martedì 3 dicembre 2013

Firefox Os arriva in Italia, con Telecom

Corriere della sera

In vendita da oggi (a 79,90 euro) l’Alcatel Onetouch Fire, il primo smartphone con sistema operativo di Mozilla

MILANO - Sulla linea di partenza per conquistare un posto sotto l’albero adesso c’è anche Firefox Os. Come avevamo anticipato a fine maggio, Telecom Italia e Mozilla hanno scelto il periodo degli acquisti natalizi per lanciare in Italia il primo dispositivo caratterizzato dal sistema operativo open source della volpe di fuoco. Lato hardware, a metterci la firma è Alcatel.


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Display da 3,5 pollici, fotocamera da 3,2 megapixel e microSD da 2 GB, l’Alcatel Onetouch Fire è in vendita da oggi online a 79,90 euro. A partire da venerdì 6 dicembre sarà disponibile in tutti i negozi dell’operatore. L’intesa fra i due marchi si ferma qui: non ci sono offerte per acquistare il terminale abbinato a traffico voce e dati, si parla solo di distribuzione.

«Siamo particolarmente orgogliosi che Tim sia il primo operatore mobile in Italia e tra i primi al mondo nell’adozione di Firefox Os. La diffusione della soluzioni basate su HTML5 sarà un grande motore di innovazione», ha dichiarato l’amministratore delegato di Telecom Italia Marco Patuano. Il riferimento è al linguaggio, l’HTML5 appunto, su cui il sistema operativo si basa. Alla frammentazione dei rivali iOs e Android, avversari da battere con una quota di mercato congiunta che supera il 93% (fonte Idc, terzo trimestre 2013), il sistema operativo di Mozilla contrappone un linguaggio unico e basato sul Web. Semplicità e accesso immediato ai contenuti, come ci aveva raccontato il presidente di Mozilla Mitchell Baker a poche ore dal lancio dello scorso febbraio, sono le frecce all’arco di una gamma di dispositivi pensati per permettere a chiunque di accedere alla Rete e di fruire di applicazioni e funzioni anche offline.

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Il momento per provare a scardinare il duopolio iOs e Android è ottimo: l’Italia si sta dimostrando uno dei paesi più sensibili alle novità, con Windows Phone che è risultato essere anche a fine ottobre il sistema operativo più venduto (16%) a scapito di iOs (10%); Android vola con il 68,8 (fonte: Kantar Worldpanel Comtech). 

L’Alcatel Onetouch Fire non se la gioca ovviamente con i primi della classe, iPhone 5S o Samsung Galaxy S4, ma con il suo aggressivo cartellino da meno di 100 euro vuole dare filo da torcere nel segmento più basso. Un aspetto potrebbe far alzare qualche sopracciglio: il sistema di messaggistica online Whatsapp non è disponibile, è Mozilla stessa a invitare sul suo blog a utilizzare i messaggi di Facebook. Sbarcato in 13 Paesi - 14 con l’Italia - con la collaborazione di produttori come Zte o Lg e operatori come Telefonica o Telenor, Firefox Os ha già ottenuto risultati soddisfacenti nelle economie emergenti. In Venezuela e Colombia, ad esempio, Telefonica ha riscontrato un contributo pari a, rispettivamente, il 12 e il 9% delle vendite. Nel 2014 comincerà la conquista dell’Asia, zona in cui Android spadroneggia praticamente indisturbato. 

03 dicembre 2013

Rogo di Prato, la Kyenge: "I cinesi devono potersi fidare di noi"

Luca Romano - Mar, 03/12/2013 - 10:09

Il ministro: "I cinesi hanno bisogno di uscire dalle loro comunità chiuse, ma per farlo devono potersi fidare di noi. E noi forse non abbiamo dato loro tutta la protezione necessaria"

"La comunità cinese ha le sue colpe, noi abbiamo le nostre". Il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, in un’intervista al Messaggero, parla del rogo avvenuto nella fabbrica di Prato e spiega: "I cinesi hanno bisogno di uscire dalle loro comunità chiuse, ma per farlo devono potersi fidare di noi. 


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E noi forse non abbiamo dato loro tutta la protezione necessaria". Il ministro poi articola meglio il suo pensiero: "I bambini cinesi di Prato sono ormai italiani di terza generazione. Parlano i dialetti locali. Vanno a scuola e si direbbe che siano perfettamente integrati. Ma quando crescono ed entrano nell’età lavorativa si trovano praticamente tutti rinchiusi all’interno delle varie imprese a carattere familiare». E se sono sfruttati, non denunciano. Noi dovremmo dare loro la sicurezza della protezione, se denunciano lo sfruttamento. La loro difesa passa per un percorso di immigrazione regolare".

Il problema però non riguarda solo Prato e nemmeno soltanto i cinesi. In Italia "tra ministero, Inps e Inail, ogni anno ispezioniamo 243mila aziende, circa il 16% delle aziende con dipendenti, di queste nel 2012 circa 155mila erano a vario titolo irregolari", ha affermato il ministro del Lavoro Enrico Giovannini. Che ha sottolineato come in Italia ci siano "molte" Chinatown, ma il "problema non sono solo i cinesi, è responsabilità di chi organizza la produzione. Serve una cultura della legalità generalizzata, c’è la necessità di un cambiamento dell’impostazione culturale". Per quanto riguarda Prato, gli ultimi dati dicono che ci sono 35.000 stranieri (14.000 i cinesi "ufficiali"). Di questi 8.000 risiedono altrove. I clandestini sono circa 25.000.

Napoli invivibile: questi siamo noi

Corriere del Mezzogiorno


Se non ha idee e non sa che fare, il sindaco di Napoli non si perde d’animo: passa la mano, aggiunge un pizzico di demagogia, una spruzzata di populismo, coinvolge i giovani o i «citoyens» che si sentono tali, e il gioco è fatto. L’ex insediamento Nato di Bagnoli è riconsegnato alla città? Bene, siano i cittadini a deciderne la destinazione. Il Forum delle Culture apre pateticamente al San Carlo, e ovviamente il «patetico» non è per il San Carlo, ma per un’apertura altisonante di un evento al momento inesistente? Bene, siano i giovani a deciderne i contenuti. Quando, dove e come va da sé che è irrilevante.

Resta il fatto, però, che a questa famosa assemblea di popolo dove i ragazzi dovrebbero dire la loro, indirizzando la politica a scelte di deciso impatto culturale, non ci crede nessuno. Anzi, una volta che si superi lo sconforto di essere presi in giro, l’idea fa quasi sorridere. Giorni fa, l’architetto Bruno Discepolo correttamente spiegava che il ridimensionamento delle risorse inizialmente previste per il Forum (dagli iniziali 200 agli attuali 16 milioni di euro), non era dovuto ad altro che all’esclusione dal capitolo dell’evento di interventi previsti per la riqualificazione di Bagnoli, della Mostra d’Oltremare, del Centro storico, praticamente di una fetta fondamentale della città.

Stiamo parlando di 16 milioni di euro che, messi assieme a quelli letteralmente gettati via per la Coppa America, sarebbero potuti essere impiegati a fini certo meno spettacolari, ma sicuramente più utili per la città. Molto utili. Basta dare un’occhiata al Sole-24 Ore che ha pubblicato ieri i risultati del sondaggio annuale sulla qualità della vita nelle province italiane. Napoli è ultima, senza appello. Siamo ultimissimi per occupazione femminile, solidarietà, trend dei consumi; con un triste primato di estorsioni, frodi, furti d’auto, di piccola imprenditoria vacillante: il 40/1000 di imprese dichiarano fallimento; siamo fra gli ultimi nel campo degli affari (valutando indici come spirito di iniziativa, propensione a investire, export, start up innovative, investimenti in formazione) e, quindi, in ricchezza prodotta, depositi bancari, pensioni, assistenza all’infanzia.

Un quadro desolante e contraddittorio insieme, se si tiene conto che, sempre secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, Napoli è la sesta provincia più cara d’Italia quanto al costo delle case semicentrali, ha più librerie e più cinema della provincia di Milano ed è la terza quanto a infrastrutture relative a connessioni veloci. Almeno la metropolitana ci dà qualche soddisfazione, dunque. Questa è Napoli, questi siamo noi: il famoso «scassiamo tutto» di de Magistris, quello di due anni e mezzo fa, è stato tristemente profetico: la città è a pezzi, e non serve il solito invito a diffidare dei sondaggi, perché è sufficiente guardarsi intorno per capire che la collaborazione fra società e istituzioni, la partecipazione alla cosa pubblica, la promessa e la voglia di voltare pagina, che sembravano essere la vera novità di questa sindacatura, se sono mai esistite, tranne importanti eccezioni, sono durate un attimo per disperdersi subito nel nulla più buio. Affanno più che respiro è quello che ci sentiamo intorno

03 dicembre 2013

Escobar inedito: “Così finanzio politica e Stato”

La Stampa

di Paolo Manzo


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Era il 1988 quando il boss della droga di Medellín, Pablo Escobar, all’epoca il settimo uomo più ricco al mondo nelle stime di Forbes, concedeva quest’intervista dalla clandestinità a Yolanda Ruiz, la giornalista che oggi dirige la sezione All News della radio colombiana RCN. L’intervista è rimasta “top secret” sino a ieri, 2 dicembre, ventesimo anniversario dalla morte ancor oggi misteriosa di Escobar e i motivi di tale segretezza, almeno a sentire quanto diceva a Yolanda il boss della droga, sembrano ovvi. Per rendersene conto, infatti, è sufficiente riascoltare oggi quell’intervista vecchia di 25 anni in cui, il leader di un impero che controllava in quegli anni l’80% della cocaina mondiale ed il 30% dei traffici planetari di armi illegali rivela che lo Stato, l’economia e il narcotraffico in Colombia erano frammisti ed agivano sovente in congiunto.

Lo stesso Escobar ammetteva che lui stesso finanziava le istituzioni del suo paese. Sul finire degli anni Ottanta l’organizzazione di “Don Pablo” possedeva flotte di aerei, navi, veicoli costosi, così come ricche proprietà e vasti appezzamenti di terreno. Le stime indicano che, quando morì il 2 dicembre del 1993, il suo cartello di Medellín incassava almeno 25 miliardi di dollari l’anno, tutti proventi da attività illecite. E se nei giorni scorsi file di curiosi e pellegrini si sono dati appuntamento sulla sua tomba per ricoprirla di fiori, oggi le sue parole, vecchie un quarto di secolo, risuonano come un j’accuse senza se e senza ma nei confronti dell’ipocrisia delle versioni ufficiali di Stato.


“I soldi sporchi”, diceva Escobar, “sono presenti in tutti i settori economici e lo Stato così come lo stesso Governo incassano le tasse delle persone accusate di trafficare droga, che sono poi le uniche ad investire in Colombia”. E ancora. “I narcos stanno dando lavoro ai colombiani mentre gli altri settori dell’economia portano fuori dal paese le loro ricchezze su conti esteri”. Nell’intervista inedita Escobar racconta come ha aiutato i quartieri più poveri finanziando la costruzione di scuole, ospedali e campi da calcio, per poi lanciarsi in una previsione che oggi - con l’Uruguay che sta per aprire alla marijuana e le discussioni in tutta l’America latina sull’argomento - sembra profetica. “Arriverà un giorno in cui le droghe si legalizzeranno, esattamente come l’alcol.

Mi accusano di narcotraffico e, storicamente, oggi la vendita di droghe è stata dichiarata illegale. Ma vedrete che in futuro la tendenza sarà un’altra”. Il problema, continuava Escobar, non è “la legalizzazione vs la repressione contro il narcotraffico bensì l’educazione e la disciplina”. Per il boss di Medellín, infatti, “ogni sostanza consumata in eccesso può fare male alla salute e, come per gli alcolici, anche per le droghe c’è bisogno di una classificazione e di fare dei distinguo”. Escobar parla poi delle Farc e, interrogato sul tema, si dice disposto “ad aprire un dialogo con la guerriglia per evitare un bagno di sangue e una spirale di violenza”. Anche qui un che di profetico c’è, se solo si pensa che i colloqui di pace per arrivare ad un accordo con le Farc del presidente colombiano Santos sono motivati da cause del tutto simili.

Roberto Saviano lascia l'Italia, vivrà all'estero

Libero

L'autore di "Gomorra" appare su facebook in volo col passaporto in mano. Pi una frase in inglese: "Looking for freedom" (cercando la libertà)". La destinazione è ignota


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Se ne va. Roberto Saviano lascia l'Italia e lo fa con un click e una foto. L'immagine (accompagnata da un breve testo in inglese: "Looking for freedom...") postata su facebook da Saviano lascia pochi dubbi: lo scrittore è in viaggio, passaporto in mano, lontano dall'Italia. Saviano si lascia alle spalle grandi successi ma anche momenti difficili. A inizio ottobre 2013 lo scrittore si è recato in tribunale a Napoli dove ha testimoniato al processo per le minacce ricevute durante l'appello di "Spartacus" dai boss del clan dei casalesi Francesco Bidognetti e Antonio Iovine e aveva detto: "Immagino che la mia vita possa essere libera solo all'estero, in Paesi che possano darmi un'altra identità, così che possa permettermi una vita nuova che comincia da zero". E' da tempo, in effetti, che si parla di un trasferimento all'estero dell'autore sotto scorta di "Gomorra" che ha già vissuto per un periodo negli Stati Uniti. Ora la sua destinazione è ignota per motivi di sicurezza.

L’oca con il becco di rame ora diventa fiaba di Natale

La Stampa

Gli incassi serviranno a sostenere il recupero di animali selvatici.


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La storia dell’oca che vive con il becco di rame, dopo che il suo le era stato staccato da una volpe con un morso, diventa una fiaba di Natale e, probabilmente anche il personaggio di una serie illustrata per bambini i cui incassi serviranno a sostenere il recupero di animali selvatici. 

L’idea è dello stesso veterinario che salvò il pennuto nel febbraio del 2012, Andrea Briganti, applicandole sul becco una protesi in rame unica al mondo. E «Becco di rame» si chiamerà anche il personaggio della fiaba di Natale, che poi è la sua vera storia: una notte, al termine dell’inverno, l’oca per difendere i propri amici, si scontra con una volpe che voleva aggredirli. Ma nella lotta la volpe riesce a strappare parte del becco dell’oca.

Il resto è cronaca, con la realizzazione della protesi e l’intervento del veterinario. Così l’oca non solo si salva ma rafforza il proprio carattere e la fiducia in sé stessa. Proposto come mascotte delle Paraolimpiadi di Rio del 2016 «Becco di Rame», viene spiegato oggi, è protagonista «di una storia non solo vera, ma anche avvincente e soprattutto ricca di valori, come il rispetto della vita, l’amicizia, la condivisione, la solidarietà, il legame animale-uomo, la pet-terapy e tanti altri ancora». 

Il clandestino cinese che ha sconfitto l’omertà

Corriere della sera

Di Marco Gasperetti


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La prima parola, le labbra che tremano, la gola secca per la tensione. Minuti di pausa e sudore. Poi Yan il clandestino ha iniziato a parlare. Si è alzato dalla sedia e in cinese al traduttore ha raccontato quei giorni terribili di sfruttamento nella fabbrica fantasma gestita da un gruppo di  connazionali: diciotto ore al giorno di lavoro in nero, dal lunedì alla domenica, dalle 7 del mattino sino alle 1 di notte. E poi sei ore di sonno in luridi giacigli, sempre nel laboratorio prigione. E’ stato il primo a rompere il muro di omertà e di reticenza che affligge la comunità cinese di Prato. Adesso vive al nord sotto protezione. Domani, mercoledì 4 dicembre, il tribunale di Prato pronuncerà la sentenza contro i suoi presunti sfruttatori. Il pm ha chiesto 1 anno e 7 mesi di condanna per sequestro di persona e sfruttamento della manodopera clandestina.

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Si è pure infortunato, Yan (nome di fantasia per sfuggire a possibili ritorsioni), quando è stato costretto a recuperare materiale dalla pressa bollente e il macchinario gli ha schiacciato la mano. I suoi compagni, di notte, l’hanno lasciato davanti al pronto soccorso e i medici l’hanno salvato per miracolo e poi trasferito al centro grande ustionati di Pisa. Ed è stata la sua salvezza perché quella terribile avventura gli ha dato la forza, per la prima volta nella storia della tormentata immigrazione della città toscana, di presentarsi all’Ufficio immigrazione del Comune di Prato e nonostante fosse un «lavoratore invisibile» denunciare lo sfruttamento e rompere quel muro di omertà che da anni rende impenetrabile la Chinatown di Prato, oltre 30 mila cinesi ufficiali almeno altri 20 mila clandestini, e un business in nero da miliardi di euro. Lo hanno isolato, scomunicato, minacciato. Ma Yan si è fidato di un italiano, Giorgio Silli, l’assessore all’Integrazione, non si è fermato e adesso è in salvo. Grazie al lavoro dei servizi sociali del Comune, della questura e della procura di Prato, vive in un’altra città. E’ stato inserito in un programma «anti-tratta» che cerca di combattere la schiavitù del lavoro nero e ha vinto la sua battaglia. Ha un lavoro e come prevede la legge ha ottenuto un regolare permesso di soggiorno.

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Yan è arrivato grazie a un’organizzazione clandestina gestita dalla mafia. «Mi avevano detto che se avessi avuto forza, coraggio e fossi stato ubbidiente – ha raccontato – avrei potuto cambiare la mia vita e quella dei miei familiari». Invece sono arrivate le catene, le minacce e la paura d’essere entrato in un labirinto senza uscita. «Non sapevo neppure una parola in italiano, non conoscevo nessuno, come potevo denunciare e a chi?», ha più volte ripetuto ai suoi salvatori. Due anni è durato il martirio. «Lavoravo 18 ore al giorno – racconta – e mi pagavano 1,40 euro l’ora, ma non potevo avere sconti sull’orario e neppure mezza giornata di festa.  Sveglia alle 7, al letto alle 1 di notte. Un mese riuscivo a guadagnare anche 800 euro al mese, ma era il padrone a decidere quanto dovevo mettermi in tasca, il resto erano sequestrati, tanto per non farmi scappare».

L’operaio lavorava a una pressa a caldo per etichette. «Per avere lo stipendio ne dovevo stampare centomila al giorno – continua – e questo voleva dire non staccarsi dalla pressa. Solo per andare nel bagno, pochi minuti. E si beveva poco, anche d’estate, per cercare di fare meno pipì. Eravamo chiusi a chiave in fabbrica, per uscire serviva il permesso, anche di notte». Le macchine erano vecchie e pericolose. «Lo avevo detto più volte a uno dei padroni – racconta – inascoltato. Poi l’incidente».
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Una giorno la pressa a caldo si è bloccata, c’era del materiale dentro. «Il padrone mi ha detto di toglierlo a mani nude. L’ho fatto ma la macchina si è riattivata spappolandomi e ustionandomi la mano destra. Mi hanno accompagnato al pronto soccorso costringendomi a raccontare che ero stato vittima di un incidente d’auto. Mi hanno trasferito al centro grandi ustionati di Pisa. “Non ti azzardare a fare denuncia in questura perché noi abbiamo amici anche lì”, mi gridarono. Sono rimasto senza lavoro,  dormivo in strada. Sono andato dalla polizia e ho presentato denuncia».


mgasperetti@corriere.it



Prato, la tragedia annunciata: cosi si muore per 40 centesimi a vestito

Corriere della sera

Antonio Crispino

VIDEO : Dentro i loculi fabbrica dei cinesi

 

Da lì non si esce. Mai. Nemmeno la luce del sole si vede. Mai. Le vetrate sono ricoperte da strati di cellophane nero. Dall’esterno non si deve vedere niente. Anche le finestre sono sempre chiuse, d’estate come d’inverno. Bisogna fare il minimo rumore. Nell’aria sale e scende la fuliggine provocata dal cotone che incessantemente passa sotto i macchinari. Sembra neve. Se ne trova a batuffoli sulle cucitrici, per terra, sugli abiti. Ma anche nei capelli degli operai, sulla loro pelle. La respirano 24 ore. Nelle fabbriche della cinatown più grande d’Europa, i cinesi ci vivono. Sono luoghi inaccessibili per gli altri. Monitorati dall’esterno da telecamere a circuito chiuso. Se bussate non risponde nessuno. Eppure si sente il lavorio frenetico delle persone. Se bussate con più insistenza i macchinari rallentano o, comunque, diminuisce il rumore. Dalle spalle vedete spuntare un gruppo di due o tre cinesi. Non riuscite a capire da dove. Non fanno niente, vi osservano. E continuano ad osservarvi finché non andate via. In alcuni casi vi seguono e vi scortano per un po’ di strada finché non siete lontani abbastanza.

INFERNO E CONTANTI - Partecipiamo a un blitz notturno del comando provinciale della Guardia di Finanza di Prato. Su 6500 imprese tessili, 3500 sono cinesi. La notte come il giorno non fa differenza. Qui si lavora sempre, non esistono turni, festività, giorni di riposo, malattie. Almeno non per i nuovi schiavi cinesi che ci lavorano. I boss, invece, fanno la spola con la madreCina. In occasione del carnevale stanno via anche un mese intero. Loro arrivano con le Porsche in fabbrica, si portano appresso valigette piene di contanti. Poi vanno via. Sono da poco passate le due di notte quando le volanti della Guardia di Finanza bloccano due fabbriche. Si trovano alla periferia della città. Ci sono tanti banchi di lavoro uno attaccato all’altro, montagne di tessuti e fusi. Quando entriamo sono tutti di spalle. Sono tutti a lavoro. Lungo uno dei perimetri del capannone ci sono pareti di cartongesso con una porta di legno al centro. Li chiamano “loculi”. Perché più che assomigliare a una stanza da letto ricordano le nicchie nei cimiteri: piccole, strette, basse, senza luce o punto d’aria. Alcune non hanno nemmeno il solaio. Oppure è fatto di cartone e pezze. Quelli più fatiscenti li tengono nascosti.

Ogni capannone nasconde un’intercapedine che, in genere, porta al piano superiore. Nel nostro caso una finta libreria nascondeva l’accesso alle scale. Quello che si vede è qualcosa di bestiale. Esseri umani ammassati l’uno accanto all’altro in stanze di cartone e pavimenti di amianto. In un armadio a tre ante poggiato su una parete di un corridoio si sentono dei rantoli. Lo apriamo pensando ci siano topi; c’è un ragazzo a dormire. E’ così rattrappito per il poco spazio e stordito per la poca aria da non riuscire ad alzarsi. Molti di loro si appoggiano sui letti vestiti. Devono essere operativi sempre. Pronti a cambiare turno. Non ci sono servizi igienici per tutti. C’è un solo bagno per piano. Mediamente devono servire una trentina di persone.

Accanto a ogni materasso (spesso senza rete, appoggiato a terra) ci sono bacinelle per urinare e fare i bisogni. Mangiano in un angolo ricavato sempre in fabbrica dove l’assenza di finestre contribuisce a rendere tutto grasso e nero. Le pareti sono unte e attorno ai sacchi di alimentari (soprattutto riso e uova) c’è una colla nera. Ci spiegano che serve per catturare gli scarafaggi. Le porte non ci sono. Le sostituiscono veli, lenzuola, paraventi. A terra, tra una stanza e l’altra, ci sono tavole di truciolato alte più o meno mezzo metro. Servono per non far passare i topi dove ci sono i bambini. Già, i bambini. Fanno la stessa vita dei genitori. Qualcuno più fortunato va a scuola. Gli altri lavorano in fabbrica. Proprio accanto ai macchinari tenta di appisolarsi una bambina dal viso dolcissimo. E’ seduta in mezzo al letto, non ha sonno. Con il trambusto delle macchine in azione è difficile anche sentire il vicino parlare. Chiediamo alla mamma quanti anni ha. Non capisce l’italiano.

I BAMBINI NASCOSTI - La bimba invece sì. Alza le manine e forma il numero 8. Ha otto anni. Nei due capannoni che perlustriamo ne sbucano tantissimi. Tutti molto piccoli. Una di loro parla italiano. La luce della telecamera la sveglia. Ci dice che la mattina va a scuola. Il resto della giornata lo passa in fabbrica con i parenti. Prato, l’Italia... per lei sono quella stanza di cartone e la strada che fa per andare a scuola. I cinesi a Prato come a Firenze o Livorno sono indicati come i nuovi padroni. Ma di quelli che arrivano in Ferrari o pagano i conti degli hotel superlusso con mazzette di banconote o comprano interi palazzi in centro a suon di sacchi zeppi di euro, questa gente non sa nulla. Sanno che producono una cosa che chiamano “pronto moda”. Non c’entra niente con il pret à porter dei grandi marchi di abbigliamento. Ma forse nemmeno sanno di essere i nuovi schiavi del terzo millennio.

Non sanno nemmeno di produrre un volume d’affari stimato in 400 milioni di euro all’anno che vanno in Cina con il money trasfer e di cui non vedono nemmeno le briciole. Su un tavolo notiamo una specie di libro contabile. I finanzieri ci dicono che sono le commesse e le scadenze per le consegne. E’ scritto in cinese. Ma le cifre si capiscono. Nel periodo in cui andiamo noi è in lavorazione un vestito per l’estate prossima. Ha una scritta sul petto bella grande: “Smile to life around you and carry on” (sorridete alla vita intorno a voi e andate avanti). Stona maledettamente come quel “Il lavoro rende liberi” all’entrata dei campi di concentramento nazisti. All’operaio vanno 40 centesimi di euro a capo finito. Nessuno sorride, nessuno chiama questa “vita”. E c’è chi per quei 40 centesimi ci lascia la pelle. Questo in Italia, non in Cina.

02 dicembre 2013

Sicilia, il dirigente (solo in ufficio) si dà gli ordini

Corriere della sera

I dirigenti alle dipendenze della Regione sono 1818, uno ogni 9 dipendenti. Nelle altre a statuto speciale sono 1 ogni 19

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Per quanto il fatto possa risultare incredibile, c’è qualcosa che lascia attoniti ancora più del numero. Già di per sé, come viene sempre ricordato, spaventoso. Sbigottisce che uno dei 1.776 dirigenti della Regione Siciliana, numero paragonabile alla somma di tutti i papaveri di tutte le quindici Regioni a statuto ordinario, diriga soltanto se stesso. Si trova nel paradiso di Pantelleria, ed è l’unico dipendente del Parco archeologico. Dirigente con le mostrine sul petto.
Al pari del suo collega di un altro parco archeologico siciliano, quello di Morgantina.

Idem alla «Sezione operativa di assistenza tecnica» dell’assessorato all’Agricoltura, ufficio di Buseto Palazzolo. Anche questi danno il loro onesto per quanto piccolo contributo ad alzare la media. Perché con 17.531 dipendenti a tempo indeterminato, compresi i 1.776 dirigenti (cui se ne devono aggiungere altri 41 esterni, per un totale di 1.818), la Regione siciliana è come un esercito con meno di nove soldati semplici per ogni ufficiale. Un rapporto abnorme. Come dimostra la media di un dirigente ogni 19 dipendenti che si registra nel complesso di tutte le Regioni a statuto speciale, nessuna delle quali è mai stata particolarmente tirchia nella distribuzione dei galloni.

Ma nella relazione sul personale messo a punto dagli uffici di palazzo dei Normanni il sito internet LiveSicilia ha scovato decine e decine di altre perle. Per esempio, il numero dei dipendenti regionali di stanza a Palermo: 7.647, il doppio degli impiegati di tutta la regione Lombardia. Per esempio, gli stipendi che vengono pagati per l’ispettorato regionale del lavoro di Castelvetrano, in Provincia di Trapani: 77, contro i 17 di Marsala, che ha due volte e mezzo i suoi abitanti. Per esempio, le dimensioni dell’ufficio legale della regione: 102 avvocati.

E che dire dell’affollamento dei musei? Affollamento non di visitatori, s’intende, quanto di custodi e impiegati. Al «Pirandello» di Agrigento ce ne sono 66. Ben sessantotto, invece, sono al «Pietro Griffo». Mentre il museo «Alessi» di Enna si accontenta di 55 persone, esattamente come il «Piepoli» di Enna. Numeri che ovviamente si devono aggiungere alle 244 buste paga del dipartimento dei Beni culturali. Ancora. Il dipartimento «Acque e rifiuti» ha 511 dipendenti. Al Corpo forestale se ne contano 480. Al dipartimento del Bilancio, 229. All’Ambiente, 220: uno in più rispetto al dipartimento «Interventi strutturali in agricoltura». Per non parlare delle 127 (centoventisette) persone dell’autoparco regionale.

E qui è in discussione soltanto una parte dei dipendenti della Regione siciliana, che in realtà sono molti di più, anche senza voler considerare l’assistenzialismo puro e semplice. Ovvero quei 28 mila lavoratori precari stipendiati formalmente dall’ente ma che sono in forza ai Comuni. Ai 17.531 lavoratori fissi si deve infatti aggiungere il personale esterno e a tempo, che porta il totale, dice la Corte dei conti, a 20.213 unità. Ci sono poi i dipendenti delle società partecipate: circa 7 mila. E lì si apre un altro capitolo.

A onor del vero, bisogna precisare che il numero degli stipendi pagati dalla Regione sta lentamente diminuendo. In compenso, però, aumentano le pensioni, che escono pur sempre dalle casse regionali. Soltanto lo scorso anno ne sono state liquidate 580 nuove di zecca. Con il risultato che al 31 dicembre gli assegni previdenziali erogati dall’amministrazione di palazzo dei Normanni erano 16.377. Delle 580 di cui sopra ben 365, cioè quasi i due terzi del totale, erano pensioni particolari. Concesse cioè in base a una normativa che sarebbe stata archiviata con decorrenza primo gennaio successivo, grazie alla quale era consentito ai dipendenti di pensionarsi a qualunque età avendo un genitore disabile. Prima che la tagliola calasse, ne hanno approfittato dunque in 365. Uno al giorno.

03 dicembre 2013

Il calcio va alla jihad

Luigi Guelpa - Mar, 03/12/2013 - 08:41

Ecco la nazionale del terrorismo islamico

Burak Karan è il ragazzo che ha inorridito e commosso la Germania. Ha imbracciato un AK47 per combattere la guerra santa contro Al Assad nell'inferno siriano, fino alla morte. 




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Burak, 26 anni, rappresenta solo il primo strato di pelle di un intero organismo votato al terrore. Lo sport in effetti ha svolto un ruolo tutt'altro che marginale nelle evoluzioni della Primavera araba. In Egitto gli ultras dell'Al Ahly sono stati i primi a riempire piazza Tahrir. Gli stessi poi trucidati nel selvaggio regolamento di conti a Port Said tra pro e contro Mubarak. Gli echi della rivolta perpetrata dalla «fratellanza» hanno spinto sotto i riflettori mediatici calciatori diventati reporter di guerra in Siria, miliziani mauritani che tagliavano gole per poi giocare in nazionale, redenti a ore sotto il diktat della Fifa. 

Oppure ancora iracheni giustiziati in strada per aver accettato di giocare in una squadra curda. Di storie e di incroci pericolosi ce ne sono così tanti da poter costruire una vera e propria nazionale del terrore. Non è il morboso tentativo di mettere assieme la macabra versione di un fantacalcio condito di proiettili o di cinture esplosive, bensì la volontà di comprendere se davvero, come sostiene Uli Stielike, nel Dna di queste persone c'è una bomba a orologeria innescata.


Fatah NUSSAYEF Nato nel 1951, deceduto nel 1991. Portiere dell'Irak ai mondiali del 1986. Giocava nell'Al Jaish di Baghdad. Si aggregò agli estremisti per combattere gli americani nella prima guerra del Golfo.

Ibrahima SY Nato nel 1987, in vita. Aveva una carriera sfavillante davanti a se, ma un anno fa si è arruolato nell'Aqmi, la cellula alqaedista del Nord Africa specializzata in rapimenti.

Boba LOBILO Nato nel 1950, in vita. E' originario dello Zaire di Mobutu, ha disputato la coppa del mondo in Germania nel 1974. Oggi guida un drappello di guerriglieri del 'Movimento 23 marzo'.

Burak KARAN Nato nel 1987, deceduto nel 2013. Giocava in Germania con Khedira e Boateng. Fino alla conversione più radicale che l'ha condotto alla morte combattendo per l'Esercito della Siria Libera.

Khahk ALAWI Nato nel 1958, deceduto nel 1991. La sua storia è la fotocopia di quella di Nussayef. Vestì la casacca dell'Al Rasheed, squadra della famiglia Hussein, e della nazionale.

Kassim DAHEER Nato nel 1985, in vita. Stella libanese del Tadamon Sour, fino al matrimonio con Hezbollah, da dove evidentemente si può uscire visto che è tornato in campo.

Yann NSAKU Nato nel 1994. Promettente mediano del Cannes. Alla vigilia del trasferimento al Portsmouth arrestato perché militante di una cellula jihadista che preparava attentati in Francia.

Amadou FOFANA
Nato nel 1992, in vita. Si sente realizzato nel combattere il centralismo del potere maliano con i miliziani di Azawad piuttosto che giocare da fantasista nel Montpellier.

Nizar TRABELSI
Nato nel 1970, in carcere. Tunisino, ex playmaker del Fortuna Dusseldorf. Sta scontando la condanna a due ergastoli, per aver progettato l'attentato alla base aerea americana di Kleine Brogel, in Belgio.

Salah ASSAD Nato nel 1958, in vita. Due mondiali, da centravanti, con l'Algeria, e stessa maglia di Ibrahimovic nel Psg. Nel 1992 aderì al Gruppo Islamico Armato per combattere i militari dopo il colpo di Stato.

Talal JABRAAN Nato nel 1973, in carcere. Un mondiale negli Stati Uniti nel 1994. Poi tanta Al Qaeda e prigionia a Guantanamo. Sfruttando un programma di riabilitazione per ex terroristi è rientrato in Arabia Saudita dove allena.

L’oro di Owens vinto a Berlino all’asta per un milione di dollari

Corriere della sera

Una delle quattro medaglie vinte dal campione aframericano alle Olimpiadi del ‘36 davanti a Hitler

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Una delle quattro medaglie d’oro conquistate dall’afroamericano Jesse Owens, con grande imbarazzo di Adolph Hitler, alle olimpiadi del ‘36 a Berlino sarà battuta ad un’asta online per 1 milione di dollari il 7 dicembre. Howens conquistò l’oro per i 100 metri, i 200, i 400 e il salto in lungo, rovinando i piani dei nazisti che volevano sfruttare l’evento per esaltare la forza della razza ariana. Tornato a casa Owens non ebbe grandi opportunità di successo. Morì di cancro al polmone nel 1980 a 66 anni a Phoenix in Arizona. La medaglia all’asta è di proprietà della vedova di un ballerino e star del cinema americano, Bill Robinson, grande amico di Owens.





02 dicembre 2013

Tutti i "Cavalieri" della vergogna

Libero


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Dopo la condanna, è cosa nota, Silvio Berlusconi potrebbe perdere il titolo di Cavaliere della Repubblica. Una nuova umiliazione per l'ex premier, a cui verrebbe sottratta un'onorificenza che in passato, però, non è stata "scippata" nemmeno a tiranni e ditattori. Già, perché nella storia d'Italia ci sono diversi "Cavalieri indegni", categoria ben poco nobile nella quale il Cav (l'unico Cav che si identifica con la parola Cav) difficilmente potrebbe rientrare. La rassegna degli emeriti è stata effettuata da Lettera43.

Retromarce siriane - Si parte con un'eccezione, quella di Bashar al Assad, al quale (ecco l'eccezione) nell'ottobre del 2012 su richiesta di 22 senatori il titolo fu revocato: ma fino a quel giorno anche il dittatore siriano, mente delle repressioni violentissime che hanno massacrato i ribelli del Paese, è stato Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al merito della Repubblica italiana. L'onorificenza gli fu assegnata nel marzo 2010, quando la comunità internazionale ancora nutriva fiducia nell'"uomo nuovo" del Medioriente. Il titolo gli fu poi revocato dallo stesso Giorgio Napolitano che lo conferì.

Dimenticanze kazake - Il titolo spettò anche a Nursultan Nazarbayev, il padre-padrone del Kazakhstan, coinvolto nel recente caso Shalabayeva che fece traballare il ministro degli Interni Angelino Alfano. Nei giorni dell'intrigo internazionale, Nazarbayev era descritto come un dittatore a tutto tondo, e tutti scordavano il titolo che gli era stato conferito il 4 marzo 1997 dall'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (per inciso, già all'epoca, il kazako veniva contestato per lo scarso rispetto dei diritti umani). Come dimostrano i nomi della lista, l'onorificenza di Cavaliere, spesso, è più un atto di politica estera, di strategia diplomatica, piuttosto che un riconoscimento per meriti "tutti Italiani". Motivo in più, quest'ultimo, per scacciare la "tentazione" di scippare il Cav (quello vero...) del titolo: senza voler tirare in ballo la politica, i meriti "tutti italiani" nella storia imprenditoriale dell'ex premier sono innegabili.

Infornata di nazisti - Tra gli "antenati" dei Cavalieri, bisogna ricordare gli appartenenti all'Ordine supremo della Santissima Annunziata, il prestigiosissimo collare istituito dalla famiglia Savoia e che, più volte, finì sul collo di personaggi quantomeno dubbi. Tra questi, nel 1939, Joachim von Ribbentrop, il nazista ministro degli Esteri del Reich; l'anno successivo il collare spettò a Hermann Göring, braccio destro di Hitler. Dopo l'esilio dei Savoia, l'Italia repubblicana sostituì il collare e istituì l'Ordine al Merito con la legge 178 del 1951, destinato a "dare una particolare attestazione a coloro che abbiano speciali beneremenze verso la Nazione".

Le cinque classi - Nel dettaglio, oggi, l'ordine è composto da cinque classi: Cavalieri di Gran Croce, Grandi Ufficiali, Commendatori, Ufficiali e Cavalieri. Ai Cavalieri di Gran Croce, per altissime benemerenze e in casi eccezionali, può essere conferita la decorazione di Gran Cordone. Peccato che tra le "altissime benemerenze" risultino personaggi quali Tito, Ceusescu e Suharto.

Dittatori a go-go - Procediamo con ordine. Nel 1969 il presidente Giuseppe Saragat offrì il riconoscimento a Josip Broz Tito, il dittatore jugoslavo, e a tre suoi luogotenenti. Vennero così accantonate le repressioni politiche e le pulizie etniche anti-italiane. Nel 1972 fu il turno di Giovanni Leone, che insignì Suharto, presidente golpista indonesiano, che divenne Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone, al pari del sanguinario tiranno romeno Nicolae Ceausescu, che ottenne la decorazione nel 1973. Con Ceausescu, il titolo andò anche alla moglie Elena, la sadica zarina romena che, nel 1989, venne fucilata accanto al consorte.

Il macellaio africano - La rassegna continua poi con Mobutu Sese Seko, dittatore congolese (poi ribattezzato da lui stesso Zaire) e che pochi prima anni dell'onorificenza aveva fatto impiccare pubblicamente i suoi oppositori. L'ordine non gli venner revocato neppure quando si "impose" come uno dei tiranni più sanguinosi e odiosi dell'Africa. Scalfaro, inoltre, nel 1999 concesse la benemerenza al leader palestinese Yasser Arafat, che nel 1994 aveva ricevuto il Nobel per la pace. Quindi si arriva agli anni di Giorgio Napolitano. Non solo Assad: nel 2007 il titolo andò a re Abdallah dell'Arabia Saudita e tre ambasciatori della famiglia reale, con buona pace della mezza tirannia nel Paese e la condizione di sostanziale segretazione delle donne.

Il fuggiasco egiziano - E ancora, il titolo fu consegnato a Jaber al Sabah, emiro del Kuwait, che reagì alla Primavera araba sciogliendo il parlamento e facendo arrestare il suo maggiore oppositore politico. Per inciso, il titolo del Cavaliere nel 2010 fu conferito anche a Rachid Mohamed Rachid, all'epoca ministro del Commercio estero in Egitto che poi, dopo la deposizione di Mubarak e la condanna a cinque anni in contumacia, fuggì dal Paese. Una lunga lista di personaggi ambigui a cui è stata concessa la benemerenza, poi non revocata. La stessa benemerenza che, ora, in molti vorrebbero togliere al Cavaliere.

Così la cronaca diventa reato: un giornalista del Giornale condannato a 7 mesi di galera

Franco Grilli - Mar, 03/12/2013 - 10:02

Il nostro cronista Luca Fazzo condannato al carcere per avere definito "accanito cocainomane" uno dei personaggi chiave dell'indagine sui locali notturni milanesi

Eccolo qui, nero su bianco, il verbale che Luca Fazzo, cronista del Giornale, specializzato in cronaca giudiziaria.



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Utilizzò il 27 luglio 2010 per scrivere il suo articolo sul sequestro dell'Hollywood e del The Club, i templi della movida milanese dove - secondo la Procura di Milano - la cocaina scorreva a fiumi. Per avere fatto il suo lavoro di cronista, utilizzando un atto di dominio pubblico emesso dal tribunale di Milano, lo stesso tribunale ieri ha condannato Fazzo a sette mesi di carcere senza condizionale. Se la sentenza verrà confermata, finirà a scontare la pena. A meno che non chieda l'affidamento ai servizi sociali.

Qual è stata la colpa del nostro collega? Avere definito "accanito cocainomane" uno dei personaggi chiave della indagine sui locali notturni milanesi, un habituè della movida, grande amico di alcune tra le più belle e famose fanciulle che popolano il mondo del gossip. Era stato questo personaggio a raccontare ai pm come nei privè e nei bagni delle discoteche la cocaina fosse di casa. Ed era stato lui stesso a definirsi come si può leggere nel verbale che qui pubblichiamo: "Sono consumatore da quattro anni di cocaina e negli ultimi anni ne consumo parecchia anche dalle due alle quattro volte alla settimana". Eppure il giovanotto aveva ritenuto diffamatoria la definizione di contenuta nell'articolo del Giornale, e aveva sporto querela contro Fazzo. Sembrava una querela senza speranza, un processo destinato in partenza alla assoluzione del nostro collega per avere esercitato il diritto di cronaca.

Invece ieri arriva la stangata. E il giudice non si limita a giudicare Fazzo colpevole di diffamazione aggravata. Ma scavalca in durezza la Procura della Repubblica, che - in ossequio alle direttive del suo capo. Edmondo Bruti Liberati - aveva chiesto per il giornalista solo una sanzione pecuniaria, e infligge a Fazzo sette mesi di carcere. Appena un mese di meno della pena per droga patteggiata dal giovanotto che aveva querelato il nostro collega, e che ieri si vede riconoscere a carico di Fazzo un risarcimento che lo farà felice: dodicimila euro da versarsi sull'unghia. Con buona pace della libertà di stampa e del diritto di cronaca.

Sopravvivere a Gaza, senza energia elettrica e allagati dalle fognature

Corriere della sera

di Riccardo Noury


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Al buio da 12 a 16 ore al giorno, allagati dagli scarichi delle fogne, sommersi dai rifiuti, con l’acqua da bere che arriva una volta ogni tre – quattro giorni. Per la maggior parte del milione e 700mila abitanti di Gaza la vita, nell’ultimo mese, è andata così e all’orizzonte si profila una crisi igienico- sanitaria di ingenti dimensioni. Il 1° novembre la centrale elettrica di Gaza – colpita nel 2006 da missili israeliani nel corso dell’operazione “Nuvole d’autunno” –  e che fino a ottobre forniva il 30 per cento dell’elettricità nella Striscia, è stata costretta a chiudere per la mancanza di carburante.

Da allora, i 291 impianti per il trattamento delle acque reflue e dei rifiuti sono andati avanti con gruppi elettronici di emergenza, il cui funzionamento è comunque penalizzato dalla scarsità di carburante. Gli ospedali e le altre strutture sanitarie sono tra i più colpiti dalle interruzioni di energia elettrica. Nelle ore in cui non c’è luce, si va avanti coi soliti generatori ma i servizi di dialisi e di terapia intensiva, le cure neonatali e la banca del sangue così come le operazioni chirurgiche più complesse sono a rischio. A cascata, l’interruzione di energia elettrica si ripercuote su ogni altro aspetto della vita quotidiana: viene prodotto meno pane, i trasporti sono stati ridotti e per molti servizi, compreso il ritiro dell’immondizia, si ricorre al carretto trainato dall’asino.

È successo persino di peggio. Il 13 novembre, l’impianto di pompaggio di al-Zaytoun ha smesso di funzionare causando la fuoriuscita nelle strade di oltre 35.000 metri cubi di melma putrida. Il 29 novembre, dopo due settimane in cui oltre 3000 abitanti hanno improvvisato passerelle per andare da un punto all’altro del quartiere, grazie a un finanziamento della Turchia le autorità locali hanno iniziato a ripulire, non prima di aver marzialmente celebrato il primo anniversario dell’ultimo scontro con Israele. Nel frattempo, le acque reflue avevano anche inondato gli uliveti. Dieci altre stazioni di pompaggio hanno riversato in mare enormi quantità di acque di scarico non trattate, molte di più dei 90 milioni di litri di rifiuti solo parzialmente trattati che finivano in mare ogni giorno prima di novembre.

Il 90 per cento dell’acqua proveniente dalle falde di Gaza è inquinato e inadatto al consumo umano.
Il rischio di una crisi sanitaria di massa aumenta ogni giorno che passa in cui la centrale elettrica non riceve carburante. Non basta, infatti, l’energia elettrica che le autorità di Hamas stanno comprando da Israele (a caro prezzo). È bene, a questo punto, ricordare quali sono le cause di questa situazione.

Dal 2011 la centrale elettrica di Gaza era alimentata dal carburante proveniente dall’Egitto, importato attraverso i tunnel tra il Sinai e la Striscia. Dal giugno di quest’anno, il governo del Cairo ha avviato una campagna per la distruzione dei tunnel, dai quali evidentemente non passava solo carburante. Il 90 per cento dei tunnel è stato reso inservibile e le forniture di carburante sono scese da un milione di litri al giorno a 20.000 litri alla settimana. Ci  sono inoltre le dispute tra l’amministrazione di Hamas e l’Autorità palestinese, che negli ultimi mesi hanno continuato a scambiarsi accuse riguardanti il pagamento di tasse dovute dalle autorità di Gaza al governo di Ramallah, intermediario per l’approvvigionamento di energia elettrica israeliana.

Soprattutto, ci sono gli anni di blocco aereo, terrestre e marittimo imposto da Israele nel giugno 2007 dopo la salita al potere di Hamas a Gaza. Nonostante varie mitigazioni, le restrizioni sull’importazione di materiali da costruzione e di parti di ricambio vitali per la manutenzione di infrastrutture di primaria importanza sono ancora in corso. È utopico pensare che Israele, Egitto, Autorità Palestinese e amministrazione di Hamas inizino ad agire, ognuno per la sua parte, mettendo al primo posto la salute, la dignità e la vita degli abitanti di Gaza ed evitare così una crisi umanitaria con l’inverno alle porte?

Imu, 10 anni, sposato non vive sotto lo stesso tetto coniugale: il comune prima multa poi le scuse

Il Messaggero


SESTRI LEVANTE - Dieci anni, sposato, non vive sotto lo stesso tetto della compagna, e deve pagare l'Imu. È possibile per il Comune di Sestri Levante, località turistica del levante Genovese. Maldestro l'impiegato che non si è accorto che in questa storia c'era qualcosa che non andava. Sorpreso il padre del bambino, che quando si è visto recapitare una lettera dall'ufficio tributi del Comune che chiedeva a suo figlio il pagamento delle tasse ha pure ironizzato dicendo: «Sì, mio figlio ha sposato una compagna di banco, ma adesso non stanno più insieme». Una storia incredibile che un padre ha deciso di raccontare proprio perchè grottesca.

Cattura«Su che cosa dovrebbe pagare le tasse? Sulla bicicletta e sulla macchina radiocomandata?, questo possiede mio figlio», racconta l'uomo. Il Comune ammette che il caso esiste, ma che è stato solo un errore. «Mi scuso per l'equivoco causato da un mero errore materiale. Lo stato di famiglia acquisito agli atti indicava i nomi del padre e del figlio e nella lettera è stato riportato erroneamente il nome del figlio anzichè quello del padre» spiega il sindaco Valentina Ghio, precisando che era solo una richiesta di informazioni in merito alla residenza del nucleo familiare nell'ambito di verifiche sulle residenze di coniugi che, nonostante non siano legalmente separati, stabiliscono la residenza in abitazioni distinte per ottenere benefici fiscali.

«È vero che io e mia moglie abbiamo residenze disgiunte, ma io non possiedo alcun immobile e quindi non ho mai fatto detrazioni per la prima casa; mia moglie sino al 30 marzo di quest'anno anche; mio padre e mia suocera, in quanto proprietari, hanno fatto le spettanti detrazioni di diritto». Dunque sembra che il pasticciaccio sia derivato dal calcolo delle aliquote Imu e dai conseguenti controlli incrociati effettuati dal Comune. L'uomo rivela che gli uffici dell'amministrazione avrebbero minacciato sanzioni e accertamenti se entro 30 giorni il figlio non avesse fornito nome e cognome della moglie.

Che Sestri Levante avesse grande attenzione ai bambini, come dimostra il premio letterario Andersen era noto, ma che il Comune potesse pensare che i piccoli possono essere sposati a dieci anni, possono essere tassati e possono anche essere evasori è sorprendente. Tutta colpa di una trascrizione errata.


Lunedì 02 Dicembre 2013 - 20:03
Ultimo aggiornamento: Martedì 03 Dicembre - 08:39

Io, con duemila euro, ho usato i risparmi per educare i figli»

Corriere della sera

Lorenzo, bancario, e la moglie impiegata: ce la facciamo per un soffio. E per la scuola dei figli dobbiamo portare tutto noi

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«Fosse l’Imu il problema, la verità è che paghiamo le tasse ma lo Stato continua a non darci i servizi: per i nostri figli siamo costretti a portare a scuola la carta igienica. Abbiamo eroso tutti i risparmi e se ci troviamo con una spesa improvvisa ci troviamo letteralmente in crisi». Quando si parla di ceto medio tartassato, Lorenzo Pirri non si sorprende. Ovvio, lamentarsi delle tasse è fin troppo semplice, ma chi come lui ha vissuto il passaggio dagli anni 90 a oggi con un’assunzione in tasca e uno stipendio dignitoso, sente un bel po’ la differenza.

Pirri ha 44 anni e fa parte di quei 4,1 milioni di contribuenti che versa il 51,7% di tutta l’Irpef. Lavora in banca come quadro e guadagna circa duemila euro netti al mese. «Non proprio una miseria — ammette — ma neanche un’enormità». Soprattutto se vivi a Milano con moglie e due figli di 13 e 7 anni. Del capoluogo lombardo Lorenzo conosce bene pregi e difetti, compresi quelli per cui la mattina preferisce prendere i mezzi pubblici e risparmiare su traffico e benzina. In zona Fulvio Testi è nato e cresciuto con il papà sarto e la mamma casalinga e per laurearsi in Economia e commercio si è dovuto rimboccare le maniche: alla dogana la mattina, tra i banchi dell’università la sera.

Nel 1997 l’assunzione in un istituto di credito. «Era il periodo in cui venivano a cercarti loro, le aziende — spiega — tant’è che io ho cominciato a lavorare in banca prima ancora della tesi di laurea: ho cominciato al servizio organizzazione, poi sono diventato analista funzionale. Mi occupavo dei fondi italiani ed esteri per la clientela istituzionale». Il primo stipendio un milione e quattrocentomila lire. «Sono subito cresciuto professionalmente — precisa — e ora sono un quadro di secondo livello. Ho ottenuto la promozione nel 2002 e anche con molta soddisfazione. Ma con mia moglie impiegata che guadagna altri 1.100 euro, ce la facciamo per un soffio».

La famiglia Pirri ha una macchina sola («Una C5 usata»), una casa di proprietà senza box auto, un mutuo di 25 anni e qualche preoccupazione. «Se non avessimo i nostri genitori che ci aiutano, sarebbe veramente difficile — aggiunge Lorenzo —. Arriveremmo a zero ogni mese e non facciamo niente di speciale. Ci concediamo le vacanze solo d’estate e approfittiamo dei parenti e della loro ospitalità per andare in Sicilia o in Liguria. Quest’estate siamo andati con gli amici in Toscana, ma è stato l’unico lusso dell’anno».

Per il resto si tira avanti come si può: in pizzeria una volta al mese e scambio dei vestiti per i figli. «Soprattutto per la più piccola — spiega — mia moglie si dà appuntamento con le altre mamme della scuola e si scambiano i vestiti dei bambini. Crescono così in fretta...». Tre anni fa, quando Silvana, la moglie di Lorenzo ha perso il lavoro, le preoccupazioni si sono moltiplicate. «Lavorava in una piccola azienda del milanese che con la crisi ha chiuso — continua Lorenzo — ci siamo ritrovati all’improvviso a erodere tutti i nostri risparmi. Per fortuna poi lei è riuscita a trovare un altro impiego ma anche oggi, a distanza di tempo, non abbiamo più recuperato quei pochi risparmi che avevamo sul conto corrente.

Qualsiasi evento improvviso, il dentista per esempio, ci mette letteralmente in crisi. Diciamo che restiamo a galla ma senza grosse esigenze». E le tasse? «Sono quelle occulte che pesano, l’imposta sulla casa ha pure una sua ragione di esistere ma se togliamo quella e poi ne inseriamo delle altre, che senso ha? In teoria dovremmo contribuire tutti per avere in cambio dallo Stato dei servizi, nella pratica siamo costretti a mandare a scuola i nostri figli muniti di carta e carta igienica».

03 dicembre 2013





Io, pensionata da 2.000 euro al mese. Vita a ostacoli con l’assegno congelato»
Corriere della sera
Assegno mensile da 1.300 euro netti: «Ma lo Stato ci tratta da ricchi. Da anni non vado in vacanza»

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«Sa qual è la cosa che mi manca di più? La possibilità di programmare qualche piccola vacanza. Rinunciare a un abito nuovo non mi pesa. E nemmeno rimandare di qualche settimana il parrucchiere. Ma ecco: un viaggio ogni tanto è un piccolo lusso che oggi non posso permettermi». Benvenuti a casa Tonello. Ridente località di Marcallo, seimila abitanti in provincia di Milano. La signora Gabriella ha 59 anni. Era da un pezzo che aspettava questo 2013. Doveva essere il suo anno. «Dopo aver lavorato una vita in ufficio sono andata in pensione il primo gennaio. Non vedevo l’ora». E invece... «Invece mio marito è mancato in un incidente l’estate scorsa». Ma non è di questo che vuole parlare l’ex impiegata. «Venga, vorrei farle vedere cosa mi viene in tasca ogni mese con la pensione. Perché sa, il governo ci considera ricchi.

Il nostro assegno resta fisso. Inchiodato. E intanto l’inflazione cresce. Così il nostro potere d’acquisto diminuirà anno dopo anno. Non mi sembra giusto. Sia chiaro: se c’è da fare sacrifici si fanno. Io li ho fatti per una vita. Ma perché sempre i pensionati?». Vediamola allora questa pensione. Millenovecentoquarantatre euro lordi al mese. Che poi vuol dire 1.300 netti. «Da quanto ho capito, sono proprio a cavallo tra la categoria di quelli che potranno contare su un 90 per cento di rivalutazione e quelli che dovranno accontentarsi del 75 - impugna la calcolatrice la signora Tonello -. Alla fine si tratterà di pochi euro in meno ogni mese.

Ma quando hai un cappotto stretto anche pochi centimetri di stoffa in più ti cambiano la vita». A onor del vero va detto che il governo Monti aveva bloccato del tutto l’indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo (poco meno di 1.500 euro lordi al mese). L’attuale legge di Stabilità ha addolcito la pillola. «Secondo le nostre stime, i pensionati interessati dalla manovra lasceranno allo Stato in media 618 euro nel triennio 2014-2016 - fa presente Emilio Didoné, della segreteria dei pensionati Cisl di Milano –.

Comunque un salasso». Su molte cose si può discutere ma su un punto la signora Tonello ha ragione: 1.300 euro al mese non sono un assegno da nababbi. «Guardi pure i miei conti, non ho nulla da nascondere», apre un’agenda la signora. «Mio marito lavorava in una residenza per anziani. La reversibilità dovrebbe aggirarsi intorno ai 400-450 euro al mese. Morale: non arrivo ai duemila euro. E io sono una privilegiata perché vivo nella casa di mia madre. Certo, mamma ha dovuto pagare l’Imu visto che per lei si tratta di una seconda abitazione. I 250 euro della tassa li ho tirati fuori di tasca mia: mi pareva il minimo.

Poi ci sono i miei figli. Ragazzi straordinari. Il più grande, 36 anni, fa il ricercatore ad Anversa, in Belgio. Qui la migliore proposta che aveva ricevuto era un lavoro a termine da 600 euro al mese. Il secondo è un precario della scuola. Per fortuna è stato riassunto a ottobre. Il terzo si è laureato in Scienze della comunicazione. Massimi voti con lode. Per adesso gli hanno proposto solo due mesi di lavoro a cento euro l’uno. Va bene adattarsi, ma questo anche a me è sembrato davvero troppo. Gli ho detto: “Lascia perdere, c’è la mia pensione”».

I figli della signora Tonello sono gente in gamba. Si sono pagati gli studi facendo i casellanti sulla Milano-Torino. «Guardi che io so di essere una privilegiata per certi versi. Ho la casa, per esempio, e non devo pagare l’affitto. Ma non ho paura a dirlo: l’altro giorno sono andata da mia madre e le ho detto: “Hai visto? È tornato di moda lo scozzese. Ti ricordi quelle vecchie gonne che non si usavano più? È il momento di adattare il modello e rimetterle nell’armadio. La spesa la faccio al Carrefour perché c’è un’offerta speciale per gli anziani. Per dire, ieri ho comprato i moscardini a 1,90 euro al chilo.

Niente male, no? Le verdure le coltivo in un fazzoletto di terra che abbiamo qui di fianco a casa. Insomma, alla fine me la cavo». La signora Tonello si blocca. Ha un’esitazione. Poi riparte: «Io le ho raccontato tutte queste cose ma mi raccomando: non mi dipinga come una di quelle che si lamentano e piangono miseria quando c’è tanta gente che fa fatica davvero ad arrivare alla fine del mese. Però sì, un po’ della mia delusione vorrei che venisse fuori. Quando avevo tre figli piccoli da crescere ci potevamo permettere un mese al mare. Adesso le mie vacanze durano una settimana, ospite a casa di amici. Bel progresso, eh?».

25 ottobre 2013





Ho una pensione da 2.100 euro, ma non ho rubato nulla»
Corriere della sera
 
«Ho 62 anni e ho iniziato a lavorare quando ne avevo 17. Dal 2008, solo di tasse aggiuntive ho perso 684 euro. Poi il blocco»

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Il punto è presto detto: è giusto che un pensionato da 2.110 euro netti al mese si lamenti se il governo, il Parlamento (e anche gli amici al bar) gli chiedono di lasciare che la sua pensione venga rosicchiata, anno dopo anno, dal tarlo dell’inflazione? Samuele Brivio, ex bancario e militante di Sel - uno che quei soldi li porta a casa precisi al centesimo - non ha dubbi: «No, non è giusto. No e poi no. Lo scriva pure. E le spiego anche perché».

Brivio, 62 anni, milanese del quartiere Niguarda, di patrimoni da amministrare se ne intende. Per una vita ha lavorato, in Comit prima e in banca Intesa poi, come responsabile delle gestioni. Dei soldi degli altri, si capisce. Oggi fa i conti nel proprio di portafogli. Apre il mobile del soggiorno e ci mostra il 730. «Beh, come vede, con 2.110 euro netti supero i tremila lordi. Morale: già da due anni mi hanno bloccato l’adeguamento all’inflazione. Il mio assegno reale diminuisce mese dopo mese. Sia chiaro: da me non sentirà un lamento.

Nessuno mi deve spiegare che c’è un’Italia che soffre, arranca e lotta per colpa della crisi: lo so già. Però non venitemi nemmeno a dire che con i miei duemila euro al mese faccio parte della categoria dei ricchi. Eh no, non ci sto! La verità è che lo Stato va a prendere i soldi nel mucchio, nelle tasche in cui è sicuro di trovarli, dove è convinto che poi, alla fine, tutto si risolverà con qualche mugugno».
«Però no, non sono ricco - continua Brivio, prendendo fiato a stento -. Benestante sì, sicuro. Ma io qui vorrei che per una volta si guardasse a chi sta meglio. E una cosa è certa: ai ricchi, quelli veri, non vengono chiesti sacrifici proporzionati al reddito».

C’è un altro rospo che il nostro pensionato-bancario non riesce a mandare giù. «Ma lei ha idea di tutti i contributi che ho versato? - riparte con nuovo slancio -. Ho iniziato a lavorare a 17 anni. Quando sono andato in pensione, nel 2009, potevo contare su 2.167 euro al mese. Adesso, con il blocco dell’indicizzazione e le tasse locali che aumentano, ne prendo 2.110: 50 euro in meno al mese, 684 che mancano all’appello ogni anno. E’ a questi conti che bisogna aggiungere la mancata indicizzazione. Con un’inflazione all’uno per cento mi spetterebbero circa 390 euro l’anno. E per fortuna che il tasso di crescita dei prezzi oggi è molto contenuto».

Ciascuno ha un buon motivo per lamentarsi. Ma dove lo Stato dovrebbe prendere quello che serve a far tornare i conti? «Hanno tolto l’Imu a tutti, e questo è già uno scandalo, per poi aumentare l’Iva. Guardi che io mangio quanto mangia una milionario, alla fine il rincaro dell’Iva al supermercato non pesa in modo tanto diverso sui nostri conti correnti».

Brivio ricorda quando nel ‘69 entrò in banca. «Ero appena stato licenziato dall’azienda per cui lavoravo perché ero andato al funerale delle vittime di piazza Fontana senza chiedere permesso a nessuno. In realtà avevo già fatto il colloquio in Comit e sapevo di avere buone possibilità. Il primo gennaio ‘70 sono stato assunto. Allora sapevamo di appartenere all’aristocrazia del lavoro dipendente. Ma non immaginavamo che saremmo finiti così. Con i figli precari che hanno solo noi come ancora di salvezza. La mia, per dire, insegna. Ma ogni anno viene licenziata a giugno e assunta a ottobre. Il suo compagno idem».

«E adesso basta, però - dice Brivio con gli occhi -. Guardi devo uscire». Quelli come lui si sentono stritolati. Da una parte chi sta peggio non perdona alla classe media quel po’ di benessere costruito in una vita. «E chi sta meglio si nasconde per non pagare pegno. Abbiamo detto tutto. Finiamola qui».

14 novembre 2013 (modifica il 14 novembre 2013)

Attenti agli amici di Facebook troppo attivi a segnalare orrori e atrocità

La Stampa

gianluca nicoletti

Secondo la ricerca di un' Università svedese spesso è patologico chi condivide troppe immagini di sevizie e violenze a uomini o animali.


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Un’indagine condotta dalla Sahlgrenska Academy dell' università svedese di Gotenburg,  avrebbe scoperto che dagli status del social network è addirittura possibile scoprire se tra i nostri amici si nascondono psicopatici, narcisisti o individui particolarmente subdoli e contorti.  Lo studio «The dark Side Of Facebook» è stato condotto su un campione di trecento utenti e pubblicato sulla rivista scientifica  Personality and Individual Differences. "Facebook ha rivoluzionato il modo in cui le persone interagiscono su Internet, e questo offre un'opportunità unica per la ricerca psicologica", spiega Danilo Garcia, ricercatore presso il centro  il Centro per l'Etica, Diritto e Salute Mentale e curatore dell'indagine.

La tesi esposta è quella che esista  un "social rivelatore" di personalità oscure, che sarebbe assimilabile a test scientifici e che  emerge dall'analisi degli aggiornamenti di status su Facebook.  Il social network diviene quindi un rivelatore di possibili psicopatie,   leggibili in particolare modo da quelle segnalazioni su episodi di cronaca particolarmente abominevoli, anche se all’apparenza sono motivate dalla volontà di condividere sdegno e indignazione.

Secondo i ricercatori svedesi dovremmo cominciare a guardare con sospetto chi tra i nostri amici dovesse insistere troppo su episodi di prostituzione, pornografia o  decapitazioni (queste ultime  già  terreno di polemica per la decisione da parte di Facebook di impedirne il link, salvo poi riammetterlo).

Esistono certamente, anche oltre a quanto contemplato dalla ricerca, varie modalità di social networking compulsivo, che non denotano certamente serenità da parte di chi le metta in atto. Un comportamento sicuramente ricorrente è quello della segnalazione dell’animale martoriato, scarnificato, addirittura scuoiato o bollito. Lodevole intento la denuncia dei maltrattamenti, ma l’insistente condivisione di banchi dove è esposta la mercanzia d’abominevoli macellerie estremo orientali, dove gli usi alimentari sono diversi dai nostri, forse non è realisticamente utile a educare le coscienze. Soprattutto potrebbe, in certi casi, rivelare qualcosa di più contorto del condivisibile amore per gli animali.

E' ancora peggio quando qualcuno  ribalta a tutta la sua lista di amici varie trucidità estreme che riguardano esseri umani, devastati da incidenti o dalla furia di altri umani. Oltre tutto quello che riguarda esecuzioni capitali, flagellazioni, impiccagioni ecc,  si notano spesso foto che sembrano sottratte dagli archivi della polizia giudiziaria e che vengono fatte circolare come esempi di giustizia per reati particolarmente odiosi. Ultimamente per esempio circola molto l' immagine del cadavere  di uno stupratore messicano trafitto da decine di coltellacci, come fosse un puntaspilli.

Solo qualche tempo fa circolava la foto splatter di un altro presunto violentatore, chissà perché sempre messicano, che la folla aveva evirato e crocifisso per strada. Considerando sensato quello che affermano i ricercatori svedesi, in casi simili a quelli citati, sarebbe bene diffidare della vocazione all'impegno  di molte delle  persone che ci invitano a condivisioni massive ai loro post di denuncia, soprattutto quando si nota una fastidiosa insistenza sui particolari più morbosamente macabri o scabrosi.

Al contrario è possibile individuare gli individui più aperti ed estroversi che, sempre secondo la ricerca, sono quelli con orizzonti dello sdegno meno truculenti. Hanno un numero maggiore di amici e  aggiornano la propria pagina con molta frequenza. Certamente sono le persone che hanno idee più mediate da sottoporre alla comunità, per lo meno nella frequenza d’ aggiornamento hanno una visione più varia e meno monotematica della realtà da sottoporre al prossimo.

Oltre alle considerazioni di tipo clinico, è sicuramente da considerare comunque  un grosso equivoco scambiare i social media per un volano delle proprie ossessioni, spesso mascherate sotto il pretesto di una militanza civile, che non sempre  è richiesta come condizione indispensabile per avere diritto di esistenza in rete. 

Faida in casa Asterix, il disegnatore Uderzo denuncia la figlia per «violenza psicologica»

Corriere della sera

Nuovo capitolo di una brutta saga: Sylvie aveva denunciato l’entourage del padre «per circonvenzione d’incapace»

Cattura
Il suo eroe a fumetti, versione gallica e scherzosa di Davide e Golia, resiste indomito contro l’impero Romano, lui deve guardarsi dalla figlia. Una spiacevole faida quella tra Albert Uderzo, uno dei due papà di Asterix (l’altro, Goscinny morì nel 1977) e Sylvie, sua figlia. L’86enne disegnatore ha deciso di sporgere denuncia contro di lei e il marito per «violenza psicologica».

LA FAIDA- Una brutta vicenda che parte da lontano, nel 2007, quando Sylvie viene estromessa dalla casa editrice che detiene i diritti di Asterix, la Albert-René, di cui la donna era amministratrice delegata. Una decisione contestuale al passaggio dell‘azienda alla Hachette, gigante dell’editoria ( e non solo) francese. Secondo Sylvie, il padre, ormai anziano, sarebbe stato condizionato da persone a lui vicine che volevano sfruttarlo a piacimento. Tradendo poi, con la cessione ad Hachette, i valori di autonomia e indipendenza che fin lì avevano contraddistinto la filosofia ( e la produzione) di Uderzo. Di lì, la conseguente denuncia contro ignoti per circonvenzione di incapace.

MILIONI E MILIONI DI EURO - Ma il vecchio fumettista non l’ha presa bene, non si sente affatto diminuito nelle capacità di intendere e volere e si è sottoposto a diverse perizie per dimostrarlo, fino al gesto estremo di voler denunciare la figlia: «è una sorta di molestia psicologica. È doloroso» ha detto. La verità è che in ballo ci sono milioni e milioni di euro per i diritti, Asterix rimane il fumetto francese più venduto di sempre (oltre 350 milioni di alb i), tradotto in 111 lingue. E non vive solo di rendita, perché le storie dei due compari continuano a uscire: l’ultimo episodio nel 2013 Asterix e i Pitti, ambientato in Scozia, dove per la prima volta Uderzo non compariva tra gli autori, quando in passato aveva giurato che il personaggio sarebbe morto con lui. Insomma tensioni legate al vil denaro, sembra, timori più prosaici «dei cieli caduti in testa» che facevano tremare il capo del villaggio gallico.

02 dicembre 2013

Storie da «Italians» Il blog di Severgnini compie quindici anni

Corriere della sera



Italians

E Tex dice: buon compleanno, Italians.

E’ stato un lungo viaggio anche per me, Tex. Dagli inizi un po’ naif, nel settembre 2000, a ITALIANS quindicenne, nel dicembre 2013. In mezzo, di tutto. La sorpresa di maneggiare uno strumento nuovo e all’epoca semi-rivoluzionario, lo sconcerto di dover fronteggiare i numeri di un accesso superiore alle previsioni, infine il sollievo di essere ancora qui, tredici anni dopo, un po’ imbolsito, meno lesto di mano. Però non mollo.

ITALIANS ha attraversato il passaggio di secolo (ricordate la bufala del millennium bug?), le torri gemelle, l’Afghanistan e l’Iraq, lo tsunami in Asia, il big crash del 2008 e una crisi economica epocale, la paura di Fukushima. E ovviamente l’inarrestabile girandola della politica italica, così sempre uguale a se stessa: ma ipnotica, nostro malgrado.

Tra i canyon del web gli incontri sono stati per lo più tranquilli, tanto che il vecchio Tex si è riciclato in vigile e bàlia, in questi anni. Ricordo però di aver dovuto usare maniere forti nel dissuadere qualche malintenzionato recidivo. Credo di averne stesi un paio, metaforicamente parlando. Anche con il titolare della ditta, lo scostante Bsev, non sono mancati i momenti di frizione. I suoi noti, celebrati difetti hanno intaccato talora la pazienza di questo Ranger; ma alla fine è tutto inutile, lui tira dritto. Tex, pure. E che altro posso fare? Non certo strapazzare il boss, neanche quando mi spedisce in missione, costringendomi a cambiamenti repentini (le foto! wordpress! i commenti!). Così rimonto in sella al vecchio, nobile ronzino telematico, e vado avanti. 

Ciao ragazzi. Prima o poi troverò qualcuno più veloce di me? Probabile. E allora, bye-bye. Ma intanto lasciatemi invecchiare in questo saloon delle Rete, tra molti forestieri, donne interessanti e tanti new kids in town, come dicono a Milano. Quindici anni, e sembra ieri. Vero, Capelli d’Argento?

Paolo Masìa (Tex)

Grazie,  vecchio burbero  Tex. Dietro queste tue parole asciutte so che c’è affetto sincero, e tanto lavoro.  ITALIANS,  senza la tua sorveglianza quotidiana, sarebbe un luogo meno sicuro. Avanti così!

E grazie a tutto Corriere.it per questo bellissimo regalo di compleanno..!  ITALIANS-XV-1998/2013



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