sabato 23 novembre 2013

L’Alabama perdona i “Scottsboro Boys” Si chiude un caso durato 81 anni

La Stampa

maurizio molinari
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Nel 1931 nove ragazzi afroamericani vennero condannati a morte con l’accusa di violenza su due bianche. La Corte rovesciò la sentenza nel ’76 ma tre imputati restarono esclusi. Adesso arriva il perdono postumo



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Lo Stato dell’Alabama perdona i “Scottsboro Boys” chiudendo dopo 81 anni una ferita della segregazione razziale in America. Al centro della vicenda vi sono nove ragazzi afroamericani, fra i 13 e 19 anni, che vengono arrestati nel marzo del 1931 nel piccolo centro di Scottsboro con l’accusa di aver violentato due donne bianche su un treno che attraversava il Nord dell’Alabama.

Otto di loro vengono condannati a morte ma le prove sono a tal punto inconsistenti che la Corte Suprema degli Stati Uniti interviene portando al rovesciamento di cinque sentenze e ad un perdono nel 1976. La motivazione è che la condanna iniziale è stata decretata da una giuria di soli bianchi, che non poteva avere giurati neri. Dalla revisione di una condanna contro cui si mobilita il movimento dei diritti civili negli anni Sessanta, restano però esclusi tre “Scottsboro Boys”.

Si tratta di Charles Weems, Andy Wright e Haywood Patterson. Deceduti da tempo, rappresentano una macchia sulla credibilità del sistema della giustizia dell’Alabama. Da qui la decisione dell’attuale governatore, Robert Bentley, di porvi rimedio firmando il perdono postumo per i tre. “Non possiamo cancellare quanto avvenne ai Scottsboro Boys oltre 80 anni fa - dice il governatore, annunciando la decisione - ma abbiamo trovato la maniera per guardare in avanti, garantendogli finalmente la giustizia per meritavano”.

Da qui la decisione della commissione statale sui perdoni di porre rimedio all’ingiustizia “che si generò quando il vice-sceriffo di Scottsboro - ricorda lo storico Dan Carter - venne a sapere che sul treno erano avvenuti tafferugli fra pendolari bianchi ed afroamericani, scoprì che due dei passeggeri bianchi erano donne e per punire i neri sostenne che le avevano violentate”. Anche perché “in caso contrario, in basi alle leggi dell’epoca, avrebbe dovuto accusare le donne di prostituzione per aver viaggiato da sole in vagoni dove si trovavano solo uomini”.

Al fine di rendere ancora più eclatante il perdono postumo, il Parlamento dell’Alabama ha approvato una legge che ne poneva legalmente le basi. “In questa maniera siamo riusciti a cancellare l’occhio nero che per otto decadi ha distino questo Stato” ha commentato Eddie Cook, presidente della commissione dei perdoni. Si conclude così una vicenda che ha segnato la battaglia contro la segregazione ispirando libri, film e un musical di Broadway.

 

Catricalà: "L'auto blu? La uso, altrimenti non so dove parcheggiare"

Libero

Candidamente ammette: "Mi serve per trovare posto". Ed è polemica


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Casta senza vergogna. L'ultimo esempio è il viceministro allo Sviluppo economico, Antonio Catricalà, che ammette candidamente, come se nulla fosse: "Ho l'auto blu, non la uso la domenica, la uso per andare da casa al ministero, non avrei dove parcheggiare". Povero, il viceministro: non sa mica dove piazzare la sua auto. E allora via con l'autoblu. Nemmeno la decenza di mascherare il privilegio come esigenza istituzionale, o qualcosa di simile. Lui, il privilegio, se lo tiene ben stretto perché non vuole abbassarsi al livello dei comuni mortali che perdono tempo e imprecano a trovare un buchetto per la loro automobile.

La confessione di Catricalà è piovuta nel corso di Mix24, la trasmissione condotta da Gianni Minoli su Radio24. Una frase che, ovvio, ha subito scatenato le polemiche. Ad aprire le danze ci ha pensato Enrico Zanetti, vicepresidente della commissione Finanze alla Camera: "Catricalà è talmente scollegato dalla realtà da non rendersi conto che, fuori dai dorati palazzi in cui si muove da decenni con stipendi da favola, la gente non ha nessuna intenzione di beccarsi pure risposte tra il serio e il faceto".

Osama bin Laden, le mille grane legali dell’uomo che fece scovare il leader di Al Qaeda

Corriere della sera

Il medico pakistano denunciato per la morte di un paziente. Sotto inchiesta per truffa: si era finto volontario di una ong

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Ha consentito agli Stati Uniti di uccidere il nemico pubblico numero uno, Osama bin Laden. Ora però deve rispondere di una presunta colpa professionale, e rischia il carcere. Shakeel Afridi, il medico pakistano che tre anni e mezzo fa aiutò la Cia a individuare nel covo di Abbottabbad, 110 chilometri a nord di Islamabad, dove il fondatore di al-Qaeda sarebbe infine stato ucciso il 2 maggio 2011, è stato incriminato per omicidio e frode. Lo hanno riferito fonti riservate dell’amministrazione della provincia nord-occidentale del Khyber Pakhtunkhwa, dove avrà luogo il processo.

LA DENUNCIA - A denunciare il medico è stata una donna, Naseeb Gula, originaria dell’area tribale semi-autonoma del Khyber, di cui anche lo stesso Afridi è nativo: lo accusa di aver provocato nel 2007 la morte del proprio figlio Sulaiman, da lui operato tre volte di appendicectomia ma deceduto dopo l’ultimo intervento. A suo dire non sarebbe neanche stato abilitato alle operazioni, non avendo il titolo di chirurgo, donde l’imputazione aggiuntiva.

LA COLLABORAZIONE CON GLI USA - Il ruolo di Afridi nella localizzazione di Bin Laden sarebbe consistito nell’aver avviato, dietro istruzioni di un’emissaria della Cia, una finta campagna di vaccinazione ad Abbottabad che gli avrebbe permesso di raccogliere campioni di Dna, grazie ai quali sarebbero stati incastrati lo sceicco del terrore e i suoi congiunti. Per fare questo il medico, ora 51enne, si sarebbe per di più impossessato senza autorizzazione di contenitori refrigeranti per vaccini di proprietà dell’Oms, l’Organizzazione Mondale della Sanità, avvalendosi della complicità di presunti operatori di Save the Children, un’Ong che ha peraltro sempre respinto ogni addebito.

I PROBLEMI LEGALI - Dopo l’eliminazione di bin Laden da parte delle forze speciali Usa, Afridi ha conosciuto una traversia legale dopo l’altra. Pochi giorni dopo l’incursione nel nascondiglio di Abbottabad fu arrestato al valico di Torkham, alla frontiera con l’Afghanistan, mentre tentava di lasciare il Paese. Dodici mesi dopo fu condannato a 33 anni di reclusione per cospirazione e alto tradimento. Sulle prime si pensò a una vendetta maturata negli ambienti dell’Isi, i potentissimi servizi segreti sospettati di collusione con al-Qaeda: risultò poi che il verdetto era dovuto invece ai suoi presunti legami con un signore della guerra jihadista super-latitante, Mangal Bagh, leader del gruppo oltranzista Lashkar-i-Islam. Lo scorso agosto la sentenza fu peraltro annullata dalla magistratura, che ordinò la revisione del giudizio. Rinchiuso nel carcere di Peshawar, Afridi nel frattempo ha intrapreso lo sciopero della fame, sostenendo tra l’altro di essere sottoposto a torture sistematiche durante gli interrogatori.

(Fonte: Agi)
23 novembre 2013

Imu, ora si rischia l'abolizione parziale: i cittadini pagano le furbate dei sindaci

Andrea Indini - Sab, 23/11/2013 - 13:30

Continua il braccio di ferro sulle coperture per abolire l'Imu. Il governo: "Non aumenterà la benzina". Ma nei Comuni che hanno alzato l'aliquota per avere più rimborsi dallo Stato, toccherà ai cittadini pagare la differenza. Tra i sindaci furbetti Pisapia, De Magistris e Doria

"Non ci sarà alcun aumento della benzina". Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanni Legnini cerca di spegnere le polemiche e assicura che l’aumento delle accise sui carburanti a partire dal 2015, ipotesi trapelata ieri pomeriggio per cancellare la seconda rata dell'Imu sulla prima casa, è stata solo ipotizzata come "clausola di salvaguardia differita nel tempo".


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"Ci sarà quindi tutto il tempo per non farla scattare", taglia corto Legnini. Eppure, in attesa che il decreto sia varato martedì prossimo dal Consiglio dei ministri, non mancano scenari che non lasciano affatto tranquilli i contribuenti. L'abolizione dell'imposta rischia infatti di rivelarsi una vera e propria beffa: il decreto prevede infatti che nei Comuni, che hanno alzato l'aliquota per avere più rimborsi dallo Stato, toccherà ai cittadini pagare la differenza.

La dead line è il 16 dicembre. Il governo lotta contro il tempo. Eppure se la prende comoda: aspetta l'ultimo minuto per portare in parlamento una misura che potrebbe dare la botta finale agli italiani dopo un anno terribile segnato da un aumento impressionante della pressione fiscale. Martedì prossimo il Consiglio dei ministri siglerà la bozza esaminata giovedì scorso da Palazzo Chigi e i cui contenuti sono ancora nebulosi.

Tanto che, a soli venti giorni dalla scadenza, si inseguono anticipazioni e smentite. Dopo che Legnini ha assicurato che non verranno aumentate le accuse sulla benzina, viene fuori che il governo è seriamente intenzionato a farla pagare a quei sindaci che hanno provato a fare i "furbetti" con lo Stato gonfiando al massimo l'Imu sulla prima casa. Il giochino messo in atto è semplice: contando sul fatto che l'imposta sarebbe stata cancellata, hanno portato al massimo le aliquote per ricevere da Roma un rimborso maggiore. Chi sono questi furbetti?

Luigi De Magistris a Napoli, Giuliano Pisapia a Milano, Virginio Merola a Bologna e Marco Doria a Genova, tanto per fare alcuni nomi. Hanno ritoccato all'insù (alcuni fino al 6 per mille) le aliquote per andare ad appianare i conti coi soldi che il governo deve corrispondere per la cancellazione dell’Imu. Così, come anticipa il Messaggero, nel decreto sarebbe stata inserita una norma per prevedere che la seconda rata sarà abolita "fino ad un importo pari alla metà dell’imposta calcolata applicando l’aliquota e la detrazione stabilite dal Comune per il 2012". Insomma, se l'amministrazione comunale ha fatto la furbata di aumentare l’aliquota, i cittadini dovranno sborsare la differenza. In questo modo, come fa notare ItaliaOggi, l'abolizione promessa dal premier Enrico Letta sarebbe "parziale".

Il decreto del governo è pensato proprio per porre un freno agli aumenti delle aliquote. Un trucchetto che arriverebbe a costare alle casse dello Stato altri 500 milioni di euro. Insomma, la furbizia non paga. O meglio: a pagare saranno ancora una volta i cittadini. I milanesi, per esempio, dovranno ringraziare Pisapia per aver portato l’aliquota sulla prima casa dal 4 al 6 per mille. A Napoli, invece, dovranno ringraziare De Magistris che ha approvato un ritocco dell’1 per mille portando l'aliquota, che già era stata alzata nel 2012, dal 5 al 6 per mille. Ma i due sindaci "arancioni" non sono i soli ad aver macchinato questo trucchetto che gli si rivolterà contro. Nel capoluogo ligure, poi, Doria ha portato l’aliquota dal 5 al 5,8 per mille. Infine, a Bologna, il piddì Merola l'ha alzata dal 4 al 5 per mille.

Per il momento il provvedimento resta sulla carta. Bisogna, infatti, vedere se una proposta del genere reggerà politicamente. "Può darsi che sia necessario fare un piccolo sacrificio su altre spese se non si vuole pagare la seconda rata Imu - ha assicurato il ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio - ma il saldo per le tasche degli italiani è positivo". Ma le rassicurazioni del governo non convincono il centrodestra. "Cancellazione solo parziale della seconda rata, dubbi sull’agricoltura, coperture fatte con altre tasse - ha commentato il presidente della commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone - tutto ciò è un’offesa all’intelligenza e alla pazienza degli italiani".

Antonio Ricci: "Grillo vincerà quando tornerà a fare il comico"

Libero

L'intervista a tutto campo al produttore di "Striscia la Notizia": "Italia 1? La prima rete di sinistra. L'errore di Silvio? Si chiama Formigoni"


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Una lunga intervista, in cui Antonio Ricci parla ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera di tutta la sua vita, di un'intera carriera, degli esordi, degli intrecci con la politica, delle elezioni del 1983 e degli sketch di Beppe Grillo su Bettino Craxi, e di come poi Sandro Pertini li salvò dicendo che non si era mai divertito tanto in vita sua. E ancora, Pippo Baudo e il cabaret della Barona, e poi di quando Grillo fece credere a un produttore che lo aveva bocciato che sarebbe arrivato Woody Allen.

Le serpi in seno - Di tutto un po', insomma. E si parte dall'attualità, da Silvio Berlusconi, che - spiega Antonio Ricci - "leggo vorrebbe sacrificare la figlia Marina alla politica. Ma se all'epoca avesse sacrificato una delle sue tre reti alla cosca rivale, si sarebbe evitato vent'anni di guerra, anche giudiziaria". Il produttore di Strisca la Notizia ricorda: "A sua insaputa, Italia Uno era già la prima rete di sinistra (a RaiTre non c'era ancora Guglielmi): gli autori di sinistra - prosegue - lavoravano tutti lì insieme ai vignettisti di riferimento Staino, Ellekappa, Disegni e Caviglia. Col senno di poi, un grave errore strategico".

Contro il Celeste - La ricostruzione di Ricci continua: "Berlusconi pensò invece di eternarsi come Trino, accettando l'abbracco mortale (ieri come oggi) di Formigoni". L'ex governatore della Lombardia finisce nel mirino: "Infatti - riprende - tutto andò in malora nel 1988, quando il coro di Comunione e liberazione minacciò un provvedimento all'autorità giudiziaria, bloccando la trasmissione Matrioska...". Ma qui siamo già agli apici alla storia professionale di Ricci, che invece parte dalla Liguria degli ultimi anni '60. "Giravo sempre con la chitarra, suonavo anche in treno, per i pendolari ero una star. A Genova avevo conosciuto De Andrè...".

Poi conobbe anche Beppe Grillo. "Un giorno la cameriera del bar dell'università di via Balbi mi propose di suonare anche nel locale dove arrotondava nei weekend, il Jolly Danze - ricorda -. Era una baleraccia enorme, che occupava i sotterranei di due teatri. Lì conobbi Beppe Grillo, che chiamavamo Giuse. Era il 1970. (...) Lui faceva spettacolo per la campagna elettorale di Alfredo Biondi, l'avvocato liberale", mentre Ricci era "impegnato a sinistra, cantavo nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam". Su Grillo aggiunge: "La politica non gli interessava, però era già un tipo tosto, coraggioso". Quindi un repentino tuffo nel presente: "Crozza è bravissimo, ma a Sanremo si è bloccato perché non è un cabarettista, è un attore. Non ha la corazza di bestiacce tipo Benigni, Fiorello, Bisio. Gente da battaglia".

Quindi Ricci ricorda tutte le battaglie televisive combattute al fianco di Grillo. Un lungo excursus dopo il quale si passa alla politica. Il produttore spiega: "Io nutro un sano ribrezzo per i partiti carismatici, ma dobbiamo prendere atto che siamo un Paese ipocrita, mafioso e cattolico che per pigrizza attende il Pupazzo della Provvidenza per risolvere i problemi. Oggi come ieri - chiosa - chi si butta in politica, e basa sul carisma il suo successo, non può fare a meno dell'aberrante qualunquismo". Un riferimento a Beppe Grillo? "E' un provocatore e sono anni che fa politica. (...) La domenica delle elezioni - snocciola un aneddoto - lo chiamai, a urne ancora aperte, e lui mi disse alla virgola i voti che avrebbe preso 25,5%. Ma la vera vittoria di Grillo - spiega Ricci - sarà quando il movimento camminerà con le proprie gambe e lui tornerà a fare il comico. Se ci riuscirà lo scopriremo solo vivendo".

Strage: s’è spento l’ultimo indagato

Corriere della sera

Nessuna proroga alla Procura dei minori: nuova archiviazione in arrivo


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Il suo nome non è mai stato reso noto. Di lui si sapeva solo che nel 1974 era un punto di riferimento per i ragazzini veronesi che gravitavano attorno a Ordine Nuovo. E che la sua identità era scritta nero su bianco sulla copertina del fascicolo 69/60 aperto dal sostituto procuratore Francesco Piantoni nel 2011 sulla strage di piazza della Loggia. Un’inchiesta parallela - a quella che il 14 aprile scorso ha portato all’assoluzione in appello di Maurizio Tramonte, Delfo Zorzi, Francesco Delfino e Carlo Maria Maggi - che seguiva la così detta «pista veronese».

Era lui, uno degli ultimi spiragli per arrivare alla verità sull’attentato che costò la vita a otto persone e ne ferì altre cento. Era. Perché questo sconosciuto indagato non è più in vita. Quindi, nemmeno il fascicolo che portava il suo nome. Ma non è detta l’ultima parola. Sul tavolo della procura ne resterebbe aperto comunque uno a carico di ignoti. Perché il «vulnus», quello non è morto di certo.

A innescare la nuova inchiesta era stato Giampaolo Stimamiglio, superteste sessantenne di casa in una piccola località del Veneto che negli anni Settanta era legato sia a Ordine Nuovo che all’organizzazione clandestina Nuclei di difesa dello Stato. Già sentito nel processo di primo grado sulla strage davanti alla corte d’assise di Brescia, in aula non aveva dato adito a clamorosi colpi di scena. Fino a quando, nel 2011, non decise di bussare alla porta dei giudici per «togliersi un peso», disse, che non gli permetteva di «vivere in pace» con se stesso.

Proprio al pm Francesco Piantoni indicò la fatidica «pista veronese», al punto che dopo le sue rivelazioni sul registro degli indagati finirono due persone. Un adulto veronese, ormai deceduto, appunto, e un minore: Marco Toffaloni, che all’epoca della strage di anni ne aveva quasi 17. Proprio lui, ragazzino, avrebbe confidato a Stimamiglio di aver giocato un ruolo «non marginale» nella strage del 28 maggio 1974. Da lì lo stralcio della sua posizione alla procura dei minori e l’iscrizione nel registro degli indagati il 27 aprile di due anni fa. Ma anche in questo caso l’ennesima inchiesta sulla strage «impunita» pare avviarsi all’archiviazione.

Già, perché il gip del tribunale dei minori ha rigettato la richiesta di proroga (la seconda) avanzata dal procuratore della Repubblica Emma Avezzù. Che per ben due volte aveva convocato Toffaloni per interrogarlo. Ma non si è mai presentato. Alla base dell’istanza per una nuova proroga delle indagini il decreto del 1998, convertito e reiterato nel 2000, che per il delitto di strage dispone di prolungare l’inchiesta se collegata a un procedimento pendente. Il capo d’imputazione c’era. Questione di interpretazione, sulla «non soluzione di continuità» dei procedimenti. Uno legato all’altro.

Lo stralcio del filone veronese, alla procura dei minori (all’epoca in via Malta) era arrivato in effetti nel 2010, quando ancora si aspettava la sentenza di primo grado in corte d’assise. E il problema è che, a questo punto, i termini per un rinvio a giudizio sono scaduti. Unica alternativa, l’archiviazione. Parola che, al di là dei tecnicismi giuridici o dei verdetti emessi più o meno in punta di diritto, getta un’ombra di amarezza su una pagina drammatica di storia per chi in questa città ci vive e attende risposte da quarant’anni, chi in piazza c’era. Chi ancora piange una persona cara straziata dalla bomba. L’ultima parola non è ancora detta.

Il prossimo 20 febbraio è in calendario l’ultima tappa dell’iter processuale dell’attentato bresciano. Davanti ai giudici della quinta sezione della Cassazione sarà discusso il ricorso (depositato il 12 ottobre) contro la sentenza d’appello che il 14 aprile 2012 ha confermato l’assoluzione in primo grado (articolo 530, secondo comma) di tutti gli imputati: ne chiedono uno nuovo i pm Roberto di Martino e Francesco Piantoni per Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte, tre dei quattro imputati assolti in secondo grado. Le parti civili, invece, chiedono un nuovo processo solo per Carlo Maria Maggi (due anche per Delfino), affinché altri giudici valutino se esistono «prove sufficienti per condannare i vertici di Ordine Nuovo». Sfuma, intanto, la pista veronese.

23 novembre 2013



Ladri di biciclette Ecco come difendersi

Il Giorno

di Cesare Paroli


Fiab calcola che su 4 milioni di bici circolanti, ogni anno ne vengano rubate 320 mila con un danno diretto di 150 mila euro

Milano, 23 novembre 2013


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«Ladri di biciclette», il film di Vittorio De Sica, format del realismo cinematografico postbellico, 65 anni fa mostrava un’Italia in grande difficoltà dove si rubavano biciclette per necessità e il danno arrecato ai derubati era incommensurabile. Oggi il furto di biciclette è diventato un business. Molti furti avvengono su commissione, le bici rubate spesso servono come merce di scambio per la droga, interi negozi vengono svuotati con danni quantificabili in diverse centinaia di migliaia di euro. Non infrequenti i casi di furgoni, contenenti le bici di squadre professioniste, svaniti nel nulla. Se ne è parlato a Milano nel primo convegno nazionale, organizzato da Fiab (Federazionne italiana amici della bicicletta) avente per tema, appunto, i furti di biciclette. Fiab calcola che su 4 milioni di bici circolanti, ogni anno ne vengano rubate 320 mila con un danno diretto di 150 mila euro.

E non è vero che una bici rubata porta all’aquisto di una bici nuova. Al contrario, nella maggioranza dei casi, per non farsela rubare ancora, il derubato acquista un “catorcetto” al mercato nero, proveniente molto spesso da un furto. È una catena perversa che si autoalimenta. La paura dei furti è il secondo motivo (il primo è la sicurezza) che scoraggia l’uso della bici in città. Ma il paradosso è che sono molto pochi i derubati che denunciano il furto (a Milano solo il 22%), primo passo per interrompere la catena criminale. Anzitutto occorre un rapporto fattivo con le istituzioni per rendere le città a misura di ciclista. Non solo piste ciclabili, ma anche gli appositi archetti per legare le due ruote in modo sistematico.

E non quelli bassi, dove non si può ancorare il telaio… Il modello migliore è quello della U rovesciata che consente di legare telaio e ruota anteriore agevolmente, lasciando catena e lucchetto in alto, così è più difficile per un ladro tranciarli (l’operazione è più facile se si può fare leva sul marciapiede). Fiab propone la marchiatura unica e nazionale dei telai con il codice fiscale del proprietario, l’adozione di un libretto e l’iscrizione del mezzo a una banca dati pubblica e nazionale (che deve ancora vedere la luce). La strada è lunga, ma intanto il ciclista che non vuol farsi rubare la bicicletta può seguire i consigli di Fiab. E, soprattutto, usare un buon mezzo di ritenuta (i migliori sono gli archetti rigidi) e se occorre anche due, legando sempre il proprio mezzo a un sostegno fisso. I buoni antifurti sono cari, ma è una spesa che vale la pena di affrontare.

Corte Europea, Provenzano può restare al 41 bis

Corriere del Mezzogiorno

Respinto ricorso sulla violazione dei diritti umani presentato dall'avvocato del boss mafioso


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PALERMO - Bernardo Provenzano può restare in carcere e può continuare a essere sottoposto al regime del 41bis. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha rifiutato di applicare a Provenzano, così come richiesto dal legale del boss, Rosalba Di Gregorio, la regola 39, con cui i giudici ingiungono a un Paese membro di prendere immediate misure per eliminare o impedire la violazione dei diritti di un ricorrente.

IL CASO - In genere questa regola viene utilizzata dalla Corte di Strasburgo per fermare l'estradizione di qualcuno dal territorio di uno dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa. Secondo le informazioni raccolte dall'Ansa, la Corte di Strasburgo ha rifiutato la richiesta dell'avvocato di Provenzano perché non ha ritenuto, in base agli elementi in suo possesso, che il boss sia in condizioni tali da dover essere scarcerato o sottoposto a regime diverso da quello del 41 bis. Resta tuttavia pendente davanti alla Corte un altro ricorso presentato dal legale di Provenzano con cui si chiede la condanna dell'Italia per aver sottoposto il boss a trattamento inumano e degradante.

LETTERA - Recentemente i familiari di Provenzano hanno inviato una lettera al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri in cui chiedono di revocare il regime del carcere duro per il capomafia di Corleone. Nella lettera i figli e la moglie di Provenzano, Saveria Palazzolo, hanno ribadito l'incapacità di intendere e di volere del boss.

21 novembre 2013






I familiari di Provenzano scrivono al ministro Cancellieri: stop al 41 bis

Corriere del Mezzogiorno


Moglie e figli hanno ribadito l'incapacità di intendere e volere del boss di Corleone


PALERMO - I familiari del boss mafioso Bernardo Provenzano hanno inviato una lettera al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri in cui chiedono di revocare il regime del carcere duro, il cosiddetto 41 bis, al capomafia di Corleone. Nella lettera i figli e la moglie di Provenzano, Saveria Palazzolo, hanno ribadito l'incapacità di intendere e di volere del boss Provenzano.

RICOVERATO - Il capomafia da mesi è ricoverato nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma, controllato a vista da diversi agenti del Gom. Nella missiva al Guardasigilli i famigliari ricordano che recentemente il medico del carcere di Parma ha chiesto il consenso della famiglia per sistemare il sondino nasogastrico e la peg per alimentare il detenuto. A confermarlo è l'avvocato Rosalba Di Gregorio, legale del boss che negli ultimi mesi ha presentato diverse istanze, compresa la Corte dei diritti umani di Strasburgo per chiedere la revoca del 41 bis. Ma fino ad oggi non ha avuto risposte.

20 novembre 2013

Don e Ron Taylor, quanti gemelli hanno fatto la storia dello sport

La Stampa

giorgio viberti

Giocano rispettivamente a Venezia (serie A) e a Verona (LegaDue Gold), ma quando erano insieme al college approfittavano della somiglianza per ingannare le difese avversarie. Lo scambio di pettorale tra i due Mahre, il tentativo di truffa di 2 staffettiste portoricane, il record nello stesso giorno dei fratelli Ciotti nell’alto...


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Si chiamano Donell e Ronell, il loro cognome è Taylor, giocano a basket e per fortuna in due campionati diversi, perché altrimenti sarebbero guai serie per i marcatori avversari. Sono i gemelli del basket italiano, americani di colore, pressoché identici, nati a Montgomery, in Alabama, 31 anni fa e impegnati rispettivamente nel campionato di serie A (a Venezia) e nella Lega2 Gold (a Verona), dunque a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro tanto che spesso riescono a trascorrere insieme il giorno di riposo.

Donell ha militato anche nella Nba americana, con la maglia degli Washington Wizards con cui ha giocò 98 partite tra il 2005 e il 2007. Poi scelse l’Europa, in Belgio (Ostenda) e Grecia (Maroussi ed Egaleo), tornando brevemente in Usa (nella D-League con gli Idaho Stampede) prima di sbarcare in Italia nel 2010. Dove è diventato esperto di promozioni: contribuì a portare in serie A sia Casale Monferrato nel 2011 sia Reggio Emilia nel 2012. E quest’anno Venezia l’ha scelto per cercare almeno di evitare senza patemi la retrocessione. 

Anche il gemello Ronell ha già una buona militanza in Europa: in Slovenia (Lubiana), a Cipro (Ael Limassol) e in Belgio (Mons), dopo un temporaneo ritorno in Usa (Idaho Stampede). Ora ci prova a Verona, dove sta viaggiando a 15 punti e 6 rimbalzi a partita ed è il miglior giocatore della squadra scaligera. Naturalmente nella città di Romeo e Giulietta lo chiamano tutti «twin», gemello, il suo nomignolo in verità nemmeno troppo originale.

«A Venezia ho trovato grande entusiasmo e una società solida - dice Donell -, ma soprattutto buoni giocatori e grande qualità. Ricordo che da ragazzo cominciai a giocare a baseball, come lanciatore e in prima base. Poi però, con mio fratello Ron al quale sono molto legato, passai al basket, anche perché eravamo entrambi piuttosto alti (circa 196 cm, ndr). Giocammo insieme fino al college di Alabama-Birmingham, poi le nostre strade si divisero.

Ma naturalmente ho sempre seguito la carriera di Ron e spero che quest’anno riesca a portare Verona in serie A. In campo ci siamo sempre divertiti un sacco anche perché siamo complementari, io guardia ala che può anche fare da secondo lungo, Ron invece all’occorrenza se la cava pure in regia. Non ci sono segreti nel nostro basket, solo tanto lavoro che mi ci permesso di poter vivere con lo sport che amiamo». 

«Avere un gemello è fantastico - replica il fratello Ronell -. Ho sempre avuto al mio fianco qualcuno con cui giocare e magari finire nei guai insieme. Cominciai con il basket a 7 anni, ma i ricordi più belli sono legati agli anni nell’UAB (Università Alabama Birmingham, ndr), al fianco di Don. Fu emozionante, entrambi sapevamo che sarebbe stato difficile in seguito ritrovarci nella stessa squadra, per cui sfruttammo l’occasione di divertirci insieme e spesso ingannare gli avversari grazie alla nostra somiglianza. Per me questo è il primo anno in Italia, ma Don mi ha spiegato che cosa devo fare. Mi ha detto che siete un grandissimo Paese, dove si gioca un basket molto divertente.

E se lo dice lui...». La storia dello sport è piena di storie di gemelli e naturalmente di aneddoti legati a quel feeling sottile e invisibile che lega tra loro fratelli tanto simili da esserne quasi condizionati, anche a distanza, dando vita a curiosi comportamenti omologhi e paralleli. Chi non ha mai potuto provare sensazioni simili, semplicemente perché non è un gemello (e chi vi scrive lo è!), non può capire. Per questo mi è capitato spesso, assistendo ad incontri sportivi, di immedesimarmi soprattutto negli atleti gemelli, spesso tifando per loro fino a giudicarli magari con maggiore indulgenza. 

Ricordo per esempio i gemelli Henrik e Daniel Sedin, svedesi di Sjalevad, attaccanti dei Vancouver Canucks (Nhl, la massima lega professionistica americana), quando vinsero con loro Nazionale i Giochi Invernali di Torino 2006. A vederli in campo e anche fuori erano assolutamente indistinguibili, due marcantoni di 190 cm per una novantina di chili, pressoché identici e dunque intercambiabili. Insieme da una vita, si trovarono fianco a fianco anche nel giorno più bello della loro carriera, in quel 26 febbraio di 7 anni fa quando nella finale olimpica batterono la Finlandia al PalaIsozaki di Torino.

In quello stesso anno - curiosità del destino - i gemelli Giulio e Nicola Ciotti, atleti azzurri del salto in alto, ottennero a pochi minuti di distanza e nella medesima gara (!) il loro primato personale (metri 2,31) che non avrebbero saputo più migliorare nel resto della loro carriera. Avvenne a Hustopece, in Repubblica Ceca, nella terza tappa del Moravia High Jump Tour. Davvero una strana coincidenza per quei due gemelli di Riccione, allora 29enni, entrambi vulcanici ed estroversi nel carattere, molto affiatati fra loro tanto da trasmettersi telepaticamente anche in pedana la carica che li portò a quella doppia impresa. 

L’atletica, sport universale, è piena di gemelli più o meno famosi. Come le graziose Susanna e Jenny Kallur, ostacoliste svedesi nate a New York dove papà Anders, uno dei più grandi giocatori svedesi di hockey su ghiaccio, collezionava Stanley Cup, il massimo titolo dei professionisti nordamericani, con la maglia degli Islanders. Entrambe venivano dalla ginnastica artistica, ma presto passarono all’atletica, praticando inizialmente il pentathlon. Più veloce Jenny, più agile sugli ostacoli Susanna che detiene ancora il record mondiale dei 60 hs con 7”68. 

E come dimenticare, sempre nell’atletica, quando ai Giochi di Mosca 1980 Maurizio Damilano, che aveva appena vinto l’oro nella 20 km di marcia, attese sul traguardo il gemello Giorgio che si classificò all’11° posto e abbracciò subito il fratello esultando come se avesse conquistato lui il titolo olimpico. I due marciatori piemontesi, in verità, qualche differenza morfologica l’avevano: Maurizio un po’ più alto e prestante, Giorgio meno slanciato e con l’andatura più raccolta. Ma in faccia erano due gocce d’acqua. Piuttosto distinguibili apparivano invece sui parquet di basket Franco e Dino Boselli, classe 1958, ottimi cestisti cresciuti nelle giovanili dell’Olimpia Milano (la gloriosa ex Simmenthal), arrivati entrambi fino alla Nazionale.

Franco era destro, più estroso e finalizzatore, Dino mancino e con doti più spiccate di regista. A volte riuscivano ugualmente a confondere gli avversari, diventando protagonisti inconsapevoli - non sempre - di gags ed equivoci che certo avranno accompagnato la vita non solo privata di tanti altri gemelli dello sport, come i calciatori Cristian e Damiano Zenoni o Antonio ed Emanuele Filippini, o gli statunitensi Mike e Bob Bryan (tennisti, praticamente imbattibili in doppio), Paul e Morgan Hamm (ginnasti), Alvin e Calvin Harrison (ex pedine base della staffetta 4x400 Usa di atletica, poi squalificati per doping), Janet e Jennie Culp (due sosia delle piscine nel nuoto sincronizzato).

Ma i due gemelli americani forse più famosi e «uguali» furono gli sciatori Phil e Steve Mahre, grandi interpreti dello sci alpino: il primo conquistò tra l’altro tre Coppe del Mondo, un oro olimpico in slalom e un titolo iridato in combinata, il secondo un argento olimpico in slalom e un oro mondiale in gigante. La loro somiglianza era così spiccata che passarono alla storia anche per un clamoroso scambio di persona. Gennaio 1984, slalom di Coppa del Mondo a Parpan, Svizzera, fitta nevicata: con il numero 3 dovrebbe scendere Phil e invece - si scoprirà dopo la gara - scende Steve, che dà invece il suo numero 13 al fratello gemello.

A fine slalom, smascherato l’inghippo, scoppia il caos. Steve, che ha appena vinto la gara, viene squalificato e il successo passa a Girardelli davanti a De Chiesa e Andreas Wenzel. Subito si formano partiti di innocentisti e colpevolisti, dopo che l’allenatore degli americani aveva giurato che si era trattato solo di un equivoco durante la consegna dei pettorali. Phil e Steve non commentano e se ne vanno delusi e amareggiati per le accuse ricevute. Si sarebbero vendicati solo un mese più tardi, alle Olimpiadi di Sarajevo, dominando lo slalom: oro a Phil e argento a Steve. E anche i denigratori dovettero accettare la loro superiorità e scusarsi.

Altri gemelli sono stati protagonisti di storie curiose ai Giochi Olimpici. I primi che riuscirono ad andare a medaglia furono gli svedesi Eric e Vilhelm Carlberg, che nelle Olimpiadi di Atene 1906, nelle gare di tiro a segno e tiro al volo, vinsero un bronzo con Vilhelm nella pistola da duello. Eric tentò di rifarsi nelle successive due edizioni dei Giochi, esibendosi anche nella spada individuale e a squadre (Londra 1908) e nel pentathlon moderno (Stoccolma 1912). Gli stessi fratelli ricomparvero poi nelle Olimpiadi di Parigi 1924 dove si aggiudicarono una medaglia d’argento nella pistola automatica, ancora con Vilhelm. 

Più curioso quanto accadde a Mosca 1980, nel “2 senza” di canottaggio. Salirono infatti sul podio, al 1° e 2° posto, due coppie di gemelli: i due tedeschi Bernd e Jorg Landvoigt davanti ai due sovietici Nikolai e Yuri Pimyenov. La cosa si è ripetuta a Barcellona 1992 nel nuoto sincronizzato a coppie, quando le due gemelle americane Karen e Sarah Josephson precedettero le gemelle canadesi Penny e Vicky Vilagos. Un tentativo di truffa avvenne invece a Los Angeles 1984. Il Portorico aveva conquistato l’accesso alla finale della staffetta femminile 4x400 metri ma sorprendentemente non si presentò al via: il coach della squadra aveva infatti scoperto che l’atleta Madeline de Jesus, infortunata, aveva chiamato dagli spalti la sorella gemella Margaret per farla correre al posto suo. 

De Magistris sfida l'Espresso: «Napoli vi proverà che l'acqua è potabile: voi riparerete con un'altra copertina»

Il Mattino

di Chiara Graziani


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Napoli. Duello in tv sull'acqua di Napoli. Il sindaco De Magistris, caraffa sul comodino e piglio d'acciaio, affronta il direttore de l'Espresso Bruno Manfellotto. Ed i toni sono forti, da tutte e due le parti. "Difendo Napoli calunniata - ha detto De Magistris - perchè sulla base di un rapporto che riguarda pochi rubinetti di case private di ufficiali americani è stato inflitto a Napoli un danno ben più salato che il miliardo di euro che la città vi chiede".

E Manfellotto, di rimando: "Sono napoletano anche io e soffro per la situazione della mia città. Lei non deve fare causa all'Espresso ma alla Us Navy che ha riconfermato le sue raccomandazioni". Alla fine il duello, ospitato da Sky, culmina in una prova d'onore, proposta da De Magistris: "Ho fiducia nella sua buona fede. Se le porteremo le prove che l'acqua di Napoli è potabile, lei farà un'altra copertina?". I due si danno idealmente la mano. Una seconda copertina su Napoli per lavare il ricordo di quella che gridava "Bevi Napoli e poi muori".

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venerdì 22 novembre 2013 - 16:59   Ultimo aggiornamento: sabato 23 novembre 2013 09:02



L'acqua di Napoli: turisti, commercianti e il barman, ecco chi se la beve

Il Mattino
di Gennaro Di Biase


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Un coro univoco. Dopo la sete del sindaco, Luigi de Magistris, placata grazie a una fontanella di strada, anche cittadini, turisti e commercianti assicorano: bevono l'acqua della fontana e stanno "bene, l'acqua napoletana è sana". "Il sindaco ha dato una dimostrazione in più del fatto che l'acqua di Napoli è buona - dice Maurizio Marinella, noto commerciante partenopeo -. Purtroppo tutto ciò che è made in Naples è soggetto a critiche continue. Le stesse recenti critiche del'Espresso sull'acqua vengono fatte anche su altri prodotti campani. Prodotti che non sono di certo più inquinati di quelli prodotti in altre zone d'Italia".

"Pure la mozzarella si vogliono portare al nord", " dice Dante del bar Marotta, sul Lungomare. E una ragazza, appena venuta da Torino per visitare Partenope, ha bevuto acqua della fontana ed esclama: "Sto bene". "Quella dell'Espresso è una copertina sbagliata", dice Arturo Sergio, gestore del bar Gambrinus. Per finire, dice tutto il commento di Dante, che fa il barista e che di turisti e cittadini che hanno sete ne vede a centinaia: "Pure la mozzarella vogliono portarsi al nord".

 
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venerdì 22 novembre 2013 - 15:54   Ultimo aggiornamento: 16:37

Droni e supercannoni, l’arsenale della Cina

Corriere della sera

Giovedì ha volato per la prima volta un drone con motore a getto e tecnologia stealth made in China. Si chiama Lijian: Spada affilata. Verrà usato in operazioni antiterrorismo, ricognizione, combattimento, dice la stampa cinese. La tecnologia stealth (furtiva o invisibile) permette di sfuggire ai radar.



CatturaUn apparecchio senza pilota che secondo gli esperti occidentali somiglia nel disegno alle ali a forma di pipistrello dell’RQ-170 Sentinel, prodotto dalla Lockheed Martin e impiegato dagli americani fin dal 2007. La tecnologia bellica cinese è all’inseguimento. Ma si è avvicinata: l’Esercito popolare di liberazione ha già sviluppato piccoli droni per uso tattico e corto raggio e altri apparecchi senza pilota che somigliano in modo impressionante agli americani Reaper e Predator, usati nella caccia ai terroristi di Al Qaeda dal Medio Oriente al Pakistan e all’Afghanistan.

Anche i cinesi sono in grado di armare i loro droni: recentemente un alto ufficiale dell’ufficio antidroga ha detto al Quotidiano del Popolo che l’uso di un drone è stato preso in considerazione per eliminare un trafficante birmano che si nascondeva nella foresta di Myanmar ed era ricercato per l’uccisione di 13 marinai di un peschereccio cinese. Il narcotrafficante fu poi arrestato e giustiziato dopo un processo. Un altro impiego dei droni è la ricognizione aerea e Pechino potrebbe inviarli anche a pattugliare la zona delle isole Diaoyu/Senkaku, controllate dal Giappone. Tokyo, che chiama le isole Senkaku, minaccia di aprire il fuoco sugli apparecchi che violano lo spazio aereo.

Pechino, che le chiama Diaoyu, replica che l’abbattimento di un velivolo, anche senza pilota come un drone, «sarebbe un atto di guerra». L’intelligence occidentale ha appena scoperto un altro progetto cinese. Le foto di un satellite mostrano due super-cannoni con canne lunghe 24 e 33 metri nel poligono di Baotou, nel deserto della Mongolia. L’interesse degli analisti militari occidentali era stato destato dalle grandi piazzuole in cemento individuate nel 2011: di fronte erano stati collocati dei bersagli. In seguito ci sono stati montati i due supercannoni. Nome in codice Xianfeng: Pioniere.

1La Cina ha lavorato a pezzi d’artiglieria di grande calibro e lunga gittata dagli anni Settanta. Poi apparentemente abbandonò il progetto. Per riprenderlo negli anni Novanta, contemporaneamente all’Iraq di Saddam Hussein. E i due Paesi, secondo l’intelligence, avevano in comune anche l’ingegnere: Gerald Bull. Il supercannone iracheno di Bull, chiamato Progetto Babilonia, era lungo 45 metri e teoricamente avrebbe potuto fare un fuoco di sbarramento sui satelliti. Secondo gli analisti di Jane’s Defence, non è probabile che i cinesi pensino ai satelliti come bersaglio del loro Pioniere: hanno missili balistici per questo. Potrebbe trattarsi di un supercannone ferroviario, sul tipo della Grande Berta dei tedeschi. O di un congegno per sperimentare nuovi proiettili d’artiglieria.

2Questa ricerca militare estrema si inserisce nella corsa al riarmo cinese, nel confronto con il Giappone per le Diaoyu/Senkaku, e con la Settima Flotta americana per le rotte del Mar della Cina. Per sconsigliare la US Navy dall’avvicinarsi troppo, l’Esercito popolare di liberazione ha anche provato un nuovo missile ammazza-portaerei: si chiama Dongfeng: Vento dell’Est. Duemila chilometri di gittata. Lo hanno provato nel deserto del Gobi su un bersaglio disegnato nella sabbia che simulava la sagoma di una portaerei americana. Con successo, come provano i grandi fori nella sabbia all’interno della sagoma.


Le 10 scuse più gettonate quando si arriva tardi in ufficio

Corriere della sera

Uno su due ricorre alla bugia per giustificare la mancanza di puntualità. Al primo posto: c’era traffico

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Se proprio non vi riesce d’essere puntuali e ogni giorno trovate una scusa per giustificare il ritardo con il capo in ufficio ma anche con l’amica che avete fatto aspettare mezz’ora al ristorante (che sia il treno in ritardo, il marito malato o la babysitter introvabile, la vostra fantasia non conosce limiti) state tranquilli perché siete in buona compagnia.

BRITANNICI BUGIARDI - Quasi la metà dei britannici (il 48% per la precisione) ammette infatti di ricorrere alla bugia quotidiana per togliersi dai guai (e il traffico impossibile resta la scusa più gettonata, seguita dalla sveglia rotta e dai classici disagi coi mezzi pubblici) e almeno tre quarti di ricorrervi con frequenza regolare, con il 78% che arriva a motivare la necessità del ricorso alla panzana sistematica spiegando di non voler altruisticamente urtare la suscettibilità altrui e il 38% che la giudica un modo per fare bella figura di fronte agli altri. Insomma, sono le cosiddette «bugie bianche» «ovvero, la quintessenza dell’essere britannico - come sottolinea lo psicologo Aric Sigman, che ha collaborato con la catena di ristoranti Beefeater per il sondaggio “Any Excuse” , svolto su un campione di 2mila adulti – perché ci evitano di danneggiare gli altri e possono persino avere degli effetti positivi tanto su chi le dice quanto su chi le ascolta».

BUGIARDI SI DIVENTA - Ma se bugiardi cronici tendenzialmente si nasce, ciò non significa che, dietro adeguato allenamento e seguendo le giuste dritte, uno non lo possa anche diventare. «Raccontare una bugia è per metà un’arte e per metà semplice logica – spiega infatti lo psicologo – e le parole scelte contano esattamente come il modo in cui le si usano». E a dar retta a Sigman, bastano pochi, ma mirati ingredienti per far sì che una bugia risulti credibile: innanzitutto autenticità («dev’essere qualcosa che possa davvero capitare a chiunque»), poi il tocco personale («bisogna contestualizzarla all’interno della propria vita») seguito da sensibilità («per mettersi nei panni degli altri») e faccia tosta («i primi ad essere convinti di quello che state raccontando dovete essere voi»), il tutto condito da quell’accenno di rimorso che non guasta mai.

LA TOP TEN DELLE SCUSE - Ma prima di mettere alla prova la vostra capacità menzognera coi consigli dell’eserto, meglio che ripassiate la top-10 delle scuse più usate Oltremanica per giustificare un arrivo fuori tempo massimo, che resta il motivo numero uno che spinge le persone a raccontare una bugia, soprattutto in ufficio, stilata dal «Daily Mail» sulla base dei risultati del sondaggio di cui abbiamo parlato: 1 – il traffico era davvero tremendo 2 – si è rotta la sveglia 3 - mi sono perso 4 – il treno era in ritardo 5 – la macchina non voleva partire 6 – mio figlio stava male 7 – aveva nevicato 8 – si è rotta la macchina 9 – mio marito/moglie era malato 10 – non riuscivo a trovare una babysitter.

22 novembre 2013

Addio ai pianoforti amati da Chopin

La Stampa

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI

Chiude Pleyel , la fabbrica di strumenti più antica del mondo: Fondata nel 1807 è stata travolta dalla concorrenza cinese e coreana


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Chopin li adorava. Li hanno suonati Liszt e Debussy e il loro timbro dolce e raccolto ha contribuito a forgiare la tradizione pianistica francese, il «jeu perlé», chiaro, duttile e pieno (talvolta troppo) di sfumature. 

Adesso però per i Pleyel è proprio finita. Chiude la più antica fabbrica di pianoforti del mondo, fondata nel 1807 e affondata nel 2013 dalla concorrenza cinese e coreana. Nel 2012, i cinesi hanno prodotto 250 mila pianoforti: tanti quanto Pleyel in due secoli. La premiata ditta ha cercato di rinnovarsi, abbandonando il mercato del grande pubblico e concentrandosi su prodotti di lusso.

Non c’è stato niente da fare: il padrone-mecenate Hubert Martigny, dal 2000 in avanti, le ha provate tutte e ci ha rimesso anche molti soldi, ma non ha potuto arrestare un declino inarrestabile, scrive «Le Monde», addirittura dalla Prima guerra mondiale, quando la strage degl artigiani al fronte e la carenza di materie prime pregiate diede il primo colpo alla «Ferrari dei pianoforti». Adesso l’ultimo proprietario (solo da nove mesi), Didier Calmels, si deve arrendere.

Tutto era cominciato con Ignaz Pleyel, il fondatore, compositore non memorabile che aveva affiancato al concertismo la fabbricazione degli strumenti. Fu suo figlio Camille ad arruolare il più prestigioso dei testimonial: Chopin. Lui promuoveva i pianoforti della ditta (con un metodo semplicissimo: li suonava) e riceveva una percentuale sulle provvigioni. Spiega Thierry Maniguet, conservatore della collezione di strumenti della Cité de la Musique: «Il Pleyel di Chopin era reputato per la leggerezza della tastiera e la dolcezza del timbro. Era un pianoforte da salotto, intimista a confronto degli Erard, più adatti alle sale da concerto. Ancora negli anni Trenta (del Novecento, ndr), i Pleyel, diventati certamente più potenti, avevano sempre il loro timbro vellutato».

Adesso basta velluti. L’annuncio della chiusura dell’ultima fabbrica, a Saint-Denis, nella banlieue parigina, è stato dato il 12 novembre. Ormai ci lavoravano solo in 14, producendo un paio di strumenti al mese, contro i 140 dell’inizio del secolo: ridicolmente pochi per opporsi alla valanga asiatica, ma costruiti con la cura di sempre. Secondo il sito della Pleyel, ogni pianoforte richiede cinquemila pezzi, fra 500 e 1.500 ore di lavoro e venti professionalità diverse: liutai, ebanisti, verniciatori, laccatori e così via.

Il nome, in ogni caso, resta. Rimane aperto lo showroom della ditta, nel prestigioso Faubourg-Saint-Honoré, almeno fino all’esaurimento dello stock. E rimane, ovviamente, la Salle Pleyel, la principale sala da concerti di Parigi, costruita nel 1927 in uno splendido déco anche come vetrina degli strumenti della maison. Racconta il suo direttore di produzione, Emmanuel Hondré: «Abbiamo a disposizione un grande piano da concerto Pleyel, ma solo il russo Boris Berezovsky una volta ha chiesto di provarlo, restandone del resto soddisfatto». Tutti gli altri suonano Steinway. 

Quel bimbo abbandonato dai genitori Da Pupi Avati un pugno nello stomaco

La Stampa

michele brambilla

Su Raiuno il film grido di dolore. Padre e madre, prof universitari,si separano alle prime difficoltà. Ne fanno le spese i figli tra tutore,
assistente sociale e giudici minorili.



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Con “Il bambino cattivo”, film andato in onda ieri sera su Rai Uno, Pupi Avati ci ha tirato un pugno nello stomaco, speriamo salutare. E’ la storia – cruda, ma ahimè del tutto realistica - di Ildebrando, un bambino abbandonato da due genitori che non sono capaci, o non hanno alcuna voglia, di affrontare la responsabilità di essere padre e madre, e prima ancora di essere marito e moglie.

Non è una storia di disagio: i genitori – Luigi Lo Cascio e Donatella Finocchiaro – sono benestanti e più che istruiti, addirittura docenti universitari. E’ piuttosto una vicenda tanto comune a quella di molte coppie di oggi, pronte a mollare alle prime difficoltà, a disfare una famiglia prima ancora di sapere che cos’è una famiglia.

Ne fanno le spese i figli, i quali vivono una lacerazione che la nostra ipocrisia di oggi (che ha preso il posto all’altra ipocrisia, di segno opposto, della società di un tempo) tende a minimizzare, anzi a esorcizzare con frasi fatte tipo “l’importante è che i genitori restino amici”, “che i rapporti siano civili” e così via. Il film di Avati mostra invece, perfino con sottile sarcasmo, quanto grottescamente inutile, per non dire dannoso, sia il castello che abbiamo costruito per fingere di avere ammortizzato il dolore dei nostri figli: l’assistente sociale, il tutore, gli accordi firmati davanti a un giudice minorile, quelle autentiche galere pietosamente chiamate “casa famiglia”.

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Pupi Avati è l’opposto del moralista, anzi tutta la sua opera cinematografica è anche un inno alla misericordia e alla comprensione di ogni debolezza umana, quindi “Il bambino cattivo” è tutto fuorché una condanna. E’ piuttosto un grido di dolore, che vuol richiamare tutti noi per farci capire quanto sia importante recuperare valori troppo frettolosamente relegati fra le anticaglie inutili, come la famiglia appunto, ma anche come la capacità di far fatica, di rinunciare a qualcosa di sé, di sapersi vicendevolmente perdonare. 
L’aver smarrito questa prospettiva di vita è all’origine non solo della crisi della famiglia, ma pure di quella generale di cui parliamo ogni giorno, e che come ha detto anche il presidente Napolitano è, prima che economica, antropologica. “Ho fatto questo film”, mi ha detto ieri Pupi Avati, “perché sono convinto che tutti i guai che stiamo vivendo oggi siano cominciati da lì, dallo sfascio della famiglia. E che non si possa ripartire che da lì”.


L’architetta, il dittatore, e la “Versailles comunista”

La Stampa
giuseppe zaccaria

È morta a Bucarest Anca Petrescu, la ragazza che firmò per Ceausescu il progetto gigantista della “casa del Popolo”: 3 mila metri quadrati di superficie, 700mila tonnellate di bronzo, 200mila metri quadri di tappeti.


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Probabilmente Anca Petrescu non enterà nei manuali di storia dell’architettura neppure post mortem, eppure la signora, che a quasi ottant’anni di età si è spenta pochi giorni fa a Bucarest per le conseguenze di un incidente stradale, avrebbe avuto tutto il diritto di far parte della memorialistica. Non soltanto perchè porta la sua firma il progetto dell’edificio che nel mondo è secondo in ampiezza soltanto al Pentagono, superando del dieci per cento la volumetria della Piramide di Cheope, e considerato unanimemente tra gli edifici più brutti e inutili della storia moderna. No, la vicenda di Anca e del mostro architettonico a cui ha dato vita meriterebbe di essere ricordata soltanto in ragione di due elementi: da un lato, dimostra come l’amore possa fare breccia anche nelle regole più livide della più livida dittatura, e dall’altro come sovente possa generare mostri. Quanto all’interpretazione da attribuire alla vicenda che stiamo per raccontare, decidete voi.

Anca aveva 32 anni quando incontrò per la prima volta Nicolae Ceausescu, che poi sarebbe passato alla storia come il dittatore più spietato del comunismo post-staliniano, eppure in quel momento poteva apparire (e appariva anche a molte cancellerie occidentali) come un grande e promettente visionario. Nel 1977 un forte terremoto aveva devastato la Romania ed il segretario del partito comunista nazionale pensava di poter cogliere nel disastro anche una grande opportunità: da un lato, da quel giorno in poi la Romania avrebbe fatto di tutto per cancellare l’enorme debito estero che opprimeva la sua economia, dall’altro avrebbe ricostruito i palazzi delle proprie città con un piglio nuovo, quello che caratterizza un grande Paese.

A ripensarci adesso si può solo scuotere la testa, Ceausescu sarebbe sì riuscito ad annullare il debito estero ma soltanto riducendo la sua gente ad un’ esistenza da Medio Evo, eppure il dittatore di allora veniva dipinto dai nostri giornali come il primo comunista democratico della storia, uno che stava riscattando il suo Paese dall’opprimente ombra dell’Unione Sovietica e grazie ai giacimenti di petrolio del Mar Nero avrebbe fatto presto della Romania una nazione socialista, ricca e felice. 

Ma torniamo all’idea: subito dopo il terremoto, dunque, Nicolae decise di far rientrare nei piani della ricostruzione anche quello di una gigantesca “Casa del Popolo” ( Casa Poporului) da edificare nella capitale Bucarest in base alle medesime manie di grandezza che avevano spinto Luigi quattordicesimo a far nascere la reggia di Versailles. Sessant’anni più tardi quella magnifica opera avrebbe segnato anche la fine della monarchia francese mentre ai Ceaucescu sarebbe bastato un ventennio, ma questa e’ una notazione marginale.

Nel 1977 , allora, colui che al momento sembra il comunista più amato dall’Occidente al culmine della sua carriera lancia in progetto della “Versailles di sinistra”, e in quel momento Anca Petrescu è una neolaureata che a poco più di venticinque anni partecipa al concorso pubblico e viene respinta. La sorte però è sempre più potente delle ideologie: il progetto originario viene cancellato perché’ Ceausescu comincia a farsi prendere da ulteriori manie di grandezza e all’idea di un centro civico ha sostituto quella di un grande palazzo che simboleggi il potere. Ecco dunque un nuovo concorso, Anca ci riprova, confeziona un plastico del suo progetto e lo presenta alla competizione: la vulgata vuole che lo sguardo dell’algido Nicolae, prima ancora di soffermarsi sul plastico, si soffermò sulle plastiche forme della sua autrice.

Più tardi alcuni biografi del dittatore avrebbero raccontato che Ceaucescu fosse rimasto colpito anzitutto dai capelli di Anca: “In un Paese di bionde ossigenate quell’architetto è una naturale donna bruna”, sarebbe stato il commento del dittatore, cui la continua presenza della moglie Elena (bionda finta, ma di carattere) cominciava a pesare non poco. Anca è passata alla storia del regime rumeno come l’unica donna che avesse fatto battere il cuore al “conducator”, e comunque siano poi andate le cose, nel 1982, fra lo stupore dell’ apparato, la giovanissima Petrescu si ritrovò ad essere nominata architetto responsabile del progetto.

Nella parabola di tutti c’e’ pero’ un momento in cui le realizzazioni sovrastano la personalità e le cifre vincono sui sentimenti: quali che fossero (se ci furono) i sentimenti che la giovane architetta trasfuse nella sua opera, ciò che ne è venuto fuori rappresenta “una combinazione di analfabetismo culturale ed estetico, in bilico fra ortodossia comunista e devastante gigantismo”, tanto per riprendere la definizione di un giornale inglese. Sempre più sperduto nei suoi vaneggiamenti, Ceausecu aveva cominciato a controllare quotidianamente e di persona l’andamento dei lavori, mentre via via l’edificio continuava ad acquistare volume.

Alla fine sarebbe arrivato a misurare 270 metri di lunghezza per 240 di lunghezza con un’altezza di 80 metri e 92 metri di scavi nel sottosuolo, soltanto una delle sale (quella dell’Unione) avrebbe misurato 3 mila metri quadrati di superficie, per i marmi necessari furono depredati i cimiteri di tutta la Romania, ci fu bisogno di 3.500 tonnellate di cristallo, 480 candelieri, 700mila tonnellate di bronzo e di acciaio e l’arredamento richiese 200mila metri quadri di tappeti.

Decine di migliaia di operai erano stati adoperati senza sosta con salari da fame, decine di migliaia di persone avevano dovuto abbandonare le case distrutte nell’area e per dare vita al mostro architettonico erano stati abbattuti 40 mila appartamenti, 19 chiese cristiane, 3 tempi protestanti e 6 sinagoghe. Peraltro la “Versailles rumena” nasceva sopra quella che si chiamava Collina degli Spiriti, qualcuno avrebbe dovuto farci caso.

Eppure l’architetta Anca Petrescu in qualche modo era sempre rimasta innamorata del suo progetto: il dittatore, raccontava, ormai l’aveva preso coma realizzazione della vita. “Un giorno arrivò, si arrampicò sui ponteggi e disse che uno dei fiori di marmo scavati su un rosone non era centrato: lo misurammo ed aveva ragione, era fuori asse per lo meno di un centimetro ma dovemmo buttare giù e ricostruire tutta una fila di colonne...”. Poco alla volta, nella mente di Ceausescu e di quanti lavoravano per lui il progetto della “Casa Popolurui” - che nel frattempo è diventata “Casa Republici” e domani chissà cos’altro - si era trasformato in simbolo ed ossessione.

Oggi al massimo la si può considerare il più grande e costoso esempio (l’equivalente di quattro miliardi di euro) dell’eclettismo comunista, ma a giudizio di Anca Petrescu quel falansterio rimane soprattutto un monumentale, marmoreo apologo dell’eclettismo della vita. “Man mano che si andava avanti nella costruzione- ha detto una volta l’architetta - tutte le forme ci sembravano possibili. In fondo ciò che oggi rimpiango davvero è quello stato d’animo...”.

Il nuovo centro distribuzione Amazon in Italia sfida la crisi

La Stampa

franco giubilei
Castel San Giovanni (Piacenza)

Raddoppia la potenza di fuoco del colosso di Jeff Bezos nel nostro Paese, grazie alla crescita costante delle vendite



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Novembre 2010: debutta il sito Amazon.it. Novembre 2011: si inaugura il Centro distribuzione Amazon a Castel San Giovanni, nel Piacentino. Ottobre 2013: parte il primo ordine, un Kindle Paperwhite, dal nuovissimo centro Amazon, sempre a Castel San Giovanni, che sarà inaugurato ufficialmente il prossimo gennaio.

Fra la “vecchia” sede del magazzino del colosso Usa dell’e-commerce e quella futura – ora siamo in pieno interregno prenatalizio, con 400 dipendenti al lavoro da una parte e 350 già attivi nell’altra – oltre che l’autostrada A21 c’è un salto di dimensioni e di qualità, strettamente legato al balzo in avanti delle vendite online in Italia: il centro nascente è il doppio di quello attuale, 80mila metri quadrati di superficie contro 40mila, ed è dotato di una tecnologia che ne farà “la seconda struttura distributiva di Amazon in Europa dopo quella tedesca”, come spiega l’amministratore delegato di Amazon Logistica Italia, Stefano Perego.

Che a distanza di soli due anni dall’apertura il gigante di Jeff Bezos si prenda il lusso di raddoppiare la propria potenza di fuoco nel nostro Paese, è dovuto alla crescita costante delle vendite online in Italia: il mercato dell’e-commerce aumenta del 17-19% all’anno ormai da quattro anni, mentre dal 2012 al 2013 gli acquisti da smartphone sono esplosi del 250%, rispetto al più 169% dell’anno precedente. Abbastanza per spingere Amazon Italia a consolidare la sua presenza con un centro distributivo di nuova concezione: se nella sede attuale vengono evasi mediamente 20mila ordini al giorno (ma sotto Natale si arriva ad almeno 40mila), con 1.500 pacchetti etichettati ogni ora, in quella nuova sarà possibile arrivare a 9mila pacchetti all’ora.

Dato limitato ai prodotti di piccola dimensione, dato che a libri, dischi, film videogiochi e a un’altra dozzina di prodotti, vanno aggiunti gli articoli più grandi, fino ai televisori da 64 pollici, che non rientrano nel conteggio. “Qui si guadagnano dai 20 ai 30 minuti al giorno rispetto all’altra sede”, aggiunge Perego. Il nuovo centro non è solo più esteso, ma si avvale anche di un sistema di movimentazione degli articoli su nastri trasportatori reso necessario dalla maggiore estensione della struttura.

Anche il numero degli addetti di Castel San Giovanni è destinato a salire: nei prossimi tre anni raggiungerà quota mille, fra operatori e figure manageriali. Intanto Amazon.it annuncia un’altra novità, la Spedizione Mattino, cioè la possibilità per i suoi clienti di scegliere fra più di 740mila prodotti disponibili con una consegna rapida. Se si ordina entro le 17, il pacco arriverà a domicilio fra le 8 e le 12 del giorno dopo.



I nuovi spazi di Amazon a Castel San Giovanni

Azienda in crisi smonta il capannone per non pagare 80 mila euro di Imu

Corriere della sera

Le aziende dell'imprenditore Alberto Locchi sono ferme a causa delle difficoltà economiche: «Non ho scelta: comincio a risparmiare così»


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FIRENZE - Ha smontato il suo capannone industriale perchè non ce la faceva a pagare l'Imu, circa 80.000 euro. È la storia di un imprenditore toscano, Alberto Rocchi, consigliere comunale a Cascina (Pisa), che pezzo per pezzo ha tirato giù il prefabbricato di sua proprietà a Ponsacco, vuoto ormai da anni. «Le mie aziende sono ferme - ha spiegato -. Sono in difficoltà economica, avevo un'attività in Romania che non posso più seguire. Non ho scelta, devo cercare di salvare il salvabile. Ho deciso di cominciare a risparmiare sull'Imu».

«Ho smontato il capannone - prosegue Rocchi -, era costruito con materiali prefabbricati. Era molto grande, migliaia di metri quadri. Era affittato ad un'azienda che è fallita e così è rimasto vuoto per cinque anni. Cosa dovevo fare...Ho pensato di renderlo simile a una tettoia. Invece di spendere 80 mila euro ne pagherò un decimo». La vicenda tuttavia sembra non essersi conclusa: l'imprenditore ha infatti stoccato i duecento pannelli del capannone in un'area che non sarebbe di sua proprietà. Sono intervenuti polizia municipale e carabinieri e ora sono in corso verifiche. Rocchi sostiene di essere in regola e di aver presentato una Scia al Comune per comunicare il deposito temporanea dei materiali.

21 novembre 2013 (modifica il 22 novembre 2013)

Datagate, l’Hacking Team di via della Moscova come l’NSA

Corriere della sera

di Stefania Cicco


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Hanno sede in via della Moscova e vogliono contribuire alla sicurezza internazionale con sistemi in grado di intercettare chiamate, e-mail e chat. “Perché la tecnologia deve essere un potere, non un ostacolo”. Sono i programmatori di Hacking Team, l’azienda milanese che qualche giorno fa è stata inserita in un dossier ripreso dal quotidiano britannico The Guardian, accanto ad altre 337 aziende: tutte venderebbero sistemi di spionaggio a 35 Paesi sparsi per il mondo.

Le origini di Hacking Team risalgono al 2001, quando i programmatori italiani Alberto Ornaghi e Marco Valleri misero a punto un software, chiamato “Ettercap”, in grado di captare password e dati, monitorare da remoto un qualsiasi computer e registrare conversazioni, chat e perfino video-chiamate su Skype. L’invenzione piacque molto alla Questura di Milano, che iniziò ad usarla per le sue indagini. Da allora Hacking Team cominciò a vendere i suoi sistemi di intercettazione a forze dell’ordine e agenzie statali di vari Paesi: si trattava di malware in grado di penetrare silenziosamente un computer, per poterne poi prendere il controllo e monitorarne tutte le attività.

Hacking Team dichiara di vendere solo a enti statali (e non alle nazioni inserite nella “blacklist” della Nato), con l’unico scopo di “combattere il crimine”. Ma in passato alcune associazioni per i diritti digitali, come “Electronic Frontier Foundation” e il “Citizen Lab” di Toronto, l’hanno accusata di distribuire il loro prodotto anche a Paesi piuttosto autoritari, come il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. Il recente rapporto della Ong “Privacy International” citato dal Guardian localizza i prodotti della ditta milanese proprio nel Paese nordafricano e sottolinea come “la normativa italiana per l’esportazione non regola nello specifico queste tecnologie, che quindi possono finire facilmente nelle mani sbagliate”.

Nel dicembre 2011, l’Hacking Team finì nel mirino dell’europarlamentare greca Niki Tzavela che presentò un’interrogazione circa le “minacce informatiche” dello spyware RCS (Remote Control System) messo a punto dall’azienda milanese: una specie di “agente 007 che s’insinua nei nostri computer o negli smartphone, assume le sembianze di cookie ed entra nella vita privata dei cittadini: copia e spedisce e-mail, password, le pagine internet visitate e i testi redatti”. E il cui noleggio si aggira sui 200 mila euro l’anno. La Tzavela chiese alla Commissione di far sapere se gli Stati membri fossero protetti o meno da questa minaccia informatica e, in caso di risposta negativa, quali fossero le misure che l’Unione europea avrebbe adottato per tutelare i cittadini. La risposta fornita da Neelie Kroes, commissario Ue per l’agenda digitale, fu piuttosto generica.

Finora non si sa se Hacking Team abbia già ricevuto incarichi dagli Usa, magari dall’Fbi, come ha notato il sito newyorchese The Verge. Alcuni addetti ai lavori ipotizzano una stretta collaborazione di Hacking Team con le principali agenzie di spionaggio d’Oltreoceano, dalla CIA alla NSA. Certo è che l’azienda di via della Moscova ha aperto nel 2011 una sede ad Annapolis, nel 2012 ha assunto un portavoce per gli Stati Uniti e negli ultimi anni partecipa costantemente alle conferenze delle forze dell’ordine americane. Gli stessi file di Wikileaks documentano frequenti viaggi del team negli Stati Uniti.