venerdì 6 dicembre 2013

La Kyenge promette adozioni: 52 genitori prigionieri in Congo

Libero


Cattura
Troncato sul nascere il tentativo di riformare la legge sulla cittadinanza in Italia, il ministro per l’Integrazione, Cécile Kyenge, prende una porta in faccia anche nel suo Paese di origine. In Congo, l’oculista del governo Letta ha preso a cuore le adozioni internazionali. Sulla parola, il 4 novembre scorso, aveva ottenuto il lieto fine per 26 adozioni bloccate da un cavillo burocratico; nella realtà, la Kyenge è stata presa per il naso e quelle pratiche sono a tutt’oggi prive del timbro che consenta ai bambini di lasciare l’Africa.

Quell’unico  cavillo rimasto a tenere in sospeso il sogno di 26 famiglie italiane sarebbe dovuto essere depennato «dopo un paio di giorni», le avevano garantito. Era, secondo le autorità locali, un pro-forma per il quale sarebbe stata sufficiente una verifica tra il ministero degli Interni congolese e l’ambasciata italiana a Kinshasa. Un check di verifica, per controllare  che le due liste  con i nomi dei genitori adottivi «approvati dall’iter» combaciassero. Un’operazione di poco conto e da sbrigare in una manciata di minuti.

Invece, a un mese da quella promessa, subito rimbalzata dalla Kyenge, il ministro ha semplicemente illuso molti italiani di poter vedere finalmente il figlio dormire nella cameretta rimasta da sempre vuota. Di più. Al rientro in Italia la Kyenge si è vantata di avere fatto «ripristinare tutte le pratiche di adozione che avevano già ricevuto l’approvazione definitiva delle autorità locali», queste 26, appunto. Ora, però, della situazione in stallo, preferisce non parlare più. Del resto, non è certamente una carta da giocare sotto i riflettori dei media e in un momento politico delicato.

La vicenda delle adozioni in Congo era esplosa il 25 settembre scorso, data in cui tutte le pratiche erano state congelate in attesa di più rigorosi controlli. «Sette coppie», accetta di raccontare a Libero l’ambasciatore italiano a Kinshasa, Pio Mariani, «erano rimaste intrappolate da quella data spartiacque, un limite che quelle persone ignoravano. Già in città da molti giorni, in procinto di ripartire, le sette coppie avevano avuto la sfortuna di fare i biglietti aerei dopo quel confine temporale.

Una banalità che, con impegno, sono riuscito a far inquadrare come una sfortunata fatalità per la quale sarebbe stato opportuno chiudere un occhio. Certo», assicura il diplomatico, «nel far ripartire quelle 14 persone con i loro bambini ha pesato l’incontro tra il ministro dell’Interno congolese e il nostro per l’integrazione». Ma quelle sette famiglie hanno toccato il suolo italiano prima che la Kyenge toccasse quello africano, all’inizio di novembre.

Accettando comunque di dare alla ministra il merito di queste adozioni andate in porto, elevando il fiasco delle 26 famiglie ancora bloccate in Congo a “un mezzo successo”, l’incontro del 4 novembre è stato invece sicuramente venduto per ciò che non era e, infatti, ancora non è stato. «Un ottimo risultato» privo del tassello finale, perciò ancora prematuro da essere definito come «successo». Tanto che quel tassello finale, un incontro veloce tra i delegati dei due Paesi, non trova posto nell’agenda delle autorità congolesi. Intanto, da oltre un mese, le 26 coppie di genitori sono ostaggio del loro sogno di tornare a casa come una famiglia. Esauste dalle condizioni di disagio in cui stanno affrontando questo calvario, quelle 52 persone continuano nonostante tutto a rimanere vicino ai figli.

Le condizioni sono disumane: i nostri connazionali dormono sul pavimento di una stanza dell’orfanotrofio del capoluogo, sono senza acqua corrente, si lavano con quella piovana, sono senza elettricità e alcuni hanno terminato le scorte dei medicinali salva-vita. Anche la profilassi per la malaria è al limite dell’efficacia e, colpo di grazia, chi aveva preso un paio di settimane di ferie per andare a prendere il figlio è stato licenziato. L’assenza si sarebbe protratta oltre i  limiti, secondo alcuni datori di lavoro, e l’impiego è sfumato.

Lei, Cécile Kyenge lo sa, sa tutto. L’ambasciatore italiano a Kinshasa tiene informato il ministero in Italia, riversa sul suo referente lo sconforto per il silenzio delle autorità locali. «Scrivo e telefono tutti i giorni ai vertici congolesi», si sfoga Mariani, «eppure non ottengo risposta. Adesso ho interessato direttamente il ministro dell’Interno e il direttore generale della direzione generale dell’immigrazione», ma il presidente è in viaggio da due settimane e nei prossimi giorni si sposterà in Europa. Al seguito posta con sé i vertici del governo, perciò non si prevedono tempi brevi. Dal ministero italiano dell’Integrazione, invece, Mariani riceve continue rassicurazioni, «ce ne stiamo occupando», gli ripetono, ma i segnali per adesso sono invisibili. 

Del resto il diplomatico non se la sente di dare responsabilità a nessuno. Semmai addita come incaute le associazioni che, dopo il blocco del 25 settembre, hanno messo in viaggio le coppie di genitori adottivi senza verificare se l’ambasciata a Kinshasa avesse risolto quel cavillo. «Sembrava roba di un paio di giorni», ripete Mariani, «invece è passato un mese. Certo», spiega, «è un momento delicato per il Congo. Da due settimane il presidente è nell’est del Paese, dove è stata vinta la guerra contro i ribelli dell’M23, a riprendere contatto con il suo popolo. E poi ancora viaggi, attraverso le sue terre e fino a Parigi». La Kyenge, però, conosceva bene la situazione del Congo. Tant’è che, arrivata all’incontro del mese scorso con le massime autorità del posto, si era congratulata per il successo riscosso sul campo di battaglia.

E’ la sua terra. Lei, più di altri, sapeva che i giorni seguenti sarebbero stati frenetici per il governo congolese. Eppure si è fidata di quella parola, «tra un paio di giorni faremo il check con il vostro ambasciatore e daremo il via libera alle adozioni già andate a buon fine». Parole che, in quella situazione, forse meritavano più prudenza. Forse la Kyenge avrebbe dovuto chiedere di controllare le liste dei nomi quel giorno stesso, avendo la possibilità di sedere di fronte ai ministri dell’Interno e della Famiglia. Invece si è fidata di una promessa che non aveva i presupposti per essere affidabile ed è tornata in Italia. Ha annunciato il buon esito del viaggio e ora le sta cadendo addosso il dolore di quei 52 genitori rimasti a vegliare i figli bloccati in Congo.

di Roberta Catania

Così si muore di paura nella Milano di Pisapia

Carlo Maria Lomartire - Ven, 06/12/2013 - 08:43

La tragedia di ieri prova il senso di insicurezza che si avverte in città. È la consapevolezza di non essere tutelati, mentre l'impunità dilaga

Rabbia e paura insieme, una miscela letale: prima la rabbia quando Francesco Tatoli ha temuto di subire una violenza inaccettabile, un borseggio, una arrogante prepotenza da tre o quattro giovinastri grandi e forti, certamente più forti di lui.


Cattura
E perciò subito è sopraggiunta la paura, perché Francesco ha reagito d'istinto - «Via le mani dalle mie tasche!» ha gridato - e ha subito temuto che la reazione scatenasse su di lui una violenza ancora più cattiva, stavolta feroce. E così, a 65 anni, alle soglie della sospirata pensione dopo una vita di lavoro, il cuore non ha retto e Francesco si è accasciato sul pavimento di un squallido sottopassaggio della metropolitana, stazione De Angeli.

Era sceso a comprare il pane per la cena, Francesco, e poco dopo è morto in ospedale. Questo è il punto: a Milano non si può, non si deve morire così. Giacché poco importa dei ragazzi fermati e rilasciati o che il povero Tatoli avesse con sé dei soldi o il telefonino o che, insomma, davvero gli abbiano portato via qualcosa o no. Quello che conta, in questa triste vicenda metropolitana, è la drammatica rappresentazione che se ne ricava del clima di paura che grava su molte zone della città. Certo, piazza De Angeli non è in centro ma non è neppure estrema periferia e quel lurido sottopasso con le pareti scrostate e imbrattate da graffiti deliranti, le luci fioche, creano un'atmosfera di degrado e abbandono in un quartiere che degradato e desolato non è.

Dunque il povero Francesco vittima di un'allucinazione in quell'ambiente da incubo? Ma nessuno cadrebbe vittima dell'allucinazione di un borseggio, tanto da lasciarci la pelle, se per settimane e mesi non avesse vissuto davvero in un incubo di continua insicurezza, in un'atmosfera di pericolo e di violenza latente e possibile. Un'atmosfera diffusa su gran parte della città. Poche ore prima un autista dell'Atm era stato preso a pugni da un marocchino ed episodi come quello sono fin troppo frequenti, soprattutto su certe linee come le due filoviarie periferiche.

«Ma con voi le cose andavano peggio», replica in pratica e con una buon dose di faccia tosta un po' puerile il sindaco Giuliano Pisapia a chi gli rinfaccia questo clima di insicurezza. Ma Pisapia, che è avvocato penalista, sa benissimo che la sicurezza, e così la paura che essa genera, non sono una questione statistica: più o meno borseggi dell'anno scorso, tante rapine e pochi omicidi, tanti scippi ma calano i furti... No, caro sindaco. L'insicurezza e la paura sono stati d'animo collettivi, percezioni diffuse provocate nei cittadini, nel corpo sociale di una comunità urbana dalla consapevolezza di non essere tutelati, dall'angosciosa constatazione di non godere di sufficiente protezione, di imbattersi sempre più raramente in un tutore dell'ordine.

In corso Buenos Aires, una delle maggiori strade commerciali d'Europa, così come in corso Vercelli, è raro incontrare un vigile urbano ma è assolutamente normale dover fare lo slalom fra i tappetini e i banchetti di cartone che espongono merce contraffatta. Anche questa sfacciata manifestazione di impunità contribuisce a creare questo senso di insicurezza, disordine e precarietà da cui nasce la paura che ha ucciso Francesco. E, in barba a tutte le statistiche sulla micro o macro-criminalità, caro sindaco, a Milano, in una città che si prepara a vivre il Natale più grigio e buio degli ultimi anni, non si può morire come Francesco, vittima della rabbia e della paura.

La Campania? É la «Terra delle frodi»

Corriere del Mezzogiorno

L'osservatorio Crif: prima in Italia per furti d'identità


Cattura
NAPOLI — Non c'è solo la Terra dei fuochi, ma anche la Terra delle frodi. Ed è la Campania a far registrare il primato tra tutte le regioni italiane del fenomeno delle frodi creditizie: vale ad dire il furto di identità ed il successivo utilizzo illecito dei dati personali e finanziari per ottenere credito o acquisire beni con l'intenzione premeditata di non rimborsare il finanziamento e non pagare il bene. Un fenomeno criminale che nel periodo natalizio, peraltro, fa puntualmente rilevare un sensibile incremento. Numerosi anche i furti di assegni e cambiali, oltre che di carte di credito.

In Campania, se si prende in considerazione solamente il primo semestre 2013, sono stati intercettati ben 1.569 casi di frodi creditizie, dato che colloca la regione al primo posto assoluto del ranking nazionale. «Inoltre — spiega la nota dell'Osservatorio Crif sui furti di identità e le frodi creditizie — considerando la contemporanea contrazione dei finanziamenti concessi, nei primi sei mesi dell'anno in corso il rapporto tra il numero di frodi creditizie e i crediti concessi è risultato in crescita del 37,2% rispetto al primo semestre 2012». Nel dettaglio per provincia, il primato spetta alla provincia di Napoli, che con 1.033 casi si conferma in testa anche alla poco invidiabile graduatoria nazionale davanti a Roma e Palermo. Molto distanziate le province di Caserta, che con 245 casi si colloca al 7° posto assoluto nel ranking, e Salerno, 9° in Italia con 200 casi. A seguire, più distanziate, quelle di Benevento (46) e Avellino (45).

Nonostante la crisi economica e la conseguente contrazione dei finanziamenti richiesti ed erogati alle famiglie, dalle analisi presentate nell'ultima edizione dell'Osservatorio CRIF risulta che in Italia il fenomeno criminale non accenna minimamente a diminuire, anzi +12,5% nei primi 6 mesi dell'anno. A livello nazionale, anche nel primo semestre 2013 le principali tipologie di prodotti acquistati illecitamente ricorrendo ad una frode creditizia sono state auto e moto, con quasi 1/3 dei casi totali, e gli articoli di elettronica-informatica-telefonia (ad esempio computer, smartphone e tablet) che tipicamente si collocano nella fascia di importo più bassa. Confermano una quota significativa anche i casi relativi all'acquisto di mobili e prodotti di arredamento ed elettrodomestici, anche per importi di tutto rispetto.

06 dicembre 2013

Il ritiro dei ghiacciai raccontato in 500 mila foto

Corriere della sera

Un fotografo ha immortalato l’agonia della criosfera. Gli scienziati studiano, la politica resta a guardare

Cattura
Un buco nell’acqua. Questo è stato l’ennesimo summit preparatorio a un accordo internazionale che dovrebbe, finalmente, affrontare con strumenti adeguati il surriscaldamento del nostro pianeta. Alla conferenza sul clima dell’Onu, tenutasi a Varsavia quindici giorni fa, si è fallito nuovamente l’obiettivo: oltre a una vaga tabella di marcia per firmare nel 2015 l’accordo (ancor più vago, probabilmente) a Parigi, capi di Stato e di governo non si sono messi d’accordo quasi su nulla. Rinviata la decisione sugli obblighi relativi ai Paesi emergenti, che rifiutano impegni vincolanti sulle emissioni di gas a effetto serra, rinviato l’accordo sulle compensazioni per le perdite e i danni provocati dai cambiamenti ambientali nei Paesi poveri. Unico, magro, risultato, un accordo sulla protezione delle foreste. Non abbastanza per le organizzazioni ambientaliste, che hanno platealmente abbandonato la conferenza prima della chiusura. E neppure per gli scienziati che si occupano delle bizze del clima e dei suoi devastanti effetti.


LE STRANEZZE DELL’ANTARTIDE - A Varsavia si è discusso molto anche di criosfera: i maggiori esperti internazionali hanno delineato un quadro della situazione del glacialismo montano e polare, cercando di individuare quale potrà essere l’evoluzione di questo delicatissimo sistema e cosa dovrà fare la ricerca nel prossimo futuro per proteggerlo dai cambiamenti climatici in atto. Nulla di nuovo, in realtà. «Da circa 150 anni è in atto un intenso regresso delle masse glaciali a livello globale, a eccezione di alcuni settori delle grandi calotte polari e della catena del Karakorum», spiega Claudio Smiraglia, docente all’Università di Milano e ricercatore del Comitato EvK2 del Cnr, di ritorno dal summit di Varsavia. «In alta montagna, dalle Alpi all’Himalaya, fino alle Ande, il fenomeno prosegue in maniera intensa e accelerata. Anche i primissimi dati dei monitoraggi effettuati la scorsa estate indicano che la tendenza non è cambiata, benché le grandi nevicate invernali e le temperature estive relativamente basse rispetto agli anni precedenti abbiano almeno ridotto lievemente i tassi di arretramento glaciale».

GHIACCIAI - Il ghiaccio terrestre è forse il termometro più efficace dello stato di salute del nostro pianeta. Per questo, l’analisi della criosfera diventa fondamentale per capire i cambiamenti in atto ma anche per progettare politiche di adattamento. «Grazie alle fotografie satellitari, abbiamo informazioni piuttosto precise su quanto sta avvenendo anche ai poli. In Antartide ci sono differenze sostanziali fra il settore orientale e quello occidentale: nel primo registriamo stabilità o addirittura un lieve incremento della massa della grande calotta mentre a occidente, soprattutto nella penisola antartica, ci sono segnali di un’accelerata frammentazione di ghiacciai galleggianti e la situazione si sta deteriorando rapidamente. La differenza fra parte orientale e occidentale è dovuta soprattutto alle correnti marine e ai venti, che a oriente portano ancora umidità e neve sulla calotta principale, dove le temperature restano tra i -30 e i -50 gradi. Sulle coste e sulla penisola antartica, invece, gli incrementi di temperatura, assieme al riscaldamento delle acque oceaniche e all’andamento delle correnti, hanno un notevole impatto sui ghiacci. C’è tutto un sistema che si sta modificando rapidamente, con sintomi tangibili».

GROENLANDIA - Lo stesso sta avvenendo in Groenlandia, più piccola dell’Antartide, che a quanto pare risente ancor più velocemente del riscaldamento terrestre: «Buona parte della sua superficie, da qualche anno a questa parte, è in fusione». Il rapido deterioramento della criosfera è ancor più tangibile in alta montagna, dove i ghiacciai stanno subendo rapide recessioni con riduzioni di superficie, lunghezza e volume ormai inarrestabili. Disgelo che è dovuto non tanto al clima di questi ultimissimi anni, quanto al surriscaldamento che si è verificato dalla fine degli anni Ottanta ai primi del 2000. «La criosfera è un sistema con una notevole inerzia», spiega Smiraglia. «I grandi ghiacciai, come l’Himalaya o quelli delle Alpi, non sono in equilibrio con il clima attuale ma con quello di qualche decennio fa». Se mai ci sarà un arresto o un calo importante dell’inquinamento antropico, grazie per esempio a migliori politiche in tema di emissioni climalteranti, il riscontro lo avremo soltanto fra qualche decennio.

L’ATTACCO DELLE POLVERI - L’arretramento dei ghiacciai comporta un rapido passaggio dell’acqua dallo stato solido allo stato liquido con tutto quello che ne consegue in termini di erosione, alluvioni ecc. Problema rilevantissimo, soprattutto in quei Paesi, come Pakistan, India, Nepal, Paesi andini, dove i ghiacciai sono una risorsa idrica importante. Sulle Alpi il fenomeno è forse ancor più accentuato, perché i nostri ghiacciai sono più piccoli e da anni subiscono arretramenti di decine di metri. Anche il permafrost, il cosiddetto ghiaccio nascosto o interstiziale che cementa le pareti delle montagne, è in fusione accelerata, e ciò spiega i sempre più frequenti dissesti sulle pareti rocciose e sui versanti delle montagne. Un fenomeno cui contribuiscono le particelle derivanti dalla combustione della legna (in particolare sull’Himalaya) e dall’industria (sia della vallata indo-gangetica sia della Pianura padana): le polveri fini, depositandosi sui ghiacciai, riducono la loro capacità di resistere all’incremento termico, poiché il materiale scuro aumenta l’assorbimento della radiazione solare. È in corso, insomma, un doppio attacco antropico, ancora tutto da studiare.

HIGH SUMMIT - Come ha sottolineato il rapporto di High Summit, organizzato da EvK2Cnr alla vigilia del vertice di Varsavia: «È estremamente importante che la ricerca scientifica in alta quota prosegua e sia potenziata, al fine di monitorare, comprendere e creare modelli relativi agli effetti del cambiamento climatico, con particolare riguardo ai processi relativi alle precipitazioni, per la gestione di strategie di adattamento».

L’ECCEZIONE DEL K2 - La più famosa anomalia è nel Karakorum, nella zona del K2 dove gli italiani vantano una lunga storia di alpinismo e di ricerca. «Abbiamo appena concluso uno studio sulle immagini satellitari della zona centrale del Karakorum da cui emerge che su 700 ghiacciai la quasi totalità è rimasta stabile e qualcuno è anche avanzato», spiega Smiraglia. Gli scienziati si stanno scervellando per capire il perché. Secondo una teoria, la traiettoria dei monsoni ha deviato verso il Karakorum, che si trova a nord-ovest dell’Himalaya, e sta portando qui maggiori precipitazioni nevose che si sommano a quelle invernali provenienti da ovest. Anche questi cambiamenti climatici potrebbero essere dovuti all’aumento delle temperature globali nell’atmosfera che reagisce in modo diverso a seconda dei diversi oceani e continenti provocando modifiche delle traiettorie delle varie correnti aeree. Certo è che nei prossimi anni non ci sarà alcuna inversione di tendenza.

ALPI SENZA GHIACCIAI - «Le Alpi diventeranno in pochi decenni come gli Appennini, montagne bellissime ma senza masse glaciali. Quelle attualmente esistenti si copriranno sempre più di detriti, diventeranno “ghiacciai neri”, tutt’intorno ci saranno frane frequenti, i torrenti avranno forti capacità erosive e alluvionali, il permafrost fonderà. Un quadro allarmante», conclude il glaciologo. Un altro esperto, Matthias Huss dell’Università di Friburgo, prevede che entro fine secolo sulle Alpi non resterà che circa il 10 per cento del ghiaccio attuale.

AMBIENTE O ECONOMIA - Il fotografo James Balog sta immortalando questa lenta agonia in una sorta di antologia globale della criosfera. Un dono prezioso per i glaciologi di oggi e di domani: migliaia e migliaia di scatti all’anno, di elevatissima qualità e razionale pianificazione topografica, che saranno un caposaldo per le ricerche future. «Due immagini mi hanno colpito in modo particolare», spiega il meteorologo Luca Mercalli, che ha scritto la prefazione del suo libro Ice: «Le fronti del Bishop Glacier, nella British Columbia, e del piccolo Grinnell Glacier, in Montana: si stanno sbriciolando in tanti piccoli iceberg che galleggiano sui laghi sottostanti». Le montagne sono in effetti le regioni dove i cambiamenti climatici sono più evidenti, ma ai governanti le immagini dei ghiacciai neri evidentemente non bastano per agire. È un problema di lobby politico-economiche, sostiene Mercalli: «Si tratterebbe di togliere quei 500 miliardi di dollari di sussidi che vengono elargiti ogni anno all’industria dei combustibili fossili, carbone e petrolio. E trasferirli alle energie rinnovabili, che oggi ne ricevono meno di un sesto. Non bisogna fare una rivoluzione, solo cambiare gli equilibri di produzione. D’altra parte, le leggi della fisica non aspettano i negoziati degli uomini. Non si può fermare la termodinamica. Anche noi cittadini dovremmo fare di più: nei Paesi democratici, il politico agisce se c’è la spinta dal basso».

06 dicembre 2013

Gemelli di nome, non di fatto

La Stampa

barbara gallavotti

Al via il programma europeo per scoprire tutte le differenze tra “gocce d’acqua”
Cattura
Uguali, ma diversi: così sono i gemelli identici. Proprio come due gocce d’acqua, che in fondo non si assomigliano poi tanto, forse perché si sono propagate in luoghi differenti, finendo per includere polveri specifiche e acquisendo dimensioni diverse. E, se non sono uguali due semplici gocce d’acqua, figuriamoci se possono esserlo due creature complesse come gli esseri umani. Eppure il perché della diversità dei gemelli identici intriga gli scienziati: attraverso di loro è possibile capire molto anche su quella maggioranza di noi che ha trascorso la vita intrauterina in solitudine. Per questo l’Istituto Superiore di Sanità ha istituito il «Registro nazionale gemelli» e ha annunciato che con questo parteciperà al progetto europeo «Heals» (Health and Enviroment-wide Association based on Large population Surveys), in cui verranno seguiti dalla nascita 1500 gemelli di 10 Paesi.

Ogni anno in Italia nascono all’incirca 17 mila gemelli. Il numero è in crescita, da un lato perché si tende a fare figli più tardi e le probabilità di avere gemelli aumentano con l’età materna, dall’altro perché cresce il ricorso alla fecondazione assistita: poiché ciascun embrione ha poche possibilità di svilupparsi, spesso se ne trasferisce nell’utero più di uno e, se il successo supera le aspettative, il risultato è l’arrivo di due o tre neonati. Il «Registro» ha raccolto finora 24.800 gemelli da zero a oltre 60 anni, sottoponendoli a diversi esami. Di questi 10 mila sono identici, almeno dal punto di vista del Dna. «Chiamiamo identici, o monozigoti, due gemelli che derivano da uno stesso ovulo fecondato e, quindi, condividono il medesimo Dna di partenza.

Ciò non vuol dire però che siano sempre indistinguibili. Ci sono capitate coppie di gemelli che pensavano di essere geneticamente diverse e non lo erano», dice Lorenza Nisticò, genetista all’Istituto Superiore di Sanità. Il grande quesito, quindi, è: perché a volte i gemelli monozigoti sono differenti, pur avendo lo stesso Dna di partenza e crescendo sostanzialmente nel medesimo ambiente? Rispondere a questa domanda significa concentrarsi su differenze che sembrano trascurabili rispetto a somiglianze impressionanti. Se una persona ha un disturbo di tipo autistico, il gemello monozigote ha una probabilità di circa il 70% di manifestarlo a sua volta, contro una probabilità di appena il 5% di un gemello non identico.

Qualcuno ha persino sostenuto che, se uno dei due gemelli monozigoti commette un reato, l’altro ha una probabilità di delinquere una volta e mezza superiore rispetto a un dizigote. Dai dati del «Registro» emerge che la celiachia - l’intolleranza al glutine - ricorre nell’83% di coloro che hanno un gemello identico già malato e nel 17% di coloro che hanno invece un gemello diverso nelle medesime condizioni. Le probabilità di avere diabete di tipo 1 triplicano, se il gemello malato è monozigote piuttosto che dizigote, e, ancora, il rischio di ammalarsi di asma è doppio se il gemello asmatico è monozigote invece che dizigote.

Tutti i disturbi elencati dipendono in parte dai geni e in parte dall’ambiente e da tempo si cerca di capire quanta responsabilità sia da attribuire agli uni o all’altro. «Il confronto Tra i gemelli è illuminante. Le sorprese sono emerse soprattutto negli ultimi anni, quando si è capito che aspetti anche marginali del contesto dove si vive possono causare cambiamenti a carico del Dna. Questi ultimi fanno sì che le informazioni che contiene siano messe in pratica in modo differente», dice Lorenza Nisticò.

Queste modifiche chimiche sono chiamate epigenetiche e possono essere di vario tipo: in genere si tratta di legami tra il Dna e altre molecole, in conseguenza dei quali il patrimonio genetico si impacchetta più strettamente, un po’ come se in un libro si incollassero fra loro due o più pagine. Insomma, a seconda del cibo che assumiamo, delle sostanze con cui veniamo in contatto, dello stile di vita che conduciamo, geni identici possono avere effetti diversi e ciò risulta particolarmente evidente nel caso di gemelli monozigoti.

«Questi mutamenti avvengono già in utero e si accumulano nel corso dell’esistenza, quindi le potenziali differenze nel Dna di due individui che al concepimento erano identici aumentano al crescere dell’età», dice la Nisticò. L’ambiente può essere differente persino all’interno del ventre materno. A seconda di come e dove si è formata la placenta, per esempio, può avvenire che due feti ricevano attraverso il cordone quantità di nutrienti diverse e questo porta a modifiche epigenetiche prima ancora della nascita. Compaiono, così, peculiarità nei tratti del viso oppure nella struttura fisica o molti anni dopo si manifesta di una malattia che risparmia invece colui o colei con la quale credevamo di condividere tutto. Ma c’è di più.

«Non è ancora chiaro quali cambiamenti epigenetici possano essere reversibili. Alcuni lo sono di certo, altri possono passare addirittura dai genitori ai figli. Uno studio appena pubblicato condotto sui topi ha dimostrato che la carenza di acido folico in gravidanza produce alterazioni epigenetiche che fanno sentire i loro effetti anche su topolini nati a cinque generazioni di distanza», spiega Giuseppe Testa, direttore del Laboratorio di epigenetica delle cellule staminali dell’Istituto europeo di oncologia. Mentre parla sembra quasi di vedere Jean Baptiste Lamarck che se la ride sotto i baffi. Naturalmente resta da capire quanto effetti di questo tipo siano determinanti per la salute complessiva e per il modo di essere di ciascuno di noi. E, probabilmente, i gemelli hanno ancora molte cose da dirci al proposito.

Latte lituano, pomodori cinesi e prosciutti belgi: la Babele del Made in Italy

Corriere della sera

Due «crudi» su tre dei nostri supermarket vengono da terre lontane. Ma dalle etichette non si capisce

Cattura
Una fetta di prosciutto, una mozzarella, una goccia di olio nascondono formidabili scontri di interesse tra lobby o governi. Regolamenti comunitari e leggi nazionali. Richiami al tricolore, strategie di marketing, politiche di prezzo. Etichette mute o scritte in ostrogoto. In mezzo a tutto questo i consumatori, con sempre meno soldi in tasca e, proprio per questo, sempre più strattonati.

Che lingua parla il prosciutto?
Mercoledì 4 dicembre gli attivisti della Coldiretti hanno sospeso per qualche ora la libera circolazione delle merci, uno dei principi fondanti dell’Unione europea. Dalle celle frigorifere dei camion hanno scaricato e poi issato come trofei cosce di maiale apparentemente insignificanti. Se non fosse per il timbro stampigliato sulla cotenna: Belgio, Francia, Olanda, Germania. Ecco il teorema dell’organizzazione degli agricoltori: l’industria di trasformazione importa materia prima per confezionare prodotti che poi spaccia come «made in Italy» ingannando il consumatore e bruciando posti di lavoro nei campi e negli allevamenti nazionali. Nel 2012, secondo i calcoli di Coldiretti, sono state importate 57 milioni di cosce di suino, a fronte di una produzione nazionale di 24,5 milioni. In sostanza due prosciutti su tre provengono da terre lontane. «Ma sono tutti lavorati negli stabilimenti italiani», replica Luisa Ferrarini, presidente di Assica, associazione industriali delle carni e dei salumi, affiliata a Confindustria.

Sia Coldiretti che Assica dicono due cose vere. Ma il punto è che sono verità che non si parlano fra loro. I produttori sostengono che i consumatori sceglierebbero con maggiore consapevolezza se conoscessero la provenienza delle materie prime. Comprerebbero prodotti più costosi? Manca la controprova. In realtà la gran parte dei cittadini-consumatori si comporta in modo contraddittorio. Nei sondaggi mostra di apprezzare «il made in Italy», ma quando si trova davanti agli scaffali guarda il cartellino del prezzo e lì si ferma. Il prosciutto cotto costa dai 9 ai 40 euro al chilo. Una forbice che sembra incredibile. Luisa Ferrarini non ha difficoltà ad ammettere: «L’industria offre una gamma enorme di prodotti. Nel Sud di Italia, per esempio, è richiesto un tipo di prosciutto molto magro ma con un prezzo che non può superare i 12 euro al chilo. Come pensate che si possa produrre un prosciutto del genere, se non importando la materia prima?»



Pasta e pomodoro
Le aziende di trasformazione, dunque, si difendono con questi argomenti: è vero, importiamo un 30% in media di materie prime, ma siamo sempre noi a controllare il processo di lavorazione; siamo noi che garantiamo la qualità e la sicurezza degli alimenti. Non siamo dei contraffattori. Ma c’è qualcosa che stona. Prendiamo pasta e pomodoro: il dna culturale, prima ancora che gastronomico, del nostro Paese. Eppure gli stabilimenti italiani, fa osservare ancora la Coldiretti ammassano ogni anno 5,7 miliardi di chili di grano provenienti da Francia, Ungheria, Austria, Germania e Canada. E, nota ancora con perfidia, l’industria di trasformazione importa 72 milioni di chili di salsa in concentrato dalla Cina: l’equivalente di quasi il 20% della produzione italiana di pomodoro fresco.

Si può discutere a lungo sul modello di agricoltura prevalente in Italia. Il fronte industriale ha buon gioco a sottolineare l’incapacità strutturale di un sistema frazionato come il nostro a coprire il fabbisogno di cereali (ne importiamo quasi il 45%). Dopodiché, però, nessun imprenditore spiega fino in fondo perché, su tutte le confezioni di pasta si sprechino i tricolori e i richiami, talvolta anche retorici, al Bel Paese. Come dire: lasciamo ai convegni le cifre sulle importazioni di grano, ma è meglio che il consumatore non sappia che l’anima dello spaghetto, talvolta, può essere francese, ungherese e perfino Canadese.

Olio, latte ed etichetta Dovrebbe essere, dunque, obbligatorio indicare l’origine di tutti gli ingredienti sull’etichetta? È una domanda che divide l’Unione europea. Al «sì» dell’Italia si oppone il «no» di Germania, Olanda, Gran Bretagna, Paesi in cui è forte l’influenza delle multinazionali e delle catene della grande distribuzione. Da quelle parti conta solo il prezzo e deve essere il più basso possibile. Al resto penseranno le arti della pubblicità e del marketing. Spesso fuorvianti: basti solo pensare alle mozzarelle o agli yogurt con nomi italiani confezionati con latte lituano o polacco. Lo scontro furibondo tra lobby e governi produce la semi paralisi della legislazione. Oppure qualche risultato grottesco.

Una prova? È sufficiente leggere l’etichetta su una bottiglia di olio, uno dei pochi settori in cui l’Unione europea ha adottato un regolamento comune. La dizione più frequente è un capolavoro di tartufismo politico: «miscela di oli comunitari». Significa che le olive provengono in gran parte dalla Spagna, ma questo Paese ha preferito nascondersi per consentire alla sua multinazionale, la madrilena Deoleo, di presentarsi ai consumatori con il fascino dei marchi italiani, acquistati uno dopo l’altro (Carapelli, Bertolli, Sasso, San Giorgio). Olio ricavato da materia prima spagnola, greca, o portoghese in una bella bottiglia vestita all’italiana.

06 dicembre 2013

Il festival delle promesse dei mister preferenza

Corriere della sera


Cattura
«Mi dissero: “Emi’, fatti vedere perché dicono che è inutile votarti essendo morto”. Mica potevo mettere manifesti: “L’onorevole Colombo nega d’esseredefunto”! E così per giorni e giorni dovetti girare come un pazzo perché tutti mi vedessero. Vivo». Erano feroci tra gli stessi amici di partito, come raccontava ridendo Emilio Colombo, le guerre delle preferenze.E chi se le ricorda si sente gelare il sangue all’ipotesi: oddio, la sentenza che ha sepolto il Porcellum non resusciterà il voto personale? Sono entrati nella leggenda, i trucchi per controllare i voti degli elettori. Ai tempi in cui ancora non c’erano i cellulari e la possibilità di imporre ai «clientes» di fare la foto alla scheda, i gran feudatari del voto mettevano a punto tutte le combinazioni possibili (prima questo numero, poi quest’altro, poi quest’altro ancora in ordine perfetto...) così da controllare la fedeltà dei propri beneficiati.

Se non veniva dimostrata, niente trasferimento del figlio militare in una caserma vicina a casa, niente raccomandazione per un posto da bidella, niente sostituzione estiva all’Aci... Erano così tanti, i sistemi di controllo e gli accorgimenti necessari per costruirsi un buon bacino elettorale che Aldo Giannuli, dietro lo pseudonimo di Algido Lunnai, si sentì di dover scrivere il Manuale dell’aspirante deputato . Un libro mai letto, si capisce, da chi già sapeva tutto. Come Vittorio Sbardella, detto «lo Squalo», che con la sua mascella da centurione e l’accento da «Gregorio, er guardiano der Pretorio», era il braccio destro elettorale di Giulio Andreotti e quando zio Belzebù diventò senatore a vita si candidò a raccogliere le sue vagonate di voti personali (367.000 alle politiche del 1972) e sparò a zero su tutti i possibili concorrenti, bollati come mezze cartucce: «De eredi, credime ammè, nun ce ne stanno proprio».

Né aveva bisogno di leggere quel libro Alfredo Vito, il proconsole diccì che contendeva l’hinterland napoletano a Francesco Patriarca detto «Don Ciccio ‘a Promessa» e si vantava di saper rovesciare al volo ogni parola leggendola al contrario («Balestra? «Artselab». Scala a chiocciola? «Aloiccoihc a alacs») ma soprattutto d’avere incasellato («E prima del boom del computer!») la bellezza di 30.000 elettori: «Se vedo una faccia non la scordo. Così i nomi. E allo spoglio ero capace di sommare a mente i voti di 50 seggi».

Lo chiamavano «Vito ‘a Sogliola» per la capacità mimetica di appiattirsi sotto la sabbia tra i due balenotteri napoletani Antonio Gava e Paolo Cirino Pomicino, per riemergere gonfio di voti come un pesce-palla: 104.532 nel ‘92 quando già era passata la preferenza unica (di qui il nomignolo «Mister 100.000 preferenze») ma addirittura 154.474 preferenze nell’87. Senza un discorso alla Camera. Senza un’apparizione televisiva. Senza un manifesto. Solo rapporti personali.

Come Totò Cuffaro, che teneva sulla scrivania uno schedario con migliaia di nomi ma in realtà sapeva tutto a memoria. E spiegò a Sebastiano Messina: «La mia porta è sempre aperta e dunque bussano in tanti. Viene padre Lo Pinto e mi invita alle prime comunioni e alle recite teatrali, io ci vado e lo aiuto a costruire il palco. Quando arrivano le elezioni è lui che mi chiama e poi siede accanto a me dicendo ai parrocchiani: “Totò è amico nostro, è cresciuto con noi, votiamolo”. Anche le suore sono con me.

Le “Collegine”, le suore del Collegio di Maria, in Sicilia hanno cinquanta istituti. Ne scelga uno a caso, ci vada e chieda per chi hanno votato. Le diranno: Totò Cuffaro». E poi c’erano i medici di base e i lavoratori socialmente utili e le associazioni no-profit e i circoli anziani e gli oratori parrocchiali... «Incontro da anni duecento, trecento persone al giorno. Ascolto. Ricordo le facce, i nomi, i progetti. » Progetti? «Sportivi, culturali, sociali...». Insomma: le pratiche clientelari? «Se intende “clientelismo” nel senso dispregiativo, è una parola che mi fa schifo. Se intende stare ad ascoltare gli amici...»

Anche Remo Gaspari, che resterà nella storia, a dispetto dei detrattori, come il panciuto pluri-ministro di marzapane che strappò l’Abruzzo alla povertà portandolo a un reddito pro capite europeo, conosceva una per una le sue pecorelle. E ogni volta che c’era un’elezione finiva sotto un acquazzone di preferenze che ricambiava andando a tagliare le salamelle e le caciottine nei garage-taverna degli elettori e l’estate non andava alle Seychelles ma alla pensione Sabrina di Vasto dove si piazzava in spiaggia sotto un ombrellone, con una stupefacente maglietta da marinaro a righe bianche e blu orizzontali e riceveva lì i maggiorenti del partito. I quali a volte si spingevano a omaggiarlo con parole di inarrivabile ossequio come quelle del sindaco di Cerchio, Alberto Tucceri, primatista mondiale dei leccapiedi: «Gaspari!

Soave creatura, bontà di sacrificio e di amore! Ti chiamerò sempre con tenero slancio...». E come dimenticare il monarca delle preferenze pugliesi Vito Lattanzio? Per i conterranei democristiani era una specie di Mamma Chioccia che provvedeva a procurar becchime per tutti i pulcini che pigolavano intorno e distribuiva assessorati all’urbanistica, seggi nel cda delle municipalizzate, assunzioni all’ente lirico... E quando fece il ministro della Difesa riversò tanto affetto sui generali, colonnelli, capitani, tenenti, sottotenenti, sergenti, caporali e sottopanza pugliesi che a certo punto su un muro del ministero apparve una scritta a caratteri cubitali: FF.AA.BB. Forze Armate Baresi.

Per questo, quando Mario Segni che si battè come un leone per abolire quel sistema orribilmente degenerato ha saputo della sentenza della Corte Costituzionale che rischia di ripristinare le preferenze, si è sentito cadere le braccia: «Ma come, torniamo a quella schifezza?». Perché sì, allora, come ha scritto Filippo Ceccarelli, «quando la tombola si chiamava ancora tombola e non bingo, il voto di preferenza era una scelta così determinante che sulla scheda, in cabina, molti italiani si esprimevano attraverso ambi, terne e quaterne. Ed era una lotta pazzesca non solo tra i partiti, ma soprattutto fra le correnti e ancora di più tra i singoli candidati».

E per far mandare a mente agli elettori i nomi da votare i più fantasiosi ne inventarono di tutti i colori: poesiole, canzoncine, cruciverba, rime baciate, normografi con i nomi predeterminati ma soprattutto date. Clemente Mastella, ad esempio, raccontò un giorno come aveva fatto a debuttare giovanissimo in Parlamento sulla scia di Ciriaco De Mita. Quelli che dovevano entrare erano piazzati in una precisa casella della lista: «Era il 1976 e invitammo i cittadini di Benevento a votare l’anno, perché Ciriaco De Mita era il numero 1 della lista, io ero il 9, Gerardo Bianco il 7 e Giuseppe Gargani il 6».

Quasi quarant’anni dopo, c’è ancora chi sospira di malinconica nostalgia... E ti chiedi: possibile che non esistano vie di mezzo tra la lista bloccata dove decide tutto il padrone del partito e quel sistema scellerato che grazie a Dio ci lasciammo alle spalle?

06 dicembre 2013

Abu Omar condannato a sei anni Lui: “Ho solo professato la mia fede”

La Stampa

La sentenza a quasi 11 anni di distanza dal rapimento dell’ex imam ad opera della Cia. L’accusa è terrorismo internazionale. L’avvocato: «E’ tranquillo»



Cattura
L’ex imam della moschea milanese di viale Jenner, Abu Omar, è stato condannato dal gup di Milano Stefania Donadeo a sei anni di reclusione con l’accusa di associazione per delinquere con finalità di terrorismo internazionale. La sentenza di condanna arriva a quasi 11 anni di distanza dal rapimento dell’ex imam ad opera della Cia.

L’ex imam è stato processato con rito abbreviato in contumacia, perché si trova in Egitto. Per lui il procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, aveva chiesto la condanna a sei anni e otto mesi di reclusione. Prima di essere sequestrato nell’ambito di un’operazione di “Extraordinary rendition” ad opera della Cia e, secondo l’accusa, con la compiacenza del Sismi, Abu Omar era sotto indagine per terrorismo internazionale in un’inchiesta della Digos, coordinata dagli allora pm del pool antiterrorismo Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Il sequestro dell’ex imam avvenne il 17 febbraio 2003 e Abu Omar venne portato in Egitto, dove fu anche torturato. Nel 2005, tra l’altro, i pm avevano chiesto e ottenuto un mandato di cattura internazionale proprio per l’accusa di terrorismo internazionale, ma l’Egitto non diede mai risposte.

Secondo l’accusa, tra il 2000 e il 2003 Abu Omar faceva parte assieme ad altri 13 stranieri, molti dei quali già condannati in via definitiva, di un’associazione che aveva «lo scopo di compiere atti di violenza con finalità di terrorismo in Italia e all’estero». Il gruppo faceva riferimento alla sigla “Ansar al Islam” e aveva un «programma criminoso condiviso con similari organizzazioni attive in Europa, nord Africa, Asia e Medio Oriente». Nell’ambito della vicenda del sequestro sono già state emesse 33 condanne, tra cui 23 definitive per agenti della Cia. Il 16 dicembre, invece, in Cassazione si terrà l’udienza per gli ex vertici del Sismi, Nicolo’ Pollari e Marco Mancini, condannati rispettivamente a 10 e 9 anni di reclusione.

Abu Omar ha sempre respinto l’accusa di terrorismo internazionale e ha sempre detto di essersi «limitato ad aderire ad un percorso politico-ideologico per professare il proprio credo e la propria fede». Lo ha spiegato il suo legale, l’avvocato Carmelo Scambia, parlando con i cronisti dopo la sentenza di condanna a sei anni per terrorismo internazionale a carico dell’ex imam.

L’avvocato Scambia ha chiarito che Abu Omar si trova ad Alessandria d’Egitto, tecnicamente libero «ma ha tanti occhi che lo seguono e deve dimorare nel paesino in cui è senza poter andarsene». «Davo per scontato l’esito di questo processo - ha spigato il legale - c’era da stabilire solo la quantificazione della pena che in linea teorica poteva arrivare anche a 10 anni. Ora vedremo le motivazioni e vedremo anche se ci saranno riferimenti al rapimento che ha subito». L’avvocato ha chiarito inoltre che Abu Omar «aspettava tranquillo di capire cosa sarebbe successo in questo processo, ma lui ha sempre respinto le accuse». Le motivazioni della sentenza arriveranno tra quaranta giorni.



Parla l’ex agente Cia De Sousa: “Date la grazia a chi sequestrò Abu Omar”
La Stampa

maurizio molinari

“Il rapimento è stato un errore, ma il Colle chiuda questa triste storia”



Cattura
«Mi sono dimessa dalla Cia, adesso posso parlare sulla “rendition” di Abu Omar». Sabrina De Sousa è il primo degli agenti della Cia condannati dalla Cassazione per il sequestro di Abu Omar a scegliere di parlare con un giornale italiano. L’intenzione è far conoscere agli italiani come ha vissuto in questi anni, ricostruire le responsabilità del sequestro dell’imam egiziano avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 e descrivere «gli errori commessi dall’America e dall’Italia in questa vicenda» per appellarsi al Quirinale affinché «chiuda un capitolo triste nella storia delle due nazioni, estendendo il perdono dato al colonnello Joseph Romano a tutti gli agenti coinvolti». Lo fa citando documenti, testimonianze dirette e documenti che ha trovato negli archivi del governo degli Stati Uniti.

Come ha passato gli oltre dieci anni trascorsi dalla rendition?
«Appena tornata negli Stati Uniti, iniziarono le indagini, il mio nome uscì e temetti molto per la mia famiglia, che si trova in India. Pensavo solo a loro, mio padre era malato di tumore e io avevo difficoltà a raggiungerlo. Non potevo attraversare l’Europa a causa dei mandati italiani. Un sabato seppi che stava morendo. Presi un volo dagli Stati Uniti per l’India che faceva tappa a Parigi, sapevo di rischiare, mi andò bene ma arrivai troppo tardi, era agli ultimi attimi di vita. È stato un costo umano alto. Eravamo molto legati anche dalla fede cattolica: quando nel 1986 Giovanni Paolo II, primo Papa nella storia, visitò l’India, fu mio padre a disegnare una delle strutture religiose, alta 7 piani, create per l’occasione».

Perché si è dimessa dalla Cia?
«Dopo la morte di mio padre, mia madre era rimasta in India da sola, volevo andare a trovarla per Natale ma la Cia me lo ha impedito. Mi disse che non potevo andare all’estero perché avrei messo in pericolo la sicurezza di altri agenti. Allora chiesi di far venire mia madre. Feci la richiesta a luglio per Natale, mi risposero a gennaio: “Non è possibile”. Non solo: diedero disposizione al nostro ambasciatore a New Delhi di non autorizzare il mio ingresso nel Paese dove avevo la mia famiglia. È stato il momento in cui ho compreso che volevano me ne andassi. Così ho fatto, ora le dimissioni sono pubbliche».

Che cosa significa non poter transitare per l’Europa?
«È un danno soprattutto per le possibilità di trovare lavoro, date dalla mia esperienza e dalle lingue che conosco».

Com’è iniziato tutto questo?
«Nel 2002 , mentre ero a Milano come diplomatica, partecipai come interprete a una missione Cia-Sismi per indagare su Abu Omar. Fu il mio unico coinvolgimento, perché quando vi fu la “rendition”, in febbraio, ero in settimana bianca con mia figlia. Ma tanto è bastato per farmi includere negli americani coperti da immunità che sono stati condannati dalla Cassazione».

Perché la Cia decise il rapimento di Abu Omar a Milano?
«Fu Jeff Castelli, capostazione a Roma, a proporlo. Cercava promozioni all’interno della Cia. Nel dopo 11 settembre era una maniera per mettersi in luce».

Quale fu l’approccio di Castelli all’operazione?
«Una “rendition” veniva autorizzata se il personaggio portava una minaccia alla sicurezza e veniva arrestato dal Paese dove si trovava, che lo consegnava agli Usa. Queste erano le regole. Ma tali requisiti non c’erano perché su Abu Omar non c’erano mandati di cattura, neanche in Egitto. La Digos lo teneva sotto controllo e le autorità italiane non avevano intenzione di arrestarlo».

 



Come fa a esserne così sicura?
«Castelli parlò diverse volte con Nicolò Pollari, capo del Sismi, per convincerlo a fare l’operazione, e Pollari gli disse sempre di no perché non c’erano i motivi e il Parlamento non aveva ancora approvato i nuovi poteri per i servizi. Anche Robert Seldon Lady, capostazione a Milano, era contrario».

Perché Lady si opponeva?
«Era in contatto con Bruno Megale della Digos, che gli aveva detto della sorveglianza su Abu Omar. La Digos gli stava addosso, non era in grado di portare minacce imminenti alla sicurezza».

Come fece Castelli a superare le obiezioni di Pollari?
«Disse al quartier generale di Langley che Pollari non si opponeva. Non c’era un’autorizzazione scritta, come avrebbe dovuto essere, ma riuscì a farsi credere. La richiesta arrivò ai vertici, a George Tenet, e da lui a Condoleezza Rice cui spettava parlarne al presidente Bush. Fu così che venne approvata».

Non vi furono contatti diretti fra Bush e Berlusconi sulla «rendition» di Abu Omar?
«No, perché gli italiani non volevano farla. Pollari, il governo Berlusconi, erano contro. In particolare Berlusconi temeva che la vicenda avrebbe ulteriormente compromesso i suoi già precari rapporti con i giudici».

È possibile che Castelli abbia avuto l’avallo italiano e lei non l’abbia saputo?
«L’autorizzazione scritta italiana alla rendition non esiste. Dunque nel migliore dei casi Castelli diede una propria interpretazione a ciò che gli venne detto da Pollari. Non sarebbe dovuto bastare, in base alle regole vigenti».

Come risolse Castelli il problema che l’arresto dell’imam dovevano farlo gli italiani?
«Lo affidò al carabiniere Luciano Pironi, noto come Luttwig, promettendogli di aiutarlo a farlo lavorare nei servizi segreti. Luttwig fermò Abu Omar facendogli vedere la tessera della polizia e lo portò nella vettura dove lo prese in consegna il team della Cia, che lo portò nella base di Aviano e da lì fino in Egitto».

Dunque, Castelli faceva pressione su Pollari mentre Lady parlava di Abu Omar con Megale della Digos...
«Sì, e quando Pollari seppe che la Digos teneva sotto sorveglianza Abu Omar, ebbe un motivo in più per opporsi alla rendition, visto che c’era un’indagine in corso. Scoprimmo così che Sismi e Digos non si parlavano, proprio come avviene fra Cia e Fbi».

Insomma, la rendition di Abu Omar avvenne in violazione delle regole stabilite dalla stessa amministrazione Bush...
«Esatto. Abu Omar non era pericoloso, l’Italia si opponeva e dunque la rendition non sarebbe mai dovuta avvenire. La Cia invece l’ha eseguita, su forte pressione di Castelli sui vertici, innescando molte conseguenze negative».

Ce ne dica una...
«La Cia ha perso credibilità, perché ha visto cadere il capo di un servizio alleato come Pollari senza muovere un dito per salvarlo. Cosa credete che abbiano pensato gli altri capi dei servizi alleati davanti a un simile comportamento?».

Resta il fatto che lei è stata condannata in maniera definitiva dalla giustizia italiana, assieme ad altri 22 americani. Cosa pensa di fare?
«Io sono vittima di due tipi di errori, quelli commessi dall’America nell’eseguire la rendition e quelli commessi dall’Italia nel perseguirla con la giustizia».

Qual è l’errore che rimprovera alla giustizia italiana?
«Di averci perseguito e condannato nonostante fossimo tutti coperti dall’immunità. È stata una decisione grave. L’Italia ha stabilito un precedente internazionale: è possibile violare l’immunità dei diplomatici».

Vi sono state delle conseguenze nei rapporti fra servizi?
«Sì, il governo italiano ha dimostrato di non saper proteggere l’identità di agenti alleati. Ma il problema è anche a un livello diverso: oggi ogni diplomatico straniero in Italia sa di non essere tutelato dal governo che lo ospita».

Che cosa dovrebbe fare l’Italia?
«Il Quirinale ha concesso la grazia a Joseph Romano, l’unico militare condannato assieme a noi diplomatici. Dovrebbe estenderla anche a noi, contribuendo così a chiudere questa triste pagina dei rapporti fra Italia e Stati Uniti, disseminata di errori di entrambi».

Perché crede che Joseph Romano sia l’unico a essere stato graziato dal Quirinale?
«Se guardiamo allo sviluppo della rendition, non ha alcun senso. Lui, militare ad Aviano, è meno coinvolto di me che stavo in settimana bianca con mia figlia? Il motivo è un altro. L’Italia, graziando Romano, ha voluto stabilire un precedente pensando ai due marò detenuti in India, ovvero suggerendo la soluzione della grazia per i militari. Ma poiché conosco bene l’India, essendo nata da un inglese e un’indiana, credo che questa strada non funzionerà. In India due pescatori uccisi da militari stranieri sollevano emozioni forti. La questione andava risolta subito, senza farla diventare una vicenda di orgoglio nazionale».

Se non arriverà la grazia dall’Italia, lei che cosa farà?
«Il mio legale ha presentato ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. È solo in primo passo, ne faremo altri».

In questi dieci anni ha visto o sentito Jeff Castelli?
«No, non l’ho mai cercato. È stato però lui a farlo, quando ha saputo che avevo deciso di dimettermi dalla Cia. Mi ha lasciato un messaggio sul cellulare e non l’ho richiamato. Non ha nulla da dirmi che sia nel mio interesse».

Morto Nelson Mandela, aveva 95 anni Addio al padre della lotta contro l’apartheid

Corriere della sera

L’annuncio del presidente Zuma: «Profonda gratitudine». Bandiere a mezz’asta e funerali di Stato per «Madiba»

Cattura
Nelson Mandela è morto a 95 anni. Il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, ha annunciato giovedì sera in un commosso discorso televisivo alla nazione la scomparsa del suo predecessore, eroe della lotta all’apartheid nel Paese. «I nostri pensieri - ha detto - sono con la sua famiglia, con i colleghi e amici e con il popolo sudafricano». Zuma, visibilmente commosso, ha espresso «profonda gratitudine» per Mandela e ha ordinato il lutto nazionale. Le bandiere saranno a mezz’asta in tutto il Paese da venerdì al giorno delle esequie. «La sua anima riposi in pace. Dio benedica l’Africa», ha detto ancora Zuma.«Voglio ricordare con semplici parole la sua umiltà, la sua grande umanità per la quale il mondo intero avrà grande gratitudine per sempre». Nel suo annuncio Zuma si è rivolto ripetutamente a Mandela col suo popolare e affettuoso soprannome: Madiba.

Zuma: "Nelson Mandela è morto", l'annuncio in tv (06/12/2013)
LA MALATTIA - Dopo essere stato ricoverato dall’8 giugno per il ripresentarsi di una infezione polmonare, Mandela era stato per tre mesi in clinica, e a settembre scorso era stato dimesso. Da allora si trovava nella sua casa vicino Johannesburg, dove riceveva cure mediche e assistenza, circondato dai familiari. 

Al suo ricovero a giugno a Pretoria era la quarta volta che entrava in clinica da dicembre 2012, quando era rimasto in clinica per 18 giorni a causa di una infezione polmonare e per sottoporsi a un’operazione per rimuovere dei calcoli biliari; a inizio marzo fu ricoverato un giorno a Pretoria per controlli medici programmati; poi il 28 marzo fu nuovamente ammesso in ospedale per problemi ai polmoni, e fu dimesso 10 giorni dopo. Mandela soffriva in particolar modo di difficoltà respiratorie perché contrasse la tubercolosi durante la lunga prigionia a Robben Island. Soffriva inoltre di fastidi alla vista, causati dagli anni di lavori forzati in una cava di calcare. Da giugno la presidenza sudafricana descriveva la sua condizione come «critica ma stabile» e solo mercoledì la figlia, Makaziwe, aveva detto che Mandela «non sta bene» ma continua a combattere coraggiosamente «dal suo letto di morte».

IL CORDOGLIO DI OBAMA - «Nelson mandela è vissuto per un ideale e l’ha reso reale. E’ uno dei personaggi più coraggiosi della nostra era. Appartiene al tempo, alla storia. Ha trasformato il sudafrica e tutti noi». Così il presidente Usa Barack Obama ha ricordato Mandela. «Il suo lavoro - ha aggiunto - ha significato moltissimo. Noi troviamo fonte di esempio e rinnovamento nella riconciliazione e nello spirito di resistenza che ha fatto dell’azione di Mandela una cosa vera».

L’OMAGGIO DAL MONDO - Dal leader cubano Raul Castro (che ha ricordato «il caro compagno») al presidente palestinese Mahmoud Abbas («Mandela è stato simbolo della liberazione dal colonialismo e dall’occupazione per tutti i popoli che aspirano alla libertà»), da ogni parte del mondo sono piovuti tributi a quella che per decenni è stata una delle figure simbolo delle battaglie terzomondiste, prima di assurgere a punto di riferimento universale per la difesa della libertà. La cancelliera tedesca Angela Merkel gli ha reso omaggio in quanto «nome per sempre associato alla lotta contro l’oppressione del suo popolo», mentre il presidente francese François Hollande lo ha definito un «lottatore instancabile» che «ha fatto la storia, quella del Sud Africa e quella del mondo intero».

CINESI DIVISI - La morte di Mandela ha poi messo in luce le contraddizioni della Cina: se il regime comunista ha espresso in un breve comunicato dell’agenzia Xinhua le condoglianze per il «vecchio amico del popolo cinese», alcuni cittadini, scrivendo su Internet, hanno paragonato lo statista sudafricano ai dissidenti che si battono nel loro paese per i diritti umani, tra cui il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, che sta scontando una condanna ad 11 anni per «sovversione». «Stiamo ricordando una persona che ha rispettato e si è battuta per i diritti umani, la libertà e l’uguaglianza ma il Mandela della Cina, che faceva esattamente le stesse cose, è stato messo in prigione», ha scritto uno di loro. «Davvero ironico», ha scritto un altro, «se Mandela fosse stato cinese, l’avrebbero picchiato a morte».




Mandela, una vita dedicata alla lotta all'apartheid (05/12/2013)
 

Mandela, le prime immagini dopo le dimissioni dall'ospedale (30/04/2013)
 
06 dicembre 2013 (modifica il 06 dicembre 2013)



Il leone della libertà

Corriere della sera

Mandela non è uomo da fugaci lacrime del giorno dopo. Lui resta lì, in alto, tra gli eroi che hanno pagato in proprio

Alla fine il vecchio leone ha dovuto arrendersi, per la prima e ultima volta. Ma anche dopo morto Nelson Mandela resterà con noi e con la Storia, perché il più grande eroe della riconciliazione espresso da un Novecento carico di sangue non può che appartenere a quell’Olimpo fatto di uomini che non passano, che non si dimenticano, che non escono più dai cuori e dalle coscienze che li hanno accolti. Le ultime immagini pubbliche di Madiba, come lo chiamava chi gli voleva bene, sono ancora quelle dei mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica.

Contro il parere dei medici, che gli avevano messo in testa un colbacco di perfetta foggia russa, il padre della patria volle chiudere i giochi con un giro di campo a bordo di un kart da golf. Non poteva non sapere, Nelson Mandela, che quello era un abbraccio d’addio al suo Paese e al mondo, non un semplice saluto al pubblico calcistico che lo acclamava come avrebbe fatto per la più straordinaria delle vittorie.

Madiba usciva di scena, e da allora ogni mese, quasi ogni settimana, e negli ultimi tempi ogni ora, il mondo ha atteso che la luce si spegnesse. Perché di luce pura è stato portatore Mandela, e sbaglierebbe chi pensasse ai soliti trionfali omaggi post-mortem. Nelson Mandela ha lottato per la libertà, quella dei neri ma non soltanto dei neri, quando il Sudafrica applicava una feroce segregazione razziale. Nelson Mandela, proprio perché non si è mai arreso, ha scontato 27 anni di carcere duro invece di accettare i compromessi che sul finire della sua prigionia gli venivano offerti.

E quando la libertà è arrivata, quando nel 1994 in Sudafrica si sono tenute le prime elezioni democratiche e multirazziali, cosa ha fatto il presidente Madiba? Ha affidato ad apposite commissioni il compito, anzi il dovere, di promuovere la riconciliazione attraverso la giustizia, di punire sì chi andava punito ma senza vendette e sostituendo una nuova fratellanza nazionale alle lacerazioni di un recentissimo passato. Con quale metro si può misurare tanta grandezza?

Come potremmo mai dimenticarla o non considerarla un esempio, e metterla in archivio per poter ricominciare litigi infinitamente trascurabili davanti alla Storia? Madiba, prima di quel suo struggente addio tutt’intorno a un campo di calcio, aveva avuto una grande soddisfazione: quella di vedere che un uomo di colore era stato eletto presidente degli Stati Uniti. Ma in questi ultimi anni e mesi, alla sua residua lucidità sono stati inferti soltanto colpi dolorosi. Il Nobel del ’93 è lontano, il Sudafrica è tormentato da nuove divisioni di segno diverso, la crisi economica risparmia soltanto i nuovi privilegiati, la criminalità è tra le più diffuse del mondo.

Persino dentro il movimento che Mandela guidò, l’Anc, si muovono lesti i coltelli della politica. E la famiglia è a pezzi, ricorre ai tribunali senza ricordare quell’altro metodo insegnato dal patriarca, quello della conciliazione giusta. Ora anche l’ingrato Sudafrica dovrà fermarsi, ricordare e piangere. Come si fermerà, ricorderà e piangerà il grande popolo del mondo. Ma attenzione, perché Nelson Mandela non è uomo da fugaci lacrime del giorno dopo. Lui resta lì, in alto, tra gli eroi che hanno pagato in proprio. E ci vorrebbe molto cinismo per continuare a tradire il suo retaggio.

06 dicembre 2013

La Kyenge non mette in regola i volontari della sua associazione

Libero

Dawa, l'organizzazione no profit a conduzione familiare del ministro, fra progetti fantasma, bilanci opachi e irregolarità amministrative


Cattura
La fortuna politica del ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge inizia nel 2002 quando decide di fondare l’associazione di volontariato Dawa che il lingua swahili significa «magia», «medicina». Libero ha potuto consultare il fascicolo su Dawa, depositato presso la provincia di Modena, con la storia, le attività, lo statuto, le cariche sociali e lo schema riassuntivo del bilancio. Da queste carte risulta che l’organizzazione non profit ha avuto un lungo contenzioso con la provincia di Modena per la mancata copertura assicurativa obbligatoria dei volontari, prevista dalla legge quadro sul volontariato, la 266 del 1991.

Per anni Dawa ha vissuto nel terzo settore, con tutte le agevolazioni fiscali previste per legge, senza però pagare gli oneri dovuti. Ma andiamo per gradi e immaginiamo il futuro ministro Kashetu Kyenge (come risulta all’anagrafe) che insieme a sei amici e parenti, l’1 novembre 2002, il giorno dei Santi, con una scrittura privata dà vita alla «Dawa, associazione internazionale per la promozione dell’arte, la cultura e la sanità». Tra gli atti consultati da Libero c’è anche l’organigramma: Cécile è il presidente, la psicoterapeuta Franca Capotosto è il suo vice, il marito Domenico Grispino è il «responsabile della relazione esteri e comunicazione», sua sorella Maria Teresa è «responsabile del settore culturale», il marito di Maria Teresa, Gianni Mazzini, è il «revisore dei conti».

La conduzione è a dir poco famigliare (la sede è la casa del ministro) e la squadra nei dieci anni successivi resterà praticamente la stessa. Nel 2003, tra «le attività e i progetti in corso», Kyenge inserisce una conferenza intitolata «Corpo e salute nella società tradizionale africana» della durata di 12 giorni (3-15 febbraio 2003) nel paese dove il padre Kikoko è capotribù (il villaggio Kyenge) nella Repubblica democratica del Congo. Si trova qui anche «Le centre de santè de la Ruashi-Kyenge» di Lubumbashi, una specie di ambulatorio ubicato sotto la casa della famiglia di Cécile e con cui Dawa interagisce.

Per renderlo più efficiente sono previsti l’«acquisto di un’autoambulanza» (donata nel 2006 da un ospedale modenese), «la ristrutturazione e l’ampliamento della struttura», «l’apertura di un laboratorio oculistico» e quella di un «centro diabetologico». Tra i progetti, o forse sogni, ci sono anche l’inaugurazione di altri due «centri di salute», uno nel villaggio Kyenge e uno nel nord del Congo. Peccato che le cose non vadano come sperato e che nel 2007, come riferito da Libero, diversi volontari rimangano sconvolti dalle disastrose condizioni igieniche in cui sono costretti a operare nel «Centre de santè de la Ruashi-Kyenge», poco più di una cantina senza luce né generatore elettrico, né attrezzi sterilizzati. Qui le donne partoriscono in condizioni estreme.

Il 31 dicembre 2008 la Dawa, in seguito a un controllo a campione del registro provinciale del volontariato, deve descrivere la propria attività a cinque anni dall’iscrizione. Vengono indicati 11 soci attivi e 70 volontari, tra saltuari e occasionali. Scopriamo anche che l’associazione utilizza gratuitamente, insieme con altri gruppi, i locali di un ente pubblico e che nel 2007 non è riuscita a farsi finanziare dalla provincia il progetto per una scuola professionale nel villaggio Kyenge. Il bilancio annuale registra 11 mila euro di entrate (solo 80 euro di quote sociali, 5.360 di raccolta fondi e circa 6 mila di trasferimenti da altre strutture non specificate), 8 mila euro di uscite e un attivo di 3.614 euro. L’esercizio degli anni precedenti ha un residuo di 280 euro. Il bilancio viene  approvato da due o tre membri su cinque dell’organo direttivo.

Nonostante questi piccoli numeri Kyenge sostiene che nel 2008 Dawa ha portato a compimento «la progettazione e la realizzazione di tre opere all’estero» con altrettanti interventi di «aiuto economico», oltre ad aver «erogato servizi a mille immigrati». All’epoca Cécile è già lanciata in politica. Quattro anni prima, da presidente di Dawa, è stata eletta consigliere di circoscrizione per i Democratici di sinistra; nel 2009 diventa consigliere provinciale con il Partito democratico e responsabile regionale delle politiche dell’immigrazione del Pd; nel 2010 viene nominata portavoce nazionale della rete Primo Marzo che si occupa di promuovere i diritti dei migranti. La sua ascesa sembra inarrestabile, anche se in realtà la sua associazione è minuscola, lavora con solo una decina di soci attivi e le spedizioni africane sembrano ad alcuni l’occasione per far visita alla numerosa famiglia.

In più Dawa nel 2008 ha un piccolo incidente di percorso. Nel questionario che deve compilare a dicembre Kyenge ammette di non essere in regola con «l’assicurazione degli aderenti». Il 19 luglio del 2010 Valerio Vignoli, funzionario dell’ufficio monitoraggio e controlli dell’Area Welfare della provincia di Modena, scrive a Kyenge e le contesta che «l’associazione ha dichiarato di non aver provveduto ad assicurare i soci attivi e di non avere un elenco vidimato» degli stessi. Quindi richiede entro 60 giorni una dichiarazione firmata dal futuro ministro con l’indicazione di «istituto assicurativo, numero di polizza, decorrenza, numero di persone assicurate». In caso contrario la Dawa verrà «segnalata agli organismi competenti».

Il responsabile del procedimento, non avendo ottenuto risposta, ricontatta la presidente il 23 novembre. La Dawa risulta ancora iscritta al registro provinciale del volontariato, ma non risponde. Passano altri quattro mesi e, il 14 marzo del 2011, il funzionario invia all’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo (Isvap) i nomi di sei associazioni modenesi che «non hanno comunicato l’attivazione di assicurazione». La quinta dell’elenco è la Dawa. L’Isvap ribatte che non è di propria competenza un «intervento diretto nei confronti delle segnalate associazioni». Raggiunto da Libero, Vignoli spiega: «Purtroppo c’è una legge che prevede un obbligo, ma non spiega chi debba comminare la sanzione». Una «magia», tipicamente italiana.

di Giacomo Amadori

Se l'immigrato clandestino ha più diritti di Berlusconi

Luca Fazzo - Ven, 06/12/2013 - 08:11

Il Tar lombardo annulla l'espulsione di un bengalese e sconfessa indirettamente la legge Severino: non si può applicare una pena retroattiva. Come si è fatto col Cav

Non era proprio così da matti sostenere che la legge Severino non poteva essere applicata retroattivamente, e quindi non poteva portare alla espulsione di Silvio Berlusconi dal Senato.


Cattura
Avevano provato a dirlo giuristi insospettabili come Valerio Onida, senza venire ascoltati; lo ha detto, e continua a dirlo, Luciano Violante, che per questo viene bersagliato di accuse di collaborazionismo. E ora a dirlo sono anche dei giudici, in una sentenza. Non si occupano del caso di Berlusconi, dei diritti tv, dei requisiti per essere eletti in Parlamento. Ma affrontano un tema le cui analogie con il caso che ha portato il Senato, il 27 novembre, a proclamare la decadenza del leader di Forza Italia, sono vistose. E sanciscono un principio chiave: «la certezza delle conseguenze dei comportamenti individuali». Chi commette un reato, deve poterne prevedere gli effetti, le conseguenze cui andrà incontro se verrà scoperto e condannato.

Le conseguenze non solo penali, ma di ogni sorta. Morale della favola: Silvio Berlusconi è stato espulso dal Parlamento, invece il signor Fazlul H., bengalese, potrà restare in Italia. Il decreto di espulsione nei suoi confronti è stato annullato dal Tar della Lombardia, con una sentenza depositata l'altro ieri, sulla base degli stessi identici motivi per cui Berlusconi chiedeva di poter restare in Parlamento. La legge non può essere retroattiva. E l'aspetto più sorprendente è la naturalezza con cui i giudici milanesi ricordano questo principio, come se si trattasse di cosa tanto evidente da risultare scontata, e da non necessitare di tante argomentazioni.

Anche Fazlul, come Silvio, è tecnicamente un pregiudicato. A suo carico c'è una condanna definitiva, emessa dal tribunale di Novara e confermata nei gradi successivi, per ricettazione e per «introduzione nel territorio dello Stato e commercio di prodotti con segni falsi», ovvero traffico di prodotti «taroccati». Per questo il 24 maggio dell'anno scorso il questore di Milano ha respinto la sua domanda di regolarizzazione, spianando la strada alla sua espulsione dall'Italia. Provvedimento apparentemente inevitabile: due leggi inseriscono esplicitamente entrambi i reati nell'elenco dei precedenti penali che rendono impossibile la concessione del permesso di soggiorno. Peccato che entrambe le leggi siano entrate in vigore dopo che il signor Fazlul ha commesso i reati.

Così, ecco quanto scrivono i giudici del Tar lombardo nella loro sentenza: «Entrambi i reati sono divenuti effettivamente ostativi alla permanenza dello straniero sul territorio nazionale solo in base a disposizioni legislative intervenute successivamente alla commissione dei fatti». «In base alla giurisprudenza costante, l'automatico diniego di rinnovo del permesso di soggiorno a fronte di reati cosiddetti ostativi non può essere applicato a fattispecie intervenute anteriormente all'entrata in vigore delle norme che hanno attribuito il carattere di ostatività al reato in questione, essendo tale principio insito nel più generale principio della irretroattività della legge penale, della certezza delle conseguenze dei comportamenti individuali che verrebbe vulnerato dalla sopravvenuta rilevanza negativa automatica di una condotta che all'epoca della sua commissione non determinava ex se la impossibilità di ottenere il permesso di soggiorno».

Siamo, come si vede, in un universo assai lontano dalla ribalta politico-giudiziaria in cui si è consumato il caso Berlusconi. Ma dal punto di vista del diritto, quasi sovrapponibile. A cambiare non è stata la legge penale: la ricettazione, come la frode fiscale, è sempre stata reato. Ma dopo il delitto, sono intervenute delle leggi che intervengono sul tema dei diritti: il diritto di Fazlul di poter vivere in Italia, così come la Severino è intervenuta sul diritto di Berlusconi a essere eletto. Sono leggi che si mettono in collegamento diretto con una norma penale: e quindi non possono valere all'indietro. Lo dicono dei giudici.

Quelle lire di Via Nazionale

Quotidiano.net


«A BRUXELLES hanno tirato su una grande struttura monetaria e poi hanno buttato via la chiave della porta d’accesso»: fuor di metafora, gli sventati signori dell’euro non avevano previsto, al momento del varo, l’ipotesi di una grave crisi della moneta unica e una, conseguente, via di fuga.

CatturaCHI HA SCRITTO queste note non è stato Silvio Berlusconi o Beppe Grillo e neppure Enrico Letta o l’ex delfino Alfano, ma un grande economista americano, Milton Friedman, che, già nel 2000, fece recapitare le sue osservazioni a un euroscettico della prim’ora, Antonio Martino. Oggi stanno tutti diventando insofferenti alle ingerenze di Bruxelles, a cominciare proprio dal Presidente Napolitano che, anni fa, quando non era ancora al Quirinale, si era invece schierato apertamente contro l’ex-ministro siciliano in un infiammato dibattito a Londra. Come se non bastassero i rimbrotti della “Thatcher teutonica”, la cancelliera Angela Merkel, ecco che ci vengono a dare lezioni anche tanti sconosciuti euroburocrati, come il commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, tanto da provocare la risentita reazione del  nostro premier.

CHE FINE hanno fatto gli ideali fondatori di De Gasperi, Adenauer e Schumann? Oggi il club di Bruxelles sembra diventato una specie di caravanserraglio dove i primi della classe continuano a dettare legge e a tiranneggiare, mentre i ripetenti non hanno pure diritto di parola.  Invece di sgridarci con il ditino alzato, il caro amico Rehn dovrebbe iniziare a fare i conti in casa propria: quanto costano a tutti i cittadini europei le pletoriche strutture dell’Unione, tra miriadi di commissari e funzionari che girano a vuoto, difendendo lo status quo? Per non parlare di tutta la zavorra dell’Europarlamento con spese talmente vertiginose e faraoniche che, al loro confronto, impallidiscono pure quelle di Montecitorio.

NELLA LETTERA a Martino (figlio di Gaetano, un altro padre europeo), Friedman aggiungeva: “Consiglia ai tuoi amici della Banca d’Italia di conservare la matrice con cui si stampano le banconote in lire: non si sa mai”. Chissà se in qualche  anfratto, in  un oscuro e polveroso “caveau” di Via Nazionale, ci sia ancora quella benedetta matrice...

giancarlo.mazzuca@ilgiorno.net

L'epic fail dell'Ansa: "C'è l'alluvione, arrivano i pompini per gli automobilisti"

Libero

L'agenzia giornalistica scivola sull'emergenza maltempo in Calabria: "Chi era in auto ha avuto problemi. E' stato soccorso dai pompini"



Scivolone Ansa:
i pompieri per gli automobilisti
diventano pomp..


"I pompini hanno subito prestato soccorso". Quello che avete letto non è un errore nè un refuso di chi scrive, ma è l'epic fail sui cui è scivolata l'agenzia giornalistica Ansa. In un'agenzia sul maltempo in Calabria, l'Ansa dà notizia dei disagi in Calabria per il maltempo. Il testo è molto dettagliato: "Numerose frane di piccola entità e strade allagate si sono verificate a causa della pioggia delle ultime ore in Calabria, in particolare nella zona dell'alto Ionio, nel crotonese e nel cosentino". Fin qui tutto chiaro. Poi arriva lo scivolone: "Il vento ha rovinato e danneggiato anche numerosi alberi, i cui rami sono finiti sulle strade. I pompini hanno prestato soccorso anche ad alcuni automoblisti in difficoltà". Di certo se quello raccontato dall'Ansa fosse stato il vero soccorso, tanti automoblisti avrebbero preferito avere un' alluvione ogni 3 ore.

Ecco l'ultimo regalo del Brasile: ora Battisti ha la carta d'identità

Sergio Rame - Gio, 05/12/2013 - 17:40

Il documento ilasciato lunedì scorso dal ministero della Giustizia. Adesso la condizione di rifugiato politico in Brasile è ufficiale

Accudito, coccolato e viziato. Cesare Battisti, l'ex terrorista condannato in contumacia all'ergastolo per aver commesso quattro omicidi, in concorso durante gli Anni di piombo, ha ottenuto la carta d'identità dal governo di Brasilia.


Cattura
È solo l'ultimo regalo che, dopo aver negato all'Italia l'estradizione e aver messo in libertà l'omicida del gruppo eversivo "Proletari Armati per il Comunismo" (Pac), il Brasile ha impacchettato per un efferato assassino che non pagherà mai per le persone a cui ha tolto la vita.

Come fa sapere la versione online del quotidiano Estadao, Battisti ha ottenuto la carta d’identità brasiliana per cittadini stranieri (Registro nacional de estrangeiro). Il documento è stato rilasciato lunedì scorso dal ministero della Giustizia di Brasilia. "Adesso - sottolinea il giornale - la situazione dell’italiano è dovutamente legalizzata e la sua condizione di rifugiato politico in Brasile è ufficiale". Il Registro nacional de estrangeiro (Rne) è concesso dalla polizia federale brasiliana agli stranieri ammessi in Brasile nelle condizioni di permanenza temporanea, definitiva o nei casi di asilo e rifugio politico.

È considerato il principale documento di identità degli stranieri residenti in Brasile. Normalmente è il primo passo per l’acquisizione della cittadinanza, che attribuisce tra l’altro il diritto di voto e di partecipare a concorsi pubblici e per la qualelo straniero "dovrà dimostrare di risiedere in Brasile in modo continuativo da almeno 4 anni".