mercoledì 4 dicembre 2013

Parole più cercate sul Web: al primo posto c’è “Meteo”

La Stampa

Milano


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Si sa, ormai il controllo sulle nostre ricerche sul web è totale. Ed è per questo che verso fine anno esce la classifica delle parole più cercate nei motori di ricerca della rete. Yahoo, poi, conferma che la tendenza del 2013 è quella di accedere al web da ogni mezzo e in qualunque luogo. Di giorno viviamo davanti al computer, non appena ci allontaniamo dal computer prendiamo in mano lo smartphone, riposto lo smartphone la sera accediamo su internet con il tablet o con il ritorno al computer. E in ogni momento abbiamo bisogno di risposte.

La parola chiave più ricercata di tutto il web è “Meteo”. La keyword rispecchia in qualche modo le abitudini giornaliere dell’utente e balza così al primo posto scalzando “Facebook” e “Calciomercato”. L’evergeeen “Oroscopo” è in sesta posizione, mentre i soliti “Giochi”, “Programmi TV”, “Superenalotto” e “Borsa italiana” si dividono le postazioni di centro classifica.

Le celebrità più cliccate, invece, sono quelle che sono state al centro di gossip, rumors e scandali: e allora ecco che il podio è tutto femminile e vede Sara Tommasi, Belen Rodriguez e Elisabetta Canalis. In netto aumento Emma Marrone e Melissa Satta, che entra nella Top Ten. A livello internazionale a farla da padrone sono le due popstar Miley Cyrus e Selena Gomez, entrambe lanciate da programmi Disney, al 2° e 3° posto, perché in vetta resta stabile la band dei “One Direction”. 


A livello maschile, invece, i personaggi più “ricercati” sono del mondo politico: inutile dire che alle prime due posizioni ci sono Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, mentre a completare il podio un tono di sacralità con Papa Francesco. Fuori dai Top Three, ma comunque al quarto e sesto posto, ci sono Rocco Siffredi e Tinto Brass, che rispecchiano la curiosità un po’ più maliziosa dell’utenza media. Per quanto riguarda il mondo dello sport Cristiano Ronaldo è in ottava posizione, proprio davanti a Valentino Rossi.

Curiosa la classifica legata alle parole e alle espressioni riguardanti la crisi: il podio vede “Quotazione oro”, “Spread” e “Calcolo IMU”. In quarta posizione si piazza “compro oro”.

(TMNews)

Rai, la crociata di Brunetta si sposta su Floris

Corriere della sera

«Ha cambia contratto, quadruplicando lo stipendio». E scatta l’interrogazione in Vigilanza

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Non solo Fabio Fazio, col quale ingaggiò un duello verbale in diretta televisiva (GUARDA IL VIDEO). La crociata di Renato Brunetta sugli stipendi Rai ora prende di mira un altro volto noto di Viale Mazzini. Il presidente dei deputati di Forza Italia detta alle agenzie diverse righe al veleno contro il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris, chiedendo di fare luce sul contratto che lo lega alla tv pubblica e annunciando di aver depositato in Commissione di Vigilanza Rai un’interrogazione ad hoc.

«CONDIZIONI SFAVOREVOLI»- «Floris - spiega Brunetta - sarebbe stato per molti anni legato alla Rai da un contratto di lavoro a tempo indeterminato. A partire dal 2007, su suo personale impulso, avrebbe richiesto e ottenuto dalla Rai la stipula di un nuovo contratto di lavoro autonomo, da libero professionista, ricevendo un compenso quattro volte superiore rispetto a quello percepito in precedenza, con un evidente aggravio di costi per l’azienda. Perché la Rai ha accettato delle condizioni tanto sfavorevoli? Per di piu’, il nuovo contratto, conterrebbe al suo interno una piccola, ma interessante clausola secondo la quale, alla scadenza del contratto, la Rai sarebbe obbligata alla riassunzione».

L’AFFONDO - «Se tutto questo fosse confermato - secondo Brunetta - ci troveremmo di fronte ad un contratto di lavoro mai visto nel panorama giuslavorista, che racchiude al suo interno tutti i benefici di un contratto da libero professionista, insieme alle garanzie di un contratto a tempo indeterminato, praticamente un sogno per le migliaia di giovani precari che lavorano nel mondo dell’informazione, a partire proprio dalla Rai. Auspico che, nel piu’ breve tempo possibile, la presidente Anna Maria Tarantola e il direttore generale Luigi Gubitosi contribuiscano a fare piena luce su questa vicenda ».

04 dicembre 2013

Detroit in bancarotta: è il più grande fallimento di una città Usa

Orlando Sacchelli - Mer, 04/12/2013 - 12:50

La "capitale dell'auto" non ha più risorse per i servizi base (polizia, illuminazione e vigili del fuoco). Con 18 miliardi di debito è al tracollo. Ma un giudice le lancia una ciambella di salvataggio

Quello di Detroit è il più grande fallimento di una municipalità nella storia americana. La ciambella di salvataggio arriva da un giudice federale, attraverso l'undicesimo titolo del "Chapter 9" della legge fallimentare americana.


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Detroit è la prima città degli Stati Uniti che dichiara formalmente bancarotta: la città del Michigan potrà così disfarsi dei milioni di dollari di debito che l'hanno portata al tracollo. Respinte, tra le proteste, le richieste dei sindacati e dei pensionati che, come molti altri creditori, potrebbero veder tagliati i propri assegni. Ma secondo il giudice federale Steven Rhodes la città ha agito correttamente, negoziando con i creditori prima di dichiarare (lo scorso 18 luglio) lo stato di insolvenza.

Cosa comporta il Chapter 9? Affronta il problema della ristrutturazione (il taglio) dei debiti delle municipalità, agendo a tutela del richiedente. Detroit ha enormi problemi economici (e sociali): il debito della città ammonta a circa 18 miliardi di dollari, la popolazione è stremata e ridotta ai minimi termini: 700mila abitanti contro i 2 milioni degli anni d'oro dell'auto. La disoccupazione sfiora il 20%. Molti quartieri sono quasi del tutto abbandonati e, girando per strada, si respira il degrado, con una forte impennata della criminalità. Chi può scappa, chi non può permetterselo cerca di sopravvivere.

Eppure, nonostante gli enormi problemi, c'è voglia di riscatto: anche se non è facile con un fardello simile sulle spalle. Si tenta di far rinascere Detroit ma ci vuole la collaborazione di tutti e la buona volontà dello Stato, partendo dai servizi base, quelli che non possono essere cancellati: polizia, vigili del fuoco, nettezza urbana, illuminazione delle strade. Ristabilire le condizioni minime di vivibilità è prioritario per riportare un po' di persone a vivere in città e rialzare, così, gli introiti nelle casse del Comune. Serve, prima di tutto, la speranza. Detroit non vuole mollare. Anche se è difficile.

La svolta politica

Dopo 40 anni Detroit ha eletto il primo sindaco bianco. Mike Duggan, 55 anni, ex amministratore delegato del Detroit Medical Center, si è imposto con il 55% dei voti contro il 45% del suo rivale, Benny Napoleon, nero, ex capo della polizia locale. Particolare curioso: entrambi erano vicini al partito democratico. Il neo sindaco ha vinto grazie anche al sostegno della comunità finanziaria. "La gente - ha detto a caldo Duggan, dopo la vittoria - vuole che il sindaco si liberi della burocrazia e faccia funzionare i servizi locali". Compito duro quello del sindaco, che dovrà vedersela con le forbici di Kevyn Orr, amministratore straordinario nominato dal governatore del Michigan dopo il tracollo finanziario della città. I due dovranno necessariamente convivere almeno fino al prossimo anno.

Violante disgustato dal suo Pd: ha violato i diritti di Berlusconi

Vittorio Macioce - Mer, 04/12/2013 - 07:46

L'atto d'accusa dell'esponente democratico dopo la decadenza: "Il Cavaliere meritava di difendersi. Un partito che non è capace di garantire i suoi avversari non è credibile"

Roma - È un sigillo e arriva da dove non te lo aspetti. Giustizia? No, vendetta politica. Luciano Violante da tempo vive nel Pd da eretico.


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Quello che dice adesso varrà per molti suoi compagni di partito come una bestemmia capitale. «Il mio partito non ha garantito i diritti di Silvio Berlusconi». Violante è seduto accanto a Gaetano Quagliariello, nell'aula Toti della Luiss. Stanno presentando il libro di Giovanni Orsina Il berlusconismo nella storia d'Italia. Ci sono vent'anni di storia in ballo, gli ultimi e per molti forse è arrivato il momento di fare i conti. Non è più politica, è quasi storia. Non è polemica sul presente, ma un modo per guardarsi in faccia e riconoscere quello che è stato. Solo che Violante parte dalla fine, dagli ultimi giorni, dal voto sulla decadenza al Senato, da Berlusconi cacciato dal Parlamento. È un atto d'accusa contro la cultura che si respira nel partito democratico.

La frustrazione che porta al risentimento. La voglia di liquidare e buttare fuori dal gioco della politica l'ingombrante e fastidioso avversario. La libertà individuale messa da parte, come un valore marginale, periferico, da sacrificare ancora una volta sull'altare della «ragione di partito». Quel giocare con le regole, personalizzandole. La distruzione dell'uomo di Arcore val bene una messa. L'idea che a un certo punto, quando non si trova altra via per batterlo, si può anche giocare un po' sporco. Ed è la sconfitta della politica. Violante scandisce con calma le parole: «Silvio Berlusconi aveva il diritto di difendersi davanti alla giunta per le immunità del Senato.

Un partito come il Pd che non è capace di garantire i diritti dei suoi avversari non è credibile». Troppa fretta, troppa foga, con la sensazione che tutto fosse già scritto. Questo atteggiamento sarà il peccato originale della futura, ipotetica, terza repubblica. È di nuovo il frutto di una crisi politica e istituzionale non risolta. È non riconoscere il voto di dieci milioni di berlusconiani, non legittimati, trattati come un'anomalia, uno scherzo della storia. «È grave - dice Violante - che alcuni senatori abbiano espresso il loro orientamento prima di aver consultato tutti i documenti a loro disposizione».

Il timore di Violante è che questi venti anni abbiano cambiato in profondità la sinistra. L'antiberlusconismo ha finito con specchiarsi nel suo opposto. «Il berlusconismo ha contagiato la sinistra nel senso che è stata anteposta la rivincita sull'avversario rispetto al dato programmatico che consente agli elettori di fare una scelta politica». La furia della vendetta ha svuotato il Pd. Con il rischio, per loro, di non ancora vinto la partita con l'elettore berlusconiano. È la domanda a cui Orsina nel suo saggio risponde. Chi ha votato Berlusconi?

Sono varie tipologie, ma quella più interessante è l'elettore che il professore della Luiss definisce «scettico». È un berlusconiano per necessità, per mancanza di alternative. Eccolo. È l'elettore che non si è mai sentito capito e rappresentato dall'Arcipartito e dalla vita pubblica. È quello di cui non si scrive, non si parla, non compare nei film e nei romanzi se non come maschera grottesca. È il vero «invisibile» della politica e della cultura italiana. Berlusconi è stato il primo a parlare ad ognuno di loro, come un «popolo di individui». Spesso li ha delusi, ma almeno li ha visti.

La sinistra questo elettore non lo ha mai capito. Non lo concepisce. Non lo riconosce. E questo è stato il suo grande problema, perché questo «berlusconiano scettico» pone domande cruciali, fondamentali anche per uscire da questa crisi, a cui la politica non sa dare risposte. Violante non avrà grande futuro nel suo partito. La questione che pone resta però fondamentale. Come esce la sinistra da questi vent'anni? Cosa ha sacrificato nel nome dell'antiberlusconismo sempre più viscerale? La risposta non uscirà dalle primarie. È un percorso più lungo, che pochi avranno il coraggio di fare. Forse neppure Renzi.

Ipocrita e marxista” L’America dei Tea Party contro Papa Francesco

La Stampa

paolo mastrolilli

Il conservatore Limbaugh: la Chiesa fattura miliardi e parla di povertà


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Nel documento presentato a novembre, Bergoglio ha chiesto “maggiore inclusione sociale dei poveri” e ha condannato “il consumismo sfrenato” Papa Francesco è un marxista, e la Chiesa cattolica è ipocrita a criticare il capitalismo che la finanzia. Con la sua consueta violenza verbale, il commentatore radiofonico americano Rush Limbaugh ha scatenato una nuova polemica, dietro cui però si legge il risentimento più o meno esplicito del mondo conservatore Usa verso Bergoglio.

Il motivo dell’attacco è la «Evangelii Gaudium», che Limbaugh ha criticato in una trasmissione intitolata «It’s Sad How Wrong Pope Francis Is (Unless It’s a Deliberate Mistranslation By Leftists)», ossia «è triste quanto sbagli Papa Francesco (a meno che non sia una traduzione deliberatamente manipolata dalla sinistra)». Il più popolare commentatore della destra estrema, come al solito, non ha usato toni miti: «È triste, incredibile.

Il Papa ha scritto, in parte, sui mali intrinseci del capitalismo. È triste perché fa capire che non sa di cosa parla, quando si tratta di capitalismo e socialismo». Limbaugh ha descritto la «Evangelii Gaudium» come un assalto alla «nuova tirannia del capitalismo» e un attacco alla «idolatria del denaro», per poi criticarla così: «Io sono stato varie volte in Vaticano: non esisterebbe, senza tonnellate di soldi. Ma a parte ciò, qualcuno ha scritto questa roba per lui, o gliel’ha fatta arrivare.

È puro marxismo, che esce dalla bocca del Papa. Capitalismo senza limiti? Non esiste da nessuna parte. Il capitalismo senza limiti è una frase socialista per descrivere gli Stati Uniti. Senza limiti, non regolati». Limbaugh ha denunciato i mali del socialismo e i benefici del capitalismo, inclusa la «trickle-down economic», e si è dichiarato «sbalordito» dalle parole di Francesco: «La Chiesa cattolica americana ha un bilancio annuale da 170 miliardi di dollari. Penso sia più di quello che la General Electric incassa ogni anno. La Chiesa è il principale proprietario edile a Manhattan. Voglio dire: hanno un sacco di soldi. Raccolgono un sacco di soldi. Non potrebbero operare come fanno, senza un sacco di soldi».

Limbaugh è tanto popolare, quanto controverso. Nonostante sia incline a dare lezioni di morale, in passato era stato arrestato in Florida per abuso di sostanze stupefacenti, assunte attraverso un traffico di antidolorifici. Durante l’ultima campagna elettorale invece era stato costretto alle scuse pubbliche, quando aveva definito Sandra Fluke, una studentessa di Georgetown che appoggiava la riforma sanitaria di Obama, come una prostituta. 

Limbaugh però ha circa venti milioni di ascoltatori, ha un contratto da 400 milioni di dollari per condurre il suo show, e non è il solo a ragionare così. Tanto per fare un altro esempio Jonathon Moseley, esponente del Tea Party, ha scritto sul «World Net Daily» che «Gesù sta piangendo in Paradiso per le parole del Papa». Cristo in persona, secondo Moseley, aveva rigettato la teoria della redistribuzione, quando gli avevano chiesto se era giusto che un fratello condividesse con gli altri famigliari un’eredità ricevuta: «Gesù parlava all’individuo, mai allo Stato o alla politica del governo. Era un capitalista, che predicava la responsabilità personale, non un socialista».

Almeno un gruppo cattolico, la Catholics in Alliance for the Common Good, ha criticato Limbaugh e lanciato una petizione per denunciarlo, ma il mondo conservatore americano è in fermento dall’elezione di Francesco. Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI pensava di avere solidi alleati in Vaticano, tanto per come Papa Wojtyla aveva aiutato a demolire l’Urss, quanto per come lui e Ratzinger si erano impegnati contro l’aborto e nella difesa della vita. Intellettuali tipo Richard John Neuhaus si erano convertiti dal protestantesimo, e filosofi come Michael Novak avevano esaltato la nuova dottrina economica della responsabilità, nonostante anche Giovanni Paolo e Benedetto non avessero mancato di denunciare gli eccessi del capitalismo.

I conservatori cattolici ora sono rimasti sconcertati soprattutto dalle parole di Francesco sui temi della vita, e quelli protestanti sull’economia. Ad alzare la voce sono gli estremisti, ma la discussione è aperta. 

New York, animalisti chiedono lo status di persona giuridica per gli scimpanzè

La Stampa

Sono animali cognitivamente avanzati e auto-consapevoli che il loro mantenimento in cattività equivale alla schiavitù


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Un gruppo per i diritti degli animali denominato Nonhuman Rights Project (Nhrp) ha intentato causa presso la Corte Suprema di New York per tentare di far dichiarare che gli scimpanzè sono persone legali e che dovrebbero essere liberate dalla loro cattività. Si tratta della prima delle tre cause che saranno depositate questa settimana in tre contee di New York. In particolare, il tentativo degli animalisti riguarda due scimpanzè coinvolti in alcune ricerche presso la Stony Brool University e altri due tenuti in una proprietà privata.

Se la Nhrp avrà successo a New York - spiega Richard Cupp, un professore di legge alla Pepperdine University di Malibu, California - ci potrebbe essere un passo significativo verso il ribaltamento delle leggi che da millenni definiscono gli animali come proprietà e si potrebbe innescare una “reazione a catena” che potrebbe diffondersi verso altre giurisdizioni». Secondo la Nhrp, gli animali cognitivamente avanzati come gli scimpanzè e i delfini sono così auto-consapevoli che il loro mantenimento in cattività, sia in uno zoo o in un laboratorio di ricerca, equivale alla schiavitù.

«Se la Nhrp avrà successo a New York - spiega Richard Cupp, un professore di legge alla Pepperdine University di Malibu, California - ci potrebbe essere un passo significativo verso il ribaltamento delle leggi che da millenni definiscono gli animali come proprietà e si potrebbe innescare una `reazione a catena´ che potrebbe diffondersi verso altre giurisdizioni».

Secondo la Nhrp, gli animali cognitivamente avanzati come gli scimpanzèe i delfini sono così auto-consapevoli che il loro mantenimento in cattività, sia in uno zoo o in un laboratorio di ricerca, equivale alla schiavitù. 

Fine di Arafat, i medici francesi smentiscono i colleghi svizzeri: ma quale polonio è morte naturale

Il Messaggero


PARIGI - «Yasser Arafat non è morto per avvelenamento da polonio, ma per cause naturali»: dopo lunghe ricerche, gli esperti francesi rovesciano le conclusioni di un rapporto svizzero ed escludono la tesi dell'avvelenamento del leader palestinese, morto all'età di 75 anni, l'11 novembre 2004, nell'ospedale militare di Percy, vicino a Parigi. La vedova, Suha Arafat, si dice ora «sconvolta» per le contraddizioni tra le conclusioni elvetiche e quelle francesi sulle cause della morte del marito. «Se sapeste quanto sono sconvolta per queste contraddizioni. Che bisogna pensare?», si è chiesta a caldo la donna, affermando peraltro di non voler accusare «nessuno» e senza sposare nell'immediato alcuna tesi.

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Il rapporto di Parigi, commissionato agli esperti dalla giustizia francese, «scarta la tesi dell'avvelenamento e va nel senso di una morte naturale», ha annunciato oggi una fonte all'agenzia France Presse. Secondo France Inter, gli esperti concludono che Arafat sia morto per «cause naturali in seguito a un'infezione generalizzata». Da Ramallah, il nipote di Arafat, Nasser al-Qidwa ha espresso scetticismo. «Fino ad ora, non ho visto questo documento. Ma ogni nuova informazione sulla morte di Arafat, in particolare se viene dalla Francia, dovrebbe essere coerente con il rapporto dell'ospedale del 2004».

Perplesso anche un altro responsabile palestinese che chiede l'anonimato: «Se dicono che Arafat è morto per cause naturali, perchè non dirlo già dal 2004?». «Dobbiamo prima vedere il rapporto, poi prenderemo una decisione», ha osservato da parte sua il presidente della commissione ufficiale d'inchiesta palestinese, Tawfik Tirawi, riferendo che la sua indagine sta per concludersi. «Vi prometto - ha spiegato a un'emittente locale - che la prossima conferenza stampa sarà l'ultima e che faremo luce sull'identità di quanti hanno eseguito, preso parte o erano a conoscenza della uccisione del rais».

Nel luglio 2012, Suha Arafat presentò una denuncia contro ignoti per omicidio dopo l'individuazione di tracce di polonio su alcuni effetti personali del marito da parte di analisti svizzeri di Losanna ai quali ella stessa si era rivolta. I giudici ordinarono allora di riesumare la salma, ciò che venne puntualmente fatto nel novembre 2012 con l'autorizzazione del presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) e successore di Arafat, Abu Mazen.

Tre diverse squadre di inquirenti - svizzeri, francesi e russi - hanno poi analizzato separatamente una sessantina di campioni. Ma al termine dei rispettivi approfondimenti, le conclusioni delle tre equipe risultano adesso divergenti: al contrario dei francesi, gli svizzeri hanno detto di propendere per la tesi dell'avvelenamento, dopo aver trovato quantità di polonio 20 volte superiori a quelle misurate abitualmente, ma senza spingersi a sostenere in modo categorico che la micidiale sostanza radioattiva sia stata direttamente all'origine del decesso.

Quanto ai russi, infine, il tempo trascorso rende impossibile affermare che il polonio c'entri con il decesso. Dopo la divulgazione dei primi rapporti, il presidente Abu Mazen chiese una commissione d'inchiesta internazionale. «Israele è il primo, il principale e unico sospetto», disse a sua volta Tirawi, nel corso d'una conferenza stampa a Ramallah. Ma lo Stato ebraico, che nega da sempre ogni coinvolgimento, coglie la palla al balzo dopo i risultati francesi. L'expertise di Parigi non rappresenta «alcuna sorpresa per noi», taglia corto per bocca del portavoce del ministero degli esteri Yigal Palmor.

Lo Stato ebraico respinge i sospetti come «accuse senza fondamento, avanzate senza la minima prova (...) Israele non ha ucciso Arafat, punto e basta». Il referto medico dell'ospedale di Percy Clamart, pubblicato il 14 novembre 2004, si limitò del resto a far riferimento a una grave infiammazione intestinale e a disturbi della coagulazione, senza chiarire le cause della morte del rais. E all'epoca la moglie non pretese alcuna autopsia sul corpo del marito.


Martedì 03 Dicembre 2013 - 20:52
Ultimo aggiornamento: 21:45

La finta fuga dei lavoratori in nero per evitare i controlli della polizia

La Stampa

Troppi blitz in queste ore, nelle aziende rimangono solo i titolari


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Siamo a poche centinaia di metri dal rogo in cui sono morte sette persone, alle spalle del Macrolotto, quartiere San Giorgio. Il commissario Flora Leoni della polizia municipale bussa insieme alla sua squadra. Quando la porta si apre ecco le macchine da cucire, il materasso per dormire accanto al posto di lavoro, bombole del gas e un soppalco di cartongesso che lascia intuire cosa contiene. Una scena che si ripete, sempre uguale. «Potremmo entrare in una qualsiasi di queste porte», mi dice il vigile indicando altri capannoni «e la scena sarebbe identica». Il proprietario dell’azienda e la moglie si sono appena svegliati, prendono tempo, ma l’interprete fa capire loro che non possono resistere. Gli altri sono scappati. Stanotte i controlli hanno verificato che le macchine da cucire lavoravano senza sosta e i cumuli di maglie rigorosamente «made in Italy» buttate a terra lo dimostrano, ma adesso sembra non esserci nessuno. «Questi giorni dopo la tragedia stanno più attenti, sanno che i controlli sono stati intensificati e quando possono vanno a dormire in posti sicuri», spiega un vigile.

I cinesi lavorano di notte quando i controlli sono più difficili. Dietro il primo muro di cartongesso ecco la cucina da cui si accede a un bagno. I fili elettrici sono scoperti, nessuna norma di sicurezza e igienica, cibo marcio, scarpe sparse, carne di maiale appesa alle finestre, la fossa biologica che emana fetore. Scatta il sequestro preventivo. «Questi locali sono sede di impresa e quindi non è regolare abitarci». Sulla scala ripida e malferma ci sono gomitoli di polvere e sporcizia sedimentata ovunque. In cima un lungo corridoio ai cui lati si aprono stanze-loculo.

In quella dei due cinesi titolari dell’azienda ci sono anche segni della presenza di bambini. Sul permesso di soggiorno Zhou ha segnato due figlie: Cristina e Luna. «Sono in Cina», dice. Ma i poliziotti sanno che probabilmente non è così. Hanno portato un interprete che conosce anche il dialetto della provincia orientale da cui vengono questi cinesi. E capisce che qui vi era altra gente perché moglie e marito dicono tra loro di portare via «anche la roba degli altri». Quando chiedi loro perché vivono non solo nell’illegalità ma anche in una situazione di degrado assoluto rispondono quasi stupiti: «Lavoriamo tutto il giorno non abbiamo tempo di pulire».

Non hanno il contratto di affitto e si cerca di corsa il proprietario. È italiano, abita poco distante da qui. A.P. arriva di corsa, con la tuta da lavoro, fa l’elettricista, la faccia tesa. «Lei era a conoscenza che qui dentro è stata costruita una struttura abusiva, un soppalco di legno con mura di laminato truciolare?». «No, cioè...». L’uomo è combattuto, vede guai vicini ma non ce la fa a dire una bugia intera: «Me ne sono accorto quando sono venuto a riscuotere l’affitto l’ultima volta e ieri, dopo l’ incendio al lotto 82 ho chiesto loro di eliminare il dormitorio, ma non mi hanno ascoltato». Il vigile verbalizza senza infierire

E senza stupirsi visto che la stessa scena si ripete ogni volta. Arriva anche la moglie che chiede «perché non siete andati da quell’altro capannone dove c’è un gran via vai di cinesi?». Il commissario Flora smette di scrivere il sequestro preventivo e con grande calma le spiega che i controlli li fanno continuamente e che forse sarebbe bene che i cittadini di Prato li aiutassero. «Voglio dire cara signora che se i proprietari facessero attenzione verificando che l’utilizzo dei loro immobili da parte dei locatori sia corretto invece che chiudere gli occhi le cose sarebbero più facili». La donna se ne va ringraziando e con un «certo, certo» che mescola dispiacere, senso di colpa e preoccupazione. Stessi sentimenti che appaiono sul volto del marito.

«Sì, sono consapevole che se non smettiamo di affittare a cinesi che non rispettano le regole Prato non potrà vincere la sua battaglia». Ma lo dice con il tono di chi già è stato vinto, di chi affitta ai cinesi per sbarcare il lunario, perché tanto tutti fanno così, perché questo è il sistema e non è certo chiudendo il suo capannone che si potrà risolvere il problema. «Poi questi due sono bravi ragazzi, mai un problema», dice A.P. cercando una giustificazione. «Lavorano sempre e non mi hanno dato mai un problema».

Il contratto di affitto riporta una cifra modesta: poco più di 300 euro al mese. Possibile? Alla vigilessa «pare molto strano», ma qui l’evasione fiscale sembra il minore dei problemi. Ci sono due bombole del gas stivate sotto una macchina da cucire, gli estintori non sono in regola, nessuna uscita di sicurezza, impianti elettrici fai da te senza salva vita. Qui una tragedia sarebbe potuta succedere in ogni momento. «Ma non è successa perché adesso dovremmo preoccuparci?», chiede Zhou che aiuta la moglie e gli altri cinesi a fare i pacchi.

Tutto buttato in sacchi della spazzatura. Stasera questo capannone avrà i sigilli e loro dovranno dormire da un’altra parte. Per ricominciare a lavorare con lo stesso sistema il giorno dopo da un’altra parte complice qualche proprietario italiano che non vede l’ora di affittargli una rimessa, un garage, un locale. «Pagano in contanti e puntuali», spiega un vigile che ogni giorno, da anni, vede la stessa realtà senza che cambi mai nulla.

Kennedy, all'asta l'orologio del chirurgo che segnò l'ora della morte del presidente

Il Messaggero

di Giacomo Perra


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E’ solo un orologio, eppure ha segnato la storia, o meglio, l’ora in cui essa si compiva. Precisamente, erano le 13 del 22 novembre del 1963 e il cronografo in questione, un Patek Philippe da 18 carati, era sul polso del chirurgo texano Kemp Clark, l’uomo che si stava accingendo a firmare il certificato di morte del presidente americano John Fitzgerald Kennedy, rimasto vittima di un attentato a Dallas.

L’oggetto, un pezzo sicuramente pregiato per collezionisti e curiosi di ogni genere, andrà all’asta da Christie’s, a New York, il prossimo 17 dicembre e probabilmente chi vorrà accaparrarselo dovrà mettere nel conto di spendere più di 150mila dollari, cifra da cui dovrebbe partire la vendita, il cui ricavato per una parte verrà devoluto alla Croce Rossa.

L’orologio fu messo in commercio oltre sessant’anni fa, nel 1948, e fu regalato a Clark dalla madre, che lo acquistò nel 1949 per “soli” 750 dollari. Il medico texano lo aveva indosso anche quel 22 novembre di 50 anni fa quando, alle 12:38, mentre era in servizio al pronto soccorso del Parkland Memorial Hospital di Dallas, colpito da tre spari - almeno questa è la versione ufficiale - Kennedy arrivò ormai in fin di vita. Dopo la rianimazione e la pratica, alle 12:43, di una tracheotomia, all’una Clark non potè fare altro che dichiarare il decesso del presidente, depositando la sua firma sul certificato di morte.

A dire il vero, l’orario della scomparsa di Jfk è ancora oggetto di dibattiti e discussioni ma, questo è certo, non è l’unico o il più importante dei misteri nel giallo del suo assassinio.


Venerdì 22 Novembre 2013 - 18:31
Ultimo aggiornamento: 18:42

Dopo aver comprato casa scoprono l’ipoteca...

La Stampa

L’opera professionale del notaio non si riduce al semplice accertamento della volontà delle parti e di direzione nella compilazione dell’atto, ma si estende alle attività preparatorie e successive, affinché sia assicurata la serietà e la certezza degli effetti tipici dell’atto e del risultato pratico perseguito dalle parti. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 15305/13.




CatturaIl Tribunale ha rigettato una domanda volta a far dichiarare l’inadempimento contrattuale di un notaio. Quest’ultimo, infatti, non aveva proceduto all’esame relativo alle visure ipotecarie prima di stipulare l’atto pubblico di compravendita di un immobile acquistato, risultato in seguito soggetto a ipoteca giudiziale a favore dell’erario. Malgrado il suo impegno a cancellare l’ipoteca, il notaio non vi aveva provveduto e, quindi, gli attori ne chiedevano la condanna al risarcimento dei danni in forma specifica, ossia a cancellare l’ipoteca con il conseguente esborso della somma necessaria per estinguere il debito verso il creditore iscritto.

Non avendo ottenuto il risultato sperato, gli attori hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando che, in modo erroneo, il giudice dell’appello, pur riconoscendo la responsabilità del notaio per aver omesso gli accertamenti ipocatastali relativi al bene oggetto del contratto di vendita, ha dichiarato che non si poteva chiedere al professionista alcun risarcimento dei danni. Questo perché i venditori avevano garantita la libertà del bene da ipoteca, vincoli e pesi di qualunque natura, poiché graverebbe sui venditori l’obbligo di evitare ogni molestia o azione eventualmente esercitata da terzi nei confronti degli acquirenti.

La Suprema Corte ha ritenuto fondata la censura dei ricorrenti, affermando che il notaio, quand’anche sia stato esonerato dalle visure, - essendo comunque tenuto all’esecuzione del contratto di prestazione d’opera professionale secondo i canoni della diligenza qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. e della buona fede - qualora, come nel caso di specie, non osserva tali obblighi risponde ex contractu per inadempimento della obbligazione di prestazione di opera intellettuale.

È il notaio a dover risarcire. Infatti, gli Ermellini hanno precisato che la lesione del diritto dell’acquirente in relazione alla certificazione dello stato dell’immobile da parte del notaio, proprio perché costituisce colpa contrattuale per inadempimento, comporta che il notaio deve fare tutto quanto è dovuto al fine di redigere un atto da cui risulti effettivamente la liberazione da ogni vincolo dell’immobile oggetto della compravendita, ossia è il notaio e non altri a dovere rispondere del suo inadempimento.

Piazza Cavour ha aggiunto che dall’obbligazione assunta dal notaio discende che l’obbligo del risarcimento a suo carico può essere disposto anche in forma specifica mediante la condanna alla cancellazione del vincolo con il pagamento della somma necessaria a tal fine per il compimento delle richieste formalità, oltre che per equivalente ex art. 2058 c.c., limitando il risarcimento in forma specifica alla sua possibilità, in tutto o in parte, e alla non eccesiva onerosità per il debitore, da valutarsi da parte del giudice di merito.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Lo zio di Obama non è più clandestino, dopo 50 anni negli Usa

Il Masttino


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Lo zio keniota del presidente Barack Obama, Onyango Obama, ha ottenuto la green card, il permesso di soggiorno permanente negli Stati Uniti dove vive ormai da 50 anni. Un giudice di Boston infatti ha finalmente annullato l'ordine di deportazione emesso nei confronti del fratellastro del padre di Obama nel 1986 e nel 1989 per essere rimasto nel Paese oltre la scadenza, nel 1970, del permesso di soggiorno da studente con il quale era arrivato nel 1963. Oyango era comunque rimasto nel Paese senza documenti dopo aver perso un appello contro l'ordine di deportazione nel 1992. Il suo caso era emerso quando nel 2011, quindi dopo l'elezione del nipote alla Casa Bianca, l'uomo era stato arrestato per guida in stato d'ebbrezza a Framingham, alle porte di Boston.

Ora il caso si è chiuso perchè il giudice Leonard Shapiro ha potuto applicare la legge che concede la green card alle persone che sono arrivate in America prima del 1972. «Benvenuto in America!» ha detto così il giudice allo zio del presidente. Testimoniando in aula Onyango ha detto:«ho un nipote, è il presidente degli Stati Uniti». Ed ha raccontato di averlo ospitato per tre settimane negli anni ottanta, quando era studente della Harvard Law School. Questo sarebbe in contraddizione con quanto affermato dalla Casa Bianca, secondo la quale il presidente Obama non avrebbe mai incontrato lo zio. Il giudice Shapiro è lo stesso giudice che nel 2010 aveva concesso l'asilo ad un'altra zia di Obama, Zeituni.

 
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mercoledì 4 dicembre 2013 - 08:59   Ultimo aggiornamento: 10:50

Vedova dell'imprenditore suicida, Equitalia: «Rinunci all'eredità e non dovrà nulla allo stato»

Il Messaggero


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BOLOGNA - «La signora Marrone dovrà pagare la cartella di 60 mila euro solo nel caso in cui dovesse decidere di accettare l'eredità del marito. In caso dovesse rifiutarla, nulla deve allo Stato. Questo è quello previsto dalla Legge: con l'eredità si accetta sia l'attivo sia il passivo». Lo ha ribadito la portavoce dell'Agenzia delle Entrate, Antonella Gorret, a 'La Vita in diretta' su Rai Uno, in riferimento al caso di Tiziana Marrone, la vedova di Giuseppe Campaniello, l'artigiano che si diede fuoco a Bologna disperato per la crisi economica.

La donna aveva ricevuto nei giorni scorsi una cartella esattoriale da 60 mila euro per i debiti del marito. «Comunque, nel caso in cui dovesse decidere di accettare l'eredità - ha proseguito Gorret - potrà pagare la cartella in 120 rate, come stabilito dal 'decreto del fare' per le situazioni di crisi. Nè l'Agenzia delle entrate nè Equitalia possono cancellare il debito. Ci vuole una legge dello Stato per tutti quelli che si trovano nella sua stessa situazione, non solo per la signora Marrone».



Martedì 03 Dicembre 2013 - 18:22
Ultimo aggiornamento: 18:54

Mottarone: piste chiuse per sfratto Quattro giorni dopo l’apertura della stagione

Corriere della sera

Riccardo Bruno

Battaglia legale tra la S4, che gestisce gli impianti e la famiglia Borromeo, proprietaria delle aree su cui si sviluppano i campi

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MOTTARONE (Verbano-Cusio-Ossola) – Un gruppo di amici da Milano arriva sulle piste troppo tardi. È mezzogiorno, ci sono due carabinieri, le guardie forestali e l’ufficiale giudiziario. Gli impianti sono stati appena posti sotto sigillo. Lo sci sul Mottarone si ferma, appena quattro giorni dopo l’apertura della stagione. Per una esecuzione di sfratto, una banale guerra tra privati: da un lato i Borromeo, la famiglia nobiliare che ha legato il suo nome a questo territorio, e dall’altro la società di gestione, la S4.

SERVITU’ - Una fetta della montagna che divide il Lago maggiore e il Lago d’Orta appartiene proprio ai Borromeo, loro è soprattutto la parte dove parte l’impianto di risalita. Dal 2009 una legge regionale del Piemonte stabilisce che le aree sciabili sono sottoposte a servitù. Da quel momento il gestore della sciovia non ha più pagato il canone, circa diecimila euro all’anno, non una cifra da capogiro. «Nessuno contesta la servitù – spiega Mirella Cristiano, l’avvocato dei Borromeo – Ma di sicuro questa non fa perdere i diritti del proprietario, come riconosciuto da una sentenza del Tribunale».

CARTE BOLLATE - Dall’altro lato della barricata c’è Stefano Sappa, amministratore della società che gestisce i 5 impianti dei risalita: «Lo spessore dei codici evidentemente impedisce di vedere la realtà delle cose. Abbiamo persino proposto ai Borromeo la cessione delle strutture, purché ci lasciassero lavorare ancora per qualche anno. Si sono rifiutati». «Proposta non soddisfacente» risponde secco Riccardo Russo, che cura i beni dei Borromeo. Una guerra appunto, carte bollate e puntigli, a danno non solo degli appassionati di sci (60 mila ogni stagione) ma anche di un centinaio di famiglie che ruotano attorno all’economia (soprattutto invernale) del Mottarone.


INDOTTO - «C’è soprattutto tristezza, tanta tristezza» scuote la testa Paolo Vallero, direttore della scuola di sci: quindici maestri che, chissà per quanto tempo, dovranno incrociare le braccia. «Sono nata qui e oggi faccio 67 anni. Un bel regalo mi hanno fatto…» dice con gli occhi lucidi la signora Bruna, che noleggia sci proprio accanto allo skilift recintato dall’ufficiale giudiziario. «Anche la mia baita è sulla proprietà Borromeo, anch’io pago l’affitto ogni anno. Ci voleva un po’ di buona volontà e non arrivare a tanto».

ITER - Adesso che è tutto fermo, tocca al Comune fare la prossima mossa. E il sindaco di Stresa, Canio Di Milia, che è anche avvocato, non si tira indietro. «Bisogna salvare la stagione e i posti di lavoro». Il provvedimento lo sta mettendo a punto in queste ore. «In tempi rapidissimi intendiamo convalidare l’iter che rende efficace la servitù pubblica». Significa che entro il fine settimana il primo cittadino e i suoi uomini hanno intenzione di salire in cima al Mottarone, «acquisire» le terre dei Borromeo e dare al concessionario la possibilità di far ripartire gli impianti.

SDRAIO AL SOLE - «Sappiamo bene che ci saranno opposizioni, un atto del genere è piuttosto insolito – riconosce il sindaco . Ma è l’unica strada per non lasciare tutto fermo per mesi». Il clima rende ancora più assurda la vicenda: neve morbida, cielo sereno, vista impagabile sul Monte Rosa e il lago Maggiore. Fa un certo effetto vedere i carabinieri in pista e gli sciatori consolarsi sulle sdraio del bar.

04 dicembre 2013

Classifica corruzione: Italia al 69° posto. Il Ghana meglio di noi

Raffaello Binelli - Mar, 03/12/2013 - 12:09

Siamo al 69° posto, tra gli ultimi in Europa. Al vertice della classifica mondiale i paesi del Nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e la Nuova Zelanda

 

L'Italia è un Paese corrotto? Decisamente sì stando all'ultimo rapporto dell'Ong Trasparency International, che stila la classifica mondiale della corruzione: siamo al sessantanovesimo posto (ai primi posti ci sono i paesi più virtuosi).


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Registriamo un piccolo miglioramento (eravamo al 72° posto) ma siamo ancora messi male, allo stesso livello della Romania e del Kuwait. Il rapporto misura la percezione della corruzione nel settore pubblico. Agli ultimi posti Somalia, Corea del Nord e Afghanistan. Questi i paesi dove si registra, in assoluto, l'indice più basso di corruzione: Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia.

L'Italia si colloca peggio di Arabia Saudita, Ghana e Cuba, con un punteggio di 43 su 100. Dicevamo che c'è stato un piccolo miglioramento: in termini di punteggio ha ottenuto un centesimo in più, e per quanto limitato "indica finalmente una controtendenza dopo diversi anni consecutivi di costante peggioramento".  Ci troviamo in una posizione più bassa rispetto molti paesi con cui solitamente non veniamo messi a confronto. Nell’ordine ci precedono paesi come Montenegro, Macedonia, Giordania, Arabia Saudita, Ghana, Cuba, Slovacchia e Ghana (60°). Lontanissime da noi la Germania (12^), e la Francia (17^). L’Italia resta comunque confinata agli ultimi posti in Europa, seguita solo da Bulgaria (77) e Grecia (80), ed allo stesso livello della Romania.

Secondo Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency International Italia, non stupisce la leggera inversione di tendenza dell’Italia perché "si sono compiuti molti sforzi strutturali per migliorare la trasparenza e l'integrità del settore pubblico, a partire dal decreto 150, fino alla legge anticorruzione 190 e agli ultimi decreti sulla trasparenza e l'accesso civico. Il trend positivo è maggiormente visibile dai dati del Global Corruption Barometer 2013 che ci ha portati almeno a pari merito con Francia e Germania, in taluni segmenti anche meglio. Naturalmente dobbiamo proseguire lo sforzo, ma il messaggio pare recepito. Resta l'uso disinvolto e spesso incompetente delle risorse pubbliche che creano debito, tasse e rabbia".
Intanto Transparency International Italia sta portando avanti campagne sociali come "Svegliati!", nuovo spot con cui si punta a sottrarre la corruzione dal solo ambito economico e politico. "È necessario rendere evidenti non solo cifre e numeri con molti zeri, ma anche i più piccoli, ma fastidiosi, disagi causati dalla corruzione: le ore perse in coda nel traffico per lavori in corso che non finiscono mai - afferma Davide Del Monte, project officer di Transparency International Italia - le interminabili attese per un esame sanitario, le inarrivabili cattedre universitarie occupate dalle stesse famiglie, i percorsi di carriera lavorativa basati sulle giuste conoscenze invece che sulle migliori competenze". La corruzione, infatti, si può manifestare in ogni aspetto della nostra vita. E per combatterla davvero è bene non lasciargli spazio, sin dalle piccole cose.

Quel no dei grillini alla legge taglia-poltrone

Corriere della sera

Cancellerebbe trentadue nomine: ma il Movimento ha depositato contro un migliaio di emendamenti

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Messaggio su Twitter del capogruppo grillino nel consiglio regionale del Lazio Davide Barillari: «Il Pd è alla frutta. Mi incrocia Vincenzi e dice: “Tanto la legge la portiamo a casa”. Si, ma ad aprile». La legge che il suo collega democratico Marco Vincenzi vuole portare a casa è quella con cui la giunta di Nicola Zingaretti ha deciso di fondere in una sola le cinque società direttamente controllate da Sviluppo Lazio, tagliando 32 poltrone. Con un risparmio, dicono, di 3 milioni. Operazione che dovrebbe essere seguita da fusioni analoghe nella giungla delle partecipazioni regionali, con il risultato di falcidiare i posti di consiglieri di amministrazione e revisori. La cosa va avanti da sei mesi, su e giù fra giunta e consiglio. «Evviva!» si penserebbe che debbano gridare quelli del Movimento 5 Stelle.

Tutto il contrario, invece. Perché ora che si è arrivati al dunque, sulla legge all’esame definitivo dell’assemblea regionale si è abbattuta una valanga di 1.300 emendamenti: un migliaio dei grillini, uniti in un’apparentemente surreale alleanza con le truppe dell’ex governatore Francesco Storace, che al proliferare di quella giungla societaria aveva già dato un fattivo contributo. L’ostruzionismo è feroce, sia pure con motivazioni distinte. Il centrodestra si oppone allo smantellamento della sua creatura, i grillini temono che con le fusioni arrivino potentissimi supermanager. E minacciano una guerra di posizione che può durare mesi. Poco importa se le fusioni in sequenza si dovrebbero risolvere in una riduzione di 75 poltrone: da 88 a 13.

Poco importa se quelle società, a cominciare dal gruppo di Sviluppo Lazio, siano zeppe di bubboni. Tanto da far pensare che ai consiglieri del Movimento 5 Stelle impegnati a scavare le trincee sia sfuggita la relazione nella quale il procuratore della Corte dei conti Angelo Raffaele De Dominicis sancisce lo stato fallimentare della Regione Lazio, dedicando passaggi ustionanti a certi modi discutibili con cui venivano coperte le perdite delle aziende regionali. Perché le società partecipate di perdite ne avevano eccome. Da quando la nuova giunta è arrivata, otto mesi fa, ha dovuto sborsare 50 milioni per tappare i loro buchi. Le partecipazioni dirette e indirette in società di capitali sono 103, cui si devono aggiungere agenzie ed enti vari.

Per un totale, reggetevi forte, di 7.361 dipendenti. Numero più che doppio rispetto a quello del personale in forza alla stessa Regione, pari a 3.613 unità: il rapporto con gli abitanti è superiore del 91% rispetto ai 3.371 impiegati della Lombardia. Come si è arrivati a quelle cifre è presto detto. Basta ricordare il caso di Lazioambiente, società creata nel 2011 con il solo obiettivo di riassumere i 487 dipendenti di un gruppo di società ambientali fallite che facevano capo a una cinquantina di comuni laziali. Spesa secca, 20 milioni.

E poi ci sono le perdite, su cui ha acceso il faro la Corte dei conti. Per esempio i 10,3 milioni di rosso accumulati nel solo 2012 dall’Azienda strade Lazio, cui si sommano i 400 mila di Autostrade per il Lazio. Per esempio, l’emorragia di 71.120 euro al giorno dell’azienda di trasporto Cotral, che a fine 2012 aveva un patrimonio netto negativo per 15 milioni. O la voragine dell’Arsial, l’agenzia agricola regionale, commissariata da mesi con 17 milioni di debiti. Un decimo dei quali sul groppone di un ristorante aperto dalla Regione nel 2003 a via Frattina, nel cuore di Roma, che è riuscito nella missione impossibile di aprire un buco di 1,7 milioni. Anche grazie a centinaia di pasti somministrati gratis a politici e assessori.

Ma la rogna più impellente è ora quella di Sviluppo Lazio. Nella sua pancia ci sono 76 pacchetti azionari, fra cui quello di Banca impresa Lazio (Bil), costituita anni fa per garantire prestiti concessi alle piccole imprese dalle quattro banche che ne sono anche azioniste di minoranza: Intesa, Unicredit, Bnl e Banca di credito cooperativo. Lavoro analogo, praticamente, a quello che dovrebbe svolgere Unionfidi Lazio, anch’essa partecipata da Sviluppo Lazio. Una duplicazione assurda. Nell’estate 2012 gli ispettori di Bankitalia hanno fatto a pezzi la Bil. La spesa media procapite per il personale è doppia rispetto ai concorrenti, dirigenti e quadri sono il 73,6% del totale, ogni pratica costa sei volte il prezzo di mercato, e ciascun dipendente lavora 29 pratiche l’anno contro 120.

Poi c’è la Filas, la finanziaria «di sviluppo». Dove sviluppo significa mettere un po’ di soldi in imprese private prendendo quote di minoranza. Ne ha 47. Ma 3 sono in società pubbliche. Altre 5 sono in liquidazione o concordato preventivo, mentre ben 12 sono fallite. E 7, invece, non hanno nemmeno sede nella Regione o comunque svolgono attività fuori dei confini regionali. Nell’arcipelago dei soci privati della finanziaria non mancano nomi di un certo spessore. Uno su tutti, per l’incarico pubblico ora ricoperto: quello dell’attuale amministratore delegato di Atac Danilo Broggi, titolare del 24% della società di ricerca KA4, di cui la Regione ha il 13%...

04 dicembre 2013

Brasile, quella maglietta non va bene

Corriere della sera

Bocciata la nuova divisa per i Mondiali casalinghi del 2014. Non c’è la scritta «Brasil» sotto il logo della federcalcio

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RIO DE JANEIRO - Nel gran bailamme di feste, presentazioni e cerimonie in vista dei Mondiali brasiliani del 2014, le gaffe non mancano. L’ultima riguarda il lancio in grande stile della maglietta ufficiale della Seleção. Bella, moderna ma è sparita la scritta Brasil sotto il logo della Cbf, la Federcalcio locale. Il che è proibito dallo statuto. In teoria la maglietta così com’è non può essere usata, nemmeno nella partita di esordio, una amichevole del Brasile contro l’Africa del Sud prevista a marzo.

«NESSUN MOTIVO PARTICOLARE» -La Nike, da anni sponsor dei verde-oro, sostiene che la rimozione della scritta è stata approvata dalla Cbf, non è certo una sua iniziativa. La federazione ammette che la decisione è stata presa prima che l’assemblea generale si fosse riunita per approvare il cambiamento dello statuto. Il che avverrà più avanti. La rimozione della scritta Brasil non ha alcun motivo particolare, dicono: è dovuta al fatto che lo scudo della Cbf è diventato un po’ più grande.

QUEI (BRUTTI) PANTALONCINI BIANCHI - La classica divisa con maglietta color canarino e pantaloncini blu del Brasile ha subito solo lievi modifiche. Cambiato il font del numero, il colletto è diventato a V e la fascia verde sulle maniche è diminuita di spessore. Nulla però inquieta più i tradizionalisti del rischio che i pantaloncini da azzurri diventino bianchi in molte partite, come da regolamento Fifa per evitare incroci di colori con la squadra avversaria. Un esempio classico sarebbe in Italia-Brasile.

04 dicembre 2013

Quattro chili di documenti e 30 mila euro per una tettoia

Corriere della sera

La storia della Mt Motori: «La burocrazia ci fa chiudere»


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BOLOGNA - «Guardi, io se potessi chiuderei tutto e me ne andrei all’estero. Perché ormai ho maturato la convinzione che in Italia è impossibile fare impresa». Così parlò Virgilio Rende, il numero uno della Mt Motori elettrici. Eppure i risultati dell’azienda di San Giovanni in Persiceto dicono esattamente il contrario. La sua impresa dà lavoro a 34 persone e l’anno scorso ha messo insieme un fatturato record da 9 milioni.

Quest’anno, alla faccia della crisi, il risultato dovrebbe essere migliore. Non è la difficile congiuntura a scoraggiare l’imprenditore ma la burocrazia. Quella che gli ha chiesto di compilare quattro chili di documenti e scartoffie per realizzare una piccola tettoia tra i suoi due capannoni. «La tettoia serve per proteggere dalla neve e dalla pioggia chi carica e scarica tra i due magazzini», spiega lui.

Un nobile intento che si è trasformato in un’odissea infinita. Perché all’imprenditore venne in mente già tre anni fa. Ma all’epoca le leggi erano diverse e quindi la pubblica amministrazione rispose niet. Poi il quadro normativo è cambiato lasciando intendere che la strada per la benedetta tettoia fosse più semplice. Ora la piccola opera non deve nemmeno passare dalla commissione edilizia visto che non aumenta i volumi di edificabilità dell’area. Eppure l’amministrazione gli ha chiesto di produrre tutti questi documenti. Tre copie cadauno per la modulistica unica regionale della denuncia deposito, asseverazione di conformità e congruità, asseverazione da allegare alla richiesta, denuncia lavori, durc, relazione di calcolo delle strutture, pianta fondazioni e armature, tavolo dei particolari costruttivi, piano manutenzione, relazione sui materiali e relazione geologica.

Il totale delle scartoffie messe sulla bilancia è quattro chili esatti. Con buona pace delle foreste e delle semplificazioni promesse nell’ultimo Decreto del Fare. «I lavori per la tettoia dureranno per venti giorni — spiega Rende —. Ma tutto l’iter per completare la documentazione è durato oltre un mese di tempo». A mettere in ordine le scartoffie ci ha pensato uno studio di professionisti. Per portare avanti la pratica ne è arrivato un secondo. E qui duole il portafoglio. «Diciamo che i lavori costeranno all’incirca 60 mila euro — racconta Rende —. Per portare avanti la documentazione, invece, dovrei arrivare a pagare circa 30 mila euro». Come dire che la burocrazia è una sovrattassa che costa esattamente il 50% dell’investimento previsto. Senza contare i danni al fegato.

04 dicembre 2013

Il reggiseno che controlla come mangiamo

Corriere della sera

Il prototipo dei Microsoft Labs “monitora” l’umore per avvisarci sullo smartphone se ci abbuffiamo per stress

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MILANO – Un reggiseno per smettere di mangiare: è quello che hanno sviluppato i ricercatori di due università in collaborazione con Microsoft, con l’intento di aiutare chi è in sovrappeso a causa delle abbuffate da stress. Il reggiseno, dotato di sensori, avvisa chi lo indossa – via smartphone – quando è in corso una «mangiata emotiva».

L’UMORE DEL CIBO - Tutto nasce da una ricerca scientifica sul tema “cibo&umore”. Molte persone mangiano non per fame ma per stress, con i danni per la salute a tutti noti. Modificare i comportamenti alimentari, quando si tratta di «cibo emotivo», è particolarmente difficile, e i ricercatori dell’Università di Rochester, New York, e di Southampton, Regno Unito, cercavano un metodo efficace e immediato per aiutare chi soffre di sovrappeso a causa del troppo cibo ingerito per ragioni che nulla hanno a che fare con la fame. I primi due metodi sperimentati su un gruppo di utenti usavano solamente applicazioni personalizzate sui loro telefoni, mentre per il terzo è stato creato un sistema di sensori indossabili.

UN REGGISENO INTELLIGENTE - Il reggiseno è stato sviluppato dal Centro di Ricerca Microsoft di Redmond usando tecniche comuni anche all’intelligenza artificiale. Ha dei sensori – estraibili – incorporati, che monitorano l‘attività del cuore e quella respiratoria e quella della pelle grazie al rilevamento dell’attività elettrodermica, uno strumento usato in psicofisiologia e psicopatologia che si basa sulla valutazione del potenziale di eccitazione delle ghiandole sudoripare come indice delle risposte corrispondenti a vari stati emozionali. Il reggiseno, che incorpora anche un giroscopio e un accelerometro, fornisce così indicazioni sui livelli dell’umore di chi lo indossa. E lo avvisa, grazie a un’app sullo smartphone, invitando la persona a rilassarsi e mangiare con più calma. Con buoni risultati. Il reggiseno è l’indumento perfetto in questo caso, grazie alla sua vicinanza al cuore. Per gli uomini – che soffrono comunque meno di disturbi dell’alimentazione legati allo stress emotivo rispetto alle donne - test sono stati fatti inserendo i sensori nella biancheria intima, ma con un’efficacia minore, proprio a causa della posizione. 

IN FORMA CON LA TECNOLOGIA INDOSSABILE
- Il reggiseno-nutrizionista è per ora solo un prototipo, richiede ulteriori studi e la soluzione di problemi quali la durata delle batterie. S’inserisce comunque in un filone di ricerca sempre più corposo: quello delle «tecnologie indossabili» per monitorare e potenzialmente migliorare una serie di problematiche legate alla salute e e al fitness. Dai gadget più semplici, come i bracciali di monitoraggio del sonno e dell’attività fisica FitBit, a prototipi complessi e ad ampio raggio come a quelli, recentissimi, di parrucche intelligenti della Sony, negli ultimi anni la direzione di ricerca è chiara. Per quanto riguarda reggiseni&salute, l’abbinamento ha scatenato più di un’indagine. Il mese scorso è stato presentato quello connesso a Twitter: ogni volta che viene slacciato, twitta alla signora per incoraggiarla ad autoesaminarsi il seno. L’anno scorso un’azienda statunitense ha ottenuto un brevetto nell’ambito di una sua ricerca su un oggetto indossabile che analizza il calore del seno per rilevare possibili tumori. Dal fitness alla salute alla vita: in India è in produzione dalla scorsa primavera il «reggiseno antistupro» , che colpisce gli aggressori con una scarica elettrica.

04 dicembre 2013

Andy Rubin porta Google nel mondo dei robot

Corriere della sera

Il “papà di Android” dirottato da Big G su una nuova sezione: la robotica. Avventura iniziata con una serie di acquisizioni

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MILANO - Andy Rubin ( leggi la sua intervista) non è un personaggio che passa inosservato: ha fondato Android e supervisionato lo sviluppo del sistema operativo che oggi si trova a bordo dell’80% degli smartphone in circolazione, ha precedentemente creato la società di produzione di telefoni cellulare Danger acquistata da Microsoft nel 2008 e ha un passato in Apple. Steve Jobs lo definitiva “molto arrogante” e pensava che volesse copiare il suo stile, e tra occhialini e giro collo nero non è che avesse poi torto, secondo quanto riportato nel libro di Fred Vogelstein sulla battaglia fra Apple e Google . Inevitabile, quindi, farsi divorare dalla curiosità lo scorso marzo, quando il Ceo di Google Larry Page ha annunciato di aver trasferito Rubin dalla divisione Android ad altri misteriosi progetti e di aver messo il robottino verde nelle mani di Sundar Pichai. Oggi sappiamo cosa si tratta.

A svelarlo il New York Times, a tenere a battesimo la novità su Google+ Page stesso: “Sono emozionato per il prossimo progetto di Andy Rubin. La sua ultima scommessa, Android, è partita come un’idea folle e ha portato un supercomputer in centinaia di milioni di tasche. Siamo davvero all’inizio, ma non vedo l’ora di vedere i progressi della novità”. Di cosa si tratta? In una parola: robot. Quasi una risposta mediatica al futuristico annuncio di Jeff Bezos di qualche giorno fa, che ha presentato delle - difficili da realizzarsi in tempi brevi, a dire il vero - consegne di Amazon a cavallo di droni.

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La nuova unità gestita da Rubin ha sede a Palo Alto e un ufficio in Giappone. Tutto è iniziato sei mesi fa, con l’acquisto in gran segreto di sette startup che si occupano di robotica. La giapponese Schaft, ad esempio, composta da una squadra di ricercatori della Tokyo University che sta sviluppando un robot umanoide o l’Industrial Perception, attiva su un sistema visivo e di arti per il carico e lo scarico dei camion. A Mountain View sono arrivate anche Meka, Redwood Robotics, Autofuss, Holomni e Bot & Dolly, le cui telecamere robotizzate sono state anche utilizzate per creare gli effetti speciali del film Gravity.
Lo shopping, ha chiarito Rubin stesso, non è ancora finito: Google ha intenzione di aggiudicarsi i migliori professionisti e le più avanzate tecnologie sul mercato.

Per fare cosa di preciso il papà del robottino verde non lo ha ancora chiarito: “Stiamo costruendo hardware, stiamo costruendo software, stiamo costruendo sistemi”. Per ora non si tratta di prodotti o servizi destinati ai consumatori finali, l’obiettivo raccontato da Rubin è quello di intervenire nelle attività di produzione e assemblaggio e di semplificare il tutto con una maggiore automatizzazione. Esattamente il campo in cui si sta dando da fare Amazon, non tanto con in droni che (forse) verranno quanto con le nuove tecnologie impiegate nei suoi magazzini di distribuzione. Quello italiano, situato vicino a Piacenza, sta raddoppiando la superficie, a toccare quota 60mila metri quadri, proprio in queste settimane per ospitare le novità. Tornando a Mountain View, esistono già servizi che potrebbero beneficiare della novità: Google Shopping, ad esempio, effettua consegne a domicilio in alcune località degli Stati Uniti. E i robot di Rubin potrebbero semplificargli la vita.

04 dicembre 2013

Spazio per la moschea: la comunità islamica pronta al ricorso al Tar

Corriere della sera

Si aspetta da 30 mesi che venga pubblicato l’«Albo delle religioni» con l’elenco delle associazioni


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Potrebbe essere un giudice a imporre al Comune di trovare un’area per costruire la moschea. La legge regionale 12 del 2005, che fa da cornice ai nuovi piani di governo del territorio, stabilisce infatti l’obbligo di destinare zone specifiche a funzioni religiose. L’ha ribadito anche il Tribunale amministrativo, che lo scorso 8 novembre ha accolto il ricorso della comunità islamica di Sesto Calende (Varese).

RICORSO - È in base a questo precedente che le associazioni milanesi stanno preparando un’azione legale al Tar. Un passo che avrebbe l’obiettivo di smuovere l’inerzia di Palazzo Marino. «Il ricorso è una delle ipotesi su cui stiamo ragionando», spiega Davide Piccardo, portavoce del Coordinamento della associazioni islamiche di Milano. Non è scontato che il dossier moschea arrivi in un’aula di giustizia. Ma a due anni e mezzo dall’insediamento della giunta Pisapia il rapporto con le comunità musulmane è sempre più logorato. Trenta mesi non sono stati sufficienti per pubblicare l’«Albo delle religioni», una sorta di elenco delle associazioni religiose della città che, già all’inizio dell’anno, hanno consegnato a Palazzo Marino gli statuti e la documentazione sulla propria attività. Risultato, sottolinea Piccardo: resta fermo sia il percorso di regolarizzazione dei luoghi di culto esistenti, sia quello di una moschea «ufficiale», costruita con i criteri architettonici adeguati.

LA MOSCHEA - Alla fine della settimana scorsa, la maggioranza è tornata a pressare la giunta. E due giorni fa il consigliere comunale socialista, Roberto Biscardini, ha attaccato: «Dopo due anni e mezzo non c’è più tempo per riflettere. È il momento di dimostrare la volontà politica di fare». L’assessore delegato Francesco Cappelli aveva confermato: «È una nostra esigenza avere un luogo di culto in tempo per Expo». Ma poi è arrivata la frenata del vicesindaco, Ada Lucia De Cesaris. «In principio ci aveva manifestato una disponibilità - continua Piccardo - poi c’è stato un brusco stop, di cui non capiamo le ragioni, perché non ci sono state comunicate». Il Coordinamento dei musulmani conferma di «preferire una soluzione politica e concordata». È questa la prima scelta.

L’AREA - Ma da qualche giorno l’ipotesi del ricorso è sul tavolo: un’azione legale contro il Pgt (che nel caso di Sesto Calende è stato sospeso dal Tar proprio per «inadempienza» sulla parte relativa ai luoghi di culto). «Se potessimo acquistare un’area da privati lo faremmo - conclude Piccardo -, ma la legge prescrive che sia assegnata una zona idonea. Noi non chiediamo contributi pubblici. Siamo pronti, abbiamo un progetto preliminare e la garanzia di finanziamenti, da privati italiani e anche dall’estero, da fondazioni e donatori, nel rispetto totale delle leggi. Vorremmo vederci riconosciuto un diritto, che in questo caso dipende, però, dalla volontà della politica».

04 dicembre 2013