quel «presunto ordine» di «intervento armato» che qualcuno ora voleva far filtrare? E di quali armi si parlava? E chi voleva ancora conservare il silenzio? L’esercito era spaccato in due, i servizi segreti pure. Il partito unico non esisteva più. E tre milioni di uomini e donne, in quelle stesse ore, varcavano o stavano per varcare il Muro piangendo di gioia. Gorbaciov aveva avvertito i compagni di Pankow: l’Armata Rossa non permetterà che spariate su questa gente. Eppure le voci sulla strage minacciata, sulla guerra sfiorata nel continente, circolavano ancora.

Anzi sono ancora lì, a Berlino, verbalizzate e protocollate negli archivi della Stasi o Staatssichereit, il servizio segreto dell’ex Germania Est. Nel palazzo a otto piani della Bstu («Commissione federale per le documentazioni dei servizi di sicurezza dell’ex Germania») si possono esaminare quei documenti con un’autorizzazione speciale, sotto strette misure di sicurezza, e con la presenza costante di un addetto nella stessa stanza. Sui nomi e cognomi che rivivono in quei fogli, c’è ancora il divieto di pubblicazione per esteso quando non riguardino una persona con una carica ufficiale e già pubblica: perché il divieto cada, dovranno essere passati almeno 50 anni dagli eventi (il Corriere ha scelto perciò di «schermare» quegli stessi nomi, anche se ne possiede in ogni caso la versione esatta).

L’uomo che il 9 novembre 1989 rievoca la «spada di Damocle» e l’ombra di Stranamore è il tenente colonnello P., commissario capo della segreteria politica delle forze armate. Ma altri diranno anche di più. Messaggio segreto numero 008985, alla vigilia della manifestazione che il 4 novembre riunirà a Berlino un milione di persone. Parla, anzi scrive, il generale Erich Mielke, allora capo della Stasi: «Dovranno essere usati mezzi speciali per proteggere l’ordine, e altri ancora se verranno minacciate persone, oggetti e altro». Anche se il comandante delle truppe di confine lo smentisce poco dopo: «L’uso delle armi è fondamentalmente vietato». I «mezzi speciali», lo si era già visto nell’insurrezione di Berlino Est del 17 giugno 1953, erano nel gergo sovietico carri armati, aviazione, artiglieria.

E forse anche altro. Proprio in quei giorni dell’autunno 1989 circola ripetutamente, nei telegrammi cifrati della Stasi, l’accenno a un misterioso «protocollo N.3/82 Vvs-0008», risalente al 22 dicembre 1982. Dietro il codice, un titolo da brivido: «Disciplina dell’utilizzo delle armi radiologiche o atomiche, di veleni, esplosivi vari e materiale radioattivo». È un caso, se se ne parla tanto proprio mentre i cortei marciano verso il Muro? Ed è casuale se ancora il 10 novembre, a Muro caduto, il generale Peter Koch della Stasi ringhia nell’ennesimo messaggio segreto: «Gli attacchi contro l’ordine dello Stato si possono ripagare solo con la nostra moneta: quindi alcuni mezzi o misure che sono ancora in nostro possesso devono restare segreti».

Eppure, alla fine, nessuno sparò. Perché? Per quattro motivi, forse. Perché c’era Gorbaciov. Perché tutta la protesta partì dalle chiese, con lo slogan «niente violenza» (anche se questo non avrebbe certo frenato un Mielke). Perché resisteva una qualche forma di senso morale: alcuni disertarono con le armi, altri scrissero «non sparerò sul mio popolo» finendo poi in cella; 4 capi della Stasi si suicidarono. E poi, c’è la ragione che un informatore della Stasi (rapporto MfS-HA1, telegramma cifrato 13335) rubò alle labbra di un ufficiale delle truppe di confine: «Se ci avessero chiesto di intervenire all’interno del Paese, una parte dei soldati con le armi in mano sarebbe passata dall’altro lato, e i comandanti non avrebbero ubbidito».

La Stasi, però, fu anche il grande occhio che per primo vide e denunciò (anche perché ne condivideva gli agi) la corruzione del regime. «Privilegi senza vergogna», stigmatizzava già da settimane, chiedendo «l’apertura delle spiagge riservate, la riduzione delle pensioni privilegiate, la chiusura (messaggio cifrato del 6 novembre, ndr ) degli odiosi negozi per funzionari di partito, l’abolizione dell’uso di mezzi militari per scopi privati, dei weekend in Spagna, di tutto ciò che ci ha fatto perdere la fiducia del popolo».

A Francoforte sull’Oder, 2,2 tonnellate di ambitissima marmellata erano divenuti pasto per i maiali a causa di una pianificazione sballata: «E davvero abbiamo pagato le vacanze in Australia del compagno C., capo-distretto del Partito?». In due parole, una Tangentopoli con falce e martello, non molto diversa dalle nostre: per la quale «c’è da attendersi il collasso politico e sociale della Germania Est», scriveva la Stasi due giorni prima del tonfo.

Ma l’ultimo allarme, se possibile, ebbe anche qualcosa di grottesco. Rapporto cifrato Stasi numero 1707/89, ore 12,10 del 7 novembre, a 48 ore dal crollo del Muro e in zona vicina al confine: «Il pensionato M.S., 55 anni, denuncia che tre sconosciuti hanno sparato alle anatre, ma hanno sbagliato mira: hanno ammazzato una pecora, e ne hanno ferita un’altra. Portata la pecora morta in un nostro laboratorio, nel corpo è stato reperito un proiettile calibro 8. E nei pressi, alcuni bossoli con impresse delle lettere cirilliche». Conclusione del verbale: avevano sparato soldati sovietici, che però non erano di guarnigione in quella stessa zona dove si attendevano presto altre manifestazioni di popolo; fu ordinata un’inchiesta perché si temeva una «provocazione».

Poi, fu la fine di tutto, in poche ore. Anche questa certificata dai dispacci segreti della Stasi. Il 13 novembre, giunse l’ordine di ritirare i cani lupo che per 28 anni avevano fatto la guardia al Muro: 250, «molto ben educati», trovarono dei compratori; ma altri, che forse non avevano capito i tempi nuovi e ancora pensavano di servire il loro popolo a morsi e ringhiate, finirono al macello, senza neppure un grazie.

10 dicembre 2013

I ghiacciai delle Alpi a rischio estinzione

La Stampa

marco pivato

L’allarme dei ricercatori: “Si sta sciogliendo il permafrost, che è il collante delle montagne”


Cattura
Entro 80 anni dall’arco alpino potrebbero sparire tutti i ghiacciai. L’infausta diagnosi sulla salute delle nostre alture sarà discussa oggi, in occasione della Giornata mondiale della montagna sostenuta da Onu e Fao, all’Università statale di Milano. In poco più di mezzo secolo l’area complessiva delle nevi perenni italiane si è ridotta del 40%, a un’accelerazione di deglaciazione di 0,24 km quadrati l’anno (dal 1954 al 1981) e poi ancora a 0,7 km quadrati (dal 2003 al 2007, ovvero tre volte tanto). Entro il 2100, del più grande ghiacciaio vallivo delle Alpi, il ghiacciaio dei Forni, potrebbe rimanere appena il 5% del suo attuale volume.

Inoltre con il progressivo ritiro dei ghiacciai verso quote sempre maggiori si è ridotto anche il numero dei laghi montani, alimentati dai disgeli estivi: ne sono scomparsi 36 sotto i 2500 metri, mentre altri 22 sono apparsi sopra i 2900 metri. Sono solo alcuni particolari nella fotografia del nostro territorio che cambia, questa volta scattata non dall’Ipcc (il gruppo dell’Onu sul cambiamento climatico), ma da un team italiano a guida Cnr che purtroppo conferma analoghi e inquietanti scenari anche per il Belpaese.

L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac), Istituto per lo studio degli ecosistemi (Ise), Istituto di ricerca sulle acque (Irsa), Università di Milano, Politecnico di Milano, Università dell’Insubria e Università Cattolica (sede di Brescia) hanno redatto insieme il «referto» che leggeranno oggi e che anticipiamo qui. Lo studio nasce come emanazione del progetto «Share», gestito dal Comitato EvK2-Cnr di Bergamo.

Mauro Guglielmin, professore di geografia fisica e geomorfologia all’Università dell’Insubria, ha radiografato la salute delle nostre montagne mappando e studiando il permafrost, cioè quelle aree ad alta quota del sottosuolo in cui la temperatura rimane sempre sotto lo zero. «Il permafrost – spiega il professore – agisce come collante delle montagne, assicurando la stabilità dei versanti: quando è solido siamo al sicuro da frane e alluvioni».

E riporta esempi che danno idea dell’importanza di questo materiale. Proprio lo scioglimento del permafrost, infatti, è stato causa della mobilitazione di milioni di metri cubi di terra e fango nelle frane che sconvolsero la Valtellina nel luglio del 1987 e, nello stesso mese, anche la Val Pola, in provincia di Sondrio. Le perforazioni sui ghiacciai del team di Guglielmin hanno permesso di collocare in profondità, a vari livelli, termometri per monitorare nel tempo come cambia lo spessore del permafrost.

Secondo le misure di Guglielmin, che ha portato avanti lo studio di concerto con le diverse sezioni locali dell’Arpa, le zone più sofferenti sono le Alpi orientali e occidentali, per esempio tra Valle d’Aosta e Piemonte, a livello del Rocciamelone, nelle Alpi Graie, e non lontano, le alture attorno alla Valsusa. Ma da cosa dipende la compattezza del permafrost? In Italia studi specifici vengono condotti solo da circa vent’anni. «Il permafrost – continua Guglielmin – è generalmente più protetto nelle zone molto ventose.

Diversamente, dove c’è meno vento la neve riesce a depositarsi più facilmente creando una «coperta» che lascia innalzare la temperatura all’interno della montagna, mettendo così a rischio lo strato di permafrost». Sebbene le Alpi centrali sembrino attualmente correre un rischio minore il costante monitoraggio del loro cuore è sempre più necessario: «Se la porzione superficiale del permafrost, soggetta a normale e parziale scioglimento in estate, alla fine degli anni Novanta era mediamente di circa due metri, ora è di circa tre: un avvertimento alle amministrazioni locali a consultare periodicamente i dati ogniqualvolta vi sia l’intenzione di costruire, per esempio, una nuova stazione sciistica oppure una diga».

«Share», che diagnostica la salute delle Alpi – spiega Gugliemina Diolaiuti, ricercatrice all’Università di Milano e coordinatore scientifico di Share-Stelvio – è un progetto molto ampio, che si avvale di strumentazioni installate sui ghiacciai di tutto il mondo, dalle Ande al Pakistan, oltre che in Italia. «La sua missione – spiega Diolaiuti – è quella di condividere i nostri dati con i laboratori di tutti i continenti: gli studiosi accreditati ad accedervi possono farlo grazie all’esistenza di un grande database che raccoglie le nostre informazioni via satellite».

E la collezione è imponente: in Italia sono impiantate stazioni alpine e appenniniche, dal ghiacciaio del Gigante sul complesso del Monte Bianco, allo Stelvio fino al Monte Cimone. Ma la «rete» comprende osservatori anche in Africa, nel parco Queen Elizabeth, vicino al ghiacciaio del Rwenzori, tra Congo e Uganda. Oltre alla prestigiosa stazione Piramide, a 5050 metri sul versante nepalese del monte Everest. Un esteso laboratorio mondiale fiore all’occhiello della ricerca scientifica made in Italy che dà un contributo essenziale alla ricerca sui cambiamenti climatici a livello globale e locale.

Inail, Consip e il sito web da 15 milioni di euro

Corriere della sera

Secondo Inail la cifra per lo sviluppo del software e per il restyling non è spropositata visto che si tratta di una “piattaforma di servizi digitali” e non di un sito web


Cattura
Migliorare la consultazione delle sue banche dati, realizzare un restyling del portale e consentire un accesso più pratico degli utenti ai servizi online. Sono alcuni degli obiettivi che hanno spinto l’Inail a bandire una gara per rinnovare il suo sito web.

L’Istituto, nato per assicurare i lavoratori e per risarcire le vittime degli infortuni sul lavoro, è un ente pubblico e per questo deve passare attraverso Consip, la società del ministero dell’Economia, fondata a fine anni ‘90 allo scopo di tagliare la spesa pubblica e far risparmiare soldi a ministeri, regioni, comuni e a tutte le pubbliche amministrazioni.

L’8 agosto 2012 Consip pubblica il bando di gara. Sette mesi più tardi c’è l’aggiudicazione: il compenso stabilito è di 15 milioni di euro per 3 anni di lavoro più 12 mesi di manutenzione. Una cifra enorme? Niente affatto secondo Inail. Circa due milioni sono per il personale. Facendo due conti si tratta di 80 mila euro lordi a persona, circa 4.000 euro netti al mese.

Il video

Il costo più alto però è per lo sviluppo del software: 13 milioni di euro. Cifra che, sempre secondo Inail, sarebbe spropositata se riferita a un sito internet, giusta invece se relativa, come in questo caso, a “una piattaforma di servizi digitali”. Eppure stando ai commenti degli utenti a giugno 2013, quattro mesi dopo l’aggiudicazione della gara, il sito dell’Inail continua ad avere problemi.
Ad aggiudicarsi la gara indetta da Consip il 4 febbraio 2013 è un consorzio composto da due società: Accenture, società di servizi e soluzioni informatiche ed Eustema Spa. La prima è una multinazionale con sede a Dublino e con base a Milano. Eustema, nata a fine anni 80, è una società di servizi informatici con sede a Roma.

Spesa della Pubblica Amministrazione, chi si spartisce la torta?
Ma di chi è Eustema? Il 35 per cento è di una società finanziaria: Finlavoro Spa. Finlavoro a sua volta è posseduta per il 99 per cento dalla Cisl, il sindacato di Raffele Bonanni: uno dei sindacati a cui dovrebbero rivolgersi i lavoratori nel caso di controversie con Inail, l’ente pubblico che pagherà per i prossimi tre anni a Eustema 15 milioni di euro per rinnovare il suo sito web.

Guarda l’inchiesta “Il mercato del Tesoro” andata in onda a Report il 2 dicembre 2013

10 dicembre 2013

Non c’è abbastanza mangime

La Stampa

yoani sánchez


Cattura
Sono le cinque del mattino quando cominciano a scaricare alcuni pezzi di maiale sul bancone. Hanno fatto un lungo e tormentato viaggio da un allevamento privato fino a raggiungere quel mercato cittadino. La carne verrà messa in vendita solo per mezza mattinata, perché la domanda supera l’offerta dei venditori. Buona parte dell’economia domestica sarà determinata da quel prodotto. Il suo aumento di prezzo farà rincarare il costo del panino con la porchetta che mangia il muratore durante la pausa lavorativa, o quello del maiale arrosto che la madre mette in tavola per il pranzo dei figli. Molte cose ruotano attorno a quelle libbre di grasso, ossa e fibre, al punto che la loro penuria o mancanza complicano la lotta quotidiana per la sopravvivenza. 

Tuttavia, tra braciole e salsicce si nasconde un prodotto tanto importante quanto difficile da conseguire: il mangime per nutrire i maiali. Anello fragile della catena agroalimentare, il “cibo per porci” è un vero rompicapo per molti contadini cubani. Lo Stato continua a essere il principale produttore del prodotto, anche perché il settore privato non possiede le materie prime e la capacità tecnica per ottenerlo. 

Dopo decenni di lamentele e di animali con un peso modesto, a Cuba non siamo ancora riusciti a ottenere una nutrizione qualitativamente stabile per gli animali da allevamento. Percorrendo le fertili pianure che formano la zona occidentale e centrale del paese, sorprende la grande quantità di terra incolta. Sarebbero ambienti ideali per seminare cereali e ortaggi che potrebbero aiutare a far crescere anche il numero degli allevamenti di maiali del paese. Per il momento, abbondano soltanto i terreni pieni di erbacce. 

Lo Stato vende i maiali a molti produttori dopo l’allattamento e distribuisce anche parte del mangime che consumeranno. Il contadino contrae un debito che pagherà con gli stessi animali quando raggiungeranno il peso giusto per essere sacrificati, trattenendo per sé un piccolo guadagno. Spiegato in questo modo, sembra un accordo equo. Tuttavia, l’intero processo è caratterizzato da irregolarità, sottrazione di risorse e corruzione. I funzionari della sfera agroalimentare in certi casi alterano il numero delle libbre, aumentando artificialmente quelle consegnate all’allevatore e diminuendo quelle ricevute al termine del ciclo. In altri casi, la distribuzione dell’alimento non si completa o semplicemente non si verifica mai. 

Per riuscire a far ingrassare gli animali, il produttore privato ricorre allora a procedimenti controindicati per la salute dei consumatori. Dosi eccessive di antibiotici, avanzi di cibo raccolti nelle discariche delle grandi città, persino viscere e frattaglie degli stessi maiali. In alcuni casi la cosiddetta “farina di pesce” è la sola cosa di cui si nutriranno i maiali durante le loro brevi esistenze, conferendo alla carne quel sapore ormai caratteristico in molti piatti cubani. 

Quando il prezzo di una la libbra di maiale sale alle stelle, nella maggior parte dei casi è perché il mangime scarseggia. Una relazione stretta, che altera l’economia domestica di molte persone e la qualità della vita di tanti cubani. Tutto comincia con un sacco di mangime che non raggiunge in tempo la mangiatoia di un allevamento, ma si conclude con quella signora che torna a casa dal mercato con la borsa vuota. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

L'italiana che reclama la taglia su Bin Laden

MMO - Mar, 10/12/2013 - 08:36

Mary Pace, scrittrice ed ex spia: "Girai le informazioni alla Cia, che mi ringraziò"

«La taglia del Dipartimento di Stato americano sulla testa di Bin Laden spetta a me. Quei 25 milioni mi appartengono perché sono io che ho indicato alla Cia l'esatta ubicazione del compound di Abbottabad, in Pakistan dove Osama si nascondeva».


Cattura
Mary Pace, scrittrice ciociara con un passato nell'intelligence, torna alla carica a pochi giorni dalla prima udienza in tribunale, dove con il suo avvocato, Carlo Taormina, ha citato per danni il Dipartimento di Stato Usa e il Viminale. La causa inizia il prossimo 18 dicembre, ed è rivolgendosi alla magistratura che Mary Pace vuol chiudere il cerchio di una storia incredibile. Una storia cominciata nel 2003, quando riceve una confidenza in punto di morte da Guido Giannettini, 007 del Sid, coinvolto - e assolto - per la strage di piazza Fontana. L'uomo le rivela le coordinate del nascondiglio del leader di Al Qaeda. Indicazioni precise di un'area in Pakistan che Mary Pace annota. All'inizio del 2003, la donna decide di condividere la rivelazione con due agenti della digos di Frosinone.

I due producono un'informativa e la girano al Viminale, ma il telefono di casa Pace a Sgurgola non squilla mai. Così Mary Pace dedica al «rifugio» un articolo sul Borghese, nel 2007, per smuovere un po' le acque, ma neppure la soffiata a mezzo stampa attira l'attenzione dell'intelligence. Non resta che «bussare» alla Cia, e all'ennesima e-mail Mary riceve finalmente risposta. Un certo Randy, che si qualifica come referente della Cia, la contatta a luglio del 2010. Raccoglie la confidenza, si complimenta per la dettagliata indicazione e da ottobre sparisce nel nulla. Il seguito è noto: la notte tra 1 e 2 maggio del 2011 i Navy Seals scovano e uccidono Bin Laden in un compound di Abbottabad, in Pakistan. Un luogo che corrisponde alle indicazioni fornite dalla donna italiana.

Ma gli Usa sostengono di aver individuato il leader di Al Qaeda con una propria operazione di intelligence avviata ad agosto 2010, e ritirano la taglia da 25 milioni di dollari. L'ex spia italiana, però, non ci sta. Non crede ai dettagli dell'operazione riferiti dagli Usa («Una messinscena, il corpo di Bin Laden non è finito in mare»), si rivolge al tribunale, rilascia interviste, va in tv. Della sua storia si occupano anche le Iene, la scorsa primavera. Ma tra il primo e il due maggio, secondo anniversario della morte di Bin Laden, Mary Pace finisce ricoverata, in coma, a Frosinone. Si riprende, ma non ricorda nulla di quei due giorni, e considera il malore che l'ha quasi uccisa una «strana coincidenza». Di certo, la malattia non l'ha fermata. E tra una settimana rivendicherà in tribunale quei 25 milioni. «Non voglio arricchirmi - chiosa oggi - perché sto bene come sto. Con i soldi della taglia costruirò un ospedale, qui a Sgurgola».

Buon compleanno metrò: la Linea 1 compie 50 anni

Luciana Baldrighi - Mar, 10/12/2013 - 07:06

Forse non tutti sanno che la prima metropolitana italiana è stata quella milanese. Stiamo parlando della Linea 1, la Linea Rossa che compie 50 anni. Un evento che sarà accompagnato da una serie di manifestazioni che dureranno un anno e da una pubblicazione della Fondazione Albini di Milano.


Cattura
Nata dal progetto degli architetti Franco Albini e Franca Helg e inaugurata nel 1963, con grafica di Bob Noorda, la cui segnaletica in parte è stata conservata mentre altra, purtroppo è andata perduta come ad esempio l'orologio nero tondo che si trovava agli ingressi e in ogni pensilina, elementi che non sono stati conservati perché sostituiti da nuovi che nulla hanno a che vedere con gli originali che facevano della MM milanese un unicum artistico, invidiato da mezza Europa. Anche se la prima metropolitana europea fu quella di Mosca nata a fine Ottocento, voluta dallo Zar concepita come una vera e propria città sotterranea ricca di sale da ballo, ristoranti, specchi, lampadari giganteschi in cristallo e alle pareti ori e stucchi; sono poi seguite quella di Londra e quella di Parigi per importanza.

All'inizio le fermate della Linea Rossa della MM milanese, erano solo sei: da Cadorna a Cordusio, da Duomo fino a Lima, rispecchiando così l'asse verticale del percorso centrale della città. Nel 1973 è stata aggiunta, disegnata nello stesso stile, la Linea 2 ossia la Linea Verde, distinguibile dalla linea rossa per un diverso materiale di rivestimento delle pareti. Nella Rossa troviamo pannelli di Fulget (cemento decorativo); per la Verde pannelli di acciaio smaltato. Entrambi i brevetti disegnati appositamente simili dallo Studio Albini & Helg per dare un marchio di fabbrica che identificasse le stazioni con diverso colore e trattamento dell'ambiente.

Ognuna era distinguibile (e lo è tutt'ora) per i larghi e curvilinei corrimano rossi o verdi che costituiscono una linea continua di accompagnamento per il passeggeri e per il pubblico in generale. Per la pavimentazione di entrambe in granito, così pure le banchine ai treni, mentre per gli ingressi ai caselli e lungo i corridoi di camminamento sotterraneo è stata utilizzata l'allora avveniristica gomma a bolli della Pirelli che ha fatto storia. «Tutta la linea era concepita su dei toni scuri (pareti e pavimento), mentre le fasce segnaletiche erano di un rosso fiamma e verde brillante e illuminata fortemente da dei neon lineari continui appesi al soffitto, in modo tale che le fasce con i nomi delle stazioni fossero immediatamente visibili per chi arrivava di corsa alle banchine per prendere la metropolitana.

Purtroppo l'ufficio tecnico dell'ATM ha operato negli ultimi anni delle modifiche che hanno stravolto il significato e la funzione originale del progetto anche sotto il profilo grafico, ma soprattutto è stata cambiata la pavimentazione sostituendo la gomma Pirelli a tondini con piastrelle di pessima ceramica a quadri bianchi sporchevoli e scivolose», spiega con un po' di amarezza l'architetto e professor di scienze del territorio alla Facoltà di Architettura di Milano e Piacenza, Marco Albini, figlio di Franco (scomparso come Franca Helg e Bob Noorda).

Nonostante il progetto originale sia stato modificato e con esso la percezione originaria dei progettisti, la Linea 1 e 2 della MM è ancora oggi un capolavoro che si stacca dalla Linea 3 che nulla ha a che vedere con quel tipo di creatività e scelte estetiche. Già dalle scale per accedere ai mezzanini e alle biglietterie, dove sono stati pensati anche spazi per negozi ed edicole, si può vedere come persino la discesa iniziale dai marciapiedi soprastanti avesse l'indicazione della Fermata ben in chiare lettere nella parte superiore.

Ora nella parte superiore troviamo prima la pubblicità ad accogliere il passeggero che facilmente, se di fretta, può sbagliare la direzione da prendere. «I caratteri delle scritte delle stazioni ai piani – prosegue Marco Albini – sono state disegnate da quel genio di Bob Noorda in modo da compattare le lettere e ottenere delle scritte omogenee, accorpate in modo da essere visibili a colpo d'occhio, anche in prospettiva, in maniera da identificare anche da lontano il nome della stazione, specie se un passeggero si trova su un convoglio».

Lo Studio Albini recentemente si è occupato anche dei passanti ferroviari di Garibaldi e Repubblica in cui esiste un grande e lungo mezzanino che potrebbe essere utilizzato per ospitare alcuni festeggiamenti o mostre per il cinquantenario di questo monumento storico milanese e internazionale, a partire da gennaio del prossimo anno. Ma per ora top-secret per le manifestazioni che sono in via di definizione per questa eccellenza di trasporto in coincidenza con l'Expo.

Giornalisti alla gogna sul blog, video contro la “fatwa” di Grillo

La Stampa

franco giubilei
modena

I cronisti mettono su YouTube una clip con tutti gli insulti ricevuti da Maria Novella Oppo, la collega dell’Unità presa di mira dal M5S


Cattura
Gli insulti pesantissimi a Maria Novella Oppo, la giornalista dell’Unità linciata mediaticamente dai fan di Beppe Grillo dopo che quest’ultimo ne aveva pubblicato la foto sui propri blog e profilo Facebook, additandola a nemica del Movimento, sono diventati il canovaccio di un filmato di solidarietà alla cronista che sta spopolando in rete. 
Una decina di giornalisti sono stati ripresi mentre, senza alcun commento, leggono le aggressioni verbali, molto spesso a sfondo sessista, rivolte alla Oppo. Ne citiamo le più morbide: «Che racchia. Pure raccomandata e sostenuta dai fondi pubblici. Sedia elettrica subito!», scrive Tiziano Caliendo. «E’ più bella che intelligente», gli fa eco Gianluca Castaldini copiando una vecchia battuta di Berlusconi su Rosi Bindi, preso a modello anche da un altro commentatore che la definisce con la stessa formula irripetibile usata dal cavaliere per la cancelliera Angela Merkel. 



«Abbiamo stampato 40 pagine di insulti, fra i circa tremila che erano stati postati sul blog di Grillo e la sua pagina Facebook – spiega Stefano Aurighi, autore del video insieme a Davide Lombardi e Paolo Tomassone, che insieme formano le Officine Tolau -. Poi, via Facebook, abbiamo lanciato un appello ai giornalisti e abbiamo chiesto loro di leggerli davanti alla telecamera, perché ci sembrava una risposta adatta alla gravità di quanto era successo, e stamattina abbiamo messo online il filmato». Officine Tolau si occupa della realizzazione di documentari su temi politici. Fra i loro titoli: “Occupiamo l’Emilia”, sulla Lega Nord, e “A furor di popolo”, del 2010, dedicato proprio al Movimento 5 Stelle, ripreso all’epoca della manifestazione di Cesena. 

Aquile americane sacrificate per favorire l’energia eolica

La Stampa

Aziende “green” potranno uccidere rapaci che finiscono nelle pale


Cattura
L’amministrazione Obama è disposta a chiudere un occhio sulla morte delle aquile in nome del suo impegno per l’energia rinnovabile. Darà infatti alle società del settore eolico il permesso di uccidere aquile reali e calve che finiscono incidentalmente nelle grande pale per la produzione di energia dal vento. Un modo per evitare che le società responsabili possano essere oggetto di azioni legali per la violazione di leggi federali che proteggono gli animali. 

Le pale eoliche hanno turbine alte come un grattacielo da trenta piani che girano alla velocità di 270 chilometri orari. Creano dei vortici d’aria dove i rapaci molto spesso vengono risucchiati mentre sono a caccia. Così per incentivare lo sviluppo di un settore strategico per il futuro degli Stati Uniti, l’energia rinnovabile, queste aziende otterranno presto una sorta di licenza trentennale che consente di uccidere, involontariamente, le aquile. 

Le società per la produzione di energia verde dovranno semplicemente dimostrare di non ferire o uccidere più di un certo numero di uccelli o attrezzarsi, in caso superassero la quota stabilita. La licenza dovrà essere rinnovata ogni cinque anni, solo sulla base di rapporti stilati dalle aziende sul numero di aquile uccise o ferite involontariamente dalle turbine. Dati che sono già stati consegnati all’amministrazione Obama, che però si rifiuta di rendere pubblici. 

Alcuni gruppi ecologisti americani, che in altri casi sono stati favorevoli alla costruzione delle pale eoliche, hanno duramente criticato la decisione dell’amministrazione Obama: una legge che permette - dicono - l’uccisione del simbolo americano. “Invece di trovare un modo per bilanciare il bisogno di energie rinnovabili e la conservazione dell’ambiente - ha detto David Yarnold, presidente di Audubon, associazione per la conservazione dell’ecosistema - l’amministrazione ha firmato un assegno in bianco alle compagnie per l’energia eolica”.

Al confine franco-tedesco il più grande bordello d’Europa

La Stampa

matteo alviti
berlino

L’apertura prevista per la fine del mese: quattro milioni e mezzo di euro di investimenti, oltre 6mila metri quadrati dove lavoreranno centinaia di persone, non solo prostitute



Cattura
E’ la legge della domanda e dell’offerta, condita con una spruzzata di spirito di libero commercio di beni e servizi e di libera circolazione dei cittadini europei all’interno dell’area Schengen. Il tutto accompagnato dall’inevitabile limite di ogni proibizionismo tentato fin qui, cui gli interessati hanno sempre trovato un valido escamotage. In Francia la norma che in futuro punirà i clienti delle prostitute con multe salatissime non è ancora stata approvata definitivamente, ma in Germania già si lavora alacremente per portare a termine i lavori per la costruzione del più grande bordello d’Europa, nella cittadina di Saarbrücken, proprio vicino al confine franco-tedesco.

Quattro milioni e mezzo di euro di investimenti, oltre 6mila metri quadrati dove lavoreranno centinaia di persone, non solo prostitute. I battenti dovrebbero aprire presto, già entro la fine del mese, racconta lo Stern, e i lavori procedono febbrilmente. In città gli affari nel settore del sesso a pagamento fioriscono, riporta il settimanale, anche in strada, dove il fenomeno inizia a essere mal tollerato e contrastato dall’amministrazione cittadina. Ma Saarbrücken è solo la punta dell’iceberg.
«Siamo sotto l’occhio dei riflettori della stampa internazionale per la situazione oltre confine. Non si tratta di Saarbrücken, è una questione europea», spiega il portavoce della città, Thomas Blug. Ed effettivamente la differente legislazione sulla prostituzione nell’Ue sta trasformando alcuni Paesi in centri d’attrazione per il turismo sessuale, mentre lungo i confini, al fianco dei grandi mercati commerciali dove si trovano prodotti e carburanti meno cari che a casa, da tempo fioriscono i bordelli low-cost.

In Germania, Paese in cui la prostituzione è legale dal 2002, ogni giorno più di un milione di persone paga per fare sesso. Le prostitute, secondo le stime, sarebbero almeno 400mila (ma le cifre di cui si parla variano parecchio). Secondo l’Ufficio di statistica federale il giro d’affari legato al settore è di circa 14 miliardi di euro. Sebbene ci sia una legge, le situazioni di sfruttamento non difettano e ogni tanto le autorità scoprono un bordello ufficialmente in regola dove invece le donne - in gran parte dell’est Europa - lavorano in condizioni inaccettabili. Stando ai numeri ufficiali dell’Ufficio criminale federale sono almeno 600 le donne ridotte in schiavitù nel settore. Ma per alcuni esperti le donne che si prostituiscono per scelta, non costrette, anche da condizioni materiali, sono solo il 10%.

Di tutt’altro avviso uno dei “sindacati” delle prostitute, Hydra, secondo cui in Germania grazie alla legalizzazione la maggior parte delle donne hanno scelto consapevolmente di lavorare nel settore, che considerano un’occupazione come un’altra. Come in Francia, anche i tedeschi si dividono tra chi la prostituzione la vorrebbe estirpare come fenomeno tout court - su tutti la storica femminista Alice Schwarzer -, e chi invece rivendica per sé la libertà di prostituirsi o di pagare per fare sesso. Il nuovo governo di grande coalizione, secondo quanto emerso finora, intende dare un giro di vite alla legge del 2002. L’Unione di Cdu/Csu con la Spd vuole punire i clienti, ma solo nel caso in cui vadano consapevolmente con una donna obbligata a prostituirsi. Un’eventualità oggettivamente difficile da dimostrare in un’aula di tribunale, per stessa ammissione dei riformatori. 

Si parla poi di speciali divieti per alcuni tipi di offerte che stanno prendendo sempre più piede, come i bordelli flat-rate, dove si paga l’ingresso e si può stare ad libitum. Ma mentre la politica discute, il fenomeno si radicalizza, come testimonia il caso di Saarbrücken.

L’«acchiappa-banditi» tecnologico che ci copiano gli States

Corriere della sera

Il software smaschera i rapinatori seriali


Cattura
Il Keycrime è un'«invenzione» milanese: di un poliziotto che lavora in via Fatebenefratelli. Ha il forte sostegno del questore, Luigi Savina. I risultati sono eccezionali (arresti, prevenzione, riduzione dei reati). Domanda di buon senso: perché il ministero degli Interni non lo «adotta» e lo esporta anche in altre città? E poi c'è una seconda questione: il programma è (ancora) un prototipo. Ha bisogno di uno sviluppo. Il nuovo progetto è pronto. In questi anni, i benefici sono stati diffusi. Per farmacisti, negozianti, banche. Per tutti i cittadini, che vivono in una Milano più sicura. Il buon senso, allora, dice anche un'altra cosa: le organizzazioni di categoria e le istituzioni milanesi dovrebbero conoscerlo, il Keycrime. E sostenerlo.

La prima scena di questa storia si svolge nell’autunno del 2004, nove del mattino, quartiere Qt8, poliziotti in borghese, in strada. Nella settimana precedente hanno studiato i fascicoli su una serie di rapine. Hanno creato su un computer una banca dati molto artigianale. Hanno azzardato una previsione sulla prossima mossa del rapinatore. E hanno scommesso: «Potrebbe colpire lì. Proviamoci». Quella mattina vedono una Peugeot 206 che si allontana. Il balordo ha rapinato una farmacia ed è scappato. Un attimo di delusione. Ma nello stesso momento, gli investigatori realizzano: «Funziona. Si può fare».

Nove anni dopo (oggi), quella tecnica di analisi criminale s’è evoluta nel più avanzato strumento tecnologico in mano alla polizia italiana per le indagini e la prevenzione sulle rapine in farmacie, banche, supermercati, negozi. Esiste solo a Milano. L’uomo che l’ha elaborato, l’assistente capo Mario Venturi, l’ha battezzato Keycrime (il software è in comodato d’uso alla questura). E i risultati sono impressionanti: nel 2012, il 54 per cento delle rapine in esercizi commerciali trattate dalla polizia è stato risolto (responsabile individuato e arrestato); nel 2013, risolto il 71 per cento delle rapine in farmacia. Nel 2009, il Keycrime è stato applicato anche alle banche. Conseguenza: 60 per cento di soluzione su 207 rapine di quell’anno; percentuale salita al 71 per cento nel 2012.

La Usc, università di Los Angeles, sta sviluppando un progetto simile per il Dipartimento di giustizia Usa e ha contattato Venturi (la polizia l’ha autorizzato a partecipare). È un fatto storico: gli anglosassoni, maestri delle applicazioni tecnologiche per l’analisi criminale, studiano un prodotto italiano. Meglio: milanese. Perché tutto è nato e succede in una stanza al primo piano della Questura, «Ufficio analisi e pianificazione», gruppo di investigatori «a cavallo» tra le Volanti e la Squadra mobile. È da qui che partono le note di allerta che finiscono alle pattuglie in auto, in moto, in borghese; sugli smartphone dei poliziotti quando attaccano il turno. Perché il Keycrime le rapine le prevede: fascia oraria, giorni, quartieri, obiettivi.

E gli arresti spesso avvengono in anticipo sul reato, o in flagranza. È possibile grazie un paio di principi rivoluzionari nel metodo di indagine. La base è questa: la rapina è un reato seriale. Non esiste al mondo un rapinatore che fa 3-4 colpi e si ferma. Il gruppo del Keycrime analizza tutte le rapine: dai dati più banali (orario, luogo, abiti indossati, immagini delle telecamere, armi), a quelli più complessi (collegati, in generale, alla dinamica del fatto). La raccolta delle informazioni è maniacale. Comincia col primo intervento delle volanti; prosegue con interviste telefoniche a vittime e testimoni della rapina, che gli investigatori richiamano - seguendo un ferreo protocollo raffinato negli anni - a 12/24 ore di distanza dall’evento.

A questo punto entra in gioco la maestosa potenza della macchina (e di chi l’ha programmata): perché il Keycrime viene prima «nutrito» con un bagaglio potenziale fino a 11 mila dati per caratterizzare la singola rapina, poi elabora e confronta nel loro insieme tutti gli elementi per le migliaia di rapine commesse a Milano a partire dal 2006 e isola i crime linking , cioè le serialità. Perché i reati non spuntano qua e là, senza logica, nella metropoli. Tutt’altro. Oggi, ad esempio, sappiamo che le rapine a farmacie e negozi, in tutta Milano, le stanno facendo in 8 (singoli o gruppetti). E per ognuno di questi rapinatori c’è una storia criminale già studiata, conosciuta nei dettagli, visualizzata sulle mappe dei computer degli investigatori. In base a quella si prevedono i prossimi colpi.

La conclusione è al limite dello strabiliante: questi mister x hanno il loro mandato d’arresto già scritto. Quando vengono bloccati, il fascicolo va dritto in Procura. E le condanne sono ben più pesanti che in passato, quando gli arresti permettevano di portare in Tribunale il rapinatore per uno, o al massimo 2 o 3 reati. Eccola, la forza del Keycrime : risultati (aumento degli arresti) misurabili; condanne pesanti (e quindi aumento della deterrenza); prevenzione vera (perché si colpiscono «chirurgicamente» i rapinatori in attività).

09 dicembre 2013