martedì 26 novembre 2013

Caprotti: vado in pensione deciso il futuro dell’azienda

Corriere della sera

Il leader di Esselunga: dopo molti mesi di assenza ho deciso di terminare la mia attività di lavoratore dipendente

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Cinque giorni fa a Limito di Pioltello (Milano) nella sala riunioni al sesto piano della sede di Esselunga, Bernardo Caprotti, conversando con un ristrettissimo gruppo di persone, ha detto cose di importanza fondamentale per la sua vita e per l’azienda, notizie che nessuno ancora sapeva. E di altro, ripercorrendo alcune tappe decisive della sua vita, ha parlato in questi ultimi giorni con interlocutori a lui molto vicini. Dopo aver dato conto ieri della pioggia di donazioni (il Corriere ha visionato tutti gli atti direttamente all’Archivio notarile di Milano), ecco la ricostruzione di questi colloqui.

«Lascio le cariche»
 
La prima notizia è oggetto anche di una lettera firmata da Caprotti e indirizzata ai suoi collaboratori più stretti: l’imprenditore il 23 dicembre lascerà tutte le deleghe operative in Esselunga, tutti i poteri di firma e i compensi. E smetterà di essere dipendente della sua azienda dopo 62 anni di lavoro continuativo (i primi anni alla Manifattura Caprotti, azienda tessile di famiglia). Insomma, in un certo senso va in pensione, a 88 anni. Quando nel 1965 prese la direzione della Supermarkets (poi Esselunga) c’erano 15 supermercati, oggi sono 144 con 6,8 miliardi di fatturato, 20mila dipendenti e bilanci ampiamente in utile (238 milioni nel 2012). Una cavalcata imprenditoriale che ha pochi paragoni in Italia. «Dopo molti mesi di assenza - scrive nella lettera - a seguito dell’infortunio occorsomi il 28 aprile, ho deciso da tempo di terminare, col 23 dicembre, la mia attività come lavoratore dipendente.

Lascerò deleghe, poteri, compensi. Forse mi sentirò più leggero». È una svolta, sebbene rappresentare la proprietà, cioè sé stesso, abbia un certo peso (è e resta presidente della holding Supermarkets italiani). «A Dio piacendo - aggiunge - ci sarò e forse sarò anche più libero di fare quello che mi era sempre piaciuto: di andare per negozi e cantieri... Di non essere più subissato da montagne di carte e pratiche che mi imprigionano e mi impediscono. Forse ci vedremo di più e più liberamente». Ha confessato di non reggere più il ritmo del tempo pieno da mattina a sera, nonostante il vigore e la lucidità che anche i nemici (dentro e fuori la famiglia) gli riconoscono. Stessa «pasta» - si dice - di don Luigi Verzé, che conosceva bene. Uno più vicino alla fede, l’altro ai bilanci.

Il testamento dal notaio

La seconda notizia è stata sussurrata a chi gli chiedeva del futuro del gruppo e del contenzioso in tribunale con i due figli maggiori, Giuseppe e Violetta, che rivendicano la proprietà della maggioranza di Supermarkets Italiani. La successione è risolta, ha detto con tono deciso Caprotti. Come? C’è un testamento - queste le parole dell’imprenditore, secondo una ricostruzione attendibile -, tutto è sigillato in una busta custodita dal notaio Carlo Marchetti. Insomma, le sue volontà sono formalizzate. Succederà come nei film: apriranno la busta e... Il vecchio industriale, dicendolo, aveva l’aria di chi pagherebbe per esserci quel giorno lontano. Ma che cosa contiene la busta? Ovviamente è un mistero. Tuttavia, da quel che trapela, il patron di Esselunga avrebbe previsto nei dettagli la suddivisione patrimoniale: tutta la famiglia e tutti i figli (due dal primo matrimonio e Marina dal secondo) succedono. «Poi si arrangeranno...», avrebbe aggiunto con una certa rassegnazione, convinto di aver fatto il possibile per garantire l’integrità, la salute e il futuro del suo quarto figlio: Esselunga. L’azienda, secondo Caprotti, ha già una struttura di manager e governance che è una garanzia. E le voci di vendita che ogni tanto tornano? Non è in vendita, rimane in famiglia. Al momento. Se fosse in vendita - ha argomentato - lo sarebbe soltanto perché in Italia non si può più fare impresa.

Le colpe di Violetta

Certo sullo sfondo rimane l’incognita sull’azione giudiziaria civile promossa dai due figli. Uno snodo della vicenda, la miccia della guerra dei Caprotti, restava in ombra: perché nel febbraio 2011 il capofamiglia smontò il contratto fiduciario sul 100% di Supermarkets Italiani, «riprendendosi» il controllo? Lui l’avrebbe spiegata così: la governance era a rischio e con essa era a rischio l’azienda con i suoi 20mila dipendenti, per questo ha riafferrato le redini del gruppo, sebbene nessuno si fosse mai accorto che le avesse mollate. Sembra un’accusa ai figli, in particolare a Violetta, che avrebbero tramato con alcuni manager per cambiare l’assetto di vertice (si veda la lettera a fianco). Violetta, dal canto suo, non ha mai parlato. Chi silenziosamente ha scalato, gradino su gradino, il potere aziendale è la ex segretaria diventata dirigente Germana Chiodi, cui Caprotti ha donato 10 milioni in contanti. Si danno del «lei» da 40 anni, è una sorta di memoria storica del gruppo, una persona molto intelligente - l’ha descritta il «capo» con i suoi interlocutori - che conosce come pochissimi l’azienda in cui lavora e ha potere, certo, ma in senso positivo e attivo. Comunque sia, in Esselunga sta cominciando l’era Dc. Dopo Caprotti.

26 novembre 2013





Caprotti , la verità del patron di Esselunga. «La congiura e il ruolo di mia figlia»
Corriere della sera

La letta del patron di Esselunga, 88 anni, che il 23 dicembre lascerà deleghe, poteri e compensi

Caro Direttore,

grazie, siamo finalmente in prima pagina, sia Gerevini che io. Se posso, vorrei dire - a seguito di qualche malevolo commento - che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura. Un vecchio che qui aveva fatto troppa carriera doveva fare le scarpe all’amministratore delegato Carlo Salza, assieme a una centralinista, la consigliera-assistente di mia figlia Violetta e a un giornalista che ben conosci e che ha impestato tutte le redazioni dei giornali d’Italia, con quella roba che avete stampato. Carlo Salza, Germana Chiodi, io e altri dovevamo «essere fatti fuori». Ma noi siamo un gruppo di ferro.

In questo orrendo frangente, quella figlia purtroppo ha creduto di più in quel vecchio arnese che nel suo papà. Ed è così che non c’è stato modo: nello sbalordimento dei suoi e dei miei professionisti, neppure ha voluto considerare l’opportunità miliardaria di ricevere 84 immobili dal reddito ingente e sicuro e mettersi tranquilla. Qui sta la chiave di tutto. Mettere queste cose in piazza mi ripugna. Ma quando si arriva al punto di avere persino il numero del proprio conto corrente pubblicato su quello che è il «Times» del proprio Paese, forse conviene sputtanarsi fino in fondo.
Con amicizia e riconoscenza.

Bernardo Caprotti

P. S. Le montagne di cose e di soldi che hanno avuto i miei due figli maggiori, qui non lo mettiamo, anche per decenza.

26 novembre 2013

Dalla cagnetta Laika alla pecora Dolly I 15 animali che hanno fatto la storia

Corriere della sera


Loro hanno fatto la storia: dal cavallo che ha conquistato il mondo al cane che ha aiutato un uomo a diventare presidente. Sono i 15 animali più influenti mai vissuti, secondo il magazine Time.
 

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Lin Wang, il più vecchio elefante del mondo in cattività. Era stato portato a Taiwan nel ‘47, dopo essere stato fatto «prigioniero» dall’esercito nazionalista. Il pachiderma, conosciuto fra i bambini taiwanesi come «Nonno Lin», aveva trasportato cannoni e materiale bellico giapponese attraverso la giungla birmana. È deceduto a febbraio 2003 nello zoo di Mucha a Taipei a 86 anni.

Bucefalo, il cavallo preferito di Alessandro Magno. Il re di Macedonia se ne servì durante la spedizione in Asia. Morì nel 326 a.C. Il sovrano fondò in suo onore la città di Alessandria Bucefala (oggi Jalalpur, nel Punjab), tra India e Pakistan.

Surus, «il siriano», l’ultimo elefante di Annibale. Dopo aver sconfitto i Romani sul fiume Trebbia (218 a.C), il condottiero cartaginese trascorre i mesi invernali nei pressi di Piacenza. Due tentativi di valicare l’Appennino vanno a vuoto; gli elefanti da guerra superstiti non reggono il freddo della Pianura Padana e muoiono tutti meno uno, il leggendario Surus, un grande elefante asiatico con una zanna sola.


Digit, il gorilla più amato dalla zoologa Dian Fossey. La ricercatrice e scrittrice «amante dei gorilla» aveva un suo preferito: il gorilla maschio Digit, leader dei uno dei sottogruppi, ucciso e mutilato dai bracconieri nel 1977 mentre cercava di difendere la sua famiglia. Fossey ne rimase sconvolta, fondò il Digit Fund per raccogliere fondi contro il bracconaggio (oggi Dian Fossey Gorilla Fund International).

Balto, il cane da slitta, passato alla storia come uno dei primi cani utilizzati in un’operazione di soccorso. Nell’inverno del 1925, il siberian husky riuscì a sfidare le intemperie per portare i medicinali che avrebbero salvato i bambini della città di Nome (Alaska) da una spaventosa epidemia di difterite. Una statua del cane si trova a Central Park, a New York, mentre il suo corpo è esposto al Museo di Cleveland. Disney ne fece un film animato di grande successo.

Checkers, il cocker di Nixon. Era il 1952 quando Richard Nixon, designato candidato alla carica di vice presidente insieme a Eisenhower, fu travolto da uno scandalo perché accusato di aver preso soldi in modo improprio. Commosse l’America con un discorso in tv passato alla storia come «Checkers speech». Nixon negò tutte le accuse tranne una: «Alcuni giorni fa ho ricevuto un regalo, un cucciolo di cocker. Mia figlia ha sei anni, e voi conoscete i bambini, amano i cuccioli. Lo ha chiamato Checkers. Non mi importa di quel che diranno i miei nemici: noi quel cucciolo lo teniamo».

Keiko, l’orca che non voleva vivere libera. Divenne celebre con il film «Free Willy» l’orca marina divenuta protagonista, dopo decenni trascorsi in cattività, di un progetto da milioni di dollari per rieducarla alla vita dell’oceano e farla tornare con i suoi simili. Ma lei non ne volle sapere: desiderava stare con gli esseri umani. Nel 2003, la beniamina di tantissimi bambini morì in Norvegia a 27 anni.

Elsa, la leonessa allevata in cattività e restituita alla savana. È stata la protagonista del bestseller «Nata libera» del 1960 e del film premio Oscar del 1966. Il guardiacaccia di una riserva in Kenya, George Adamson, si trova costretto ad abbattere una leonessa ma capisce subito che l’animale ha lasciato tre cuccioli e decide di prenderli con sé. I cuccioli vengono svezzati da Joy, la moglie, che stabilisce un particolare feeling con la più piccola, Elsa, destinata a rimanere con gli Adamson fino a quando non diventerà autonoma.

David Greybeard, lo scimpanzé Barbagrigia. Il maschio anziano, con il mento brizzolato, fu il primo scimpanzé a fare un incerto e sorprendente gesto di fiducia a Jane Goodall, etologa e antropologa britannica, nota soprattutto per la sua ricerca sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé. Lei lo chiamò David Greybeard: fu anche grazie a lui che Jane effettuò importanti osservazioni che sovvertirono convinzioni ormai radicate tra gli studiosi di antropologia fisica. Prima fra tutte: gli scimpanzé mangiavano anche carne.

George il solitario, la tartaruga vissuta cent’anni. Se ne è andato la scorsa estate Lonesome George l’ultimo esemplare maschio della specie di «Geochelone abingdoni», le tartarughe giganti dell’isola di La Pinta, alle Galapagos. La razza si riteneva estinta finché, nel 1972, non fu trovato George, che viveva solo soletto sull’isola.

Dolly, la pecora clonata che ha fatto dibattere il mondo. Nata a pochi chilometri da Edimburgo il 5 luglio del 1996 è il primo mammifero creato dall’uomo con successo da una cellula somatica. Dolly ha rappresentato il clone più famoso del mondo.

Phil, la marmotta che sà quando arriva la primavera. Una volta l’anno, tutti gli occhi dell’America si rivolgono verso Punxsutawney, un piccolo centro della Pennsylvania, in attesa che la marmotta prodigio esca dalla sua tana e pronostichi la fine dell’inverno.

Knut, l’orsetto star. Alla sua morte l’orso polare dello zoo di Berlino diventò breaking news sui siti e le tv di mezzo mondo. Tra il 2007 e il 2009, quando era ancora una tenera palletta bianca, Knut generò 140 milioni di dollari a livello globale tra incassi e gadget. È morto a quattro anni per una lesione al cervello.

Laika, la cagnetta cosmonauta. Il 3 novembre del 1957 fu il primo essere vivente ad andare in orbita. La randagia dei sobborghi di Mosca fu scelta per la sua docilità e la sua piccola taglia per essere lanciata nello spazio a bordo della capsula sovietica Sputnik 2. La coraggiosa Laika morì dopo 7 ore di sbalzi di temperatura dovuti a un guasto al sistema di refrigeramento all’interno del satellite artificiale.

Bubbles, lo scimpanzé del Re del pop. Era l’amico inseparabile di Michael Jackson, apparso in molte occasioni insieme al cantante con tanto di abbigliamento coordinato. All’animale è stata anche dedicata una statua. Jacko si sarebbe spesso affidato all’animale per i consigli sulle persone di cui poteva fidarsi, compresi i suoi familiari. Ritirata a vita privata nel 2005, ora dipinge quadri astratti (valutati 1.500 dollari l’uno) nel Center For Great Apes di Wauchula della Florida.

Da italiani ne aggiungiamo uno di casa nostra: il cane Armaduk, che accompagnò Ambrogio Fogar nella spedizione verso il Polo Nord e che fu protagonista per mesi sulle pagine dei giornali e in tv.

26 novembre 2013

TapTap, il braccialetto per dirsi “Ti penso”

Corriere della sera

Venduto in coppia, tramite app su smartphone, vibra quando il partner lontano lo tocca

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MILANO - Per chi ha scollinato gli anta, il tormentone del “mi pensi? Ma quanto mi pensi?” che nel 1989 rese famosa Yvonne Sciò nello spot dell’allora SIP è stato l’emblema di un’epoca, quando il telefono cellulare erano ancora di là da venire e il caro, vecchio apparecchio fisso era il solo modo per restare in contatto con la persona amata. Ma oggi che la tecnologia ha azzerato le distanze fra gli individui e ampliato le possibilità di comunicazione, dire all’altro che lo si sta pensando è diventato facile come toccare il braccialetto che si porta al polso. Che, ovviamente, non è un braccialetto qualsiasi, bensì un concentrato di plastica e sensori di nome TapTap, la cui prerogativa è proprio quella di farci restare “in touch” con qualcuno che ci interessa ma che in quel momento è lontano: basta infatti sfiorarlo per far vibrare il gemello al polso del nostro TapMate del cuore. Naturalmente dopo aver scaricato gratuitamente l’app corrispondente allo smartphone in nostro possesso: funziona sia coi dispositivi Android dotati di Bluetooth, sia con iPhone 4s e superiori - ed essersi registrati col proprio indirizzo mail) e fargli così capire che è nei nostri pensieri. Il sostituto fisico dello “squillo”.


Disponibile in vari colori e disegni (è largo quasi 2 centimetri e mezzo per 30 grammi di peso) ed ideato dall’azienda newyorkese Woodenshark, «il TapTap è il modo più facile per dire la cosa più importante alla persona più importante, indipendentemente da quanto lontana sia», come recita la pagina aperta su Kickstarter per sponsorizzare il progetto. E una volta collegati, i due braccialetti (che vanno ricaricati una volta a settimana e sono inoltre dotati di led luminosi che indicano i “tocchi” dell’amato andati perduti) possono diventare un mezzo di comunicazione ad uso esclusivo della coppia che li indossa, che può infatti usarli per creare una sorta di proprio codice segreto, scambiandosi così dei messaggi in stile alfabeto Morse. Se la campagna di finanziamento avrà successo (l’obiettivo è di raccogliere 130mila dollari entro venerdì prossimo e per ora siamo a oltre 83.200), i TapTap verranno prodotti a partire dall’aprile del 2014 e saranno venduti a 130 dollari (la confezione da due), ma c’è già comunque l’idea di implementarli per un eventuale utilizzo con le console dei videogames.

26 novembre 2013

Il culturame di Raitre? Pochi lo guardano, tutti lo paghiamo caro

Laura Rio - Mar, 26/11/2013 - 10:07

Masterpiece, il programma che piace alla gente che piace (ma dagli ascolti bassi) costa più di una prima serata di Fazio: è questo il vero "capolavoro"

Chissà cosa ne penserà Fabio Fazio. Lui, con tutti quegli scrittori veri, quei big della cultura, quei personaggi affascinanti che si siedono accanto alla sua multicolore scrivania, costa meno, ma molto meno di Masterpiece, il nuovo talent per aspiranti autori di Raitre.


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Lui, Fazio, additato come il più dispendioso presentatore Rai, fa un programma che alla domenica sera, versione prime time di Che tempo che fa, arriva all'11-13 per cento di share. Masterpiece l'altra notte è arrivato al 3,91 per cento con una media di 633.000 spettatori (la prima puntata, la domenica precedente aveva realizzato il 5,14 con 690.000 spettatori). Che tempo che fa costa all'incirca 150.000 euro a puntata. Masterpiece all'incirca 180.000. Il primo dura due ore in prima serata, il secondo un'ora in seconda. Facendo due conti, la prima fase del talent, sei puntate fino a fine dicembre, costa più di un milione di euro. La seconda tranche che andrà in onda da metà febbraio e dovrebbe passare in prima serata, sarà composta da otto puntate: dunque se i costi rimarranno gli stessi, la spesa sarà di un ulteriore milione e mezzo.

Certo, il talent sugli scrittori è un «programma innovativo», il primo format del genere mai realizzato al mondo, uno dei pochi show italiani che potrebbe avere l'onore di essere esportato, uno dei pochi che ha ottenuto l'attenzione delle grandi testate estere, dal Guardian al New York Times a Le Figaro a El Mundo, ma il primo obiettivo dovrebbe restare quello di destare sufficiente interesse nel pubblico italiano tanto da giustificare l'ingente spesa da parte dell'azienda pubblica. E, finora, pare che lo show sia andato forte in tutto quel côté di intellettuali, giornalisti, presentatori impegnati e via escludendo... il popolo bue. Del resto come dice Massimo Coppola, il coach-presentatore, «basterebbe che il programma facesse vendere in Italia un libro in più per essere un successo». Come dargli torto in un Paese dove si legge sempre meno e i volumi restano negli scaffali delle librerie. E, certamente, se le 100.000 copie che verranno stampate del romanzo vincitore verranno vendute, si parlerà di trionfo, non solo di successo.

Per ora - ma siamo solo agli inizi e quindi c'è tempo per migliorare - i tre giudici Giancarlo De Cataldo, Andrea De Carlo e Taiye Selasi, faticano a far digerire al pubblico la sequela di aspiranti scrittori che timidamente si impegnano a leggere alcuni passi dei loro «capolavori nel cassetto» e i resoconti delle «sfide» che vengono loro assegnate. Più che aspiranti autori paiono aspiranti depressi: una sequela di «casi umani» e di racconti di storie tremende. Sembra di essere nel salotto di Sergio Castellitto (nella serie In Treatment) piuttosto che in una scuola di scrittura. «L'aspirante scrittore che ha una storia personale forte e trae origini dai suoi dolori è un caso umano finché resta inedito - risponde De Cataldo ai detrattori che si sono scatenati su Internet - poi diventa una caso letterario». Vedremo.

Prodotto dalla casa di produzione Fremantle di Lorenzo Mieli, (X Factor nel suo carnet), lo show è stato realizzato in sinergia con editori importanti. Il romanzo vincitore sarà infatti pubblicato da Bompiani (direttore editoriale Elisabetta Sgarbi), casa editrice che fa parte del gruppo Rcs libri, di cui è presidente Paolo Mieli. Il volume, realizzato in collaborazione con Rai Eri e Corriere dellaSera, si potrà trovare sia in libreria sia in edicola. Insomma, un'operazione studiata con grande attenzione, un esperimento da prendere in seria considerazione. «Noi abbiamo bisogno di avvicinare i giovani ai libri, di fargli capire che leggere non è solo per nerds», ha scritto il Guardian commentando lo show di Raitre. E, certamente, per realizzare una trasmissione di appeal non si può badare a spese: scrittori di grido come i tre giudici - giustamente - vanno pagati bene, la scenografia (negli studi Rai di Torino) è all'altezza, le esterne (i filmati delle prove a cui vengono sottoposti i concorrenti a Torino e in altre città) sono numerose e dunque costose, ma tutto ciò legittima budget così alti?

Napolitano, Sallusti all'attacco: "Vecchio inacidito, golpista, sei il peggio dell'Italia

Libero

Il direttore del Giornale scatenato contro il presidente: "Ci ricatta e ci minaccia, cosa rischiamo se andiamo in piazza? Vuole sovvertire la volontà popolare, come in Ungheria. Si ricorda?"


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"Golpe", "danni alla democrazia", "uomo di parte". I toni usati dagli esponenti di Forza Italia nei confronti di Giorgio Napolitano, che ha ribadito il suo no alla grazia per Silvio Berlusconi, sono durissimi. Ma in confronto a quelli esibiti da Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, profumano di acqua di rose. Il titolo del quotidiano della famiglia Berlusconi è di per sé tutto un programma: "Il golpe è servito, Napolitano ricatta". Il ricatto è quello ai sostenitori del Cavaliere, che scenderanno in piazza il 27 novembre contro la decadenza. Napolitano si è detto preoccupato per quella manifestazione, e Sallusti non ci sta. Il suo editoriale, stringato, è una bordata dietro l'altra. "Perché, presidente, a che cosa dovremo stare attenti? Chi scenderà in piazza che cosa rischia? La galera, il fermo di polizia, la schedatura come sovversivo?", incalza il direttore, inviperito per "l'avvertimento, l'intimidazione" del Colle.


"Vecchio inacidito" - Al monito del Quirinale il falco Sallusti replica con le accuse: "Le dico già ora che lei è il capo di una cospirazione che sta cercando di sovvertire la volontà popolare. Lei è un vecchio inacidito e in malafede indegno di occupare la più alta carica dello Stato". "Lei - prosegue - ha il pallino di zittire i cittadini che manifestano per la libertà (le ricordo che ha sulla coscienza migliaia di ungheresi trucidati dai russi con il suo consenso morale e politico)". I colpi sono assestati con forza: "Lei per scalzare Berlusconi ha comperato prima Mario Monti con la carica a senatore a vita, facendolo pagare a noi fin che campa". Quindi, e qui arriva la gomitata ad Angelino Alfano, "fallita la missione ci ha riprovato comperando un pezzo della dirigenza del Pdl, quello più debole, compromesso e ricattabile", e "ha venduto il Paese a Stati esteri, Germania in primis".


"Golpista, peggio dell'Italia" - Finita l'antologia delle colpe, Sallusti conclude con la sfida: "Lei è un golpista, perché usa il suo potere al servizio della vecchia causa comunista oggi rivista e corretta in salsa lettiana. Noi scenderemo in piazza, contro la magistratura, contro la sinistra e contro di lei che rappresenta il peggio di questo Paese. Che le piaccia o no dovrà ascoltare". E se non lo farà? "Urleremo più forte, perché noi, a differenza sua e dei suoi tristi cortigiani, siamo uomini liberi".

La Cgil apre uno sportello per arruolare lavoratori. A Tunisi

L’intraprendente

di Matteo Borghi


Ecco la sensazionale idea del sindacato rosso per favorire l'occupazione, ma degli immigrati. Chissà cosa ne penseranno i precari e cassintegrati nostrani, messi in secondo piano rispetto ai colleghi africani



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«Per combattere le illegalità e favorire un’immigrazione consapevole, il patronato Inca insieme alla Flai Cgil oggi ha annunciato l’apertura (che avverrà domani mattina 26 novembre ndr) di uno sportello di orientamento e di informazione a Tunisi per i lavoratori del Nord Africa che vogliono venire in Italia per trovare un’occupazione». Bastano queste tre righe tratte da un lancio dell’Adnkronos del 21 novembre scorso per riassumere tutta l’inconsistenza e l’inadeguatezza del sindacato italico.

Un colosso ormai burocratizzato e autoreferenziale pronto a difendere tutti tranne che, spesso, i suoi iscritti. C’è da chiedersi cosa penserà il lavoratore del Nord, magari precario o cassintegrato, del modo con cui il loro sindacato usa i soldi della sua iscrizione. Di certo non dovrebbe esser felice sapendo che essi finiscono per risolvere problemi di altri. Ora, possiamo capire che i lavoratori stranieri possano sentire l’esigenza di capire come funziona il mercato del lavoro (ammesso ce ne sia ancora uno) in Italia. Quello che proprio non si capisce è come mai debba essere la Cgil – sindacato italiano che si mantiene con le iscrizioni dei lavoratori italiani e i finanziamenti pubblici dei contribuenti (soprattutto per patronati e Caf) – a dover pagare la loro formazione.

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Anche perché non è mica finita qui. Come riporta la seconda parte del comunicato Adnkronos: «Si comincia con i tunisini per poi estendere la presenza del sindacato e del patronato nelle altre comunità di lavoratori stranieri (l’Inca ha già parecchie sedi sparse per il mondo ndr) che soprattutto negli ultimi anni scelgono l’Italia come paese di ingresso verso l’Europa». Immigrati che – purtroppo (il fatto che non rimangano significa che non c’è più lavoro) o per fortuna – usano ormai l’Italia solo come canale di passaggio per raggiungere la Svizzera e i Paesi del Nord Europa che sanno ancora offrir loro qualche opportunità. La domanda sorge spontanea: perché non lasciamo che siano i sindacati di queste nazioni, che beneficiano della forza lavoro, a orientare e informare i loro futuri dipendenti?

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Forse perché noi, al contrario dei nostri confinanti, siamo più buoni e altruisti (quando possiamo permetterci di farlo coi soldi degli altri, s’intende)? Chissà. Di certo la proposta non è piaciuta al (forse) prossimo segretario federale della Lega Matteo Salvini che su Facebook ha commentato senza mezzi termini: «Coi soldi dei nostri LAVORATORI, aiutano i tunisini! NON MI PIACEEEEEE! Urge REFERENDUM per rottamare i sindacati, rendere i loro bilanci trasparenti, fargli pagare le tasse dovute». Speriamo che il Carroccio del futuro sappia farlo davvero. Purtroppo finora nessun movimento politico è mai riuscito a scalfire il potere del sistema dell’italico sistema di rappresentanza dei lavoratori.

Lo sgombero-farsa di seicento nomadi dai fortini di Certosa

Paola Fucilieri - Mar, 26/11/2013 - 10:02


Era evidente, forse persino scontato. Che per uno degli sgomberi di rom più imponenti degli ultimi anni non ci fossero momenti di tensione. Se lo aspettavano, sapevano che era solo questione di giorni, infatti, gli oltre 600 nomadi romeni (tra i quali anche una quarantina di nordafricani) che da ottobre 2012 abitavano abusivamente nei due insediamenti spalmati su circa 12mila metri quadrati e ricavati nell'ex stabilimento di Galileo Avionica e nella vecchia sede di Italmondo tra via Brunetti e via Montefeltro, in zona Certosa, periferia nord di Milano. Ieri mattina, complice la bella giornata di sole, la polizia, i vigili urbani e la protezione civile, con l'ausilio del 118, intorno alle 9 hanno cominciato le operazioni di allontanamento degli abusivi.

Tuttavia nei giorni scorsi almeno altri 200 adulti, perlopiù maschi e pregiudicati, se n'erano già andati. E se è vero che ieri donne e bambini (oltre 300 i minori, trenta dei quali hanno meno di 3 anni) sono stati accolti nelle strutture della protezione civile nella vicina via Barzaghi, nel campo comunale di via Lombroso e alla casa della carità di don Colmegna, tutti gli altri hanno preferito allontanarsi in autonomia. Secondo Palazzo Marino, infatti, l'inserimento è stato accettato in tutto da 254 persone. Da cui vanno tolti, però, una cinquantina di soggetti che hanno dato forfait all'ultimo minuto. Il che significa che due terzi degli sgomberati stanno cercando rifugio per i fatti loro. Il quartiere da tempo protestava per l'aumento dei furti nella zona.

Ma anche per le condizioni indecenti in cui vivevano i bambini nel fortino chiuso da alte mura e da un cancello di metallo, in mezzo a montagne di rifiuti, catapecchie a rischio di incendio, respirando l'odore acre sprigionatosi dai roghi accesi giorno e notte, in mezzo a pericolosissimi cavi elettrici allacciati abusivamente. E poi topi, vasche di liquami, amianto. Luoghi inaccessibili, protetti da recinzioni coperte di rampicanti e rovi e dalla barriera autostradale. Ora l'area sarà riconsegnata alla proprietà, che deve sigillarla. E a questo risultato si è arrivati soprattutto grazie alle pressioni della Lega e agli esposti inoltrati nei mesi scorsi all'assessore provinciale alla Sicurezza Stefano Bolognini al Comune e al prefetto Paolo Francesco Tronca. Che il 30 ottobre ha riunito il comitato per l'ordine e la sicurezza per decidere lo sgombero. Grazie a questa sinergia a breve potrebbe essere sgomberato anche il campo di via San Dionigi.

Bolognini e Igor Iezzi, coordinatore provinciale Lega Nord, ieri mattina erano in via Monfeltro. «È una vittoria prima di tutto dei cittadini che hanno combattuto per riappropriarsi del quartiere dopo l'invasione di quasi mille nomadi che hanno portato degrado e insicurezza - ha detto l'assessore provinciale alla Sicurezza -. La Lega Nord da mesi ha raccolto e affiancato le loro proteste. Ma il Comune poteva sicuramente evitare che si arrivasse a questo punto. Bastava che tra marzo e aprile il sindaco emettesse un'ordinanza per questioni igieniche e poi facesse procedere allo sgombero con il supporto della forza pubblica».

Il killer riformista in cella ottiene il maestro zen

Mariateresa Conti - Mar, 26/11/2013 - 09:53

Catello Romano, dalla camorra al buddismo. Nel 2008 si candidò alle primarie, nel 2009 uccise un compagno di partito


Che fosse un killer sui generis , gli inquirenti l’avevano intuito subito, al momento dell’arresto. Incensurato, un diploma di liceo classico in tasca, riformista di si­nistra e attivista del Pd, tanto da aver partecipato nel 2008 alle pri­marie democrat del boom, quel­le della nascita del partito e delle ossature cittadine del Pd voluto da Veltroni. Si, vero, a Castellam­mare di Stabia (Napoli), quelle primarie erano un po’ sui generis anche loro, come si vedrà poi: del Pd ma vicino alla camorra la vitti­ma, il consigliere comunale Gino Tommasino, assassinato a feb­braio del 2009, tre mesi dopo quel voto innovativo; e piddino vicino alla camorra anche il killer di Tommasino, Catello Romano, giovane perbene con famiglia le­gata ai clan. Un assassino riformi­sta, Catello, che adesso ha avuto un’ulteriore evoluzione: è il pri­mo detenuto che, alla faccia del­l’emergenza carceri e delle ri­strettezze sulle cose che si posso­no introdurre dietro le sbarre (lo sanno bene i carcerati e i loro fa­miliari), potrà ricevere in cella, a Novara, il suo maestro zen, non­chè avere il suo bravo cibo vega­no differenziato, altro che la sbobba delle patrie galere.

Poten­za del buddismo, la religione cui Catello, che ha 23 anni, si è con­vertito nel corso della sua meta­morfosi da sicario a pentito (ini­zialmente collaborava con la giu­stizia, ma poi ha fatto dietro­front, fuggendo dalla località pro­tetta in cui lo Stato lo proteggeva, perché la sua famiglia non gradi­va che fosse uno spione dei segre­ti dei clan) a carcerato. Potenza del buddismo e della Cassazio­ne, che di fronte alle richieste un po’ bizzarre di quel detenuto ha bacchettato il giudice di sorve­glianza ( che genericamente ave­va comunicato di aver dato indi­cazioni per accontentarlo, nei li­miti del possibile) e ha detto che invece sì, il giovane Catello va as­solutamente assecondato, mae­stro zen personale e solo cibo ve­gano. Che non si dica che perché è in carcere gli sia stato negato il diritto di praticare il culto che pre­ferisce.

Il principio, in linea teorica, è sacrosanto. E la sentenza della Prima sezione penale della Cas­sazione - la numero 41474 dello scorso 7 ottobre - spezza sicura­mente una lancia in favore della garanzia dei diritti dei detenuti, stabilendo che simili desiderata particolari non possono essere li­quidati con leggerezza ma richie­dono invece «valida risposta», con tanto di attivazione della pro­cedura finalizzata a esaudirli. Di conseguenza nel caso specifico, sì, via libera al maestro zen richie­sto per compiere correttamente il suo percorso di meditazione; e disco verde pure al cibo differen­ziato: solo verdure, frutta cereali; e niente carne, proibiti tutti i deri­vati di origine animale.

Ma qualche nodo, irrisolto, re­sta. Per un Catello Romano che può ricevere il maestro zen e cibo ad hoc , quanti detenuti cattolici ci sono che non possono parlare con il proprio confessore (in teo­ria può essere latore di messaggi all’esterno) e devono acconten­tarsi del cappellano del carcere? E quante volte, per ragioni legate alla sicurezza, a qualche detenu­to è stata negata persino la parte­cipazione alla messa? O la visita a un familiare moribondo? Ma per Catello il problema non si pone. Anche se resta il dato, cu­rioso, della sua metamorfosi: da killer che non ha esitato a sparare a un uomo, collega di partito, ri­schiando di colpire anche il figlio­letto che era in macchina con lui; a buddista dedito alla meditazio­ne che, per fede, oggi non tocche­rebbe nemmeno una mosca.

Cassazione: va licenziato chi registra di nascosto le parole dei colleghi

La Stampa


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È legittimo il licenziamento di chi registra le conversazioni dei colleghi a loro insaputa. Per questo la sezione Lavoro della Cassazione ha confermato il licenziamento intimato a un medico dall’azienda ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino «per la grave situazione di sfiducia, sospetto e mancanza di collaborazione venutasi a creare all’interno dell’equipe medica di chirurgia plastica». L’uomo, infatti, era stato accusato di aver registrato brani di conversazione di numerosi suoi colleghi senza che questi ne fossero a conoscenza, violando dunque il loro diritto alla riservatezza, per poi utilizzarli in sede giudiziaria, a supporto di una denuncia per mobbing che egli stesso aveva presentato nei confronti del primario.

I giudici del merito, il Tribunale e la Corte d’Appello di Torino, avevano confermato il licenziamento, rilevando che la condotta tenuta dall’uomo integrasse «gli estremi della giusta causa di recesso in conseguenza della irrimediabile lesione del vincolo fiduciario con la parte datoriale». Il dipendente, quindi, aveva presentato ricorso in Cassazione, che però ha confermato le motivazioni dei giudici di merito.

Le risultanze processuali hanno dato conto, si legge nella sentenza depositata oggi, di un «comportamento tale da integrare una evidente violazione del diritto alla riservatezza dei suoi colleghi, avendo registrato e diffuso le loro conversazioni intrattenute in ambito strettamente lavorativo alla presenza del primario ed anche nei loro momenti privati svoltisi negli spogliatoi o nei locali di comune frequentazione, utilizzandole strumentalmente per una denunzia di mobbing rivelatasi, tra l’altro, infondata». Da ciò è conseguito «un clima di mancanza di fiducia - conclude la Corte - indispensabile per il miglior livello di assistenza e, quindi, funzionale alla qualità del servizio, il tutto con grave ed irreparabile compromissione anche del rapporto fiduciario» tra il dipendente e l’azienda.

(Fonte: Agi)

L’auto di Steve Jobs ancora davanti a casa

La Stampa


Steve Jobs è morto due anni fa, ma la sua amata Mercedes è ancora parcheggiata in strada, davanti alla casa di famiglia a Palo Alto, nella Silicon Valley californiana. Questa immagine scattata qualche giorno fa, mostra la SL 55 AMG che il fondatore della Apple guidava ogni giorno per andare al lavoro da Palo Alto alla vicina Cupertino, dove si trova la sede della società. La famiglia Jobs sembra non aver ancora deciso cosa fare dell’auto, che per il momento resta in strada nel tranquillo quartiere residenziale dove abitano vari big della Silicon Valley (la villa di Larry Page di Google è a due passi). L’unica novità, rispetto a quando era ancora in vita il padrone dell’auto, è che adesso la Mercedes ha una targa regolare: Jobs era celebre per girare senza targa.

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Foto di Marco Bardazzi

A Cuba proteggiamo l’ambiente?

La Stampa

yoani sanchez


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Un uomo vestito da meccanico versa il liquido di un accumulatore nella fogna. A pochi metri, due ragazzi lavano una moto mentre l’acqua saponosa cade per terra e bagna le radici degli alberi vicini. Alcune persone hanno dato fuoco a un mucchio di spazzatura, che comprende foglie secche, rami, ma anche un paio di batterie di qualche radio portatile e persino una cartuccia d’inchiostro di una stampante laser. Dopo averlo usato una decina di volte, il cuoco aziendale butta l’olio rifritto nello scarico del lavandino, sempre che non se lo porti a casa per farne uso domestico. Si comporta allo stesso modo la parrucchiera che vive negli ultimi piani del condominio, quando getta le tinture scadute nella tazza del bagno. Tutta l’Isola si comporta in maniera irresponsabile per quel che concerne il trattamento dei rifiuti. Poche persone sono consapevoli del danno ecologico provocato da certe azioni quotidiane. 

Separare gli avanzi di origine naturale da altri come il vetro e il cartone, è un sogno per un paese che non è riuscito ancora a organizzare un’efficiente raccolta della spazzatura. Ancora oggi i contenitori traboccano negli angoli delle strade, portando mosche, pericoli sanitari e quel caratteristico cattivo odore, elemento inseparabile di città come L’Avana. Per questo è un compito difficile far prendere coscienza a una popolazione ancora oggi interessata almeno a un corretto funzionamento dei cosiddetti servizi comunali.

Tuttavia, buona parte del deterioramento che stiamo provocando all’ambiente è irreversibile e necessita di misure urgenti per ridurlo prima possibile. Il settore statale è il grande predatore del nostro ecosistema, con le grandi fabbriche che espellono prodotti chimici nei fiumi e nei mari, i numerosi zuccherifici senza lagune di ossidazione o le migliaia di mezzi di trasporto non in regola con le normative ecologiche. Inoltre, tutto questo è protetto dall’assenza di trasparenza, dalla falsificazione delle statistiche e dal divieto di organizzazioni indipendenti che potrebbero rendere noti certi comportamenti. Nonostante tutto, noi cittadini abbiamo una buona parte di colpa. 

La mancanza di una mentalità ecologista si percepisce in ogni dettaglio della nostra vita. Si nota - per esempio - nella disinvoltura con cui tanti cubani tagliano un albero, asfaltano il cortile della loro casa dove prima crescevano piante, gettano prodotti chimici nelle acque, maltrattano animali o semplicemente buttano via materiali riciclabili. Non basta chiedere ai bambini della scuola primaria di seminare una piantina di fagioli, per creare in loro l’amore per la natura. Non è sufficiente neppure programmare nell’orario di maggior ascolto serale annunci televisivi, che invitano a conservare il pianeta dove viviamo. La protezione dell’ambiente va inserita nei programmi d’insegnamento, deve essere compresa in una precisa normativa giuridica e va promossa in ogni ambito. 

La nascente società civile dovrebbe tenere ben alta anche questa bandiera. Senza smorzare la torcia dei diritti umani e dei cambiamenti democratici, è ora che i movimenti civici creino strategie di difesa ambientale per questa Isola che lasceremo ai nostri figli. Servono gruppi che riferiscano in tema di impatti ambientali, organizzino programmi di addestramento al riciclaggio e cerchino di dare alla protezione delle risorse naturali un ruolo di primo piano. Siamo d’accordo sul fatto che vogliamo consegnare alle prossime generazioni un paese libero, ma prima di tutto dobbiamo cominciare a garantire di poter lasciare in eredità almeno un paese. 

L’orologio sta correndo. La natura non attende. Domani non potremo più tornare indietro. 


Traduzione di Gordiano Lupi
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