lunedì 2 dicembre 2013

Amazon Prime Air: le consegne con i droni

Corriere della sera

Il servizio presentato da Bezos in tv sarà attivo tra qualche anno. Dal magazzino a casa in 30 minuti

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MILANO - Il fattorino arriva dal cielo: il colosso Amazon consegnerà i pacchi direttamente via aria, fin davanti alla porta di casa, grazie a un piccolo drone telecomandato. La consegna sarà garantita in meno di 30 minuti. Fantascienza? No. Jeff Bezos, fondatore e numero uno di Amazon, ha annunciato l’avveniristico progetto nel programma di domenica sera 60 Minutes della Cbs. Gli elicotterini potrebbero decollare entro pochi anni.

IN MEZZ’ORA - Il gigante del commercio online ha in serbo grandi cose: a consegnare i pacchi ai clienti ci penseranno dei mini droni alimentati da otto motori, denominati «Octocoper». Il servizio «Prime Air» si trova ancora in fase di sperimentazione e, se le leggi federali statunitensi lo consentiranno, sarà adottato entro i prossimi quattro o cinque anni. I droni dell’azienda di Seattle, velivoli che viaggiano senza pilota, controllati da computer a bordo, potranno trasportare colli pesanti fino a 2,5 chilogrammi, il che rappresenta oggi l’86% delle consegne di Amazon. In quanto tempo? Mezz’ora. Possono coprire zone nel raggio di 16 chilometri dai magazzini in cui vengono preparati gli ordini. In questo modo vengono tagliate le spese e i tempi di consegna. Di più: il vantaggio va letto pure in termini di risparmio di emissioni inquinanti. «È molto ecologico, molto meglio che i camion su strada per i trasporti», ha sottolineato il capo della società nordamericana.

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«AMAZON UN GIORNO CADRÀ A PEZZI» - Jeff Bezos è intervenuto personalmente a 60 Minutes a sostenere l’iniziativa e presentare i prototipi alle telecamere: «Certo, so che sembra fantascienza, ma non lo è». Una delle ragioni per l’introduzione dei droni è quella di mantenere la leadership nelle vendite al dettaglio, ha spiegato il 49enne. «Le aziende hanno vita breve. Amazon un giorno cadrà a pezzi - ha sottolineato l’imprenditore statunitense - e voglio che questo accada dopo la mia morte». Un video dimostrativo mostra i mini robot che, in partenza dai depositi del retailer americano, trasportano via cielo le merci acquistate all’interno di piccole scatole gialle e le consegnano fino davanti alla porta di casa del cliente. La localizzazione avviene attraverso Gps.

DIPENDENTI COME ROBOT - Il piano necessita, prima di essere autorizzato, di una serie di test di sicurezza, oltre al via libera delle autorità americane dell’aviazione, la Federal Aviation Administration, FAA. Per il colosso dell’e-commerce si tratta in primo luogo di un’enorme pubblicità, sotto Natale, e di un cambio d’immagine - in positivo. In questi giorni l’azienda era finita nella bufera per un servizio della Bbc che, con estrema dovizia di particolari, denunciava come i dipendenti nel Regno Unito fossero a rischio di «problemi mentali e fisici» per l’eccessivo carico di stress a cui sono sottoposti. In Germania, invece, negli stabilimenti di Bad Hersfeld e Lipsia, i lavoratori minacciano di scioperare proprio sotto le festività a causa delle «disumane» condizioni di lavoro e dei bassi salari.

PIZZA A DOMICILIO - La tecnologia dei velivoli radiocomandati, in ogni caso, è intrigante: in estate aveva fatto un certo scalpore il video pubblicato dalla nota catena statunitense Domino’s del suo «DomiCopter», un drone volante che consegnava due pizze direttamente a casa del consumatore. Anche in Cina si sperimenta con i droni portapacchi: qualche mese fa, la società di trasporti di Shenzhen, la SF Express, aveva presentato i suoi corrieri volanti, anche qui dei droni capaci raggiungere fino a un massimo di cento metri d’altezza e che, grazie a otto potenti eliche, possono trasportare anche pacchi di grosse dimensioni.



I droni di Amazon (02/12/2013)
Ecco il drone che consegna pacchi: è il futuro di Amazon (02/12/2013)

02 dicembre 2013

Euro, storia di un imbroglio che adesso tutti ammettono

Renato Brunetta - Lun, 02/12/2013 - 12:19

Dalle bugie su banche e spread fino alla bacchettata Usa inflitta alla Merkel, la verità è emersa: la moneta è finita ko per colpa della Germania e l'Italia è stata commissariata

Come la nottola cara a Minerva spicca il suo volo la sera, così in questi ultimi tempi si concentrano gli outing rispetto a quello che è successo in Europa negli anni della crisi. Si intersecano ricordi, memorie, interpretazioni e si comincia a ricostruire, nella totalità e nella pienezza, quello che abbiamo chiamato il grande imbroglio.

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Andiamo con ordine, usando l'illuminazione di alcune parole chiave e di un approccio diacronico. Per dare un senso al tempo e alla concatenazione degli eventi, ma anche per dimostrare come l'imbroglio si sia costruito passo dopo passo, nell'indifferenza interessata di tutti. O quasi.

Deauville, 18 ottobre 2010

Tutto il masochismo folle della crisi finanziaria parte dalla dichiarazione di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy secondo cui, in caso di fallimento di un qualsiasi Paese europeo, le banche devono intervenire. Con il coinvolgimento dei creditori privati si crea la saldatura tra crisi finanziaria e crisi del debito sovrano. Le banche europee, nel calcolare il valore dei titoli di Stato in portafoglio devono scontare il rischio di fallimento dei Paesi, quindi svalutare, quindi ricapitalizzare, nel frattempo precipitare in borsa e vedere rarefarsi la liquidità, con il relativo credit crunch.

Deutsche Bank, giugno 2011

In Germania le banche cominciano a vendere titoli greci e dei Paesi dell'area euro, innescando un meccanismo folle: panico sui mercati, ma soprattutto aumento della domanda di Bund tedeschi considerati l'unico bene rifugio in Europa. Lo spread aumenta vorticosamente.

Bce, 5 agosto 2011

Lettera Bce al governo, mai successo prima, per «rafforzare il suo impegno alle riforme» e anticipare il pareggio di bilancio al 2013.

Roma, 13 agosto 2011

Manovra correttiva del governo Berlusconi per realizzare l'anticipo del pareggio di bilancio al 2013. Effetto cumulato (2011-2014): 60 miliardi, di cui 64% tagli, 32% maggiori entrate e 4% sviluppo.

Credit default swap, 13 settembre 2011

Esplosione dei Credit default swap (Cds), vale a dire quei contratti derivati che indicano quanto costa coprirsi dal rischio di fallimento di un Paese. Da 171 punti base si sale fino a 504 quando Barroso punta il dito contro l'Italia.

Roma, novembre 2011

Tutto precipita. Il 2 il presidente della Repubblica non firma il decreto «sviluppo» che realizza gli impegni presi dal governo con il Consiglio europeo e la Commissione europea. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si reca a mani vuote al G20 Cannes. Picco spread a 553 punti base. Mario Monti viene nominato senatore a vita. L'11 si dimette il governo Berlusconi. Il 16 c'è il giuramento del governo Monti. Stralci dal libro El dilema dell'ex premier spagnolo Luis Zapatero: «Nei corridoi di Cannes, il 3 e 4 novembre 2011 si parlava già di Mario Monti. (...) c'era un ambiente estremamente critico verso il governo italiano (...) ricordo la strenua difesa di Berlusconi che sottolineava la capacità di risparmio degli italiani (...) alla fine si raggiunse un compromesso, con il premier italiano che accettò la supervisione del Fondo monetario internazionale, ma non il salvataggio. (...) Tutto ciò costò caro a Berlusconi, che da lì a poco dovette dimettersi. Fu così che in Italia arrivò Mario Monti. Di cui, ripeto, già si parlava da tempo».

Spread, autunno-inverno 2011

L'andamento degli spread nell'area euro desta preoccupazione in Europa. Si adotta senza la linea tedesca per cui lo spread alto è conseguenza del comportamento poco rigoroso dei governi. Misure di politica «sangue, sudore e lacrime», senza considerare gli effetti recessivi. In realtà lo spread dipende soprattutto dal rischio break-up (implosione) dell'euro.

«Whatever it takes», 26 luglio 2012

A 8 mesi di distanza dal fatidico 9 novembre 2011 e dal picco a 553 punti base, lo spread registra un nuovo massimo: 536 punti base, legato a voci insistenti di uscita della Grecia dall'eurozona. Il presidente della Bce Mario Draghi annuncia a Londra il suo impegno a fare tutto quanto necessario (whatever it takes) per salvare la moneta unica. Effetto immediato: -62 punti di spread in 2 giorni. Sotto questo imbroglio si sono nascoste responsabilità più gravi: delle istituzioni europee che hanno abdicato ai propri compiti, dei poteri forti, delle banche, di certi predatori economici dalla tripla A che hanno pensato di comprarsi il nostro paese a saldo.

Grande coalizione, 28 aprile 2013

Giuramento dell'esecutivo Letta. L'azione minimalista adottata ad oggi dimostra il timore reverenziale nei confronti di Bruxelles e dell'Europa tedesca.

Tesoro Usa, 30 ottobre

Il Report to Congress on international economic and exchange rate policies redatto dal Tesoro americano attribuisce, per la prima volta in modo esplicito, la responsabilità della debolezza dell'Eurozona alle politiche economiche adottate dal governo tedesco e inserisce la Germania nei paesi «pericolosi». Perché? Perché lo Stato tedesco punta troppo sull'export e non sulla domanda interna, realizzando surplus della bilancia dei pagamenti superiori a qualsiasi altro Stato europeo, senza alcun meccanismo di redistribuzione.

Commissione europea, 15 novembre

La Commissione Ue segnala le situazioni di squilibrio macroeconomico dei singoli Paesi. Il surplus medio della Germania nella media del triennio 2010-2012 ha superato il 7%. Richiamo e sanzioni, la Germania cincischia.

Accordo di coalizione in Germania, 27 novembre

L'accordo di 185 pagine siglato dal partito di Angela Merkel e dai suoi partner Spd prevede una mera redistribuzione, tutta tedesca e alquanto clientelare, del bottino conquistato negli anni della crisi, derivato dall'aumento spropositato delle esportazioni, (conseguenza di un euro tedesco sottovalutato rispetto all'economia tedesca) e dal rendimento reale negativo dei Bund tedeschi, per cui la Germania e le sue imprese, dal 2008 a oggi, hanno finanziato a costo zero le proprie attività. Come ha fatto notare il Wall Street Journal «l'accordo mette in seria discussione la reputazione di Angela Merkel di amministratore cauto e responsabile dell'economia».

Particolarmente significative le restrizioni al ricorso ai contratti di lavoro temporaneo, introdotti da Gerhard Schroeder all'inizio degli anni 2000, che hanno consentito a milioni di persone di entrare in un mercato del lavoro da cui erano precedentemente esclusi. E l'abbassamento dell'età di pensionamento da 67 a 63 anni per tutti quei tedeschi che hanno 45 anni di contributi versati. Uno spostamento a sinistra dell'asse di governo. Una grave marcia indietro. Che sia la fine dell'egemonia tedesca? Che sia la fine della Germania? La nottola di Minerva sta spiccando il volo. E l'Europa prossima ventura non sarà più quella che abbiamo conosciuto.

La qualità di vita in Italia? A Trento si vive meglio, Napoli fanalino di coda

Luisa De Montis - Lun, 02/12/2013 - 11:45

La classifica annuale stilata dal Sole24ore: prima la provincia di Trento, seconda Bolzano, penultima Palermo e ultima Napoli

La città migliore? Trento. Quella peggiore? Napoli. La classifica annuale stilata dal Sole24ore in base alla qualità di vita recita così: prima la provincia di Trento e seconda Bolzano che lo scorso anno era al primo posto, ultima Napoli e la sua provincia.

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Migliora la situazione a Milano, Roma, Bologna e Firenze. Peggiorano Parma e Torino. In generale dunque, c’è ancora il Trentino Alto Adige, in vetta alla classifica 2013 della Qualità della vita. Completano la top ten dal sesto posto in poi: Ravenna, Firenze, Macerata, Aosta, Milano. Al capo opposto della classifica, con un 107esimo e ultimo posto, ci sono Napoli e la sua provincia.

È tutto il Sud a occupare la parte bassa della graduatoria. Nel dettaglio, Milano è ancora prima nella tappa riferita al benessere, Trento e Bolzano sono le province più avanti nella tappa del business grazie alla presenza di start up innovative e all’elevata occupazione femminile; Trieste brilla nell’area dei servizi, Oristano è la città più sicura e Siena è la migliore in quanto a tempo libero.

La Croazia dice no alle nozze tra omosessuali

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


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I croati dicono no alle nozze omosessuali. Ieri il Paese, la cui popolazione è in larghissima maggioranza di religione cattolica, ha deciso in un referendum di inserire nella propria Costituzione la definizione del matrimonio come un’unione esclusivamente tra “un uomo e una donna”. La consultazione è stata disertata dalla maggioranza dei 3,8 milioni di elettori, alle urne si è recato solo il 37,86%. Una forte maggioranza, il 65,77%,  si è espressa a favore del “sì “al quesito in cui si chiedeva:  ”Vuoi definire il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna?”. Contro questa modifica costituzionale si è schierato invece il 33,62% dei votanti, secondo i dati diffusi ieri  sera dalla Commissione elettorale sulla base del 99 per cento delle schede scrutinate.

E’ la prima volta in un Paese dell’Unione Europea che  l’istituto giuridico del matrimonio alle coppie eterosessuali è oggetto di consultazione. La Croazia è 28esimo Stato della Ue dallo scorso primo luglio, 4,4 milioni di abitanti che per il 90 per cento si professano cattolici.  I valori tradizionali hanno prevalso contro gli appelli del governo, del presidente della Repubblica, di una larga parte dei media e del mondo accademico che nelle scorse settimane hanno invitato i croati a non avallare questa forma di discriminazione e di divisione tra famiglie di primo e secondo grado.

L’iniziativa è stata promossa dal collettivo conservatore “In nome della famiglia”, legato alla Chiesa cattolica croata, sostenuto dalla destra nazionalista all’opposizione e capace di raccogliere oltre 750 mila firme in difesa della “sola unione che consenta la procreazione”, come ha dichiarato il cardinale Josip Bozanic. Inserendo la definizione del matrimonio nella Carta fondamentale, i promotori intendono prevenire futuri tentativi di legalizzare le nozze gay attraverso modifiche al diritto di famiglia, che non richiedono la maggioranza dei due terzi in Parlamento.

Con questa modifica della Costituzione la Croazia si unisce alla Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria e Bulgaria, i cinque Paese dell’Ue che hanno già una definizione esclusivamente eterosessuale del matrimonio nelle rispettive Costituzioni. Resta però l’ombra della legittimità democratica del referendum, il cui tasso di affluenza è stato bassissimo, fatto che però non ne compromette la validità, con risultati vincolanti dato che non era richiesto nessun quorum. Ma il fatto che a un referendum di una così larga portata, con un potere costituzionale, abbia votato solo il 37,86 per cento dei 3,8 milioni di aventi diritto, suscita comunque qualche dubbio.

Inoltre, la Corte costituzionale croata ha spiegato che la “definizione del matrimonio come un’unione tra un uomo e una donna”, non incide sulla definizione della famiglia e che l’esito del referendum “non può in nessun modo limitare uno sviluppo futuro della regolamentazione legislativa delle unioni civili tra le persone dello stesso sesso”.
La coalizione di centro-sinistra guidata dal premier Zoran Milanovic, che non ha mai proposto le nozze ma si prepara ad estendere alle unioni civili omosessuali i diritti delle coppie etero sposate, si era schierata contro il referendum. “Un’espressione di omofobia, un voto triste e insensato. Non dovremmo essere coinvolti in decisioni che invadono lo spazio intimo della famiglia”, ha detto Milanovic, preoccupato che il voto costituisca un precedente per legittimare altre consultazioni potenzialmente lesive dei diritti delle minoranze, prima fra tutte quella serba.

Proprio ieri scadevano i termini di raccolta firme per il referendum sostenuto dai nazionalisti contro il bilinguismo, dopo gli scontri dei mesi scorsi sulle iscrizioni in caratteri sia latini che cirillici a Vukovar, la città martire rasa al suolo nel 1991 dall’armata popolare jugoslava e dai paramilitari serbi.
“Una nazione si giudica dall’atteggiamento che assume nei confronti delle minoranze” ha dichiarato con amarezza il presidente Ivo Josipovic.
Le associazioni mettono in guardia dall’utilizzo dello strumento democratico del referendum a danno di un principio fondamentale come la tutela dei diritti umani e civili. Bruxelles, entrata recentemente in rotta di collisione con Zagabria per una legge sull’estradizione infine modificata, non ha preso posizione sul voto. La questione dei matrimoni omosessuali è di competenza dei singoli Stati.
In Croazia il primo Gay Pride si svolse tra duri scontri nel 2002.

Ora il governo è più forte (risate)

Marcello Veneziani - Dom, 01/12/2013 - 16:25

La battuta più esilarante della settimana è quella che il povero Letta ha detto per comprensibile esorcismo autodifensivo

La battuta più esilarante della settimana è quella che il povero Letta ha detto per comprensibile esorcismo autodifensivo ma che i media e la sinistra hanno ripetuto come un mantra: ora il governo è più forte.

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Ci vuole un eroico sprezzo del ridicolo a dirlo, col Paese per tre quarti all'opposizione, con Renzi, Grillo e Berlusconi, cioè i leader più popolari, che in modi diversi puntano a far cadere il governo. E con tutti i leader della politica italiana, ad eccezione di un paio, fuori dal Parlamento: oltre i tre sullodati extraparlamentari sono fuori dal Parlamento anche Maroni e Vendola, oltre i leader ormai impopolari come Di Pietro, Fini, Prodi, D'Alema, Veltroni. Resteranno a sorreggere Letta i tre presidenti e pochi altri, almeno in Italia. Non sono tra quelli che considerano Alfano e soprattutto gli altri ministeriali come traditori.

Ma hanno obbiettivamente sbagliato calcolo politico perché, credendo di salvare il governo e se stessi, con la loro scelta hanno solo differito di poco la caduta vivendo nell'attesa un'indecorosa agonia. Sarà Renzi a impallinarli, seguendo il calendario natalizio. All'Immacolata, quando si fa il presepe, con ogni probabilità il Bambinello diventerà il leader del Pd e a Natale farà mangiare l'ultimo panettone al governo. Dopodiché all'Epifania, che ogni festa porta via, i Re Magi resteranno soli sul Colle e nelle due Camere e partirà la mattanza del governo più produttivo della storia nell'inventare vezzeggiativi per le tasse: Iuc, Zang, Tumb. Un governo futurista senza futuro.

Il cronista che fa tremare i pm. "Sinistra ricattata dalle procure"

Luca Fazzo - Lun, 02/12/2013 - 08:19

Dopo 35 anni a seguire i processi nelle aule dei tribunali Frank Cimini è andato in pensione ma dal suo blog continua a svelare le verità scomode di Milano: "Magistrati senza controllo"

«Antonio Di Pietro è meno intelligente di me»: nel 1992, quando i cronisti di tutta Italia scodinzolavano dietro il pm milanese, Frank Cimini fu l'unico cronista giudiziario a uscire dal coro.


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Sono passati vent'anni, e Cimini sta per andare in pensione. Confermi quel giudizio? «Confermo integralmente». Sul motivo dell'ubriacatura collettiva dei mass media a favore del pm, Cimini ha idee precise: «C'era un problema reale, la gente non ne poteva più dei politici che rubavano, e la magistratura ha colto l'occasione per prendere il potere. Di Pietro si è trovato lì, la sua corporazione lo ha usato. Mani pulite era un fatto politico, lui era il classico arrampicatore sociale che voleva fare carriera. Infatti appena potuto si è candidato: non in un partito qualunque, ma nelle fila dell'unico partito miracolato dalle indagini». Uomo indubbiamente di sinistra, e anche di ultrasinistra («ma faccio l'intervista al Giornale perché sennò nessuno mi sta a sentire») Cimini (ex Manifesto, ex Mattino, ex Agcom, ex Tmnews) resterà nel palazzo di giustizia milanese come redattore del suo blog, giustiziami.it.

E continuerà, dietro l'usbergo dell'enorme barba e dell'indipendenza, a dire cose per cui chiunque altro verrebbe arrestato. Sulla sudditanza degli editori verso il pool di Mani Pulite ha idee precise: «Gli editori in Italia non sono editori puri ma imprenditori che hanno un'altra attività, e come tali erano sotto scacco del pool: c'è stato un rapporto di do ut des. Per questo i giornali di tutti gli imprenditori hanno appoggiato Mani pulite in cambio di farla franca. Infatti poi l'unico su cui si è indagato in modo approfondito, cioè Berlusconi, è stato indagato in quanto era sceso in politica, sennò sarebbe stato miracolato anche lui. C'è stato un approfondimento di indagine, uso un eufemismo, che non ha pari in alcun paese occidentale. Ma lui dovrebbe fare mea culpa perché anche le sue tv hanno appoggiato la Procura». Da allora, dice Cimini, nulla è cambiato: nessuno controlla i magistrati.

«Il problema è che la politica è ancora debole, così la magistratura fa quello che vuole. Il centrosinistra mantiene lo status quo perché spera di usare i pm contro i suoi avversari politici ma soprattutto perché gran parte del ceto politico del centrosinistra è ricattato dalle procure. Basta vedere come escono le cose, Vendola, la Lorenzetti, e come certe notizie spariscono all'improvviso». Nello strapotere della magistratura quanto conta l'ideologia e quanto la sete di potere? «L'ideologia non c'entra più niente, quella delle toghe rosse è una cavolata che Berlusconi dice perché il suo elettorato così capisce. Ma le toghe rosse non ci sono più, da quando è iniziata Mani pulite il progetto politico che era di Borrelli e non certo di Di Pietro o del povero Occhetto è stata la conquista del potere assoluto da parte della magistratura che ha ottenuto lo stravolgimento dello Stato di diritto con la legge sui pentiti.

Un vulnus da cui la giustizia non si è più ripresa e che ha esteso i suoi effetti dai processi di mafia a quelli politici. Oggi c'è in galera uno come Guarischi che avrà le sue colpe, ma lo tengono dentro solo perché vogliono che faccia il nome di Formigoni». Conoscitore profondo del palazzaccio milanese, capace di battute irriferibili, Cimini riesce a farsi perdonare dai giudici anche i suoi giudizi su Caselli («un professionista dell'emergenza») e soprattutto la diagnosi impietosa di quanto avviene quotidianamente nelle aule: «Hanno usato il codice come carta igienica, hanno fatto cose da pazzi e continuano a farle». Chi passa le notizie ai giornali? «Nelle indagini preliminari c'è uno strapotere della Procura che dà le notizie scientemente per rafforzare politicamente l'accusa». E i cronisti si lasciano usare? «Se stessimo a chiederci perché ci passano le notizie, i giornali uscirebbero in bianco».

Moglie e amante in casa, il giudice: «Divida il suo tempo a metà»

Il Mattino

Condannato all'amore part time: a stare sia con la moglie sia con l'amante. Un giudice di pace ha ingiunto ad un uomo sposato che aveva deciso di accogliere in casa anche un'altra donna di dividere equamente il suo tempo mensile dedicando 15 giorni alla moglie e 15 all'amante. Lo scrive oggi l'agenzia di stampa Pti.


CatturaDopo un acceso dibattito in una Lok Adalat, tribunale di conciliazione locale riconosciuto nell'ordinamento giuridico indiano, il giudice Ganga Charan Dube ha accolto il ricorso della moglie che esigeva di poter trascorrere più tempo con il marito, e disposto una equa distribuzione del tempo, e sotto lo stesso tetto, da parte dell'ex dipendente di un Ente elettrico ora pensionato di Khandwa, nello Stato di Madhya Pradsh.

Avendo la casa tre stanze, ha stabilito il giudice, il marito si sistemerà al centro in una stanza mentre nelle altre due camere alloggeranno separatamente sua moglie e l'amica. «La stanza di mezzo - ha confermato l'avvocato dello Stato Ashwini Bhate - avrà accesso alle stanze laterali e il tribunale ha imposto all'uomo di trascorrere due settimane con ciascuna delle due sue donne». In base all'accordo, si è infine appreso, l'amante che da due anni era stata accolta in casa avrà diritto, in caso di eredità, al 50% dei beni mobili e immobili dell'uomo.

 
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domenica 1 dicembre 2013 - 21:05

L’apocalisse dei Sumeri, la civiltà che gli italiani stanno cercando di salvare

Corriere della sera

Dopo eruzioni vulcaniche, siccità, desertificazione


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Le sepolture sono sugli strati più alti dell’argilla che copre i resti della città. Uno scheletro di maschio adulto in posizione fetale con un bicchiere di ceramica ancora stretto nel pugno destro. Un infante riposto in una culla di giunchi. Un sarcofago spezzato, probabilmente da tombaroli, già in epoca molto antica. Segno che non vi fu un epilogo violento. Non ci furono assedi epici, non battaglie finali all’ultimo sangue. Non si vedono resti di incendi, le case non furono distrutte, non ci fu massacro di massa come a Ebla o a Troia. Semplicemente gli abitanti se ne andarono via in modo progressivo e forse nell’arco di pochi decenni. Restarono solo i cimiteri, le anfore funerarie piene di granaglie a garantire l’estremo viaggio dei defunti. E gli ultimi vivi, che fu di loro? Cosa li spinse a partire?

Difficile capire come decade una civiltà antica, ancora di più comprenderne le cause. Di recente due noti archeologi americani, Harvey Weiss e Raymond Bradley, hanno notato in un saggio intitolato What Drives Societal Collapse? («Che cosa provoca il collasso delle civiltà?») che la fine può essere relativamente veloce anche per civiltà durate parecchi secoli. E le cause scatenanti andrebbero ricercate nei cambiamenti climatici. Fu forse così per i cacciatori nomadi nell’Asia sud-occidentale, spinti a diventare sedentari verso la fine dell’ultima glaciazione importante, 11 mila anni fa? Così per i popoli nelle valli dell’Indo, 8 mila anni dopo? Per i «granai» della Roma imperiale nel Nord Africa sempre più arido nei primi secoli dell’era cristiana?

Uno studioso italiano sostiene con loro che anche la civiltà sumera potrebbe essere decaduta per motivi ambientali. I muri a secco di Abu Tbeirah, nell’area di Nassiriya, quando vengono portati all’aria aperta, tendono a disfarsi rapidamente. Pioggia, vento e sole erodono facilmente le strutture non fatte di pietra, antiche in certi casi ben più di 4500 anni. Ma le ceramiche restano, così i perimetri delle abitazioni, i pavimenti, le ossa, le strutture dei sistemi di drenaggio dell’acqua, i vasi e i cocci. Franco D’Agostino, docente di Assirologia all’Università la Sapienza di Roma, guarda la decina di operai iracheni che scavano tra il fango, che ha invaso la pianura piatta e monotona tutt’attorno al sito dove dirige gli scavi.

Grandi pozzanghere circondate da cespugli bassi: ci vorrà tempo prima che il sole asciughi i resti delle piogge recenti. Da aprile a settembre qui i 50 gradi sono la regola, il deserto impera, ma da novembre a marzo possono scoppiare all’improvviso acquazzoni furiosi. «È la natura allo stato estremo che si manifesta periodicamente su uomini e cose della Mesopotamia. Oggi, come ai tempi dei Sumeri», dice a «la Lettura». E non sono parole dettate solo dalle circostanze immediate. Il recente uragano nelle Filippine, i dibattiti sull’effetto serra e l’innalzamento dei mari, oltre a quelli sulle responsabilità dell’uomo nei cambiamenti della natura, ovviamente fanno da sottofondo.

Non è strano che storici e studiosi delle civiltà antiche vadano sempre più cercando un nesso con i mutamenti ambientali. Ma nel suo caso è da quando iniziò a occuparsi della storia dei Sumeri, una trentina d’anni or sono, che ha ben presente questa tematica. Qui fu collocato il Diluvio Universale e vennero per la prima volta raccontate nella grafia cuneiforme le conseguenze drammatiche delle grandi siccità. «Non voglio sembrare un determinista a tutti i costi. Ma ritengo che proprio i cambiamenti climatici siano stati una delle cause della decadenza e poi dell’estinzione della cultura sumerica alla fine del terzo millennio avanti Cristo», sostiene D’Agostino. Le prove più importanti? «Ne ho almeno tre», risponde. «Sappiamo che attorno al 2400 a.C.

l’eruzione violenta di un vulcano sull’altopiano anatolico spinse diverse popolazioni esterne alla Mesopotamia a emigrare verso i campi irrigati della Mezzaluna Fertile. Abbiamo trovato cospicue tracce di cenere negli strati del terreno risalenti a quel periodo in un’area molto vasta. Arrivarono allora gruppi diversi, gli Amorrei e i Gutei tra loro, che spinsero al collasso la civiltà accadica, la quale a sua volta aveva invaso i Sumeri. Per di più venne scavata una fitta rete di canali nel Nord della Mesopotamia, a settentrione dell’odierna Bagdad, che contribuì all’impoverimento dei canali costruiti più a sud dai Sumeri e probabilmente accelerò il processo di salinizzazione dei terreni, causando la crisi dell’agricoltura nel meridione. In meno di un secolo la produzione agricola dei Sumeri scese di due terzi. Infine va annoverata tra le cause la gravissima siccità, durata forse duecento anni».

Il risultato fu catastrofico. In pochi decenni venne meno quello che era stato uno dei fattori vincenti del trionfo dei Sumeri: la capacità cioè di creare un’organizzazione sociale finalizzata ad avere a disposizione larghe masse di popolazione in grado di non dover lavorare per il proprio sostentamento, bensì dedicarsi alle grandi opere pubbliche quali i canali. A ciò si aggiunse un altro grave fenomeno di lunga durata: il ritiro progressivo del mare. In quello stesso periodo si insabbiano i due porti di Ur, rallentando i commerci via nave con le Indie e l’Africa. Carenza d’acqua, avvelenamento dei campi, crisi commerciale per l’allontanamento del mare, sovrappopolazione, interramento dei canali, temperature medie in salita, fame: basta e avanza per descrivere il disastro ecologico in una società interamente fondata sull’agricoltura.

Probabilmente non è un caso che già nell’epopea di Gilgamesh la siccità venisse descritta come la vendetta del «Toro Celeste». Un evento terribile, divino e inarrestabile. Una piaga destinata a ridurre brutalmente il numero degli abitanti della Terra. D’Agostino, prima che archeologo, è filologo specializzato in sumerologia (suo Gilgamesh alla conquista dell’immortalità , pubblicato nel 1997). «Nel ciclo epico sumerico - aggiunge - la siccità è raccontata quale strumento della vendetta della dea Inanna ai danni di Gilgamesh e la sua città, Uruk. Circa mille anni dopo il celebre poema assiro-babilonese Atram-Hasis (in italiano Colui che è straordinaria mente saggio ) canta invece il Diluvio Universale descritto come punizione degli dei contro gli uomini diventati troppo numerosi, tali da disturbare il sonno del capo del pantheon, Enlil».

Le catastrofi naturali sono narrate dunque come immanenti alla realtà degli uomini, tanto minacciose che persino nella culla della civiltà, tra il Tigri e l’Eufrate, assurgono a un ruolo fondamentale nella mitologia. I due fiumi tra l’altro appaiono causa di costante preoccupazione. I loro flussi sono molto meno regolari di quelli del Nilo. Le piene, che in Egitto portano limo e ricchezza, in Mesopotamia fanno paura. Le fonti del Tigri e dell’Eufrate, sulle montagne nevose della Turchia, si rivelano molto più imprevedibili che non quelle del Nilo, moderate dai grandi laghi dell’Africa centrale. Si spiegherebbero così anche le cause del progressivo spopolamento di Abu Tbeirah (letteralmente in arabo «quelli della piccola ascia»), il sito archeologico sette chilometri a sud di Nassiriya e a sedici dall’antica Ur dei Caldei.

Da tre anni vi lavorano una decina di archeologi dell’università romana sotto la direzione di D’Agostino, grazie anche ai finanziamenti del ministero degli Esteri italiano e a donazioni private. Questi sono in coordinamento con le autorità irachene, che vorrebbero fare di Ur e dei siti limitrofi un grande parco archeologico aperto ai turisti di tutto il mondo. «Il governo di Bagdad ha già destinato 600 milioni di dollari. Contiamo molto sul contributo dei ricercatori italiani», sostiene il nuovo governatore di Nassiriya, il quarantaseienne Yahia al Nasri. Lo scavo è ampio 46 ettari. Una zona relativamente grande e ben identificabile grazie alle immagini riprese dal cielo. È attraversata da un gasdotto della compagnia nazionale irachena, la cui costruzione ha causato gravi devastazioni ai reperti.

Però non ha intaccato il letto dell’antico canale artificiale scavato nel terzo millennio avanti Cristo, che presumibilmente collegava questa città a Ur, partendo dall’Eufrate e gettandosi nel Tigri. Non ci sono ancora prove archeologiche, ma, se così fosse, sarebbe lungo almeno una cinquantina di chilometri. «Il canale funzionò per quasi cinque secoli. Poi, verso il 2200, si insabbiò. E la sua fine portò alla morte della città. Divenne impossibile coltivare, viaggiare, vivere», dicono i ricercatori italiani. La vicina Ur era molto più importante e infatti venne abitata a lungo, sino a essere occupata dagli Assiro-Babilonesi. Ma allora i Sumeri erano già estinti. Più tardi vi furono alcuni tentativi di rinascita, tutti falliti nell’arco di pochi anni.

«La mia ipotesi è che qui fosse situata la mitica Eneghi, citata in alcuni testi classici sumerici del terzo millennio, dove si racconta del viaggio del dio Nannar, originario di Ur, in visita al capo del pantheon, suo padre. Se così fosse, potremmo ritrovare anche il tempio dedicato a Ninazu, la divinità dell’oltretomba nella fase più arcaica della cultura sumerica», sostiene il capo missione dopo gli ultimi tre mesi di attività sul campo. Tra gli obiettivi principali della sua ricerca resta quello di individuare testi scritti che possano narrare gli ultimi anni della città. Gli scavi riprenderanno il prossimo settembre.


01 dicembre 2013

I gatti non obbediscono alla voce del padrone per cause evolutive

La Stampa

Uno studio dimostra dunque che questi animali non rispondono ai propri proprietari perché non hanno avuto necessità degli umani durante il processo evoluzionistico.


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I gatti riconoscono la voce dei propri padroni, anche se non sembra. Semplicemente la ignorano. Secondo uno studio dell’Università del Giappone, i gatti avrebbero questo atteggiamento a causa del modo in cui si sono evoluti. Questi animali sarebbero infatti in grado di «addomesticare» sé stessi e quindi non hanno avuto bisogno di basarsi sui comandi umani, nel corso dei secoli. Lo studio dimostra dunque che questi animali non rispondono ai propri proprietari perché non hanno avuto necessità degli umani durante il processo evoluzionistico. 

Dagli esperimenti condotti da Atsuko Saito e Kazutaka Shinozuka è emerso che i gatti, di fronte a una chiamata del loro padrone, muovevano la testa nella direzione della voce e drizzavano le orecchie. Tuttavia, sceglievano di non rispondere ad essa. «Quando erano chiamati da estranei - precisano gli scienziati - si mostravano tuttavia ancora meno reattivi». Lo studio ha testato le reazioni di una ventina di gatti, analizzando le risposte misurando movimenti, vocalizzazione e dilatazione degli occhi. L’indifferenza del gatto risiederebbe nella primissima domesticazione della specie. «Storicamente, i gatti a differenza dei cani sembrerebbero non essere stati addomesticati per obbedire agli esseri umani. Piuttosto - hanno concluso gli scienziati - sembrano loro a prendere l’iniziativa nell’interazione uomo-gatto». 

(Fonte: Agi)

Buon compleanno Renault Twingo Con il nuovo modello cambia tutta

Corriere della sera

Motore dietro per la prossima serie realizzata in collaborazione con la Mercedes

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Con i suoi occhi da ranocchia ha conquistato schiere di automobilisti. Per la precisione 2,5 milioni di clienti nell’arco di 20 anni.

LA STORIA- La Renault Twingo festeggia due lustri in attesa della nuova versione che debutterà a settembre 2014, con ogni probabilità nel salone di casa, a Parigi. Sarà molto diversa dall’antenata che inventò una formula di successo: la piccola monovolume, pratica, economica e allo stesso tempo moderna. La prima Twingo fu proposta in una sola versione, con un’unica motorizzazione e un solo allestimento. «Era piccola fuori e grande dentro» ricorda con nostalgia Yves Dubreil, il capo progetto. In tre metri e quaranta poteva ospitare due lottatori di sumo distesi (l’immagine di una campagna pubblicitaria), per via delle generose dimensioni interne e della possibilità di reclinare completamente tutti i sedili. Fu un successo commerciale ma anche finanziario grazie all’attenta industrializzazione che salvaguardò gli investimenti, addirittura con un risparmio rispetto al preventivato. Un’alchimia perfetta che la Renault spera di ripetere con la prossima generazione realizzata su un’architettura condivisa con la Smart. E quindi avrà il motore e la trazione dietro.


IN COLLABORAZIONE CON SMART-Di quest’ultima si è cominciato intravvedere qualcosa nel corso del 2013. Un paio di concept che hanno rivelato forme molto diverse dall’originale. Per quanto visto la linea disegnata da Laurence Van Den Acker, responsabile del nuovo corso stilistico Renault, ricorda quella della Fiat 500. Bella ma meno innovativa della Twingo di 20 anni fa. Vista con gli occhi di oggi quella di allora ha perso ovviamente molto del suo fascino, ma ha conservato intatta tutta la carica di simpatia che portava con sé. Era spensierata e ottimista come il mercato dell’auto degli anni ’90, ignaro delle difficoltà del presente. Oggi più di allora servirebbe una formula magica, come fu la Twingo, per ritrovare serenità.

01 dicembre 2013 (modifica il 01 dicembre 2013)

Morto Elwood: «Era il cane più brutto del mondo. Sembrava Yoda e E.T.»

Il Mattino


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ROMA - Morto il cagnolino Elwood, un cane da primato: era il cane più brutto del mondo, con somiglianze ai personaggi della fantascienza Yoda e E.T.. Quel primato Elwood l'aveva raggiunto nel 2007. La sua padrona, Karen Quigley, ha spiegato che il re della bruttezza canina è morto inaspettatamente in New Jersey nella mattina di giovedì, il Thanksgiving day negli Usa. Elwood è morto all'età di 8 anni. Elwood era un meticcio, incrocio tra Chihuahua e Cane nudo cinese, era di colore scuro e senza pelo, salvo quella cresta grigia in stile moicano che lo contraddistingueva. I suoi fan lo avevano soprannominato Yoda o E.T., per la sua somiglianza con i due (brutti) personaggi di famosi film di fantascienza.

 
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domenica 1 dicembre 2013 - 20:51   Ultimo aggiornamento: 20:54